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mercoledì 27 agosto 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CONNESSIONI AUTOMATICHE LIBERE 


" 'Lo sai che ci sono otto milioni di persone in città?' disse Magnolia. 'Come ti aspetti che troviamo quelle giuste?' 
'Vedila così: ogni calzino è uno scorcio sulla personalità di qualcuno' disse Iris."

Estate, New York. Magnolia ha nove anni e vorrebbe averne dieci per sfidare il mondo… in realtà le basterebbe anche solo qualcosa di diverso dalla prospettiva di un tempo prossimo da trascorrere in solitudine nella lavanderia di famiglia. I suoi genitori sono arrivati anni prima dalla Cina e si guadagnano da vivere con questa attività che gli assorbe completamente. 
Magnolia non ha amici. Raccoglie i calzini dimenticati, che spesso finiscono sotto la lavatrice, e li appende a una bacheca, nella speranza che i loro legittimi proprietari tornino a riprenderli. Ma questo non accade mai. 
Poi arriva Iris, bambina di origini vietnamite che si è appena trasferita dalla California. Dopo l’iniziale diffidenza, tra le due nasce una salda amicizia e insieme decidono di dedicarsi alla ricerca dei proprietari di quei calzini. 
Magnolia è nata a New York, conosce bene almeno il suo quartiere e le persone che frequentano regolarmente la lavanderia, ma non immagina come si possa risalire ai proprietari dei calzini, ma qui interviene Iris che suggerisce il metodo CAL, ossia connessioni automatiche libere, in pratica di fronte al calzino ognuna lascia libero spazio a pensieri ed elementi che le caratteristiche dell’oggetto stimolano. Ovvio che nessuna delle deduzioni alle quali arrivano si dimostra immediatamente esatta, ma consente loro di ottenere l’indicazione di un punto dal quale partire.  
E di calzino in calzino le due bambine risalgono in primis alle storie che ognuno di questi cela, perché nelle fantasie, nelle tessiture, si nascondono vicende umane non sempre note. 


Magnolia e Iris imparano ad avvicinare i ragazzi che fanno battere il loro cuore, come quelli che invece sono solitamente evitati a causa del loro comportamento scorretto. E sia l’uno che l’altro rivelano loro desideri, aspirazioni, ma anche dolori non confessati. Chi l’avrebbe mai detto che il calzino con i fenicotteri rosa potesse appartenere ad Aspen, bullo che perseguita Magnolia? Si scopre che si rifugia abitualmente in biblioteca e che nei fenicotteri ha scoperto una chiave di resistenza alle brutture che si consumano nelle mura domestiche, ma soprattutto si scopre che la sua aggressività nei confronti di Magnolia è dettata solo da paura. 
Come questo, anche gli altri calzini di cui le due protagoniste riescono a rintracciare il legittimo proprietario rivelano qualcosa di assolutamente insospettato. A un piccolo pezzo di stoffa indossato quotidianamente, in maniera forse inconscia ognuno di loro consegna una porzione importante della propria vita. L’abilità deduttiva, e non meno la fortuna, permettono a Magnolia e Iris di accedere anche a sogni e desideri serbati per timore di non essere accettati. Ma una volta venuti alla luce acquistano legittimità e diritto di essere coltivati. La maniera poi in cui le due piccole investigatrici arrivano alla soluzione diventa ogni volta parte fondamentale del processo di svelamento ma anche di consapevolezza: è grazie al calzino fatto ai ferri e riconsegnato ad Alan che il ragazzino troverà il coraggio di confessare la sua segretissima passione, così come è grazie a un calzino dal forte profumo di cocco che il custode racconterà della sua passione per il pattinaggio e la danza. 


Ma ovviamente cercare il proprietario di un oggetto partendo dai suoi gusti e abitudini significa anche affinare una pratica di empatia con la principale conseguenza di mettersi in gioco fino al punto di rivelare la propria parte nascosta. E questo sarà vero sia per Magnolia che chiederà conto per la prima volta a sua madre di come riesca a gestire i numerosi episodi di avversione, sia per Iris che nasconde una ferita profonda e che trova nell’altra ragazzina e nell’impresa che hanno messo in piedi la maniera per riuscire a sanarla. 
E a chiudere il cerchio in questo modo Chanel Miller ci arriva confezionando una storia non banale, che manovra argomenti anche scivolosi come quello della discriminazione verso gli immigrati. La famiglia di Magnolia e quella di Iris hanno una storia molto diversa, ma entrambe sono testimonianza di tenacia. Le bambine elaborano personali strategie di sopravvivenza in un mondo non sempre facile. Eppure imparano presto che sì, è vero in quanto immigrate partono da una condizione di svantaggio, ma non sono le uniche a vivere condizioni di disagio. 
Otto milioni di abitanti sono tantissimi, ma anche le più grandi realtà urbane sono costituite di porzioni più piccole in cui le persone riescono a ritagliarsi momenti e occasioni di sostegno reciproco. E in fondo, se le due ragazzine camminano da sole per le strade della Grande Mela, è perché possono contare sulla presenza di una comunità di individui che si conosce e si supporta. 
Non è difficile intravedere, nei modi in cui questa umanità e questa brulicante realtà metropolitana viene descritta uno sguardo ironico dell’autrice, nutrito non meno di profondo affetto. 
Un romanzo per giovani lettori a partire dai 9 anni. 

