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venerdì 5 dicembre 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

STATE ATTENTI!

Ore 25:05, Guy Billout, Bernard Friot (trad. Chiara Carminati) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI 

"Quando comincia un viaggio, Jonas Bongo disfa la valigia e la infila nell'armadio. 
Poi esce di casa, vestito così com'è: in salopette, con una tuta da astronauta, in gonna e grembiule, non importa.
Non chiude a chiave la porta di casa, dimentica il cellulare, lascia il portafoglio. Tutte cose inutili. In particolare, non prende nessuna guida turistica: quello che vivrà e vedrà non è ancora esistito." 

Jonas Bongo non è neanche tanto sicuro che il suo nome sia Jonas Bongo. Lui potrebbe chiamarsi benissimo anche Walter Kingston, oppure Adina Kaufmann. 
Viaggiare leggero è il suo motto: calze buone, qualche foglio da disegno e molte paia di occhiali che possono servire per vedere quando non c'è nulla da vedere, per prevedere il tempo che farà o per guardare indietro nel tempo o ancora per registrare parole dette in silenzio o pensieri tenuti nascosti... 
Gli capita anche di perdersi, soprattutto quando usa il GPS, ma non è un problema perché tanto da qualche parte si arriva sempre. 


Gli capita anche di assistere a eventi straordinari e di fare incontri interessanti e se si ha pazienza è anche possibile fondersi con il paesaggio ed è così che una storia può cominciare... 
E anche finire. 

Questo è un po' il racconto che Bernard Friot ha ricamato intorno alle 70 tavole di Guy Billout. Questo è per dire che le immagini sono nate ben prima del testo. 
Chi sia il gigante Guy Billout non è da raccontare qui. E che tipo di immagini pazzesche sia in grado di concepire e realizzare è cosa altrettanto nota. 
Un tempo, fatte tutte a mano, adesso che ha più di settant'anni usa un po' di computer... Questo libro, che in francese è stato pubblicato nel 2024 con il titolo De minuit à quatorze heures, ossia Da mezzanotte alle due, ha come precedente illustre il libro Number 24, pubblicato nel 1973 da quell'altro genio assoluto di Harlin Quist, editore più che illuminato che negli anni Sessanta e Settanta in Usa pubblicava libri di gente come Guillermo Mordillo o Nicole Claveloux o Etienne Delessert.... 
In quel libro di quasi cinquant'anni fa, che all'epoca fece scalpore e vinse una valanga di premi, il seme dell'immagine surrealista stava mettendo radici. E così nel tempo sono stati pubblicati altri suoi libri che mai si discostano da questo suo modo di costruire le immagini. Fino ad arrivare alla summa che già dal titolo dice ai propri lettori di aguzzare lo sguardo. 
Ecco. 
Inserire un'anomalia e quindi aguzzare lo sguardo o la mente era anche il consiglio che dava sempre Milton Glaser a chiunque si ponesse di fronte a un'immagine o a un testo, sostenendo che solo così l'attenzione si sarebbe messa in allerta e solo così si sarebbe dato l'avvio a quella che potrebbe definirsi un'esperienza estetica.


In altre parole l'arte - rendendoci attenti, avrebbe fatto il suo gioco: avrebbe mosso, spostato, la mente di chi la stava guardando. 
Sono per inciso, forse sarà utile sapere che Guy Billout quando sbarcò negli Usa nel 1969, approdò nello studio grafico di Glaser, i Push Pin Studios. 
Della sua lezione, di Glaser intendo - l'arte rende attenti - Billout ne ha fatto un must. E questo suo libro, come molti altri precedenti, ne è la prova provata. 
L'editore francese - Sens dessus dessous - un nome un destino (!) nel 2024 mette insieme con Billout questa selezione di immagini che diventano quindi una sequenza, una sorta di narrazione, facendole diventare scene di una storia... 
Ma la storia non va solo raccontata per immagini. Il rischio che il lettore non scenda in agone per farlo è alto di questi tempi sciatti, distratti e superficiali. 
Quindi va scritta. E allora va cercata una penna felice che abbia la stessa scioltezza di mettersi sottosopra, che abbia lo stesso talento e predisposizione a inserire l'anomalia nel flusso di ciò che è quotidiano. 


