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venerdì 4 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA 

Troppo lunga, Nikola Huppertz, Regina Kehn, (trad. Claudia Valentini) 
Emons raga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'E tu che hai fatto oggi?' mi ha chiesto a un certo punto papà, non trovando più nulla da dire su Malve. Io mi sono stretta nelle spalle. Ho ripensato a Joël e alla Carina, al signor Krekeler che deve sforzarsi di andare a fare jogging (forse), a Snow che mi ha tirato in bici per otto chilometri lungo il canale, con una piccola pausa in mezzo in cui ci siamo seduti sulla riva e io per ringraziarlo gli ho sussurrato delle storie nell'orecchio appuntito e gli ho accarezzato il pelo morbidissimo che ha sotto il muso, e ho subito capito che mamma e papà non avrebbero saputo che farsene di questo racconto." 

Genitorialità consapevole, medico lui, insegnante lei, una sorella maggiore, Malve, sorella maggiore perfetta ed egocentrata, ora alle soglie della maturità, ma con tutt'altro in testa che mettersi sui libri a studiare. Per ora è attratta dalla meditazione, ma non durerà. 
Questo è il piccolo nucleo familiare di Magali Weill, tredicenne piuttosto alta (con la sua statura, 1.82, si colloca al 97esimo percentile) e piuttosto convinta che con questa statura esagerata nessuno avrà mai il coraggio di innamorarsi di lei, figuriamoci di baciarla, magari mettendosi in punta di piedi o, peggio, chiedendole di chinarsi per essere raggiunta... 
I suoi le hanno appena regalato un diario perché ci scriva di sé. Ma lei decide che quel diario è molto più utile per annotare tutto quello che le succede intorno: le vite degli altri.
Magali capovolge lo sguardo e sulle pagine riporta, giorno dopo giorno, quello che accade all'interno della sua piccola comunità condominiale. A parte le litigate tra genitori e figlia maggiore, Magali racconta delle sue passeggiate con Snow, l'husky dei vicini che per lui non hanno mai tempo, visti gli innumerevoli marmocchi che zampettano per casa. 
Magali racconta del suo elegantissimo vicino di casa che, novantottenne, ha ancora voglia di fare jogging ogni mattina. 
Magali racconta del suo amore nascosto per il suo vicino sedicenne, Joël, che non la degna di uno sguardo e trova solo il tempo di litigare sempre e solo in francese, con sua madre che, a sua volta con i gessetti, decora ad arte i marciapiedi intorno al palazzo. 
Questa routine che si ripete grossomodo ogni giorno con poche varianti si inceppa quando il signor Krekeler decide che è arrivato il momento di smettere di fare passeggiate salutari e incominciare a prepararsi alla morte (98 sei fürs Leben zu Lang, così in tedesco, da cui il titolo del libro). 
Con l'eleganza e il garbo di sempre convoca la sua famiglia, ovvero quel che ne resta: suo figlio Louis (tante compagne, molti figli e attualmente abitante in una comune) e il di lui figlio, ossia il nipote del signor Krekeler: Kieran, da adesso in poi KK, poco meno di un metro e sessanta, mingherlino e tutto cerotti. Louis ha il compito di ubbidire al padre in tutto e per tutto, con lo scopo di mettere ordine tra carte e oggetti, prima della prossima dipartita del vecchio. KK invece deve fare solo il nipote. E lo fa magnificamente. 
Questa è la cronaca di un paio di settimane di vita (e di morte) di tutta questa gente: dal 29 marzo al 12 aprile: una settimana di Pasqua indimenticabile. 

Andrebbe letto e poi riletto. Oppure andrebbe ascoltato e poi letto, oppure letto e poi ascoltato. La cosa necessaria da fare è entrarci più e più volte dentro per poterne apprezzare le tante qualità - dalla sceneggiatura - così ben costruita in cui si incastrano a perfezione le molte singole vicende: un piccolo capolavoro di cesello, come spesso sono le storie condominiali - alla scrittura garbata ed elegante che va - tra filosofia e vita di tutti i giorni - a passo sicuro. 
Ogni tanto ci si commuove e ogni tanto si sorride. 
Nonostante il libro abbia un titolo che fa l'occhiolino ai turbamenti di un'adolescente che non ha fatto pace con il suo corpo e la sua crescita, mette nero su bianco anche qualcosa di molto più universale, passeggiando tra grandi domande, grandissime domande. 
In questo l'originale tedesco gioca di più sull'ambiguità di questa lunghezza... le gambe di Magali o la vita del vecchio Krekeler? 
Torniamo alle domande. 
Una su tutte: qual è il senso della vita? Troviamolo e poi possiamo morire con dignità. La grande questione è lì che si affaccia nel momento in cui il signor Krekeler decide che basta: tocca prendere in considerazione l'idea di andarsene. Come ci si deve comportare di fronte alla morte? O per meglio dire, come ci si può organizzare per accettare l'evento con la necessaria naturalezza e dignità? E per chi resta? Quali sono i pensieri che chi vive si vede balenare in testa? Visto che la morte è qualcosa che inevitabilmente a un certo punto busserà alla porta, come ci si può organizzare per non farsi trovare impreparati, ossia quali sono le cose da fare per potersi dire al momento di aver vissuto una vita degna di questo nome? In fondo, la morte non è forse l'ultimo pezzetto della vita? Sì, lo è! 
Tra Seneca e i trenini di legno; tra Rimbaud e le uova da dipingere; tra Stravinskij e le tute da ginnastica; tra Uchermann e il verde pallido di una cameretta è un continuo e piacevolissimo rimbalzo tra la vita vera, quella apparentemente fatta di poco o niente, tra la quotidianità e i massimi sistemi. 
Uno dei libri sulla Grande Domanda, citando Elrbruch, più belli e intelligenti che mi sia capitato di leggere. 

