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lunedì 27 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA BAMBINA HA ATTECCHITO

Diventare grande, Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 
(trad. Francesca Del Moro) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI 

"... ero piccola 
e sono diventata grande 
ero esile come un ramoscello 
e sono diventata robusta come una quercia 
ero tutta snodata quasi una contorsionista 
poi molto meno 
ero allegra 
e lo sono rimasta ma meno spesso 
m'incuriosiva tutto 
ma sono diventata esigente..." 

Un razzo punta verso la terra, tra due ali di fiori e piante c'è uno spazio libero per accoglierlo. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 

Quindi una grande cicogna, tornando da una pesca fruttuosa, tiene fra le braccia (!) due giovani con i corpi che si incrociano. E quindi un bebè, avvolto in una coperta dorme in un guscio che è anche un po' albero e sta mettendo radici... 
È fatta: la bambina ha attecchito e quindi cresce. 
Cammina lungo i percorsi di una vita, capace di vederne l'inizio, il punto di partenza e, alzando lo sguardo, di coglierne l'evoluzione, le sue trasformazioni. 
Da esile ragazzina a robusta e solida donna, da neonata a ragazza  - lividi e sbucciature e qualche feritina -  con gli anfibi nei piedi.

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Da giovane dipendente con un biberon e un telecomando, a donna indipendente che tutto ciò che le serve lo porta con sé, da spensierata a utile, dall'essere circondata da molti all'essere sola. Grata alla vita, un giorno, nel razzo che ha invertito la rotta, scompare. Non prima di essersi sentita parte di un tutto e poi di aver dimenticato tutto. 

Il senso potrebbe annidarsi qui: "convinta che scrivere per bambini significhi scrivere per tutti e scrivere per adulti escluda invece i più piccoli", firmato Laëtitia Bourget. E, se così è, perché  non estendere lo stesso pensiero anche scrittura per immagini di Emmanuelle Houdart? 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Non è forse lei quella che stratifica ogni sua figura di così tanti significati da cogliere, esplorando ogni singolo dettaglio, a età sempre molto diverse? Dal goderne in senso puramente estetico e di armonia compositiva, a volerne leggere riferimenti anche molto profondi. Uno per tutti: il libro di farfalle nel paniere di un futuro genitore che ritorna nel lettino di una bambina che lo guarda e 'lo legge' con occhi e dita interessate. 
Prima di dire ogni bene di questo libro, parrebbe necessario ribadire una osservazione che in altri casi è stata fatta e che riguarda la capacità di intesa profonda tra testo e immagine cui corrisponde una altrettanto profonda intesa tra il modo di leggere il mondo di chi scrive e chi illustra. 
Non è affatto una consuetudine che la qualità di un libro cresca in modo esponenziale rispetto alla somma delle due singole qualità che convergono (in realtà le qualità dovrebbero essere almeno tre o quattro, ma facciamo finta che...). In termini numerici, si potrebbe dire che in alcuni libri uno più uno faccia tre e non due. 
Questo è uno dei casi. In estrema sintesi li si potrebbe definire binomi felici. 
Bourget e Houdart si sono spesso incontrate e abbracciate sulle pagine dei libri, e nel catalogo Logos lo si può verificare facilmente. La prima cosa bella che succede con loro è il grande spazio che ciascuna lascia all'altra. E qui si potrebbe aprire una parentesi su quanto sia 'complesso' scrivere parole perché un illustratore ci si accomodi dentro. Basti dire che l'intesa di vedute sul risultato finale, la curiosità e l'attesa per il lavoro dell'altro, e il rispetto e la fiducia tra chi viene prima e chi viene dopo nel concepire un libro, tutto questo fa la differenza. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Si sarà notato, qui, si spera. 
A parte questo lungo corollario, credo si debbano notare un paio di cosette. La prima, non indifferente, sta nel femminile che attraversa il libro. Conoscendo un po' la poetica di entrambe, accanto a una scelta - diciamo così - politica, mi pare che il femminile dipenda da quella onestà intellettuale, da quella verità sopra ogni cosa, che caratterizza il loro modo di raccontare
Sono due donne e, come tali, pensano e parlano. Non potrebbe essere diversamente. 
E in nome di quella stessa verità, raccontata con la nettezza di una poesia, con il garbo e l'ironia delle immagini, si racconta il lungo percorso di un'esistenza. 
Ed ecco la seconda cosetta. Essere capaci di raccontare in meno di centocinquanta parole che cosa è una vita, il senso di vivere. Con i molti punti di partenza e gli altrettanto numerosi traguardi. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


E qui arriva la raffinatezza di saper parlare una lingua universale che tutti sono in grado di capire. 
A seconda dell'età di chi legge, ci si riconoscerà negli inizi o negli arrivi ma a tutti sarà chiaro quello che è detto in copertina con una felice sintesi: tutti noi siamo allo stesso tempo ciò che eravamo, un bell'imperfetto, e ciò che poi siamo diventati, un bel passato prossimo... 