Bernard Friot da sempre, sia nella sua scrittura in prosa - le sue magnifiche Histoires pressées - sia nella sua scrittura poetica è assoluto maestro dell'inaspettato, dell'insolito che si palesa all'improvviso. E che dunque si mostra in tutta la sua luminosità, come un lampo. 
Costruire una trama sui settanta scenari surreali, assurdi, improbabili, su settanta lampi, che Billout ha messo sulla pagina non avrebbe avuto alcun senso, mentre molto più interessante sarebbe stato confrontarsi sullo stesso piano dell'illustratore, ossia il surreale, ma a parole. 
Bella sfida! 
Il racconto di viaggio era - come dire - l'unico possibile. E così è stato. 
Ma una cosa di certo andava fatta: evitare come la peste la didascalia, per non uccidere un potenziale piccolo capolavoro. Così Friot ha capovolto anche lui i termini consueti del discorso. 


Laddove Billout mette il mare in cielo, Friot ci dice che il suo viaggiatore in partenza - peraltro pure lui con un profilo sfuggente parecchio - disfa la valigia e la lascia a casa. Laddove Billout sgonfia una ruota di legno di una carrozza, Friot sostiene che a occhi chiusi si vede molto meglio, laddove Billout pota con le aiuole anche i getti della fontana, Bernard Friot sostiene che il modo migliore per viaggiare è restare immobili... 


Di una cosa si deve però essere certi: dopo aver letto e guardato questo libro pieno di arte, il lettore non è più allo stesso posto di prima. 
Si è spostato. 

Carla

lunedì 27 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA VICINO L'EFFETTO CHE FA

Se fossi Ugo, Sergio Olivotti, Giulia Pastorino 
Corraini 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Successe così. 
Una mattina Ugo si svegliò e... non era più Ugo. 
O almeno... non era più lo stesso Ugo di prima. 
Ora era tutto uno scarabocchio. 
Non era solo uno scarabocchio fuori. Anche dentro tutti i suoi pensieri sembravano una matassa disordinata... 
La giornata andò come andò." 

Ugo confida in domani. Ma le cose non cambiano, o meglio cambiano fin troppo, perché il giorno dopo è tratteggiato, quindi a puntini. Cosa questa, che gli provoca qualche guaio con la maestra. A seguire, ghirigoro e poi nebuloso. 
Tutto questo continuo cambiare è piuttosto faticoso e destabilizzante per il povero Ugo e marginalmente anche per tutti quelli che gli ruotano attorno, amici e familiari. A stargli accanto ti poteva venire il mal di mare, nel giorno in cui Ugo era mosso. Oppure poteva succedere che i compagni lo considerassero un rompiscatole nel giorno in cui, essendo geometrico, aveva messo tutti in riga. La cosa però può avere anche i suoi vantaggi, perché quando è concentrico gli pare di avere in mente finalmente un obiettivo, anche se gli sfugge quale. 
L'essere sempre diverso gli confonde la personalità e la percezione di sé, ma gli altri sembrano non curarsene poi troppo. Finché un giorno si sveglia e... 

Sulla metamorfosi, anche temporanea, non mancano libri. L'argomento è decisamente caldo. 
A parte la questione di fondo che si può riassumere così: ogni passaggio di stato lascia traccia di sé e tutti, un giorno sì e l'altro pure, si sentono un po' diversi dal giorno prima, qui accade anche qualcos'altro. 
Non c'è il solito bambino che immagina di essere uccello o fiore, e che quindi vediamo con la sua testolina dentro una corolla o con un becco al posto del naso. 
Qui c'è un bambino che, suo malgrado, attraversa una serie di condizioni che sono piuttosto insolite, anche per l'immaginario comune. E sono tutte legate a un ambito comune, quello della grafica, del segno (si badi non del disegno, dunque): dallo scarabocchio al ghirigoro, passando per il geometrico e il tratteggiato. 


Dal labirintico al puntiforme con un passaggio attraverso lo zig zag. 
E infatti l'idea esce da Olivotti e Pastorino ed è Corraini che la pubblica. 
Se da un lato questo indirizza inevitabilmente la creatività di chi illustra, dall'altra suggerisce un significativo e poco retorico salto di specie tra l'essere una figura disegnata e una sua possibile corrispondenza nella sfera emotiva. 
Cerco di spiegarmi: l'essere a zig zag sulla pagina diventa una bella sequenza di linee di matita nera tutte spezzate a formare angoli acuti che si orientano in tutte le direzioni. Una pagina al limite dell'astrazione in cui si intravedono gambette e occhietti e nasi - anche questi a zig zag. 
Ma che cosa significa, nell'indole del povero Ugo essere così? 
Significa essere in grado di fare cose tra loro anche molto diverse, significa essere multitasking, ossia essere in grado di palleggiare e chiacchierare con un amico, significa andare in bagno e allo stesso tempo stendere una maglietta. 
Laddove il segno grafico si avvicina al nostro immaginario emotivo, le cose si semplificano un po' e quindi essere pungente non vuole dire essere solo raffigurato come un riccio di mare sulla difensiva, ma significa anche essere sgarbato e sarcastico con il resto del mondo. Facile. 


