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mercoledì 4 febbraio 2026

FAMMI UNA DOMANDA!

MECCANICA ESSENZIALE DELLA NOSTRA PRESENZA NEL MONDO 

Si può sentire quando perdiamo l’equilibrio. Quando andiamo in bicicletta. Quando pendiamo in curva sui pattini o faticando a sollevare il gatto che, probabilmente, è un po’ troppo ingrassato. La mettiamo in atto istintivamente quando disponiamo i piatti accanto al lavello in funamboliche pile, facendo ben attenzione a mantenere l’equilibrio necessario, quando andiamo in altalena e persino quando ci infiliamo le dita nel naso. 
La fisica meccanica classica è tra noi. Le sue leggi, intime, naturali, inesprimibili per mancanza di un adeguato alfabeto matematico, popolano le nostre quotidianità senza che ci si faccia sufficiente caso. Perché se da un lato è vero che esistono questioni della fisica assolutamente non percepibili – gli atomi che compongono tutta la materia, ad esempio, o le fascinose questioni della fisica quantistica – dall’altro ne esistono moltissime che accadono proprio sotto i nostri occhi anzi… nel corpo e nei sensi tutti.


Da questa osservazione si potrebbe partire per parlare di questo corposo volume che di pesante ha solo l’aspetto. 
Meccanica illustrata prende in considerazione le leggi di quella fisica direttamente osservabile, la fisica meccanica classica, disciplina capace di descrivere tutto quello che sperimentiamo quotidianamente in modo visibile. Una fisica che, a dispetto di quello che il suo nome potrebbe suggerire, non si limita ad avere a che fare con automobili e ingranaggi, ma si occupa di ciò che si può vedere e toccare, e che in buona sostanza si presta a essere raccontata attraverso le immagini. Dalla disamina delle grandezze principali quali massa, forze, tempo e spazio, passando per le macchine semplici (la leva, il cuneo e la carrucola, l’argano e la vite) , e i vari tipi di moto e di forze, senza mai dimenticare i processi storici e i loro protagonisti, la chiarezza disarmante di questo albo deriva proprio dalla sua capacità di mostrare le forze in azione nelle situazioni che si verificano ogni giorno.


Accanto alle descrizioni letterali di fenomeni quali la leva o il cuneo, rese con precisione e humor, le illustrazioni hanno il potere di richiamare alla memoria del corpo quelle esperienze che incarnano il tipo di macchina preso in considerazione…così, quando ci si solleva dal letto si mette in moto una leva, oppure, quando ci si intrufola nella densa folla di un vagone della metropolitana un po’ costipato stringendo le mani per farci largo tra due ali di persone…beh…ci si trasforma in un cuneo, altra macchina semplice capace di separare le masse… oltre che farci arrivare in orario al lavoro.


Ancora, quando arrotoliamo sulla forchetta degli spaghetti per gustarli a pranzo… sembrerebbe tutto così elementare, se non fosse che stiamo mettendo in moto un argano, una macchina simile alla carrucola, per cui si fa ruotare un asse per avvolgere le lunghezze della pasta in un’unica matassa… rotazione, equilibrio…sembrerebbero concetti astratti, nel nominarli, ma ecco che in realtà li dominiamo così, semplicemente e inconsapevolmente, poco prima di soddisfare la fame…


Il movimento angolare che provochiamo con un sapiente movimento del polso per rigirare una frittata, il pendolo che dondola davanti ai nostri occhi quando estraiamo una bustina di tè dalla tazza, il moto circolare di un cane che gira su sé stesso alle prese con un ostinato prurito alla base della coda… nel testo e nei disegni vengono poste le basi narrative per rinvenire le dinamiche logiche e necessarie di una scienza che padroneggiamo, ancor prima che nelle formule, a un livello propriocettivo, ossia dell’intero corpo. 
Ed è attraverso questo progressivo risveglio dei sensi e attraverso la connessione degli stessi a formule e linguaggio matematico che questo albo sospinge delicatamente a pensare che l’esperienza della meccanica classica sia anche la testimonianza della nostra presenza nel mondo e oltre.


