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mercoledì 28 agosto 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ATTENZIONE, RIMANETE DISTRATTI! 

Se le immagini sono il regno dello sguardo, allora gli albi che convogliano i loro segreti nelle illustrazioni affidano all’occhio un compito di ricerca che solo apparentemente può essere svolta attraverso la statica dell’attenzione e che anzi moltissimo deve alla capacità disvelativa della sua sorella minore, la sottovalutata e bistrattata distrazione. 
Se la prima, infatti, gode di un certo lustro e viene chiamata in causa ogni volta che si vuole avere la certezza della forma e della misura, la seconda, fatta di occhi ondeggianti nel vuoto e di numerose perdite di fuoco, conserva la porosità necessaria all’accumulo tridimensionale di dati sensoriali e alla nascita del pensiero.


La spiaggia, albo di Sol Undurraga premiato alla BCBF del 2018 con il Bologna Ragazzi Award categoria Opera Prima, si presenta così, maestosamente fuori misura e stracolmo di immagini pullulanti di particolari. Scanditi regolarmente un’ora dopo l’altra, corrono i singoli momenti a descrivere la protagonista del racconto: la spiaggia. Ecco gli innumerevoli gabbiani, il riverbero dei raggi solari, l’affollarsi delle mani dei pescatori attorno ai corpi guizzanti dei pesci, le prue delle barche, le reti…
 

E poi la gente, i corpi, le persone, ognuna concentrata nella propria singolarità e tuttavia senza volto, senza nome, masse in azione sul margine sfrangiato della battigia, pure funzioni atte a costituire il tutto. Le parole ci sono ma stanno laggiù, relegate in un angolo in basso a destra e nulla davvero aggiungono a quello che appare nell’immagine ma piuttosto contribuiscono ad una sorta di inerzia analitica che caratterizza la prima osservazione. 


Poi d’incanto si aggiungono elementi sensoriali, arriva il calore, lo schiamazzo, l’odore dei panini, della frutta, del carburante dei motoscafi e del barbecue, in una vertigine sensoriale che finisce per stordire e accecare Come giustamente chiosa il testo quando finalmente si sbilancia, alle quattro meno un quarto “c’è così tanta gente che è praticamente impossibile vedere anche solo un granello di sabbia.” 


È quindi per caso e per sfinimento che succede l’aggancio. Un singulto d’attenzione spanata e l’occhio sobbalzando li vede. Cinque piccoli amici a bordo di un aeroplano. Sono fatti di una pasta diversa, loro: sono animali, buffi, minuscoli. Se le figure umane quasi non hanno identità, loro hanno occhi, gesti e intenzioni. Se il moltiplicarsi di particolari e l’omogeneità della palette – tutta giocata sui toni primari - comporta una fisiologica saturazione, i piccoli amici hanno invece gesti che suggeriscono un dialogo intimo con il contesto e in definitiva dotano l’occhio di una direzione.


Alla stolida sequenzialità del tempo, che scorre inesorabile, si aggiungono le vicende dei nuovi personaggi, un controcanto che dota lo sguardo di nuova energia e capacità di concentrazione: quando è stata la prima volta che è apparsa la coppia di coniglietti innamorati? E il Dinosauro? Chi c’era sulla barca oltre Elefante e Scimmia? Dove vanno Coccodrillo e Orso? La curiosità che si innesca è un impulso che ribalta l’andamento dell’albo: non si procede più in senso cronologico, ma da destra a sinistra, si arretra e si avanza, magari per tornare indietro di nuovo, e poi ancora. Trovare i nuovi personaggi diventa un pretesto dinamico per posare lo sguardo sulle grandi tavole con intenzione. 
La concentrazione al particolare permette così di attraversare spazialmente il racconto di un luogo, ed infine di sentire, tutto intorno, l’unitarietà della protagonista dell’albo, la spiaggia, tante cose innumerevoli contenute in un unico luogo. In senso sottilmente contrario lavora l’albo M come il mare.


Fin dalla copertina l’ingaggio dell’occhio si distanzia dalla classica osservazione capace di riportare come cane fedele oggetti e concretezze con un nome preciso. Qualcosa occhieggia tra i marosi agitati, si intravede, si afferra e scompare. Anche la storia, affidata ad una voce bambina si rivela refrattaria alla completezza, e nonostante il testo piuttosto corposo rimane moltissimo vuoto che tocca al lettore compensare, immaginando attraverso i riverberi delle illustrazioni - interlocutorie e apparentemente senza legame- quello che le parole, pur dicendo, non sigillano in una verità completa.


Di fronte al mare, disorientato da qualcosa che è successo, incapace di riconoscere ciò che conosceva, forse sovrastato da un’immensità troppo grande per essere (ancora) nominata, M. sente la propria presenza e tenta una misurazione della propria esistenza al cospetto del mare. 


Se nell’albo precedente veniva raccontato per accumulo quello che identifica la spiaggia, qui il luogo da indagare è una interiorità, spazio concluso e infinito contenuto nel corpo di un bambino. Inutile proseguire con l’arma tagliente dello sguardo attento. Piuttosto, socchiudere gli occhi e affrontare la narrazione lateralmente, processando le immagini non per ottenere risposte certe, ma mistero, confidando più nella suggestione e nel riflesso che non nella chiara eloquenza. Rarefatte e enigmatiche, composte con tratto minuscolo e vibrante le illustrazioni si susseguono comportandosi come indizi di una presenza ineffabile; sono squarci, istantanee che assomigliano tanto agli abbagli del mare, alla luce del sole che riflessa illumina e acceca, sono, segni, detriti sottratti all’immensità per restituire – seppur in silenzio – il senso inafferrabile di una identità. 



