Visualizzazione post con etichetta amicizia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amicizia. Mostra tutti i post

mercoledì 21 ottobre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ATTENTI A QUEI QUATTRO


 “Ho dodici anni e sono al mio quarantanovesimo funerale. 
Se pensate che dopo tanti funerali alla fine ci si abitui, avete ragione. Il punto è questo: i funerali sono un po’ come gli sformati di fagiolini. Visto uno, visti tutti. Io ne ho visti un sacco, di entrambi. E, a essere sincero, preferisco i funerali.” 
Un incipit di grande impatto che in poche righe ci permette di entrare immediatamente nello spirito della scrittura di questo romanzo, che parla sì di morte e commemorazione, ma lo fa con grande leggerezza e senza mancare di un sano ancoraggio con il reale. 
Il protagonista, Oscar, è un ragazzino di dodici anni che, scrivendo di sé, espone le sue acquisite competenze in materia di funerali. D’altronde non potrebbe che essere così, considerato che è sempre vissuto, insieme al suo nonno biologico, in una casa di riposo, la Sunny Days. I suoi compagni di giochi, confidenti, nonché affetti grandissimi, sono proprio gli ospiti della struttura che, ahimè, è spesso costretto a salutare. 
Oscar è un ragazzino maturo e responsabile, abituato a rispettare le regole e a garantire che vengano rispettate. La sua vita, sebbene singolare, per lui rappresenta una certezza granitica e gli fornisce la serenità e la stabilità per andare avanti. Non è dunque strano che tutto per lui crolli nel momento in cui, deceduto il titolare della casa di riposo, Oscar e suo nonno si trovino improvvisamente in grandi difficoltà, costretti a dover lasciare quel posto a causa del sopraggiunto nuovo gestore che ha ritoccato a rialzo le rette. La soluzione al problema sembra arrivare da Jimmy Deluca, anziano e non troppo simpatico ospite della Sunny Days che propone al ragazzo una grossa somma di denaro in cambio del suo aiuto a scappare. Dopo un iniziale tentennamento, Oscar accetta, persuaso che quella sia l’unica possibilità per lui di evitare di finire in mezzo a una strada. Accettare la proposta di Jimmy significa diventare complice di una serie di trasgressioni, alcune delle quali anche pericolose. 
Di qui in avanti la storia prende il largo e Jimmy, il suo gatto spelacchiato, Oscar e una ragazzina della sua stessa età decisamente più intraprendente e istintiva, alla guida di un’auto d’epoca, saranno protagonisti di una vorticosa fuga allo scopo di chiudere alcuni conti in sospeso del signore e permettergli di salutare pacificamente la vita. 
Le situazioni descritte sono tante e tutte contribuiscono ad aggiungere un tassello ulteriore che ci svela ogni volta un elemento non sospetto della vita e della personalità di ognuno dei tre protagonisti. 
Dan Gemeinhart dissemina il racconto di indizi, in modo che il lettore si goda la presunzione di aver già capito tutto del personaggio, salvo poi ricevere smentita puntuale e le cose si rivelano sempre molto più complesse di quello che sembrano. Questo astuto gioco intrapreso con il lettore non viene costruito allo scopo di mostrarsi abile maestro di sorprese e colpi di scena, ma per coinvolgerlo in un'interessante opera di svelamento in cui le facili conclusioni si rivelano sempre quelle più comode, ma anche quelle meno corrispondenti al reale. 
Tutto si svolge nell’arco di poche ore, una prima parte del viaggio che vede i due ragazzi ancora convinti che torneranno per cena al Sunny Days, e una seconda in cui accettano di rimanere a fianco di Jimmy fino a una meta intuita ma non esplicitamente ammessa. La scelta di proseguire in questa pazza fuga è quella nata da una nuova consapevolezza, maturata dopo una serie di esperienze in cui si sono confrontati con persone, luoghi e rischi lontanissimi dalla loro abituale esistenza. Ma, come spesso accade nella vita, e di conseguenza nelle storie destinate ai lettori e lettrici più giovani, anziani e bambini/ragazzi dimostrano una grande comunanza di idee e visioni del mondo: entrambi lontani da quella fase della vita in cui si richiede ponderazione e valutazione matura dei limiti e dei rischi (gli uni perché ormai superata e abbandonata, gli altri perché non ancora conosciuta), si incontrano in queste vicende che assumono la forma di un’avventura esemplare, di una grande occasione di crescita e di grande esercizio di empatia. 
Dan Gemeinhart è autore di un altro romanzo on road, L’imprevedibile viaggio di Coyote Sunrise, e in entrambi i temi cari al genere ci sono tutti, ma quello che la scrittura di questo autore statunitense ancora ci propone è una grande ironia che in alcuni casi diventa vera e propria comicità, costruita lavorando bene sul contrasto tra quello che ci si aspetterebbe e quello che invece inesorabilmente accade a scapito degli attori. E accade ogni volta, senza cioè che siano esonerati da questa logica neanche i momenti più tristi, che finiscono così per essere perfettamente coerenti con tutto il resto e contribuire a restituire un tono gioioso alla narrazione. 