Descritto non senza una certa ironia, l’accadimento del quotidiano diviene un fenomeno direttamente osservabile e intimamente percepibile, sotto la cui superficie si nascondono intrinseci legami con quella parte di fisica che invece ci risulta impalpabile. Man mano che si procede nel volume, i fenomeni della realtà presi in considerazione si fanno via via di più ampia portata. Analizzati i vari tipi di forza, con la loro specifica necessità di passare attraverso gli oggetti per potersi mostrare, si approda al concetto di energia, letteralmente l’elemento che, presente in unica misura nell’intero universo, ci attraversa per farci svolgere le attività quotidiane e tutto muove per provocare cambiamenti. Da qui, il decollo verso quel territorio di speculazione che la meccanica non può più arrivare a descrivere è quasi fisiologico: individuato questo margine di imperscrutabilità, il libro si spalanca. Parlando di forze presenti ma difficilmente individuabili a occhio nudo, il passo verso il metafisico e lo spirituale è breve. E se nel cercare di rendere afferrabile la legge gravitazionale universale attraverso quella forza che ci vede gravitare nell’orbita degli affetti e delle attrazioni tra umani, ecco che con l’ultima illustrazione si entra nella supposizione più vertiginosa… 


Un po’ come nel film Interstellar, in cui una delle protagoniste, astronauta intrappolata su un pianeta lontanissimo alla ricerca di un collega scomparso, si chiede se non sia l’amore una forza pari a quella di gravità, di cui abbiamo esperienza pur senza conoscerne l’intima correlazione con l’intero sistema dell’universo. O meglio ancora come diceva Dante, nelle ultime terzine della Divina Commedia: L'amor che move il sole e l'altre stelle. Parole che paiono un'estrema propaggine di poesia, ma che invece sono forse una ficcante intuizione… 

Gustave Doré

Giorgia

 “Meccanica illustrata – La frittata, Archimede e le dita nel naso: un manuale pratico di meccanica classica”, Marina Montero, (traduzione di Maura Romeo), Quinto Quarto 2025 
“Interstellar” Christopher Nolan, 2014 


venerdì 7 giugno 2024

ECCEZION FATTA!

LEZIONE AMERICANA


Facciamo due conti a spanne: un centinaio di pagine che di media sono costituite da blocchi da 25 righe (escluse le note), l'una per l'altra. Quindi il totale delle righe, sempre a spanne, dovrebbe essere intorno alle 2500 righe. Di queste 2500 righe, ancora una volta a occhio e croce, ne dovrei aver sottolineate a matita circa 250. Sapendo che tutto il racconto del campeggio e di Riley con il suo melone è intonso senza neanche un segnetto a matita, perché conosco la storia, quasi come se fossi stata in quel campo estivo, per aver ascoltato e riascoltato la Ted talk (why a good book is a secret door...) mille mila volte. Ugualmente intonse - perché a me già note - sono le parti circa la sua mamma, la sua libreria piena di libri di seconda mano, e tutto il discorso sulla fortuna di essere stato figlio di una madre single che comprava per lui nel 1985 libri usati risalenti agli anni d'oro della letteratura per bambini, quelli di Wise Brown e co. per intenderci. 
Da tutto questo se ne deduce che tutta la parte teorica che con grande sapienza e leggerezza Barnett cuce intorno a fatti molto reali, quali per esempio la sua infanzia, ossia la radice del suo essere oggi lo scrittore che è, io l'ho trovata di estremo valore e, immodestamente, molto corrispondente a quelli che sono i miei pensieri sui libri scritti per i bambini. 
Chi ha avuto la ventura di ascoltarmi mentre discetto sulla questione, non stenterà a credermi, visto che di Barnett mi considero una discepola, oserei dire un'apostola (se non è troppa la presunzione) e infatti non c'è occasione in cui io non lo citi o citi i suoi libri. 
Le 10 verità (+1) che a mio parere sono da condividere e quindi diffondere sono le seguenti: 
1) i bambini sono persone. 
1 bis) I bambini in qualità di persone sono senzienti e ragionanti al pari di un adulto. 
2) i bambini sono altro dagli adulti e funzionano diversamente. Di solito, migliori perché più nuovi... I bambini sono perspicaci, flessibili e hanno la mente aperta. Devono esserlo per forza: l'infanzia è una lunga serie di esperimenti. I bambini si impegnano con coraggio per capire ciò che è nuovo. "I bambini sfrecciano oltrepassando con facilità il confine che separa la realtà dalla finzione ... Un ostacolo che potrebbe disarcionare un bibliotecario, è niente per un bambino" (E.B. White). I bambini sono incompleti e orgogliosi di esserlo.
3) i bambini, pur dipendendo in larghissima parte dagli adulti, hanno delle loro aree di autonomia. 
Una di queste è l'immaginazione. 
4) come adulti occorre riflettere sul potere esercitato nelle vite dei ragazzini, compresa quella 'letteraria' e quella sulla loro immaginazione. 
5) come adulti occorre ragionare sul fatto che la letteratura per l'infanzia è di fatto gestita dai grandi e che solo in fondo alla filiera ci sono i bambini... 
6) e ne consegue che le riflessioni sui libri - sia quando si scrivono, sia quando si propongono ai bambini - devono tenere in giusto conto quanto detto fin qui. Devono essere profonde, attente, rispettose e oneste se si vuole arrivare alla qualità. 
7) la letteratura per l'infanzia dovrebbe contenere belle storie, essere variegata e autentica, audace, eccentrica, polifonica, non convenzionale. Deve essere curata e interessante e dovrebbe tenersi lontana dall'essere utile a qualcosa, tenersi lontana dal 'didascalismo', ossia dall'insegnare, dallo spiegare, dal risolvere e trovare risposte. Deve fornire una strada verso il senso delle cose, chiamando dentro il lettore perché trovi la sua lettura, piuttosto che imporre una morale unica e preconfezionata. 
8) La letteratura per l'infanzia, come anche quella per i grandi, è spesso brutta. E può esserlo in modi anche molto diversi. 
9) sulla scia del punto 1 bis, adulti e bambini, in quanto esseri umani, condividono la stessa sfera emotiva. Per questo il bravo scrittore per l'infanzia, che questa cosa la sa, nel raccontare i bambini racconta anche una parte di sé e dell'umanità. Racconta il difficile compito di capire cosa significhi essere una persona in questo mondo. Leggete Sydney Smith, per esempio. O  Jon Klassen. O  Ulf Stark o a Kitty Crowther e via andare.
10) se ne deduce che i buoni libri per bambini nascono nella zona di intersezione tra la sfera di interesse di un bambino e quella di un adulto. In quella parte in cui si sovrappongono, lì c'è la buona letteratura per l'infanzia (che spesso e volentieri è buona letteratura punto). Lì grandi e piccoli sono sempre alla pari, ma mai uguali.