Attraverso i disegni delle foto –secondi sottratti alla rigida sequenzialità del tempo - troviamo il bambino come troveremmo il mare, attraverso manciate di coralli, sassi e conchiglie , ricostruito attraverso gesti e sguardi che attestano una presenza che si consuma e rigenera incessantemente. 


Una individualità circoscritta e delimitata dalla presenza del mare , perché nel mare si può trovare tutto, anche il cuore di un bambino che realizza di non essere piccolo, ma immenso come il mare in cui si rispecchia e di cui reca traccia in sé, già che il salato delle lacrime.


Si dice che stare attenti è importante, ma altrettanto forte andrebbe detto che la distrazione nient’altro è che una attenzione diffusa, rivolta al tutto che ci circonda e ci riempie, Soltanto attraverso il mistero della percezione del tutto, tutto può essere immaginato, finanche il mistero di un cuore di un bambino. E quindi è salvo anche il nostro. 

Giorgia

 “La spiaggia”, S. Undurraga, (trad. Camilla Diez), Fatatrac 2023
 “M. come il mare” J. Concejo; Topipittori 2020

mercoledì 3 luglio 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ALIENI O PIRATI? 

Penseremo mai abbastanza all’attività esplorativa a cui deve essere disposto il cervello bambino? Quanta la fiducia necessaria per avere a che fare con il mistero? Ci siamo passati tutti, eppure è sempre bene ricordare l’ebrezza che accompagna la rilevazione della quotidiana meraviglia, specie perché crescendo, poi, è proprio quest’ultima quella che si tende a dimenticare. 
Infanzia non è solo, (come etimologia vuole), quel lasso di tempo che si contraddistingue per l’incapacità di produrre favella, ma anche, in dimensione più ampia e metaforica, la condizione di chi non conosce i termini e la nominazione del contesto: tutti quelli che arrivano sono nuovi e ignari, di sé, degli altri, del mondo, e devono procedere con una attività di misurazione che a pensarci ha dell’inverosimile. 
I bambini ce la fanno sempre. Ma come? 


In Niente è impossibile per noi, Eva Lindström decide di porre l’attenzione sul concetto di estraneità e di spaesamento, tenendosi ben stretto quello limitrofo di assenza. Del resto quando si arriva in un posto nuovo è naturale avere nostalgia di quello che si è lasciato…


Il fatto esplicito è un trasloco. Opportunamente dotati di uno stretto cappuccio, i due bambini che atterrano nel nuovo quartiere non paiono affatto turbati da tutta la novità che si dispiega davanti ai loro passi. La attraversano ben sapendo di non appartenere del tutto a questo (nuovo) mondo e anzi, ricavano proprio da questa consapevolezza la baldanza necessaria per mantenersi imperturbabili. 
Accompagnati dal fedelissimo cane King, i due fratelli attraversano stanze disadorne, cortili desolati, accumuli di pacchi semiaperti, nella convinzione di essere comunque perfetti. Tuttavia, mentre si ambientano, mantengono l’occhio vigile per individuare in mezzo agli altri la figura del papà. Questo rapporto con l’assenza, nel giro di poche tavole, assume la dimensione del sentore istintivo che i bambini possono avere del sacro: l’appartenenza a qualcosa di più grande e trascendentale.


Interessantissimo in questo senso è il registro linguistico scelto, capace di restituire quel sottile nonsense, non privo di effetti comici e stranianti, a cui si può assistere ascoltando un bambino impegnato nella propria personale attività di catalogazione del mondo. Queste pagine sono capaci di restituire il turbamento che si prova al cospetto del mistero che riverbera, talvolta, negli spazi sconosciuti e imperscrutabili del pensiero bambino. Luoghi in cui è l’adulto a essere estraneo pur non capacitandosene mai… 


 In direzione opposta ma non contraria si muove l’albo di ATAK.
 

Il fatto: una banda di pirati si intrufola nel giardino di casa e fa accidentalmente esplodere un palloncino. L’esplosione mette tutto a soqquadro. Il piccolo protagonista si mette alla ricerca della causa del botto: noi lo inseguiamo. Le immagini la fanno da padrone: chiassose, particolareggiate e pullulanti; i colori sono sgargianti, il tratto energico e tumultuoso, senza imbarazzi. 


Nonostante le grandi dimensioni dell’albo (o forse proprio per questo?), fin dalla copertina si ha la sensazione di venire risucchiati in un vortice, di dover avvicinare il naso alla illustrazione per vedere meglio, più da vicino, sempre di più. È come se l’autore volesse paragonare l’attività conoscitiva a un indiscriminato atto predatorio: tutte le informazioni, i concetti sperimentati, nominati e acquisiti sono tesori inestimabili; la molteplicità degli elementi, il dinamico alternarsi delle e la generale sovrabbondanza suggeriscono che il tesoro stia proprio dappertutto!
 

