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venerdì 1 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

C'ERA UNA VOLTA...

Questa mia nonna
, Kim Fupz Aakeson, Stian Hole (trad. Lucia Barni) 
Beisler 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Un giorno suonano alla porta. Sono appena tornata da scuola e sono a casa da sola. Quando apro, trovo la nonna. 
Nonna? la saluto sorpresa. Sei scappata dalla casa di cura? 
Ho sete, dice lei, allora vado a prendere dell’acqua con il ghiaccio e ci sediamo fuori al sole. Il nostro giardino è noioso, c’è solo erba tagliata e poco più. 
Poi dico: C’era una volta. 
Allora lei sorride. Annuisce. Ripete: C’era una volta, sì. 
Ma poi non aggiunge altro. Sorride e basta." 

Alla fine questa sua nonna l'hanno affidata a una casa di riposo per vecchietti, come lei. Ma prima questa sua nonna era proprio una gran nonna. 


Grande raccontatrice di storie, preferibilmente davanti a una tazza di caffè e a un vassoio di lingue di gatto, lei è sopravvissuta al suo marito dal dente d'oro e ai suoi due cani. Scorrazzava con la sua Toyota argento anche nelle siepi (e così anche la macchina le hanno tolto). Poi ha cominciato a usare la bici alta, ruzzolando talvolta (e così anche la bici le hanno tolto). Di case ne aveva due: una piccola e storta al mare e una grande e bella in città, con il giardino che anno dopo anno sembrava sempre più una giungla (e così anche la casa le hanno tolto). 
Ma lei non ha mai smesso di pensare alle sue storie. 
E se anche la voce, come la memoria, l'hanno abbandonata, non è proprio detto che le fiabe ora le siano estranee. E se a raccontarle è questa sua nipote, pescando qui e là nei ricordi e mischiandoli come fosse un racconto tutto nuovo ma anche vecchio, perché non crederle e andarle dietro? 

Tre cose colpiscono.
La prima: ciò che dichiara Kim Fupz Aakeson a proposito della letteratura per ragazzi. Lui, che di mestiere fa lo sceneggiatore, dichiara: "La letteratura per ragazzi è diventata la mia casa di campagna. È lì che mi rilasso. La letteratura per ragazzi è un campo molto più coraggioso dell'industria cinematografica. Nel cinema c'è più ansia perché ci sono in ballo somme di denaro enormi. La letteratura per ragazzi è infinitamente più ricca rispetto ai film per ragazzi..."
La seconda: come è stata concepita la sinossi dell'edizione italiana. 
Apre così:"Come si fa a raccontare ai bambini e alle bambine l’Alzheimer se anche gli adulti, davanti a un loro caro malato, faticano ad affrontarlo? 
E poi prosegue, soffermandosi sul decorso della malattia, alludendo al fatto che la nonna smette di ricordare e deve (!) trasferirsi in una casa di cura... Poi si allude alla demenza senile che ha qualcosa di affine alla fanciullezza e si legge "chi meglio di una bambina [...] può relazionarsi con la nonna che lentamente è entrata nel tunnel della demenza? " 


La terza: le figure concepite da Stian Hole, che sembrano ignorare l'Alzheimer della nonna e concentrarsi molto più giustamente sulle sue rughe. E sui suoi sguardi furbetti. 


Procediamo con ordine. 
Sulla prima cosa, ovvero che lo scrivere libri per ragazzi lo rilassa, forse ha senso soffermarsi e farsi venire un dubbio. Ma ne parliamo in conclusione. 
Sulla seconda e sulla terza, dopo aver letto e riletto il libro, trovo ci sia da dire un bel po'. 
Certamente questa sua nonna sta invecchiando, certamente sta perdendo e prendendo un sacco di colpi (a cui i due zelanti genitori cercano di porre rimedio). Altrettanto certamente sta perdendo la memoria e certamente questo la porta a beccarsi la diagnosi di Alzheimer, o più genericamente di demenza senile. 
Ma la storia che sprizza da parole e immagini è qualcosa di ben più complesso. 
E ha a che fare con le relazioni umane piuttosto che con le diagnosi cliniche! 
A me pare evidente che la storia trasudi freschezza, bellezza, dolcezza e complicità, ma soprattutto vivacità. 


Tutte cose lontanissime dal peso di un libro che abbia la pretesa di spiegare l'Alzheimer ai bambini. Questo libro racconta piuttosto e, mi permetto di aggiungere, fortunatamente, l'intesa profonda tra questa sua nonna (con l'Alzheimer) e questa sua nipote. 
E come accade? 
Con un testo da cui sprizza a ogni rigo quanto quelle due si intendano e siano alleate nello sguardo reciproco e in quello comune che hanno sul mondo. 
Per converso, emerge altrettanto quanto siano pesanti i grandi che per tutto il tempo non fanno altro che demolire la vita precedente di questa rugosa e smemorata vecchina, fattasi rischiosa, in nome di una sua nuova esistenza, in cui sicurezza e noia siano assicurate. 
E ancora, questo accade guardando la struttura della narrazione: per metà del libro ci viene raccontato con brio il declino fino al punto di non ritorno : "aggrotta la fronte e non sa di cosa parliamo..." 
E solo due pagine dopo tutto si ribalta, salta letteralmente per aria: la nonna bussa alla porta della casa della nipote (è sfuggita al suo cerbero) e parte così il loro viaggio folle e magnifico in cui tutti quei dettagli che si erano accumulati nella prima parte del racconto si mischiano senza nessun ordine. 
Stanno lì a testimoniare quello che sono diventati: dei ricordi, con cui la nipote cucina un meraviglioso e saporitissimo frappè per la nonna. 
E per noi che leggiamo. 
Infine ci sono le figure di Stian Hole. Visionario, originale e decisamente insolito anche dopo quindici anni dai suoi pochi libri pubblicati in Italia. Riconoscibile a grande distanza, attraverso la sua rielaborazione di immagini fotografiche, collage e disegno dà il meglio di sé in questa storia che offre all'immaginazione un bel po' di spunti. Sa essere folle nell'illustrare nonna e nipote su un aereo in fuga, o a cavallo di un unicorno nel cielo, ma sa anche essere struggente nel ritrarre la nonna con il suo biscotto in mano. 