Carla

mercoledì 4 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI COLETTE E LE ALTRE, OVVERO LE GALLINE LETTERARIE 

Quando le galline avranno i denti, André Bouchard (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA per PICCOLI (dai 6 anni) 

"Una volta in piedi, Colette prepara la colazione: quattro chicchi di mais e un verme che manda giù in tutta fretta, senza scordare la sua dose di ghiaia per dare consistenza al guscio delle uova. Dopo si precipita in bagno per darsi una rapida sistemata con un po' d'acqua fredda e lavarsi i denti. E poi, via, schizza fuori di casa, per... 
TONINO 'Ma le galline non hanno i denti! Che storia è mai questa?' 
PAPÀ 'Appunto, è solo una storia. Tonino. Si potranno mettere in bocca i denti a una gallina anche solo per divertimento, no?' 
TONINO 'Invece no. Una gallina con i denti non esiste, e non è nemmeno divertente...'" 

La mattina della gallina così ricomincia. Senza lavarsi i denti ha anche guadagnato qualche minuto in più. Corre all'autobus che la porta in fabbrica dove deve produrre uova: dodici ore estenuanti con un ritmo di un uovo al minuto. Torna e a casa e stramazza sul divano, con un libro in mano (no niente libro, le galline non sanno leggere, obietta Tonino, il bambino che a letto prima di dormire ascolta il racconto che il padre sta inventando per lui.) No, davanti alla tv. 
La la mattina dopo, stesso tran tran e una brutta sorpresa: nessun uovo prodotto. Il licenziamento arriva immediato e con esso l'obbligo di presentarsi alla ditta Nuggets... Non vale l'ipotesi di farla volare, perché Tonino lo sa che le galline non volano, ma correre veloce invece le è concesso. 
Questa è la storia di quella povera gallina "letteraria" che decide di opporsi al suo mesto destino, rivendicando la propria autonomia nelle scelte. Con buona pace di chi invece di fare il saputello, dovrebbe solo pensare ad addormentarsi. 

Si prosegue a ragionare di galline con i denti, che evidentemente hanno un loro appeal in ambito letterario. 
Sulle galline diventate dentute dopo Chernobyl nessuno ha osato obiettare nulla: Tonino forse dormiva e suo padre non ha potuto leggergli il libro di Ervas e neppure quello di Bénédicte Guettier.
Qui purtroppo la gallina in questione si scontra con un bambino dall'immaginazione che va e viene. Gallina sull'autobus, tutto nella norma; gallina che legge, non sta su. 

© André Bouchard

Bouchard sfodera una delle sue storie di media lunghezza, che è costruita sulla metanarrazione, ossia una storia in cui c'è la storia e anche chi racconta la storia diventa storia a sua volta. 
Tra le costanti che hanno attraversato tutti i suoi libri c'è il suo senso dell'ironia che qui si esplica in entrambe le storie: quella di Colette e quella di Tonino e suo padre. Entrambe dovrebbero essere, su precisa richiesta di Tonino, storie vere. Così come recita l'incipit che riguarda entrambe e che compare in un luogo anomalo: la quarta di copertina. 
Altra costante è la capriola finale, che in questo caso è addirittura doppia.

© André Bouchard

Come già altre volte è capitato, Bouchard concepisce i suoi libri nell'uso che se ne può fare, ossia non si limita a considerare la storia che essi contengono, ma ne progetta sempre una ricaduta pratica, 'vivente', ossia ha sempre molto chiaro il lettore nell'atto di leggere le sue storie. E nel farlo, ne dà contezza nella scrittura stessa o nel disegno. Qui addirittura il lettore è in qualche modo coprotagonista al fianco della gallina Colette. 
Altrove ha invece messo temporaneamente a tacere la voce narrante per rivolgersi direttamente a chi ascolta. Circostanza questa che non può lasciare indifferente nessuno. 
Altra cosa che succede qui, come è già successa altrove, per la precisione in La famiglia Porelli: Bouchard racconta le classi disagiate. Lì c'erano dei poveracci senza lavoro, che vivevano di espedienti e si erano attrezzati in una specie di baraccopoli mesta, qui invece una gallina vessata, sfruttata e senza garanzie sindacali che ne tutelino i diritti fondamentali di lavoratrice. 

© André Bouchard

E come se non bastasse, anche la sua privacy è piuttosto a rischio... 
Però però però. Qui succede anche qualcosa che non ha corrispondenza alcuna con il testo. 
Si tratta di una storia che attraversa la vicenda di Colette, e lo fa solo a livello visivo. 
Il tacerne da parte dell'autore lascia campo libero a molteplici letture che hanno tuttavia un denominatore comune che con le questioni di genere ha parecchio a che fare. 

© André Bouchard

A voi, libera interpretazione. 

Carla 

Noterella al margine. Parrebbe che si siano magicamente verificate le condizioni per costruirsi un proprio "cofanetto Bouchard", dal quale resta escluso per motivi di ingombro Al luuuuuuupo!

lunedì 17 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA TESTA DEL POLPO. Di filosofia illustrata

Mondo crudele, Ellen Duthie, Daniela Martagón (trad. Chiara Ronchi) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI 

"Perché tu possa mangiare un pollo, qualcuno deve ucciderlo. Mangiare un pollo è lo stesso che ucciderlo? 
Hai mai mangiato uno spezzatino di gatto? Perché è una idea difficile da digerire? 
C'è differenza fra mangiare un pollo e mangiare un gatto? Cosa cambia di preciso? 
E mangiare le persone? Sarebbe crudele? 
Sarebbe peggio che mangiare gli animali? Perché? 
 Cosa non mangeresti mai? Perché? 
È più crudele mangiare un animale che ha avuto una vita felice o un animale che ha avuto una vita triste? Perché?" 