Chi non dovesse essere d'accordo con queste 10 + 1 verità, farebbe meglio, beninteso questo è solo un consiglio, a tenersi alla larga dall'infanzia: non è roba per lui e non se la merita! 
Gran finale su La porta segreta che diventa una letterina a Mac Barnett. 
Per farlo, devo tornare su due parole chiave di questo libro, che lo caratterizzano. 
La leggerezza e la sapienza. Insieme. 

Caro Mac Barnett, 
credo che la rarità e il pregio di questo libro stia in due cose che di rado viaggiano insieme: la sapienza e la leggerezza, quella calviniana, nel raccontarla. 
Nella mia vita non ho incontrato moltissime persone che fossero semplici e leggère e nello stesso momento anche molto complesse, ovvero che sapessero regalare in giro, mettere a disposizione di chiunque, la profondità e la bellezza dei propri ragionamenti. Senza peso, si badi.
Persone che abbiano saputo farlo, come se fosse la cosa più naturale possibile. 
Persone che abbiano avuto l'ardire di rivolgersi a tutti e non solo a un ristretto gruppo di iniziati. 
Persone che abbiano saputo raccontare la complessità del mondo, mostrandola nelle cose di tutti i giorni. Io, se me lo permetti, ti metterei tra costoro. 
Non so se spinta dalla farfalla di Carson Ellis, ma ho avuto davvero la sensazione, mentre leggevo/ sottolineavo/imparavo/ragionavo/assentivo/sorridevo, di svolazzare di fiore in fiore, godendomi l'aria fresca che spiffera dalla Porta segreta che, a tutta evidenza, tu lasci sempre un po' aperta perché qualcuno sbirci al di là e poi entri... 

Fabian Negrin,
da Jack London, L'ombra e il bagliore, Orecchio acerbo 2010

Quindi, riassumerei così: grazie. 
Con leggerezza.