Teodosia 

"Magnolia Wu e la missione dei calzini smarriti", Chanel Miller (trad. Loredana Baldinucci), Mondadori 2025 


mercoledì 29 gennaio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MUOVERSI LUNGO GLI ASSI CARTESIANI


“La nonna abita molto lontano. La campagna è quasi in capo al mondo. 
Quando ci si sposta da un punto all'altro del mondo, si fa un viaggio” 

Una bambina viene accompagnata dalla madre a prendere il treno. Il lungo viaggio che segue la porterà a casa della nonna. 
Una storia tanto semplice quanto può essere tracciare una linea da un punto di partenza a uno di arrivo, quella stessa linea che in effetti percorre interamente le pagine del libro, sempre da destra a sinistra, sempre a segnare il percorso sulle rotaie, compiuto da un treno a bordo del quale l'unico viso che compare è quello della piccola protagonista. 


Lo spazio e il tempo sono gli assi cartesiani che definiscono il procedere in generale di un'intera esistenza e sono ovviamente la cornice entro la quale si sviluppa anche questo come tutti i racconti. Eppure in questo caso la loro importanza risulta maggiore, tanto che questo albo può essere di fatto considerato una riflessione più ampia di come lo spazio e il tempo possano essere percepiti e vissuti, a seconda dell'età e della situazione contingente attraversata. 
Il formato orizzontale (cm 31 x 18,6) di questo libro è inusuale, viene normalmente scelto nel caso in cui possa fornire un importante supporto alla “narrazione” (esempi celebri sono L'onda e Ombra di Suzy Lee) e in questo caso lo fa sicuramente. La storia si sviluppa lungo il tempo di un percorco ferroviario, al centro della pagina è sempre lo stesso convoglio dalla forma allungata che conferisce all'immagine il senso di uno spostamento veloce, percepito in virtù di un ordine di lettura che va da sinistra a destra e che spinge il lettore a cercare velocemente il seguito nella pagina successiva. 
Viene quasi naturale immaginare le pagine aperte e continue, come in un leporello, che mostri l'intero viaggio dalla bambina, lungo tutti i paesaggi attraversati. La linea dei binari attraversa la pagina sempre in senso orizzontale, perché il punto di vista del lettore è ortogonale alla linea di orizzonte, per cui del treno e dei binari noi abbiamo sempre presente un profilo, mai che ci sia un cambio di prospettiva che consenta per esempio di percepire una curva o lo stesso volume del treno. 
Verrebbe da dire, con linguaggio in uso negli audiovisivi, una sorta di piano sequenza con camera fissa, sempre alla stessa altezza e che si muove proprio alla stessa velocità del mezzo ripreso. Non perdiamo mai di vista il soggetto, mai la sua collocazione precisa e centrale rispetto al contesto, mai ci sfugge il viso della piccola bambina. 


Si parte dai panorami cittadini, affollati, ma nella loro restituzione grafica mai caotici, per passare progressivamente a scenari sempre più distesi. Le tappe sono ben scandite e tracciano con meticolosità i luoghi che solitamente si incontrano nei grandi agglomerati urbani: centro scintillante di vetrine e insegne, periferie man mano meno variegate, ma che nel disegno conservano una nota di ironia sottile (e persino i grandi raccordi autostradali finiscono per assumere l'aspetto di divertenti e tutt'altro che alienanti labirinti).  


Nei luoghi sempre più lontani dal centro ecco che la natura ricompare e la storia scivola in scenari fantastici e il viaggio che la bambina compie non è soltanto verso la casa della nonna, perché per arrivarci deve attraversare dei mondi e incontrare delle creature fantastiche (castelli in bilico su dirupi improbabili, torri di difficile se non impossibile accesso, animali di natura indefinita). 