 "Cooooooosa?? Spezzatino di gattooooo? Puah!" Giallo terrore: a tavola mamma e papà si servono dalla zuppiera da cui spuntano le inconfondibili orecchie a punta di un gatto e la coda. 
Terrore nello sguardo della bambina, assoluta tranquillità nei gesti e negli sguardi dei genitori. 
Precede la scena il rosa shocking della bambina che a colpi di matita fa fuori le formiche in fila indiana e quel bel tono di arancio, clockwork orange, che contiene un'uccisione nella savana: il leone con una capra morta tra i denti è circondato dai cuccioli festanti: si mangia, finalmente. 


© Ellen Duthie, Daniela Martagón

A seguire una panoramica di uno zoo gestito da alieni in cui tra gli animali in gabbia, c'è anche un bambino dall'aria mesta. Quindi segue scena di lotta impari - cinque bambini contro una - in un parco giochi. E poi ancora terrore nella vasca da bagno, ai bordi della quale un padre è alle prese con il lavaggio serale del figlio recalcitrante e sgusciante. Segue la crudeltà di una cavia in camice che studia e sperimenta su un bimbetto, legato mani e piedi a un tavolo da laboratorio. E poi ancora pulcini uccisi inavvertitamente e via andare con altre crudeltà quotidiane... 

Ecco, l'ultima uscita di Wonder Ponder Apri Guarda Pensa. Filosofia illustrata per tutte le età: progetto editoriale tentacolare quanto geniale. Per ogni uscita, questa è la quarta dopo Quello che vuoi (che ruota intorno alla libertà), Pizzicami! (che ruota intorno a immaginazione e sogno) e Io, persona (che ruota intorno alla questione dell'identità) c'è un libretto quadrato; tutti si fregiano del bollino rosso del Premio Andersen 2023 come miglior collana editoriale. Ma c'è anche una scatola - che contiene il libro 'scomposto' in schede. Le 14 tavole illustrate sono libere e sul loro retro ospitano le 9 questioni che invece nel libro sono sulla pagina di sinistra. Si aggiungono le tre tavole di espansione personale in cui sono i bambini che possono formulare una situazione, disegnarla e corredarla di almeno 9 domande che, come nel libro, sono da inserire nei boxini sagomati. 

© Ellen Duthie, Daniela Martagón

A questo si aggiunge tutta una serie di altre interessanti espansioni che si possono scaricare - preferibilmente pagando una quota libera per riconoscere il lavoro di chi li ha concepiti e poi montati sul sito dedicato a Wonder Ponder. 
Questi dunque i tentacoli, ma è la testa di un polpo quella che fa la differenza. 
Direi che a prescindere dall'idea di fondo che non può essere che condivisibile: solleticare i più grandi 'filosofi naturali' che ci sono sul pianeta, ovvero i ragazzini, sono almeno due i pregi che Mondo crudele, con i suoi fratelli, dimostra di avere. 
Il primo sta nella capacità di saper cogliere i noccioli delle singole questioni intorno ai quali attaccarci un bel po' di polpa. 
E il secondo risiede nella modalità scelta per farlo: chiedere, domandare. 
A parte che delle quattro uscite, non ce n'è una che non si riveli di estremo interesse e attualità, visto il panorama della nostra contemporaneità: libertà, identità, crudeltà e immaginazione... 
Ma la cosa più notevole sono le singole tavole, quattordici, intorno a cui tutto ruota. Per Mondo crudele si passa dal quotidiano di un parco giochi a una cena in famiglia, da un leone in caccia (credo che se avessero disegnato una leonessa e l'avessero resa protagonista, avrebbero centrato ancora meglio l'autenticità del contesto) a una fiaba, dal cagnone di casa al fratellino piccolo nel lettino. 
Insomma, sono tutti contesti che non occorre spiegare perché conosciuti e quindi intuitivi. Solo in alcuni casi, modalità che peraltro ha una grossa presa a livello psicologico e a cui i bambini sono già abituati, le situazioni sono raccontate a ruoli invertiti: un padre in castigo, un bambino nelle zampe di una cavia o in una gabbia dello zoo... 
Ma merito ancora maggiore lo hanno le domande. E non mi sto riferendo alle singole questioni, che ovviamente sono il frutto di tanta riflessione, ma al fatto di procedere, situazione dopo situazione, solo chiedendo. 