Carla 

La porta segreta, Mac Barnett (trad. Sara Ragusa) Terre di Mezzo 2024

mercoledì 22 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL TELEFONO  

La cabina telefonica di Yuan Huan, Miyase Sertbarut, di Zülal Öztürktrad. 
(trad. Maria Chiara Cantelmo) 
Emons Edizioni 2024 



NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"'Qualcuno ha letto un libro durante il fine settimana?' Ilhami alzò immediatamente la mano. Caner e Zümrüt quasi si cacciarono sotto il banco per nascondere le risate. Credevano che da lì a poco avrebbero ascoltato la storia di una bambina morta di freddo mentre vendeva fiammiferi in strada. Ovviamente una storia del genere era triste, ma era divertente il fatto che il libro non fosse adatto alla loro età. Con quella fiaba Ilhami sarebbe diventato lo zimbello non solo della classe, ma di tutta la scuola." 

Le cose non andarono così, perché Ilhami non raccontò La piccola fiammiferaia, il libro preso a caso in biblioteca, ma un'altra storia: La vendetta delle lettere. Storia, questa che, non si sa come, aveva ascoltato in un rottame di cabina telefonica abbandonata nel parco. Il circo che aveva dovuto lasciare la città anzitempo l'aveva lasciata lì in mezzo, insieme a tanti altri altri rifiuti che nel giro di pochi giorni sarebbero stati portati via. 
La cosa assurda che succede è la seguente: quel ragazzino entra nella cabina, tiene in mano la cornetta, scollegata da qualsiasi filo, e ascolta ogni volta una storia diversa che lui, puntualmente, racconta in classe il giorno dopo per espressa richiesta della prof di turco che vuole che i suoi alunni leggano e raccontino quello che hanno letto al resto della classe. 
Ilhami, che non legge e non vuole cominciare proprio ora. Il suo ragionamento non fa una piega perché tra il leggere una storia e ascoltare una storia è molto meno faticoso ascoltarla. Il risultato finale, in fondo, non cambia: avere una storia da raccontare in classe e fare bella figura con la prof e prendere un bel voto. E questo è quello che succede, all'insaputa dei suoi due amici del cuore che di lui sospettano, ma non capiscono fino all'ultimo cosa stia veramente accadendo. 
 Storia dopo storia, ascoltata furtivamente nella vecchia cabina telefonica, quel ragazzino si appassiona e, oltre a collezionare buoni voti a scuola, capisce una grande verità: le storie sono come l'aria, necessarie. 

Diciamo che Emons è la casa editrice elettiva per pubblicare questa storia che arriva dalla Turchia. Miyase Sertbarut, autrice di successo in patria, ci sta dicendo proprio questo: le storie possono arrivare sotto forme diverse. Possono essere lette da una pagina di libro, ma possono anche essere ascoltate con qualcuno che le legge per te ad alta voce. Il fatto importante è che arrivino. Come dice Benni "non c'è rivalità né inimicizia tra libro e audiolibro". 
Che una storia sia solo ben scritta oppure che sia ben scritta e poi letta altrettanto bene ad alta voce per tutti quelli che vogliono ascoltarla, resta comunque un bell'incanto
Il tempo dell'ascolto non esclude quello della lettura, anzi spesso è prodromico. Almeno questo è quello che pensa la prof di turco, ma anche molte altre persone. 
Certo è che una sola cosa è imprescindibile: la storia deve essere una buona storia. E quella, anzi quelle, che Miyase Sertbarut imbastisce - secondo lo schema della storia cornice che al suo interno ne contiene quattro, quasi cinque - colpiscono per originalità di sguardo. 
Già la storia cornice in sé, in particolare la sua conclusione in cui si trova un senso a tutto il mistero iniziale, è un piccolo congegno piuttosto interessante. Ma la vera piacevolezza arriva nelle storie che la voce misteriosa racconta al ragazzino attraverso la cornetta del telefono. 
Sono racconti autoconclusi che per la necessità di stare nella ventina di pagine diventano blocchetti narrativi belli densi e con una prospettiva di osservazione sempre originale. Brevi sguardi sulla vita quotidiana in Turchia con personaggi sempre molto credibili e riconoscibili anche per il nostro vissuto. Non ci sono maghi e streghe, ma fornai, editori, librai, scrittrici e un consistente numero di ragazzini. I vari pizzichi di magia che l'autrice dispensa qui e là servono a non spiegare proprio tutto, con il risultato di chiamare dentro il lettore che vuole a tutti i costi capire. Insomma si tratta di quel po' di mistero che, anche nella vita vera, rende alcune giornate leggermente diverse dalle solite routine. 
Ma la cosa ancora più interessante è un'altra, ossia la riflessione più generale su cosa nasconda una narrazione fatta di parole e messa nero su bianco su una pagina di libro. 
Non pochi illustratori hanno costruito storie che hanno ragionato sul bianco della pagina, considerandolo uno spazio vero e proprio (pensiamo a cosa è stato disegnato intorno alla cucitura centrale delle pagine), oppure su quale sia il mondo che si nasconde dietro la pagina bianca, uno su tutti David Wiesner con I tre porcellini
Ecco. Altrettanto fa Miyase Sertbarut, ragionando - attraverso le storie raccontate al piccolo Ilhami -su quello che, con la giusta dose d'immaginazione, le parole, i luoghi, i personaggi possono fare: cancellarsi, scavare un buco tra un qui e un altrove, abitare una zona di mezzo tra l'una e l'altra, o ancora rimanere bloccati - come intorno al castello di Rosaspina - ma non per un incantesimo, ma molto più realmente perché l'editore li tiene fermi immobili nel racconto, semplicemente perché non vuole pubblicare il libro di cui sono i protagonisti. 
In questa prospettiva, tutta la metalettura che attraversa La cabina telefonica di Yuan Huan richiede un piccolo sforzo in più da parte dei lettori, un po' di sassolini in tasca perché, dopo essersi persi camminando in diverse direzioni e dimensioni, tornino finalmente a casa. Magari a leggere un libro, anche se con ogni probabilità la loro consapevolezza sarà diversa. 