Carla

venerdì 30 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GIOIELLO 

Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare 
(trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli otto anni) 

"Allora non ci sarebbero stati né il fresco venticello primaverile né il caldo torrido e odoroso di fieno dell'estate. Lollo Mollo non avrebbe potuto arieggiare la casa e lo scheletro sarebbe rimasto nell'armadio per un altro anno. 
Questi pensieri gli fecero venire mal di pancia. Bisognava fare le cose per bene e tirare fuori lo scheletro dall'armadio, proprio come ogni anno. Eppure l'ansia continuava a graffiargli il petto. E se la primavera fosse arrivata dappertutto tranne in quel posticino solitario, lasciandolo immerso nell'alito gelido e ostile dell'inverno? Cosa avrebbe fatto?" 

La questione è complessa. Lollo Mollo ogni anno si prefigge questa incombenza: tirare fuori l'armadio da casa, pesante e scomodo, ma con le fette di patata sotto le zampe ce la fa, e dopo averlo caricato sulla carriola, arrivare sulla collina isolata e solo lì tirare fuori lo scheletro dall'armadio per spolverarlo a dovere, togliere gli eventuali ragni che si sono annidati tra le costole, mettere due palline di antitarme nell'armadio (non si sa mai).
Tutto questo richiede una bell'aria di primavera un bel sole, una collina isolata, appunto, dove nessuno lo veda. 
Questa incombenza va svolta in assoluta solitudine: è sempre stato così e così sarà per sempre. 
Ma quella mattina tutti i segnali, compreso l'entusiastico vociare di Gracchio che annuncia in giro la primavera, confermano che il sole e il caldo sono arrivati. 
Si può procedere. 
Portata a termine la consueta procedura, Lollo Mollo si siede soddisfatto e comincia a pensare quando quello scheletro era apparso per la prima volta nel suo armadio... E mentre è lì che pensa si chiede anche che cosa sarebbe potuto succedere se gli altri abitanti del bosco avessero saputo del suo scheletro nell'armadio... Certo potersi confidare gli sarebbe piaciuto, ma come farlo? E gli sarebbe anche tornato utile che gli altri gli dessero una mano nel trasporto dell'armadio. Ma no! 


La cosa migliore era continuare a conservare il proprio segreto. E mentre lo pensa, temendo la pioggerella primaverile, si sincera che nessuno sia in vista per ricaricarsi l'armadio e rimetterlo a posto in casa. Con lo scheletro dentro. 
Intanto Occhiolungo e Gracchio, non lontano da lì, decidono di non andare al mare perché se Lollo Mollo ha rimesso dentro l'armadio con il suo scheletro, vuol dire che la pioggia sta davvero per arrivare... 

Se un libro di racconti (il genere e passo narrativo che amo di più) esordisce così, con un piccolo gioiello perfetto, da lì in poi la voglia di proseguire nella lettura schizza a mille. E infatti è quello che accade. Due parole sul gioiello. 
Molto giusto che dia il titolo all'intero libro, se lo merita. 
Il ritmo pacato. 


La scrittura esatta al millimetro. 
L'ambientazione che è quella di un gruppo di case tra bosco e mare, tra fiaba e realtà. 
Ed è un contesto che ricorda molto quello di altri potentissimi libri: il migliore tra tutti, Lettere dal bosco di Tellegen. 
Il gioco linguistico che dà l'avvio all'intero racconto e che ne costituisce l'ossatura, lo riempie di una sana follia. Lo scheletro nell'armadio è contemporaneamente metaforico e letterale e su questo si regge l'intero dialogo tra i due significati e di fatto l'intera storia. Bella idea, non l'unica. 
La piacevolezza della lingua delle due traduttrici lo illumina possibilmente ancora di più: una lingua curata, parola per parola. 
Il colpo di teatro finale che ti lascia lì, stupito, sorridente e intenerito. 
Da qui in poi, tutto quello che viene dopo questo gioiello iniziale. 
Siamo piombati nel mezzo di una piccola comunità pacifica di animali diversi - e alcuni piuttosto inconsueti - e una ragazzina, di nome Sipriki, che vale uno come tutti gli altri. 


Vivono insieme, condividono con grazia e gentilezza lo spazio e il tempo comuni. 
Non tutti loro agiscono all'unisono. Ci sono storie a due, per esempio quella di Leprotto e Lupo di mare (!) - sono io che stravedo o potrebbe essere una allusiva declinazione del mito della donna foca? Ci sono storie più corali in cui si impara a conoscere la personalità dei singoli protagonisti. Alcuni di loro portano nel nome la loro fragilità: Goffofredo o Sperperina, per esempio. 
E alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie: Stridulone che non vuole lasciar andare la giornata perfetta. L'inadeguatezza di Farfalla che, per la sua ala a cui manca un pezzetto, non si sente vera e completa...Riccio e il suo problema di misantropia, o Pigolino non proprio convinto che nella vita il traguardo sia tutto.... 
A ben vedere si tratta di grandi questioni che si pongono, tra gli altri, un gatto, Occhiolungo, un corvo, Gracchio, un lumacone, Lollo Mollo, un leprotto, Leprotto, un lupo, Lupo di mare... 


E poi c'è lei: la traduzione, ossia la lingua scritta che tutto tiene insieme. 
Studiata e limata per essere perfetta nel suo essere rispettosa dell'intreccio fittissimo di doppi significati, di allusioni lessicali. 
Tanto per dire: la brillante scelta dell'onomastica dei singoli personaggi è un raffinato lavoro di cesello, che in un gioiello, appunto, ci sta perfetto. 
Libro necessario, da tenere stabile per mesi o anni sul comodino, per leggerlo e rileggerlo ogni sera, prima di fare bei sogni. 