Germano Zullo e Albertine hanno all'attivo moltissimi libri, di lei abbiamo imparato a riconoscere immediatamente il segno morbido e mai spigoloso, come le qualità pittoriche e cromatiche.
In questa storia invece la scelta va a favore di un grafismo pulito e di una bicromia quasi assoluta (nessun colore a eccezione di quei pochi del treno!). Le illustrazioni sono solo disegnate, la linea non è quindi solo quella che definisce e distingue un convoglio da un altro, ma è in questo albo realmente la protagonista, unica, leggera ed elastica, e definisce un movimento (un tempo) e uno spazio che non ha volume. L'impalpabile consistenza di ogni luogo attraversato da una linea che separa il sopra e il sotto ma che non definisce profondità alcuna permette all'autore di svuotare di concretezza effettiva quei luoghi e di trasformarli in sentieri lungo i quali il pensiero si snoda come il filo di un gomitolo. Un pensiero che, neanche a dirlo, si concentra sul tempo e sullo spazio! Lo sguardo fisso in avanti, totalmente aliena a quello che la circonda, nel suo monologo la protagonista riflette sulla distanza che la separa dalla casa della nonna (che insieme alla propria sono i posti che conosce meglio) e sulle distanze assai maggiori che ha voglia di percorrere durante la sua vita. La sua mente vola lontano, lontanissimo, e con l'audacia incosciente dell'infanzia arriva a includere l'ovunque, il qui e là di luogo esistente. A nulla vale la precisazione degli adulti (“Ma la mamma e la nonna dicono che è impossibile viaggiare ovunque”), perché quello del desiderio è il motore più forte e ora, ora che si è bambini, è l'unico che conta, al di là di qualsiasi ragionevole contestazione. 
D'altro canto se arrivare a casa della nonna significa arrivare in capo al mondo e lei riesce a farlo tranquillamente da sola, cosa può esserci di così strano e impossibile da realizzare nel visitare tutto il mondo?
Che lo spazio e il tempo siano valori relativi e non assoluti l'abbiamo ampiamente appreso, concedere all'infanzia il diritto di esprimerlo può aiutarci a ricordarlo. 
Quella della bambina è una riflessione alternata alle risposte della madre e della nonna. Come in un preciso contrappunto, a ogni pensiero connotato come infantile (nel senso dell'infanzia) corrisponde uno opposto e contrario maturato da un adulto. Ma la libertà della bambina è tutta nell'ammettere l'incomprensione di certe affermazioni, che le giungono come moniti, e l'ambizione di mantenere qualcosa di questo presente che si vorrebbe estendere all'infinito, fino a includere un'intera esistenza, che riesca a conservare il ritmo dell'infanzia come privilegio assoluto. Solo in questo modo la bambina potrebbe arrivare a destinazione nello spazio (dalla nonna e nell'ovunque) e nel tempo (l'età adulta) e riaffermare la propria verità: “Vedete! Vedete che è possibile!” E così anche lei, come la ben nota Cappuccetto rosso, compie un viaggio verso la casa della nonna. 
Qui siamo in Giappone, le distanze sono maggiori, i mezzi notevolmente più potenti. Ma anche qui, come in ogni viaggio che si rispetti, si assiste a una evoluzione, anche qui come nella famosa fiaba, la protagonista vive le tappe della propria crescita in una relazione inevitabilmente stretta con il mandato del mondo adulto in qualche modo disatteso. 

Teodosia

"Linea 135", Germano Zullo e Albertine. (Trad. di Francesca Novajra), Il gatto verde edizioni 2024 
 

lunedì 22 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MAGARI...

Il desiderio di Tricorno, Florence Parry Heide, Edward Gorey 
(trad. Paolo Maria Bonora) 
Bompiani 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Forse non era affatto l'addetto alla lettura del contatore, pensò Tricorno. Forse era un genio. Tricorno aveva letto un sacco di cose sui genii. Vivevano in brocche o in bottiglie finché qualcuno non li liberava. Forse questo genio viveva nella brocca che Tricorno aveva trovato in cortile ed era uscito quando Tricorno aveva tolto il tappo. 
Non voleva chiedergli se fosse un genio, casomai fosse stato l'addetto alla lettura del contatore. Aveva l'aria piuttosto assonnata. Forse era solo annoiato. Leggere i contatori deve essere un lavoro abbastanza noioso." 

Chiarito si tratti di un genio, effettivamente tediato dalla sua routine di esaudire desideri di gente mai vista di cui ignora i nomi e che peraltro non vuole neanche sapere, Tricorno ha tre desideri da esprimere. Due, diciamo così, se li brucia chiedendo una torta e le candeline perché oggi è - combinazione - il giorno del suo compleanno. 


Non sapendo cosa potrebbero regalargli i genitori, Tricorno fa spazio nell'armadio e soprattutto ragiona moltissimo su quale possa essere la terza richiesta, perché si sa che i desideri di un genio non sono mai più di tre. Mentre suo padre gli propina saggi consigli sull'impegno e sulle cose da fare ogni primo giorno del mese, dall'altro spera di essergli stato d'esempio nel cercare di risolvere i problemi man mano che si presentano: nella fattispecie, un insolito rialzo della bolletta del gas con relativa richiesta di un tecnico che venga a controllarne il contatore. 
Al contrario, sua madre ha la testa occupata da due ordini di problemi: smaltire tutti gli avanzi del frigo e acquistare un cappello che sia dello stesso verde del suo nuovo abito. 
Come di norma, il racconto di Tricorno relativo al rinvenimento fortuito della brocca contente il genio, lascia entrambi indifferenti e come di solito anche Moshie, il suo amico, è concentrato sulle sue piccole sventure e non è di alcun aiuto, o addirittura si rivela dannoso per Tricorno nella scelta del terzo e ultimo desiderio. 
Questa è la storia di quella giornata, in qualche modo memorabile e piena di speranza. 

Setacciando il racconto si raccolgono alcune pepite, da far fruttare per chi si occupi di letteratura illustrata per l'infanzia. 
La prima pepita è proprio l'illustrazione. Quanto di più lontano esista dal canone di illustrazione per bambini: figure piccole, piuttosto statiche, rigorosamente in bianco e nero, chiuse in una cornice e attraversate da un catalogo inesauribile di motivi decorativi: dalla carta da parati ai tessuti degli abiti, in una precisione asfittica e maniacale e quasi ipnotica. Talmente lontana da qualsiasi canone, da rivelarsi una scelta provocatoria e rivoluzionaria. Una scelta scomoda, poco accogliente e per questo molto interessante. 


