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venerdì 5 febbraio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VOCAZIONE AD ACCOGLIERE
 
Storia di una valigia, Núria Parera, María Hergueta,
(trad. Sara Margherita Cavarero)
Beisler, 2021


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni)


"Magí sapeva tutto delle sue vacche. Se muggivano di tristezza, di fame o di gelosia. Sapeva - gli era sufficiente un colpo d'occhio - se il vitello appena nato sarebbe stato forte e sano. Quello su cui invece Magí non sapeva tanto fare era dire a sua figlia 'mi mancherai'. Maria si sarebbe sposata quella domenica e avrebbe lasciato la casa famigliare per andare a vivere con suo marito molto lontano. Troppo lontano. Ecco perché Magí le fece il più bel regalo del mondo: una valigia di pelle, confezionata con le sue stesse mani."


Questa valigia parte con Maria che va a lavorare in fabbrica come operaia tessitrice. La valigia finisce sotto il letto a conservare erbe medicinali e una manciata di terra portata via da casa. Il tempo di Maria, tra figli e fabbrica, è sempre meno e la bella valigia fatta dal padre viene dimenticata. 
 

Fino al giorno in cui lei la regala a Salvador che nel paese di Maria aveva portato una fantasmagoria: il cinema in piazza. Con Salvador la valigia si ferma quando si ferma la bicicletta. Tra i filari di uva lui trova l' amore e smette di girare con le sue proiezioni per occuparsi della vigna di Ángela. La valigia passa nelle mani di Joan il nipote di Ángela che scappa dalla guerra e cerca fortuna a Barcellona. 
Poi serve alla migliore amica di Joan, Violeta, in fuga dalla guerra civile, diretta in Francia...Poi la valigia diventa culla di una neonata, emigra con lei in America per scappare dalla persecuzione e poi diventa di nuovo valigia di quella bambina diventata ormai grande, una musicista pacifista. Poi in qualche modo la valigia torna verso casa per approdare a Ibiza e diventa la valigia di un fotoreporter. Abbandonata da Bru perché troppo vecchia, viene invece conservata da Lola proprio perché così vecchia. Il suo ultimo viaggio - chissà - lo fa verso Oriente e forse diventerà la valigia per contenere tutto ciò che possiede chi è costretto a scappare dalla povertà e dalla guerra, in cerca di una vita migliore. Le migrazioni non si possono fermare.


Il punto di vista è insolito e per questo è degno di interesse. Si tratta di pedinare, seguendo il destino di questo oggetto, i diversi passaggi di mano in mano, i viaggi, gli spostamenti, i diversi utilizzi che le persone ne hanno fatto. Una valigia, si sa, porta in sé un bel po' di simbolismi che anche in questo racconto vengono a galla. Se dovessimo riassumere i vari passaggi che questa valigia fa, potremmo dire che la sua funzione è quella di tenere assieme pezzi di vita e, in linea generale, conferma di volta in volta, a ogni successivo cambio di proprietario, la sua vocazione di contenitore accogliente e protettivo.
 

Su questa questione, la Parera costruisce anche qualcosa d'altro. La valigia non è solo simbolo del movimento nello spazio, ma diventa anche un vettore che attraversa il tempo. Per essere chiari, un lasso di tempo ben più lungo di quello che può essere il viaggio di una vita. In questo suo lunghissimo peregrinare lei è muta testimone di piccole o grandi porzioni di vita di successive persone, ma lo è anche della Storia quella con la maiuscola. In dettaglio, e qui si rende necessaria una mappa ragionata a fine libro dei singoli fatti storici che, per un pubblico di bambini e bambine italiane, non sono così immediati, almeno non quanto lo potrebbero essere per bambini e bambine spagnole. Infatti per i tre quarti del racconto è la storia e il contesto culturale della Spagna a fare da sfondo. 
 

Tuttavia si rivelano non poche le contingenze con quella che è la nostra storia italiana. La migrazione dalle campagne verso le fabbriche è stata fenomeno dell'intero continente. Lo stesso può dirsi riguardo a chi è fuggito dalla povertà, dalla guerra, dalla persecuzione razziale. Idem per il fenomeno della protesta pacifista.
Il destino della valigia, va da sé, si lega inesorabilmente non solo allo spostamento, ma al fenomeno della migrazione, ovvero dello spostamento per necessità. Da quella di Violeta che fugge dalla guerra e dalla persecuzione, fino a quella di Haya e Alì che aspettano in un campo profughi di Lesbo che anche per loro arrivi il momento di una vita dignitosa.
Se dal punto di vista dei testi, la cura non è sempre impeccabile, al contrario è molto ricercata l'impostazione grafica e i bei disegni  rigorosamente in B/N e rosso.
 

