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mercoledì 13 aprile 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' PERFETTO

L'indovinello della tigre, Fabian Negrin 
Edizioni Corsare 2022


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

" 'Guardate i miei occhi può uno così bello essere cattivo?' chiese la tigre. 
'Suvvia candide pecorelle, vi sporcherete tutte lì dentro.' 
La pecora più vicina all'entrata guardando gli occhi della belva le domandò: 'Ma se noi usciamo, bellissima tigre, non è che poi ci mangi?' 
'Mangiarvi? Io? Come potete pensare una cosa simile?' 'A chi mai può venire in mente una tale cattiveria?' si lamentò la tigre offesa. 
Commossa, la pecora uscì per consolarla ma appena fuori la tigre la divorò." 

Un gregge di pecore è nascosto all'interno di una miniera di carbone. All'entrata, troppo angusta per permetterle di entrare, c'è una tigre affamata. Il solo modo che ha per arrivare alle pecore è quello di convincerle a uscire da lì. Le pecore, seppure molto impaurite dalla presenza della belva, credono sempre alle sue parole, alle sue lusinghe. Il terrore sembra coglierle solo nel momento in cui la tigre le divora, una dopo l'altra: dal buio della miniera vedono quello che accade alla luce del sole. Ma sembra non essere sufficiente. 


Se la prima volta, a sentire la tigre, si è trattato di un malaugurato errore, la seconda morte è stata piuttosto un'illusione ottica, un miraggio. 
Poi arriva l'indovinello. 
In tutta onestà sono davvero pochi coloro che a un indovinello riescono a resistere. Le pecore non fanno eccezione. 
Un indovinello un po' in rima e un po' no che parla di sassolini, di lumache chiuse in casa, di cagnolini di guardia e di un topo con un sacco, di aragoste, di insalata e anche di un'amatissima crostata. 


Via via le pecore tentano con le loro risposte, ma i continui errori costano loro molto caro. Fino al momento in cui la più sagace del gregge dà la risposta esatta. 
Il fatto è che la tigre ancora una volta non sa resistere e la mangia in un amen, salvo poi scusarsi per essersi distratta. La sequenza di abboccamenti della tigre non ha fine fino a sera, l'ora dell'ultima vittima. Satolla, a fine giornata, nell'abbeverarsi allo stagno, trova il suo destino. Fatale. 

Gli occhi della tigre e lo sguardo di Negrin. Ammalianti i primi, leale il secondo. 
Tanto la tigre è determinata ad arrivare con ogni mezzo possibile, quindi anche la più bieca disonestà, a ottenere il suo scopo, tanto Fabian Negrin si dimostra determinato a essere onesto nel raccontare la natura delle cose.
 

A costo di apparire scomodo, posizione per lui spesso confortevole, racconta qui - secondo il canone della favola - la natura di un animale, ma nello stesso tempo la natura di certa umanità. Sull'istinto di una tigre affamata non c'è bisogno di aggiungere molto. Nessuna commozione nei confronti del suo pranzo. Lo dice bene il 'proverbio islandese' che apre il libro: La tigre non ha un interruttore per spegnerla quando ci fa comodo... 
La tigre è tigre e fa la tigre. La sua furbizia è nella sua fame. Non ci sono distinguo da fare. 
Tuttavia, come in ogni favola, dietro quella tigre, dietro quelle parole seducenti e spesso bugiarde, si nasconde il potere, ossia la protervia di tutta quell'umanità scaltra che la esercita nei confronti dei più deboli, dei più ingenui, degli inermi. 
La furbizia, il ricorrere all'inganno, l'eloquio che confonde, sono tutti strumenti per arrivare al proprio obiettivo senza tenere conto di una complessità maggiore, senza considerare l'altro da sé. In sostanza, la furbizia della tigre sta nel cercare di soddisfare il suo più impellente e primario bisogno, senza curarsi troppo delle conseguenze.
 

