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mercoledì 10 luglio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

QUEL PUZZLE FATTO DI MILIARDI DI PEZZI


Rimanere sul sentiero. Note naturalistiche per escursionisti felici. Nel titolo è già il senso completo di questo libro. Non ci racconta semplicemente il paesaggio montano con la sua varietà vegetale e animale (o meglio, non solo), ma ci invita ad andare, ci racconta come fare. Incarna il senso dell’intera collana PiNO, ossia Piccoli Naturalisti Osservatori. 
Ai bambini, in generale al lettore, si chiede di mettere sotto braccio il libro, ma poi gli si dice esplicitamente di andare, di prendere la via, di seguire i suggerimenti di chi ha lunga esperienza di quei luoghi. 
E sul sentiero si rimane. Il verbo scelto non è casuale, implica una condizione volutamente stabile, la negazione di una corsa, di un procedere con fretta. Il sostare al margine, la scelta di un punto di vista che non soltanto strategicamente si rivela indispensabile per riuscire a osservare gli animali, ma che in sé contiene la radice di una scelta molto più ampia, che racconta di un percorso condotto mai in modo invasivo, ma estremamente rispettoso, di un approccio che ritiene ogni esperienza come base di apprendimento scientifico e umano. 


Se si resta, si riesce a osservare, a disegnare, si accetta pacificamente di aspettare. E si scopre che non solo in questo modo si impara molto di più sugli animali, ma si impara dagli animali, perché loro quei luoghi li abitano da sempre. Noi siamo gli ospiti, noi quelli che dobbiamo discretamente e umilmente cercare di avvicinarli. E così l’orso diventa un compagno di viaggio, capace di insegnare l’importanza del tempo e del mangiare sano (deve essere infatti in grado di selezionare accuratamente il cibo che gli garantisca le calorie utili ad affrontare il lungo letargo). 
Il libro è scritto in prima persona e parla direttamente al lettore. È un libro di divulgazione che si propone come un resoconto di viaggio, ma non di uno in particolare, bensì è il frutto di una sintesi di tanti di questi viaggi, in cui l’autrice ha raccolto molte informazioni che sono servite ai suoi studi e che adesso mette in parte a disposizione dei ragazzi curiosi di conoscere la natura dei sentieri boschivi di montagna.


Si parte dalla preparazione dello zaino: perché sia chiaro che ogni attenta osservazione non può essere improvvisata e che ogni dono che riusciamo a cogliere della natura dobbiamo essere in grado di osservarlo e custodirlo al meglio. Non deve mancare l’abbigliamento idoneo, una borraccia, un po’ di cibo e una serie di attrezzi che consentono l’osservazione più attenta: binocolo, bussola, lente di ingrandimento. Ma insieme a questi, anche un quaderno e dei colori, perché si impara osservando, certo fotografando, ma si riesce ad arrivare tra le pieghe più strette di piante e corpi animali se si decide di disegnarli. 
Il disegno dal vivo costringe allo stesso tempo a una visione d’insieme e a una dettagliata, si parte da uno schema, quello dell’ingombro complessivo e si scende a riprendere ogni dettaglio: la forma del muso, la lunghezza della zampa e ancora, lo schema geometrico per disegnare una farfalla in volo o un imbuto rovesciato per disegnare un fiore. E pensate quanto si possa imparare dal disegno delle ossa, dai crani dei vari animali, quanto utile possa essere seguire la forma di ogni differente bocca e il contorno di corna e zanne. Ogni forma ritrova la sua precisa ragione d’essere e si svela come il risultato straordinario di migliaia di anni di evoluzione! 
Non è un manuale per disegnatori, ma per osservatori attenti e curiosi. 


Non dobbiamo avere l’ambizione di realizzare delle opere d’arte, ma quella di riportare su un quaderno un resoconto visivo. Così anche semplicemente elencare la varietà di verdi o di colori in generale, alla quale assistiamo nelle differenti stagioni, può essere occasione preziosa per posare lo sguardo sul paesaggio in maniera meno frettolosa. 
A corredo dei testi, nelle pagine troviamo numerose fotografie e disegni, spesso combinati tra loro, come appunti in un taccuino di viaggio in cui incolliamo delle foto e ci annotiamo sopra scritte e disegni, come fossero entrambi delle note a margine. E la scelta grafica supporta ancora una volta - come anche nell’altro titolo della collana, illustrato e scritto da Elisabetta Mitrovic In riva al mare - l’idea che questo libro sia un compagno di viaggio, ma soprattutto invita il lettore a produrne uno proprio! 
“Tutti gli animali, compresi gli uomini, fanno parte di quel puzzle fatto di miliardi di pezzi che è la natura, nostra prima e vera casa. Ogni pezzo necessita degli altri perché si crei quell’equilibrio delicato e indispensabile che ci permette di vivere. L'ho imparato camminando con i miei compagni di viaggio.” 

