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venerdì 22 marzo 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

HITCHCOCK E L'ULTIMA NEVE DI PRIMAVERA  

La preoccupazione di una piccola talpa, Sang-Keun Kim 
(trad. Andrea De Benedittis) 
Kite Edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Imperversava una tempesta di neve. 
 La talpa si sentiva preoccupata. 
Camminava con lo sguardo puntato in avanti, affondando le sue zampette nella neve. 
Era uscita per distrarsi, ma quella preoccupazione non aveva alcuna intenzione di andarsene. 
Non si era nemmeno resa conto che la neve aveva cominciato a depositarsi sulla sua testa. 
- Ma che freddo! 
Solo in quell'istante si accorse di avere il capo ormai completamente sommerso. 
Allora si scrollò la neve di dosso e ci fece una palla." 

Ed è proprio a questo punto che le viene in mente una delle frasi sagge della sua nonna: quando ti senti preoccupato, devi parlarne a voce alta e poi far rotolare una palla di neve... 
E così la piccola talpa si organizza e fa rotolare per un bel tratto di sentiero la sua palla che a ogni giro si ingrossa e travolge tutto quello che trova. La seconda parte del consiglio diceva che parlarne a voce alta delle preoccupazioni fa altrettanto bene e infatti la piccola talpa tira fuori il suo malessere: non avere neanche un amico e intanto la sua palla è diventata è più grande di lui e continua a travolgere tutto ciò che è sul suo tragitto.


La sua giaculatoria a voce alta nel buio della notte va avanti, come faccio senza un amico per tutto l'inverno?, e lo dice spingendo ancora e ancora la palla di neve che imperturbabile continua a travolgere ogni cosa davanti a sé... 
Ormai gigantesca, la palla smette di essere silenziosa: dal suo interno arrivano strani mugolii, voci ovattate.

La sindrome della "seconda prova" mette sul chi vive tutti coloro che avevano considerato già la prima di qualità eccellente. Ma credo che tremino i polsi anche a chi è lì a cercare di superare se stesso.
Questo è per dire che il secondo libro che Sang-Keun Kim sulla sua piccola talpa corre un certo rischio. Rischio inevitabile nel confronto con Il desiderio di una piccola talpa
Viene da chiedersi: questa volta sarà stato altrettanto bravo come aveva dimostrato nel primo libro? 
Va da sé che comunque anche cercare e trovare conferme in in determinato autore, collezionandone i libri prova dopo prova, è sempre una piacevole sensazione. 
L'effetto sorpresa è diminuito per forza, tuttavia subentra quel sottile piacere di incontrare di nuovo quella talpetta con una spruzzatina di neve sul naso che la sensazione diffusa è quella di andare subito a vedere che farà questa volta. 
Sono diverse le costanti che tengono insieme le due storie, a parte l'iconografia. Tutto contribuisce a far sentire il lettore a casa tra vecchi amici: una nonna affettuosa e attenta, tanta neve. Proprio tanta. Che nel primo giorno di primavera fa un bel contrasto. Poi la passionaccia che la piccola talpa dimostra nei confronti della neve e le forme che essa può assumere sotto le sue moffole, dall'altra la sua sconfinata ingenuità. 


Come nella prima sua storia, anche qui la solitudine sembra essere una costante nella sua vita. 
E dal punto di vista più strettamente narrativo, Sang-Keun Kim come mette insieme la struttura che tutto regge? Organizza un bel gioco a contrasto tra quello che disegna e quello che racconta a parole. Quello che in gergo si chiama contrappunto. 
Da una parte c'è la piccola talpa che, come consiglia nonna, declama nel silenzio del bosco, i termini della sua preoccupazione e fa rotolare la sua palla di neve, dall'altro le immagini ci fanno vedere qualcosa di diverso. O meglio, qualcosa in più, di cui piccola talpa non si accorge. 


Il lettore capisce, non immediatamente cosa succede, ma lo percepisce abbastanza presto come una serie di muti testimoni, e quindi comincia a sorridere e poi a ridere, di pari passo con il crescendo delle dimensioni della palla di neve. In sostanza il lettore è l'onnisciente della situazione. 
Così Sang-Keun Kim, un po' come Hitchcock che ci fa vedere le scarpe dell'assassino dietro la tenda, ci fa vedere le diverse parti del corpo dei vari animali travolti. Poi, per trovare il modo di liberare tutta quella brava gente, si inventa le voci ovattate che la talpetta percepisce al momento giusto: un'altra delle sue molteplici belle idee. 
A questo punto il gioco è sostanzialmente risolto, se non fosse che di nuovo mette in scena la talpetta che scava un tunnel nella neve con le sue solite gambette che si moltiplicano come nei fumetti. 