Salvo rare eccezioni, a ogni pagina con un testo che si esaurisce sempre in poche righe, corrisponde un'immagine a piena pagina, di norma sul piatto di destra in cui il rosso assume funzione narrativa esso stesso, punteggiando -  in una composizione molto controllata - il lato emotivo dell'immagine: le cuciture della valigia, i papaveri del campo, il sangue dei morti, la coperta della piccola, le unghie smaltate di Lola. E naturalmente, il cannocchiale di quel bambino a Lesbo che guarda il futuro, il suo meritato futuro, al di là del mare...
 
 
Carla

venerdì 30 marzo 2018

ECCEZION FATTA!


TERRÁNEO


Ed eccolo qui, il libro scelto girando fra gli stand degli editori stranieri: Terraneo, di Marino Amodio e Vincenzo del Vecchio, per la spagnola Edelvives.
Il Mediterraneo come culla di civiltà diverse, come luogo di scontro e come mezzo di intensi scambi, culturali e commerciali; luogo chiuso, ai cui confini si ergevano le mitiche Colonne di Ercole, luogo aperto dove tutto si può confondere e mescolare.
E se fosse esistito un tempo mitico in cui il Mediterraneo fosse fatto di terra, fosse un’isola circondata dal mare, oltre il quale si estende un mondo ignoto?
Su questa suggestivo spunto i due giovani autori costruiscono un albo affascinante, in cui questa rocciosa isola persa nel mare è abitata dalle stesse genti e le città che ora conosciamo sono come avamposti sul territorio sconfinato del mare. 


Gibilterra, Scilla e Cariddi, Venezia, curiose rocche a forma umana, sono rappresentate con ardite architetture barocche, che solo alla lontana richiamano le forme future di quegli stessi luoghi.
Bella prova d’autore, tecnicamente notevole, con un’invenzione davvero originale su qualcosa di molto conosciuto e dalle valenze molto contraddittorie, il mare Mediterraneo su cui si affacciano tre continenti e molteplici culture.


Penso che lo vedremo presto in Italia e questa è una buona notizia. Per chi volesse farsi, intanto, un’idea ecco il video.

Eleonora

“Terraneo”, M. Amodio e V. Del vecchio, Edelvives 2017



sabato 9 gennaio 2016


VIVERE CON UN MAESTRO TURRONERO
Quando una è fortunata, è fortunata! Non si ammettono discussioni in merito.
Avere un marito che gira spesso nei pressi della Spagna ha i suoi vantaggi e se poi il suddetto marito è anche un po' leccuccio è ancor meglio. Ma se addirittura il suddetto marito - all'urlo di E' FINITOOOO IL TORRONE!! - non si perde d'animo ed è in grado di preparare all'istante un analogo turron blando, clone di quello appena finito, portato dal suo ultimo viaggio a Barcellona...bene in questo caso la fortuna rasenta la sfacciataggine! 
A tal punto perfetto che casa nostra meriterebbe il bollo IGP.
Qui la sua ricetta, frutto di uno studio lungo e accurato, pieno di calcoli e di proporzioni, fatto leggendo l'etichetta del turron blando d Jijona, prodotto IGP della provincia di Alicante, Spagna.


Ingredienti
300 gr di mandorle di Avola
70 gr di miele
70 gr di zucchero
mezzo tuorlo d'uovo montato a neve ferma