Teodosia 

"Rimanere sul sentiero. Note naturalistiche per escursionisti felici",  Elisabetta Tosoni, Elisabetta Mitrovic,  Topipittori 2024

lunedì 27 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA VICINO L'EFFETTO CHE FA

Se fossi Ugo, Sergio Olivotti, Giulia Pastorino 
Corraini 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Successe così. 
Una mattina Ugo si svegliò e... non era più Ugo. 
O almeno... non era più lo stesso Ugo di prima. 
Ora era tutto uno scarabocchio. 
Non era solo uno scarabocchio fuori. Anche dentro tutti i suoi pensieri sembravano una matassa disordinata... 
La giornata andò come andò." 

Ugo confida in domani. Ma le cose non cambiano, o meglio cambiano fin troppo, perché il giorno dopo è tratteggiato, quindi a puntini. Cosa questa, che gli provoca qualche guaio con la maestra. A seguire, ghirigoro e poi nebuloso. 
Tutto questo continuo cambiare è piuttosto faticoso e destabilizzante per il povero Ugo e marginalmente anche per tutti quelli che gli ruotano attorno, amici e familiari. A stargli accanto ti poteva venire il mal di mare, nel giorno in cui Ugo era mosso. Oppure poteva succedere che i compagni lo considerassero un rompiscatole nel giorno in cui, essendo geometrico, aveva messo tutti in riga. La cosa però può avere anche i suoi vantaggi, perché quando è concentrico gli pare di avere in mente finalmente un obiettivo, anche se gli sfugge quale. 
L'essere sempre diverso gli confonde la personalità e la percezione di sé, ma gli altri sembrano non curarsene poi troppo. Finché un giorno si sveglia e... 

Sulla metamorfosi, anche temporanea, non mancano libri. L'argomento è decisamente caldo. 
A parte la questione di fondo che si può riassumere così: ogni passaggio di stato lascia traccia di sé e tutti, un giorno sì e l'altro pure, si sentono un po' diversi dal giorno prima, qui accade anche qualcos'altro. 
Non c'è il solito bambino che immagina di essere uccello o fiore, e che quindi vediamo con la sua testolina dentro una corolla o con un becco al posto del naso. 
Qui c'è un bambino che, suo malgrado, attraversa una serie di condizioni che sono piuttosto insolite, anche per l'immaginario comune. E sono tutte legate a un ambito comune, quello della grafica, del segno (si badi non del disegno, dunque): dallo scarabocchio al ghirigoro, passando per il geometrico e il tratteggiato. 


Dal labirintico al puntiforme con un passaggio attraverso lo zig zag. 
E infatti l'idea esce da Olivotti e Pastorino ed è Corraini che la pubblica. 
Se da un lato questo indirizza inevitabilmente la creatività di chi illustra, dall'altra suggerisce un significativo e poco retorico salto di specie tra l'essere una figura disegnata e una sua possibile corrispondenza nella sfera emotiva. 
Cerco di spiegarmi: l'essere a zig zag sulla pagina diventa una bella sequenza di linee di matita nera tutte spezzate a formare angoli acuti che si orientano in tutte le direzioni. Una pagina al limite dell'astrazione in cui si intravedono gambette e occhietti e nasi - anche questi a zig zag. 
Ma che cosa significa, nell'indole del povero Ugo essere così? 
Significa essere in grado di fare cose tra loro anche molto diverse, significa essere multitasking, ossia essere in grado di palleggiare e chiacchierare con un amico, significa andare in bagno e allo stesso tempo stendere una maglietta. 
Laddove il segno grafico si avvicina al nostro immaginario emotivo, le cose si semplificano un po' e quindi essere pungente non vuole dire essere solo raffigurato come un riccio di mare sulla difensiva, ma significa anche essere sgarbato e sarcastico con il resto del mondo. Facile. 


In altri casi ancora la capriola che deve fare lo sguardo è più elaborata. Penso per esempio all'essere concentrico, in cui è già il testo ad alludere a una serie di oggetti concentrici: i cerchi nell'acqua o il tiro a segno per poi atterrare a piedi uniti e con stile sul fatto che l'essere concentrico abbia a che fare con l'avere un obiettivo (vabbè, non importa quale). 
Ma, presa una direzione ancora diversa, in altri casi la capriola la deve fare il pensiero ed è ancor più elaborata. Un esempio potrebbe essere il ghirigoro che è un segno arzigogolato e che, parlando in senso metaforico, richiama raffinatezza e ricercatezza, cose che la sorella di Ugo nota e associa immediatamente al suo essere, o quanto meno sentirsi, elegante e ammirato. 