In altri casi ancora la capriola che deve fare lo sguardo è più elaborata. Penso per esempio all'essere concentrico, in cui è già il testo ad alludere a una serie di oggetti concentrici: i cerchi nell'acqua o il tiro a segno per poi atterrare a piedi uniti e con stile sul fatto che l'essere concentrico abbia a che fare con l'avere un obiettivo (vabbè, non importa quale). 
Ma, presa una direzione ancora diversa, in altri casi la capriola la deve fare il pensiero ed è ancor più elaborata. Un esempio potrebbe essere il ghirigoro che è un segno arzigogolato e che, parlando in senso metaforico, richiama raffinatezza e ricercatezza, cose che la sorella di Ugo nota e associa immediatamente al suo essere, o quanto meno sentirsi, elegante e ammirato. 


E come tale, Ugo pensa di potersi atteggiare a bambino galante... 
Analogamente essere labirintico porta a un esito emotivo di disorientamento, di perdita della coordinazione: allacciarsi le scarpe diventa un problema per l'Ugo labirintico. 
E qui il testo fa un ulteriore saltino, quando accenna al fatto che se sei labirintico, difficilmente puoi vedere una via d'uscita. Ah, come è vero, sia in senso letterale sia metaforico. 
Analogamente quando sei a puntini, l'intera superficie della faccia di Ugo si fa a pois, ma anche le parole scompaiono per essere sostituite dai consueti tre puntini di sospensione che in qualsiasi testo alludono a un silenzio, spesso basito, di certo a una sospensione della parola, soprattutto quando sono a fine frase... Ecco. Ed è in questa situazione che Ugo diventa timido, incapace di portare a conclusione discorsi o pensieri. 


Divertente idea. E divertente eventualmente parlarne con altri ughi e ughe per vedere da vicino l'effetto che fa... 

Carla

venerdì 8 aprile 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SULLA POTENZIALITA'

Novantanove volte un volto, Lucia Biancalana 
Pièdimosca Edizioni 2022 


ILLUSTRATI PER GRANDI (dagli 11 anni)

"Novantanove volte un volto non è altro che la traduzione illustrata degli Exercices de style - o meglio della sua versione italiana tradotta da Umberto Eco e pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1983. In questa atipica interpretazione, ogni esercizio acquisisce una propria fisionomia in base alle regole linguistiche che lo caratterizzano: testa, occhi, naso, bocca e orecchie diventano le lettere di un nuovo alfabeto sperimentale e dalla scomposizione e metamorfosi di questi elementi prendono vita novantanove volti illustrati, novantanove ritratti stilizzati e caricaturali." 

Chi conosce il libro di Queneau, si trova in lieve vantaggio rispetto a chi non ha mai letto i suoi Esercizi di stile del 1947 quando in Francia con un altro manipolo di belle teste - Calvino, Perec, Cortázar - si occupava di letteratura sperimentale e nel 1960 fondava l'OuLiPo, se ce ne fosse bisogno: Ouvroir de littérature potentielle... 
Il gioco di Queneau è molto chiaro e divertente - e c'è da credere che lo sia stato altrettanto per lui che lo ha concepito prima di giocarci lui stesso: si tratta di un esercizio 'di stile' per riuscire a raccontare la stessa piccola storia in novantanove modi differenti. 


Le regole si percepiscono dopo poche pagine. Per mettere su la sua partita Queneau si avvale di linguaggi diversi, dalle figure retoriche, agli anagrammi, dalle ampollosità alla sintesi telegrafica, dalla lingua dei gastronomi a quella maccheronica, dagli anglismi ai francesismi. 
A prescindere dal divertimento dato dai giochi di parole che si creano, è molto interessante vedere in Queneau convivere pacificamente il rigore logico, la sottomissione obbediente a una regola e nello stesso tempo l'assurdità, il 'surreale' dell'esito. 


Qualcosa di molto simile a quello che in quegli stessi anni Magritte andava mettendo su tela... 
La regola del disegno mimetico con proporzioni di scala esagerata, oppure la regola della resa luminosa di un lampione che illumina un buio che non dovrebbe esserci in una giornata sullo sfondo tanto radiosa, o ancora la mimesi nella resa di oggetti quotidiani e riconoscibili, ma inseriti in contesti del tutto improbabili. 
Ma l'altro fattore che non si può non notare è il valore 'potenziale' che il linguaggio porta con sé e che dimostra nel moltiplicarsi dei suoi crescendo. Questo ragionamento lo si può verificare anche solo nella lettura di Queneau, ma forse può valere la pena vedere quanto 'potenzialmente' altra sia la traduzione fatta da Eco. 
E quindi da uno che era il testo, adesso necessariamente ne sono due. Sul tema della traduzione è meglio qui non approfondire, ma di ragionamenti se ne potrebbero fare un bel po'. 