In questo senso, la tigre della favola che Negrin inventa dimostra a tutti la sua furbizia, ma non la sua intelligenza. 
Nessuno è perfetto.
Ci sta quindi che lui per lei progetti quel finale senza scampo. E a ulteriore conferma porta in salvo, in extremis, anche le pecore che come unica colpa hanno avuto quella di essersi fidate. E dalla favola si arriva a un finale da fiaba. Ma questa è un'altra questione. 
Negrin ha molte espressioni, che si riconoscono diverse nei suoi tanti libri. Ma su una cosa dimostra di essere fortunatamente uguale a se stesso: coraggioso nel dire la verità. In questo senso, ha saputo mettere in crisi intere schiere di adulti disegnando le loro debolezze, i loro limiti e la loro estraneità patente nei confronti dell'infanzia. Di questa, invece, ha saputo vedere il coraggio e l'intraprendenza e la capacità immaginativa e una salvifica, quando consapevolmente esercitata, estraneità al mondo dei grandi. 
Di un genere a lui congeniale, la fiaba, ha sempre saputo e voluto rappresentare il lato 'oscuro', spesso inquietante, affilato e tagliente, proprio quell'aspetto che dall'inizio dei tempi ce l'ha resa necessaria. Negrin fa una scelta molto netta di campo. 
Altrettanto si può dire che faccia sul versante visivo. Un sottile ma tenace filo sembra tenere insieme questo libro a un altro di qualche anno fa, apprezzato mai abbastanza, La lingua in fiamme (2014) poesie e nonsense che sarebbero piaciuti ad Edward Lear. 
Qui come lì parrebbero vicine le scelte compositive, la tecnica (forse), la sintesi del tratto, la scelta di un colore guida, qui qualcosa come un pantone blu petrolio (mentre all'indovinello e ai risguardi è la carta a diventare verde e il disegno bianco) là invece le fiamme pretendevano il rosso. 
La grande qualità del disegno è evidente, in quella tigre che prende mille pose diverse, in perenne movimento, che quasi scompare o esce di scena e poi ritorna in primo piano senza mai perdere la sua forza corporea di grande e possente felino, compresa l'eleganza nel giorno delle ipotetiche nozze.
 

Ma il suo talento irriverente è anche nella resa del vello delle spaurite pecore, linea ondivaga, ghirigoro continuo, un po' confuso, tremebondo ed esitante che si distingue dalle righe sicure e nette della spregiudicata tigre. 

Carla 

venerdì 20 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A RINGRAZIARE LA BUONA STELLA
 
L'ultima pecora, Ulrich Hub, Jörg Mühle (trad. Alessandra Valtieri)
Lapis 2019


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Come sotto la luce di un gigantesco riflettore, l'intero pascolo s'illumina a giorno. Ogni masso, ogni cardo e persino ogni singolo filo d'erba mangiucchiato sono distintamente visibili.
Le pecore, sveglie come grilli, fissano con gli occhi sgranati il cielo notturno.
C'è una nuova stella, lassù, che sparge la sua luce tutt'intorno come la più bella delle aurore mattutine. Brutto segno."

Le pecore da sempre hanno come interlocutori unici i loro pastori che le curano, le contano, le pettinano una volta alla settimana. I pastori però adesso non sono intorno al fuoco, come ogni notte. La brace del bivacco è fredda e di loro non c'è traccia. Ma una pecora ha visto tutto e racconta alle altre incredule che una figura fluttuante nell'aria annunciava loro una lieta novella. Cosa essa dicesse precisamente non lo ricorda. Forse parlava di... fasce. Ma di certo i pastori in questa circostanza sono stati rapiti. Notte, figura fluttuante, sparizione: è evidente, sentenzia un'altra del gregge, quella più visionaria: sono stati gli UFO.
Ufo o meno, le pecore si dispongono in formazione e partono in cerca dei pastori scomparsi.
Come in ogni viaggio avventuroso, si fanno incontri, belli e brutti, si prendono strade anche sbagliate, si sbatte contro i pericoli, si mangia qualcosina, ci si ferma ad aspettare chi va più piano, si litiga, si chiacchiera, ma soprattutto si fa squadra.
E questa è la storia di una 'squadra' di pecore. Sette, e tutte diverse, partono in cerca dei pastori e, strada facendo, diventano protagoniste di una storia molto più grande, molto più unica e irripetibile e che non è più solo la loro, ma di tanta altra umanità.