Non so se sia un azzardo pensare questo paragone, tuttavia il Tricorno di Gorey ricorda il catalogo di bambini e bambine di Heidelbach. Pur essendo diversissimi autori, si direbbe che condividano il medesimo gusto per il congelamento temporaneo dell'immagine nell'istante esatto in cui un pensiero diventa gesto, azione. E altresì condividono il gusto per disegnare i loro personaggi con uno sguardo assente, lontano; e ancora, entrambi prediligono la cura del dettaglio. In Gorey più ancora che Heidelbach, complice il bianco e nero, diventa addirittura ossessione geometrica delle superfici e degli spazi. 
Ma questa loro rappresentazione, fredda e glaciale del mondo, quindi scomoda, che inquieta e perturba l'osservatore, preannuncia una precisa scelta di campo, lontana da ogni addomesticamento. Lontana da ogni accondiscendenza nei confronti del pubblico. E questo, direi, preannuncia la seconda pepita. 
Altrettanto preziosa, essa si materializza soprattutto nel testo. Per chiarezza: nella constatazione che tra il mondo degli adulti e il mondo dei bambini esiste una differenza, una distanza anche fisica, così abissale che sancisce in modo indubitabile l'appartenenza a due universi distinti. 


Diversi sono i modi di leggere la realtà, diversi, sono i linguaggi, diverse sono le aspettative, diverse le esigenze. E questo crea inevitabilmente attrito. Con buona pace degli adulti che faticano a prenderne atto e soprattutto a digerirlo e quindi a rassegnarsi serenamente ad avere sempre per le mani questa sabbiolina che inceppa l'armonia di cui vorrebbero circondarsi. 
Parry Heide e Gorey, dunque, ognuno con le proprie modalità, nelle storie di Tricorno, si sono dati il compito di esasperare questa condizione oggettiva, l'incomunicabilità, attraverso il registro dell'ironia, ma è innegabile che il fatto rimanga lì in tutta la sua pienezza. 
Uno dei capitoli del saggio Di cosa parlano i libri per bambini, Giorgia Grilli imposta il suo discorso proprio su questo contrasto, intitolandolo come se fosse un match o un famoso scontro legale da risolvere in tribunale, Kramer vs. Kramer, Adulti vs. bambini


Se è vero quanto sostiene Gottschall ne Il lato oscuro delle storie, ossia che la nostra comunicazione ha come scopo prioritario quello di influenzare le menti altrui, e se è vero ciò che Grilli sostiene, ossia che gli adulti sono 'naturalmente' portati a prediligere i bambini conformi, ossia quelli che si adeguano più in fretta di altri ad assomigliare per forma mentis a un adulto, ecco che con il Tricorno di Parry Heide e Gorey si mette in scena proprio questo: un mondo di adulti cui non interessa comunicare, mettersi in gioco, quanto piuttosto convincere e omologare. 
La terza pepita sta nella descrizione della controparte che Parry Heide e Gorey fanno, ed è Tricorno in persona: quanto di più strutturalmente refrattario al tentativo messo in atto dagli adulti che vogliono portarlo dalla loro parte. 
Il bambino Tricorno, anche in quel suo sguardo imperturbabile, è impermeabile ai consigli paterni, pur non essendo affatto ribelle. 


Al contrario, è educato, paziente, condiscendente in tutte le situazioni (compresa quella che lo vede con la madre al reparto sartoria di un grande magazzino perché lei trovi il suo cappello adatto). In quel suo silenzio che solo un idiota potrebbe interpretare come remissivo, custodisce il suo tesoro più prezioso, che, sediovuole, nessun adulto può sottrargli: la facoltà di immaginare, sperare, sognare. 
Impermeabile alle chiacchiere di padre e madre, impermeabile al fatto che loro in tutta evidenza non lo ascoltano, impermeabile di fatto a tutti gli altri adulti, con cui peraltro non smette di cercare un confronto, Tricorno non cessa neanche per un secondo di sognare un mondo migliore per lui e neanche per un secondo si perde d'animo di fronte al fatto di non essere ascoltato e neanche di fronte alla scelta del terzo desiderio, fatta in tutta fretta. 
Fa spazio nel suo armadio per accogliere i regali che riceverà, magari un televisore tutto per sé, magari. E mangiando le sue prugne di colazione riflette: "magari un cane. Magari in quel preciso momento c'era un cane in cortile, magari perfino un pony. Non gli era mai stato permesso di avere un animale, ma magari i suoi genitori avevano cambiato idea..." Magari.
Per non smettere di immaginare, sperare, sognare non serve un genio...

Carla

venerdì 15 ottobre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PER VOCE E CORO
 
Magari! Rime dei desideri da strillare insieme
Bruno Tognolini, Giulia Orecchia
Camelozampa 2021

POESIA
 
"Magari domani va meglio di oggi
Domani ti aiuto, domani ti appoggi
Se non lo sai oggi domani lo impari
Vedrai che ci riesci...
... MAGARI!"