La narrazione verbale è ridotta all’osso, affidata alle abbinate cardine che si ritrovano negli albi per la primissima infanzia: dentro/fuori, sopra/sotto, tutto/niente, qui/li. Concetti basilari, spesso attinenti alle primissime esplorazioni delle forze fisiche e naturali che governano il mondo e l’universo, ma resi via via più complessi, nell’albo come nella vita, dallo stratificarsi delle umane, normali e straordinarie esperienze quotidiane. Ma la storia è tutta nell’esperienza visiva e sperimentale. 
Se il mistero c’è, esso viene colto procedendo in direzione diametralmente opposta all’albo precedente, entrando, approfondendo, guardando meglio, quasi a sentire riecheggiare il Richard Feynman: non nuoce al mistero, saperne di più. 
E siccome per qualche attività di sintesi noi grandi ci siamo dimenticati di vedere, il triplice inseguimento pirati-bambino-lettore prosegue in un crescendo di tavole: la ricerca si fa esperienziale, è necessario cercare per trovare, riordinare gli elementi, svolgere moltiplicazioni, controllare l’esattezza di quanto dichiarato in precedenza. L’autore non solo rimanda alle pagine precedenti (e quanto è sovversivo, in un dispositivo sequenziale tutto volto a procedere dall’inizio alla fine?) ma anche spinge lo sguardo oltre il confine dell’albo, con innumerevoli citazioni legate alla letteratura per l’infanzia, alle favole della tradizione, ai supereroi, cartoni animati, arte, giocattoli; una vertigine di riconoscimento che, ben lungi da voler essere consolatoria, ha il potere di coinvolgere i lettori grandi e bambini in quella indefessa, salvifica attività di esplorazione capace di condurre alla meraviglia.  


Se ricordassimo bene come era, all’inizio, capiremmo quanto è ingenerosa l’idea che il dialogo con il mistero sia appannaggio degli adulti. Esso è un cascame dell’attività conoscitiva dell’essere umano, e in ognuno può prendere essenzialmente due strade. La prima sta adiacente al sentimento della nostalgia e ha l’urgenza di mantenere il contatto con l’alterità che ci precede e la sua assenza; l’altra, diametralmente opposta, scava nel minuscolo e scende nella profondità per condurre alla conoscenza. Ma com’è, come non è può capitare, e spesso succede, che le due strade opposte conducano entrambe nel medesimo posto.


Giorgia

“Niente è impossibile per noi”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi), Camelozampa 2024 
“Pirati in giardino”, ATAK – Georg Barber, Orecchio Acerbo 2022 
“Il piacere di scoprire”, R.P. Feynman, (trad. Grazia Gilberti), Adelphi 2020 


mercoledì 22 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL TELEFONO  

La cabina telefonica di Yuan Huan, Miyase Sertbarut, di Zülal Öztürktrad. 
(trad. Maria Chiara Cantelmo) 
Emons Edizioni 2024 



NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"'Qualcuno ha letto un libro durante il fine settimana?' Ilhami alzò immediatamente la mano. Caner e Zümrüt quasi si cacciarono sotto il banco per nascondere le risate. Credevano che da lì a poco avrebbero ascoltato la storia di una bambina morta di freddo mentre vendeva fiammiferi in strada. Ovviamente una storia del genere era triste, ma era divertente il fatto che il libro non fosse adatto alla loro età. Con quella fiaba Ilhami sarebbe diventato lo zimbello non solo della classe, ma di tutta la scuola." 

Le cose non andarono così, perché Ilhami non raccontò La piccola fiammiferaia, il libro preso a caso in biblioteca, ma un'altra storia: La vendetta delle lettere. Storia, questa che, non si sa come, aveva ascoltato in un rottame di cabina telefonica abbandonata nel parco. Il circo che aveva dovuto lasciare la città anzitempo l'aveva lasciata lì in mezzo, insieme a tanti altri altri rifiuti che nel giro di pochi giorni sarebbero stati portati via. 
La cosa assurda che succede è la seguente: quel ragazzino entra nella cabina, tiene in mano la cornetta, scollegata da qualsiasi filo, e ascolta ogni volta una storia diversa che lui, puntualmente, racconta in classe il giorno dopo per espressa richiesta della prof di turco che vuole che i suoi alunni leggano e raccontino quello che hanno letto al resto della classe. 
Ilhami, che non legge e non vuole cominciare proprio ora. Il suo ragionamento non fa una piega perché tra il leggere una storia e ascoltare una storia è molto meno faticoso ascoltarla. Il risultato finale, in fondo, non cambia: avere una storia da raccontare in classe e fare bella figura con la prof e prendere un bel voto. E questo è quello che succede, all'insaputa dei suoi due amici del cuore che di lui sospettano, ma non capiscono fino all'ultimo cosa stia veramente accadendo. 
 Storia dopo storia, ascoltata furtivamente nella vecchia cabina telefonica, quel ragazzino si appassiona e, oltre a collezionare buoni voti a scuola, capisce una grande verità: le storie sono come l'aria, necessarie. 