Altra bella idea è fare tutto il percorso a rovescio, ma solo con il testo, mentre i vari animali si palesano piano piano nella massa di neve: orecchie, culetti ecc. in un altro crescendo acrobatico per uscirne tutti insieme, sani e salvi. 
Insomma ognuno di loro, una volta liberato, racconta cosa stava facendo un attimo prima di essere travolto. Così si costruisce una combriccola di altri animali soli che stavano aspettando qualcuno con cui condividere qualcosa: dalla musica al cibo, passando per il gioco solitario. 
Il gran finale, si illumina con il sole che sorge e si riavvolge come in un loop intorno alle palle di neve che vanno fatte quando si ha una preoccupazione a cui pensare. E lì sarebbe stato il momento giusto dove fare silenzio con il testo e lasciar parlare solo il disegno... 
Ma si sa, che la sindrome della "seconda prova" è sempre lì in agguato...



Carla

lunedì 11 dicembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL BEL SILENZIO! 

Il desiderio di una piccola talpa, Sang-Keun Kim (trad. Andrea De Benedittis) 
Kite Edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Nevica. È la prima volta quest’anno. 
Una piccola talpa sta tornando a casa, sola soletta. 
Durante tutto il tragitto non incontra nessuno, 
finché a un certo punto non s’imbatte in una palla di neve. 
La talpa le avvicina il suo nasino e la saluta: - Ciao! 
E poi aggiunge con tono pacato: - Sai, non è da molto che mi sono trasferito qui.
Tutto è nuovo per me e non ho nemmeno un amico... 
La palla di neve la ascolta, ma non dice nulla." 

La piccola Talpa la spinge fino alla fermata del bus che la riporta a casa, da nonna. La vorrebbe con sé: potrebbe essere la sua nuova (e unica) amica. Sempre muta ma molto più grande, la palla di neve però non ha il permesso di salire sull'autobus. 


L'autista è molto chiaro, nonostante le argomentazioni della Talpa, non si può essere amici di un mucchio di neve. Men che meno farlo salire a bordo. 
La talpa non si dà per vinta e modella la sua palla e la fa diventare un orso. Un grande orso. 
Ma anche l'autista dell'autobus successivo, la volpe, non permette alla talpa e all'orso - quel grosso ammasso di neve - di salire a bordo. 
Talpa non si arrende e rimodella la neve e la fa diventare un orso piccolo. Forse è quella la chiave giusta. Ma adesso di autobus non sembra di vederne all'orizzonte. 
Si fa notte, si fa gelo, la talpa cede il suo cappello all'orsetto. Alla comparsa nel cielo di una stella cadente esprime il desiderio di vedere un autobus che, infatti, puntualmente arriva. 
L'autista, un cervo al volante (che bella idea!), che con gentilezza li fa salire. Entrambi. 
Ma il tepore e il lieve dondolio dell'autobus, fa sì che la Talpa si addormenti un pochino e che l'orso di neve... 

I libri con tanta neve dentro sono spesso pieni di bei silenzi. E anche questo albo così innevato è ricchissimo di meravigliose cose taciute. 


Esiste una regola non scritta ed è questa: tanto più un libro contiene cose non dette, ma evocate, suggerite, delicatamente appoggiate lungo il percorso della storia perché qualcuno più attento le possa cogliere e capire, interpretare, tanto più quel libro sarà un buon libro. 
E questo lo è. 
Grandi silenzi avvolgono i momenti chiave della storia, in particolare il finale, in cui nulla viene detto, ma tutto è facilmente intuibile. Chi è adulto capisce al volo come sono andate sul serio le cose, ma chi è piccolo può anche decidere in tutta libertà di credere a quello che vede, ossia alla temporanea, magari è sceso alla fermata prima, sparizione dell'orso di neve dall'autobus. 


E altrettanto può decidere di credere al suo ritorno inaspettato. 
Chi siamo noi per minare la fede dei bambini? E chi siamo noi per decidere che i primi due autisti di bus siano migliori e più realisti del terzo? 


E ancora, chi siamo noi per smentire e smontare il desiderio di avere un amico con sé, fatto di sola neve? Ecco, sarebbe bene fare un passo indietro e lasciarli credere. Credere fino a far diventar vero quello che sperano. 


In un continuo andirivieni tra realtà e sogno, tra logica e assurdo, la storia si dipana. La palla di neve a cui si rivolge non risponde perché è di neve e la logica così prevede, poi però quella stessa palla di neve la ascolta ed è capace di muoversi per mano al piccola Talpa e la logica di prima va a farsi una passeggiata... 
Insomma: da una parte ci sono le cose come abbiamo imparato che sono e dall'altra ci sono le cose come desideriamo che siano, stelle cadenti comprese. 
Da un lato ci sono i piccoli e il loro modo di creare il mondo, c'è la loro tenerezza e dall'altra ci sono i grandi che, con le loro rigidezze, quel mondo lo smontano. Nonna esclusa. 
La piccola Talpa, pare evidente a tutti, ha scelto da che parte stare. Dall'altra, gli autisti del bus hanno il compito di riportare tutto al comune buon senso. E, con questo, di sparire nel nulla. 
Questo altalenare di visioni genera da parte del lettore, la necessità di prendere partito e, se il lettore è un grande ed è anche una brava persona, speriamo nutra e protegga tanta delicatezza. 