Ventiquattro 'magari' che vanno strillati assieme per poi lasciarli andare in direzioni anche molto diverse tra loro. Verso la Palestina, verso uno zio anzi tre, verso la maestra, verso cavalieri, vampiri e corsari, verso i compagni di banco. Versi che si dirigono verso qualcosa o qualcuno con la stessa potenza propulsiva che hanno i desideri, ed è per questo che quel 'MAGARI' finale, che li rende fratelli, va detto a piena voce, urlando!
Questo è un buon momento per i desideri.
Dopo il tempo in cui tutti siamo rimasti chiusi in una pentola a pressione, e il nostro orizzonte erano le pareti intorno, il sibilo ha cominciato a uscire e adesso si è fatto sempre più forte. Ora possiamo permetterci di mettere fuori la testa, il fischio e la voce e soprattutto possiamo di nuovo guardare in avanti e ricominciare a desiderare.


Il tono di questo libro è doppio.
C'è una voce singola, bassa o alta che sia, che dice parole che suonano, che vanno in una direzione precisa, parole che portano ritmo e che portano senso. Poi c'è un brevissimo silenzio, dato da quei puntini di sospensione. Fondamentale che quel vuoto si crei. Deve permettere alle nostre teste di avere il tempo di dare una forma a quel desiderio. È necessario per farlo diventare condiviso.
Poi esplode la voce di tutti, la voce del coro che è più forte perché è di tanti.
 
 
Può salire in acuto o scivolare di poco verso il basso, a seconda della capacità dei coristi di dimostrare la loro fiducia.
Come tutti i libri che contengono rime, in particolare quelli di Bruno Tognolini che delle sue filastrocche diffonde il suono molto più spesso che il segno, hanno bisogno di voce.
Questo Magari! , pensato inequivocabilmente come un gioco tra voce e coro, dove a quest'ultimo viene affidato il ritornello - quel 'magari' che tiene cucito insieme il tutto perché ricompare a ogni inizio e a ogni finale - si direbbe generato in uno degli ambienti più vitali in cui Tognolini interagisce con i bambini: il festival di Cagliari, Tuttestorie, di cui entrambi - Bruno e i bambini - costituiscono l'anima più profonda e autentica.
 

Ai bambini di Cagliari, ma anche quelli dei mille posti in cui è andato e si è fermato, la sua voce è nota e risuona familiare, come è familiare per tutti quei grandi che almeno una volta l'hanno sentita rimare: è bassa, piena di ritmo, piena di pause, con il tempo si è fatta anche leggermente rasposa, ma inconfondibile con quelle sue e chiuse e o aperte.
Il Qcode finale -se inquadrato a dovere- rende sonoro il libro di carta. E lì si potrà ragionare e fare l'esegesi riguardo alle diverse intonazioni che i bambini del coro danno alle loro partiture di 'magari' e si potrà interiorizzare una volta di più la voce scandita di Tognolini che dice.
I ventiquattro desideri, seppure non tutti di uguale spessore, spaziano dal regalo di compleanno, alla pace in Palestina, dalla cura del pianeta al lavamano di calamari fritti, dai cimiteri nel mare a una maestra migliore. Tutti dimostrano la leggerezza richiesta, senza mai lasciare indietro il senso. Alcuni suoneranno più affini alle sensibilità dei più grandi, altri avranno il pregio di stamparsi nella memoria dei piccoli.
A contrappuntare le rime ci sono le tavole coloratissime di Giulia Orecchia, già veterana compagna di diversi altri libri di versi. Di rado i suoi disegni fluttuanti invadono lo spazio del testo, ma quando lo fanno è un piacere per gli occhi e quando hanno il sopravvento anche sul fondo color pesca si rimpiange il fatto che non accada più spesso.
 

Spetta al disegno, ovvero alla direzione che esso prende sul foglio, il determinare il posto delle rime, talvolta a destra, talvolta nella pagina di sinistra: loro si adeguano. Ma il disegno è altrettanto capace di farsi più discreto di fronte all'emozione che genera il testo e a saper cogliere dei piccoli dettagli da espandere in quei casi in cui cadere nel didascalico sarebbe a un passo. Vivace e movimentata, anche se meno plastica, e più prudente nell'invasione del foglio e nel ricorrere alle texture, di quanto non lo sia stato Eric Carle, Giulia Orecchia come lui è immediatamente riconoscibile e come lui del colore fa la sua bandiera che sventola con rara sicurezza.
Il vestito di questo libro è insolito: grande, quadrato, con copertina rigida. Per noi che Tognolini siamo abituati a metterlo in tasca...


Carla

venerdì 19 maggio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


CIAO, TU

Yeti, Taï-Marc Le Thanh, Rebecca Dautremer, (trad. di Guia Pepe)
Rizzoli 2017


ILLUSTRATI

"Ci penso ogni giorno.
E ogni notte.
A volte mi chiedo cosa potrei dirgli se lo incontrassi.
'Buongiorno'? Anzi, 'Buongiorno, Signore'?
E se fosse meglio non dargli troppa confidenza?
Gli stringerei la mano. O lo saluterei con un bacio?"

Appoggiata alla ringhiera del balcone della sua casa verde speranza, questa ragazza pensa sempre a lui, allo yeti. E lui, acciambellato, è al portone. 