Diciamo che Emons è la casa editrice elettiva per pubblicare questa storia che arriva dalla Turchia. Miyase Sertbarut, autrice di successo in patria, ci sta dicendo proprio questo: le storie possono arrivare sotto forme diverse. Possono essere lette da una pagina di libro, ma possono anche essere ascoltate con qualcuno che le legge per te ad alta voce. Il fatto importante è che arrivino. Come dice Benni "non c'è rivalità né inimicizia tra libro e audiolibro". 
Che una storia sia solo ben scritta oppure che sia ben scritta e poi letta altrettanto bene ad alta voce per tutti quelli che vogliono ascoltarla, resta comunque un bell'incanto
Il tempo dell'ascolto non esclude quello della lettura, anzi spesso è prodromico. Almeno questo è quello che pensa la prof di turco, ma anche molte altre persone. 
Certo è che una sola cosa è imprescindibile: la storia deve essere una buona storia. E quella, anzi quelle, che Miyase Sertbarut imbastisce - secondo lo schema della storia cornice che al suo interno ne contiene quattro, quasi cinque - colpiscono per originalità di sguardo. 
Già la storia cornice in sé, in particolare la sua conclusione in cui si trova un senso a tutto il mistero iniziale, è un piccolo congegno piuttosto interessante. Ma la vera piacevolezza arriva nelle storie che la voce misteriosa racconta al ragazzino attraverso la cornetta del telefono. 
Sono racconti autoconclusi che per la necessità di stare nella ventina di pagine diventano blocchetti narrativi belli densi e con una prospettiva di osservazione sempre originale. Brevi sguardi sulla vita quotidiana in Turchia con personaggi sempre molto credibili e riconoscibili anche per il nostro vissuto. Non ci sono maghi e streghe, ma fornai, editori, librai, scrittrici e un consistente numero di ragazzini. I vari pizzichi di magia che l'autrice dispensa qui e là servono a non spiegare proprio tutto, con il risultato di chiamare dentro il lettore che vuole a tutti i costi capire. Insomma si tratta di quel po' di mistero che, anche nella vita vera, rende alcune giornate leggermente diverse dalle solite routine. 
Ma la cosa ancora più interessante è un'altra, ossia la riflessione più generale su cosa nasconda una narrazione fatta di parole e messa nero su bianco su una pagina di libro. 
Non pochi illustratori hanno costruito storie che hanno ragionato sul bianco della pagina, considerandolo uno spazio vero e proprio (pensiamo a cosa è stato disegnato intorno alla cucitura centrale delle pagine), oppure su quale sia il mondo che si nasconde dietro la pagina bianca, uno su tutti David Wiesner con I tre porcellini
Ecco. Altrettanto fa Miyase Sertbarut, ragionando - attraverso le storie raccontate al piccolo Ilhami -su quello che, con la giusta dose d'immaginazione, le parole, i luoghi, i personaggi possono fare: cancellarsi, scavare un buco tra un qui e un altrove, abitare una zona di mezzo tra l'una e l'altra, o ancora rimanere bloccati - come intorno al castello di Rosaspina - ma non per un incantesimo, ma molto più realmente perché l'editore li tiene fermi immobili nel racconto, semplicemente perché non vuole pubblicare il libro di cui sono i protagonisti. 
In questa prospettiva, tutta la metalettura che attraversa La cabina telefonica di Yuan Huan richiede un piccolo sforzo in più da parte dei lettori, un po' di sassolini in tasca perché, dopo essersi persi camminando in diverse direzioni e dimensioni, tornino finalmente a casa. Magari a leggere un libro, anche se con ogni probabilità la loro consapevolezza sarà diversa. 

Carla

giovedì 4 aprile 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OMAGGIO A POE

Ha un incipit da manuale ‘The Folio Club’, che Guido Sgardoli firma per i tipi della De Agostini:
siamo palesemente messi di fronte alla scena di un delitto, di cui non solo non si conosce il colpevole, ma nemmeno la vittima. Entriamo così immediatamente nell’atmosfera del mistery, con una galleria di personaggi ambigui e un’ambientazione cupa e nebbiosa quanto basta per far sprofondare lettrici e lettori nell’inquietudine.
Siamo in Svizzera, sulle sponde di un lago dalle acque oscure, in un collegio esclusivo per rampolli di famiglie altolocate; a raccontarci la storia è il protagonista, Niccolò, arrivato in quella scuola dopo l’ultima espulsione da un altro istituto. Adolescente più che benestante, con genitori tanto importanti quanto assenti, dedito alle risse e poco incline allo studio. Sbarca al Trinity Lyceum come ultima spiaggia del suo accidentato percorso scolastico, anche perché Jacopo, un suo amico, è alunno di tale struttura. Quello che colpisce subito il nuovo arrivato è la presenza di un club esclusivo, il Folio Club, di cui Jacopo fa parte, creato da alcuni ragazzi e ragazze, capeggiati da un certo Duccio, in arte Byron. Ogni partecipante ha un nome segreto, ispirato al mondo letterario e in particolare a Edgar Allan Poe.
Tutto il romanzo ruota intorno al rapporto fra Niccolò e Duccio, un vero potente antieroe, affascinante, perverso e ambiguo, mentre il nostro protagonista è un personaggio più fragile, attratto e respinto nello stesso tempo dalle atmosfere gotiche di questo club esclusivo. Le loro serate clandestine prevedono ‘sballi’ da alcol e stupefacenti, ma non escludono duelli all’arma bianca e occasionalmente furti nelle chiese. Gli adepti di Byron, fra cui spicca Elena-Ligeia, di cui Duccio s’innamora, sono dieci, perché l’undicesimo è morto suicida. Per questo, e per affermare il proprio potere sul gruppo, Duccio vuole convincere Niccolò a farvi parte.
In un gioco di seduzione e di ricatti, in cui è coinvolto anche l’amico Jacopo, i due ragazzi si attraggono e si respingono, fino a una notte fatale in cui Duccio scompare.
Niccolò e altri ragazzi cominciano a indagare, mentre emergono gli aspetti più oscuri, e più squallidi, della vita di Byron, dedito al gioco e pieno di debiti.
Il suo potere di manipolazione prosegue anche dopo la sua scomparsa e i partecipanti del gruppo sono poco inclini a raccontare i segreti che condividono. La verità emergerà faticosamente e dolorosamente, mettendo a nudo fragilità e debolezze di ciascuno.
Si tratta, infatti, di adolescenti con le tipiche incertezze dell’età, con la ricerca del rischio, il piacere della sfida che li accomuna tutti; ‘superare i limiti’, sine fine sumus, sembra essere un patto programmatico, che qui prende corpo con eccessi conditi di citazioni in latino e del culto di Poe.
Le atmosfere notturne e nebbiose del romanzo riflettono perfettamente il senso di pericolo che si insinua nei lettori. I riferimenti al Maestro dell’horror sono tanti e voluti, a partire dal titolo stesso; perfino il punch and honey, di cui si inebriano gli adepti del club, è ripreso dalla vita dell’autore americano.
Non tutti coglieranno l’accuratezza delle citazioni e la raffinatezza dello stile di Sgardoli; in ogni caso, consiglio caldamente questa lettura, dotta e conturbante allo stesso tempo, a lettrici e lettori attratti dalle atmosfere gotiche, a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“The Folio Club”, G. Sgardoli, De Agostini 2024





lunedì 5 febbraio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DI SCARABEI E STATUE EGIZIE