Carla

giovedì 3 agosto 2023

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

E LA BIBLIOTECARIA È UN'OCA  

Il talento di Mr. Alce, Inga Moore 
orecchio acerbo 2023 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Ogni sera, dopo cena, quando tutti si erano sistemati comodamente intorno al fuoco in salotto, Alce raccontava loro una storia. Poi, una sera, Alce non riuscì a pensare a una sola storia che non avesse già raccontato. 'Perché non ci leggi una storia?' suggerì la moglie. 
Così Alce andò a bussare alla porta accanto per chiedere in prestito a Orsa un libro di fiabe. 
Ma Orsa non aveva un libro di fiabe. E non lo avevano neppure gli altri animali che vivevano nel bosco. Non Tasso. Non Volpe. Non Lepre. Non Talpa. Non i tre Cinghiali. E neppure i Castori avevano un libro di fiabe da prestare ad Alce." 

La mattina dopo Alce si attrezza: va in città, entra nella biblioteca comunale e dalla bibliotecaria che è un'oca prende in prestito una bella pila di libri. Torna a casa e la sera si mette a leggere storie scritte nei libri. Non ci sono solo i suoi familiari, ma anche Orsa con i suoi. E siccome Alce è un vero talento a leggere, da cui il titolo, si sparge la voce e, sera dopo sera, si aggiungono nuovi auditori: tassi, cinghiali eccetera eccetera. 
Il risultato è che nel salotto ormai ci si sta stretti come sardine. 


Così Alce si attrezza per la seconda volta: si procura un furgone, lo adatta alla bisogna, poi va alla solita biblioteca e la solita bibliotecaria oca gli dà così tanti libri in prestito da mettere nel furgone da farlo diventare un bibliobus (!). Torna a casa e nel suo intento ci sarebbe quello di organizzare una distribuzione tra tutti gli animali interessati. Peccato che nessuno di loro sappia leggere. 
Così alce si attrezza per la terza volta: insegna a Orsa a leggere e poi lei lo insegna al tasso che lo insegna alla volpe eccetera eccetera. 
Il risultato è che ognuno a questo punto decide di leggere da solo o in compagnia dei propri familiari e il salotto di Alce si svuota... Ma non sempre perché lui comunque rimane sempre il migliore a leggere e quindi il salotto continua a riempirsi, ma un po' meno... 

Credo sia chiaro a tutti, anche senza leggere la dedica del libro scritta da Inga Moore, che il messaggio che si vuole passare è quello del piacere della lettura, meglio se condivisa e, di seguito, sull'importanza delle biblioteche pubbliche eccetera eccetera. 
Visto l'argomento (un po' troppo ovvio a chi bazzica qui), e visto il lavoro che chi scrive ha fatto e talvolta fa ancora, ossia essere il Mr. Alce in diverse situazioni, sarà più utile tacerne e invece guardare in altre direzioni. 
Parrebbe più interessante quindi soffermarsi non tanto su ciò che Inga Moore abbia voluto dire e dimostrare, ma sul come lo abbia detto e su come lo abbia (di)mostrato. 
Volendo sintetizzare al massimo si possono notare alcuni elementi di interesse solo in apparenza laterali. 
Il primo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farla disegnare e concepire un albo in questo modo. 