Mentre si interroga sul suo aspetto, sulle sue abitudini e confessa a se stessa il desiderio di incontrarlo ed è già lì a progettare il viaggio, con cartine e guide dei luoghi, lui gigantesco è nell'ombra dietro di lei che sbircia la mappa.


Durante il viaggio in treno che la porta ai piedi di una grande montagna, lui occupa due sedili più in là. Come guida, la ragazza ha un bimbetto e un cane, che - al contrario di lei - lo yeti e la sua incombente ombra li vedono e forse li temono. L'attraversata nel bosco, la risalita in teleferica, sono sempre controllate a vista dal grande yeti che neanche per un secondo la lascia sola in questo suo lungo e pericoloso viaggio...


Arrivare in vetta è impresa ardua, forse impossibile se non ci fosse una grande mano che la sostiene nei momenti di vuoto.
E, arrivata caparbia, in cima il suo desiderio si trasforma in trepidazione: un breve richiamo Uh, uh, Signore? e poi l'attesa che la tiene sospesa là in capo al mondo (dove non ci si può spingere oltre). Quindi la decisione di attendere quanto sarà necessario e il magnifico presentimento, quasi una presenza avvertita. Non resta da fare altro che contare fino a tre e poi voltarsi: uno... due... tre...


Un libro sull'amore, sul primo amore, che colpì molte generazioni di lettori fu Ciao, tu. Scritto a quattro mani da Piumini e Masini, la storia di Michele e Viola che tra i banchi di scuola si indovinano, si scoprono si sanno, diventa libro di culto in pochissimo tempo perché racconta la bellezza nel gioco ideato tra i due che 'ufficialmente' non si conoscono e riconoscono, ma nella ricerca si scoprono a poco poco con una lenta seduzione fatta solo di parole. Il libro di Piumini e Masini, meraviglioso in ogni sua parte, consta di un finale che tanto ricorda quello pensato per Yeti. Il presentimento di qualcuno alle spalle, il contare uno, due e tre e alla fine girarsi e scoprirsi. Dare un viso all'amore, dare un viso alla propria felicità di quel momento.
Ancora una volta sono qui a dire che non credo sia un caso questa analogia così stringente. Analogia che mi permette di proporre una lettura, una delle tante possibili di questo nuovo libro della coppia Le Thanh-Dautremer, in chiave metaforica.
E ancora una volta sono qui a dire che un filo narrativo che potrebbe sembrare sottile si rivela al contrario fortissimo e pronto a tenere insieme legami inaspettati e fertili.
 

La figura mitica dello yeti può essere un pretesto, un meraviglioso pretesto, per ragionare sul significato che ha la ricerca, e nella fattispecie la ricerca dell'altro, le molte incognite di cui è disseminato il percorso, il traguardo, nella fattispecie verso l'amore, sia esso il più tenero ed effimero 'primo amore', sia esso quello più consapevole che vorremmo 'per sempre'.
Sempre di viaggio si tratta, viaggio interiore, sempre da mille domande è scandito, sempre di inarrivabile conquista ha il carattere. E non sono forse questi gli elementi che Taï-Marc Le Thanh mette in bocca a quella fanciulla intraprendente e sognatrice? Non è forse la ricerca dell'altro, o più in generale la ricerca della felicità, per gran parte creata da una nostra costruzione che con il mito ha molto a che fare? E dunque lo yeti ne può essere incarnazione leggendaria, se davvero in nepalese significa 'quella cosa là'?


Che la Dautremer abbia colto l'occasione offertale dai molti non detti del testo per creare a sua volta un gioco visuale con prospettive, ombre, dettagli che dichiarano il tono 'sospeso' del racconto mi pare evidente. Personaggi che sono disegnati e non vengono visti, valigie che cambiano di colore a ogni pagina, paesaggi irreali, picchi scistosi o cairn megalitici per acrobati esperti sono tutti elementi che contribuiscono a dare un profilo onirico all'intera vicenda.
In una rinnovata, quanto armonica sensibilità cromatica che predomina in chiave puramente estetica su ogni tavola.
Insomma, gran bel libro.

Carla

lunedì 7 settembre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DEL DESIDERIO
La storia del mantello magico, L. Frank Baum, Aurélia Fronty
(trad. Marianna Cozzi)
Donzelli 2015



NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"'Che ne dite di tessere un mantello magico?' propose Espa, una dolce fatina che non aveva ancora parlato. 'Un mantello? Certo! Potremmo tesserlo facilmente' ribatté la regina. 'Ma che tipo di poteri magici dovrebbe avere?' 'Chi lo indosserà vedrà esaudito all'istante ogni desiderio' disse Espa in tono allegro."

Le fate, come in tutte le notti di luna piena, si erano riunite nella radura di una foresta magica per danzare, ma la regina Lulea e le sue ancelle sono annoiate dal ballo. La noia porta spesso buone idee e le fate decidono di creare qualcosa di magico: un cappello? già fatto. Un paio di stivali? già fatto anche quello. Trovato: tessere un mantello magico che possa esaudire un unico desiderio, il primo, a patto che la persona che lo indossa in quel momento non lo abbia rubato. Ora resta solo da decidere a chi regalarlo. L'omino della luna, interpellato dalle fate, così sentenzia: alla prima persona infelice che incontrerete. I felici non hanno bisogno di nessun mantello! 