Carla

venerdì 20 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON VEDERE NON ESSERE?

Il museo del niente, Steven Guarnaccia (trad. Eugenia Durante) 
Corraini Editore 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Ottavia e Otto vanno al museo. Vogliono visitarne uno dove non sono mai stati. 
Sono stati al Museo dei quadri grandissimi e al Museo delle invenzioni importantissime. 
Arrivano in una strada che non hanno mai visto. In fondo c'è una grande porta su cui c'è scritto... MUSEO DEL NIENTE. 
Entrano." 

Il Museo è pieno di niente. Vuoto, o per meglio dire, senza nessun oggetto esposto: solo bacheche vuote, piedistalli sgombri, oblò che si aprono nei muri al di là dei quali non c'è nessun oggetto. E, come se non bastasse, nessuno in giro. 
A mancare sono anche i colori. 
Le uniche cose che sembrano contenere qualcosa sono i cartelli che - seppure un po' sgrammaticati - indicano dove trovare il niente. Il fatto è che il niente è fatto di niente, per cui i cartelli stessi alludono a qualcosa che l'occhio non vede... 
Galleria delle sculture, detta Galleria Nisba, è piena di piedistalli che alludono a opere che con il nulla hanno molto a che fare: il busto del Milite Ignoto, La bolla scoppiata, senza contare le numerose bottigliette contenti l'aria di qui e di lì. 
Nella Sala di nessuno, fanno la conoscenza con l'Uomo invisibile, leggono il verso iniziale di una poesia di Emily Dickinson, Io sono nessuno. Tu chi sei? 
Il giro prosegue nella Libreria del nulla, dove fanno bella mostra di sé i libri di Calvino, di Sartre. Ma la visita si fa davvero interessante quando, nell'Ala zero, scoprono interessanti cose sullo zero. 
Anche la sala dei buchi non è male, anche se il pericoloso buco nero si risucchia il povero Otto. La sorella attraversa correndo la pinacoteca dove il bianco imperversa - da Melevich a Munari passando per Rauschenberg - e poi i due si ritrovano per finire insieme la visita nel bookshop del museo dove fa bella mostra un cartello che contiene una grande verità: se compri zero zero paghi! 
 

Steven Guarnaccia opta, ça va sans dire, per la versione pop della parola nulla, che per l'appunto è niente. E al niente ci gira intorno come nel Dopoguerra fece la famosa caramella alla menta che è conosciuta in tutto il mondo come "un buco con la menta intorno". 
Guarnaccia fa un po' la stessa cosa che fece all'epoca quel drago di George Harris e del suo staff. Harris, con l'intento di rendere necessaria una caramella (poi diventata di culto in UK) nell'immediato dopoguerra, ha semplicemente guardato le cose secondo una prospettiva diversa: è partito dal buco e poi ci ha messo la menta intorno. 
Da quel momento, nessuno ha più dimenticato le Polo. 


Ecco Guarnaccia anche qui fa la stessa cosa. D'altronde, il cambio di visuale sembra essere una delle tante magnifiche capacità che dimostra di avere. Per capirlo basta guardare i suoi libri per bambini più famosi qui da noi: quattro fiabe che vengono rivoltate letteralmente in nome della moda (Cenerentola e I vestiti nuovi dell'imperatore, e quali altre altrimenti?), dell'architettura (ovviamente, I tre porcellini) e del design (Riccioli d'oro che dell'arredamento della casa dei Tre orsi ha avuto molto da ridire). 
Qui la questione è ancora più scabrosa: il niente o il nulla non sono roba da poco, ovviamente. Lo stesso scultore Isamu Noguchi scrive che "qualcosa dovrebbe essere più niente del niente stesso." 
Guarnaccia non è certo il primo, nell'ambito dei libri per bambini, a riflettere sul concetto e a provare a metterlo davanti ai loro occhi: la cosa che lui fa però è costruirci una trama sottilissima che comunque sia almeno funzionale a tener su tutta l'interessante casistica da indagare e su cui ragionare. 
Tallec con Il re e il niente, al contrario gioca molto di più sul lato narrativo, e addirittura filosofico e sociologico, della questione. Bravo, lui, che così si toglie d'impaccio. 
Sta di fatto che entrambi devono ampiamente passeggiare nei territori dell'assurdo per poterne uscire fuori a testa alta. E soprattutto entrambi si scontrano con una realtà incontrovertibile: il Nulla in natura non esiste, se non, appunto, nell'ambito della pura teoria. 


Però, c'è un però. Guarnaccia, più che di niente, sembra voler parlare di assenza. 
Un po' la stessa cosa che hanno fatto due artisti - il loro nome Benandsebastian li tiene assieme- che nel 2014 allestiscono a Copenhagen un museo omonimo a quello di Steve Guarnaccia: The Museum of Nothing (museo che viene allestito di volta in volta in luoghi diversi accanto a musei "normali" con l'intento di riportare in equilibrio la dominanza della presenza rispetto a quella dell'assenza). 
Mission del loro museo: focalizzarsi sui vuoti tra opera d'arte, cornice, descrizione e rappresentazione, in modo da attivare le innumerevoli relazioni tra le cose e spingere i meccanismi fisici e linguistici usati per fissarle sul posto. 


Insomma, il loro obiettivo è quello di esporre la presenza dell'assenza: "Il lavoro di benandsebastian si interroga su come le lacune nella conoscenza plasmino l'identità e su come particolari assenze, ad esempio sotto forma di oggetti perduti, artefatti incompleti o narrazioni escluse, agiscano sull'immaginazione". 
Geniali architetti di formazione, ma soprattutto esploratori di pensiero puro. 
Non so se Guarnaccia conosca la loro arte e la teoria che c'è dietro, ma a me pare un fatto incontrovertibile che nel suo buffo libro le parti meglio riuscite non siano quelle che ruotano intorno al concetto del nulla, ma quelle che ragionano sullo zero, sul nessuno, sui buchi (la mia preferita), sulle mancanze, sulle assenze, appunto. 


