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venerdì 8 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON PRECETTI, MA STORIE 

La vera storia della banda Hood, Wu Ming 4 
Bompiani 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'Se siete qui è perché non siete niente e non vi spetta niente. Eppure i cantastorie al villaggio cantano di voi. Dei re...dei cavalieri... dei santi e di Robin Hood che a Sherwood ha il suo regno senza corona e fa pagare il pedaggio a tutti quelli che passano. Una canzone mai sentita prima. Potete decidere di rimanere quello che siete, cioè niente. Oppure potete essere all'altezza delle canzoni e fare quello che nessuno ha mai osato fare.' 
Will scattò in piedi. 
'Queste sono le parole che mi piacciono. Abbiamo le frecce. Tante da sterminare un esercito.' Indicò Gisborne. 
'E lui ha un piano.'
'Come facciamo a fidarci?' domandò Much.
Will stava per ribattere. Poi guardò ancora Maud, la cui espressione valeva più delle parole: non precetti, ma storie." 

Un uomo che è stato crociato accanto a re Richard in Terra Santa, un crocesegnato,  sta dialogando con un pugno di ragazzini, la banda Hood, i nullaventi. Ognuno di loro, per ragioni diverse, ha scelto la macchia, la foresta, la latitanza. La loro casa adesso è la foresta, nell'ombra. Sono parecchi, e Robin è solo uno tra loro. Insieme sono la forza delle storie che su di loro si raccontano entro le mura delle città. I loro nemici giurati sono i signori, i nobili, più o meno corrotti, sono gli abitanti dei castelli e delle città, la legge, quella dei più potenti. Intorno al fitto quasi inespugnabile della grande foresta c'è una piccola rete di villaggi e un tessuto di abitanti, ma su tutto questo c'è la grande Storia che va avanti. 
Ecco: la Storia. Quella che tutti conoscono. Re Richard, Riccardo Cuodileone, è in Terra Santa per riconquistare Gerusalemme - ma sarà ancora vivo? o sarà tenuto prigioniero? Un fatto è certo: il trono d'Inghilterra è vacante e insidiato dal fratello John, Giovanni Senzaterra. Il popolo d'Inghilterra è allo stremo e ridotto in povertà, per le tasse che sono servite per pagare la III crociata prima e poi il riscatto per la liberazione di Richard. Intrighi di palazzo, schieramenti, tradimenti, su tutti la regia della Regina Eleonora d'Aquitania che aspetta che il suo figlio prediletto, Richard, torni a regnare e cancelli ogni velleità di governo al fratello John che trama con il re di Francia... 
Intrecciate alla grande Storia ci sono le piccole storie e una leggenda: quella di questa banda di ragazzi, autentici sopravvissuti, che hanno scelto di essere fuorilegge, perché braccati da chi ha più di loro. La piccola storia di un cavaliere solitario, che è fedele solo a se stesso; la piccola storia di un cieco, che "osserva" e riferisce. Le piccole storie di un buon numero di donne, da Lady Marian in giù: tutte, inevitabilmente, soggiogate. La piccola storia di un cantastorie, sorta di innesco di quella che sarà la leggenda di Robin Hood.... 

Ecco. Dalla leggenda di Robin Hood parte Wu Ming 4 per fare due cose che gli riescono assai bene: scrivere un gran romanzo e riscrivere, appoggiato su fonti storiche, quello che è stato il mito di Robin Hood. 
Partiamo dal fondo: Robin Hood, così come ci è stato raccontato da certa letteratura e sopratutto da certo cinema, non è mai esistito: nessun superuomo, aitante, scattante, invincibile (talvolta in calzamaglia). Secondo le fonti, nelle ballate dell'epoca, e in molta buona letteratura e saggistica sul tema, non c'è traccia di questo supereroe invincibile e filantropo. Non c'è traccia della sua storia con Lady Marian, liberazione compresa. 
Questa, la molla che ha spinto Wu Ming 4 a studiare per bene la questione, a fissare una serie di punti storici e a restituire la sequenza dei fatti come presumibilmente devono essere accaduti. 
Ma Wu Ming 4 non è uno storico in senso stretto, ma è piuttosto un eccellente scrittore e così il suo intento di fare luce e chiarezza diventa un romanzo pazzesco. 
Per amor di verità, quindi succede che nella storia che racconta Wu Ming 4 Robin è un figurante, mentre protagonista assoluto è il gruppo, la banda Hood (dal titolo in poi). 
La sua leggenda nasce quindi da una voce che non è singola, ma corale. 
Per lo stesso amor di verità, Wu Ming 4 fa luce sulla condizione femminile alla fine del XII secolo in Inghilterra. E quindi conosciamo la ragazza vittima del birraio, il coraggio della serva di Lady Marian, Lady Marian stessa che nelle sue pagine diventa simbolo di intelligenza muliebre, da tenere segregata, appunto. La grande Eleonora che aleggia per tutto il romanzo, per poi comparire trionfalmente sulla scena, proprio sul finale. Conosciamo Maud, apparentemente l'unica femmina della banda che ha il ruolo di narratrice e custode di una fede incrollabile. Una mezzafata, piena di carisma, forza e mistero. Invincibile. Ma su di lei, ci torno. 
Per il medesimo amor di verità, racconta la Storia, quella con la esse maiuscola, per come è veramente andata: un caso su tutti il ruolo di grande regista che assegna alla regina Eleonora e il relativo piano della Corona di spremere un territorio, quella parte dell'Inghilterra (tra York e Nottingham) fino allo stremo per poter pagare la Crociata e il ritorno in patria del suo figlio sovrano. 
Ma La vera storia della banda Hood ha molto di più in sé. 
Innanzi tutto è una magnifica narrazione che spesso ha lo spessore di un racconto mitologico. Per questo, si serve di una serie di archetipi (nei ringraziamenti finali c'è un preciso omaggio): dal cervo che abita il bosco e che ogni tanto appare dal nulla, fino al cavaliere solitario Gisborne. 
E a proposito di mito e archetipi, non si può non notare che Wu Ming 4 lavori su un meraviglioso quanto efficace contrasto tra quello che è il mondo dei grandi, il mondo della civiltà, della ragione, della legge, della Storia cui contrappone quello della foresta, del mistero, dei bambini, della natura, del selvatico, delle storie. 
Solo a titolo di provocazione per continuare a ragionare sulla questione, che non è affatto marginale, rimanderei al saggio di Giorgia Grilli (Di cosa parlano i libri per bambini. La letteratura per l'infanzia come critica radicale, Donzelli 2021) o a quanto scrive Ursula K Le Guin a proposito della lingua padre e della lingua madre... (in I sogni si spiegano da soli, a cura di Veronica Raimo, Big Sur 2022).
Cosa condivide la visione di Wu Ming 4 con questi due saggi? L'ho appena detto: la contrapposizione fra infanzia e mondo adulto, tra natura e civiltà, tra selvatico e addomesticato, tra misterioso e razionale, tra storie e Storia, tra mito e realtà, tra ribellione e giogo, tra libertà e dominio.
Pieno di echi presi a prestito dalla grande letteratura, uno su tutti il Peter Pan di Barrie che su queste dicotomie si fonda (la giovane Maud è una Wendy perfetta e i ragazzi briganti, da Much al piccolo Ned, sono lo specchio dei Bimbi Sperduti), il romanzo va in molte direzioni diverse. 
A pagine di storia si alternano pagine d'amore (la più bella dichiarazione d'amore è a p. 166), pagine di intrighi e spionaggio, pagine di mitologia e superstizioni, pagine di puro racconto fantastico...
E per questa ragione va letto almeno cinque volte per apprezzarlo ben bene.