Sa essere ironico e sa turbare lo sguardo del lettore con figure mostruose. Costruisce scenari pieni di dettagli che animano gli spazi: polpi nell'armadio e boschi pieni di uccelli e occhi che ti puntano. Dimostra una grande sapienza nel connettere anche visivamente la successione delle varie tavole (un esempio per tutti: le scale della cantina che si allungano per diventare quelle dell'ospizio), nel giocare tra pieni e vuoti ed è un vero drago del colore. 
Difficilmente, anche e soprattutto soffermandoci sulle immagini, si percepisce un qualsiasi senso di malinconia o di cupezza: al contrario, tutto ciò che percepisce lo sguardo è decisamente folle, pur restando agganciato al reale. 


Ecco. 
Volendo tirare le somme, io è questo che leggo in questo libro coloratissimo e allegrissimo. 
Quindi, giocoforza, dubito di essere nel giusto a pensarlo così. Allora vado a controllare per pura curiosità la sinossi danese/norvegese di Cappelendam (l'editore originale) e leggo quanto segue: 
"Eventyr" (avventura) è un bellissimo albo illustrato che racconta come storie, avventure e ricordi leghino nipoti e nonni. La nonna sta invecchiando e la sua memoria non è più quella di una volta. Ma è ancora bravissima a raccontare fiabe! È solo questione di iniziare: "C'era una volta...". Le illustrazioni oniriche di Stian Hole, ricche di colore e vitalità, si sposano perfettamente con il testo fantasioso di Kim Fupz Aakeson. E come lettore, avrai voglia di intraprendere anche tu delle avventure! "Eventyr" è un connubio tra maestri danesi e norvegesi, due amatissimi e pluripremiati artisti di albi illustrati. In questo libro, Stian Hole e Kim Fupz Aakeson parlano con affetto e calore del rapporto tra nonni e nipoti."
Ed ecco che si torna al punto di partenza: rilassato, nella sua "casa di campagna" Aakeson (in tandem con Stian Hole) inventa una storia di vecchiaia, una storia che non si esaurisce in una vecchietta con l'Alzeheimer, ma diventa una storia allegra e un po' folle - che si intitola Avventura -  e che ruota intorno al senso più universale della frase che tiene insieme questa sua nonna e questa sua nipote: c'era una volta... 

Carla

mercoledì 19 marzo 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

MUMBLE MUMBLE 


Ecco che Beisler ci presenta la prima infanzia di Rico, un bambino di cui abbiamo letto pensieri, amicizie e avventure nei tre titoli pubblicati tra il 2012 e il 2014 e qui () puntualmente recensiti con l’ammirazione che sempre Andreas Steinhöfel si merita. 
Piccolo è Rico e piccoli sono i lettori e le lettrici a cui è destinato questo breve racconto super illustrato e stampato in maiuscolo ad alta leggibilità. Ma andiamo con ordine e facciamo conoscenza con il nostro simpaticissimo protagonista. 
“Rico pensa in modo diverso dagli altri bambini. Più lentamente, ad esempio. E intorno agli angoli.” Ecco come


Dunque Rico rischia di perdersi ad ogni svolta del pensiero come a ogni angolo della città di Berlino in cui vive con una mamma attenta, e allegra quanto lui. Ma se fino ad ora non ha potuto frequentare l’asilo a causa dei frequenti trasferimenti della suddetta mamma ora arriva il momento di iscriversi alla scuola primaria: si dovrà dunque passare dalla psicologa (o qualcosa del genere) e poi assicurarsi che a scuola ci possa arrivare da solo, e senza perdersi. Questo il filo su cui si svolge la storia narrata in sei brevi capitoletti nei quali potremo scoprire, per esempio, che un triangolo può nascondersi più o meno dappertutto e che se ad un triangolo togli prima un angolo, poi un altro, diventa in punto. Ed ecco spiegato il triangolo. O anche, come abbiamo visto nella pagina riprodotta in alto, come è possibile descrivere una rana. 
Bella bella questa infanzia raccontata con lingua semplice e ritmo veloce che coinvolge chi legge con ironia e affetto. Belle anche le illustrazioni di Lena Winkel che si intrecciano al testo e con il testo camminano.


Così testo e immagini ci accompagnano nei percorsi di Rico, in quelli urbani come in quelli mentali raccontandoci che il triangolo, come la rana, come il mondo, lo si spiega passo dopo passo, con deduzione e immaginazione, mai l’una senza l’altra. 


Quanti problemi, Arvo! Anche Arvo, protagonista della storia di Anti Saar pubblicata da Sinnos, è alle prese con una marea di cose da spiegarsi, di domande sul mondo e su come farlo funzionare, e anche Arvo lavora di deduzione e di immaginazione per arrivare a trovare la quadra. Risultato: Arvo si trova ogni volta con un sacco di pensieri nella testa fatti di constatazioni, ipotesi, desideri, tentativi, successi e fallimenti, e relativi stati d’animo da gestire dignitosamente. 
Cinque episodi della vita quotidiana di un bambino di otto anni alle prese con un’amichetta che sa saltare molto meglio di lui e per giunta lo canzona, con una fila alla cassa del supermercato da gestire da solo perché il papà è dovuto tornare indietro a prendere il lievito, con il desiderio irrefrenabile di accaparrarsi legittimamente un secondo pezzo di torta, con la necessità di rientrare a casa avendo mancato la giusta fermata dell’autobus e infine con i tentativi per arrivare a prendere (sarà rubare?) una succosissima prugna appesa al ramo di un albero che non è suo. 


Anche qui l’impaginazione tiene ben legato il testo alle immagini con il risultato di rendere la lettura facile e divertente. Ecco due storie che raccontano come l’infanzia (ma non solo) sia costantemente impegnata in un pensiero investigativo che potremmo dire filosofico nello sforzo di tenere insieme desideri, obiettivi, regole, azioni e reazioni. E che il percorso necessario per spiegarsi il mondo potrà girare intorno ad angoli, piroettare intorno a cerchi o avvilupparsi in spirali senza fine, potrà andare dritto lungo una linea retta, andare lento, a singhiozzo o veloce come una saetta ma tutti/e siamo impegnati/e a mettere insieme pezzi di mondo e a tenerli in piedi come meglio possiamo. 