L'idea di Lucia Biancalana parte anch'essa da un punto dato, quello di Queneau nel 1947 e poi di Eco nel 1983. Lei decide di rielaborarlo con il mezzo che le appartiene, ovvero il disegno. Anche lei come Eco fa propria la regola e la scansione di Queneau, anche lei come Eco decide di cambiare qualcosa, ma come Eco ne dichiara i motivi. Se per Queneau e per i suoi traduttori i tasselli per comporre le diverse figure erano le parole, lei ha il disegno. 
Come Queneau sceglie un modello di partenza che sia il più neutro possibile, al limite del banale: due puntini separati da una lettera U che segna la centralità del naso e una linea orizzontale a fissare una bocca, il meno espressiva possibile. 
A questo strumentario di base lei aggiunge il profilo di una testa, con due orecchie che lo movimentano. Questo forse l'elemento che le permette un certo numero di declinazioni maggiori. Ma non solo: accanto all'immagine lei stessa lavora su un piccolo testo che dia senso a tutto. 



Quindi da un lato anche lei sulla forma base aggiunge, sposta, toglie dettagli e tiene alto il ritmo delle scansioni di Eco: notazioni, partita doppia, litoti, metaforicamente, retrogrado, sorprese... ma dall'altro crea un corrispettivo testuale che riverbera in un'eco perenne con il disegno. 
Ulteriore regola che si dà è quella della cadenza: a sinistra al centro un testo (molto disegnato anch'esso), in alto la figura guida di Queneau e poi Eco e a destra, al centro della pagina, la faccia. 
Alcune eccellenze sono: parole composte, distinguo, passato prossimo, la sequenza:apocopi, aferesi, sincopi, vero? enallage, protesi, latino maccheronico, gastronomico e, ovvio, inatteso... 


Un'ultima questione che Lucia Biancalana deve sempre aver presente nelle cose che fa: nelle mani di chi? Va da sé che il desiderio di innescare, o per meglio dire di mantenere vivo e attivo il processo della potenzialità di una prova del genere, è nelle corde di Lucia Biancalana, quindi decide di rilanciare il suo personale 'esercizio di stile' con delle 'pagine gialle' a fondo corsa. 
Come di solito capita con i suoi libri, Cicero per esempio, c'è da augurarsi che arrivi nelle mani giuste di persone curiose, che abbiano uno sguardo originale, e che quindi sappiano vedere in tutto questo materiale una potenzialità. 
Perché è indubitabile che ci sia. 

 Carla

Noterella al margine. Da abitante della capitale ringrazio perché alla voce Volgare il coatto autoctono è perfettamente rappresentato.

mercoledì 29 gennaio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


FARE BELLA FIGURA

Cicero. Guida illustrata alle figure retoriche, Lucia Biancalana
Pièdimosca Edizioni 2019


ILLUSTRATI (dai 10 anni)

"Delle figure retoriche hai certo sentito parlare e il termine metafora non dovrebbe esserti del tutto estraneo. Se poi hai mai detto frasi come 'non ti dico che giornata' o 'è un secolo che non ci vediamo', ti è sicuramente chiaro ciò di cui stiamo parlando.
Dal momento che la retorica è un po' ovunque, si potrebbe pensare che siamo tutti dei grandi oratori. In realtà, c'è una piccola differenza che distingue i versi di un poeta dalla frase che esclamiamo al vicino di casa. Difatti, se parlare per figure retoriche è un'abitudine comune, il saperle riconoscere, interpretare e sfruttare consapevolmente rientra nell'arte oratoria."


'Si fanno più figure retoriche in un giorno al mercato in piazza che in molti giorni in assemblee accademiche.' César Cesneau Du Marsais

Fortunati sono quelli, me compresa, cui capita di frequentare assemblee accademiche in cui le figure retoriche, in particolare le metafore, sono l'aria.
Se in quelle suddette assemblee si parla di letteratura, magari anche illustrata, e magari per l'infanzia non è materialmente possibile lasciarle fuori.
Questo però nulla toglie al fatto quell'uomo 'illuminato' che era Cesneau De Marsais, dicesse una cosa vera: figura retorica e inconsapevolezza vanno a braccetto (metafora?). Canticchiare le anastrofi di Baglioni, oppure le reticenze di Patty Pravo o le enfasi di Mina nel sottolineare il se, fare tutto questo e non averne contezza, almeno non nell'immediato, è la condizione ideale in cui vivere. 