Carla
 
Noterella al margine. Che poi tanto margine non è: grandiose sono tre cose. La lingua, la capacità di costruire un plot complesso ma sempre esatto nei suoi incastri (secondo la famosa legge, per la quale se compare una pistola, quella pistola prima o poi sparerà...), la capacità di far precipitare le situazioni con la stessa fulminea velocità di un film d'azione molto ben fatto.

venerdì 18 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ARCHITETTURA DI UN LIBRO

Il libro azzurro, Germano Zullo, Albertine 
Bompiani 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"'Hai paura Séraphine?' 
'No, certo che no! Con il libro azzurro non c'è da aver paura... Ma è comunque l'ora che le bestioline escono dai loro nascondigli per sgranocchiare.'
'Le senti sgranocchiare?' 
'Credo di sì... E tu, papà le senti?' 
'Non sono sicuro.' 
'Fanno croc croc croc.' 
'Uhm, adesso le sento... croc croc croc.' 
'Meglio non disturbarle troppo: magari si arrabbiano.' 
'Hai ragione, Séraphine... Andiamo avanti!' '
Andiamo verso la città o verso i campi?' 
'Prenderei la strada che passa per i campi, questa volta.' 
'Anch'io papà, per i campi.'" 

Interno sera. Padre e figlia dialogano sul far dell'ora di andare a dormire. 
Il padre, secondo quanto dice sua figlia, ha preso in mano un libro, il libro azzurro, perché lo vuole leggere alla sua bambina. Il libro azzurro, è lei stessa a dichiararlo, è il suo preferito. 
Tutto comincia nel buio della notte che i due scorgono attraverso la porta di casa... Il loro cammino pare dirigersi verso il mare, attraverso una scorciatoia: la scorciatoia di Séraphine che ha il pregio di portare sia al mare sia alla montagna, ma anche alla città e ai paesini. O anche fino alla giungla tropicale. 
Rischiarati dalla luce della luna, forse, si incamminano con l'intento di perdersi... 
Steccato dopo steccato, l'unica strada da fare è dritto verso l'alto, a zig zag. Ed effettivamente è il percorso che funziona perché gli steccati sono dietro e davanti laghetti, serpenti mansueti, foreste e poi un gufo che, appollaiato su un ramo, sta raccontando una storia ai suoi piccoli (lui pure) per addormentarli. 
Un albero grande grande e vecchissimo, "avrà più di duemila anni, Séraphine", li accoglie tra le sue maestose radici ed è bello sdraiarsi insieme lì sotto. E magari schiacciare un pisolino... 
Ma sarà ancora più bello risvegliarsi lì e trovare la mamma e con lei proseguire il viaggio e il racconto... 

Il libro azzurro, se non capisco male, ha davvero un interessante impianto architettonico che lo tiene su e che è anche difficile descrivere a parole. 
Partiamo da quello che gli occhi vedono: un grande libro rilegato che è, ovviamente, azzurro nella copertina. Se lo sia apre, dopo i risguardi blu c'è la pagina del frontespizio con una scimmia, forse, che Albertine ha disegnato nell'atto di leggere un libro. Nella pagina successiva, nel bianco assoluto della carta, avanzano verso il lettore padre e madre e al centro tra loro, tenendone uno per mano, Séraphine con un libro blu sottobraccio. 


Poi la storia comincia ed è raccontata solo attraverso un dialogo serrato tra padre (e poi madre) e figlia: la figura ritrae giocattoli rossi sparsi su pavimento azzurro. Poi le parole tacciono e vediamo l'una sotto le coperte e l'altro seduto sul bordo del letto. Il libro blu, azzurro nella versione italiana, è tra loro ed entrambi non hanno la postura del relax di quel momento, sono entrambi pronti a uno scatto, e si guardano dritto negli occhi. 
Più che a dormire, sembrano entrambi pronti a partire. 
Che intesa e che fremito tra quei due!


A questo punto il libro prosegue, visivamente parlando, come un albo illustrato molto regolare: testo e tavola singola che preannuncia lo scenario, cui segue la doppia tavola senza testo in cui compaiono i due viandanti... cadenzato, ma nulla di insolito. 
Salvo un piccolo dettaglio, che giustamente gli editori nelle loro sinossi, fanno finta di ignorare per non far girar la testa e confondere i futuri lettori. 
Il testo che compone il libro azzurro che abbiamo in mano, se diamo retta alle parole di padre e figlia, e di madre e figlia dalla metà in poi, si costruisce narrando. La loro passeggiata che prende forma istante dopo istante è il testo del libro reale, ma di certo non lo è del libro azzurro che è protagonista della storia. 
Giustamente gli editori scrivono che questo libro è un omaggio a quel momento della giornata in cui un bambino è con un genitore che ha l'intento (spesso la vana speranza) di accompagnarlo verso il sonno, attraverso la lettura di una storia. 
Ma Il libro azzurro è anche un'altra cosa: è la prova provata che la letteratura, e più in generale il racconto, e quello illustrato ancora di più, ha un potenziale di soluzioni che davvero non ha confini. 
Qui noi leggiamo una storia che solo per finta è scritta così nel libro che abita la storia: Séraphine ci illude a p. 1 e fino alla fine noi le andiamo dietro, facendo finta che...