© Ellen Duthie, Daniela Martagón

Elenco solo in modo sommario i vantaggi di questo modo di procedere. 
Primo: tutti i bambini coinvolti possono partire da uno stesso punto che è comune, la domanda appunto. Secondo, la domanda facilita l'esposizione (anche se forse qualche perché in meno ci sarebbe stato) e rende paritario il confronto tra loro. 
Terzo, la domanda implica un passo indietro da parte dell'adulto che continua - ovviamente - a essere il regista della conversazione, ma nell'atto di domandare si pone in un ruolo di 'ignorante', ossia quello che non sa e deve chiedere. 
Quarto, la domanda parte da un punto preciso, spesso legato alla contingenza di un fatto e al vissuto di ciascuno - hai mai ucciso una formica o un altro insetto di proposito? - quindi per il suo essere domanda, di fatto attiva un ragionamento, ma lo fa senza mai creare inadeguatezza. 
In sintesi: la domanda fa pensare, ma ciascuno è in grado trovare la propria risposta, che è quella giusta per definizione. 
Tutti questi quattro elementi hanno il potere di contribuire a rendere efficace e soddisfacente il risultato. E a radicare un metodo di ragionamento, in chi sta imparando a prendere le misure del mondo. 
Ho avuto la fortuna di incontrare chi del domandare aveva fatto un sistema per far crescere bene giovani menti: un'insegnante di scuola media che, vista in azione, nelle conversazioni su grandi questioni con la sua classe faceva loro solo domande: lei sempre un passo indietro rispetto ai loro pensieri. Tutti loro avevano modo di parlare, di essere ascoltati e capiti. 

© Ellen Duthie, Daniela Martagón

E quello che ho potuto ascoltare dalle loro voci era di così alto valore che è difficile dimenticarsene. 
Va da sé che gli alunni le volessero un gran bene. E io con loro. 

Carla

mercoledì 5 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GEOGRAFIA DI UN'INFANZIA

Gladys, Ronald Curchod (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI 

"Attraversare i prati, le colline, 
 il bosco, il ruscello. 
Vedere in cielo 
l'Aquila & il Falco. 
Sentire in montagna 
il fischio della marmotta, 
quello del camoscio. 
Scoprire sui prati 
una jungla di giunchiglie, 
la quinta foglia della potentilla, 
la farfalla Vulcano, la Xantia e l'Orbettino." 

Gladys ha undici anni, vive in una fattoria nei monti che sovrastano la cittadina di Aigle, in Svizzera, nel cantone di Vaud, attraversata dalla ferrovia. Suo padre, un uomo robusto, sua madre, una donna alta che avrebbe tanto voluto suonare il piano, e un fratello che ha due passioni, la montagna e i camosci. Tutti insieme lavorano sodo alla fattoria - la cucina, la stalla, il pollaio, la cantina, il fienile, l'orto e le conigliere. Ci sono i campi da coltivare, i prati da curare e tra il bosco e il torrente c'è sempre un grande viavai. A tutto questo va aggiunta la scuola. 
Questa è la vita di Gladys, una ragazzina, che impara dal nonno maestro di scuola i nomi delle piante e degli insetti, che ha le gambe secche ma forti, una ragazzina cui piace stare scalza, cui piacciono i gufi, anche di legno, che fa a pallate con i cachi maturi, che non teme gli orbettini, che le strisciano anche sotto il suo vestitino a pois. Vestito che cresce con lei: lo indossa anche da grande, in copertina, dove i capelli sono stati domati. Da vecchia con i capelli bianchi, i pois sono spariti, ma gli occhi continuano a essere frecce azzurre che scoccano verso chi la guarda. 

Gladys, da lì a nove anni, si sposerà e poi sarà la madre di Ronald Curchod.
 
© Ronald Curchod

Questa è la sua storia. È a lei dedicato questo libro molto particolare. 
Particolare nella sua architettura. 
Un grande panorama visivo: l'intera vallata punteggiata di lettere dell'alfabeto, tutte le lettere dell'alfabeto, cui corrisponde un panorama testuale. 
A una tavola doppia dedicata ad Aigle, la sua valle e le sue montagne, segue una doppia pagina di solo testo in cui quelle stesse letterine sparse diventano l'iniziale di singole parole che si organizzano in una poesia, che ha l'andamento di un elenco di luoghi, azioni da non dimenticare. 
Scritti come versi, in una traduzione che ha saputo destreggiarsi con grazia tra i vincoli ineludibili di un alfabeto che non è il nostro, hanno il merito di mettere in fila, perle lungo un unico filo, molti dei ricordi di un'infanzia. 

© Ronald Curchod

L'intento sembrerebbe proprio quello di tenere a mente, mettere in una sequenza personale le cose da fare ma anche da tenere a mente: tenere d'occhio l'orto, vedere la lepre che si abbevera, annaffiare la yucca. 
Un verbo, sempre all'infinito, che scandisce il tempo: lanciare i kaki (!) quando ormai si spappolano, sentire in montagna il fischio delle marmotte. 
A ciascuna di queste perle è dedicata poi una grande tavola e un breve testo che riverbera in parte il testo iniziale, ma ha anche il pregio di farlo sbocciare, ossia maturare. Sentire in montagna il fischio della Marmotta e quindi poi desiderare da morire di dormire nella sua grotta... Ecco cose così. 
In un gioco di rimandi tra parole e parole e tra parole e immagini, ma anche a ben vedere tra immagini e immagini si ricostruisce un quadro di insieme: la storia della piccola Gladys che attraversa gli scenari che hanno ospitato la sua infanzia e, forse, una certa parte della sua vita. 
La si conosce bambina al principio, la si saluta in uscita con i suoi capelli bianchi nell'ultima pagina. Stessa specularità è data alla grande fattoria. Bella, grande, imponente al principio. 
Drammaticamente ritratta la sua fine.