Quella stessa istintiva dolcezza che si legge nei pensieri e nelle azioni della piccola talpa, che non perde occasione per essere accudente nei confronti della palla di neve. 
Pastelli leggeri e molti piccoli dettagli da cercare in un lago di bianco. 
Io, fossi in voi, non perderei il calore di una storia che si scioglie in tanta tenerezza. 

Carla

mercoledì 8 febbraio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INIZIA SEMPRE TUTTO CON UNA STORIA

Morris
, Bart Moeyaert, Sebastiaan Van Doninck (trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"'Qui' gridò Morris. L'animale si girò ancora un istante, poi fu come se venisse inghiottito dalla neve. Morris si girò a sinistra, e si girò a destra. Sperava di vedere muovere chiazze nere da qualche parte sulla neve. Ma quello che sperava Morris non successe. 
Houdini era scomparsa. 
Morris pensò quello che pensava molto spesso: che tutto cambia sempre, proprio quando non vuoi. Naturalmente allora tutto cambiò di nuovo. 
Smise di nevicare. 
E lui era lì, al freddo, senza cane." 

Morris vive - solo per un po' - con la sua nonna che va matta per la sua canetta sempre fuggiasca. E compito del bambino è quello di andarla a recuperare per bricchi, con due pezzi di salame in tasca. 
Anche questa volta, sotto una nevicata mai vista, Houdini si è divincolata dall'abbraccio e ora chissà dov'è. 
Così Morris, che ha imparato a conoscere quella montagna, nonostante la neve ovunque, prova a cercarla, ma al suo posto incontra un ragazzo con il suo montone, Ajax. 
Non è amicizia a prima vista: il ragazzo sembra un duro, ma Bart non dà segno di voler indietreggiare. E così, quando il vento diventa bufera, complice il rifugio di fortuna che condividono, le durezze tra i due parrebbero risolversi. Fino alla repentina partenza del ragazzo con il montone. 
La notte si sta avvicinando, lucine dal paese si stanno staccando per salire in montagna, Morris gli va incontro fino a incrociare sui suoi passi il gelido signor Peck con un sacco per le patate, in cui un cane prigioniero si sta divincolando. 
A Houdini è sempre bastato poco per scappare, ma questa volta la sua direzione non è verso la libertà ma verso la giacca calda di Morris. 
Al signor Peck, sfuggitogli il cane, tuttavia, piace avere una preda e Morris accucciato nella neve è perfetto. Non ha fatto però i conti con coloro che lì non dovrebbero essere: il ragazzo e il suo montone, o per meglio dire, suo figlio e il suo montone. 
E siccome è proprio vero che tutto cambia sempre, proprio quando non vuoi, quello che sembrava un finale di storia già segnato dal male non lo sarà. 

Accidenti, che potenza. 
Che Moeyaert sia un eccellente scrittore e la Pignatti la sua valente voce italiana per Sinnos, non credo vada ancora dimostrato, ma in Morris, con le sue scarse sessanta pagine, riesce a concentrare così tanto valore che diventa anche difficile ragionarci senza perdersi pezzi importanti lungo la strada. 
Forse la cosa che appare più evidente è la sua capacità di essere elusivo. In qualche modo dimostra di saper usare uno degli strumenti principali dello scrittore, ossia il silenzio. 
Moeyaert tace. Sa tacere quando è il momento giusto per farlo. Per esempio, avvolge nel silenzio le prime 5 pagine. Tace su quel 'è meglio così' e lascia a chi legge il compito di annodare i fili. 
Tace sull'abete più storto del solito e Van Doninck ci scherza su.
 

E fa tacere anche i suoi personaggi: un po' come accade a Morris che tiene per sé alcuni pensieri su Peck che, se detti, diventerebbero molto pericolosi. O ancora quando tace nel percepire il pianto sommesso del ragazzo tra i Ricci. 
Il silenzio porta con sé la pazienza. Infatti, silenziosa e paziente è la nonna quando Morris di notte si sente solo e piange; lei aspetta che il suo respiro si regolarizzi poi dice una frase qualsiasi, che le lenzuola hanno un profumo buono, e chiude con 'sogni d'oro Superman'. 
E paziente è anche Moeyaert nel respiro lungo e cadenzato (adatto per le storie di montagna) che dà alla sua storia e nel tempo che si prende per la scelta delle parole. Circostanza che porta inevitabilmente a testi in grado di toccare la perfezione. E allora perfetto è il contrasto tra Piccoletto e Superman. Illuminante quel 'quasi' che potrebbe passare inosservato a proposito dell'essere fortunati. Perfetto è il nome del cane.


Elusivo, paziente, ma anche sapiente. 
Moeyaert infatti racconta una storia che è quella, unica, ma all'interno di questa trama singolare incastona perle di sapienza, per renderla ancora più bella e duratura, così come la nonna di Morris cuce assieme i suoi quadrati di stoffa che si trasformano in qualcosa di bello e destinato a durare: coperte patchwork. 
Ecco, le perle di saggezza che Moeyaert dissemina qui e là tutti le possono riconoscere, quindi sono universali. Ti colpiscono per essere così perfette nella loro rotondità e lucentezza. La prima: inizia sempre tutto con una storia. La seconda: quando piangi da solo, in segreto, non finisci mai del tutto il pianto. La terza: se taci, scompari a metà. La quarta: una cosa che serve è tenere alto il mento. La quinta: con un nome esisti più che senza
Elusivo, paziente, sapiente, ma anche evocativo.