Teodosia 

Una fuga da Oscar di Dan Gemeinhart, traduzione di Aurelia Martelli, 
EDT Giralangolo 2026

lunedì 19 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ATTENTI AL BAMBINO E AL SUO DITINO!

Troppi Roberti! Sergio Olivotti 
Terre di Mezzo 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Decise di costruirsi un amico da solo. Un amico uguale-uguale a lui. Provò a deporre un uovo di amico (Sì, va be'! Neanche sapeva cucinarlo un uovo!) 
A costruire un Roberto gonfiabile. (Ma aveva sempre la stessa espressione. E comunque gli volò via quasi subito.) 
A usare la stampante 3D (Che brutto! Una scultura immobile. Piacque solo ai piccioni.) 
Il robot lo fece unendo insieme vecchie cianfrusaglie (S', ma aveva la voce metallica e dava sempre risposte banali.) 
Studia e ristudia, Roberto scoprì che avrebbe potuto clonarsi. E così fece."

Funziona! Con il suo clone, Roberto 2, la vita ha ripreso a sorridergli: parco, tandem... 
Certo in due a nascondino è un po' noioso. Ma di clonarsi c'è sempre modo: quindi da due si passa a 4 Roberti. Ma in quattro a calcetto non si può, quindi otto. Ma allora perché non 16 e poi 32 e poi 64? Ovviamente, si pone un problema di spazio che la madre dell'originale risolve mettendoli tutti in giardino, uno sull'altro. L'armonia, seppure in uno spazio così angusto, regna sovrana. Roberto dice qualcosa e tutti gli altri sono d'accordo. Roberto si pettina i capelli col ciuffo. Tutti gli altri lo imitano… 
A Roberto, però, comincia a mancare l'aria, quanto meno in senso metaforico, con tutto questo essere uguali-uguali.
Ma il caso vuole che nel giardino attiguo sia cresciuta una torre simile: quella dei Carli... 

La questione che Olivotti mette in burla è chiara a tutti? Si sta ragionando di omologazione, di comfort zone, di desiderio di evitare il confronto, di tenere lontano il pericolo del diverso da te. 
E siccome è una storia uscita dalla testa di Olivotti, tutto diventa un gioco. 
Un bel gioco esagerato che cresce in progressione geometrica (è proprio il caso di dirlo 1, 2, 4, 8, 16, 32, 64), si gonfia con il giro delle pagine, ma fin dal principio sguazza nell'assurdo. 
Muoversi nell'ambito dello strampalato fino a raggiungere il grottesco è cosa buona e giusta nei libri per bambini. Per due ragioni principalmente. 
La prima: è divertente e si muove in un ambito che per loro - giovani esploratori del mondo che li circonda, sempre piuttosto regolato e noioso - è un'ottima valvola di sfogo al loro naturale pensiero trasversale. La seconda: li abitua, paradossalmente, qui in un libro proprio sull'omologazione, ad allenarsi a scardinare, o quanto meno mettere in discussione, convenzioni e conformità.


Per cui diventa assolutamente credibile che Roberto pensi sia una possibilità autentica quella di accucciarsi nella paglia, stringere i denti nello sforzo al fine di spingere fuori, come una gallina, il suo uovo. Questo vale per la statua fatta con la stampante 3D o l'automa con la caffettiera. Per non parlare della realizzazione di un clone, fatta con un progettino da architetto (!), come modello da utilizzare in un laboratorio con teschi, alambicchi e beute. 