Compresa quella della policromia (che peraltro Otto e Ottavia si portano dietro) o ancora sugli esiti artistici dell'invisibile, come per esempio L'aria di Parigi di Duchamp, che sul non vedere/non essere hanno giocato e illuso lo sguardo. 
Però, c'è un altro però. Su questa questione ultima del non vedere/non essere. 
Mettiamo il caso che un genitore illuminato, oltre ad aver letto Il Museo del niente abbia fatto leggere al suo bambino anche un libro che si intitola Ludwig e il rinoceronte.... 
E mettiamo che quello stesso bambino colleghi le due storie e l'idea che c'è dietro... 


Ecco che allora si sentirà forte e chiaro un ruminare di pensieri in quella piccola testa. Evviva!  

Carla 

Noterella al margine. A parte qualche piccola distrazione - qui e là (con l'accento) - e qualche imprecisione - i musei direi che hanno sale più che stanze e scaffali con libri dalle pagine vuote, resta un altro mistero che farà ruminare i pensieri dei ragazzini più attenti e curiosi (i miei preferiti): ma perché Ottavia ha sempre lo stesso vestitino pieno di zeri (o di O maiuscole?) mentre il fratello Otto cambia maglietta a ogni piè sospinto? 
I grandi che hanno avuto la felice occasione di incontrare Guarnaccia se lo spiegheranno, ma un bambino puntiglioso resta là ancora lì a ruminare...

lunedì 16 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN VIAGGIO BEN FATTO 

Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini
Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió (trad. Federico Taibi) 
L'Ippocampo 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Il concetto diventa immagine. 
Ma c’è qualcosa di molto più importante che pulsa in loro: una luce diversa e rivelatrice che illumina il mondo intorno a noi, il mondo-ambiente con le sue forme e i suoi colori, la sua vita, il suo sangue e il suo odore. 
È così che le metafore filosofiche cancellano i margini delle astrazioni che le motivano per invitarci a una riflessione continua e a chiederci se, in fin dei conti, il nostro modo di intendere il mondo e noi stessi non sia di fatto modellato essenzialmente proprio da loro, dalle nostre metafore." 

Prima che tutto cominci, su due colonne, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde trovano una definizione di metafora. Per meglio dire, di metafora filosofica, ossia di quel particolare tipo di metafora che è concettuale e che funziona da ponte tra una parola o una frase che appartiene al pensiero di un filosofo e una immagine. In estrema sintesi, la metafora filosofica trasforma i concetti in figure. Per farlo deve per forza sconfinare dal mondo dell'astrazione per andare nel mondo del sensibile e lì prender forma in qualcosa di tangibile. 
E poi tutto comincia. 


Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola. 
Sulla pagina di sinistra le parole e un simbolo grafico, ci torno, e su quella di destra la grande immagine, un quadro di Guim Tió. 
Il concetto del continuo movimento del mondo, panta rei, di Eraclito trova nella parola fiume, che poi diventa scorrere di un fiume, la sua rappresentazione tangibile. Oppure la ben nota caverna di Platone o il giardino di Epicuro dentro cui si coltivavano ortaggi, ma anche l'imperturbabilità e l'autosufficienza per arrivare alla felicità in un mondo che cambia...concetti che diventano luoghi. Sono due dozzine le immagini cardine che diventano icone di altrettante filosofie (e più precisamente dal fiume dei presocratici alla vita liquida di Bauman, chiudendo così una sorta di cerchio perfetto anche in senso visuale): tra le due immagini di Guim Tió, un minuscolo uomo che cammina non lontano dalla riva di un fiume e un altro uomo che si tuffa in uno specchio celeste non troppo dissimile. 


Tra questo principio e fine ci sono Hegel con la sua civetta, Marco Aurelio con la sua marionetta, Agostino con lo specchio, Hobbes e il lupo, Parmenide con la sfera, Arendt e il deserto, Benjamin con l'aura e Butler con la sua Matrix, matrice. 
E in mezzo noi, la nostra curiosità verso quel regolare quanto continuo passaggio da un linguaggio a un altro. E quando si arriva in fondo al percorso, senza essersene neanche accorti, abbiamo ascoltato una storia e l'abbiamo vista illustrata. 
Una storia unica che ci riguarda tutti. 

Questa è forse la ragione per cui, dopo lunghi tentennamenti, il libro Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini trova la sua posizione tra le varie rubriche di Lettura candita, non in quella più prevedibile, dedicata alla divulgazione - Fammi una domanda! - ma piuttosto tra i libri di narrativa. Ha prevalso il senso di unità - una unica grande e magnifica storia del pensiero - che ha, nonostante alcuni esiti da vero libro di divulgazione, una sua precisa volontà letteraria cui corrisponde una magnifica eco visuale. 


Pedro Alcalde, alla domanda sulla nascita di un libro del genere (liquido, nel suo genere?) ha risposto così: un viaje a lo largo de la historia de la filosofía que estuviera acompañado por imágenes que facilitaran su compresión. 
Ho voluto credergli e, dato che le storie di viaggi, sono letteratura, narrativa, eccoci qua. 
Padre e figlio condividono, almeno a vedere i loro cursus honorum,, una passione comune: la filosofia. Così hanno deciso di trovare assieme un filo rosso che tenesse assieme le singole storie dei singoli filosofi: la metafora era perfetta per il loro gioco. Insieme, come prima di ogni viaggio ben fatto, hanno individuato le tappe e il percorso tra partenza e arrivo. Poi si sono spartiti i compiti: ognuno ha approfondito la singola tappa scelta per poi ritrovarsi a condividerle e la soddisfazione, come dovrebbe essere alla fine di un viaggio ben fatto, è stata quella di riconoscere al proprio compagno il merito di aver portato un accrescimento all'esperienza in sé. 