Il secondo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farle prendere le sembianze di una autrice di classici per l'infanzia. Chessò, una come Beatrix Potter, tanto per dirne una. 
Il terzo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farla essere così sottilmente ironica nel raccontare una storia che altrimenti rischierebbe di essere mielosa un bel po'. 
Inga Moore è inglese di nascita. La Gran Bretagna non la dimentica neanche per un secondo, anche se viene trapiantata a otto anni in Australia. Non la dimentica al punto che una delle sue prime storie parla di un topino che tenta la traversata della Manica... 
All'età di trentacinque anni ci torna, in Inghilterra, questa volta per restare. E non va a vivere in un posto a caso ma ad Humpstead, ossia il sobborgo green di Londra: il quartiere degli intellettuali, degli artisti, degli autori come lei (Oxenbury e Burningham, tanto per dirne due, hanno vissuto lì). Humpstead, per intenderci, è lo scenario che lei sceglie per un altro suo fantastico libro che si intitola I sei pranzi di Sid. Lì a parte il gatto furbissimo, compare rappresentata una bella comunità di persone che lo allevano. Sebbene negli anni Novanta, con la grande crisi, Moore sia costretta a lasciare il suo appartamento, tuttavia è capace di trovarsi un altro posto altrettanto piacevole dove vivere: un villaggio nel Gloucestershire che di nuovo diventa scenario delle sue storie, dal Vento nei salici a Il giardino segreto, fino al nostro Il talento di Mr. Alce


Quindi la campagna inglese attraversa felicemente questo libro e le permette di essere perfettamente in linea con la più classica tradizione inglese del libro illustrato: grandi tavole doppie che si alternano a figure o piccole scenette scontornate che rappresentano un panorama rurale, punteggiato di villette semplici, a due piani in mattoni con comignoli sui tetti a spioventi, con grandi vetrate 'all'inglese', con vialetti e staccionate basse e siepi ben curate. 
È inglese l'arredo, la tappezzeria, i tessuti dei divani, le tazze e il tè o la cioccolata che contengono. 
L' inglesità permea ogni dettaglio, compreso il bibliobus, sebbene la guida sia inspiegabilmente a sinistra... 
Quindi è inglese tutto ciò che si vede ed è inglese il gusto compositivo della pagina: Potter rules! 
E qui subentra il secondo elemento, anche questo nel medesimo solco potteriano. Un mondo che agisce come umanità - almeno all'80% - ma che ha le sembianze di animali. I conigli, i rospi e le oche di Potter erano puntualmente vestiti come bambolotti (Inga Moore li lascia con il pelo al vento, ma fa delle impercettibili deroghe, gustosissime) e si comportavano, ragionavano e parlavano come piccoli omini, donnine e bambini, ma mantenevano una loro memoria interiore, un loro lato selvatico, che li rendeva ancora conigli, rospi e oche. 
E così Inga Moore quando dà vita alla catena dell'apprendimento della lettura, necessariamente si deve fermare tra la volpe e la lepre, oppure si diverte a ritrarre i cinghialetti che fanno merenda con tartufi scavati nel terreno... 


E qui subentra il terzo elemento messo in luce: l'ironia. O forse sarebbe più giusto parlare di humor inglese. La prima valvola da cui l'ironia esce come fosse un geyser islandese sono le posture che assumono i singoli personaggi: a partire dal modo di sedersi la sera intorno al camino della famiglia di Alce. Oppure il gioco di zampe dei cinghiali o le gambe accavallate dei tassi, o le dita incrociate del castoro in panciolle. Senza contare gli scenari diversi con il viavai in città e il pubblico misto nella biblioteca. E la bibliotecaria è un'oca. 


Intorno a tutto questo si intreccia un meraviglioso gioco di piccoli baluginii illustrativi che - si sa - è uno dei divertimenti che i migliori illustratori si ritagliano in assoluto silenzio: farcire le loro tavole di piccoli richiami, allusioni, riferimenti, citazioni. 
E chi li vuole scoprire qui è libero di farlo... Io taccio per non rovinarne il gusto. 

Carla