 
Un infelice effettivamente c'è sul percorso della fata addetta alla consegna ed è Margherita, detta Fiocco, una bimbetta appena orfana che con il suo fratellino Timoteo, detto Lallo, è in cammino verso il grigio destino che ha riservato per loro la zia Rivetta, lavandaia a Notopia, capitale di Nolandia.
I tre si stanno dirigendo verso la città, ma bambini e asini vanno lentamente così, costretti a fermarsi nel fienile di una locanda, vengono intercettati dalla fata che consegna solennemente a Margherita, e solo a lei, il mantello magico.
Quale può essere il principale desiderio di una bambina triste? Essere di nuovo felice, ed è proprio quello che quasi inconsapevolmente, con il mantello sulle spalle, Margherita si augura.
Il gioco è fatto! Il sole torna a splendere per Margherita che smette all'istante di essere malinconica. A volte la felicità può essere contagiosa e anche Lallo pensa tra sé che forse non sarà poi così male la sua nuova vita a Notopia... E ancora non sa cosa lo aspetta quando, per quarantasettesimo, quella mattina varcherà la porta orientale della città.


Io lo so cosa sta per succedere a Lallo (e siamo solo a pag. 32), ma non lo dico. Nel successivo centinaio abbondante di pagine accadono un mucchio di cose, come è la norma nei racconti di Lyman Frank Baum. Gli ingredienti sono quelli della fiaba, intesa come fiaba moderna, lontana dalle crudezze della tradizione classica. Primo fra tutti, la magia, una magia di partenza che funzioni da 'miccia' per la narrazione successiva. E poi ancora l'avventura, intesa come percorso di crescita, ovvero una serie di vicende e peripezie che il/i protagonisti hanno di fronte a sé, in sintesi le molte prove che devono superare. Ancora dalla fiaba derivano le tipologie dei personaggi: eroi, nemici, donatori, aiutanti, mandanti...
In una galleria di personaggi strepitosi, primi fra tutti i Consiglieri del re di Nolandia, narrati nei loro dialoghi come se anticipassero le comiche degli anni Trenta, il ritmo è saltellante, allegro, divertente. Divertente e ironica - e in questo la traduzione italiana di Marianna Cozzi è perfettamente all'altezza soprattutto nei nomi dei personaggi, da Manforte, Manbassa, Manovaldo, Manolesta e Giucco fino ai Rudi-Rolli - è l'onomastica e la toponomastica del racconto. A Italo Calvino sarebbero entrambe piaciute tanto, e, chissà, che forse non ne siano anche inconsapevole eco o dichiarato omaggio.

Considerato dallo stesso Baum e dai critici dell'epoca la sua migliore prova d'autore, La storia del mantello magico (in originale Queen Zixi of Ix, Or the Story of the Magic Cloak), è una gioia da leggere, per la sua leggerezza e scorrevolezza nel narrare una fiaba sulla potenza del sogno e il senso del desiderio, raccontato con uno sguardo curioso, stupito e 'sconfinato', come è quello dei ragazzini. Il desiderio che, se portato all'esasperazione, è laccio che ci lega.
"Desideriamo quello che non possiamo avere, e lo vogliamo non tanto per trarne beneficio, ma perché rappresenta qualcosa di irraggiungibile..."
Parola di Regina Zixi.
Ma è anche una gioia averlo tra le mani, nella preziosa prima edizione italiana curata da Donzelli per la sua collana Fiabe e storie. Dalla carta spessa e porosa al tatto, alle tavole di Aurélia Fronty, ad evidenza, l'illustratrice delle 'fate' per questa casa editrice (spero vi sia passato tra le mani Filo di fata, 2009).
Desideratelo, come me.


Carla

lunedì 25 agosto 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MAI DIRE MAI
 
Gli invitati, Bernard Friot, Magali Le Huche
Edizioni Clichy 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Elena ha una grande casa: cucina, sala da pranzo, nove camere, una cantina, una soffitta. E un galletto-banderuola sul tetto.
D'estate, Elena ha sempre molti invitati. Prima che arrivino, lei ridipinge le camere, cambia la tappezzeria, i mobili, l'arredamento."

Essere ospitali è arte rara. Elena sa come si fa e quindi arreda ogni stanza secondo gusti ed esigenze dei suoi ospiti. Ed è per questo che alla ballerina dell'Opera fa trovare luci soffuse, cuscini di piuma e lustrini. Al contrario, per Ettore, amante delle arti marziali, allestisce un ambiente robusto, fatto di acciaio temperato, legno e mattoni. 


A Rosetta che è romantica riempie la camera di cuori che tappezzano anche le pareti. Nella camera assegnata a Ludovica che ama il verde mette piante in ogni angolo e a Oscar, amante della Formula Uno, fa trovare un poster con il suo campione preferito.


Tanta delicatezza di pensiero si infrange nel momento in cui arrivano gli ospiti.
Ognuno di loro dovrà trovare la propria stanza e...detto fatto in due minuti tutto arrivano alla camera dei loro sogni.
Ma, c'è un ma...