A parte l'interesse che ha come sempre in una storia-catalogo la scelta dei due Alcalde, scelta che sta dietro ai nomi dei pensatori prescelti, ci sono un paio di cose che davvero colpiscono. 
Da una parte il grandissimo lavoro fatto da Guim Tió. che qua dimostra una maturità raggiunta a soli trentasette anni. 
Paesaggio come campo di colore, è lui stesso a definire così le sue tele. 
Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità. 
Bello, davvero.


Resta in ultimo da dire qualcosa su un elemento che non so in quanti valorizzeranno e che invece considero un piccolo capolavoro in un libro già bellissimo. 
Esiste una sorta di indice simbolico, che viaggia accanto a quello più classico di titolo e pagina corrispondente. Ognuno di questi simboli lo si ritrova poi in cima alle rispettive pagine ed è una sorta di icona della metafora stessa: uno spicchio grigio per la lama del rasoio di Occam, due cerchi rosa per la civetta di Hegel, quattro linee parallele per la marionetta di Marco Aurelio, un pentagono grigio con un vertice più chiaro per l'iceberg di Freud. 


Non so dire da quale testa sia uscita una idea e una sintesi del segno così efficace, tanto stupefacente. 
Parrebbe lontana anni luce dalla ricerca di atmosfere di Guim Tió, lontana dai suoi quadri che si fanno illustrazioni, diventando metafore esse stesse in un libro sulla metafora. Ma chissà. 
Forse la maternità spetta a quella grande grafica e designer che ha curato il progetto grafico e che è dietro la casa editrice català, Zahorí Books, Joana Casals? Forse. 

Carla

venerdì 2 agosto 2024

IL RIPOSTIGLIO (Libri belli e impolverati)

Da oggi ri succede questo.  
Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. 
Come esattamente un anno fa, rendendo il nome dal titolo di un meraviglioso racconto di Saki. E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio, quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. 
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi,Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino. Ma non è successo. 


Ludwig e il rinoceronte, Noemi Schneider, Golden Kosmos (trad. Lia Bruna) 
Orecchio acerbo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Che cosa combini, Ludwig? Con chi parli? 
Con un rinoceronte. 
Un rinoceronte? Ma qui non c'è nessun rinoceronte! Te lo sei immaginato. 
Dietro di te. 
Non vedo nessun rinoceronte! 
Nell'armadio. 
Non c'è nessun rinoceronte! 
Sotto il letto." 

Interno. Notte. Padre e figlio in una stanza, quella del figlio, appunto: Ludwig. 
La giornata sta per finire ed è ora di andare a letto. Ludwig e suo padre però stanno discutendo sulla presunta presenza di un rinoceronte nella stanza. Il bambino lo vede, in tutto il suo splendore, mentre il papà, giacché non lo intercetta con lo sguardo, afferma non ci sia. Inoltre sarebbe troppo grande per entrare in una camera così piccola. 
Eppure, il bambino lo vede con sicurezza nascosto dietro la porta, da cui fa capolino solo il corno. Oppure nell’armadio, con un paio di mutande che sempre dal corno pendono. Oppure ancora sotto il letto dove si è acquattato.
Il dialogo fra i due si fa sempre più serrato a colpi di punti esclamativi del padre sempre più innervosito... 


Se fosse vero che ciò che non si vede semplicemente non c’è, allora come si può spiegare l’esistenza di tutto quello che gli occhi non vedono, ma che sappiamo esiste? 
Una esilarante quanto incontrovertibile, storia filosofica della buonanotte - così si legge nello stesso frontespizio del libro, ma sul fatto che possa considerarsi della buonanotte, ho seri dubbi... 

Per chi prenderà questo libro fra le mani, non sarà un mistero che dietro quel nome Ludwig non si cela solo un vezzo, ma un filosofo vero, ossia realmente esistito. Qui per necessità di plot è ancora un bambino: Ludwig Wittgenstein. E dietro questo divertente dialogo tra padre e figlio si nasconde, non solo un rinoceronte, ma anche uno dei cardini del suo pensiero. 
La pagina di appendice alla storia che spiega il ragionamento fatto dalla Schneider su Wittgenstein ha un suo senso e rende la storia ancora più esilarante, se possibile. 
Sono tuttavia convinta che questa parte farà brillare gli occhi dei grandi, mentre quelli di un bambino si illumineranno per ben altro.


Inoltre, ragionare sull'aspetto più filosofico della faccenda, credo lo abbiano già fatto in molti e quindi io preferirei vedere nelle pieghe più sottili di questo libro, perché è lì che si annida un'altra questione chiave: il confronto, sotto forma di dialogo, tra un padre e un figlio. 
Non so quanti abbiano infatti notato la punteggiature di questo dialogo, che nasconde - a mio avviso - una dominanza di ruoli indiscutibile. 
Da un lato c'è un padre che si rivolge al figlio sempre terminando la sua frase con un punto esclamativo. Dietro c'è l'intento preciso di affermare la propria verità come incontrovertibile. Dietro ogni sua frase sembra di cogliere la seguente postura: Io sono il grande e tu sei il piccolo, io sono quello che sa e tu sei quello che deve imparare. Dietro quei punti esclamativi c'è tutta la sicurezza e la forza che ogni adulto sfodera quando rivolge il suo sguardo a un piccolo che sta cercando di portare dalla sua parte. 