Ci sono giorni in cui non si può non ringraziare la buona stella che ha illuminato la strada della letteratura per l'infanzia. E già che uno è lì a dir grazie, può anche aggiungerne uno, di ringraziamento, a Hub che, tra le tante belle cose che fa, non dimentica mai di scrivere per bambini e bambine storie così.
L'arca parte alle otto (Rizzoli, 2009), Le volpi non mentono mai (Rizzoli, 2016) e ora L'ultima pecora (Lapis, 2019). Ein Känguru wie Du (2016) lo leggiamo in tedesco ma, visto il tema, è probabile che fatichi a scollinare da questa parte delle Alpi.
I caratteri comuni a tutte le sue storie sono essenzialmente cinque: l'humour, coralità, le grandi domande dell'umanità, gli animali. E la libertà di pensiero. 
Questi cinque elementi sono tra loro profondamente intersecantisi: Hub mette in scena, è un uomo di teatro, con la sua ironia (che talvolta diventa comicità) una vera e propria 'commedia umana', che con un tono sommesso si interroga su grandi questioni - di solito irresolubili - e viene interpretata magistralmente solo ed esclusivamente da animali.
Accade questo in tutti i suoi libri che immediatamente diventano indimenticabili per diversi motivi.


Il primo, sono meccanismi teatrali perfetti e possono essere letti ad alta voce dalla prima all'ultima parola nella smagliante traduzione, dimostrando un equilibrio interno tra narrazione e dialogo assolutamente perfetto.
Il secondo, sono contemporaneamente divertenti e commoventi (solo la Murail e Saroyan sanno essere altrettanto bravi nel dosaggio di lacrime e risa). E nel caso di Hub, l'utilizzo di un cast di soli animali rende tutto più semplice, immediato e contemporaneamente si allontana da ogni deriva didascalica o moraleggiante. Infatti dalla favola Hub prende solo a prestito alcune delle caratteristiche dei singoli protagonisti e le mette al servizio di una fiaba più grande, direi quasi di un mito. Quindi, le pecore si comportano e pensano sempre un po' da pecore, e così i pinguini e così le volpi e le tigri ecc.


Il terzo, sono storie universali che toccano e rimestano nel profondo di ciascuno di noi, senza limiti di età.
Il quarto. Grazie al suo innato e irrinunciabile umorismo (»Humor definiert meine Weltsicht« »Komik gibt es auch an den dunkelsten Orten, da braucht man sie ja am dringendsten.«), Hub sa raccontare come pochi altri l'umanità e le sue debolezze e fragilità di fronte alle grandi questioni.
Il quinto. Lo fa con un registro molto personale che è lontano dalla retorica intellettuale ex catedra, e invece vicino al parlare quotidiano, da angolo di strada. Lo fa con grande consapevolezza e, in questo senso, lo aiuta molto avere come interlocutori finali bambini e bambine. Il sesto. Lo fa, partendo da narrazioni condivise da sempre: il diluvio universale, la natività per fare due esempi. Lo fa, chiudendo varia umanità (sotto mentite spoglie) entro spazi 'teatrali': una sala d'aspetto di aeroporto, la pancia di un'arca, un gregge. E da qui nasce la coralità cui si è già accennato. Dentro questi 'contenitori adatti' stipa gruppi di personaggi tra loro molto differenti che però nella loro essenza e nel loro confronto reciproco si disvelano lentamente a chi legge, permettendogli di riconoscere parti di sé e parti di altra umanità. Va da sé che i piccoli si divertiranno di più per le mille idiosincrasie dei personaggi, qui pecore con l'apparecchio, pecore con il ciuffo di lato, pecore con il moccio, mentre i grandi, che dei libri di Hub dovrebbero fare uso quotidiano, potranno godersela per altro, non ultimo per il fatto che è stata solo una 'pia' illusione credere che nella mangiatoia ci potesse davvero essere una bambina...
Brutto segno.
Chi è in grado di concepire storie così non è forse una persona dal pensiero libero? Sì, lo è.

Carla


Noterella al margine. Il mio pensiero va a dritto a Danilo e ad Alessandra, alla loro Ultima pecora (elettrica) e alla loro libertà di pensiero.


mercoledì 25 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN PASSO IN AVANTI...
 
Che tonto, signor Lupo! Tony Ross (trad. Valentina Vignoli)
Gallucci 2019

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)



"Quando voleva una bella pecora grassottella per cena, si infilava un sacchetto in testa in modo da non farsi riconoscere e si presentava con un nome falso. 'Salve, sono il signor Rossi' disse una volta a una pecora che ai suoi occhi aveva la parola 'cena' scritta in fronte.' Ti andrebbe di fare due passi con me?'
Com'è ovvio, nessuno ebbe più notizie di quella pecora. Alle compagne non ci volle molto per capire cos'era successo, così cominciarono a temere sia il signor Lupo sia il signor Rossi."