Non è esattamente una novità, ma merita di essere proposto ai nostri giovani lettori e lettrici: si tratta di ‘Lo scarabeo vola al tramonto’, di Maria Gripe, pubblicato da Iperborea nella collana Miniborei, con la traduzione di Laura Cangemi, nel 2022.
Il romanzo dell’autrice svedese è in realtà del 1978 e rappresenta un'interessante interpretazione del romanzo di avventura: ci sono tre ragazzi, fra i tredici e i sedici anni, casualmente coinvolti in un intrigo che mette insieme un’indagine classica, fatta di indizi dissimulati e prove da ricostruire; il romanzo storico, poiché l’intera vicenda ruota intorno alle lettere ritrovate di due giovani amanti vissuti nel ‘700; infine, il sovrannaturale, che sottende e orienta lo svolgimento degli avvenimenti.
Annika, il fratello Jonas e l’amico David vengono incaricati di occuparsi delle piante di casa Selander, vuota per l’estate. Ma già dal primo giorno avvengono strani fenomeni; David, in particolare, fa un sogno inquietante e Jonas, cui è stato appena regalato un registratore portatile, nel registrare degli appunti su ciò che vede nella casa, registra anche una strana voce appena percettibile, che li indirizza verso una stanza, in soffitta, dove viene fatto il primo ritrovamento importante: una scatola contiene numerose lettere ricevute da una giovane donna, Emilie.
Leggendo le lettere i ragazzi apprendono le vicende dello sfortunato amore fra la giovane donna e Andreas, un allievo di Linneo.
Si tratta naturalmente di un amore contrastato e sfortunato, le cui vicende sono anche legate ai doni che Andreas fece all’amata: una statua egizia e una pianta molto particolare.
Mentre David è affascinato dalla biografia e dalle ricerche di Andreas, sostenitore dell’unicità della natura dei viventi, l’Anima mundi dei platonici per intenderci, Annika è colpita dalle tristi vicende di Emilie, costretta dalle convenzioni del tempo ad accettare un matrimonio combinato.
L’intreccio è complesso e prosegue come un puzzle, sistemando e spostando indizi per cercare di risolvere l’enigma della statua scomparsa e dei mille segnali misteriosi che accompagnano i ragazzi: le telefonate della signora Julia, che coinvolge David in una lunga partita a scacchi, gli scarabei che appaiono ripetutamente, le voci e le musiche che sembrano attraversare il tempo.
Senza anticipare il finale, bisogna dire che il mistero viene svelato a metà, lasciando pensare a un’altra avventura.
Come dicevo all’inizio, ‘Lo scarabeo vola al tramonto’ è un romanzo di avventura, ma è anche altro: se da un lato fa un’incursione nel passato descrivendo l’atmosfera culturale del ‘700, dall’altra si nutre anche delle atmosfere delle storie di fantasmi, fatte di presagi, messaggi misteriosi, un legame imperscrutabile con il mondo dei morti. L’aspetto forse più difficile da comprendere, per i più giovani, sono proprio quelli inerenti una visione del mondo che contrappone alla fredda logica della scienza un approccio vicino al misticismo.
I giovani lettori e le giovani lettrici, a partire dai dodici anni, possono trovare in realtà molti spunti per loro interessanti, che siano appassionati di romanzi storici, di storie del mistero o di storie d’amore. Tuttavia, potrebbero trovare qualche difficoltà nella lunghezza del romanzo e nelle preziose digressioni, che talvolta disorientano i lettori meno esperti.

Eleonora

“Lo scarabeo vola al tramonto”, M. Gripe, trad. L. Cangemi, Iperborea




venerdì 22 dicembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA QUESTIONE DELL'ULTIMO MIGLIO 

Come fa Babbo Natale a passare dal camino?, Mac Barnett, Jon Klassen 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Come ci riesce? Come funziona? 
Si strizza nella cintura? 
O diventa piccolo come un topolino? 
Oppure si allunga come una gomma da masticare e si infila una gamba per volta? 
Forse Babbo Natale si trasforma in un fuocherello! Ma non credo." 

Perplesso, davanti alla canna fumaria, sembra lui stesso non avere una risposta. Almeno non una soluzione che possa essere universale. E forse è proprio così. 
Il trucco sta in come infilarsi? Di testa, di piedi o di sedere? Il pericolo di restare incastrato pare reale, ma forse una delle sue renne potrebbe dargli una spintarella. Forse. 


E poi, ammesso che riesca ad arrivare giù a destino, come sarà ridotto il suo bel vestito rosso? Bucato - a ciclo breve, costosissimo - ogni volta? 
Ma la questione più importante è: ma se il camino manca del tutto? Come introdursi in casa d'altri senza effrazione? Sapere di ciascuna casa il nascondiglio del secondo mazzo di chiavi? Bella memoria. Mica le metteranno tutti sotto il vaso nel patio, vero? Vero! 
Trattandosi di Babbo Natale forse avrà abbastanza abilità per farsi sottile e passare sotto la porta, o farsi letterina e farsi infilare nella buca della posta, oppure rendersi cilindrico ed entrare dal rubinetto. 
E l'ulteriore problema del cane di casa? Per non parlare del buio. Basteranno le lucine dell'albero? Una cosa è certa: così come entra, riesce anche ad uscire. Perché nessuno mai lo ha beccato sul fatto. E se per caso è accaduto si sarà trattato sicuramente di un impostore. 
Ed è bello che sia così. 