In questo racconto, complice anche 'l'impressionismo' delle tavole, i sensi sono sempre in all'erta: senti il freddo che sale, vedi la luce che va giù, percepisci il rumore del silenzio, senti un cane in lontananza, vedi la nevicata potente, ti scaldi al calore di una casa, vedi le lucine che salgono dal paese, ti sembra di assaggiare la torta di pere e annusare la cannella e toccare il pezzo di salame. 
Elusivo, paziente, sapiente, evocativo, ma anche metaforico. 
Mi verrebbe da dire che se non sai essere metaforico, è inutile che tu scriva libri che poi finiranno in giovani mani. 
Per brevità è meglio elencare. La prima: lo sportello nelle nuvole. La seconda: nell'aria non c'era nemmeno posto per l'aria. La terza: lo schiocco dello schiaffo, che spegne di colpo tutte le lucine. La quarta: trasformare le parole in una specie di gomma americana e, ultima, in questa giornata di febbraio piena di gelo una pecora porta tre giacche, un montone probabilmente anche quattro
Beato il montone e beato chi legge Morris. 

Carla

lunedì 9 agosto 2021

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

'IN SOLITARIO'
 
Piccolo in città, Sydney Smith
Orecchio acerbo 2021

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Io so che vuol dire essere piccoli in città.
La gente non ti vede e i rumori forti possono spaventarti.
E sapere cosa fare a volte è difficile.
I taxi suonano il clacson. Le sirene vanno e vengono in ogni direzione.
I cantieri battono e trivellano e urlano e scavano.
Le strade sono sempre trafficate..."
 
Ma chi sta dicendo tutto questo? E a chi si rivolge?
 
 
Sta cominciando a nevicare, un bambino, seduto su un autobus che attraversa una grande città, scende e comincia a camminare. Il suo riflesso appare sui vetri dei grattacieli. Ha un piccolo zainetto sulle spalle e un berretto calato sugli occhi. Il suo percorso sembra conoscerlo. Passa davanti a vicoli deserti, dietro un cancello ci sono grandi cani che abbaiano. Si arrampica su un albero e la neve diventa sempre più fitta. Si ferma davanti a uno sfiatatoio dell'aria calda, passa davanti a un pescivendolo, davanti ai giardinetti e sul fianco della chiesa... Il suo cammino prosegue verso un punto preciso.
Mentre lo vediamo muoversi con una certa sicurezza per la città, la voce non smette mai di dare consigli e di infondere coraggio...


Di questo libro non va raccontato di più. Porta in sé un segreto che sarebbe una crudeltà svelare a chi lo voglia leggere per la prima volta.
Piccolo in città è il primo albo di un autore che fino ad adesso ha 'solo' illustrato libri di altri. Per dodici anni, e per circa dodici libri Sydney Smith ha ragionato su come si concepisce un buon albo illustrato. In questo tempo, oltre ad aver imparato molti meccanismi e aver imparato a potenziarli al massimo, ha collezionato premi su premi. Ma, dopo dodici anni, evidentemente ha pensato che fosse arrivato il momento di mettersi alla prova. Su tre grandi questioni interconnesse che regolano la costruzione di un albo illustrato di qualità: il contrappunto, il montaggio e l'ambiguità.
Ma prima di qualsiasi ragionamento, forse può valere la pena raccontare un po' la genesi di questa storia.
Al principio, è lo stesso Smith a raccontarlo in un'intervista, il nocciolo della questione doveva ruotare intorno alla difficoltà di un bambino che scava nella neve una sorta di labirinto in cui si perde. In questo modo tutto avrebbe ruotato intorno all'emotività del protagonista. In tal modo la storia non aveva un plot degno di questo nome e sarebbe stato un libro di sola atmosfera.
Poco convincente sia per Smith, sia per Neal Porter, suo futuro editore, che con ironia gli suggerisce quello che spesso nei libri risolve impasse del genere: aggiungere un cane. Questo suggerimento non convince Smith, ma ha il merito di continuare a ronzargli in testa. A questo si deve aggiungere un altro episodio, un misunderstanding di un testo musicale, sentito durante un suo viaggio in macchina, in cui una voce, tra lo struggente e il protettivo, dice più o meno "perché non posso vederti di nuovo?"
Ed ecco che scatta la scintilla tra i due poli e nasce la storia di Piccolo in città

 
Il bambino diventa coprotagonista e la neve si mette sullo sfondo dell'intera vicenda, pur non perdendo il suo ruolo di elemento drammaturgico fondamentale e imprescindibile per il finale.
A questo punto, con la storia in testa, Smith sa di dover lavorare con i tre fondamentali: contrappunto, montaggio e ambiguità.
Sa anche che la città, quasi come la neve, è elemento di drammaturgia importantissimo. Come la bufera di neve, la grande metropoli crea la necessaria tensione emotiva.
 