Patrizia 

Noterella al margine 1. Mi si conceda una piccola divagazione autobiografica che la lettura di questi racconti ha illuminato dal mio passato di bambina: potevo avere tra i sei e i sette anni, ogni domenica si partiva da Bari, dove vivevamo, per arrivare a Barletta, paese d’origine della famiglia. Io avevo appena imparato a leggere e dall’abitacolo dell’auto che mi trasportava riuscivo a leggere le insegne su cui posavo lo sguardo, quella dei bar era forse la più facile da cogliere al volo e dopo tante ricorrenze (c’erano i bar a BAR-i e c’erano i bar a BAR-letta) mi spiegai la cosa dicendomi che si dovevano chiamare così per via dell’assonanza con i nomi delle città! Dunque se a Bari e a Barletta quei posti si chiamavano BAR, chissà a Genova o a Lecce come si chiamavano! 
Ero certo sulla strada sbagliata ma il mio pensiero lavorava di deduzione e immaginazione. 
 Noterella al margine 2. Quanta invidia questi genitori nord europei così complici e comprensivi! 

“Rico e il mistero dell’angolo triangolo”, Andreas Steinhöfel, Lena Winkel (trad. Chiara Belliti), Beisler editore 2024 
“Quanti problemi, Arvo!”, Anti Saar, Anna Ring, (trad. Daniele Monticelli), 
Sinnos 2024 


mercoledì 15 gennaio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MANO NELLA MANO


Io guardo ad Heidelbach come a una divinità mentre a Könnecke come a un vicino di casa, per questo mi sembra perfetto questo quattro mani con Carla, che Heidelbach me l’ha fatto conoscere lei. 
Questo libro inizia come un film horror coi fiocchi con la leggiadra mano di Ole: una famigliola felice, mamma e papà che stanno per uscire e i due pargoli, Boris e Celeste che, mano nella mano, sulla porta di casa li salutano felici. 
Boris è pettinato bene, Celeste è a piedi nudi. 


I piedi nudi non fanno mai presagire quiete e calma. La prima battuta di papà è rivolta al nostro fratellone: “Fai il bravo con tua sorella, Boris” 
Perché papà dice a Boris di fare il bravo, mi chiedo. Ma ha visto i piedi nudi di Celeste? Ha visto? Forse Boris si vuole vendicare di tutte le malefatte di Celeste? 
La mamma aggiunge: “Sul tavolo in cucina ci sono sogliola e spinaci.” 
Sogliola e spinaci? Ma io dico questi due conoscono i loro figli? Temo di no. 
Giriamo pagina e infatti.


Nelle due pagine successive niente Heidelbach, nemmeno un segnetto piccolino, tutto Könnecke col suo tratto magistralmente pulito e precisamente espressivo. 
La tensione sale per noi lettori, perché se arriverà Heildelbach, e arriverà, chissà come la prenderanno i due frugoletti. 
La serata dei due fratelli rotola velocemente verso la storia della buona notte che sarà, eccerto, una storia da brividi. Ci siamo. 
Da questo momento in poi il libro ha una tavola a sinistra di Heidelbach e una a destra di Könnecke. Boris racconta storie sempre diverse, ma Celeste non sembra per niente toccata, anzi. Lo scambio di battute tra fratello e sorella è veloce, lampante, sbalorditivo. 
Tanto a sinistra il tempo pare fermo e fiabesco, così a destra il ritmo è incalzante e imprevedibile. 
Con pochi dialoghi Könnecke riesce a raccontarci esattamente come sono Boris e Celeste e qual è il loro rapporto: Boris è al bivio che lo porterà nel giro di poco nel mondo degli adulti, è agli sgoccioli dell’infanzia, Celeste invece è nel pieno dell’esplosione bambina: pare ascolti Boris e invece va a chiedergli di un particolare (apparentemente?) insignificante, improvvisamente si mette a saltare, a urlare, a giocare, piange, ride a crepapelle, si intenerisce è incontenibile nella sua imprevedibilità. 


Boris ha un obiettivo chiaro e preciso, Celeste sguscia via ogni secondo: due infanzie ben diverse raccontate in modo magistrale e divertente. 
Boris alza sempre più il tiro delle sue storie, lasciandosi alle spalle la paura di non far addormentare la sorella, ma raccogliendone la sfida (questo fanno i fratelli!). Tanto più lui diventa davvero il maestro dell’horror, tanto più lei si stacca dalla realtà per entrare in pieno nel mondo della sua fantasia. Boris e Celeste lottano a colpi di storie e alla fine Celeste avrà l’ultima parola: si sono divertiti in questa lotta. 
Continuo a pensare, Carla, che Boris e Celeste siano un po’ come Könnecke e Heidelbach e che anche loro si siano divertiti. 
Ma ci siamo divertite anche noi. Vorrà dire qualcosa? 