Tuttavia è utile, a posteriori, verificare che le parole sono portatrici di senso (caratteristica su cui troppo poco si riflette), e che non sono lì per caso e soprattutto che ci colpiscono di più, se messe in una sequenza determinata, da precisi criteri. Possibilmente inaspettata e immaginifica.
E qui viene il punto.


Il bello delle figure retoriche, a mio avviso, è che sono soprattutto figure. In questo senso metafore, metonimie, sineddochi, sinestesie, ossimori attingono a un immaginario visuale, in ogni caso sensibile, e come tale lo restituiscono : affari che vanno a gonfie vele, gente senza cervello, bicchieri bevuti, colori caldi e ghiaccio bollente per tutti.
Ed è per questo che di questo libro tascabile, come a suggerirne una vocazione di vedemecum, si è attratti soprattutto dalle immagini che hanno la capacità - seppure sacrificate nello stretto e in un b/n impastato - di mettere immediatamente a fuoco tutto quello che si scrive intorno, ovvero tutto l'apparato testuale che è di certo necessario, ma che odora di didattica, citazioni escluse.


Il divano fatto di cactus che arriva dalla immaginifica campagna di AXN Channel, Relax. If you can, oppure il piccolo omino, il Cicero sottostante in ciabatte da spiaggia e bermuda e giacca a vento con cappuccio di piume, sono un bel modo per fissare nella mente che cosa sia un ossimoro. E il verso noto di Catullo, Odi et amo, completa il quadro. E a proposito di quadri, forse anche l'Empire des lumières di Magritte può essere un ulteriore contributo, o è forse invece un paradosso?


O ancora la sinestesia che prende forma nell'immagine, anche questa ridisegnata della celebre opera di quel genio che è Meret Oppenheim, La colazione in pelliccia, che fa arricciare i denti al solo vederla e al poter immaginare se stessi a utilizzare quella tazza e quel cucchiaino per berci un cappuccino (caldo). Accompagnata dal piccolo Cicero, sempre a bordo foglio, mentre mangia pop corn davanti a un film in 3D.
Geniale.


La forchetta (così debitrice nei confronti di Munari) che è una mano che chiede, metafora per alludere alla richiesta di cibo, in occasione della campagna Unicef per il World Food Day del 2012, disegnata dall'agenzia Saatchi&Saatchi è accanto a una delle tante frasi celebri di Snoopy, che sono ormai patrimonio comune del nostro immaginario.
La bellezza di Cicero dunque dove sta? Nell'intelligenza e in un evidente pensiero divergente che è a monte di questo progetto editoriale.
Brava a Lucia Biancalana che ha saputo creare, nella sua tesi all'ISIA, begli intrecci e ha saputo comporre con sguardo originale materiale complesso. Il suo bagaglio di conoscenze è vario e ampio e lei ha saputo scegliere e mettere insieme cose lontane tra loro (e quindi ha creato 'un'anomalia' sulla pagina) il pop e l'aulico, Mina con la Venere di Willendorf (i maligni pensano non sia un caso), l'arte dei musei con la pubblicità televisiva (che spesso ne è piena, di arte; si pensi a chi canticchia Khachaturian, inconsapevolmente, mentre pulisce con lo sgrassatore universale...), nell'aver mischiato molto, nell'aver saputo spiccare bei salti in direzioni anche molto diverse tra loro. 
Nell'aver trasformato in segno ciò che è parola.


Milton Glaser applaudirebbe!
E bravo anche il collettivo Pièdimosca, microscopica realtà, fatta anch'essa da un gruppo di gagliarde menti, che ha deciso di pubblicarlo.
Bravi tutti nell'aver saputo risparmiare senza aver per questo mai perso di vista una certa qualità formale. E per averla saputa mostrare, quasi con orgoglio (fra le righe si legge tanta cura e passione), questa economia necessaria a chi ha ancora piedini da mosca.
Non si dice nulla di nuovo se si afferma che intelligenza, pensiero divergente, buone metafore, qualche sineddoche, un paio di eufemismi, una litote e tre onomatopee sono materia necessaria per poter dialogare alla pari e con un qualche costrutto con l'infanzia.