Per prima cosa accendete il forno a 150° e mettete a tostare le mandorle ben stese su un foglio di carta forno per almeno un quarto d'ora, comunque finché non cominciano a brunirsi.
Quindi aspettate che si freddino, quindi frullatele tanto da ottenere una polvere. Se le avrete tostate a dovere, la polvere rilascerà molto dell'olio delle mandorle e ciò che estrarrete da frullatore sarà una poltiglia piuttosto unta.
Nel frattempo montate a neve ben ferma la mezza chiara d'uovo nel frullatore, che avrete lavato e asciugato a dovere, dopo aver frullato le mandorle.
Quindi scaldate in padella il miele con lo zucchero fino a che lo zucchero non si sia sciolto del tutto, quindi aggiungete molto lentamente e un po' alla volta la chiara montata, con lo zucchero e il miele, nella padella medesima fino a far diventare il composto una cremina marroncina. 
Per ultima aggiungete la polvere di mandorle e girate con un cucchiaio di legno fino a che la cremina non diventi una palla oleosa tutta attaccata al cucchiaio. 
Fatto! Ora spalmate, in un contenitore piatto, foderato di carta forno, il composto e schiacciatelo con cura fino a fargli raggiungere uno spessore uniforme di un centimetro circa. Ora mettetelo a freddare in frigo. Da freddo, potrete tagliarlo a cubetti, a strisce, a dadini che potrete chiudere in piccoli pezzi dell'immancabile carta forno, come se fossero caramelle.
Per l'incolumità di ognuno, consiglio di tenere il turron blando in frigo. Questo, con lo scopo di interporre tra voi e lui una serie di diaframmi che ne rallentino il consumo, che altrimenti sarebbe smodato e fatale.

Carla

sabato 31 ottobre 2015


EL SALMOREJO CÓRDOBES, receta casera.

Ancora sulla scia andalusa, un altro piatto che mi sono portata indietro dal mio viaggio nel Sud della Spagna.
Lo abbiamo provato a Siviglia, in due delle sue varianti, lo abbiamo rimangiato a Granada e infine anche a Carmona, un villaggetto a meno di 50 chilometri dall'aeroporto di partenza.
Ne ho collezionato diverse varianti, ma qui pubblico la ricetta base, quella casera.
Devo correre nel pubblicare la ricetta perché è un piatto piuttosto estivo, ma, visto che i pomodori sono ancora belli rossi, belli maturi, io ci provo.


Ingredienti
mezzo chilo di pomodori Piccadilly, belli succosi e piuttosto maturi
100 gr di pane duro
100 ml di olio extra vergine d'oliva
1 spicchio d'aglio
sale (mezzo cucchiaino)

Tagliate a pezzi il pane che deve essere duro di almeno tre giorni e mettetelo in una ciotola.
Quindi mettete sul fuoco una pentola di acqua e quando bolle spegnete e buttateci per 30 secondi i pomodori che nella sua estremità avrete inciso a croce con la punta di un coltello (serve per facilitare la pelatura).
Toglieteli e buttateli nell'acqua gelata in modo che non continuino a cuocersi. Pelateli e tagliateli a pezzetti sopra il pane, aggiungete un mezzo cucchiaino di sale perché buttino fuori liquido che vada a intridere il pane.
Lasciate riposare per mezz'ora, rimestando ogni tanto. Aggiungete uno spicchio (ma anche mezzo per i più pavidi) d'aglio tagliato a pezzetti e privato della sua anima.
Quando il pane risulta tutto ammorbidito e perfettamente amalgamato con il pomodoro, aggiungete l'olio e versate il composto nel frullatore e fate frullare finché non è cremoso al punto giusto.
Versate in ciotole di coccio e lasciate raffreddare in frigo per almeno un'ora.
Può essere mangiato puro, oppure guarnito in vario modo: le due più consuete varianti sono con il bianco di un uovo sodo sminuzzato, per i vegetariani, o con tocchetti di prosciutto crudo, per i carnivori.
Indovinate quale dei due era il mio?

Carla

domenica 25 ottobre 2015

BERENJENAS FRITAS CON MIEL DE CAÑA

Non puoi essere stato a Siviglia, Córdoba e Granada senza esserti portato via come ricordo il sapore delle berenjenas con la miel de caña.


L'incontro: in un piccolo ristorante di Triana, il quartiere zigano di Siviglia, al di là del fiume e un po' fuori dai percorsi turistici consueti, prima sera della nostra breve vacanza.
La tradizione di famiglia vuole che non si debba mai - e dico mai - chiedere al cameriere spiegazioni circa il piatto ordinato. E quindi assumersene i rischi e mangiare senza lamentarsi. Questo in passato ha comportato non pochi incidenti, tra cui il più famoso fu ordinare callos por primero. A voi scoprire cosa è callos e immaginare come fu mangiarlo come primo....
Ora il nome berenjenas non ha nulla di esotico alle nostre orecchie, si tratta di melanzane. L'esotico è nel miel de caña. Si tratta di melassa, ovvero di un prodotto simile al miele, ma più scuro che deriva dallo zucchero di canna.
Va da sé che ne abbiamo anche provato una versione a Granada, che, però ci ha convinto meno, perché le melanzane erano tagliate sottilissime, come patatine, e quindi si sentiva molto il sapore del fritto (benedettissimo!) e troppo poco quello della melanzana.