© Ronald Curchod

In questo libro, come già si notava altrove per un altro bel libro di Curchod, ogni singola tavola diventa in qualche misura una visione, dove le dimensioni diventano parte di un gioco - un'enorme nocciola, delle minuscole vacche, una lepre gigante. 

© Ronald Curchod

Le cose talvolta abbandonano il loro contesto - una lampada pende nel bosco. Chi legge e osserva non non apprezzare la percezione materica di animali e piante e soprattutto non può fare a meno di partecipare al gioco che Curchod ha organizzato per lui: una continua oscillazione dal particolare al generale in cerca di conferme, in cerca di punti fermi, come lo si farebbe su una carta geografica. 

© Ronald Curchod

Una carta geografica emotiva. 

 Carla

lunedì 29 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE QUESTION

Da grande sarò una foca, Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"La sera, io e mamma parlavamo del mare. 
Di solito le portavo una bella pietra o una conchiglia rara, e lei in cambio mi raccontava cos'altro ci fosse sott'acqua: sirene, vere lamprede dai nove occhi, ragazze-gamberetto, dugonghi di corte, calamarchesi, meduse mortali..." 

Questo bambino non ha mai dovuto imparare a nuotare. Lo ha sempre saputo fare. Vive con la sua mamma e il suo papà in una casa fuori dal paese, in riva al mare e quando non deve aiutare sua madre nei lavori in casa e in giardino, torna in acqua e nuota, nuota. E nuota. Suo padre fa il pescatore e sta per giorni lontano da casa, al largo dove ci sono i banchi dei pesci. E quando sono soli, mamma e figlio, lei gli racconta cose meravigliose sulla vita nel mare. Pieno di stupore, il bambino si interroga: ma come fa lei a sapere così tante cose se non mette mai neanche un piede nell'acqua? Eppure è così, racconto dopo racconto. 

© Nikolaus Heidelbach

Tra i tanti, c'è anche quello delle foche che, con il plenilunio, vengono a riva e, dopo essersi spogliate della loro pelle, sono veri esseri umani. L'importante per loro è tenere vicino la propria pelliccia per poter tornare nel mare, quando si è vissuto abbastanza come persone. 
Ed è forse questa storia che porta quel bambino a cui piace tanto il mare, a credere che suo padre sia una queste creature, un po' foca un po' uomo: d'altronde a notte fonda lui lo ha visto spostare dal capanno proprio una lucente pelliccia di foca, la sua, e di chi altrimenti? 

Si può gioire dell'arrivo di questo libro per diverse ragioni. 
La prima è legata alla bellezza intrinseca della storia che è una delle tante versioni esistenti in letteratura di un mito diffuso tra l'Irlanda, la Scozia e le isole Fær Øer e l'Islanda: quello delle selkie, creature del mare, foche, che hanno la capacità di prendere le sembianze umane, se si spogliano della loro pelliccia.

© Nikolaus Heidelbach 

La seconda è che una delle tante versioni letterarie è un libro di Nikolaus Heidelbach. 
La terza è che questo libro sia finalmente arrivato anche qui, con Logos. 
Il mito delle selkie, come tutti i miti, pone diverse questioni di carattere universale: la prima delle quali ruota intorno al senso di appartenenza. 
La pelle che ci contiene è in qualche modo un segno distintivo che qualifica le nostre radici. Ma pone anche una questione importante riguardo alla scelta della propria identità che può essere molteplice e comunque sempre risultante da una volontà personale. 
E legata ugualmente a entrambe arriva la terza ma non ultima questione: la chiave 'genetica' della trasmissione dei saperi, attraverso le generazioni. Da cui, la chiarezza del titolo. 
Dunque: appartenenza e identità. 
In questa prospettiva il mito della donna foca si moltiplica, come sempre accade, secondo diverse sfumature, ma su una circostanza è piuttosto concorde: la determinazione finale sul senso di appartenenza. Tutte le donne foca tornano al mare. 

© Nikolaus Heidelbach

Il ritrovamento della loro pelliccia, nascosta, conservata, sottratta, questo poco differenzia, ne riaccende come per incanto il legame primigenio e insopprimibile. Quello stesso legame che fa dire ad alcuni, quando pensano alla loro 'casa' dove finire in pace la propria esistenza, io là devo tornare. 
Ci si potrebbe interrogare a lungo sul senso, o per meglio dire, sulla direzione che diamo alla nostra vita. Aver costruito un percorso che abbia una andata e un ritorno è una scelta condivisibile? 
Ma forse qui ha più senso chiedersi quale prezzo siamo disposti a pagare per farlo. Nella mitologia legata alle selkie anche questo punto è sostanzialmente concorde: nel partire lascia tutto ciò che ha costruito sulla terra, compresa la prole. 
E qui si apre uno dei tanti scenari scomodi, quegli stessi scenari scomodi che Heidelbach cerca con determinazione e costanza con l'obiettivo di metterli dentro un libro illustrato per farli arrivare a chi di dovere. 