Ma quello che le nostre orecchie sentono e i nostri occhi vedono è il frutto di una invenzione, di un gioco tra padre (e madre) e figlia, che ogni sera pare rinnovarsi, magicamente solo con l'atto di prendere in mano il libro blu, come se quell'oggetto fosse di per sé un generatore di storie: per il solo fatto di esistere - disegnato - tra padre (e madre) e figlia fa partire il loro condiviso viaggio fantastico. 
Chi vuole, ne tragga una morale. 
Io mi limito a notare: che architettura, accidenti! 
Detto questo, che è la mia medaglia al valore da appuntare sul petto dei due autori, forse vale la pena di dire qualcosa sul contributo dell'uno e dell'altra per la realizzazione del libro nel suo insieme. 
Zullo scrive. Solo dialoghi belli serrati, anche se talvolta un po' retorici. E attraverso questo continuo botta e risposta mi pare si possano conoscere padre, madre e ragazzina. I dialoghi e la sequenza dei fatti cui alludono sono intrisi di assurdo, di fantasticherie. Mi ricorda un po' quel modo di concatenare pensieri che si fa quando si è sul punto di lasciarsi andare al sonno. E non solo quando si è bambini, si intende. 
Detto questo, mi parrebbe di leggere tra tutto quel testo, seppure talvolta sovrabbondanti, un entusiasmo senza se e senza ma del padre e un'intesa di genere tra figlia e madre e sul finale il bisogno della seconda di ricondurre la prima a una qualche forma di ordine, di routine e di sonno notturno e duraturo...  
Forse tutto questo lo vedo solo io, ma mi piace crederci. 


Albertine disegna. Luminosa e anche lei non sempre risolta, comunque davanti a un compito arduo: quello di non poter anticipare nulla con le immagini, nulla di quel tantissimo che viene detto. E dato che il testo è corposo, un po' troppo lungo, ma comunque costruito su continui rilanci, lei con le figure deve aspettare. 
Della soluzione che escogita si è già detto: testo tavola singola con lo scenario, a seguire doppia tavola, appunto. 
Ma, il cambio di passo si verifica quando arriva il sonno di Séraphine, e scende il silenzio. Qui si prende tutto lo spazio necessario per far arrivare le citate giraffe ed elefanti, che finalmente entrano in scena e il padre sparisce da sotto l'albero... Una sorta di gioco-intervallo. Poi una capriola di senso e, girata la pagina, si riparte: sulle radici, la bambina, il libro blu e la madre (per par condicio?) 


Lo spazio del viaggio con papà e lo spazio del viaggio con mamma è calcolato con svizzera precisione: in quel tempo e in quello spazio esatti, ma su percorsi ogni volta differenti, si può partire dalla realtà per poi anche tornare, in quella stessa realtà, o quasi. 
Le belle storie lasciano tracce dietro di loro.


Buona notte, buona notte! 

Carla

mercoledì 24 aprile 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LUNGA VITA A ROBIN HOOD!


Il ritorno in libreria di Wu Ming 4 non può che essere una festa: l’autore emiliano pubblica con Bompiani ‘La vera storia della Banda Hood’ e già dal titolo possiamo capire che non ritroveremo la riproposizione di una leggenda raccontata in molti modi, ma una seria ricostruzione storica degli avvenimenti che circondarono le gesta di una banda di straccioni.
Siamo nell’Inghilterra della fine del XII secolo: Riccardo Cuordileone è partito per la Terza Crociata, per sottrarre al curdo Saladino il territorio di Gerusalemme.
Il fratello minore di Riccardo, Giovanni Senzaterra, congiura per sottrarre il trono al Crociato; nobili e funzionari del regno si dividono fra lealisti e cospiratori; fra questi ultimi il feroce sceriffo di Nottingham.
Questa fitta rete di tradimenti e congiure costituisce lo sfondo su cui si svolge l’azione che vede coinvolti, all’inizio, un gruppo di ragazzini, capitanati da Little John. Si tratta di un piccolo gruppo di ladruncoli, che ha scelto di vivere nella selvaggia foresta di Sherwood, un luogo non solo naturalmente insidioso, ma anche pervaso da presenze sovrannaturali. Questo gruppo di ragazzi sassoni si adatta perfettamente alla vita nella foresta, animato com’è da un miscuglio sincretico di credenze religiose e di miti ancestrali. A questo gruppo si unisce, a un certo punto, un cavaliere crociato, reduce dalla spedizione in Terrasanta e decisamente incline alle trame e ai complotti: fedele a Re Riccardo e alla Regina Madre, conquista la fiducia dei cospiratori e si fa inviare nelle terre di Robin Hood, più termine generico che personaggio vero e proprio. Lì convince i ragazzi a compiere il colpo grosso, rapinare il convoglio che porta le nuove tasse richieste per pagare il riscatto del Re, prigioniero del duca d’Austria. Li aiuta, li addestra, ben sapendo che al di là dell’effimero successo, questa impresa segnerà la fine della banda. Il suo vero obbiettivo è smascherare i cospiratori, giusto in vista del ritorno del Re legittimo.
Quindi un doppio gioco che alla fine indicherà il destino di ciascuno.
Grande avventura, dunque, ma anche molto di più.
Questo romanzo, piuttosto breve, si segnala per diversi aspetti; l’individuazione dei personaggi, con la creazione di una carrellata di figure che risponde sia alle necessità narrative che al rigore storico: dal mendicante cieco al cantastorie, da Lady Marian alla schiera di cupi nobili normanni, attaccati al proprio potere più che alla stessa vita; Maud, la giovane mezzafata che segue John nella foresta; fino allo stesso Gisborne, il crociato.
La ricostruzione storica è accurata e puntuale, rende conto dell’ambiente di corte, intessuto di tradimenti e vendette, della crudeltà e della violenza della guerra, così come delle lotte intestine fra lealisti e cospiratori. Ma tiene fermo il punto di vista degli ultimi, dei poveracci che campano di poco e quel poco lo devono dividere con chi esige le tasse; i poveri, gli ultimi sono destinati a subire violenze e sopraffazioni, ma sono anche pronti a prendersi la loro vendetta, a sollevare quel vessillo di rivolta che le leggendarie imprese della banda Hood rappresenta.
Proprio la trasformazione di una storia, la cui veridicità è ipotetica, in leggenda trasforma il racconto in un’epopea, che trascende però dal singolo personaggio per farne una vicenda collettiva: la lotta fra ricchi e poveri, fra sassoni e normanni, fra lealisti e congiurati. Vicende che possono ben trasporsi in altri contesti e in altre epoche.
Due ultime osservazioni: il puntuale riferimento all’eccidio di ebrei londinesi, in occasione dell’incoronazione di Riccardo, che apre il romanzo con una descrizione breve e cruda, colpendo il lettore con durezza; un incipit di notevole effetto.
La frase, contenuta in un dialogo fra Gisborne e il mendicante cieco, ‘Se il mondo non è sempre stato com’è, allora può essere diverso’, mi sembra il vessillo che possiamo ancora afferrare, nonostante tutto.
Possiamo considerare ‘La vera storia della Banda Hood’ un romanzo per ragazzi? Questo suggerisce la collocazione a Bologna nello stand Giunti nella parte riservata a Bompiani. Personalmente ritengo che il romanzo sia per tutti, lettrici e lettori di ogni età a partire dai quindici anni. Prevedo non poche difficoltà nella lettura per i riferimenti storici, che non sono mero contorno, ma parte essenziale della narrazione. Suggerisco una lettura collettiva, partecipata, che chiarisca i punti oscuri e metta in luce l’innegabile forza di questo romanzo.