Ingredienti
2 melanzane nere
farina (o farina di riso)
olio di semi di arachidi
melassa
sale
un sacchetto di carta del pane

Mettete in una ciotola dell'acqua fredda e del sale e immergetevi le melanzane tagliate a rondelle alte più o meno mezzo centimetro. Lasciatele a mollo per mezz'ora quindi scolatele e asciugatele con cura.


Mettete in un sacchetto di carta del pane un pugno di farina (o farina di riso se volete un fritto ancora più leggero) e un po' delle fette di melanzane. Tenete chiuso il sacchetto con le mani e scuotetene il contenuto in modo che le fette si infarinino. Procedete con le altre fette nello stesso modo.

Nel frattempo mettete in un pentolino di acciaio non troppo grande, ma profondo, mezzo litro di olio di semi di arachide e fatelo scaldare fino a che, infilandoci uno stuzzicadenti di legno, non si formino le bollicine intorno ad esso. Friggete quindi un paio di fette di melanzane per volta, avendo cura che siano completamente ricoperte di olio durante la cottura che deve essere breve.


Mettetele su una carta che le assorba l'eccesso di olio eventuale e poi in un piatto, salatele leggermente e versateci sopra la miel de caña, o melassa, che dir si voglia.

Carla

mercoledì 22 agosto 2012

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


UN REGALO DEL CIELO, Gustavo Martín Garzo, Elena Odriozola
SM, 2007

ILLUSTRATI



"No es normal que se pierda un bebé.
Es verdad que las mamás suelen ponerse
un poco nerviosa cuando lo tienen, y pierden el bolso, el teléfono móvil o hasta la cabeza,
mas raras veces a su bebé."

Ma quel giorno era un giorno speciale. Ben due mamme persero il loro piccolino: una mamma umana e una mamma pecora. Il fatto era che, così stanche per il gran lavoro che avere un bambino comporta, entrambe si erano addormentate. Alla mamma umana, assopitasi su una panchina del parco, sfuggì la carrozzina che scivolò nel ruscello e cominciò a navigare con la corrente. La mamma pecora, invece, si addormentò tra i giunchi e il suo piccolo si allontanò inseguendo una libellula che lo condusse fino alle porte della città.
Le mamme, svegliatesi entrambe di soprassalto, ebbero un bello spavento nel non veder più i loro piccoli. Li cercarono dappertutto, in lungo e in largo, ma il caso volle che ciascuna ritrovò solo il piccino dell'altra: la mamma umana trovò l'agnellino, la mamma pecora, il bambino. Dei rispettivi figli, nessuna traccia.
Ma un piccolo fa comunque tenerezza; così, entrambe, a gran distanza l'una dall'altra, decisero che per consolazione si sarebbero tenute il cucciolo. L'agnellino, nella casa di città, era molto contento della sua nuova mamma quanto il bambino, nel prato di erba alfa alfa, era felice con la sua mamma pecora.

Questa è la prova provata che piccoli e mamme sono fatti per stare assieme, non importa la specie, la razza cui appartengono. E sarebbe bello che più spesso capitassero questi scambi. Per esempio il piccolo della mucca potrebbe ben passare qualche giorno con mamma elefante e il micetto con mamma scrofa, un passero con un gruccione tutto colorato. Se ciò succedesse, ciascuno potrebbe capir meglio come vivono gli altri. Però passar del tempo lontano dal proprio piccolo è ben altra cosa che darlo via per sempre...

Infatti, un bel giorno un pastore che vide la pecora con il bambino chiamò subito la mamma umana perché se lo venisse a riprendere e quando questa li incontrò si rese conto che il piccolo agnello che lei aveva allevato altri non era che il cucciolo di quella pecora che si era dimostrata tanto premurosa con il suo bebè.
Prima di separarsi e di riprendersi i rispettivi figli, le due mamme si ripromisero di vedersi ancora, ma le vite così diverse le tennero in realtà lontane...
Ci si chiede allora se con il tempo si dimenticarono dei loro altri bambini, quelli che avevano allevato con amore per un po'...
No, non lo fecero: ai piccoli 'prestati' mandavano spesso un pensiero e con malinconia si dicevano fra sé che con loro se ne era andato anche un pezzo del proprio cuore, questo perché tutti i bambini del mondo sono un regalo del cielo. E nelle stanze di una casa di città si poteva udire, talvolta: "Che carino che sei, hai gli occhi dolci come un agnellino....", mentre nell'ovile si poteva sentire: "Che meraviglia, sembra proprio che sorrida come un bambino..."