E come tale, Ugo pensa di potersi atteggiare a bambino galante... 
Analogamente essere labirintico porta a un esito emotivo di disorientamento, di perdita della coordinazione: allacciarsi le scarpe diventa un problema per l'Ugo labirintico. 
E qui il testo fa un ulteriore saltino, quando accenna al fatto che se sei labirintico, difficilmente puoi vedere una via d'uscita. Ah, come è vero, sia in senso letterale sia metaforico. 
Analogamente quando sei a puntini, l'intera superficie della faccia di Ugo si fa a pois, ma anche le parole scompaiono per essere sostituite dai consueti tre puntini di sospensione che in qualsiasi testo alludono a un silenzio, spesso basito, di certo a una sospensione della parola, soprattutto quando sono a fine frase... Ecco. Ed è in questa situazione che Ugo diventa timido, incapace di portare a conclusione discorsi o pensieri. 


Divertente idea. E divertente eventualmente parlarne con altri ughi e ughe per vedere da vicino l'effetto che fa... 

Carla

lunedì 19 agosto 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO CAMBIA IL TEMPO

La grande battaglia, Andrea Antinori
Corraini 2019



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Affacciatevi alla finestra e osservate il cielo: sta piovendo? Sì? Bene (si fa per dire), è il momento giusto per sedersi sul divano, trovare una posizione comoda e leggere questo libro.
Nel caso invece ci fosse il sole, credo che la scelta migliore sarebbe comunque sedersi sul divano, trovare una posizione comoda e leggere questo libro. Perché? Basterebbe un passo fuori dalla porta e sono sicuro che inizierebbe improvvisamente a piovere."

E' piccolo. Avvolto nella sua mantellina gialla, dall'angolino più in basso, si rivolge al suo pubblico da un microfono perché siano in molti a sentirlo. 
 

Poi attraversa una pagina bianca e va incontro a una nuvola grigia che spunta a destra del foglio, in alto dove sono di solito le nuvole. È troppo scura per non essere di pioggia. E infatti cade la prima goccia, che più che una goccia è una linea di acqua azzurra che termina sulla sua mano.
Il tempo di mettersi il cappuccio e le linee, ovvero i percorsi delle gocce, diventano moltissime. E inarrestabili e implacabili lo seguono ovunque lui vada.
Che la battaglia abbia inizio.

Di questo libro i primi particolari che colpiscono l'attenzione sono legati al design dell'oggetto in sé: il formato e il colore che porta dritto al segno.
Siamo in casa Corraini.
Il formato è insolito e, così come ha messo a teorema Suzy Lee, ad evidenza funzionale alla creazione di uno spazio scenico determinato. Qui inequivocabilmente verticale, come verticale è il tragitto della pioggia. 


Il formato nella Grande Battaglia serve inoltre a creare la giusta distanza tra i due contendenti che, non a caso, si affrontano, almeno al principio, dagli angoli opposti della doppia pagina. E questa grande altezza del foglio ha anche il merito di rendere la sfida impari fin dal principio: la gestione della pagina alta Antinori la utilizza con intelligenza, rendendo piccolo, minuscolo, il perdente e concedendo l'intero spazio al vincente, la pioggia. E questo lo sottolinea anche il colore: poco giallo tanto blu, ovvero azzurro.
Per molte pagine, l'alto e il basso ospitano i poli in opposizione: il nuvolone e il bimbetto in cerca di sole, anch'esso, puntualmente nell'angolo.
Al centro del libro le cose si squadernano un po', ma sono digressioni sul tema.
E così, senza dire o spiegare niente, attraverso una buona gestione dello spazio, un buon ritmo nella composizione (nuvole grandi o nuvole piccole, acqua che sale acqua che scende) Antinori riesce a costruire uno stato d'animo: quello di una grande battaglia o, per meglio dire, di una lotta impari e di una giornata decisamente storta per qualcuno.
E lo fa con una modalità che gli è consona: giocando e chiamando dentro il suo lettore.
Il secondo elemento che colpisce è il colore in uno con il segno. 