Eleonora

“La vera storia della Banda Hood”, Wu Ming 4, Bompiani 2024






 

venerdì 26 gennaio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FRA LE DUE GUERRE


A chi ha amato ‘Fuori fuoco’ non può non piacere il nuovo romanzo di Chiara Carminati, pubblicato da Bompiani. ‘Nella tua pelle’, questo è il titolo, è anch’esso un romanzo in cui la Storia viene indagata dal punto di vista dei più deboli, persone che mai entrerebbero nella saggistica storica. L’area geografica è ancora lì, fra il Friuli e il Veneto, e i protagonisti sono ‘figli della guerra’, ovvero bambini e bambine nati in seguito a violenze operate da soldati di tutte le etnie. Siamo alla fine della Prima Guerra Mondiale , col ritorno degli uomini dal fronte e coll’inevitabile rifiuto di questi figli ‘bastardi’, che finivano presso opere di carità come il San Filippo Neri di Portogruaro. Qui è ambientata la storia di Giovanna, Vittorio e Caterina, tre amici che condividono la vita dolce amara dell’orfanotrofio, loro che un padre e una madre in realtà ce l’avevano, ma non potevano condividerne la vita.
Giovanna è la prima a essere adottata da una famiglia benestante, incapace di affetto ma attenta all’educazione, condizione per la quale la bambina incontra per la prima volta un pianoforte, scoprendo un vero talento; poi Vittorio finisce a Venezia, in un istituto per artigiani e da lì fugge per trovarsi al Lido, a fare il falegname per l’ospedale in cui si era rifugiato. Caterina torna a casa, dopo la morte della mamma, perché servono braccia per lavorare.
Nonostante i destini diversi, il legame fra loro non si spezza mai, mentre sulla loro strada incontrano persone più generose di quelle che li hanno allontanati da casa.
Il dottor Caccia, dell’ospedale del Lido, la contessa che ospita Giovanna a Venezia, il maestro di musica Lorenzo sono tutti determinanti nel favorire una svolta nelle vite di questi ragazzi.
In questa storia, in cui non traspaiono giudizi morali, il bene e il male sono indissolubilmente intrecciati: la violenza della guerra, che lascia al suo passaggio infinito dolore, l’indifferenza di tante persone rispetto alla solitudine di bambini e bambine marchiati dal ‘disonore’, sono bilanciati dalla solidarietà, dall’amicizia, dalla stessa opera di carità che li ha accolti.
Anche in questo romanzo, come in ‘Fuori fuoco’, Chiara Carminati sceglie un tono sommesso, che non indugia sugli aspetti più drammatici di queste vite, ma descrive nel dettaglio la vita quotidiana del collegio, delle case, povere o ricche; segue le aspirazioni e le speranze che sostengono la vita incerta di queste ragazze e ragazzi. Fra gli anni Venti e Trenta succedono molte cose, compresa l’ascesa del fascismo; ma i sommovimenti della politica restano sullo sfondo, mentre un’unica novità si impone anche nella vita dei personaggi: la nascita del jazz, quella musica folle che dall’America sta per conquistare il mondo.
Scritto con stile impeccabile e con grande raffinatezza, una rara padronanza della lingua, questo romanzo può essere apprezzato anche dal lettore più esigente e lo consiglio caldamente a lettrici e lettori dai tredici anni ai novantanove anni.

Eleonora

“Nella tua pelle”, C. Carminati, Bompiani 2024



lunedì 19 giugno 2023

ECCEZION FATTA!

I BAMBINI E L'ANGELO

I bambini si rompono facilmente
, Silvia Vecchini, Sualzo 
Bompiani 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

 "Vogliono che non le manchi niente, le comprano le cose più costose, ha una bella libreria laccata bianca, un tavolo gigante dove può fare qualsiasi cosa le venga in mente. Può chiedere di cucinare, fare il tornio, costruire una capanna in salotto. Si sono dati un obiettivo, deve avere una lunga infanzia spensierata." 

La bambina delle fate ha tutto quello che può desiderare, compresa una stanza tutta rosa con le sue foto incorniciate. Sta crescendo e forse tutte queste attenzioni, ma ancora peggio il mondo di fatine dei denti e di gnomi, di befane che arrivano sul balcone la notte tra il 5 e il 6 gennaio, deve appartenere al passato. Lei è da un bel po' che ha scoperto essere suo padre a uscire per un finto impegno di lavoro, a travestirsi per poi rientrare in casa alla chetichella e mettere bastoncini di zucchero nella calza che le hanno chiesto anche quest'anno di appendere in cucina. Ma con sua madre l'unica cosa che può fare è reggere il gioco e andare a dormire con lei nel lettone. 
Lei lo sa che nella notte di Natale sono loro a mangiare i biscotti e a bere il latte che lasciano ogni anno sul tavolo in soggiorno. 
Lei vorrebbe tanto fare come fanno le sue amiche o i suoi compagni che tutto questo lo hanno ormai passato e forse anche un po' dimenticato. Vorrebbe che la loro vita facesse un passetto avanti, una "casellina" nuova nel loro avanzare sul grande gioco dell'oca che è la loro vita assieme. 
Ma ha paura di ferirli, di deluderli. Loro che rispettivamente si tingono i primi capelli bianchi con il pennellino in bagno e di tanto in tanto indossano l'abito da sposa e poi si guardano tra i due specchi delle ante dell'armadio. Così, per verificare che segno hanno lasciato gli anni su un corpo che sta infiacchendosi. Non ce la fanno proprio ad accettare all'idea di invecchiare e lei, la piccola di casa, deve rimanere tale, la piccola di mamma e papà. Così diventa suo malgrado la prova vivente che la vita in fondo forse ti dà modo di cristallizzarsi nell'attimo che si giudica il migliore. Basta crederci. O meglio basta illudersi.