Ulteriore tappa del mio viaggio estivo 'solo immaginato' tra gli scaffali 'solo immaginati' delle librerie di Spagna (chi si contenta, gode...).
Questo strepitoso albo mi colpì anni fa nello stand di SM a Bologna e, visto che non c'era possibilità di acquistarlo lì seduta stante, me lo sono comprato altrove, in Spagna (per i più sedentari c'è sempre Amazon).
Lo considero un capolavoro di albo illustrato. Testo e immagini, entrambi i codici espressivi, si fondono, si compenetrano, si arricchiscono a vicenda e ciò che ne risulta è un libro di grande pregio.
Il valore di quanto racconta il testo: il senso assoluto della maternità e della cura dei grandi nei confronti dei piccoli, quali che siano; l'importanza di 'andare a vedere' chi siano veramente gli altri; l'amore che vince attraverso il ricordo su lontananza e tempo sono tre dei temi che con estrema levità e sintesi felice Gustavo Martín Garzo affida al lettore. Ma l'illustrazione di Elena Odriozola, grandissima interprete di testi e maestra insuperata di leggerezza, sintesi e delicatissimi equilibri, dati da un continuo 'togliere' il superfluo, si insinua negli spazi 'bianchi' lasciati dal racconto.
E allora molto di più che nel testo si può leggere nelle immagini: con ironia la Odriozola gioca con il testo e la distrazione di una mamma umana fa sì che lei porti il suo piccolo come una borsetta. 



Con poesia racconta, attraverso il vuoto, la solitudine di una carrozzina che galleggia in una pagina tutta bianca (unici testimoni, un pesciolino rosso e una foglia caduta). 



Racconta lo spasmo della perdita, mettendo una mamma di vedetta sopra un ramo di un albero in un parco silenzioso e ancora tanto vuoto. La malinconia della perdita e la consolazione di un altro piccolo da accudire la si legge in un ritratto appeso alla parete, in un peluche abbandonato sulla poltroncina  in un pagliaccetto caduto a terra e svuotato del bebé, in una pallina e un libro abbandonati, come pure, dall'altro versante della storia, nell'affannosa produzione 'a maglia' della pecora solerte che lascia tutti un po' interdetti, o in una carrozzina in un pascolo invernale. 



La Odriozola racconta il ricordo che non ci lascia nel gesto di un bambino che 'riconosce' in un paltò molto lanoso, il caldo vello che lo scaldò da piccino, o ancora nella sciarpa rossa che avvolge e difende dal freddo la mamma umana e che pare proprio esser stata lavorata un giorno dalla zelante pecora.



Ma è nell'ultima immagine che l'immaginario dell'illustratrice prende il volo, è proprio il caso di dirlo e va aldilà del testo stesso: ancora una volta in un'atmosfera aerea, una mamma passera veglia sui sonni che si intrecciano nel suo nido fatto a maglia, dove non un gruccione, ma un cucciolo di volpe, si stringe amorevolmente ad un implume passerotto.



Carla


mercoledì 8 agosto 2012

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI: GOREY (II)

LA NIÑA DESDICHADA, Edward Gorey
Libros del zorro rojo, 2010



ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 10 anni)

"Había un vez una niñita llamada Charlotte Sophia.
Sus padres eran bondadosos y acomodados.
La niñita tenía una muñeca a la que llamaba Hortense.
Un día a su padre, coronel del ejército, lo destinaron a África."



E da qui cominciarono tutti i suoi guai.
Carlotta Sofia era una bambina molto fortunata perché aveva due bei genitori, ricchi ed eleganti, che la riempivano di doni, e per di più possedeva una bella bambola di nome Ortensia.
Con la chiamata alla guerra in Africa del padre colonnello, la vita in quella casa cambiò radicalmente. Sfortunatamente, pochi mesi più tardi, sua madre ricevette la notizia della morte del marito avvenuta in una rivolta popolare e ancora più sfortunatamente la notizia ferale la portò rapidamente alla morte. La povera Carlotta Sofia sfortunatamente diventò dunque orfana. Fortunatamente aveva uno zio che si prese cura di lei, ma sfortunatamente anch'egli morì per la caduta accidentale di un pezzo di cornicione sul capo. Fortunatamente, però, l'avvocato di famiglia si occupò di lei, ma sfortunatamente decise di mandarla in un orfanotrofio, dove sfortunatamente la maestra la castigava per cose che non aveva commesso e dove sfortunatamente le sue compagne le rubarono l'amata bambola e gliela ruppero. 