Opposti, e antagonisti anche visivamente il blu, ovvero l'azzurro, e il giallo sono rispettivamente il colore della pioggia e il colore dell'impermeabile, ovvero del protagonista, e del sole, il grande atteso e, a caduta, di tutti gli altri elementi che si susseguono nella storia: dall'autobus, alle tigri, passando per un cammello. Un po' di verde al centro a ribadire ancora un volta che blu e giallo sono i colori della sua miscela di composizione. Al nero, ovvero al grigio di nuvole o letame, il compito di essere il contrappunto del bianco, ma anche il tratto di una matita che disegna.
Nel susseguirsi delle pagine sono riconoscibili diversi omaggi, o citazioni, che Antinori fa ai Maestri: da Mari a Lionni, passando per Suzy Lee.
Ma a parte questo, è il segno significante l'arma vincente di Antinori.
Chi lo conosce, sa che a questo giovane illustratore piace disegnare come un bambino, di norma con le matite che usano i bambini. Sia che voglia fare propria la massima di Picasso, ovvero che sia in cerca di una sincertià data da uno sguardo non ancora contaminato, sia che sia in cerca di altro, in questo libro quello che colpisce è l'immediatezza del significato che il segno porta in sé. In particolare le grandi righe blu, ovvero azzurre, per la pioggia che costituiscono il Leitmotiv dell'intera storia e che a un certo punto si svincolano dal loro significato oggettivo di righe di pioggia e diventano pura grafica, fino ad annullarsi in un pattern, nella quarta di copertina. Ma prima di farlo, hanno comunicato un sacco di cose al lettore: a seconda del loro spessore, della loro inclinazione, della loro assenza o sovrabbondanza.
Sempre in casa Corraini siamo.

Alcuni, seppur sporadici, guizzi creativi giocano sull'assurdo che si può creare disegnando: i colpi di fionda o di spada che tagliano l'acqua che cade, sono una bella idea. Mentre è ancora tutta da costruire la qualità della grafica del testo che, peraltro, poco sposta o aggiunge al disegno.


Ma ci sarà tempo per fare strada.


Carla

lunedì 30 aprile 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DELLA VERITA' E DELLA NECESSITA'

Nina e Teo, Antonio Ventura, Alejandra Estrada (trad. Elena Cannelli)
Kalandraka 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"'Stai attento, Teo, se non mi ascolti non ti racconterò più nessuna storia.'
L'animale osservò la piccola con sguardo sorpreso. 'Sarà arrabbiata? Sembra di sì..., però non capisco perché mi stia dicendo questo.' Nina smise di guardare il gatto e tornò al suo libro. 'Allora l'orso raccolse con le sue grandi zampe anteriori la topolina...'"



Per terra una bambina, il suo gatto e un libro. Lei sfoglia, racconta, guarda, guarda ancora più da vicino, parlotta con il gatto. Si allontana, va a bere e poi ritorna. Il gatto si struscia, fa le fusa, le si siede davanti e l'ascolta e poi, sul più bello, scompare dalla sua vista, inghiottito da una poltrona. La bambina si interroga se sia davvero lui che fa capolino tra i banchi del pesce disegnati nel libro? Chissà...
Come fanno spesso i gatti, dal nulla, quando Nina è di nuovo sprofondata nella sua lettura, Teo riappare: si insinua nuovamente tra lei e il libro.


Come accade tra bambini e animali, anche in questo preciso contesto, sembra che i due abbiano molto da dirsi.

Di Nina e Teo la prima cosa che colpisce, come è giusto che sia, è la copertina. Poi arriva il nome dell'autore che è garanzia di qualità e stile.
Lo apri, lo sfogli e la seconda cosa che cattura lo sguardo e il tatto è il tipo di illustrazione e il tipo di libro: disegno monocromo dal vero a matita su carta uso mano.
Secondo elemento che accentua la sensazione di non avere sotto gli occhi un libro qualsiasi, ma un libro curato in ogni suo elemento.
A una lettura frettolosa, la prima è sempre così, non ci si accorge, se non in fondo, che tutto quello che si è letto e visto non è esclusivamente una storia affettuosa tra una bambina e il suo gatto.
Non è solo un bell'albo illustrato, ma è anche un regalo. O, per meglio dire, leggendo la dedica, si tratta di un omaggio a Gabrielle Vincent. E allora si ritorna indietro e con un occhio più consapevole, si scopre che il libro fra Teo e Nina e proprio uno dei libri della Vincent. 