© Nikolaus Heidelbach

Credo di non allontanarmi troppo dal vero se penso che il buon Heidelbach lo faccia in modo programmatico, con l'intento di voler raccontare la verità, di voler raccontare la complessità dell'infanzia per quella che è e quindi scompaginare certe sicurezze, che appartengono al mondo degli adulti e che gli adulti si danno un gran daffare a inculcare nella testa dei bambini. 
Una di queste - peraltro distante da quella che è l'esperienza del reale che molti bambini possono aver sperimentato - è quella che mamma non ti lascerà mai. Affermazione che già di per sé crea un bel po' di guai. 
La seconda, da questa derivante, ha a che fare con la lontananza che non è di per sé - ad eccezione del territorio italiano - un sinonimo di disinteresse o mancanza d'affetto verso chi si lascia. 
Non a caso, Heidelbach dice la sua al riguardo, senza spendere neanche una parola, ma disegnando una scena che in questo senso è inequivoca. Ma forse per un adulto, non abbastanza rassicurante. 
Arriva con chiarezza addirittura a libro chiuso. 
E qui entra la terza ragione per cui gioire. La poetica di Heidelbach che ancora una volta valica le Alpi e tenta la conquista di un territorio per lei quasi vergine e inesplorato. Due soli i suoi libri che Donzelli ancora tra il 2010 e il 2011 ha pubblicato in Italia: Cosa fanno le bambine? e Cosa fanno i bambini?. Miracolosamente hanno retto per tutti questi anni, ma mentre galleggiavano si constatava il fatto che il pubblico italiano adulto reagiva con poco entusiasmo. Troppo inquietanti quei silenzi che avvolgevano le tavole, troppo preoccupanti quegli sguardi in tralice dei bambini e delle bambine protagoniste, troppo perturbanti i nessi tra il pochissimo testo e l'immagine, troppo diseducativi gli scenari. E poi, esiguo e preoccupante, al limite dell'offensivo, il ruolo dato agli adulti in scena. 
Va da sé che se, messi in mano ai bambini e le bambine, entrambi i libri hanno un grande successo e aprono discussioni accese che possono durare intere giornate. 
Ma è un fatto che i libri li comprano i grandi. Dopo accurato e prudente pensamento. 
Così solo alcuni donchiscittoeschi adulti hanno perseverato nel divulgare la conoscenza di questo autore. E io, modestamente, tra loro. 
Ma fortunatamente il tempo passa e - dai e dai - certi ragionamenti sono diventati, almeno a parole, parte di un pensiero più condiviso, più sdoganabile nell'ambito della pedagogia della lettura. 
© Nikolaus Heidelbach

La grande question è la seguente: riuscirà la leggenda della donna foca a farsi conoscere e a mettere radici nelle teste di chi la legge? Riuscirà a non sembrare uno sproposito quello di far ricadere su un bambino una responsabilità del genere? Riuscirà a passare una famiglia che si frantuma così? Riuscirà finalmente a diffondersi anche qui la grande arte di Heidelbach? Riusciranno le sei magnifiche tavole mute a raggiungere lo sguardo incuriosito di ragazzini e ragazzine, così come è accaduto con 'la ridda selvaggia' di Sendak o come è successo con 'le fotografie immaginarie' di Wiesner per Flutti/Flotsam? Riuscirà il freddo e scuro Mare del Nord a imporsi sul solare mare nostrum? Riuscirà ad arrivare ai bambini il fatto che il mondo dei grandi talvolta è inspiegabile? 
Vedete un po' che potete fare... 

Carla

venerdì 7 aprile 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI LUCIDITÀ E GARBO tra morte e resurrezione

Mortale
, Emmanuelle Houdart (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2022 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Non fatevi illusioni, morire non è una bazzecola. È dura separarsi dalle persone amate, ed è un salto nel buio che dobbiamo fare da soli. 
Ma, una volta superata questa terribile prova, inizia una nuova avventura: unirsi al popolo di chi è morto prima di noi. 
L'ideale sarebbe avere il proprio aldilà personale, una specie di paesello in mezzo alle nuvole, un castello nel cielo in cui abitano soltanto le persone che abbiamo amato e che ci hanno portato nel loro cuore. E, perché no, le persone che hanno reso più bella la nostra vita terrestre: gli insegnanti che ci hanno dato fiducia, i cantanti che amavamo, gli attori adorati, gli artisti e gli sportivi che ammiravamo..." 

Non potrebbe essere questo il paradiso che vorremmo per noi?
 

Emmanuelle Houdart © 


Per poter parlare di morte, bisogna averci ragionato sopra. 
Alzi la mano chi non si è mai posto il problema. 
Meglio dunque documentarsi, prima di qualsiasi ragionamento avventato e troppo emotivo sulla questione. 
Scandito in quattro parti - personaggi mortali, luoghi mortali, pericoli mortali, piaceri mortali - più una conclusione, mortale anch'essa, è un utilissimo vademecum cui attingere informazioni, attivare riflessioni, cercare soluzioni. 
Per esempio, tra i personaggi mortali c'è la morte, Madama Morte, cui viene riservato un posto d'onore in apertura (a scanso forse di ogni eventuale rappresaglia). Il suo ruolo dirimente non viene smentito, anzi detto a chiare lettere. Ma altrettanto chiaramente, con coraggio e garbo, le viene anche detto, in una sorta di lettera aperta, che tra i terrestri lei non gode di buona stampa. 
A seguire, gli angeli, il diavolo e gli dei. 