Fin qui siamo a pieno diritto nella sfera dell'impossibile. E quindi non ci si stupisce che il clone prodotto (ottimo identificarlo visivamente come un timbro dell'originale, e bravo Sergio!) e poi i cloni del clone - tutti realizzati a timbro impresso per distinguerli anche visivamente dal Roberto 1 - si affastellino sulle pagine: nei giardinetti, sui campi di calcetto e via andare. 
Perché, logicamente e saggiamente, Sergio Olivotti pensa sia necessario usare il timbro per distinguere i cloni dal prototipo? 
Perché in una storia che parte assurda introduce un elemento di logica, di razionalità?
 

Perché gli serve. Gli serve per renderla credibile, nonostante sia incredibile. 
Così come ai Surrealisti, forse tra loro escluderei Mirò, troppo astratto, serviva mettere realtà riconoscibile per poi piegarla, o 'scioglierla', nell'impossibile (quadranti di orologi, ritratti di baguette in volo, mele giganti che occupano una stanza, lampioni notturni su cieli mattutini, ferri da stiro chiodati...), così nei libri per bambini, che sono surrealisti di default, occorre ancorare l'assurdo a resistenti perni di logica perché l'incredibile possa diventare credibile. 
È una legge! 
Porto sempre il medesimo esempio, per spiegare a cosa alludo: una pagina di Flotsam di David Wiesner, altro magnifico frequentatore dell'impossibile. 
Terrorizzato all'idea che un bambino potesse alzare un ditino e chiedergli come mai in fondo al mare c'era un intero arredamento di un salotto, in cui una piovra legge un libro a tanti piccoli pesci che dal divano l'ascoltano rapiti (tra parantesi il bambino del ditino si chiede perché il salotto lì, ma non fa una piega su una piovra che legge o su due pesciolini che rimangono nella loro vaschetta piena d'acqua, in fondo al mare...), Wiesner ci disegna dietro un container di USA Moving & Storage, Inc., rotto e aperto, ad evidenza caduto da una nave container... 


Un bambino pretende il possibile per poter avanzare con passo sicuro nell'impossibile!
Olivotti, con quel timbro provvidenziale, applica in qualche misura lo stesso principio. E comunque finora ad azione di Roberto 1 corrisponde reazione di Roberto².


Ma. C'è un ma. 
E se un bambino, davanti a lui che presenta Troppi Roberti!, alzasse il ditino e gli chiedesse: ma come mai i fedelissimi cloni del primo Roberto, che - ti abbiamo creduto, Olivotti, perché ci batti e ribatti sopra e vuoi che ci crediamo - lo imitano in tutto e per tutto, fanno uguale-uguale quello che fa lui, insomma come mai quando lui vede la torre dei Carli, loro invece la ignorano? 
Pensaci, Olivotti, pensaci, perché i ditini dei bambini sono sempre in agguato... 

Carla

mercoledì 30 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL VILLAGGIO E LA CITTÀ' 