Ancora una volta una questione universale (o quasi): dopo libri 'angolari' come la trilogia di Triangle-Square-Circle, oppure Sam e Dave scavano una buca o ancora Il lupo la papera e il topo o Filo magico o l'ultimo, The Three Billy Goats Gruff. 
Ancora una volta le loro due magnifiche teste hanno cominciato a ragionare come quelle di due ragazzini, pur essendo grandi e grossi. E hanno cominciato a studiare il problema de 'l'ultimo miglio' di Babbo Natale. E poi hanno lasciato la briglia sciolta e hanno cominciato a esagerare, ossia a non porsi limiti di sorta. 
La logica compare solo qui e là. Esattamente dove è giusto che stia. 
Ancora una volta le loro due teste si sono messe a giocare, spedendo le loro idee all'altro come fossero palline da tennis durante una partita. Da una parte Barnett e dall'altra Klassen, nel vederle arrivare, hanno dovuto trovare la risposta adatta. Uno con il testo e l'altro con le immagini. Chi ha vinto tra i due? Il terzo, ossia il libro, la storia, ovviamente. 
Possiamo immaginarci Barnett e Klassen che, seduti uno di fronte all'altro, si lanciano idee reciprocamente. Non sarebbe la prima volta. Sam e Dave così è nato e così è diventato quel perfetto meccanismo narrativo che è. Quel perfetto dialogo tra figura e testo...
 

Faccio delle ipotesi: insieme hanno cominciato a mettere in elenco un po' dei modi che si possono immaginare per entrare in una casa dalla canna del camino e altrettanti per entrare se il camino non c'è. Entrambi lavorano su questo canovaccio con una serie di punti fermi da cui non è possibile prescindere: l'iconografia del personaggio e quella della sua squadra di renne. La slitta è rimasta fuori scena. 
Quindi: pancione, barba e capelli bianchi, abito rosso (un vero cimento per Klassen che dei colori accesi ha dichiarato di aver terrore panico) bordato di bianco, berretto con pon pon, muffole e stivali neri, e per le renne, finimenti pieni di sonanti campanelli. 
Altra circostanza da cui non prescindere: il tempo in cui la scena accade. La notte del 24 dicembre: neve che copre ogni cosa, neve che cade a fiocchi regolari e cielo nero pece. 


Ultimo dettaglio imprescindibile: la location. Un esterno, pieno di bianco freddo, ossia un tetto di una casa con camino, l'ingresso di una villetta senza camino, un interno - noi vediamo ingresso soggiorno e cucina e la lavanderia - in penombra, ma evidentemente ben riscaldato, visto il colore che Klassen pennella leggero e liquido sulle pareti per farcelo 'sentire' e per contrapporlo a quel nero denso del cielo che ogni volta è riquadrato nelle finestre. 
Ecco da qui in poi è tutta farina del loro sacco (!). Ovvero le commistioni, gli intrecci improbabili che però si agganciano sempre a un qualche punto di realtà che sia riconoscibile - per esempio la forma della lettera - con la ridondanza del francobollo con se stesso (una barnettata, bella e buona nell'idea e una klassenata nel gioco di sguardi tra la lettera intera e il suo primo piano), oppure il cannello d'acqua, o l'essere sottile come un foglio o il farsi minuscolo come un topo o sinuoso come una gomma americana.
Fin qui, diciamo, il livello è molto alto, ma è il loro già visto in altre occasioni. Ci sono però dei piccoli dettagli in cui per l'appunto accade questo gioco di rimpalli, che devono essere stati una bella sorpresa anche per l'altro tra i due. 
Lo spazio di risulta in cui lavorano entrambi è lui: Babbo Natale. 


Sempre raffigurato un attimo prima o un attimo dopo l'azione (come vuole una regola aurea tra gli illustratori di talento). Sempre messo un po' in difficoltà riguardo ai vari metodi di entrata nelle case della gente. 
Si pensi al Babbo Natale a cui calano leggermente le braghe mentre a fatica scende di sedere nel camino, oppure il gioco di sguardi tra il fuocherello contento e quello deluso. La neve sciolta sotto il fuocherello, la renna che sorseggia il caffè che lui non ha voluto, i visori notturni e quelli termici a infrarossi di cui è dotato, i cani di casa da gestire... 


E su tutto questo, che è già moltissimo, ci sono i dettagli: le orme, le lucine, la tappezzeria. E su questo tessuto che per Klassen deve essere stato puro divertimento, c'è ancora qualcosa di più: le inquadrature. Sempre più ardite. E c'è un layout che non ha più la regolarità di chi non se la sente di osare troppo. Al contrario, c'è dietro qualcuno che dimostra una sicurezza acquisita sul campo, ossia sulla pagina. E sopra i dettagli, le inquadrature e l'impaginazione ardita c'è la cosa che Klassen sa fare meglio di qualsiasi altra: costruire gli sguardi, le espressioni. A monitor, spostare di millimetri la pupilla all'interno dell'ovale candido, per ottenere gioia, delusione, fastidio, perplessità, prudenza, rammarico, condiscendenza, pazienza, noia... 
Se vi fosse per caso venuta la voglia di acquistarlo un libro così, sappiate che è esaurito (per il momento). Indovinate perché? 


Salute e buon natale!