 
A ben vedere, nelle pagine gialle si intravede l'orso e la topolina.
L'omaggio però non è solo alla sua arte, ma a tutti coloro che hanno amato le sue storie, i suoi disegni e a tutti quei bambini e bambine che hanno letto di Ernest e Célestine o a tutto coloro che si sono commossi per il suo cane solo sulla strada.
Con paragonabile virtuosismo Alejandra Estrada, in omaggio alla Vincent, ne 'cita' lo stile. Disegna con sole tre matite grasse, con un segno che ha il l'apparente indefinitezza del bozzetto e contemporaneamente la sicurezza della resa di volumi e spazio (e non solo quello della pagina), di corpi reali in movimento.
Ma altrettanto virtuoso e ossequioso nei confronti dell'illustratrice belga, appare il testo a tre voci creato da Ventura.
Come Gabrielle Vincent fece con la sua matita, senza neanche una parola, così anche Antonio Ventura racconta una storia al limite del silenzio, con suggestioni forti che non si chiudono mai in una sola risposta, ma lasciano aria intorno a tutto ciò che l'occhio vede. E in quell'aria si può generare pensiero. 
Cosa si potrebbe chiedere di più a un libro?


In una bella intervista di qualche anno fa Antonio Ventura, scrittore ed editore raffinato e colto, con una passione per la pittura, sosteneva che ogni libro per essere un buon libro deve essere il frutto costante di una ricerca da parte dell'autore verso verità e necessità. Mi pare che entrambe qui ci siano, tanto nelle parole quanto nel disegno: l'urgenza di entrambi gli autori di rendere omaggio a una grande artista, e al suo modo di raccontare; l'urgenza di farlo sotto forma di storia illustrata per i più piccoli. E la verità? È in quello splendido -perché così sapiente e consapevole- modo di disegnare bambini e gatti che dimostra Alejandra Estrada; ma anche in quel delicato modo di raccontare con poche parole l'infanzia e la gattitudine, rispettandone tutti i misteri che le rendono, entrambe, imperscrutabili.



Non è il primo libro in cui Ventura e Estrada si incontrano. Viene da pensare che li tenga insieme con così tanta armonia il loro modo di essere nel mondo. Tutti e due, con percorsi ed esiti diversi, hanno più volte dimostrato di aver bisogno di una sconfinata libertà di azione. Entrambi non sono capaci di accontentarsi di un unico mestiere, ma spaziano in molteplici direzioni. L'editoria, l'illustrazione, la scrittura, l'insegnamento, l'arte....


Entrambi, poco o affatto frequentati dall'editoria italiana, meriterebbero ben altra attenzione. In particolare Alejandra Estrada, mai pubblicata in Italia, pare abbia molto da dire sia nel campo dell'illustrazione, sia nel campo artistico più puro. Il suo percorso, guardando le opere d'arte che concepisce, attesta quanto sia labile, talvolta, il discrimine fra questi due codici espressivi; essi sono a tutti gli effetti campi di sperimentazione. E non è un caso che sempre più spesso si individuino punti di tangenza tra l'illustrazione e la pittura e che sempre di più la prima sia da considerare come imprescindibile fonte di ispirazione per la seconda. 

Carla 




venerdì 19 gennaio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IRRESISTIBILI TUTINE

La vita dei super-mini-eroi, Olivier Tallec (trad. Tommaso Gurreri)
Edizioni Clichy 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Il super-mini-eroe ha così tante cose da fare che non si annoia mai...
(a parte qualche volta quando piove).
Il super-mini-eroe non ha paura di niente... e di sicuro non dei cagnolini!
Insomma... a volte ha paura del buio. Ma di rado.
Ogni tanto, il super-mini-eroe deve smettere di essere un super-mini-eroe...
...e aspettare."

Dopo aver fatto il bagno con il bagno schiuma, deve attendere, seduto sulla lavatrice, nudo con indosso i soli calzini, che la sua tutina da super-mini-eroe finisca di asciugare.

 
I compiti eroici del super-mini-eroe sono rimettere a posto i giochi oppure tenere la corda mentre un'altra ragazzina salta. Molte sono le prove che deve superare: non cadere nella trappola delle caramelle e non cadere fuori dal tappetto elastico quando si lancia da una scala di 13 pioli. Deve evitare anche le innumerevoli trappole sparse in città, ha molti corsi d'acqua da attraversare e diversi palazzi da scalare.


Fortunatamente il super-mini-eroe ha dalla sua parte grandi assistenti (o assistenti grandi) che lo aiutano a essere migliore nella vita quotidiana. Ma non sempre i grandi si rivelano collaborativi: in particolare non sembrano capire il suo senso dell'umorismo.


I super-mini-eroi non tollerano tre cose: le sorprese, gli impostori e anche le condizioni avverse del tempo; per esempio il troppo vento o il troppo caldo.
Come tali, i super-mini-eroi si sentono spesso diversi e incompresi.
La loro è una vita molto dura e spesso si interrogano su come sarebbe se nel mondo tutti fossero super-mini-eroi...