Il contrappunto, ovvero quel preciso rapporto dialogico tra testo e immagine costruito sulla distanza più che sull'assonanza, è evidente fin dal principio. Quello che vediamo e quello che sentiamo sembrano in apparenza armonici, mentre invece - proprio giocando sull'ambiguità costruita su un raffinatissimo montaggio di immagini - a lungo andare si separano, creando uno iato, che è il 'segreto' cui si alludeva prima. Un dettaglio fondamentale, a una prima lettura, tende a sfuggire, perché Smith, come ogni bravo regista, guida il nostro sguardo altrove, dove vuole lui.
 

Il grande lavoro di ricerca lui lo ha fatto nel rendere la città con molta onestà: servendosi spesso di vecchie foto che suo padre aveva scattato quando lui era piccolo e scattandone di nuove lui stesso, con quella stessa macchina fotografica paterna. La risultante è una città molto vera, con i suoi angoli trascurati, e con una serie di luoghi che il piccolo protagonista riconosce come familiari. D'altronde ogni bambino ha in testa una mappa del proprio quartiere, con qualche negozio, un giardinetto, un vicolo laterale, una chiesa, ed è proprio quella cui vuole alludere Smith.
Impossibile non notare soprattutto la luce, il tipo di disegno, il taglio di alcune immagini e il ritmo dato dalle tavole di diverso formato.
Uno dei talenti che Sydney Smith dimostra di avere è la sensibilità per la luce e la sua resa attraverso il colore. In questo senso, al principio vediamo le superfici a specchio dei grattacieli che moltiplicano lo splendore della luce, poi il nitore di una giornata di pieno sole si va attenuando via via con l'arrivo della neve che lentamente va ottundendo, nei toni del grigio, tutte le superfici. 
 

Piano piano la neve si mangia i colori e quei pochi che restano visibili, si attenuano, fino ad arrivare a essere solo puntini rossi di fari o fiorellini di una siepe.
Il tipo di disegno, almeno in principio, dato dall'intreccio di linee nere che si spezzano e si intersecano ha un preciso scopo di creare tensione emotiva. Come pure la sequenza del bambino nell'autobus raccontato con una silhouette nera è una pura citazione cinematografica, in quella città sfocata al di là del vetro, ma ha lo scopo di far intuire già molto del protagonista. La tavola intera anticipa quella successiva che, per contrappunto, si compone di una sequenza di 7+7, proprio con la funzione di creare spaesamento e disagio nel lettore e nel protagonista. 
 

I molti silenzi del testo, i gap di cui si parlava a proposito dei libri di Wiesner, hanno il fine di chiamare dentro i propri lettori e le proprie lettrici. E inesorabilmente questo si verifica. L'ambiguità latente diventa ipnotica e fa perdere l'orientamento al lettore, per poi ricompensarlo alla fine, aspettandolo, in uno con il protagonista, in un abbraccio sul finale.
 

Ecco: un autore che al suo primo libro 'in solitario' riesce a creare tutto questo, a portare i propri lettori esattamente nel punto che lui si è prefissato (la sua unica incognita è quella di non poter sapere quando il lettore svelerà il segreto), coinvolgendoli emotivamente fino alla pelle d'oca, merita un premio.
Premio che infatti è arrivato, anche questa volta.
 
Carla

 

venerdì 13 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ARTE 'NERO SU BIANCO'

Peter nella neve, Ezra Jack Keats (trad. Giulio Genovesi)
Terre di mezzo, 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (di 3 anni)

"Un mattino d'inverno Peter si svegliò e guardò fuori dalla finestra. Durante la notte aveva nevicato, la neve copriva ogni cosa, fin dove Peter riusciva a guardare.
Dopo aver fatto colazione, si mise la sua tutina e corse fuori. La neve era stata raccolta in grandi mucchi ai lati delle strade, per fare in modo che si potesse passare.
Crick crock crick crock...i piedi di Peter sprofondavano nella neve."

A questo punto il piccolo Peter fa grossomodo tutte le cose che i bambini (e spesso anche i cani) fanno con la neve nuova: ci gioca. Lascia le impronte in così e in cosà, facendo singoli passi oppure lunghe linee che ottiene trascinando i piedi per terra, ci disegna sopra con un bastoncino, la fa crollare dai rami bassi di un albero, ci costruisce un pupazzo di neve, lascia l'impronta di un angelo, ci scivola sopra in discesa e ne raccoglie una manciata, la stringe forte e poi la mette in tasca. Per dopo, a casa.
Il caldo di una casa fa bene a un bambino, ma non tanto alla neve. Peter non smette di pensare al bianco là fuori e, scoperto che quel tepore si è portato via il suo tesoro dalla tasca, teme e sogna che il giorno seguente il sole caldo la la possa cancellare del tutto.
Ma a New York quando nevica, nevica!

Finalmente, a poco meno di sessant'anni dalla sua prima edizione in USA, anche in Italia arriva Peter, il bambino nero nella tutina rossa sulla neve bianca. E in tal modo si aggiunge una ulteriore stella nel firmamento dei classici per l'infanzia che non vanno dimenticati.