Carla

lunedì 29 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE QUESTION

Da grande sarò una foca, Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"La sera, io e mamma parlavamo del mare. 
Di solito le portavo una bella pietra o una conchiglia rara, e lei in cambio mi raccontava cos'altro ci fosse sott'acqua: sirene, vere lamprede dai nove occhi, ragazze-gamberetto, dugonghi di corte, calamarchesi, meduse mortali..." 

Questo bambino non ha mai dovuto imparare a nuotare. Lo ha sempre saputo fare. Vive con la sua mamma e il suo papà in una casa fuori dal paese, in riva al mare e quando non deve aiutare sua madre nei lavori in casa e in giardino, torna in acqua e nuota, nuota. E nuota. Suo padre fa il pescatore e sta per giorni lontano da casa, al largo dove ci sono i banchi dei pesci. E quando sono soli, mamma e figlio, lei gli racconta cose meravigliose sulla vita nel mare. Pieno di stupore, il bambino si interroga: ma come fa lei a sapere così tante cose se non mette mai neanche un piede nell'acqua? Eppure è così, racconto dopo racconto. 

© Nikolaus Heidelbach

Tra i tanti, c'è anche quello delle foche che, con il plenilunio, vengono a riva e, dopo essersi spogliate della loro pelle, sono veri esseri umani. L'importante per loro è tenere vicino la propria pelliccia per poter tornare nel mare, quando si è vissuto abbastanza come persone. 
Ed è forse questa storia che porta quel bambino a cui piace tanto il mare, a credere che suo padre sia una queste creature, un po' foca un po' uomo: d'altronde a notte fonda lui lo ha visto spostare dal capanno proprio una lucente pelliccia di foca, la sua, e di chi altrimenti? 

Si può gioire dell'arrivo di questo libro per diverse ragioni. 
La prima è legata alla bellezza intrinseca della storia che è una delle tante versioni esistenti in letteratura di un mito diffuso tra l'Irlanda, la Scozia e le isole Fær Øer e l'Islanda: quello delle selkie, creature del mare, foche, che hanno la capacità di prendere le sembianze umane, se si spogliano della loro pelliccia.

© Nikolaus Heidelbach 

La seconda è che una delle tante versioni letterarie è un libro di Nikolaus Heidelbach. 
La terza è che questo libro sia finalmente arrivato anche qui, con Logos. 
Il mito delle selkie, come tutti i miti, pone diverse questioni di carattere universale: la prima delle quali ruota intorno al senso di appartenenza. 
La pelle che ci contiene è in qualche modo un segno distintivo che qualifica le nostre radici. Ma pone anche una questione importante riguardo alla scelta della propria identità che può essere molteplice e comunque sempre risultante da una volontà personale. 
E legata ugualmente a entrambe arriva la terza ma non ultima questione: la chiave 'genetica' della trasmissione dei saperi, attraverso le generazioni. Da cui, la chiarezza del titolo. 
Dunque: appartenenza e identità. 
In questa prospettiva il mito della donna foca si moltiplica, come sempre accade, secondo diverse sfumature, ma su una circostanza è piuttosto concorde: la determinazione finale sul senso di appartenenza. Tutte le donne foca tornano al mare. 

© Nikolaus Heidelbach

Il ritrovamento della loro pelliccia, nascosta, conservata, sottratta, questo poco differenzia, ne riaccende come per incanto il legame primigenio e insopprimibile. Quello stesso legame che fa dire ad alcuni, quando pensano alla loro 'casa' dove finire in pace la propria esistenza, io là devo tornare. 
Ci si potrebbe interrogare a lungo sul senso, o per meglio dire, sulla direzione che diamo alla nostra vita. Aver costruito un percorso che abbia una andata e un ritorno è una scelta condivisibile? 
Ma forse qui ha più senso chiedersi quale prezzo siamo disposti a pagare per farlo. Nella mitologia legata alle selkie anche questo punto è sostanzialmente concorde: nel partire lascia tutto ciò che ha costruito sulla terra, compresa la prole. 
E qui si apre uno dei tanti scenari scomodi, quegli stessi scenari scomodi che Heidelbach cerca con determinazione e costanza con l'obiettivo di metterli dentro un libro illustrato per farli arrivare a chi di dovere. 

© Nikolaus Heidelbach

Credo di non allontanarmi troppo dal vero se penso che il buon Heidelbach lo faccia in modo programmatico, con l'intento di voler raccontare la verità, di voler raccontare la complessità dell'infanzia per quella che è e quindi scompaginare certe sicurezze, che appartengono al mondo degli adulti e che gli adulti si danno un gran daffare a inculcare nella testa dei bambini. 
Una di queste - peraltro distante da quella che è l'esperienza del reale che molti bambini possono aver sperimentato - è quella che mamma non ti lascerà mai. Affermazione che già di per sé crea un bel po' di guai. 
La seconda, da questa derivante, ha a che fare con la lontananza che non è di per sé - ad eccezione del territorio italiano - un sinonimo di disinteresse o mancanza d'affetto verso chi si lascia. 
Non a caso, Heidelbach dice la sua al riguardo, senza spendere neanche una parola, ma disegnando una scena che in questo senso è inequivoca. Ma forse per un adulto, non abbastanza rassicurante. 
Arriva con chiarezza addirittura a libro chiuso. 
E qui entra la terza ragione per cui gioire. La poetica di Heidelbach che ancora una volta valica le Alpi e tenta la conquista di un territorio per lei quasi vergine e inesplorato. Due soli i suoi libri che Donzelli ancora tra il 2010 e il 2011 ha pubblicato in Italia: Cosa fanno le bambine? e Cosa fanno i bambini?. Miracolosamente hanno retto per tutti questi anni, ma mentre galleggiavano si constatava il fatto che il pubblico italiano adulto reagiva con poco entusiasmo. Troppo inquietanti quei silenzi che avvolgevano le tavole, troppo preoccupanti quegli sguardi in tralice dei bambini e delle bambine protagoniste, troppo perturbanti i nessi tra il pochissimo testo e l'immagine, troppo diseducativi gli scenari. E poi, esiguo e preoccupante, al limite dell'offensivo, il ruolo dato agli adulti in scena. 
Va da sé che se, messi in mano ai bambini e le bambine, entrambi i libri hanno un grande successo e aprono discussioni accese che possono durare intere giornate. 
Ma è un fatto che i libri li comprano i grandi. Dopo accurato e prudente pensamento. 
Così solo alcuni donchiscittoeschi adulti hanno perseverato nel divulgare la conoscenza di questo autore. E io, modestamente, tra loro. 
Ma fortunatamente il tempo passa e - dai e dai - certi ragionamenti sono diventati, almeno a parole, parte di un pensiero più condiviso, più sdoganabile nell'ambito della pedagogia della lettura. 
© Nikolaus Heidelbach