Mi viene alla mente il secondo libro di Gottschall sul perché l'umanità abbia così tanta predisposizione a inventare e quindi raccontare storie. Il succo di quel libro si potrebbe riassumere in una frase: le storie nascono per convincere gli altri che le cose siano proprio andate così, come ce le stiamo raccontando...
Quel padre sta facendo esattamente questo: sta cercando - punto esclamativo dopo punto esclamativo - di convincere quel bambino del fatto che lui, il piccolo, è solo un visionario, mentre. lui, il grande, la verità la conosce. 
Questa attitudine, pur nella sua costante frequenza, è piuttosto pericolosa. Ma tant'è. 
Per converso, dall'altra parte c'è un bambino. Un bambino che, in quanto tale, ha più dimestichezza di suo padre con le grandi domande e quindi anche con la filosofia. E un bambino che ha la chiarezza di visione che gli deriva dal non doversi (men che meno volersi) imporre sul padre. 


Lui, con grande tranquillità, probabilmente derivante da una pace interiore ben meno effimera di quella dell'agitato padre, perché lui non si sente un maestro, tutt'al più un filosofo, ha dalla sua parte la potenza che c'è nell'atto di chiedersi, di domandarsi, di porsi un dubbio, in sostanza lui è lì che ragiona, pensa. Non ha nessuno da convincere. E così quando suo padre parla con una voce stentorea, lui risponde con calma olimpica e ogni volta gli indica il posto dove il rinoceronte si trova... 
Aveva ragione Serianni quando definiva la mente di un bambino a - in fatto di ragionamento e apprendimento -  "miracolosa", ovvero geniale nella sua limpidezza. 

Carla

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbero le illustrazioni del duo Golden Kosmos che sono così tanto raffinati che sono riusciti a mettere anche sul pigiama di Ludwig una mandria intera di rinoceronti...

lunedì 19 febbraio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

CERCANDO LA FILOSOFIA


Matteo Saudino è uno stimabile professore di storia e filosofia in un liceo torinese, ma è anche autore di un noto canale youtube ‘BarbaSophia’, dedicato alla filosofia.
Anche lui, che è un ottimo divulgatore, si cimenta nell’impresa di raccontare la filosofia ai bambini e lo fa con un romanzo filosofico intitolato ‘Sofia Express’, pubblicato lo scorso anno da Salani.
La forma narrativa è spesso usata quando, nella divulgazione, si affrontano temi complessi; in questo caso il tema del viaggio fantastico compiuto da bambini e bambine di una quinta elementare è niente meno che la ricerca della felicità, nel pensiero filosofico della Grecia antica.
Dalla complessità del tema si evince quanto fosse necessario contenere l’argomento in un ambito almeno in parte più ristretto. Ed ecco l’escamotage del pulmino ‘Sofia Express’ che porta i bambini attraverso il tempo e lo spazio, fra Atene e Alessandria d’Egitto, passando per il giardino di Epicuro nei sobborghi di Atene.
In questo viaggio i bambini sono accompagnati dal loro maestro Paolo e dalla reincarnazione della filosofa Diotima di Mantinea. I bambini, dunque, con la mente piena di domande, incontrano prima il sofista Protagora, poi la scienziata Ipazia, poi Epicuro, infine Socrate e Platone.
Il tema della felicità è tanto accattivante quanto difficile da affrontare: quello che bambini e bambine imparano in questi incontri ravvicinati con i pensatori greci è soprattutto un metodo di indagine, che parte proprio dalla definizione di quello che consideriamo ‘felicità’. Un metodo razionale, che sfronda l’idea di felicità da tutte le accezioni più facili e banali. Seguire questo metodo implica impostare un discorso che è condiviso da tutti e tutte e che risponde alle diverse esigenze e aspirazioni, cercandone il tratto comune.
In questo modo, i giovani lettori e lettrici si confrontano con il concetto di moderazione, proprio della filosofia epicurea, col precetto, di origine delfica, di ‘conosci te stesso’, col metodo dialogico che consente ai pensieri di emergere e di confrontarsi con il punto di vista di altri.
Le tematiche connesse a quelle esposte sono molte, ma giustamente l’autore si concentra su questi concetti basilari che rendono l’idea dell’originalità e radicalità del pensiero greco, che è poi la fonte e l’origine del nostro.
Se, dunque, l’intenzione è meritoria e valido il criterio di selezione dei temi affrontati, trovo tuttavia difficile immaginare un uso autonomo di questo libro da parte dei giovani lettori, comunque di un’età superiore ai dodici anni. D’altra parte, anche isolando i singoli episodi, non si semplifica la comprensione del filo conduttore che lega uno all’altro. 
Ho qualche dubbio che la forma narrativa sia davvero il veicolo migliore per introdurre concetti filosofici.
In fondo, la cosa migliore è adottare il metodo socratico e sottoporre a bambini/e e ragazzi/e quesiti sempre più radicali, guidandoli nella ricerca di risposte razionali e condivise.
Consiglio comunque la lettura a chi si voglia cimentare nell’impresa di introdurre i giovani lettori nei meandri del pensiero filosofico.

Eleonora

“Sofia Express”, M. Saudino, Salani 2023






mercoledì 19 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA QUESTIONE DA NIENTE

Il re e il niente
, Olivier Tallec (trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2023 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Non gli mancava quasi niente: o meglio, gli mancava il Niente. Dove poteva trovare il Niente. 
 Gli era sempre stato detto che nei libri c'era tutto, quindi ci avrebbe trovato per forza anche il Niente. 
Ma ben presto si rese conto che nelle migliaia di libri in suo possesso c'era sempre qualcosa: un principe innamorato, diversi modi per riparare un disco volante in avaria o semplici ricette per un ottimo soufflé di patate. 
Quindi non era nella sua libreria che il Niente si nascondeva."