Tallec da non perdere.
In questa sua veste duplice, autore e illustratore, Tallec dimostra e consolida il suo grande talento.
Già nel primo albo in solitario, Luigi I re delle pecore (Lapis 2016), immediato il successo internazionale, ha dato spazio al suo sottile e tagliente senso dell'umorismo, un'ironia sempre un po' venata di amaro, che nei libri a quattro mani, traspariva solo qua e là.
Nella serie di libri Chi cosa chi (Lapis 2015) o Chi cosa dove (Lapis 2017) sebbene sia il gioco la chiave di lettura principale, si affianca un ulteriore importante elemento dello stile di Tallec: la cura per il particolare. Il gioco, difatti, perderebbe di senso se non ci fosse da parte del lettore un'osservazione acuta di ogni piccolo dettaglio, di quei minuti elementi di cui Tallec si serve per indirizzarlo verso la soluzione. Minuzie, piccoli gesti o espressioni segnano i personaggini - animali o umani - messi in fila ordinatamente sul fondo bianco del foglio a metà della pagina orizzontale.
In questo ultimo libro entrambi gli elementi si trovano espressi.
Da una parte non si può non notare l'effetto che provocano quei piccoli segni, quasi impercettibili trattini o puntini - spesso semi nascosti dietro folte capigliature ribelli - che tuttavia hanno la forza di dare espressione precisa ai molti super-mini-eroi che si avvicendano nel libro, trasformando ciascuno in un preciso tipo umano.


Un altro carattere distintivo del disegno di Tallec si riconferma anche qui: la predilezione per i grandi testoni su corpicini esili avvolti in tutine, carattere questo che nel lettore adulto genera senso di tenerezza, come di fronte agli 'occhioni' dei cuccioli: irresistibili.
Il secondo tema che segna la sua cifra stilistica è l'ironia.
Tallec è maestro in questo.
Tale registro attraversa il libro in lungo e in largo, e prende ulteriore forza dal gioco contrappuntistico tra disegno e testo, laddove uno smentisce sistematicamente l'altro, oppure ne dà chiave di lettura sempre un po' 'fuori asse'.
Questo è uno dei pregi dell'albo illustrato, a conferma ulteriore che il suo linguaggio è qualcosa che non ha uguali nell'espressione artistica.
A ogni tavola si constata un gap di cose non dette e si assiste a un continuo contraddirsi tra testo e immagini, in alcuni casi addirittura si rasenta il sarcasmo nei confronti dei super-mini-eroi, che ne escono tuttavia miracolosamente indenni.


E qui, il terzo valore del libro: la presa di posizione di un adulto affettuoso quanto rispettoso nei confronti dei piccoli protagonisti. In questo senso Tallec non si sottrae alla responsabilità di parlare a entrambe le categorie dei suoi lettori con codici differenti: ai piccoli (con cui più volte solidarizza) e ai grandi (a cui fa intenerito l'occhietto).
Ma, ma, ma la cosa che in assoluto è da considerare massimamente interessante è un elemento che - al contrario - fa di tutto per restare nell'ombra, ma che invece merita tutta la luce del caso: il disegno, quasi uno schizzo, a matita che dà vita ai singoli contesti in cui i mini-super-eroi agiscono. Schivo, se messo in relazione con il colore concesso in modo esclusivo al lato 'superoico' dei personaggi, il tratto in b/n è semplicemente una gioia per lo sguardo, perché testimonia una qualità del segno e della resa spaziale davvero notevole.
Tutti a guardare la biondina fasciata nella tutina nera che la fa sudare, rischiamo di non notare il bimbetto che, soddisfatto nel suo allungo, nuota concentratissimo a rana. 


E sarebbe davvero un peccato...

Carla

lunedì 24 luglio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA SOTTILE LINEA ROSSA



La grande storia di un piccolo tratto, Serge Bloch  
(trad. Tommaso Gurrieri)
Edizioni Clichy, 2017

ILLUSTRATI

"Stavo camminando quando l'ho visto.
Era un pezzettino lungo il sentiero.
L'ho raccolto. L'ho guardato.
Nell'incavo della mia mano
era veramente una cosina.
Un pezzettino di un niente.
Me lo sono messo in tasca, al calduccio,
e l'ho portato a casa."


Riposto con cura nella scatola dei tesori di questo bambino, quel pezzettino di niente è restato lì più o meno dimenticato. Il pensiero però ogni tanto ci tornava e alla fine da quella scatola è uscito ed è finito sul foglio bianco. Si è mosso, è cresciuto e poi, stanco, si è acciambellato. Ma da quel giorno tra quei due è nata un'amicizia che è cresciuta con il fare cose assieme: prima piccole, poi sempre più grandi.
Condivise erano anche le emozioni e non sempre era facile essere vicini. Alle volte spariva il tratto, ma poi tornava sempre e la preoccupazione cessava. Insieme potevano fare belle cose, come divertire i bambini o far ridere o far piangere la gente. Insieme hanno girato il mondo, e hanno fatto scorrere il tempo e poi, di comune accordo, hanno preso una decisione importante...