La grande question è la seguente: riuscirà la leggenda della donna foca a farsi conoscere e a mettere radici nelle teste di chi la legge? Riuscirà a non sembrare uno sproposito quello di far ricadere su un bambino una responsabilità del genere? Riuscirà a passare una famiglia che si frantuma così? Riuscirà finalmente a diffondersi anche qui la grande arte di Heidelbach? Riusciranno le sei magnifiche tavole mute a raggiungere lo sguardo incuriosito di ragazzini e ragazzine, così come è accaduto con 'la ridda selvaggia' di Sendak o come è successo con 'le fotografie immaginarie' di Wiesner per Flutti/Flotsam? Riuscirà il freddo e scuro Mare del Nord a imporsi sul solare mare nostrum? Riuscirà ad arrivare ai bambini il fatto che il mondo dei grandi talvolta è inspiegabile? 
Vedete un po' che potete fare... 

Carla

lunedì 13 marzo 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


SYBERIA


Annunciato, atteso ed eccolo qui, l’ultimo romanzo di Guido Sgardoli, pubblicato dalle Edizioni San Paolo: ‘Syberia’.
Con un collegamento ideale con i precedenti impegnativi romanzi pubblicati con lo stesso editore, ‘Frozen Boy’ e ‘L’Isola del Muto’, ‘Syberia’ è un romanzo complesso, cui è possibile attribuire diversi risvolti, dal metafisico al religioso. Oppure, più semplicemente, è uno sguardo attento alla solitudine di un personaggio messo di fronte a qualcosa d troppo grande, troppo complesso per essere compreso realmente.
La trama: Janis è un giovane polacco, che all’inizio del ‘900, è recluso in una katorga, un campo di lavori forzati in Siberia, quegli stessi campi che Stalin avrebbe chiamato gulag. Riesce a fuggire, portandosi dietro una scatola da sigari che contiene i suoi pochi averi e i suoi ricordi. Janis è stato arrestato in seguito alle manifestazioni anti-zariste; durante l’arresto i suoi genitori vengono uccisi.
Dunque è solo al mondo ed è completamente solo nell’affrontare l’immensità della taiga siberiana: il viaggio verso un’agognata, e improbabile, salvezza, è anche un viaggio dentro se stesso, un’iniziazione a un superiore livello di consapevolezza.
Nel suo percorso incontra uomini malvagi, Kemec, un altro evaso, e il cacciatore, entrambi espressione del lato peggiore dell’umanità, ma incontra anche un villaggio di buriati, la popolazione di origine mongola che occupa parte della Siberia. Viene accolto, nutrito, aiutato a riprendere il suo cammino, che parrebbe interrompersi per opera di un’orsa infuriata che lo aggredisce; a salvarlo è uno sciamano, un altro incontro fondamentale in questo viaggio iniziatico.
L’ultimo incontro non lo si può raccontare, a meno di non svelare la complessità del finale; posso però dire che ha a che fare con un fenomeno inspiegato, un’esplosione potentissima avvenuta il 30 giugno del 1908 in Siberia.
‘Syberia’, come dicevo all’inizio, è un romanzo complesso, che utilizza almeno due registri: quello del romanzo di avventura, rimandando a London, a Krakauer, a Conrad, dipingendo con infiniti accurati dettagli la meraviglia e l’orrore di una natura incontaminata e ostile; e quello del romanzo di formazione, del viaggio inteso come trasformazione, se non trasfigurazione, una ricerca del vero sé allontanandosi dal mondo reale.
Ma c’è poi un registro poetico, che descrive l’incanto del mondo naturale, e che, nello stesso tempo, avvicina all’indicibile, come nei film di Tarkovskij.
Nella narrazione convivono la concretezza e l’accuratezza delle descrizioni dei luoghi, degli animali, dei mille modi per sopravvivere mangiando insetti e licheni e l’allusione al mondo sciamanico, i suoi riti, l’idea di un sovrannaturale magico.
Credo che ciascuna lettrice, ciascun lettore avrà una propria visone dei capitoli finali, che lasciano aperte diverse interpretazioni; ma tutti sicuramente apprezzeranno la consueta cura della lingua, la precisione dell’ambientazione, il ritmo serrato e incalzante che accompagna il giovane protagonista, così come apprezzeranno la figura del giovane Janis, fragile e indifeso eppure capace di affrontare le prove di un mondo ostile.
Consiglio la lettura a ragazze e ragazzi con più di quattordici anni, amanti dell’avventura, ma che apprezzino la sfida intellettuale che il romanzo propone loro.

Eleonora

“Syberia”, G. Sgardoli, Edizioni San Paolo 2023