La genesi di questo libro nasce nella testa di Nikolaus Heidelbach e nasce dalla constatazione di una rivalità, un po' simile a quella tra Boris e Celeste, che di fatto esiste tra i due autori. 
Si conoscono e si stimano da più di vent'anni, ma le loro storie, i loro libri sono in qualche modo in competizione. Sempre. 
Condividono un genere - il libro illustrato - e un pubblico - i bambini. 
Così un giorno Heidelbach ragiona sul fatto che sarebbe divertente mettere sulle pagine di uno stesso libro la loro competizione. Suggerisce un soggetto all'amico Ole: un fratello maggiore racconta storie a una sorellina, che però si annoia. A questo punto Ole corregge di poco il tiro, suggerendo all'amico che le storie raccontate dal fratello maggiore siano tutte storie di paura. I due si mettono a lavorare in parallelo: Heidelbach aveva già un testo, ma quando gli arriva quello di Könnecke il suo si accartoccia e si butta da solo nel cestino. 
La cosa che convince entrambi a mettersi vicini sulla pagina è il senso finale dell'intera storia, ossia l'innegabile piacere che si prova nell'aver paura. Sensazione che i grandi sembrano voler negare, ma che invece i ragazzini cercano come l'aria. 
Se questo è lo scheletro, è inevitabile che a uno tocchi l'aspetto perturbante e all'altro la comicità della situazione. In questo senso, Heidelbach, ha dichiarato, si sente molto riconoscente nei confronti dell'amico e del suo testo così ricco, per il materiale così vario che gli mette a disposizione: fantasmi, animali giganti, figure deformi, creature che stanno nell'ombra, piante carnivore, draghi figure di pietra inquietanti, dame senza testa. E via andare... 
Così come si è creato uno felice scambio tra Colonia e Amburgo, così altrettanto naturalmente ne è nato uno tra Cantù e Roma. Io, per storia personale e affinità elettive, scrivo di Heidelbach e delle sue creature ad acquerello, ossia guardo solo le pagine di sinistra che, già solo a vederle affiancate, stridono un bel po' con il fumetto che occupa quelle di destra. A destra, un costante cicaleccio, a sinistra invece incombe il silenzio, un silenzio pieno di presagi. 
Si susseguono le tipiche immagini 'frizzate' di Heidelbach nell'istante prima che qualcosa succeda. 


La bambina sul ponte di corda ha davanti un fantasma, ma la cosa che più terrorizza, ovviamente non è il fantasma, ma è quella lama di coltello luccicante che la ragazzina brandisce volitiva. Cosa potrebbe tagliare? Le corde del ponte o il tessuto bianco del fantasma? 
Ecco, l'Heidelbach che conosciamo e amiamo e che tanto solletica i ragazzi e tanto destabilizza i grandi. Quel suo dono innato di saper essere, con un segno serissimo e sapientissimo, ironico, addirittura comico, ma nel contempo inquietante. Indubitabilmente attraente. 
Se Könnecke gli offre con il testo un rospo gigante, Heidelbach se lo immagina incombente e silente alle spalle di una ragazzina, così piccola che ha bisogno di uno sgabello per cuocere la sua padellata di zampe di rana... ignara. 
Per ogni tavola, si rinnova il perturbante, molto più che la paura pura, che si percepisce nell'immagine nel suo complesso, ma che spesso trova conferma negli sguardi in tralice dei protagonisti in scena: uno su tutti quello della principessa in posa che di quel bel fiore rosa, citato nel testo, avverte la potenziale e imminente pericolosità. 
Ah, Heidelbach e questa sua straordinaria capacità di lavorare sul dettaglio, su quell'angolino che nessuno aveva notato, per creare il brivido: un cubetto di ghiaccio lungo la spina dorsale, qualsiasi cosa disegni. Altro che i racconti di Boris che non incantano neanche Celeste... 
Quella bambina che nuota ignara di ciò che la profondità dell'acqua nasconde, è lui stesso a raccontarlo, ha qualcosa di orrorifico ma anche di molto sensuale: il modello ispiratore, per questa immagine in particolare, ci dice Heidelbach, è stato un film degli anni Cinquanta che in Italia è uscito con il titolo Il mostro della laguna nera. Va da sé che l'autore tedesco ne consiglia caldamente la visione... 


E dunque Valentina cara, mi pare così inaspettato e nello stesso tempo divertente essere qui a scrivere a quattro mani con te di uno dei miei autori preferiti che si è messo in coppia con un altrettanto amato autore, che qui, solo apparentemente, fa la parte di quello "lieve" e "scanzonato", ma al contrario si dimostra ancora una volta un profondo conoscitore delle emozioni che attraversano l'infanzia. E non solo. 
Dunque: divertimento e sorpresa, per questo pezzo di strada che facciamo assieme, credo abbiano guidato anche quei due. Così diversi nei loro linguaggi figurativi, così diversi nei loro testi eppure felicissimi di essere assieme. Un po' come capita a quei due fratelli così agli antipodi, eppure imprescindibili l'uno per l'altra e viceversa. Così come il "mio" Heidelbach, si sente riconoscente nei confronti di Könnecke per quel testo così stimolante e divertente, e per quei disegni così pieni di tenerezza e attenzione per l'infanzia, così io ti sono grata di aver accettato, in quel giorno di metà novembre in cui mi whatsappavi Heidelbach secondo me è tuo, di scrivere questa recensione a 4 mani. 
Chiuderei così: Könnecke e Heidelbach han dichiarato che se non fossero stati assieme mai ce l'avrebbero fatta. Possiamo pensare lo stesso di noi? 

Valentina & Carla 

"Niente draghi per Celeste", Nikolaus Heidelbach, Ole Könnecke
trad. Chiara Belliti, Beisler editore 2024

venerdì 14 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TOCCARE IL SOFFITTO CON UN DITO

Oscar e io (e tutti i nostri posti), Maria Parr, Åshild Irgens (trad. Alice Tonzig) 
Beisler 2024 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"In casa abitano due bambini, Oscar e io. Condividiamo la stanza nel seminterrato. Nel letto a castello io dormo sopra e sono il capo. Oscar dorme sotto e crede di essere il vicecapo, ma in realtà sono io a decidere tutto. Decido quando dobbiamo spegnere la luce, e decido che Oscar si deve alzare per farlo. Decido se dobbiamo tenere socchiusa la porta o la finestra. E decido io quando parliamo e quando dormiamo. Vorrei essere io a decidere anche il momento in cui Oscar deve smettere di russare, perché quando attacca sembra un aspirapolvere rotto. Ma l’unico modo per farlo smettere è svegliarlo, e non è che allora ci sia tanto più silenzio, volendo essere gentili." 