Venti tra bambini e bambine che nello spazio di una o due pagine sono lì a raccontare la loro fragilità, le incrinature, talvolta i cocci in cui si rompono, ma nello stesso tempo la loro resistenza nella convinzione che la vita che pulsa in loro è più forte di qualsiasi mazzata che la vita gli riserva. 
Due parole sul libro e altre due sull'anomalia che se ne parli qui. 
Silvia Vecchini ha raccolto con la delicatezza e la cura che mette sempre nelle sue relazioni umane i racconti, le storie, frasi, disegni, allusioni di bambine e bambini che ha avuto "l'onore" di incontrare lungo la sua strada. Lo ha fatto perché ne ha avvertito la necessità e l'urgenza di non lasciare cadere nel silenzio racconti del genere. Li ha rimodellati, credo il minimo indispensabile, per renderli frecce da scoccare. Li ha messi insieme. 
Sualzo, con una lingua altrettanto lieve, per ognuno ha fatto un disegno a china, cui si aggiunge una copertina con il timido coniglio che ha il compito di raffigurare la fragilità dei bambini, ma anche quello di essere il protagonista dell'ultimo racconto. Ognuna di queste storie è una storia vera cui Silvia Vecchini dà voce e, alla fine di ciascuna, la distilla in versi che diventano il necessario seme di tarassaco da far volare ancora e ancora. 
Tutto questo diventa un libro necessario che Bompiani pubblica. 
È un libro di piccoli per i grandi. 
È un libro che dietro una voce poetica, rarefatta, riesce a dire tanta di quella dura verità che non poteva non essere scritto e aggiungerei non può non essere letto. 
Ed ecco la seconda cosa che ha a che fare con l'anomalia di mettere in questo blog pensieri su un libro che parla dei piccoli, ma è scritto perché lo leggano i grandi. 
Il caso vuole che io stia partendo per Cagliari per un progetto di formazione che ha come fulcro la questione dei legami di famiglia, in altri termini sono chiamata a elaborare un discorso sensato -spero - attraverso una bibliografia di libri che abbiano dentro principalmente genitori e figli, ma anche qualche zia e un certo numero di fratelli. Ma. C'è un ma. 
Il registro richiesto è quello comico. Insomma, storie che facciano ridere. Per come sono abituata a orientarmi, decido di partire dai libri perché come sempre vorrei che fossero a parlare al posto mio, elaboro una bibliografia e su questa costruisco un discorso, ma mi rendo conto che c'è una zoppia evidente. 
Come si fa a parlare di libri spassosi su genitori e figli letterari, quando su genitori e figli veri c'è ben poco da ridere? Come faccio a ignorare l'urgenza di rimboccarsi le maniche e prendere quanto meno coscienza del fatto che tra adulti e bambini - non tutti si intende, ma molti - c'è un problema grosso un bel po'? Come faccio a ignorare questa situazione? Come posso solo guardarne il lato ironico, comico, sarcastico, senza risalire alle radici di tutto questo? 
Ed ecco che le due giornate formative si sdoppiano e diventano un pomeriggio serissimo, quasi drammatico, e una mattina esilarante. 
E mentre sono lì che scrivo pagine di appunti sulla condizione di fragilità in cui si trovano bambini, adolescenti, giovani adulti e persino adulti giovani, mentre sono lì che leggo le riflessioni che molti specialisti registrano come segnali ben oltre l'allarme, intercetto I bambini si rompono facilmente. 
Bene. Sobbalzo e in silenzio gioisco a leggere le pagine iniziali di Silvia Vecchini a proposito di un angelo, perché so che a Cagliari farò vedere una tavola di Heidelbach con una bambina che l'angelo custode se lo è costruito da sola... 


Il libro si legge di un fiato, lo studio, e la prosa e i versi, e ne sottolineo a matita tutto ciò che conferma la mia griglia cagliaritana: "stare vicini ai bambini è stare accanto a un mistero" oppure "la cieca distrazione degli adulti" o ancora "la traccia che i bambini lasciano sempre indirizzati al bene, anche quando non si vede, la loro fedeltà alla vita anche se ferisce". 
Bambini fatti a pezzi. Bambine a cui si nega di poter crescere - e non a caso ho issato quel racconto come bandiera. Bambini inascoltati. Bambini che sanno salvare i grandi. Bambine sirene. Bambini in lutto. In trasparenza si vede bene anche il mondo degli adulti. 
Il libro viene a Cagliari con me. 

Carla

lunedì 22 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MAGARI...

Il desiderio di Tricorno, Florence Parry Heide, Edward Gorey 
(trad. Paolo Maria Bonora) 
Bompiani 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Forse non era affatto l'addetto alla lettura del contatore, pensò Tricorno. Forse era un genio. Tricorno aveva letto un sacco di cose sui genii. Vivevano in brocche o in bottiglie finché qualcuno non li liberava. Forse questo genio viveva nella brocca che Tricorno aveva trovato in cortile ed era uscito quando Tricorno aveva tolto il tappo. 
Non voleva chiedergli se fosse un genio, casomai fosse stato l'addetto alla lettura del contatore. Aveva l'aria piuttosto assonnata. Forse era solo annoiato. Leggere i contatori deve essere un lavoro abbastanza noioso." 

Chiarito si tratti di un genio, effettivamente tediato dalla sua routine di esaudire desideri di gente mai vista di cui ignora i nomi e che peraltro non vuole neanche sapere, Tricorno ha tre desideri da esprimere. Due, diciamo così, se li brucia chiedendo una torta e le candeline perché oggi è - combinazione - il giorno del suo compleanno. 


Non sapendo cosa potrebbero regalargli i genitori, Tricorno fa spazio nell'armadio e soprattutto ragiona moltissimo su quale possa essere la terza richiesta, perché si sa che i desideri di un genio non sono mai più di tre. Mentre suo padre gli propina saggi consigli sull'impegno e sulle cose da fare ogni primo giorno del mese, dall'altro spera di essergli stato d'esempio nel cercare di risolvere i problemi man mano che si presentano: nella fattispecie, un insolito rialzo della bolletta del gas con relativa richiesta di un tecnico che venga a controllarne il contatore. 
Al contrario, sua madre ha la testa occupata da due ordini di problemi: smaltire tutti gli avanzi del frigo e acquistare un cappello che sia dello stesso verde del suo nuovo abito. 
Come di norma, il racconto di Tricorno relativo al rinvenimento fortuito della brocca contente il genio, lascia entrambi indifferenti e come di solito anche Moshie, il suo amico, è concentrato sulle sue piccole sventure e non è di alcun aiuto, o addirittura si rivela dannoso per Tricorno nella scelta del terzo e ultimo desiderio. 
Questa è la storia di quella giornata, in qualche modo memorabile e piena di speranza. 