La storia di una relazione: quella tra un disegnatore, Serge Bloch, e il suo tratto, un segno rosso in un mondo quasi tutto in bianco e nero; unica eccezione, un po' di blu che spunta qua e là.


Raccontata con quelli che sono i tratti consueti della poetica di questo autore: la capacità di sintesi, il disegno 'disimparato', il dialogo tra oggetto e segno, la padronanza del bianco, ironia e poesia in perenne dialogo, lo sguardo, la profondità, la capacità di dare un'anima, un senso all'esistenza.
Non credo che siano solo questi i punti fermi, sorta di punti cardinali, cui ancorare la mappa Serge Bloch per poterla leggere e interpretare.
Tuttavia essi possono costituire un buon punto di partenza.


Se mi è permesso, partirei dalla forma per poi arrivare alla sostanza.
"Neanche un giorno senza una linea" (quando Paul Klee riprendeva Plinio il Vecchio). La linea è la sua lingua. E' una linea talvolta veloce, talaltra accurata, per definizione sempre sintetica.
Essa è esito di un processo di 'allontanamento' dalla forma perfetta e sapiente del bravo disegnatore che privilegia in sua vece certa verginità e ingenuità del tratto infantile. Va da sé, come diceva Calvino a proposito della scrittura, ovvero che la leggerezza è la risultante di un sapiente lavoro di sottrazione, che anche la linea di Bloch si genera per eliminazione. Il suo segno 'infantile' nasce da una grande capacità disegnativa che però, in nome della sintesi, si libera di tutto il suo bagaglio acquisito per tornare a una forma primigenia. Ripeto ciò che ho notato altrove, "Mi ci è voluta una vita per imparare a disegnare come un bambino" (Pablo Picasso), il disegno è il linguaggio espressivo naturale dei bambini. Non dobbiamo dimenticarlo.


Il secondo elemento formale che è cifra costante in Bloch è la commistione, o per meglio dire il dialogo, che lui cerca tra elementi compositivi differenti: di solito oggetti fotografati che, usciti di contesto, dialogano in modo non convenzionale con la linea. In questo libro accade nel momento di massima tensione: il finale.
Altre volte l'intero libro si costruisce sull'oggetto (Io aspetto, Kite 2015): il filo rosso. Oppure è il frutto di una felice alternanza (Il nemico, Terre di mezzo, 2014). Ed è sempre una gioia per lo sguardo e un cambio di registro che accende l'attenzione, spostando di fatto il punto di vista dell'osservatore per metterlo, parole di Bloch, nella condizione di fargli credere che ciò che vede sia autentico.


Ulteriore elemento formale è l'uso del bianco, o per converso il disuso del colore da parte di Bloch. Ancora sue le parole che privilegiano il tratto, il disegno rispetto al colore. "A me interessa il segno, non il colore". Unica deroga in questo libro, alcune pagine in cui il colore è dato a pennellate liquide e veloci con il fine di creare volumetrie: il mare, la città. Altrimenti anch'esso soggiace al segno, nella linea rossa assoluta protagonista, o in quelle, più rare, blu.
Il registro dell'ironia è di nuovo un elemento costante nei suoi libri.
L'ironia genera sorriso e non risata e anche qui sono molti i momenti in cui il sorriso nasce nel lettore. Per motivi diversi: i lettori piccoli sorrideranno per il grande scarabocchio che è connesso con "quando io urlavo, lui impazziva", mentre i grandi sorrideranno per il tremolio di "non era sempre semplice vivere con lui. Me ne faceva vedere di tutti i colori". Sottile, lieve, la vena ironica è per definizione timida e non per tutti. Talvolta amara, ma sempre molto connessa con la poesia con cui Bloch legge il mondo e l'umanità.