Continua la sua indagine il re collezionista di quasi tutto: con il microscopio, ma i piccoli microbi che intercetta sono pur qualcosa. E anche i peluzzi del suo cane sul regale tappetto rosso, anche dopo aver passato l'aspirapolvere, non scompaiono proprio tutti. E andare a osservare il deserto che è per definizione il luogo per eccellenza dove non c'è nulla, non serve a molto: c'è sempre un cactus di troppo che rovina la visuale vuota, si fa per dire, fino all'orizzonte. E il cielo? Men che meno: è pieno di stelle e aerei. 


Esasperato il re convoca amici e parenti, il medico e il buffone di corte e con tono regale pretende che loro gli forniscano la chiave per raggiungere il Niente. 
Imbarazzo generale. Si aggrappano a una fogliolina sperando che, dandole fuoco, lei produca finalmente il nulla. Ma no, ottengono un infinitesimale residuo di cenere... 
Il re è sfinito. Vorrebbe non fare niente e soprattutto non pensare a niente. Ci prova ed è lì che capisce che anche questo non è possibile. 
Però però però forse una soluzione ci sarebbe... magari non assoluta, ma approssimativa. Come spesso accade nella vita: bisogna sapersi accontentare. 

Non è una questione da niente. Mi si perdoni il facile gioco di parole. 


Ma intorno al concetto di Nulla ci si sono rotti la testa molti filosofi. Se non erro da Parmenide in poi. Il concetto di Nulla, teorizzava, esiste di riflesso al suo contrario che è l'Essere. In qualche modo, volendo banalizzare, devono esistere entrambi perché ciascuno di loro possa essere pensato. Quindi il Nulla è qualche cosa che ha a che fare con la filosofia. E molto meno con la scienza, come dimostra peraltro anche il nostro re che al microscopio, oppure guardando il cielo infinito e rarefatto, trova pur sempre qualcosa. 


Mi sono informata: tanto i fisici quanto i chimici non hanno mai a che fare con il Nulla assoluto, ma per approssimazione ci si avvicinano moltissimo. Lavoisier mi pare abbia teorizzato che nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Dunque... 
I matematici, con il fatto che i numeri di fatto sono un linguaggio, cioè a dire qualcosa di costruito ad arte per intendersi e misurare, non ci hanno impiegato poi molto a elaborare l'idea di zero. In verità lo zero, assimilabile a un Nulla filosofico e a un Niente cui il re ambisce, è roba concepita nel Medioevo, quindi un po' ci hanno messo anche i matematici... 
Tallec tutto questo lo sa bene, eppure non si ferma e men che meno si spaventa e costruisce un albo che intorno alla dibattuta questione ronza. 
Zitto zitto, ci mette dentro un po' di cose interessanti: scherzando afferma che di fronte al Niente la chimica e la fisica si devono arrendere. Se guardi dentro un microscopio vedrai sempre qualcosa che esiste. Magari infinitesimale come un neutrino. 
Se sei un astrofisico e guardi l'infinito, lo spazio che ci avvolge anche nella sua espansione che è appunto infinita la materia continua a esserci, magari polvere cosmica. Se bruci una fogliolina (ma è un chiodo fisso?), ottieni cenere, se togli i cactus dal deserto ci saranno i granelli di sabbia. E se decidi di togliere i peli del cane dal tappeto, stai pur certo che almeno uno ne rimarrà e parlo per esperienza. 
Tuttavia la cosa ancora più interessante dal punto di vista del ragionamento che Tallec fa e che pare incontrovertibile è che il Nulla non esiste davvero. Il Nulla esiste solo nella nostra testa, con corona o senza. Peraltro anche se già solo pensarlo ovvero immaginarlo è roba davvero complessa. Lo sa bene quel povero re che, sdraiato sul prato, non riesce proprio a non pensare a nulla. 


Così anche a Tallec l'unica carta che rimane da giocare è quella filosofica: se io elimino l'essere per opposto ottengo il nulla, o qualcosa di molto vicino. Se io elimino il tutto magicamente ottengo il niente. Ed ecco che Tallec fa la sua bella capriola e quello che fino a un momento prima era una questione essenzialmente speculativa adesso può diventare un suggerimento etico. 
Messo in mano a dei ragazzini, potrebbe uscirne tanto.
Delle illustrazioni non c'è nulla da dire: è Tallec con il suo re in tuta d'acetato...

Carla

lunedì 17 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA TESTA DEL POLPO. Di filosofia illustrata

Mondo crudele, Ellen Duthie, Daniela Martagón (trad. Chiara Ronchi) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI 

"Perché tu possa mangiare un pollo, qualcuno deve ucciderlo. Mangiare un pollo è lo stesso che ucciderlo? 
Hai mai mangiato uno spezzatino di gatto? Perché è una idea difficile da digerire? 
C'è differenza fra mangiare un pollo e mangiare un gatto? Cosa cambia di preciso? 
E mangiare le persone? Sarebbe crudele? 
Sarebbe peggio che mangiare gli animali? Perché? 
 Cosa non mangeresti mai? Perché? 
È più crudele mangiare un animale che ha avuto una vita felice o un animale che ha avuto una vita triste? Perché?" 

 "Cooooooosa?? Spezzatino di gattooooo? Puah!" Giallo terrore: a tavola mamma e papà si servono dalla zuppiera da cui spuntano le inconfondibili orecchie a punta di un gatto e la coda. 
Terrore nello sguardo della bambina, assoluta tranquillità nei gesti e negli sguardi dei genitori. 
Precede la scena il rosa shocking della bambina che a colpi di matita fa fuori le formiche in fila indiana e quel bel tono di arancio, clockwork orange, che contiene un'uccisione nella savana: il leone con una capra morta tra i denti è circondato dai cuccioli festanti: si mangia, finalmente. 