Setacciando il racconto si raccolgono alcune pepite, da far fruttare per chi si occupi di letteratura illustrata per l'infanzia. 
La prima pepita è proprio l'illustrazione. Quanto di più lontano esista dal canone di illustrazione per bambini: figure piccole, piuttosto statiche, rigorosamente in bianco e nero, chiuse in una cornice e attraversate da un catalogo inesauribile di motivi decorativi: dalla carta da parati ai tessuti degli abiti, in una precisione asfittica e maniacale e quasi ipnotica. Talmente lontana da qualsiasi canone, da rivelarsi una scelta provocatoria e rivoluzionaria. Una scelta scomoda, poco accogliente e per questo molto interessante. 


Non so se sia un azzardo pensare questo paragone, tuttavia il Tricorno di Gorey ricorda il catalogo di bambini e bambine di Heidelbach. Pur essendo diversissimi autori, si direbbe che condividano il medesimo gusto per il congelamento temporaneo dell'immagine nell'istante esatto in cui un pensiero diventa gesto, azione. E altresì condividono il gusto per disegnare i loro personaggi con uno sguardo assente, lontano; e ancora, entrambi prediligono la cura del dettaglio. In Gorey più ancora che Heidelbach, complice il bianco e nero, diventa addirittura ossessione geometrica delle superfici e degli spazi. 
Ma questa loro rappresentazione, fredda e glaciale del mondo, quindi scomoda, che inquieta e perturba l'osservatore, preannuncia una precisa scelta di campo, lontana da ogni addomesticamento. Lontana da ogni accondiscendenza nei confronti del pubblico. E questo, direi, preannuncia la seconda pepita. 
Altrettanto preziosa, essa si materializza soprattutto nel testo. Per chiarezza: nella constatazione che tra il mondo degli adulti e il mondo dei bambini esiste una differenza, una distanza anche fisica, così abissale che sancisce in modo indubitabile l'appartenenza a due universi distinti. 


Diversi sono i modi di leggere la realtà, diversi, sono i linguaggi, diverse sono le aspettative, diverse le esigenze. E questo crea inevitabilmente attrito. Con buona pace degli adulti che faticano a prenderne atto e soprattutto a digerirlo e quindi a rassegnarsi serenamente ad avere sempre per le mani questa sabbiolina che inceppa l'armonia di cui vorrebbero circondarsi. 
Parry Heide e Gorey, dunque, ognuno con le proprie modalità, nelle storie di Tricorno, si sono dati il compito di esasperare questa condizione oggettiva, l'incomunicabilità, attraverso il registro dell'ironia, ma è innegabile che il fatto rimanga lì in tutta la sua pienezza. 
Uno dei capitoli del saggio Di cosa parlano i libri per bambini, Giorgia Grilli imposta il suo discorso proprio su questo contrasto, intitolandolo come se fosse un match o un famoso scontro legale da risolvere in tribunale, Kramer vs. Kramer, Adulti vs. bambini


Se è vero quanto sostiene Gottschall ne Il lato oscuro delle storie, ossia che la nostra comunicazione ha come scopo prioritario quello di influenzare le menti altrui, e se è vero ciò che Grilli sostiene, ossia che gli adulti sono 'naturalmente' portati a prediligere i bambini conformi, ossia quelli che si adeguano più in fretta di altri ad assomigliare per forma mentis a un adulto, ecco che con il Tricorno di Parry Heide e Gorey si mette in scena proprio questo: un mondo di adulti cui non interessa comunicare, mettersi in gioco, quanto piuttosto convincere e omologare. 
La terza pepita sta nella descrizione della controparte che Parry Heide e Gorey fanno, ed è Tricorno in persona: quanto di più strutturalmente refrattario al tentativo messo in atto dagli adulti che vogliono portarlo dalla loro parte. 
Il bambino Tricorno, anche in quel suo sguardo imperturbabile, è impermeabile ai consigli paterni, pur non essendo affatto ribelle. 


Al contrario, è educato, paziente, condiscendente in tutte le situazioni (compresa quella che lo vede con la madre al reparto sartoria di un grande magazzino perché lei trovi il suo cappello adatto). In quel suo silenzio che solo un idiota potrebbe interpretare come remissivo, custodisce il suo tesoro più prezioso, che, sediovuole, nessun adulto può sottrargli: la facoltà di immaginare, sperare, sognare. 
Impermeabile alle chiacchiere di padre e madre, impermeabile al fatto che loro in tutta evidenza non lo ascoltano, impermeabile di fatto a tutti gli altri adulti, con cui peraltro non smette di cercare un confronto, Tricorno non cessa neanche per un secondo di sognare un mondo migliore per lui e neanche per un secondo si perde d'animo di fronte al fatto di non essere ascoltato e neanche di fronte alla scelta del terzo desiderio, fatta in tutta fretta. 
Fa spazio nel suo armadio per accogliere i regali che riceverà, magari un televisore tutto per sé, magari. E mangiando le sue prugne di colazione riflette: "magari un cane. Magari in quel preciso momento c'era un cane in cortile, magari perfino un pony. Non gli era mai stato permesso di avere un animale, ma magari i suoi genitori avevano cambiato idea..." Magari.
Per non smettere di immaginare, sperare, sognare non serve un genio...

Carla

lunedì 14 novembre 2022

FAMMI UNA DOMANDA!