Le mamme pecore mettono sull'avviso i loro piccoli che entrambi quei signori sono pericolosi. A loro passaggio, tutti gli agnellini si nascondono dietro le rocce e il signor Lupo resta a bocca asciutta. Il sistema del sacchetto in testa sembra non funzionare, a meno che il sacchetto non sia più grande e anche l'abito sia di altra foggia. 


In tal modo, le pecore cadono nuovamente nel tranello teso loro dal signor Bianchi. Le pecore più sagge, tuttavia, intuiscono che anche il signor Bianchi è da evitare. Ogni volta che le pecore si scaltriscono, il signor Lupo cambia abito e ingrandisce il sacchetto. Al signor Rossi e al signor Bianchi si aggiunge il signor Verde (perché non blu, visto l'abito?).
Ora sono davvero troppi per essere sconfitti: quattro lupi sono un numero invincibile agli occhi di qualsiasi gregge. Non resta che darsela a gambe e liberare il campo.
Ma la dabbenaggine rende 'ciechi' e per di più girare con un sacchetto in testa non è mai una grande idea...

La comicità spesso nasce nel constatare negli altri certa ingenuità di azione. Platone diceva che il senso del comico nasceva per l'appunto dalla consapevolezza della supremazia di chi osserva nell'altro il difetto.
I grandi comici - da Buster Keaton a Stan Laurel e Oliver Hardy passando per Be Beep - hanno messo in scena proprio questa goffaggine di azione, questo difetto nell'agire. Hanno inciampato milioni di volte, hanno frainteso le parole degli altri, hanno preso grandi cantonate e sono precipitati in numerosi burroni.
Il comico però si genera anche dal capovolgimento delle convenzioni e delle regole. Tra cui anche le regole elementari del buon senso.
Qui Tony Ross, in veste di autore unico, costruisce la sua storia percorrendo entrambe le strade: da un lato c'è comico platonico, quello del lupo che inciampa e cade, del lupo 'mascherato', ma dall'altra c'è il comico 'tragico' di Baudelaire che viene impersonificato dalle pecore che fanno sorridere per la loro reiterata dabbenaggine. 


Il loro essere comiche è, come pure per il lupo, loro malgrado, tuttavia nel guardarle sparire una dopo l'altra nelle fauci del signor Lupo si avverte inevitabilmente un senso di tragedia. E ogni qualvolta parrebbe che le loro testoline abbiano cominciato a funzionare, ci si rende conto della loro ineffabilità a essere furbe almeno per un minuto della loro vita.
Chi legge e guarda le figure, a sentire i loro ragionamenti, si fa cadere le braccia e poi esclama: 'ma nooo, dai!'
A questi due aspetti della comicità si aggiunge l'ironia di fondo che vede comunque trionfare, e in modo del tutto improvvisato e in assenza di qualsiasi strategia, il debole nei confronti del forte.


L'ironia, come spesso accade, si trova molto più nel segno che nel testo. A partire dai risguardi con il plotone di pecore che volta le spalle a eccezione di quell'una che sembra essersi accorta del pericolo in arrivo. L'ironia è nello sguardo seducente del lupo, nei suoi abiti, uno più bello dell'altro, comprese le snickers con il cappottone e le cravatte regimental con il tight con il panciotto e i pantaloni rigati grigi.
Ironico è lo sguardo sulla sedia vuota, ironica è l'erba nei piatti sulla tavola apparecchiata. Ironico è il gioco del sacchetto che cresce, ironico è l'atteggiamento affabile del lupo...


Un libro che è bello quasi solo grazie al suo essere 'semplicemente' divertente. 

 
Evviva, una boccata d'aria.

Carla




venerdì 25 marzo 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


RE PER UN CASO

Luigi I Re delle pecore, Olivier Tallec (trad. Chiara Stancati)
Lapis 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"E fu così che in un giorno di vento, Luigi la pecora divenne Luigi I, re delle pecore.
Un re deve avere uno scettro per governare, PENSÒ per prima cosa Luigi I.
E un trono per amministrare la giustizia, perché è importante, la giustizia..."

La corona è portata dal vento, come molte cose nella vita vera. Luigi, come molti nella vita vera, semplicemente approfitta dell'occasione.
Dall'avere una corona in testa a essere re, nella mente di una pecora, il passo è breve. Così Luigi, incoronatosi, comincia a comportarsi da re. 