I due sono a letto e come di consueto discutono. Oscar ha 5 anni e paura dei mostri, dei mostri nell'armadio. Sua sorella, che è di ben tre anni più grande, sa molto bene che i mostri non esistono e quindi lo prende in giro, ma di fatto lo tranquillizza e lui si riaddormenta. Tuttavia quell'anta dell'armadio non perfettamente chiusa genera in lei una piccola paura, che magari cresce: se i mostri non esistono, i ladri invece ci sono, eccome. 
Quindi, non resistendo, scende dal letto e va a controllare. Ma un rumore sospetto la mette ancora più in allarme, afferra al volo l'atlante e si nasconde nel buio tra attaccapanni e vestiti. Quando poi l'anta si apre all'improvviso, lei - ed è a questo punto terrore puro - scaglia l'atlante in testa a chi ha di fronte.  
Tutto precipita in un baleno: Oscar si sveglia urlando, il papà dal piano di sopra irrompe nella stanza, brandendo la miglior padella di casa, e quel che trova è sua figlia a occhi sgranati che è davanti all'armadio spalancato, sua moglie a terra che si tiene la fronte dolorante, colpita da un pesante atlante e il piccolo Oscar, bianco di paura. 
E poi? Mamma si sdraia accanto al piccolo di casa per consolarlo, qualcuno nel letto superiore questa volta farebbe volentieri a cambio con il fratello, il padre riporta in cucina la padella. 
E come va a finire? Che nella penombra della camera in quel lettino adesso sono in tre: uno dorme come se nulla fosse successo e le altre due chiacchierano con un fil di voce su cosa sia la paura... 

Credo di non sbagliare optando di mettere sotto la lente solo uno degli undici episodi che costituiscono il nuovo e atteso libro di Maria Parr. 
Non vorrei togliere a nessuno il gran gusto di leggerlo senza spifferi esterni, vocine che ti dicono qui succede questo, là succede quello... ma soprattutto lo faccio perché in questo, che apre il libro e si intitola L'armadio, ci sono già tutti gli ingredienti per capire che si tratta di un gran bel libro e punto. 
Nel sottotitolo c'è il filo rosso che tiene insieme i racconti: sono undici luoghi che costituiscono la mappa, ovvero i diversi scenari dell'infanzia di due bambini, fratello e sorella, con contorno di adulti. 
A essere più precisi, si potrebbe dire che è proprio lei, l'infanzia, a essere in questo libro un luogo prima ancora di essere un tempo. 
E come spesso accade, i suoi contorni, via via sempre più nitidi, si ricavano attraverso i fatti che si susseguono. Sono principalmente loro a raccontare, in un continuo gioco delle parti tra piccoli e grandi. 
Nessuna morale, nessun insegnamento. 
Ma andiamo con ordine: prima i bambini e poi gli adulti. 
Resto sempre basita quando riconosco, ovvero sento risuonare come suono conosciuto, le infanzie raccontate dai grandi ai bambini. 
La Parr non si smentisce neanche stavolta: come già nei precedenti suoi libri, cuce fatti, azioni, accadimenti con pensieri profondi, talvolta profondissimi, che tengono insieme le parti per dare spessore, profondità e senso alle cose. 
Pensieri che passano veloci, quelli dei suoi bambini, perché è così che pensano i ragazzini: vanno a fondo e poi scartano verso qualche altra cosa... Invece, i pensieri che hanno avuto modo di decantare, sono quelli dei suoi adulti. 
La domanda a questo punto si impone: perché solo alcuni adulti, tra cui la Parr, sanno raccontare i bambini meglio di altri? 
Forse perché vanno a pescare in quella regione emotiva che non li ha mai abbandonati, ossia raccontano di cose che un adulto e un bambino hanno in condivisione, pur essendo tra loro diversissimi? 
Per esempio qui, parlando di paure, è difficile che un grande creda ai mostri, ma la paura di un ladro che violi il nostro rifugio è roba che non ci abbandona mai... E Ida, la sorella "più matura" è lì a dircelo, chiaro e tondo. 
E come sono gli adulti di Maria Parr? 
Come a spesso accade nei libri del Nord, gli adulti sono gran belle persone, anche nei loro limiti: più volte ci si commuove, e altrettante si piange dalle risate. 
La loro bellezza risiede nella grande onestà di presentarsi per quello che si è, nel rispettarsi per quello che si è e nel volersi bene per quello che si è. 
Senza mai sottrarsi al loro ruolo di curatori di piccoli in crescita, qui vediamo genitori e zii che si muovono disinvolti tra una gamma molto varia di sentimenti. 
Soffrono, ridono, amano, sbagliano, vanno in profondità o galleggiano spensierati davanti a figli e nipoti con una integrità, lealtà, una trasparenza interiore, una consapevolezza di sé così profonda che è davvero difficile non notarla e non apprezzarla. 
Faccio anche qui un esempio: madre e figlia chiacchierano sottovoce, prima di separarsi e prendere ognuna - alla pari - la strada verso il proprio sonno. La cosa che è appena accaduta, ossia la paura di un mostro che è diventata la paura di un ladro, nasconde dentro di sé una grande verità che quella "matura" bambina esplicita con estrema chiarezza: "quando smettiamo di avere paura di qualcosa, il cervello scova qualcos'altro di cui avere paura, qualcosa di più pericoloso, e così più diventiamo grandi, peggio è". 
Incontrovertibile, ma il modo per andare oltre lo sa solo chi ci è passato attraverso. E non è un caso che ci sia lì una figlia che sulla questione in qualche modo interroga una madre. E così accade che la "grande" racconti alla "piccola". 
E come lo fa? 
Senza giri di parole, va dritta verso quello che è: nessuna ipocrisia, ma piuttosto affetto, rispetto e tanta vita vera... 
E cosa le dice? 
Questo: «Quando diventiamo grandi, dobbiamo spesso prenderci cura di qualcuno. E allora va meglio.» «Ah, sì?» «Sì. Se ci si deve prendere cura di qualcuno più piccolo di noi, qualcuno che è più spaventato, non rimane così tanto spazio per le nostre paure. Per questo quando ero piccola volevo un fratellino o una sorellina», ha aggiunto. E poi ha raccontato che zio Øyvind, suo fratello maggiore, la sera doveva sempre accompagnarla su per le scale della mansarda, perché lei credeva che dietro la carta da parati abitasse un fantasma che quando era buio veniva fuori attraverso una fessura. Io mi sono messa a ridere.«Ma adesso devo prendermi cura di te e Oscar, così ho il coraggio di salire le scale da sola. Senza problemi.» 
Ecco. 
Moltiplicate tanta bellezza per enne volte e otterrete questo libro magnifico! 