L’ANIMALE PIU’ PERICOLOSO DEL MONDO


Yuval Noah Harari, storico e filosofo, ha raggiunto un successo planetario con il saggio ‘Sapiens. Da animali a dei’ e poi con la versione a fumetti, in due volumi; tutti titoli pubblicati in Italia da Bompiani. Ora, lo stesso editore pubblica una versione per ragazzi, intitolata ‘Noi inarrestabili. Come ci siamo presi il mondo’, con le illustrazioni di Ricard Zaplana Ruiz.
La questione di fondo, posta dal libro di Harari, riguarda la comprensione della diversità umana rispetto al mondo animale cui appartiene e la specificità del Homo Sapiens rispetto alle specie umane con cui ha convissuto nella Preistoria.
Per dare risposta a una domanda così complessa, l’autore racconta con brevi capitoli ed una terminologia molto chiara l’evoluzione della specie umana e i profondi cambiamenti portati dalle prime grandi invenzioni ‘tecnologiche’: il fuoco, l’uso di strumenti in pietra e così via.
Quello che però contraddistingue soprattutto, ma non esclusivamente, la specie Homo Sapiens è il pensiero astratto, quindi la capacità di unire le comunità con un ‘racconto’ comune, e l’organizzazione di grandi gruppi che questo consentiva. La tesi, che denota un approccio soprattutto antropologico, è che la capacità di creare un universo simbolico abbia fornito ai nostri progenitori la possibilità di compiere un salto di qualità nella caccia alle grandi prede. Esempio, fra tutti, l’estinzione della mega fauna in Australia e in America, successiva all’arrivo dei Sapiens in quei territori.
Interessante la descrizione della vita delle comunità di cacciatori raccoglitori, così come il confronto con la nostra dimensione sociale contemporanea. Il libro ha due evidenti finalità: spiegare ai più giovani la storia della comunità umana cui tutti apparteniamo e, nello stesso tempo, sottolinearne l’immenso potenziale distruttivo, già evidenziato nel Pleistocene e poi continuato con le numerose estinzioni provocate dalla presenza umana. Il libro termina con un esplicito invito ai più giovani a farsi parte attiva nel modificare quello che non è un destino, ma una precisa scelta.
La finalità di Harari, di rendere maggiormente consapevoli i più giovani delle responsabilità della nostra specie nel futuro del mondo, è, con qualche riserva, condivisibile e importante. Forse un po’ forzato cercare nella Preistoria le radici di un modo di stare al mondo, un modo predatorio, ma l’intento è nobile, mostrandoci un ritratto a tinte forti della nostra specie. In particolare trovo che sia parziale il punto di vista che ci attribuisce solo un ruolo da spietati distruttori: infatti, come spesso si è sottolineato, non siamo solo i carnefici, ma anche le vittime, quelli la cui vita è messa a repentaglio dai cambiamenti climatici, e non solo, da noi stessi alimentati. Non è nemmeno detto che il mondo finisca con noi, ci sono molte specie resilienti, capaci di sopravviverci.
Inevitabilmente c’è qualche semplificazione: la coesistenza fra Sapiens e Neanderthal in Europa è stata molto più lunga di quanto Harari faccia supporre e così anche per altri aspetti.
Trovo comunque meritoria e stimolante questa traduzione della Preistoria in chiave ‘presente’, come annunciasse già le contraddizioni che abbiamo davanti agli occhi, quella grande potenza creatrice e, nello stesso tempo, un altrettanto grande potere distruttivo.
Consiglio la lettura a ragazzi e ragazze interessati alla storia, ma anche a quelli che vogliano trovane nuovi argomenti alla critica del mondo attuale, a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Noi inarrestabili. Come ci siamo presi il mondo”, Y. N. Harari, ill. di R. Zaplana Ruiz, Bompiani 2022





 

venerdì 3 giugno 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MISS DICEMBRE



Antonia Murgo, giovane autrice italiana, esordisce nel romanzo con ‘Miss Dicembre e il Clan della Luna’, pubblicato da Bompiani.
Si tratta di un romanzo fantastico la cui chiave è rappresentata dall’incontro fra Miss Dicembre, una ragazzina proveniente dal mondo circense, e l’Uomo Nero, Mister Moonro, e la sua famiglia.
Infatti viene assunta come tata per il giovane virgulto Corvin.
Al Clan della Luna appartengono sia Mister Moonro che i figli e il loro mestiere consta nello spaventare i bambini: di fronte a Miss Dicembre sta infatti l’Uomo Nero in persona, fatto di braci e di fumo, che si muove nella notte e s’introduce furtivo nelle camerette di bambini innocenti. Ma fa, in sostanza, il suo mestiere: senza paura non esiste coraggio, senza grandi paure non impariamo a gestire tutte le paure piccole e grandi che la vita propone.
Miss Dicembre, maldestra ma molto determinata, impara a gestire il giovane Corvin, che si infila nei bracieri e nei camini, ragazzino incandescente e imprevedibile.
Proprio mentre Miss Dicembre mette positivamente alla prova le sue doti di resistenza, ecco arrivare i cattivi della situazione, i Pungipolvere, determinati a distruggere il Clan della Luna, utilizzando un soffietto, in possesso della nostra protagonista, per scardinare i poteri magici dell’Uomo Nero e cancellare tutto il Clan dalla faccia della Terra.
Abbastanza superfluo entrare nei dettagli dell’epica battaglia, che vede coinvolti, oltre a Corvin e a Miss Dicembre, anche Ovest, l’altro figlio dell’Uomo Nero.
Basta dire che l’azione è velocissima, densa di colpi di scena e capovolgimenti di fronte che non consentono al lettore e alla lettrice di abbassare la guardia. Il vero punto di forza di questo romanzo, destinato a lettrici e lettori che amino il fantastico, sta nel linguaggio, nella ricchezza delle descrizioni, condite da sapiente ironia. Non c’è passaggio che non accenni ai vestiti, ai drappi, alle stoviglie e agli arredi della casa del Clan della Luna, ovvero Antonia Murgo riesce nel difficile intento di creare un intero mondo intorno a dei personaggi fantastici, fatti di fumo e faville.
L’esperienza cinematografica dell’autrice l’aiuta a creare personaggi che possiamo ‘vedere’ con l’immaginazione. Quanto al classico ribaltamento dei ruoli fra buoni e cattivi, questo romanzo si aggiunge alla serie che ha riabilitato lupi cattivi, orchi e altri personaggi minori.
Va detto che il romanzo ha meritatamente vinto il Premio Strega 2022 come romanzo d’esordio
La lettura è agevole e divertente, consigliata a lettrici e lettori fra i nove e gli undici anni, perfetta per allietare le giornate di vacanza.

Eleonora


“Miss Dicembre e il Clan della Luna”, A. Murgo, Bompiani 2022


lunedì 23 maggio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL SILENZIO E' D'ORO 



Il tesoro di Tricorno, Florence Parry Heide, Edward Gorey 
(trad. Paolo Maria Bonora) 
Bompiani 2022 

NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

 "Un altro posto sicuro che veniva in mente a Tricorno era il cavo dell'albero in cortile. Nessuno ci guardava mai. Poteva mettere il dollaro in una delle sue buste e mettere la busta nel cavo. Era un posto abbastanza sicuro. Tricorno prese dalla tasca dell'impermeabile alcune delle buste su cui aveva scritto l'indirizzo. Una era indirizzata all'AZIENDA BEL FUSTO avrebbe spedita per ricevere un kit da forzuto come quello che aveva il suo amico Moshie. Un'altra era indirizzata a : MAGIA ISTANTANEA CASELLA POSTALE 11 N.Y., N.Y. Il coupon diceva: COUPON DI VALORE! BASTA SPEDIRE QUESTO COUPON (più un dollaro) ATTENZIONE! INCREDIBILI TRUCCHI MAGICI! SBALORDISCI I TUOI AMICI! STUPISCE LA TUA FAMIGLIA! FAI PRESTO! DISPONIBILITA' LIMITATA! Tricorno mise il dollaro nella busta e uscì di casa. Aveva lasciato nel cavo dell'albero la gomma da masticare del giorno prima, così la riprese e al suo posto mise la busta con il dollaro." 