© Ellen Duthie, Daniela Martagón

A seguire una panoramica di uno zoo gestito da alieni in cui tra gli animali in gabbia, c'è anche un bambino dall'aria mesta. Quindi segue scena di lotta impari - cinque bambini contro una - in un parco giochi. E poi ancora terrore nella vasca da bagno, ai bordi della quale un padre è alle prese con il lavaggio serale del figlio recalcitrante e sgusciante. Segue la crudeltà di una cavia in camice che studia e sperimenta su un bimbetto, legato mani e piedi a un tavolo da laboratorio. E poi ancora pulcini uccisi inavvertitamente e via andare con altre crudeltà quotidiane... 

Ecco, l'ultima uscita di Wonder Ponder Apri Guarda Pensa. Filosofia illustrata per tutte le età: progetto editoriale tentacolare quanto geniale. Per ogni uscita, questa è la quarta dopo Quello che vuoi (che ruota intorno alla libertà), Pizzicami! (che ruota intorno a immaginazione e sogno) e Io, persona (che ruota intorno alla questione dell'identità) c'è un libretto quadrato; tutti si fregiano del bollino rosso del Premio Andersen 2023 come miglior collana editoriale. Ma c'è anche una scatola - che contiene il libro 'scomposto' in schede. Le 14 tavole illustrate sono libere e sul loro retro ospitano le 9 questioni che invece nel libro sono sulla pagina di sinistra. Si aggiungono le tre tavole di espansione personale in cui sono i bambini che possono formulare una situazione, disegnarla e corredarla di almeno 9 domande che, come nel libro, sono da inserire nei boxini sagomati. 

© Ellen Duthie, Daniela Martagón

A questo si aggiunge tutta una serie di altre interessanti espansioni che si possono scaricare - preferibilmente pagando una quota libera per riconoscere il lavoro di chi li ha concepiti e poi montati sul sito dedicato a Wonder Ponder. 
Questi dunque i tentacoli, ma è la testa di un polpo quella che fa la differenza. 
Direi che a prescindere dall'idea di fondo che non può essere che condivisibile: solleticare i più grandi 'filosofi naturali' che ci sono sul pianeta, ovvero i ragazzini, sono almeno due i pregi che Mondo crudele, con i suoi fratelli, dimostra di avere. 
Il primo sta nella capacità di saper cogliere i noccioli delle singole questioni intorno ai quali attaccarci un bel po' di polpa. 
E il secondo risiede nella modalità scelta per farlo: chiedere, domandare. 
A parte che delle quattro uscite, non ce n'è una che non si riveli di estremo interesse e attualità, visto il panorama della nostra contemporaneità: libertà, identità, crudeltà e immaginazione... 
Ma la cosa più notevole sono le singole tavole, quattordici, intorno a cui tutto ruota. Per Mondo crudele si passa dal quotidiano di un parco giochi a una cena in famiglia, da un leone in caccia (credo che se avessero disegnato una leonessa e l'avessero resa protagonista, avrebbero centrato ancora meglio l'autenticità del contesto) a una fiaba, dal cagnone di casa al fratellino piccolo nel lettino. 
Insomma, sono tutti contesti che non occorre spiegare perché conosciuti e quindi intuitivi. Solo in alcuni casi, modalità che peraltro ha una grossa presa a livello psicologico e a cui i bambini sono già abituati, le situazioni sono raccontate a ruoli invertiti: un padre in castigo, un bambino nelle zampe di una cavia o in una gabbia dello zoo... 
Ma merito ancora maggiore lo hanno le domande. E non mi sto riferendo alle singole questioni, che ovviamente sono il frutto di tanta riflessione, ma al fatto di procedere, situazione dopo situazione, solo chiedendo. 

© Ellen Duthie, Daniela Martagón

Elenco solo in modo sommario i vantaggi di questo modo di procedere. 
Primo: tutti i bambini coinvolti possono partire da uno stesso punto che è comune, la domanda appunto. Secondo, la domanda facilita l'esposizione (anche se forse qualche perché in meno ci sarebbe stato) e rende paritario il confronto tra loro. 
Terzo, la domanda implica un passo indietro da parte dell'adulto che continua - ovviamente - a essere il regista della conversazione, ma nell'atto di domandare si pone in un ruolo di 'ignorante', ossia quello che non sa e deve chiedere. 
Quarto, la domanda parte da un punto preciso, spesso legato alla contingenza di un fatto e al vissuto di ciascuno - hai mai ucciso una formica o un altro insetto di proposito? - quindi per il suo essere domanda, di fatto attiva un ragionamento, ma lo fa senza mai creare inadeguatezza. 
In sintesi: la domanda fa pensare, ma ciascuno è in grado trovare la propria risposta, che è quella giusta per definizione. 
Tutti questi quattro elementi hanno il potere di contribuire a rendere efficace e soddisfacente il risultato. E a radicare un metodo di ragionamento, in chi sta imparando a prendere le misure del mondo. 
Ho avuto la fortuna di incontrare chi del domandare aveva fatto un sistema per far crescere bene giovani menti: un'insegnante di scuola media che, vista in azione, nelle conversazioni su grandi questioni con la sua classe faceva loro solo domande: lei sempre un passo indietro rispetto ai loro pensieri. Tutti loro avevano modo di parlare, di essere ascoltati e capiti. 

© Ellen Duthie, Daniela Martagón

E quello che ho potuto ascoltare dalle loro voci era di così alto valore che è difficile dimenticarsene. 
Va da sé che gli alunni le volessero un gran bene. E io con loro. 

Carla