Siamo nel 2042 nel villaggio di Haven’s End, Rebecca è un'adolescente che comincia a farsi qualche domanda. E le sue domande che non riguardano tanto le relazioni con gli altri e il suo crescere e divenire adulta, bensì il posto dove crede di essere nata e dove è sicuramente cresciuta. Qualche dubbio si insinua relativamente ad un confine tracciato che non va in nessun modo varcato. Il limite che è proprio fisico, non morale, ma che implica un divieto non spiegato. Rebecca compie più di un tentativo di superarlo, ma è in seguito alla crudele e sproporzionata punizione che subisce che il desiderio di allontanarsi e di trovare una giustificazione prende forma. Scopre che il mondo, limitato, che ha conosciuto fino ad allora è molto diverso da quello, sconfinato, di fuori. Haven’s End è un villaggio che vive di una cultura contadina, di attività di sussistenza e che non conosce neanche l’elettricità. Nella fuga porterà con sé soltanto un messaggio (“è tutto un inganno”) e un nome: Aurora. È una traccia flebile, ma l’unica alla quale agganciarsi e che la condurrà in fondo a conoscere la verità sulla sua vita e su quel mondo nel quale è cresciuta. 
Ad affiancarla in un’impresa difficile e molto pericolosa ci sarà Tom, un ragazzo che prende a cuore la sua vicenda e che scopre insieme a lei una realtà che riguarda tutti, non di meno la sua vita e il suo intricato rapporto con il padre. Un romanzo distopico che propone i temi cari al genere, in primis la descrizione di un futuro non molto lontano in cui situazioni del nostro presente hanno subito una grande accelerata e condotto l’umanità alla deriva. La libertà è estremamente limitata e il controllo avviene con mezzi tecnologici sempre più raffinati. Come sempre in questi scenari, ad un destino che sembra ineluttabile, cercano di opporsi gruppi dissidenti clandestini, che anche in questa storia sono rappresentati dai Sommersi e che avranno un ruolo fondamentale per la comprensione del disegno eversivo alla base della città e del villaggio di Haven’s End. 
Sgardoli è autore prolifico che si è confrontato con diversi generi, proponendo sempre storie complesse, in grado di sollevare grandi questioni, allo scopo di interrogare i lettori sul presente, invitandoli a un’osservazione critica. Il genere della distopia in questo caso offre la formula perfetta per introdurre una delle questioni al momento più dibattute: il rapidissimo sviluppo dell’intelligenza artificiale e le possibili conseguenze. Se il tema dell’uomo che rischia di essere sostituito dalle macchine ha da sempre rappresentato un topos del genere fantascientifico, qui l’argomento viene esplorato partendo dai paradossi di una possibile via di fuga: è possibile ripensare tutto questo processo riportando la vita a quel punto in cui ancora niente era cominciato? Allo scopo di comprendere se sia possibile invertire la rotta e assicurare al genere umano un campione di purezza che ne garantisca la sopravvivenza. Peccato però che le persone destinate a questo progetto di “esclusione dai pericoli” (ma anche dai possibili vantaggi del presente) non lo abbiano scelto. Da qui si dipana il tema centrale, che non è tanto il controllo della tecnologia, quanto la possibilità di decidere se affrontare o meno questa sfida. Insieme alla libertà di decisione, ossia al libero arbitrio, la questione grande riguarda inevitabilmente anche il potere e le forme di controllo. Chi detiene la conoscenza da sempre dispone dei mezzi per decidere, e chi è tenuto all'oscuro, privato della consapevolezza di sé, sarà ovviamente molto più facilmente controllabile. 
La riflessione che l’autore propone si muove sul piano del tempo e dello spazio. Il futuro spaventoso che cerca riparo in un passato impossibile da riprodurre. Lo spazio grande, frastagliato, ingovernabile, dei grandi agglomerati urbani che serba il segreto di una porzione protetta e intoccabile. Ma i confini in entrambi i casi sono permeabili e la città cupa e pericolosa nella quale si muovono i due ragazzi è descritta come una realtà che sopravvive a fatica e che si relaziona continuamente con i resti di un passato migliore che non è stata in grado di preservare. Come in un paese uscito da una guerra, Rebecca e Tom esplorano palazzi, ospedali, centri di ricerca ormai fatiscenti che sono spettri di un tempo neanche troppo lontano, ma è stato repentinamente allontanato. Il passato incombe su un presente che non lo ha superato ma che non può in nessun modo recuperarlo. Allo stesso modo, la semplicità e purezza anacronistica di un tempo ricreato artificialmente non può in nessun modo stabilire un dialogo con quello presente, perché sopravviva è necessario che sia confinato e sospeso in modo che non conosca crescita ed evoluzione. 
Ma c’è anche un’altra grande domanda che questa storia suggerisce: il controllo pervasivo da parte del potere di pochi è prerogativa delle società evolute e ipertecnologizzate? Rebecca in questa storia fugge da un mondo contadino in cui però il Consiglio decide leggi e divieti e dispone anche di mezzi violenti per assicurarsi che vengano rispettati. Piuttosto allora l’interrogativo deve riguardare i sistemi e le forme, i modi e non i meriti della questione. Il suggerimento, implicito nel romanzo, dichiarato nella postfazione, è quello di continuare a scandagliare il tempo che viviamo e a non accontentarci della narrazione comune. 
I romanzi di Sgardoli hanno sempre avuto l’ambizione di coinvolgere sollevando quesiti e questo non vi si sottrae. Tuttavia, rispetto ad altre storie, questo ha una costruzione della vicenda più lineare e meno complessa: i personaggi sono due, a loro si affianca solo un terzo, per una porzione di tempo, le loro vicende non impegnano il lettore così come invece è stato in altre situazioni. Viene solo da chiedersi se in questo caso lo scrittore non sia stato più spinto dall’esigenza di argomentare un problema (attuale e spinoso) in modo da includere anche i più giovani in un dibattito accesissimo. Intento certamente lodevole, considerata l’importanza enorme della sfida che il presente ci pone, ma che probabilmente ha decretato un sacrificio di quella parte del romanzo che per sua natura richiede una libertà maggiore e la possibilità anche di allontanarsi (magari per poco, non del tutto) dall’imperativo morale della storia.
Teodosia 