Accanto ai nomi di Ruth Krauss, Crockett Johnson, Margaret Wise Brown, Arthur Geisel (in arte Dr. Seuss), Maurice Sendak, Shel Silverstein, William Steig si va ad aggiungere anche quello di Ezra Jack Keats.
Con la maggior parte di loro condivide gli stessi decenni di attività, la stessa provenienza, la stessa povertà di partenza. Figlio di emigrati polacchi, cresce a Brooklyn, quartiere povero che però, anche nel suo caso, si rivela zona fertile per chi voglia cogliere la propria opportunità. A trent'anni cambia il suo nome per uno che abbia un suono più americano e da Ezra Jacob Katz, diventa Ezra Jack Keats. Un talento naturale per il disegno, comincia come vetrinista anche se la sua passione sarà la pittura. Pittura che è sempre presente in molti dei suoi magnifici libri e che conferisce loro un carattere inconfondibile.
I suoi libri sono tutti attraversati da una grandissima audacia che si esprime nel disegno, ma soprattutto nell'uso spregiudicato, quasi violento, del colore. Keats, per i suoi tempi, è davvero un rivoluzionario: disegna la propria città, anche nel suo degrado, senza edulcorare mai la visione di muri scrostati, oggetti abbandonati, poster strappati. E nonostante tutto, riesce a infondergli sempre una grazia particolare, una bellezza inaspettata. 


Rivoluzionario, a suo modo, è stato anche The Snowy Day per il fatto di aver ritratto un bambino afroamericano come indiscusso protagonista. All'epoca l'America si spaccò in due; tra quelli che ne criticarono la scelta (alcuni si chiesero che cosa ne poteva sapere un ebreo bianco di bambini neri) e quelli che gridarono 'Era ora!'. La critica benpensante non apprezzò la scelta, ma a un anno dalla pubblicazione con la storica e benemerita casa editrice Viking, il libro fu premiato con la Caldecott Medal. E tutti si acquietarono. O quasi. Ancora nel 1965 si discuteva se la raffigurazione della madre fosse o no uno stereotipo per esempio della 'mammy' di Via col vento. E si parlò a lungo di tokenismo da parte di Keats. 



Ma Peter sopravvisse a tutto questo e anzi si moltiplicò in molti altri titoli che lo videro come protagonista, accanto a Willie il suo bassotto, a Amy di cui è innamorato e ad Archie, il suo miglior amico.
Queste polemiche da un lato lasciarono interdetto Keats, d'altro canto però il premio conferitogli segnò per lui la conferma che cercava delle proprie capacità, anche in veste di autore dei testi.
Nato dalla sua impellente urgenza di mettere finalmente un bambino di pelle scura sul foglio bianco (è storia risaputa che nel suo studio pendessero già da anni le immagini ritagliate da Life in cui un bambino afroamericano era stato fotografato nell'atto di chiedere l'elemosina), Keats - che della sua arte aveva contezza, ma molto meno della sua scrittura - convocò tutti i suoi migliori amici perché contribuissero a tirare giù un testo che meritasse tale nome.
E così Peter diventò un bambino vero che faceva cose vere sulla pagina. Questo lo rese subito molto amato dai bambini. Da tutti. Ma per quelli afroamericani rappresentò anche un'autentica presa d'atto che fece posare loro la matita rosa e prendere al suo posto quella marrone per disegnarsi.


In The Snowy Day Keats optò per il collage di carte anche molto diverse tra loro (una tela di Fiandra per le lenzuola di Peter, una carta per foderare i mobili diventa il vestito della madre), a grandi campiture di colore, accentuandone così gli aspetti di design, ma utilizzò anche altre tecniche oltre alla consueta pittura: per esempio sbruffò a inchiostro di china con uno spazzolino le due pagine notturne, ottenendone un effetto del tutto originale.
Nei titoli successivi l'arte pittorica prese ancora più spazio e la sperimentazione lasciò indietro il collage per un uso molto originale della guache.
La sua grande umanità, la sua audacia in campo espressivo, il suo talento artistico, il suo valore estetico, il suo dominio assoluto della pagina rendono il corpus dei suoi titoli (un centinaio tra quelli illustrati e quelli in cui è autore unico) una tappa imprescindibile per chi voglia ragionare sull'eccellenza nell'illustrazione dei libri per l'infanzia.


Sentiti i ringraziamenti a Terre di Mezzo.

mercoledì 24 giugno 2015

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)

CAMBIARE ARIA

Little Boy Brown, Isobel Harris, André François 
The Enchanted Lion 2013 


Bambino newyorkese di buona famiglia, il piccolo Brown trascorre gran parte delle sue giornate in compagnia di maggiordomi e addetti agli ascensori di servizio nel vasto ed elegante edificio in cui abita con i suoi genitori. Un labirinto verticale i cui sotterranei immettono direttamente nei corridoi della metropolitana, tantoché babbo e mamma non hanno bisogno di uscire all’aperto nemmeno quando vanno a lavorare. Un sofisticato sistema di raccordi, saliscendi e inabissamenti – la città! - li travasa direttamente in ufficio senza bisogno di mettere il naso fuori. Anzi, se e quando capita loro di uscire per strada… facilmente prendono il raffreddore.
Così, quando il piccolo Brown ottiene di poter accompagnare la governante Hilda fuori città per andare in visita dalla famiglia di lei, la cosa assume i caratteri di una vera epopea. Una sortita - in tutto e per tutto - fuori dal comune, un’avventura dall’A alla Z. 