Carla


Noterella al margine.
Va da sé che una ulteriore funzione di questo libro da tasca sia quella di generare in chi lo sfoglia e lo legge la curiosità di andarsi a cercare, pagina dopo pagina, gli originali delle opere 'citate': è una bella esperienza. Provare per credere.

lunedì 19 agosto 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO CAMBIA IL TEMPO

La grande battaglia, Andrea Antinori
Corraini 2019



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Affacciatevi alla finestra e osservate il cielo: sta piovendo? Sì? Bene (si fa per dire), è il momento giusto per sedersi sul divano, trovare una posizione comoda e leggere questo libro.
Nel caso invece ci fosse il sole, credo che la scelta migliore sarebbe comunque sedersi sul divano, trovare una posizione comoda e leggere questo libro. Perché? Basterebbe un passo fuori dalla porta e sono sicuro che inizierebbe improvvisamente a piovere."

E' piccolo. Avvolto nella sua mantellina gialla, dall'angolino più in basso, si rivolge al suo pubblico da un microfono perché siano in molti a sentirlo. 
 

Poi attraversa una pagina bianca e va incontro a una nuvola grigia che spunta a destra del foglio, in alto dove sono di solito le nuvole. È troppo scura per non essere di pioggia. E infatti cade la prima goccia, che più che una goccia è una linea di acqua azzurra che termina sulla sua mano.
Il tempo di mettersi il cappuccio e le linee, ovvero i percorsi delle gocce, diventano moltissime. E inarrestabili e implacabili lo seguono ovunque lui vada.
Che la battaglia abbia inizio.

Di questo libro i primi particolari che colpiscono l'attenzione sono legati al design dell'oggetto in sé: il formato e il colore che porta dritto al segno.
Siamo in casa Corraini.
Il formato è insolito e, così come ha messo a teorema Suzy Lee, ad evidenza funzionale alla creazione di uno spazio scenico determinato. Qui inequivocabilmente verticale, come verticale è il tragitto della pioggia. 


Il formato nella Grande Battaglia serve inoltre a creare la giusta distanza tra i due contendenti che, non a caso, si affrontano, almeno al principio, dagli angoli opposti della doppia pagina. E questa grande altezza del foglio ha anche il merito di rendere la sfida impari fin dal principio: la gestione della pagina alta Antinori la utilizza con intelligenza, rendendo piccolo, minuscolo, il perdente e concedendo l'intero spazio al vincente, la pioggia. E questo lo sottolinea anche il colore: poco giallo tanto blu, ovvero azzurro.
Per molte pagine, l'alto e il basso ospitano i poli in opposizione: il nuvolone e il bimbetto in cerca di sole, anch'esso, puntualmente nell'angolo.
Al centro del libro le cose si squadernano un po', ma sono digressioni sul tema.
E così, senza dire o spiegare niente, attraverso una buona gestione dello spazio, un buon ritmo nella composizione (nuvole grandi o nuvole piccole, acqua che sale acqua che scende) Antinori riesce a costruire uno stato d'animo: quello di una grande battaglia o, per meglio dire, di una lotta impari e di una giornata decisamente storta per qualcuno.
E lo fa con una modalità che gli è consona: giocando e chiamando dentro il suo lettore.
Il secondo elemento che colpisce è il colore in uno con il segno. 


Opposti, e antagonisti anche visivamente il blu, ovvero l'azzurro, e il giallo sono rispettivamente il colore della pioggia e il colore dell'impermeabile, ovvero del protagonista, e del sole, il grande atteso e, a caduta, di tutti gli altri elementi che si susseguono nella storia: dall'autobus, alle tigri, passando per un cammello. Un po' di verde al centro a ribadire ancora un volta che blu e giallo sono i colori della sua miscela di composizione. Al nero, ovvero al grigio di nuvole o letame, il compito di essere il contrappunto del bianco, ma anche il tratto di una matita che disegna.
Nel susseguirsi delle pagine sono riconoscibili diversi omaggi, o citazioni, che Antinori fa ai Maestri: da Mari a Lionni, passando per Suzy Lee.
Ma a parte questo, è il segno significante l'arma vincente di Antinori.
Chi lo conosce, sa che a questo giovane illustratore piace disegnare come un bambino, di norma con le matite che usano i bambini. Sia che voglia fare propria la massima di Picasso, ovvero che sia in cerca di una sincertià data da uno sguardo non ancora contaminato, sia che sia in cerca di altro, in questo libro quello che colpisce è l'immediatezza del significato che il segno porta in sé. In particolare le grandi righe blu, ovvero azzurre, per la pioggia che costituiscono il Leitmotiv dell'intera storia e che a un certo punto si svincolano dal loro significato oggettivo di righe di pioggia e diventano pura grafica, fino ad annullarsi in un pattern, nella quarta di copertina. Ma prima di farlo, hanno comunicato un sacco di cose al lettore: a seconda del loro spessore, della loro inclinazione, della loro assenza o sovrabbondanza.
Sempre in casa Corraini siamo.