 Emmanuelle Houdart ©


Su questi ultimi, rappresentando effettivamente materia controversa, si mettono in elenco le diverse posizioni, almeno le più frequenti: gli dei non esistono; ne esiste uno solo, ed è il mio; le bellezze del mondo sono dio: da Saint-Tropez al Kilimangiaro, dalle foreste svizzere ai vulcani in Costa Rica; non esiste dio, ma a essere brave persone su questa terra non si fa mai male e magari - metti che esiste - si finisce pure in paradiso o nel corpo di un gatto d'angora... E ultimo, Dieu, c'est moi! Posizione questa piuttosto autocratica, ma attestata. 

Cogliere l'occasione di celebrare un bel libro sulla morte, nei giorni in cui si festeggia un fatto più unico che raro, ossia la sconfitta della morte con una resurrezione, è quanto meno doveroso. 
Scrivere queste righe per tutti coloro che non nutrono speranze e hanno la consapevolezza che appunto uno solo ce l'ha fatta fino a oggi, si fa necessario. 
Questione morte, una spina nel fianco per l'editoria italiana per ragazzi. 
Non che il tema di per sé anche altrove si presenti neutro, tuttavia qui ci si agita e ci si sottrae un po' di più che altrove. 
Questo fatto ha generato due ordini di problemi. 
Il primo, i libri senza pecche sul tema vengono tutti da Oltralpe, dove evidentemente una cultura più laica e più rispettosa dell'intelligenza dei bambini ha dato modo ad autori importanti di raccontarne con la dovuta onestà e con il necessario garbo. Ma anche questi si contano sulle dita di una mano. 
Il secondo problema è che spesso e volentieri nonne e nonni si devono immolare per la causa e diventare i personaggi di lacrimevoli storie in cui escono di scena poco prima della fine del libro. 
Nel libro sulla morte per eccellenza, un capolavoro insuperato, libro che affronta la questione con un tono che oscilla tra la favola e il dialogo filosofico (ovviamente è tedesco!) a rimetterci le penne per esempio è un'anatra. 

Emmanuelle Houdart ©


E adesso arriva Emmanuelle Houdart che per curriculum ha finora dimostrato di avere sufficiente forza e carisma per non tirarsi indietro quando c'è da dire le cose come stanno. 
Organizza, come spesso accade nei suoi libri, un testo che non può dirsi narrativo in senso stretto, ma è piuttosto argomentativo, ma anche una sorta di guida, catalogo da leggere attentamente se lo scopo è quello di orientarsi e farsi una propria idea. 
A chi si rivolge? A tutti, capace di toccare corde profonde di persone di molte età.
In questa prospettiva, la Houdart non si smentisce perché anche in Mortale mette giù materiale organizzato secondo una propria linea di pensiero, ma si guarda bene dal dare risposte o soluzioni facili o peggio ancora calorosi consigli e prescrizioni di comportamento.
Le due luci che la guidano nell'organizzare i testi, direi da sempre, sono lucidità e garbo. A cui si accennava prima. Sottile, ironica, ma sempre presente alla verità, Houdart compone un quadro composito di quelli che possono i modi in cui l'umanità entra in contatto con la morte, ma nello stesso tempo è capace di scrivere un inno alla vita che va vissuta in tutta la sua pienezza. 
Consapevoli tutti, che prima o poi finisce. 
Mentre, per quanto riguarda l'illustrazione, va in una direzione esteticamente molto alta e raffinata che le permette di essere sgusciante, allusiva, piena di riferimenti trasversali che possono essere letti e interpretati, o ignorati e semplicemente gustati dallo sguardo, in modo diverso, a seconda delle esperienze emotive e culturali di ciascun lettore. 
Di sicuro c'è solo che lei mette in pagina tutto quello che per lei ha ragione di esistere in nome di una qualche attinenza con l'argomento. 

Emmanuelle Houdart © 

Negli oggetti che mette in scena, negli abiti che fa indossare ai personaggi, nei motivi decorativi di tessuti o sulla stessa pelle 'tatuata' dei personaggi il panorama delle cose da dire si amplia così come si moltiplicano i nessi. Nulla di questo ricchissimo tessuto - apparentemente solo decorativo - sta lì a caso. 

Emmanuelle Houdart © 

Pubblicare un libro all'anno significa appunto cercare in molte direzioni differenti la raffigurazione - simbolica o obiettiva - di elementi che nel suo immaginario compongono e danno spessore a una fitta trama di significati.
Libro necessario.