Carla

mercoledì 17 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CRESCERE IN TEMPO DI GUERRA



Crescere nonostante tutto: nonostante la malattia, che l’ha resa zoppa, nonostante la guerra, nonostante gli stenti. Questo vuole Ella, la protagonista del nuovo romanzo di Anna Woltz, ‘La ragazza della luce’, che Beisler edita con la traduzione di Anna Patrucco Becchi.
L’azione si svolge a Londra nel 1940, quando la capitale inglese è sottoposta ai quotidiani bombardamenti tedeschi. Ella è una quattordicenne poliomielitica, che con la famiglia ogni notte si trasferisce sulle banchine della metropolitana, che funzionano come rifugio antiaereo. Con lei c’è la madre, che di giorno lavora in un dormitorio, gli zii e il fratellino Robbie, mentre il padre è impegnato in un servizio di sicurezza. Nella promiscuità dei materassi e delle coperte ammucchiati uno vicino all’altro, Ella conosce Jay, un simpatico poco di buono, un ragazzo poco più grande di lei, che a mala pena sa leggere e che si ingegna a trafficare con quello che trova per guadagnare qualche soldo per il resto della famiglia. A completare il quartetto arriva Quinn, quindicenne dell’alta società, scappata di casa in cerca di libertà. Vuole a tutti i costi rendersi utile come volontaria. A lasciare la nobile magione è anche il fratello Sebastian, la cui condotta è considerata immorale.
Ella, Quinn, Jay e Robbie costituiscono uno strano quartetto, legato però da un’intima solidarietà. Ella trasgredisce più volte gli ordini della madre per seguire Quinn, e con Jay una notte corre allo zoo per cercare il fratellino, fuggito per ritrovare delle scimmiette scappate dalla gabbia, rischiando di essere colpita da una bomba. Fra loro quattro si intrecciano sentimenti diversi: l’attrazione, contraddittoria, che Ella prova per Jay, la complicità nel sapersi tutti fuori dalle regole, più o meno consapevolmente.
Su quello che dovrebbe essere un momento di crescita per tutti e quattro si stringe la morsa della guerra, che distribuisce lutti e paura e non consente di vedere il domani. C’è chi, come Jay, affronta la situazione con cinismo e rassegnazione e chi, come Ella e Quinn, non vuole perdere il senso d’umanità e vuole guardare al futuro. Ella lo fa anche scrivendo, prima per raccontarsi una propria vita alternativa, senza la guerra, senza la malattia; poi, per raccontare le vite degli altri, lasciare una testimonianza di chi ha vissuto quei terribili momenti.
L’autrice ci avvisa dalla prima pagina che non sopravviveranno tutti e quattro e tutto il romanzo scorre in attesa del momento in cui un personaggio lascerà la scena. Nonostante il senso di un dramma incipiente, seguiamo le giornate e le notti di questi quattro ragazzi che sono comunque degli adolescenti, o anche bambini, come nel caso di Robbie. I pensieri, i dubbi, i desideri che li attraversano sono quelli di un qualsiasi adolescente: l’amicizia, l’amore, il sesso, la famiglia e quell’insopprimibile desiderio di libertà che fa guardare al futuro, nonostante tutto.
L’autrice nederlandese ha una rara capacità di delineare ritratti vivissimi nei suoi personaggi: è stato così in ‘Tess e la settimana più folle della mia vita’ e in ‘Alaska’ ; così è anche in questo caso; ma qui si abbandona del tutto il tono leggero che ha fatto di ‘Tess’ una delle migliori prove di narrativa per ragazzi; qui, con grande sensibilità e capacità di cogliere anche le sfumature degli stati d’animo dei personaggi, si racconta una condizione di per sé terribile: come si può andare avanti e vivere la propria vita quando la guerra la mette in discussione ogni giorno, ogni notte.
Penso di poter dire che ‘La ragazza della luce’ sia una delle migliori uscite editoriali dell’anno: è un romanzo intenso, intelligente, coinvolgente: lo consiglio caldamente a ragazze e ragazzi maturi, a partire dai tredici anni.

Eleonora

“La ragazza della luce”, A. Woltz, Beisler 2023



venerdì 28 aprile 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DODICI COSE BELLE, ANZI TREDICI

Ora di nanna, Kjersti Annesdatter Skomsvold, Mari Kanstad Johnsen (
trad. Lucia Barni) 
Beisler 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"'È ora della nanna, Bo.' Bo si regge in equilibrio su un piede solo. 
'Ma sto già dormendo.' 'Cosa vuoi dire?' chiede la mamma. 
'Sono un pappagallo, io' dice Bo. 
'Il pappagallo dorme in questa posizione, con una zampa alzata', spiega. 
'È vero, la nasconde sotto le piume così così non prende freddo agli artigli', conferma la mamma."

Ma non si era detto che era ora della nanna? La conversazione tra i due ha preso una direzione inaspettata, e tutt'altro che soporifera. Si parla di animali, di loro abitudini, poi si propongono addirittura spuntini prima di fare il bagno, di lavarsi i denti e di infilarsi il pigiama. 
Tutto questo avviene tra un andirivieni di animali veri, un cane e un gatto, animali di pezza, di cui il preferito sembrerebbe un serpentone di lana a strisce, e animali evocati che assumono via via le sembianze di un bimbetto e di una mamma con gli occhiali: dagli orsi alle lontre, passando per due pipistrelli. 
Però evidentemente la chioccia conosce i suoi polli e quindi sa che tutto questo vivace via vai di bestie alla resa dei conti stancherà Bo e soprattutto lo farà passare dalla veglia al sonno con un bel sorriso in faccia. 
Che poi è la cosa migliore che possa capitare a chiunque.

Almeno una decina di cose belle che capitano in questo libro e in mezzo due ragionamenti su. 
La prima sta nel ritratto della vita vera e nel suo disordine. Senza parere c'è una madre che ha appena preso il contenuto da una lavatrice e lo sta stendendo, e ha appena ritirato quelli asciutti, mentre Bo sul divano si confronta con il cane e il gatto si attacca con le unghie ai pantaloni appena stesi. 