Alcuni, seppur sporadici, guizzi creativi giocano sull'assurdo che si può creare disegnando: i colpi di fionda o di spada che tagliano l'acqua che cade, sono una bella idea. Mentre è ancora tutta da costruire la qualità della grafica del testo che, peraltro, poco sposta o aggiunge al disegno.


Ma ci sarà tempo per fare strada.


Carla

mercoledì 15 marzo 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


GRANDE FIABA PER PICCOLE MANI

Cappuccetto Rosso, Attilio


ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"C’ERA UNA VOLTA UNA BAMBINA CHIAMATA
CAPPUCCETTO ROSSO.
UN GIORNO LA MAMMA LA MANDÒ A TROVARE
LA NONNA MALATA PER PORTARLE UNA TORTA
E FARLE COMPAGNIA.
MA NON PASSARE PER IL BOSCO!', LE DISSE."


Ma lei per il bosco ci passò. Incontrò il lupo. Il lupo le suggerì di raccogliere fiori per la nonna. Lei lo fece e lui si precipitò a casa della nonna per divorarla. Cosa che puntualmente fece. Poi si travestì e si mise tra le coltri ad aspettare la bambina, per mangiarsi pure lei. Il resto è storia nota. Compreso l'arrivo del cacciatore in giacca verde, fucilone e coltellaccio che rende giustizia alle due inghiottite.
I Grimm furono solo apparentemente meno spietati di Perrault che, con il dovuto orrore, solleticava e compiaceva le dame della corte del re di Francia.

Il Rotkäppchen dei fratelli Grimm riassunto in 15 pagine doppie e cartonate, in tutto 37 righe di testo, adatte a manine e orecchie minuscole. E in queste sole 15 pagine ben 2 non hanno testo! Come a dire che se si ha buona capacità di sintesi, si posson 'dire' comunque un mucchio di cose.


Ed ecco di nuovo sulla breccia, a 94 anni, Attilio, Attilio Cassinelli, grafico e illustratore negli anni d'oro del design italiano in ambito editoriale. Dagli anni Sessanta fino a tutti gli anni Settanta, è lì anche lui, anche se non raggiunge mai l'ineguagliato genio di Munari o dei Mari, quell'aria la respira anche Attilio. In quel periodo i suoi libri inconfondibili, la pagina bianca su cui campeggiano animali o altri personaggi racchiusi da una linea di contorno nera, precisa, morbida e, soprattutto, molto evidente, cominciano ad arrivare tra le mani dei più piccoli. I colori sono piatti, il segno è tondeggiante con elementi lineari che ricordano la sintesi dei bambini nel disegnare arti e zampe.
Sono libri, quelli sulle cui copertine campeggia secco il nome ATTILIO, che sono consumati sugli scaffali delle biblioteche. Io stessa ho ancora ricordo di quei libri molto vissuti che mi colpirono nel pieno degli anni Novanta per la loro assoluta purezza.
Attilio non ha smesso di disegnare libri, sempre fedele alla sua casa editrice d'origine: Giunti, ma il suo stile con il passare degli anni si è ibridato, e si è anche persa un po' la cura editoriale che invece avrebbe meritato, e con questo ha perso un po' di quello smalto che lo aveva reso inconfondibile. Oggi, a distanza di quasi quarant'anni dai suoi primi libri, riappare il suo segno pulito delle origini, in una collanina pensata per Lapis, contenente fiabe classiche (I tre porcellini e in uscita I musicanti di Brema) che, seppure riassunte ai minimi termini, non perdono di efficacia. Proprio come i suoi disegni.

Attilio, I musicanti di Brema Lapis 2017

I colori continuano a essere piatti, ma la tavolozza è cambiata. A un colore dominante per ogni singolo libro, aggiunge contrasti interessanti. Nel Cappuccetto Rosso si vede una prevalenza dei diversi toni del grigio e del blu - dal tortora al pervinca - in un tessuto di intrecci freddi, su cui spiccano correttamente il rosso del cappuccio e il giallo del cestino.
In tal modo anche il colore contribuisce allo svolgimento del racconto. Tutto il resto è narrato attraverso il gesto, che fa eco al testo. Come richiede l'opportunità, nessuno degli atti cruenti è illustrato. 


Tutto si prevede se si conosce la fiaba e, in ogni caso, arrivano in soccorso le parole taglienti. 