E a proposito di poesia entriamo nella sostanza dei libri di Bloch, compreso questo che sembra essere, oltre a un omaggio al disegno, un bel modo per raccontare una vita, la sua. Diventa lirico nella suggestione creata da "A volte ci sedevamo uno accanto all'altro. Lui si allungava, disegnava l'orizzonte. Guardando bene, si poteva vedere una nave in lontananza" e un personaggino chiuso nelle sue ginocchia con l'occhio, punto nero, puntato lontano, su una sottile linea rossa e su un segnetto in fondo, la nave.
Ed ecco lo sguardo, elemento compositivo e sostanziale per raccontare il mondo e l'umanità che lo abita. Non è forse lo sguardo specchio dell'anima?Ragionavo su questo a proposito di un altro suo bel libro (Ti sfido a non sbadigliare, Edizioni Clichy 2016), quando a uno sguardo nel buio è dedicata una intera doppia pagina. Scrive Bloch che lo sguardo tanto più è evidente e prende spazio nel disegno, tanto più genera vita nel personaggio.


E così, senza quasi accorgersene, arriviamo all'ultimo punto cardinale della nostra mappa: la profondità dei suoi libri che deriva dalla sua capacità di dare anima e quindi un senso alle storie che disegna. Ancora una volta mi aggancio alle parole dello stesso Bloch: "il disegno è una sorta di finestra aperta davanti a un mondo di personaggi. Un teatro in miniatura che io ho la possibilità di animare" o ancora "io disegno cose, persone e circostanze che chiamo dentro attraverso il disegno".
E così, in soli 4 giri di pagina, e sole 8 parole è in grado di raccontare vent'anni di una esistenza. Valicando spesso i testi non suoi attraverso una sempre personale lettura, oppure in questo dialogo con il disegno, La grande storia di un piccolo tratto, riesce a mettere a fuoco questioni nodali: il rapporto con l'altro, l'autodeterminazione, la relazione genitori/figli.
Se non è un genio questo...

Carla


mercoledì 16 marzo 2016

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


ISTRUZIONI PERICOLOSE


Chi dovesse prendere in mano il verdissimo e piccolo libretto di Hélène Rice e Ronan Badel, Il modo migliore per imparare a disegnare una mucca, soprattutto spinto dall'attuale produzione di libri e manuali per colorare e disegnare, potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad un inconsueto manualetto per aspiranti artisti.


Tutto sommato l'inizio è proprio questo: per disegnare una mucca, questo è il primo modo suggerito, bisogna per prima cosa disegnare un bel rettangolo; poi bisogna disegnare le zampe, una coda a virgola, il muso un po' allungato e poi, naturalmente, i denti.
Ecco che il piccolo manualetto si trasforma in uno splendido racconto dell'assurdo: a questo punto infatti l'incauto disegnatore potrebbe trovarsi di fronte ad un animale molto diverso da una mucca, diciamo che la matita ha preso il sopravvento e vi ha consegnato un coccodrillo affamato. 


Il buon manuale consiglia di infilarlo in una pentola e farlo bollire per mezz'ora; ma se per caso il suddetto coccodrillo non fosse d'accordo e decidesse di mangiarvi in un boccone, tranquilli, il manuale vi dirà come fare.

A questo punto è d'obbligo passare al secondo metodo: disegnare un semino di una piantina, nota come 'piscialetto', ovvero il tarassaco. 
Con un po' di pazienza bisogna attendere che la piantina cresca, dato che proprio di questa pianta sono ghiotte le mucche. Infatti, ecco comparire una zampa dell'agognatissimo quadrupede. E se intervenisse ancora l'altro quadrupede, quello con una sfilza di denti affilati? Niente paura e tenete a portata di mano una gomma. Da quello che vi ho  raccontato fin qui, e che rende ben poco dell'illustrato francese, si capisce però quanto le doti di questo libretto siano la rapidità con cui si sussegue l'azione, con imprevedibili ed esilaranti colpi di scena, il gusto dell'assurdo, con i disegni che prendono vita e che si ribellano chiaramente al loro creatore, l'estrema sintesi del testo e dell'intera narrazione.


Avevamo già visto mostri disegnati, per opera di Quentin Blake, prendere vita e far fuori qualcuno. Ma qui, è proprio il piccolo maldestro protagonista a correre i rischi più seri, fuorviato da un manuale a dir poco inattendibile.


Capolavoro del non sense, dell'implausibile e di una irriducibile cattiveria, che fa rientrare coccodrilli da una finestra, dopo che il piccolo disegnatore era riuscito a metterlo fuori dalla porta, questo libro è un piccolo gioiello di umorismo. Dell'illustratore Ronan Badel i lettori italiani hanno già visto, fra gli altri, Il Bradipo dormiglione, pubblicato da Terre di Mezzo e Bob il lupo, pubblicato dalle Edizioni Vitamina.
Lettura brevissima e fulminante per giovani lettori e lettrici dotati di un grande senso dell'umorismo a partire dai sei, sette anni.

Eleonora

“Il modo migliore per imparare a disegnare una mucca”, H. Rice e R. Badel, Logos edizioni 2016