Tutto questo accade perché Tricorno è un bambino obbediente e suo padre gli ha appena affidato un intero dollaro perché lui impari a non spenderlo, anzi a conservarlo perché "il vero scopo del denaro è il risparmio. Risparmiare non spendere. Un dollaro risparmiato è un dollaro guadagnato" gli spiega suo padre, prima di uscire di casa per andare a lavorare. 


La domanda che si fa Tricorno è proprio questa: cosa ci guadagno se risparmio e basta? Proprio lui che è un accanito collezionista di coupon da fumetto in cui si possono investire piccole somme di denaro per ottenere oggetti imperdibili... Ma le parole di papà sono molto chiare: i soldi non crescono sugli alberi e quindi vanno conservati e messi al sicuro. 
Il caso vuole che il posto più sicuro, dopo il porcellino salvadanaio che è nella cucina dove l'imbianchino sta lavorando, sia proprio un albero... 

Non una riga di più su come evolve la seconda storia di Florence Parry Heide su Tricorno. Sarebbe delittuoso farlo. 
La prima, Tricorno si restringe (2021), datata al 1971 (The shrinking of Treehorn) nella sua versione originale, e la terza Treehorn's Wish del 1984 aprono e chiudono questa trilogia che ci dice molto della poetica di questa autrice americana, con un viso dolce e una scrittura tagliente. 
Ironica, quasi al limite del sarcasmo. 
Dunque: chi meglio di Edward Gorey poteva illustrare le avventure perturbanti e misteriose di questo bambino piuttosto solo? Rigorosamente in bianco e nero, programmaticamente avvolto in un'atmosfera piena di inquietudine e di perfezione formale, cui fa eco un'altrettanto inquietante incomprensione dialettica fra bambini e adulti (ma anche tra adulti e adulti!!) Tricorno e i suoi genitori e Chester con Emily, e un'altrettanto asfittico formalismo delle relazioni. 


Non credo ci sia modo qui di poter raccontare troppo su questi due colossi della letteratura per l'infanzia e dell' illustrazione, ma un aspetto che li accomuna va messo in luce, perché possa essere illuminante per chi di queste questioni si occupa a vario titolo. 
Mi riferisco al grande silenzio di cui si compone la storia scritta e la sua illustrazione. 
Partiamo dal testo e scopriamo che in tutti e tre i racconti della Florence Parry Heide lei si dedica molto alla costruzione di serrati dialoghi (o monologhi?), li si potrebbe definire unidirezionali tra un bambino e i suoi genitori 'sordi' (e in modo analogo anche tra i suoi genitori) non in senso acustico, ma in senso affettivo. 
Due veri gioielli le conversazioni a colazione sul risparmio e al telefono con Tricorno. 


E nel costruire il testo in questo modo ottiene due risultati: da una parte crea e definisce i contorni di una relazione fatta di incomunicabilità tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, e dall'altra, sposta l'attenzione su questo, eludendo consapevolmente alcuni elementi narrativi, su cui non vuole dare spiegazione. 
Nel caso di Tricorno si restringe, lei tace su tutta la questione che sta dietro il fenomeno inspiegabile della progressiva diminuzione dell'altezza e qui in Il tesoro di Tricorno, tutta la questione che ruota intorno alla lapidaria frase del padre, piena di buon senso, "i soldi non crescono sugli alberi". 
La Parry Heide è davvero molto determinata a lasciare molte cose non dette ai lettori che, ed è qui il grande gioco, sono chiamati a mettersi in prima persona in un ruolo attivo di supporto al racconto. 


Lei sa molto bene che questa è una delle chiavi di maggior appeal che la letteratura, solo quella migliore, ha a disposizione per conquistare i propri lettori. E La Parry Heide sa altrettanto bene come tutto questo abbia bisogno di una solida base logica di assoluto rigore. 
Un bambino lettore non lo si illude con facilità. Le due meraviglie che accadono - per rimanere vaghi: lo shrinking e il treasure - devono accadere secondo logiche plausibili, altrimenti è solo fuffa. 
Credo che in questo senso siano chiarificatori i quadri di Magritte che ci illude e ci meraviglia nello stesso istante, ma lo fa in un contesto assolutamente riconoscibile e riconosciuto dai nostri occhi. 
Tutto questo lo hanno capito molto bene tutti quegli autori che hanno creato magnifici libri senza parole (non sono poi tanti). Quel silenzio del testo ha esattamente la stessa funzione del silenzio elusivo della Parry Heide nei confronti delle fantasmagorie che fa accadere nei suoi libri. 
Lei è doppiamente grande perché proprio con le parole (mettendole o sottraendole) costruisce tutto! 


Il silenzio, come portatore di mistero e suggestioni, credo non vada spiegato qui. 
Di certo Edward Gorey ne è tremendamente consapevole e ne ha fatto una sua cifra. In The West Wing, un suo libro senza parole (e apparentemente senza storia), lo spessore narrativo si crea solo grazie alle potenti atmosfere che è capace di creare con le sue tavole a china. E con la relazione che tiene insieme la loro sequenza. 
E a proposito di sequenza. Le tavole 'vittoriane', perfettamente chiuse in una cornice non esattamente centrata rispetto alla misura del foglio, la linea pura che crea l'ambiente e i personaggi: tutto appare come 'congelato' (lo stesso effetto delle tavole di Heidelbach: nessuna narrazione ma piuttosto singole epifanie, ossia vere e proprie apparizioni) in un preciso istante. 
In ogni tavola Gorey indulge nella creazione di pattern, siano tappeti o mattonelle dei pavimenti, o decorazioni dei parati, o ancora motivi come le cerniere di porte e sportelli, o i tessuti dei vestiti, che hanno il compito di movimentare la superficie, di distrarre dalla fissità della scena, una precisione ossessiva e geometrica nei dettagli - i dorsi dei libri nello scaffale del soggiorno, le tavole di legno, le persiane, gli strombi delle porte.


Ecco, tutto ciò concorre a creare una precisa quanto voluta atmosfera, quella a cui Gorey ci ha abituato, e che qui è in perfetta armonia con l'inquietudine, il mistero della storia della Parry Heide. 
E tutto in un agghiacciante quanto necessario silenzio! 

Carla