Certe sottigliezze di impianto, di prospettiva alimentano tuttavia la giusta dose di inquietudine, che è necessaria a questa fiaba crudele e per converso la giusta dose di serenità ritrovata nel finale costruito dai Grimm per orecchie piccine. Per prima cosa noto che tutte le azioni sono nella pagina di destra a voler creare il naturale desiderio di giro pagina. La tensione la leggo anche nell'intrigo di rami del bosco folto, nel nero che traspare e incombe, nelle spalle del Cappuccetto che sparisce quasi, inghiottita dalla porta della casa della nonna. 


Il ristabilito equilibrio di ingombri lo colgo nell'ultima tavola, con nipote/torta/cestino da un lato e dall'altro il bilanciato corpaccione un po' curvo della nonna in camicia da notte, fazzolettone e pantofole.
Attilio, che ammiro da sempre, ha l'età che avrebbe mio padre, grande narratore anch'egli.
E mi intenerisco nel notarlo.


Carla

lunedì 18 luglio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


I COCCODRILLI CON LA CUFFIA
 
Le olimpiadi degli animali, Virginie Morgand


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"1 coppa in palio, 2 colpi di fischietto, 3 ostacoli caduti, 4 linee a terra, 5 morbidi cuscini, 6 metri dice l'arbitro..."

Il legame forte che lega lo sport ai numeri è sotto gli occhi di tutti. Qui siamo in un ambito sportivo ai massimi livelli: i giochi olimpici. Siamo altresì in una sequenza ordinata di numeri crescenti che dall'1 vanno al 20 per poi prendere la direzione inversa verso l'1, partendo dal suddetto 20.
Semplice ed efficace come si prefigge di essere, sorta di abbecedario dei numeri, o pallottoliere di carta.


Le Olimpiadi degli animali, a parte riprendere un titolo di un vecchio libro di James Stevenson (Mondadori 1999) in cui mi pare di ricordare una sfida ad ostacoli fino all'ultima bava tra lumache, riprende uno schema narrativo che altrove ha raggiunto ottimi livelli. Penso a 100 Bears (Flying Eye Books, 2013) che si spinge fino al 100 e che su questo è in grado di costruire una narrazione serratissima e piena di buone soluzioni che non annoiano il lettore, una volta capito il meccanismo.


La costruzione di una storia solo attraverso quaranta tappe, venti con i numeri in crescendo e altrettante con i numeri decrescenti, sarebbe stata forse troppo limitata, così Virginie Morgand, pur piena di talento, preferisce ancorare i numeri al contesto sportivo tout court e solo in rari casi costruisce piccole sequenze narrative all'interno della doppia pagina. Con il giro di pagina si cambia disciplina sportiva fino al momento in cui quando il calciatore coniglio numero 19 si fa male in campo, l'arbitro chiede una pausa di 20 minuti, e poi è lo stesso coniglio con la maglia 19 che, trionfante, rientra in campo. Ed ecco che si torna indietro.
La semplicità del gioco suggerisce che il libro finisca nei repertori di lettura di bambini e bambine in tenerissima età, per una lettura condivisa e corale.
C'è da augurarselo.
Se nell'impostazione generale il libro non porta elementi di assoluta novità, divertente anche agli occhi di un piccolo o di una piccola è invece l'associazione tra l'animale e lo sport praticato: il canguro con il salto in alto, l'orso con il sollevamento pesi, i felini nella corsa a ostacoli. In alcuni casi dal divertimento si passa all'ironia, come per esempio quando i coccodrilli -tra le corsie della vasca olimpica- indossano vistose cuffie rosse.


In questo contesto pensato per i piccolini e le piccoline riempie di gioia il tipo di illustrazione. Per nulla convenzionale, si tratta di un segno insolito, grafico, di gusto un po' 'retro' che allude in modo programmatico ai cartelloni pubblicitari degli anni Sessanta (quanto Blexbolex ha visto la Morgand, ci sarebbe da chiedersi), ma nello stesso momento si qualifica per grande modernità ed energia. L'uso di una paletta di colori base e primari che si fondono con un tipo di segno che strizza l'occhio all'effetto serigrafico sembra inserirsi nel panorama di libri importanti per il panorama italiano, come Forte come un orso (Topipittori 2013), pur non raggiungendone il livello 'espressionista' tutto tedesco e la qualità del contenuto testuale che, nel caso del libro della Stangl, si apre a molteplici chiavi di interpretazione. 


Meno aggressiva di JooHee Yoon, meno geometrica di Carl Johanson, meno conturbante di Keith Negley, tuttavia a pieno diritto tra i nomi più interessanti della giovane scena internazionale, la Morgand, se si spigola tra le sue cose, sembra aver molto da dire e c'è da augurarsi che gli editori italiani, al pari di quelli stranieri (Wide Eyed in testa) continuino a 'tenerla d'occhio' e a pubblicare i suoi libri.


Carla