Scettro, trono, letto regale sono simboli importanti per poter far crescere tra i sudditi il consenso e il rispetto. Per accrescere il culto della propria immagine sarà necessario riprodurla a ogni buona occasione: nelle statue, nelle siepi dei giardini del palazzo reale. Un buon re, soprattutto di questi tempi, deve essere un buon comunicatore. 


Un buon re coltiva le arti e quindi a palazzo giungeranno i migliori artisti ad esibirsi. Nelle giornate di noia un buon re troverà svago nella caccia grossa e se le prede adatte non sono autoctone, le si dovrà fare arrivare da fuori. La diplomazia è un altro aspetto non trascurabile. Ma ciò che non può essere assolutamente procrastinato è l'ordine nel regno. E per questo serve un esercito compatto che marci unito, a passo di pecora.
Si sa, non è sempre facile mantenere l'equilibrio quando si ha tanto potere, così anche a Luigi scappa un po' di mano la situazione...ma, come molte cose nella vita vera, ci pensa il vento a cambiare di nuovo la prospettiva...


Tallec non sembra voler rinunciare al lupo, ma questa volta l'ombra allungata del suo lungo muso si profila solo qua e là, e il palcoscenico è tutto delle pecore.
Pecore alle prese con il caso, sotto forma di vento, pecore alle prese con il potere, sotto forma di corona.
Se il tema del 'caso' che prende la forma del vento lo ha 'inventato' Pamela Travers con la sua Mary Poppins che arriva e se ne va volando, anche il tema del 're per un giorno' non è esattamente una novità nell'ambito dei libri illustrati (e non solo). E penso alle differenti declinazioni che compaiono in La regina delle rane di Davide Calì e Marco Somà, oppure in C'era tante volte una foresta di Élisa Géhin o ancora in Nuno di Mario Ramos. Tuttavia mi pare interessante, come sempre, la prospettiva dalla quale Tallec osserva la vicenda.
Sembra un po' un assurdo dire che l'autore della vicenda sia contemporaneamente il suo osservatore esterno. Eppure, e questo è uno dei più grandi meriti che va ascritto a Tallec, le cose stanno pressappoco così. Pochissimo della storia sembra essere concesso a quello che potrebbe essere un giudizio, una visione d'autore. Tallec si deve essere piazzato su uno dei tanti alberi sotto cui le pecore pascolano e con un buon binocolo osserva ciò che accade. O forse ha indossato i panni del lupo e solo in un caso, pensando di non essere visto, si mischia alla folla acclamante nel comizio? Forse in attesa che il caso, prima o poi, sfiori anche lui.
Se così è, credo sia utile andare a cercare quel 'pochissimo' che fa di un albo, un albo di Tallec.


Primo dettaglio: il cambio di passo. Da una doppia tavola che 'fotografa' la situazione di partenza si passa a una tavola in cui tutto avviene con una sequenza concitata, quattro collinette che vedono la pecora Luigi diventare Luigi I, quindi si ritorna al respiro della doppia tavola per tutto il libro. Salvo poi riaccelerare per la deposizione di re Luigi I ridiventato pecora comune.
A chiudere, in perfetta simmetria con l'inizio, l'ultima tavola doppia per il coup de théâtre finale.
Secondo dettaglio: l'indifferenza generale dei primi momenti di governo. Essa è frutto della velata ironia di Tallec, che gioca sulla contrapposizione con l'entusiasmo, la passione e certo dover essere del nuovo re.
Terzo dettaglio: il consenso che cresce. Lentamente, ma inesorabilmente le pecore al principio disinteressate, diventano parte attiva. Un caso per tutti: le pecore-cani per la battuta di caccia grossa. Come a dire, sorride Tallec, che il consenso, tra le pecore!, si costruisce attraverso una buona gestione dell'immagine pubblica.
Quarto dettaglio: il lupo qua e là. Lo si nota solo dopo, ma lui è lì fin dal principio, forse a testimoniare che nella vita non si può mai abbassare la guardia. Tallec è grande maestro del finale incompiuto e anche in questo albo la presenza del lupo mi pare contribuisca a lasciare aperto un canale di interpretazione non indifferente.

Quinto dettaglio: l'uso raffinatissimo (assecondato con grazia nella traduzione) della lingua, per dire senza dichiarare. Il passaggio dall'indicativo al condizionale segna una linea di confine tra ciò che è e ciò che ci piacerebbe che fosse. Ma tra desiderio e realtà siamo noi a dondolarci, non le pecore. Ed ecco che il modo e il tempo di un verbo ci suggerisce, senza dirlo, chi si nasconda effettivamente sotto il vello morbido di quel gregge.
Ci siete caduti anche voi: quel pochissimo è in realtà tantissimo.
Un gigante, come al solito,Tallec.