Ma fortunatamente Carlotta durante il giorno restava nascosta, ma la notte sfortunatamente la passava piangendo e piangendo. Fortunatamente riuscì a fuggire dal collegio ma perse i sensi e sfortunatamente un uomo le rubò il medaglione che portava al collo con le fotografie dei suoi genitori morti e ancor più sfortunatamente un altro uomo la rapì e la vendette a un ubriacone malvagio che la obbligò a fabbricare fiorellini artificiali. 




Sfortunatamente a lavorare giorno e notte la sua vista calò rapidamente. In quel mentre, fortunatamente il padre tornò dall'Africa, perché in verità non era morto e fortunatamente si mise subito in cerca della figliola perduta, guidando la sua macchina, per le strade avanti e indietro, con l'intento di ritrovarla. Carlotta Sofia fortunatamente riuscì a fuggire, ormai quasi cieca, dalle sgrinfie del mostro che la sfruttava, e a correre in strada, ma sfortunatamente...



Ecco ancora uno dei migliori Gorey che racconta una serie di sfortunati eventi, capitati alla cara Carlotta Sofia.
Il ritmo è perfetto. Laddove sia possibile, Gorey a sventura aggiunge sventura, ma nel contempo sa anche essere perfido nell'aprire inaspettati spiragli di speranza che hanno l'unico scopo di rendere ancora più precipitosa la caduta verso l'ennesimo baratro di sfortuna.
Questo gioiello di immagini e testo, prezioso in ogni sua parte, rimanda alla grande letteratura ottocentesca di Dickens o certa tradizione di fiaba classica, in cui i bambini erano orfani, sfruttati, maltrattati, abbandonati, uccisi...
Gorey, Tim Burton nelle sue meravigliose poesie (La morte malinconica del bambino Ostrica, Einaudi 1998), ma anche altri autori di successo, come il misterioso scrittore che si nasconde dietro lo pseudonimo di Lemony Snicket nella sua fortunatissima serie dal titolo Una serie di sfortunati eventi (Salani, dal 2000), raccontano questa infanzia.
Pollicino, Hansel e la piagnucolosa Gretel, il piccolo Oliver, o l'intraprendente Pip sono i più fortunati tra gli sfortunati: loro ce l'hanno fatta. Gorey racconta, invece, di tutti gli altri.
Per la gioia di coloro che, ci auguriamo, non proveranno mai nulla di simile e perché è buona norma aver consapevolezza che la sfortuna è sempre lì dietro ad un angolo di strada...

Carla



lunedì 6 agosto 2012

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI: GOREY (I)

EL WUGGLY UMP, Edward Gorey
Libros del Zorro Rojo, 2011

ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)


Tiroliro tirolera,
el Wuggly Ump vive fuera.
Come paraguas, tachuelas
y fango con sanguijuelas.
Una cosa hay segura:
su actitud es oscura.


Tiroliro, tirolori,
il Wuggly Ump vive fuori.
Mangia ombrelli, chiodi e lattughe
e fango in salsa di sanguisughe.
Un fatto è stato chiarito :
il suo atteggiamento è poco pulito.

Vive all'aperto, mangia ombrelli, chiodi in salsa di sanguisughe ed ha un'attitudine oscura...
Potete immaginare un Wuggly Ump? E se poi voi foste i tre bambinetti sulle tracce dei quali egli si è messo una volta lasciata la sua grotta, stareste tranquilli? 