Carla

mercoledì 22 febbraio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GLI INCUBI NON FINISCONO MAI 

Al luuuuuuupo!, André Bouchard (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2022 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"'Su, su, sveglia! Sono IO, IL LUPO! Oddio, ma chi è questa? La bella addormentata Auuuuu!Auuuauauu!' 
 'Grazie tante, lupo! Mi hai svegliato!' 
'E tu chi saresti, specie di mezza calzetta? E soprattutto che ci fai qui?' 
'Sono l'incubo di questa piccina, abito sotto il suo letto.' 
'Auuuuuu! Auauaauuuuuu!' 'Basta! Così la svegli!' 
'Ma devo svegliarla, se voglio farle paura!' 
'Cosa? Ma neanche per sogno! Deve continuare a dormire, così potrò farle paura IO!' 
'Senti un po' incubo! Sono IO che faccio paura qui, non tu!' 
'E invece sì, faccio paura anch'io, una GRAN paura, se vuoi saperlo! Una paura atroce! Una paura terrib...' 
'Glom! Be' adesso non più.'" 

Interno notte. Camera di una bimbetta che nel suo letto dorme. Apparentemente serena. 
Al suo capezzale si incontrano, si scontrano, due creature che competono tra loro per rovinarle il tempo: uno cerca di terrorizzarla da sveglia, un lupo. L'altro, un mostriciattolo dentuto e pieno di artigli nelle ossute mani e braccia retrattili, che sonnecchiava sotto il letto della bambina, è lì per torturarle il sonno. Deglutito il secondo, al lupo non resta che svegliare la ragazzina e finalmente terrorizzarla, ma ode dei passi. Sarà la nonna? 
No, è l'incubo della nonna - a lei proporzionato - che, svegliato dal baccano, cerca di ristabilire il silenzio nella casa, ma poi si convince ad aiutare il lupo. 

©André Bouchard

Nonostante le urla stereo dei due, la piccola sembra dormire imperterrita, fino a che anche i due alla fine cedono al sonno... 
Ecco, sembrava dormire... perché invece era sveglissima e ora con la nonna ficca entrambi i disturbatori in due sacchi della spazzatura e li consegna ai netturbini. 
Ma no, ma no. Questo ultima parte non è successa davvero: era solo l'incubo dei due addormentati che, svegliati, di soprassalto (come dopo ogni incubo degno di questo nome) rivedono la bambina dormire placida. 
Il mostro, incubo della nonna, desiste e torna da dove è venuto e il lupo? Sente ancora dei passi in corridoio. Sarà la nonna? E che nonna... 
 Nella vita, gli incubi non finiscono mai, come gli esami. 

In un gioco geniale di scatole cinesi, oppure - visti personaggi - di matriosche, André Bouchard colpisce ancora. 
Questa volta sceglie il formato dell'albo, un grande albo. 
Del suo modo di scrivere e illustrare libri si riconoscono alcune costanti. 
La prima è come sempre data dall'angolo visuale, pieno di ironia e senza peli sulla lingua, dal quale prende l'avvio il racconto. E ancora, il tipo di avvio, che è sempre fulminante, come una sgassata a un semaforo che diventa verde. Da 0 a 100 nello spazio di due pagine. 

©André Bouchard

L'altro fattore che lo rende amatissimo è la capacità di tenere 'all'oscuro' il lettore, per prenderlo di sorpresa nel gran finale (ma qui anche prima), che, come di norma, si chiude con una fantasmagoria e una risata di gusto. 
Al principio, senza parere, Bouchard attraversa allegramente una materia comune: la fiaba. La usa come un tappeto elastico per far fare varie capriole alla storia e ai lettori. La prima capriola la si fa quando ci si rende conto che tutto converge e si focalizza nello scontro, prima dialettico, poi fattuale, tra due categorie di terrori: quelli da svegli, le fiabe e quelli da addormentati, gli incubi. 
Altra capriola la si fa in corrispondenza di alcuni giri di pagina che nascondono la vera verità: per intenderci, la bimba che fintamente dormiva e tutto quello che accade dopo intorno ai due sacchi della spazzatura è una bella giravolta che fa fare al lettore. 

©André Bouchard

Come pure lo è a un altro giro di pagina, con un bel nero, che si rivela 'illuminante' per il lettore che capisce che il camion della spazzatura era solo un brutto sogno. 
O ancora l'entrata in scena della nonna che porta con sé un passaggio necessario e propedeutico al gran finale - di cui taccio - ma che si lega molto bene al primo libro di Bouchard importato: La doppia vita di Medoro.
Insomma di capriola in capriola, le singole matriosche si riempiono, fino ad arrivare all'ultima che le contiene, in senso anche un po' letterale, tutte le altre. 
Su questo complesso ed esilarante meccanismo si spande l'illustrazione e il tipo di testo. In entrambe le espressioni Bouchard dimostra di avere un grande talento: in un disegno che nella sua completezza si coglie alla seconda o terza rilettura, nell'utilizzo sapiente che fa della pagina e del suo limite, e di tutte le parti del libro, che mette al servizio della storia. 
E ancora, nell'uso del colore che va e viene a seconda dell'esigenza narrativa, e del linguaggio che, peraltro, nelle mani di Regattin se possibile, migliora. 
Al traduttore, così ben sintonizzato con il mood generale, si deve quella piccola capriola di tradurre un doppio Mais pas de tout in un 'unico'   Ma neanche per sogno! 

©André Bouchard


 Bravo (con l'accento sulla o)! 

 Carla