In un gran paginone l'accogliente casa di Elena è vista nel suo insieme e dalle nove finestre (tre finestre per ognuno dei tre piani) si affacciano i suoi ospiti. Mi pare evidente che da un libro di Bernard Friot e di Magali Le Huche non ci si possa aspettare che le cose vadano come previsto: infatti nella camera dalle luci soffuse è andato Ettore il karateka, nella camera tutta a cuori ci dormirà Oscar, l'amante della velocità, e Rosetta, quella romanticona, ha scelto la stanza piena di piante.
Insomma, nessuno degli ospiti è andato a dormire nella stanza preparata ad hoc, ma tutti hanno preferito qualcosa di diverso, di insolito. Elena stessa, nel raggiungere a tavola i suoi amati ospiti, si presenta in modo del tutto inatteso. Lei che fino ad adesso ci è apparsa vestita in modo dimesso, con i capelli raccolti in una crocchia e occhialini sulla punta del naso ora è quasi irriconoscibile nel suo look da...
A voi stupirvi per l'ennesimo colpo di scena. 



Potenza dell'albo illustrato, laddove immagine e parola si compenetrano a tal punto da creare un quid ulteriore. Bellissima l'idea di Bernard Friot e Magali Le Huche in assoluta sintonia- che ci raccontano una grande verità dell'animo umano con la loro consueta leggerezza e ironia: mai dire mai, nella vita! Quanto sarebbe più saggio per ognuno di noi lasciarsi aperta la possibilità del cambiamento, e non chiudersi in una immagine convenzionale. Evviva se una romantica maialina decide di indossare il kimono da karateka o un pilota decide di tenere in testa un berretto con un cuore e una rosa tra le labbra.
Ecco il senso ultimo che leggo tra le righe di questo bell'albo: ognuno cerchi di essere sempre se stesso e trascuri le convenzioni che lo vorrebbero legato a un qualsiasi cliché. Un inno alla libertà di scelta, in barba a qualsiasi aspettativa da parte degli altri.
Inguaribile, mi continuo a stupire nella constatazione di quanto l'albo illustrato possa essere ideale terreno di incontro di più teste pensanti. Nel caso de Gli invitati il gioco raffinatissimo e lieve tra parola e immagine, costruito su continui rimandi, lascia basiti e cattura, a sua volta, il lettore in un intelligente e stimolante ragionamento fatto di 'incastri' perfetti quanto inattesi.
Provare per credere!

Carla

mercoledì 12 marzo 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUASI TUTTO, MA NON TUTTO
Cose che capitano, Isol
Logos edizioni 2014



ILLUSTRATI per MEDI (dai 6 anni)

"Se avessi i capelli lisci sarei più carina
e invece no.
Se avessi un cavallo andrei a scuola al galoppo
e invece no."



Bambini e desideri, che coppia!
Intendiamoci, non che da grandi si smetta di desiderare, però la maggior parte delle persone impara a regolare 'lo sfiatatoio' del desiderio in base alle molte variabili che ci mette davanti la vita...Un bambino, no. Lui ha lo sfiatatoio con apertura massima. E meno male.
Questa bambinetta, infatti, è lì che vorrebbe, vorrebbe, vorrebbe e le capita un'occasione più unica che rara: le si palesa davanti un genio (brutto assai, va detto) che le comunica che, visto l'alto numero di desideri da lei espressi nell'ultimo mese, ha diritto ad esprimerne uno, e soltanto uno, che lui in persona esaudirà, seduta stante.


Uno? Solo uno? Quale scegliere? Scatta a questo punto la sensazione che ogni 'desideratore professionista' conosce assai bene: il panico da scelta. E se dimentico? E se mi pento? E se mi rimbecillisco mentre scelgo? AIUTO! Ma la soluzione è lì a un passo, basta volere TUTTO! Purtroppo nel catalogo del genio questa parola manca: timpano, topo, torta, triciclo...C'è quasi tutto, ma non Tutto! Quindi, vista la fretta, il genio decide di darle ciò che ha sottomano, un bel coniglio grigio. In fondo è carino, anche se, magari, se fosse stato azzurro...



Isol, Isol, fortissimamente Isol.
Quando l'anno passato seppi che aveva vinto il premio Astrid Lindgren, fui molto contenta perché a me lei è sempre piaciuta molto, anche quando in Italia erano in pochi ad apprezzarla e i suoi libri circolavano quasi solo in Latino America.
Di Isol apprezzo lo sguardo disincantato, alle volte persino cinico, con cui racconta i molti limiti dell'umana specie. Sempre graffiante, come sono anche i suoi disegni, lontani da ogni leziosità, di lei mi piace la prospettiva di lettura del mondo. Il suo umorismo, talvolta anche amaro, rende le sue storie inaspettate, destabilizzanti. E in questo senso i suoi libri aprono sempre scenari nuovi su cui ragionare con i bambini.
Con un segno di matita che va veloce, che il più delle volte appare impreciso, riesce a mettere sul foglio sempre grandi temi. Lo spunto di partenza è sempre una risata, ma poi, come se la sua matita fosse un bisturi, taglia in profondità a voler guardare senza paura ciò che c'è dentro, senza mai distogliere lo sguardo.
E a proposito di sguardo, in quello di Isol mi pare di vedere il guizzo imprendibile e scanzonato di una ragazzina un po' monella, quale credo che lei sia.

Carla