 
Loro invece, ignari di tutto, sono nel prato a canticchiare e a intrecciare corone di fiori...ma il Wuggly Ump è già sulle colline. Dopo le coroncine, una bella merenda con una tazza di latte... ma il Wuggly Ump è quasi arrivato. Si fa notte: è ora di andare a letto beati... ma il Wuggly Ump bussa alla porta: 'Che occhi, che sguardo avvelenato e che muso tanto ostinato. Che artigli affilati! Che denti arrotati!... GLUGALIRO GLUGALUMP...


che sarà successo, secondo voi?
Chi conosce Edward Gorey può già immaginare...
Maestro assoluto e inimitabile del disegno e della scrittura (fu scrittore, poeta e anche sceneggiatore), Edward Gorey ha un talento naturale per raccontare con assoluto distacco l'inquietudine e il macabro. I suoi disegni e le sue storie sono sempre attraversate da una vena horror, con risvolti spesso più tragici del tragico. Sono sempre storie nere, venate da ambiguità continue, che creano nel lettore turbamento e spaesamento.
Il Wuggly Ump è, per esempio, una innocente filastrocca, ma racconta una storia senza scampo.
Spesso Gorey con questo doppio registro riesce a raccontarci con assoluta serenità mondi oscuri e gotici.
A me piace moltissimo e tutte le sue storie mi attraggono inevitabilmente. Per questa ragione sono qui a parlarvi di Gorey e a consigliarvene la lettura qualora non lo aveste già fatto. Nato nel 1925 e morto nel 2000 Gorey è autore di più di un centinaio di libri illustrati ed è considerato nel mondo davvero un autore di culto. In Italia è considerato autore per soli palati esigenti. Tanto è vero che il libro in questione non c'è in Italia. Qui ne ho una versione iberica, pubblicata da una prestigiosa, coraggiosa e raffinata casa editrice spagnola: Los Libros del zorro rojo (da tenere sempre a mente).
Tutte le storie di Gorey paiono ambientate in un unico contesto, che allude all'Ottocento, piuttosto misterioso, ma anche rarefatto (sono pochissimi di solito gli oggetti o gli arredi che definiscono gli scenari) il più delle volte in bianco/nero. I disegni si caratterizzano per cupezza e oscurità e hanno come protagonisti bambini, adulti o misteriosi animali. Tutti sempre distinti per sguardi mesti o, tuttalpiù, scettici e perplessi.
Devo mettere sull'avviso che purtroppo in Italia sono pochissimi i libri suoi che sono stati tradotti e pubblicati. Attualmente Adelphi ha in catalogo: La gattegoria (2003), L'ospite equivoco (2004),La bicicletta epiplettica (2005), L'arpa muta (2010). Troppo poco!
Soprattutto per questo, nella prossima puntata, un'altra storia, un'altra bambina, un'altra sventura. Promette bene...

Carla

mercoledì 23 novembre 2011

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


PENSARE E RIPENSARE

LA DUDA, Pia Valentinis
Libros del zorro rojo, 2010

ILLUSTRATI per PICCOLI, MEDI e GRANDI (dai 5 anni)

La prima cosa disegnata da Pia Valentinis che mi capitò tra le mani furono carte da gioco. Trentadue carte con soggetti diversi, ma tutti legati alle culture dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo: Giufà o Simbad il marinaio, l'ulivo e la sinagoga, il pane e il cielo stellato. Il gioco delle carte del Mediterraneo era stato pensato perché i bambini ci giocassero inventando storie ogni volta nuove con gli elementi raffigurati sulle carte. Una sua bella idea che risale almeno a una decina di anni fa.

Pia Valentinis appartiene alla rara categoria degli illustratori evocatori (le fa compagnia Mara Cerri, a mio modo di vedere). Tra tutte le tavole sue che ho avuto modo di vedere, non ho mai riscontrato nessuna sbavatura didascalica. Non è mai narrativa nell'illustrare, ma la contrario dimostra sempre una straordinaria capacità di trovare poetiche quanto simboliche sintesi di quello che il testo racconta lì accanto.
In questo senso furono emblematiche le sue illustrazioni di un gran bel libro di rime: Mammalingua di Bruno Tognolini. Tanto la vena poetica di Bruno che in quel libro toccò altissimi vertici, quanto le tavole della Valentinis hanno avuto la capacità di portare a galla quello che è il più profondo sentire di un essere umano di fronte alla grande emozione di una nascita.
Il libro La duda, il dubbio, è un gran bell'albo illustrato, pubblicato dai bravi editori spagnoli, di Libros del zorro rojo. 