Dopo un lungo tragitto in autobus, l’energica Hilda trasborda il pargolo in un contesto assai più a misura d’uomo. Alla stazione dei bus li attende il fratello di lei, un simpatico poliziotto che li conduce in automobile fino al cottage di famiglia, dove senza nemmeno conoscerlo la madre di Hilda sbaciucchia il nuovo arrivato con empatico slancio. Una prima meraviglia lo attende, una rampa di scale che porta alle camere da letto e che può addirittura salire e scendere senza bisogno di ascensore, solo muovendo i piedi. C’è poi da recarsi nella legnaia per fare rifornimento di ciocchi da ardere e, in cucina, bisogna giusto dare una mano alla mamma di Hilda, che non sa come smaltire un surplus di glassa se non dandola in pasto all’euforico ragazzino. E che dire del canarino che svolazza libero per casa allietando tutti col suo canto? E del cagnone che può uscire senza guinzaglio e quando vuole, sempre desideroso di coccole?
A mezzogiorno, quando il padre di Hilda rientra dopo aver chiuso la sua bottega di droghiere, la famiglia può concedersi uno scambio di chiacchiere, hanno molto da raccontarsi (e, da immigrati quali sono, possono farlo persino in due differenti idiomi!). Dopo pranzo arriva la neve, è bello stare seduti davanti al caminetto mentre la vecchia signora sferruzza e, quando Hilda ha finito di rigovernare la cucina, si può andare fuori a fare un bel pupazzo di neve. E all’ora del tè, è incredibile poter proseguire la conversazione davanti a una grande torta di cioccolato e facendo conversazione niente meno che con un poliziotto in carne ed ossa.


Arriva l’ora della partenza, baci e abbracci e il poliziotto riporta Hilda e il bambino alla fermata del bus. E’ amico del conducente e gli presenta il piccolo Brown, che si sentirà molto fiero di essere il solo a conoscerlo in mezzo agli sconosciuti che via via salgono e prendono posto accanto a lui. Una volta in città, gli spazzaneve hanno già cancellato il poetico manto bianco e quando si ritrova in ascensore, è talmente affollato che il piccolo Brown non riesce suo malgrado a raccontare al portiere della magnifica giornata trascorsa. Ma la sera, grazie a Hilda che fa finta di trovarlo già addormentato, il bambino può almeno saltare il rituale del pigiama e acciambellarsi tenendosi addosso i panni con cui ha trascorso ore indimenticabili. Tutto quello che desidera è prendere sonno fingendo di essere ancora nel piccolo cottage in mezzo alla neve…


Un racconto sull’importanza di uscire allo scoperto, in tutti i sensi. E di misurarsi con una dimensione di vita meno “inscatolata” di quella che fatalmente ci tocca stando in città, forse anche meno… borghese. Una dimensione di vita più diretta, osmotica e integrata. Una storia semplice, senza colpi di scena, ma intrisa di un garbo raffinatissimo, dovuto soprattutto alla bravura di André François. Il testo, volutamente elementare (il resoconto di una giornata speciale narrato in prima persona dal suo giovane protagonista) fa da sponda al tratto sempre veloce, fluido, brioso, elegantemente grafico, essenziale e guizzante al tempo stesso di un artista pieno d’ironia e di sagacia. La mano si muove con estrema naturalezza quando deve cogliere la prospettiva vertiginosa di un incrocio metropolitano come quando tratteggia una fisionomia. E l’approccio è sempre divertito, empatico, sornione. François coglie la realtà con uno sguardo d’insieme istantaneo, ma anche capace di svelare il dettaglio, tutto ciò che osserva sembra piacergli, fa scivolare lesto il pennino sul foglio e con pochi tocchi di acquerello marroncino rende l’effetto più caldo e vivido. Il suo è un gioco pieno di consapevolezza, la facilità – quasi bozzettistica - con cui rende gl’interni, le fisionomie e gli scorci cittadini, si basa in verità su un’osservanza molto scrupolosa delle regole della narrazione e della composizione. E sa comunicare con grande efficacia lo stupore grato di un bambino che (forse anche dimenticando per un giorno d’essere figlio unico?) scopre un modo diverso di stare al mondo, abitudini che non richiedono troppi cerimoniali e paratie stagne, a contatto con le semplici cose che ci rendono altresì più allegri, partecipi e vivi. 

Daniela (Tordi)


mercoledì 14 gennaio 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


STORIE DI NATALE PER AGOSTO

Che notte è questa! Otto racconti di Natale
Baccalario, Gatti, Masini, Milani, Nanetti, Piumini, Puricelli Guerra, Sgardoli, Gaia Stella
Einaudi Ragazzi 2014


NARRATIVA PER MEDI (dai 6 anni)

"E fu qui che accadde l'inatteso. O anzi, l'incredibile. Non tutti i letti furono occupati. Uno rimase vuoto.
Quello di Piera. S'erano ammalati tutti, lei no. Stupefatta, quasi spaventata, non aveva avuto diarrea, né febbre, né tosse, né dolori. Nulla."