Carla

venerdì 4 maggio 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA PECORA E IL PENSIERO SEMPLICE

IL VIAGGIO DI MISS TIMOTHY, Giovanna Zoboli, Valerio Vidali
Topipittori 2012

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)



" 'E se lei non è più lei  bisogna che lei ritrovi se stessa. Miss Timothy, la informo che domani partirà alla ricerca di sé.' Miss Timothy non aveva alcuna voglia di partire. Oltre al fatto che, in effetti, non era più lei e quindi era anche diventata pigra, i viaggi la scombussolavano. Ma niente la scombussolava quanto non ubbidire. E in particolare non ubbidire a Mr. George, che era il più bell'allevatore dello Yorkshire."

Eppure Miss Timothy deve partire perché non è più la stessa. Lo ha detto Mr. George e, per di più, si è messa a fare anche la brutta lana. Brutta lana, brutto segno. Così, messe in valigia quelle poche cose che una pecora in viaggio deve avere per forza con sé, la Timothy sale sull'autobus. Pieno di altre novantanove Miss Timothy come lei, le porterà in giro per il mondo, dall'isola greca a Parigi, passando per Berlino e Roma. In alcuni momenti del viaggio tutte solidali, per esempio nella scelta della cartolina da mandare a Mr. George, e in altri ferme a ribadire la propria individualità, per esempio nella scelta della cartolina da mandare a Mr. George, le cento Miss Timothy sono lì insieme che continuano a perdere e a ritrovare se stesse, per poi riperdersi di nuovo.
Così come lo è stata la partenza, anche il ritorno avviene un giorno, quasi per caso. E così giunge il momento di tornare a casa, di far vedere le foto a Mr. George e di scegliergli un souvenir adatto. Felice di essere di nuovo a casa (sebbene viaggiare l'avesse molto divertita), felice di una felicità fatta quasi di nulla, Miss Timothy non ha risolto il proprio problema, ma la lana ora la fa bella. Buona lana, buon segno. Certo è che se le si chiedesse chi lei sia ora, non saprebbe rispondere. Ma che importa?, dice lei, meglio dormirci su.


Io lo sapevo che questo libro mi sarebbe piaciuto. Me lo sentivo. Una storiellina, solo in apparenza piccola e lieve, dal fortissimo gusto anglosassone, so british, fin nel profondo: nell'ironia, nell'ambientazione, nel gusto non sense, nel ritmo tamburellante come una pioggerella insistente (così tanto britannica anch'essa). Se britannico è lo stile britannica è anche la protagonista, la nostra Miss Timothy che tanto richiama quelle pallide signore inglesi, un po' vacue, con gli occhi azzurrini e spenti e la voce belante, dalla facile infatuazione, dalle caviglie fragili, dalla pelle diafana, dai ricciolini grigiastri in testa e dal vestito perennemente di cattivo gusto e fuori moda.
Questa Miss Timothy, geniale nel suo pensiero semplice, è protagonista assoluta dell'intera vicenda perché capace di saltabeccare in tutta nonchalance dalla cose effimere a quelle fondamentali, dalla banalità alla filosofia, dal particolare all'assoluto. E sempre con un registro sottomesso, essa ci appare sobria e discreta, vero campione dell'understatement inglese.
Cercare se stessi e quindi ritrovarsi per poi riperdersi e quindi ritrovarsi ancora è in questo libro un gioco di stile per 'spaesare' il lettore, ma è anche una ironica presa di posizione rispetto al tema in sé.
A meno che Giovanna Zoboli, ormai 'posseduta' dal genio dell'humor inglese, non abbia voluto spiazzarci tutti, sostenendo che pensare fa male, fa fare la brutta lana...a me, piuttosto, pare di poter leggere fra le righe che capire chi si è lo si può fare solo quando essere se stessi significa saper essere anche altro. O no?



Carla

Noterella al margine. Vidali è assolutamente all'altezza della situazione. Autobus, gregge, galleria di ritratti, firme sulla cartolina, vetrina di pipe e cielo stellato sono tutte immagini che rimandano all'ordine, alla ripetitività, all'uguaglianza ma nello stesso tempo, attraverso delicati accenni, alludono alla volontà, alla ricerca e la tensione che ci dovrebbe essere in ognuno di noi verso l'essere unico.