Il testo in proposito è assolutamente muto. 
Sempre in assoluto silenzio quella mamma va avanti con la routine della sera, ovvero raccoglie, con mani e piedi, il delirio di pupazzi che sono in giro, e già che è lì mette a posto anche il giornale (!). 
Si potrebbe scrivere molto sulla piacevole sensazione che si prova a mettere a posto prima di andare a letto, ma porterebbe lontano e comunque è rivolta agli adulti lettori. 
Nel frattempo, essendo multitasking come tutte le donne, parla con il ragazzino e avvia la routine dell'andare a dormire. 
E qui partono la seconda e la terza cosa bella, ossia il gioco che nasce tra i due, ossia di come quel ragazzino lanci ami a sua madre - il pappagallo, il leone dietro il water e cose così - e lei abbia sempre voglia di abboccare e addirittura di rilanciare, come farebbe un vero professionista della pesca. 


Ogni esca di Bo diventa complicità, ovvero intesa, e nello stesso tempo diventa modalità condivisa. Anche su questo si potrebbe scrivere molto sui criteri educativi, piuttosto diffusi e consolidati nel Nord Europa, che molto lentamente stanno diventando patrimonio comune. 
E qui entra in gioco la quarta cosa, ossia le promiscuità con cui in quella casa si vive con gli animali. 
A partire dai mirtilli al gatto, e la sgocciolatura del bagno al cane, da entrambi sul piumino, al muso sul tavolo. 
Anche qui si potrebbe dire molto su quanto diversa sia per un bambino l'infanzia passata con un animale e un'infanzia senza, ma anche questo porterebbe lontano. 
Che il mondo animale sia la spina dorsale anche del testo è evidente, tuttavia le continue occasioni che si dà Mari Kanstad Johnsen creano un tessuto così robusto e interessante che è proprio difficile ignorarlo: dalle foto di famiglia sulle scale, all'acquario sul tavolo, alla vista dall'alto della camera di Bo con i suoi poster (che peraltro potete comprare dal suo sito) e la sua collezione di pupazzi. 


E qui entrano in ballo la quinta e la sesta cosa, ossia i tagli prospettici e il continuo muoversi da una dimensione reale a una immaginata, ma anche un continuo muoversi di corpi e cose che rendono il disegno e la storia ancora più agitati di quello che già sono. Animali che escono dallo specchio e scorrazzano in corridoio, lampade vere e gufi finti, primi piani, panoramiche a volo di uccello, e a volo di rondine, profondità di campo, animali o mamme che sono troppo grandi per poter entrare nel foglio, l'arrampicata sulle scale da parte di Bo, ripreso dal basso, o il suo bagno visto dall'alto sono una gioia. 
La gamba ritratta per assecondare la forma aerodinamica di una rondine. Le schiene che si curvano, le mamme che si accucciano, i gatti che si accoccolano sono tutte piccole bellezze che informano di quanto questo sia disegno solo apparentemente ingenuo. 
E qui entrano la settima e l'ottava cosa, ossia il segno e il colore. Nella tradizione scandinava che sta dando davvero grande prova di sé entrambe le cose dimostrano la loro modernità assoluta, lontane mille miglia dal canone classico, in nome di una ricerca di comunicazione molto "espressionista" del disegno. Davvero Mari Kanstad Johnsen non si è data limitazioni in questo senso ed è un piacere constatarlo: pagine scure scure, ombre illuminate, soggiorni coloratissimi. 


Confusione di segni che a prima vista paiono scarabocchi. Ma mai lo sono. 
Le ultime due cose belle sono dettagli, ma come tali in grado di dire parecchio e di spostare il pensiero. 
Gli occhiali: far indossare alla madre gli occhiali è proprio una bella idea, non importa se consapevole fin dal principio, perché permette di capire all'istante in grande gioco di immedesimazione che è in atto. Brava. 
I risguardi: quelli iniziali funzionano, si potrebbe pensare, da ginnastica di riscaldamento per tutte le sinuosità interne che poi segneranno i contorni di personaggi e oggetti. Quelli finali sono quella cosa a cui si alludeva in principio, ossia quello di saper e voler parlare anche ai grandi. Alla giusta distanza, raccontare in silenzio, di quel mettere tutto a posto e di prendersi due minuti di pace tutti per sé, leggendo il giornale. Oppure di stramazzare sul tavolo da disegno, a tavola finita. Oppure... oppure. Bestie, ovunque. 
Per arrivare alla dozzina quindi direi che è cosa bella aver costruito un libro in grado di parlare molti linguaggi diversi, tenendo bene in conto che questi strani oggetti fatti di parole e disegni sono anche e forse soprattutto territori da condividere. 


E ultima, ma forse la principale, è l'aver dimostrato a tutti che si possono ancora fare libri così tanto belli su una questione così tanto battuta. 

 Carla

Noterella al margine. 
Nel frattempo di cosa bella se ne è aggiunta anche una tredicesima. Ma non spetta a me dirla.

sabato 31 dicembre 2022

ECCEZION FATTA!

 I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, un anno di ragionamenti,   
un anno di recensioni su Lettura candita 
Per ogni libro, il nostro perché
(BUM!) 


Luglio 2022


perché
qui lo sguardo è in presa diretta, racconta ciò che lo stesso autore ha vissuto, negli anni venti del secolo scorso, a Bangu. una storia di povertà e di desiderio di riscatto: Zezé ci racconta il suo mondo, le case malandate, il treno che porta in città, il Natale senza regali, e nello stesso tempo il pensiero travolgente, che cambia natura alle cose, che permette di sognare di diventare un giorno poeti.


perché
tutto ruota intorno alla questione di un incontro, ossia c'è qualcuno che è solo e sta sostanzialmente fermo al suo posto e di lì - casualmente - transita qualcun altro che è però diretto altrove. Ma anche qui Stark non si accontenta, perché dal seme dell'incontro fa nascere anche un'altra pianta: quella del desiderio che si ha degli altri (un bisogno che sfiora il confine verso la maternità/paternità). A peggiorare la solitudine della Creatura e ad aumentare ancora una volta i divari tra le due, ritorna la questione tempo. Lei è tanto sola ed è in cerca di un affetto per sempre, mentre la Piccolina ha un'esistenza effimera. Se incontro ci sarà durerà lo spazio di un giorno. 
Altro struggimento per chi legge.