E' un felice quanto riuscito esempio di alchimia tra testo e immagine. Entrambi i linguaggi espressivi, se compenetrati con intelligenza e sensibilità, danno vita a una sorta di valore aggiuntivo al libro che non è più semplicemente l'insieme di un testo scritto e di un'immagine che lo illustra, ma è molto di più: un elemento terzo, del tutto nuovo rispetto ai singoli ingredienti che lo hanno generato, non più leggibili o distinguibili singolarmente. Come dice Fabian Negrin, che gli albi illustrati li sa fare, negli albi illustrati esiste uno spazio vuoto tra testo e immagine, una zona di non detto, in cui il lettore può insinuarsi per trovarvi ulteriori spazi di immaginazione.
Raccontare a parole cosa sia un albo illustrato richiederebbe pagine e pagine, mi limito a darvi questa definizione e vi suggerisco di guardare alcune tavole. 
 
                            Che cosa mi metterò oggi?


 
                            Potrò?

                             Quanto dovrò aspettare?

                            Mi avrà visto? 

L'altro elemento che rende grandioso questo libro sta nella semplicità delle domande che prendono la forma del dubbio. Il fatto che siano semplici equivale a dire che sono di una autenticità e di una nettezza che quasi spaventa e proprio per questo sono universali. Lo sono a tal punto che ogni domanda, o dubbio che sia, assume valori e significati anche molto diversi a seconda del lettore che in quel momento ha in mano il libro.
Almeno una volta nella vita ci è capitato di dubitare di essere come gli altri ci vedono, oppure di aver fatto la cosa giusta in quell'occasione, di potersi fidare, di aver proprio esagerato... 

                            Lo avrò fatto bene?

Come ben si vede la Valentinis, attraverso i disegni rigorosamente in bianco/nero (tecnica che le è particolarmente congeniale) e un unico colore dominante, dà ogni volta una sua personalissima lettura di una domanda universale e lo fa sempre con grande ironia e poesia.

                            Cosa sarò da grande?

Terzo e ultimo motivo che mi fa amare questo libro sta nel fatto che nell'era della perfezione si vada a parlare con i bambini dell'eventualità che al mondo si possa sbagliare, o sia legittimo cambiare idea o sia lecito fermarsi a riflettere e si possa essere incerti sulla strada da intraprendere.

O no?

Carla

giovedì 11 agosto 2011

VIVA MARIA! e VIVA LA CAPONATA


Mia sorella è una di quelle persone che, in un’età della vita in cui alcune sicurezze sono date oramai per scontate, capovolge tutto e pensa che sia arrivato il momento di ricominciare un’attività nuova in un paese diverso, insomma una nuova vita.
Si chiama Maria e tre anni fa ha fatto quello che molti di noi pensano e dicono ma poi non riescono a mettere in pratica: ha chiuso un negozio di abbigliamento, per un anno ha studiato spagnolo e ha frequentato un corso di cucina, dopodiché si è trasferita nel Sud della Spagna: a Granada in Andalusia.

Le piace cucinare (ma è anche una fantastica fotografa rigorosamente in bianco e nero) e, dopo quattro mesi, ha aperto VIVA MARIA!, un locale dove si possono mangiare piatti della Liguria e non solo. Qui c’è una delle sue prime vetrine:


In questi giorni è venuta a trovarmi a Roma e ieri ha preparato un piatto che ligure non è, ma è buonissimo: la caponata.
Ha preso tre grosse melanzane, le ha tagliate a tocchi che ha cosparso di sale e messo in uno scolapasta. Poi si è dimenticata il tutto per un’ora.
Ha tagliato a pezzi e svuotato dei semi cinque grandi pomodori tondi.
Ha messo a bagno in una ciotola due manciate di capperi sotto sale; ha tolto il nocciolo a due manciate di olive nere.
Quindi in una padella con un po’ di olio ha sistemato due cipolle tritate abbastanza sottili e quattro gambi di sedano tagliati a pezzetti. Li ha fatti cuocere per qualche minuto poi ha aggiunto i capperi, le olive e i pomodori.
Nel frattempo ha fritto i grossi pezzi di melanzana. Alla fine ha unito le melanzane al resto degli ingredienti aggiungendo anche mezzo bicchiere di aceto di vino bianco e tre cucchiai di zucchero. Ha fatto insaporire il tutto per qualche minuto.

Che dire? Aveva il sapore della vita: la carnalità delle melanzane, il croccante del sedano e delle cipolle, la dolcezza mitigata dall’aspro. E, come al solito, il giorno dopo era ancora più buona.
Oggi è ripartita... e la caponata è finita.

p.s.: l’indirizzo di Viva Maria!: Calle San Jerónimo, esquina Calle Baratillo, Granada
 Lulli