Al Villino San Rocco vivono in undici e in dieci si sono ammalati di Spagnola. E' il 1918, la guerra è appena finita e ora arriva questa altra brutta storia: una dannata malattia che in Italia di morti ne ha fatti ben più che la guerra mondiale. E questo è il racconto di cosa accadde a Piera Castelli, quattordici anni e una salute di ferro. In suo ricordo scrive il figlio, Mino Milani, che apre la serie di otto racconti e che dà il titolo all'intero libro.
La storia di questa coraggiosa ragazzina nella campagna milanese è, come sempre quando è Mino Milani a raccontare, impastata di Storia, quella con la S maiuscola e quindi, necessariamente, di asciutta verità.
Con un finale tutto dickensiano e fiabesco è il racconto successivo, quello di Pierdomenico Baccalario. Il Natale di Marley Bloome, broker algido in una Londra festante e convulsa, è sull'orlo del rivelarsi disastroso ma, complice una provvidenziale nevicata, il protagonista e noi lettori ci ritroviamo in una dimensione 'd'altri tempi', silenziosa e misteriosa e, inaspettatamente, calorosa. E, come nelle migliori novelle di Natale e nei sogni, alla fine tutto si conclude positivamente.


Toccante, come Piumini alle volte sa essere, è la storia di Batur e Seral, giovani sposi in cerca di un figlio che non vuole nascere. Per le strade dell'Anatolia, tre giorni di viaggio a dorso d'asino per arrivare a Mabayak, dove una vecchia guaritrice potrebbe aiutarli, i due incontrano un destino del tutto diverso.
Giulio Bandini, fante in fuga dalla trincea, rischia la corte marziale per passare qualche ora serena con la moglie e il figlio. E' il protagonista del racconto di Guido Sgardoli.
Michele/Dudù per aver perso temporaneamente il contatto con la sua mamma sulla Torre Eiffel, da quel giorno festeggia due compleanni: uno il 10 luglio e l'altro la notte di Natale, quando arriva puntuale la telefonata di Youssuf, il senza tetto che a Parigi lo prese con sé nella sua 'dimora' sotto il ponte.
Pieni di neve sono le due notti di Natale di Giorgio, piccolo detective uscito dalla penna di Alessandro Gatti, e di quel bambino di città e del suo vecchio nonno, protagonisti del racconto di Beatrice Masini. Quest'ultimo, notabile per la delicata riflessione su come i vecchi possano rivelarsi preziose e silenziose guide per i piccoli alla scoperta della bellezza.


Lo ammetto: ho sempre guardato con sospetto i libri di narrativa dichiaratamente natalizi. Sono spesso costruiti in modo artificioso a scapito della qualità ed esauriscono la loro funzione solo in quelle due settimane dell'anno: un po' come accade alla tovaglia rossa con l'agrifoglio stampato che ognuno di noi ha riposta nell'armadio e che fa bella mostra di sé solo una volta all'anno. Con Che notte è questa!, però, siamo di fronte a qualcosa di diverso: un gruppo di scrittori di calibro hanno saputo dare a 'quella notte' un senso più profondo, un respiro più ampio, a tal punto che del libro ne parlo provocatoriamente a festa finita. D'altronde, glissando sul sottotitolo, questo può essere un libro per tutte le stagioni. 
Non per tutti, ma almeno per la maggior parte di essi mi pare si possano cogliere significati che vanno al di là della 'retorica' natalizia: un episodio autentico di un passato ormai lontano, quello raccontato da Mino Milani, in cui si può ragionare sull'incerta salvezza rispetto alle epidemie che ci sfiorano ma che potrebbero facilmente anche colpirci e sul senso ultimo di fare 'squadra' contro le difficoltà. Al racconto di Baccalario riconosco una struttura senza sbavature, con un bel ritmo e un colpo di scena finale che lo fanno essere un 'oggetto narrativo' molto piacevole alla lettura.


Tenera la Masini che si insinua tra un nonno e un nipote e li guarda nelle loro complicità fatte di silenzi ed occhiate furtive.
Complessa, suggestiva, piena di significati impliciti è la narrazione di Piumini che leggerei a dei bambini anche in pieno agosto....

Carla

Noterella al margine. Di Gaia Stella mi piacciono  soprattutto le copertine (che, in un libro, non è poco). 
Anche questa non fa eccezione. Mi sembra invece che la sua voluta ritrosia ad essere narrativa e il fatto di avere a disposizione una unica tavola per ogni racconto, non aggiunga nulla ai testi ,anzi, in alcuni casi, addirittura ne 'congeli' un po' troppo il calore della narrazione.


Noterella al margine. Per la sua dichiarata appartenenza al genere Libro di Natale Che notte è questa!  rischia di scomparire presto dagli scaffali delle librerie, risucchiato nel gorgo delle 'rese'. Ne va tenuto conto, in caso di acquisto.