Agosto 2022


perché
Baccalario racconta questa storia che pesca a piene mani nella storia reale di una città, Trieste, e deL  manicomio, rivoluzionato da quel grande psichiatra che è stato Franco Basaglia; la arricchisce a ogni capitolo con un ritratto, fra il vero e l’immaginario, dei degenti giocatori, delle loro parabole di vita, con uno stile che mescola, in giusta dose, commedia e dramma, con quel necessario pizzico d’indignazione, dettata dalle ingiustizie e dai pregiudizi che circondavano queste persone.




perché
La serietà impera in tutti i suoi libri eppure, non mi risulta che ne esistano esempi in cui i lettori, grandi o piccoli che siano, non scoppino in risate fragorose e non saltino almeno una volta sulla sedia per lo stupore. Possibilmente alla fine delle storie che racconta. 
E come Buster Keaton aveva capito molto bene, vedendo che la gente al cinema si sbellicava molto di più alle sue facce inespressive, piuttosto che a quelle sofferenti o arrabbiate, tanto più Meschenmoser dà vita a personaggi che si prendono così tanto sul serio che i lettori non possono fare a meno di ridere di loro! 

Settembre 2022



perché
Scoprire gli animali nascosti nel cielo, fra le stelle e magari chiedersi quali storie possano raccontare; chiedersi anche cosa possano essere quei puntini luminosi che brillano nell’oscurità della notte (sempre che si riesca a vederli!), ecco aperta la strada a un’infinità di domande, che è poi il fine vero di ogni buon libro di divulgazione.


perché
Il racconto di Ahmed, quello di Aziz e in ultimo quello di Sony. Tre voci per un'unica storia. 
Una storia che è contemporaneamente il racconto verosimile di un percorso di crescita, difficile, attraversato dalla guerra, da separazioni, rimorsi, e tentativi di riscatto. 
Ma è anche lo spunto per porre in essere una tragedia - attraversata da un dilemma, come accade in quella classica o in quella shakespeariana. 
E ancora: è una parabola dal tono universale per ragionare sul male che incarna la guerra, senza remissione, senza redenzione. 
Ed è anche una galleria di una umanità diversissima nelle sue sfumature. Al suo interno si riconoscono la debolezza di un padre e la forza di una madre, l'indissolubilità di un legame tra fratelli, la spregiudicatezza di chi decide del destino di altri, l'incertezza e l'ingenuità di chi non sa, di chi della guerra - per sorte - ne ha solo sentito parlare... 
Un libro che dimostra una grande originalità nella struttura e nel suo punto di osservazione che, solo sul finale, arriva a coincidere con gran parte dell'esperienza creativa di chi lo ha scritto: Tremblay non è solo un romanziere, ma anche un drammaturgo di calibro. 

Ottobre 2022


perché
Sono dunque due i fili narrativi che si intrecciano, in un racconto incalzante e avvincente: uno riguarda la crescita di Dima, la maturazione di un senso di alterità e di distanza da quegli adulti che all’inizio ammirava e aveva preso a modello, un sentimento all’inizio confuso e poi, via via, più chiaro di amore per la natura e soprattutto di rispetto per essa.



perché
come sempre dietro l'ironia che lo attraversa, si intravedono anche moltissime altre cose che hanno a che fare con l'umanità intera. Sotto le piume di quell'anatra zoppa e di quella gallina cieca ci siamo tutti noi, per un verso o per l'altro. 
A titolo di esempio, si guardi quell'anatra codarda che preferisce il proprio cortile buio e polveroso, la sua comfort zone, a qualsiasi altro luogo di cui ha contezza solo per sentito dire. Non se ne parla di partire senza una meta. 
Quanti di noi di fronte all'idea di intraprendere un viaggio, mai e poi mai lo farebbero da soli, mai e poi mai andrebbero alla ventura, senza aver già tutto pianificato... 


Novembre 2022



perché
Bomber’ è un romanzo complesso, che affianca alla dimensione avventurosa, che contraddistingue le scelte stilistiche di Dowswell, un intreccio che connette diversi aspetti di un brevissimo lasso di tempo, dall’agosto al dicembre del ‘43: le battaglie nei cieli, la vita nelle città sotto attacco, la guerra combattuta dai civili, dagli eserciti regolari e irregolari.




perché
è segnale di un profondo ragionamento di un genio creativo, nel romanzo si coglie all'istante una sua grande capacità di dare corpo - e soprattutto anima - a tutti quelli che transitano sulla pagina. E di farlo, ed è qui lo scatto di qualità, senza spendere neanche una parola su quello che esula dal mero accadimento. 
Mi spiego. Noi capiamo chi sia Theo solo attraverso quello che Theo fa o dice. Lo stesso accade per il signor Bunchley, per la piccola Victoria, per il signor Jones e il signor Norton e per tutti gli altri: da un punto di osservazione distante quanto basta li vediamo agire, li sentiamo parlare o tacere, dialogare o arrabbiarsi, lavorare, dormire, uscire, tornare, pranzare... e lentamente ma inesorabilmente sappiamo chi sono fino in fondo. 
Non una parola spesa da Raschka per spiegarci le cose. Lui, semplicemente, le fa succedere. Nessuna 'voce fuori campo' che spieghi. 
L'intelligenza del lettore è fatta salva.

Dicembre 2022



perché
Una storia di sentimenti, di emozioni represse, di solitudine raccontata con leggerezza, ironia, poesia. Lilo esprime uno sguardo ingenuo, che coglie però l’essenziale dei rapporti umani, scova la paura, suscita entusiasmo e allegria.




perché
la capacità di saper disegnare così bene i bambini e di saperlo fare attraverso una linea liquida con le trasparenze dell'acquerello. 
E tutto, meraviglia, in digitale. La loro individualità colpisce sopra ogni cosa. Primi piani o visioni di insieme sempre attenti, colti con grande attenzione e sensibilità e restituiti con grande talento e soprattutto onestà. Ed è proprio questa ultima caratteristica che li rende capaci di andare al di là del segno in sé e di muovere le corde dell'emotività. 

[FINE]