Haven’s End di Guido Sgardoli, San Paolo Edizioni 2026 

lunedì 21 settembre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PREGO, ENTRATE E ACCOMODATEVI! 

Gatto Mistero, Anne Brouillard (trad. Tanguy Babled) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"'Cos’è questo?' chiede Killiok salendo con cautela sulla barca. 'È la mia nuova invenzione' risponde Gatto Mistero orgoglioso. 'Ha davvero un’aria elegante con questi guanti bianchi' osserva Killiok. 
'La porti a fare una passeggiata?' 'Sì, secondo i miei calcoli sull’isola funzionerà meglio' spiega Gatto Mistero apportando le ultime modifiche. 'È interamente meccanica, ma dipende dalla posizione degli astri. Bisogna aspettare un po’ perché si orienti.' 
'E a cosa serve?' domanda Killiok. 
'A fabbricare il tempo' risponde l’amico." 

E mentre i due amici, scesi dalla barchetta che li ha portati sull'isola da cui si vede in lontananza la casa di Killiok, cominciano la loro esplorazione, la nuova invenzione comincia a sua volta a incamminarsi. Loro non si sono però accorti che ha preso la strada che la porta verso l'acqua... 
Il piccolo automa dai guanti bianchi e dalla testa di orologio passeggia tranquillo sott'acqua e fa perdere le tracce di sé. Gatto Mistero e Killiok lo cercano ovunque ma senza successo. Decidono così di andare da Veronica per chiederle consiglio. Lei non lo ha visto in giro, ma a casa sua tutti gli orologi hanno messo indietro le loro lancette: tutti sulle 10. 
Vuoi vedere che la nuova invenzione di Gatto Mistero funziona sul serio e magari è anche nei paraggi? 
Questa è la storia di un magnifico pomeriggio tra amici, passato a fare merenda, a inventare nuove macchine e a cercare di recuperarne una fuggiasca... 

Torna Anne Brouillard con una nuova storia in cui compare Killiok: quindi abita in casa Babalibri. 
Sono storie illustrate, non albi in senso stretto, racconti dal respiro lungo in cui succedono un bel po' di cose ai personaggi di sempre: Killiok, qui in un ruolo non da protagonista assoluto, il Gatto Mistero autentico perno, o deus ex machina, della storia e la loro amica Veronica, la bambina che vive sul lago. 


Il vero protagonista però è lui: il piccolo automa azzurro, dai piedi fatti con due sturalavandini di gomma, dalle mani guantate e dalla facciona da sveglia, che Gatto Mistero ha progettato e poi ingegnosamente costruito. 


Come ci ha insegnato Anne Brouillard, la cosa che deve arrivare e circondare il lettore è la cura che lei mette nella costruzione degli ambienti e degli spazi, anche quelli all'esterno, il laghetto, le case sulle rive, i boschetti di betulle. Ogni tavola che racconta le loro case all'interno è un invito a entrare e accomodarsi: lo scorcio di quella di Mistero, per esempio, ricca di dettagli di vita quotidiana, in cui si vede il suo tavolo di lavoro pieno di pezzetti e ingranaggi, oppure la cucina sullo sfondo e le tante vetrate, attraverso le quali si intravedono le rive del laghetto e la barchetta rossa che tutti tiene in collegamento. La medesima cura si ripete anche nella descrizione della casa di Veronica, o di nuovo quella di Mistero, ma da una prospettiva differente: una sorta di rendering di come la casa si articola nei diversi ambienti, casa che diventa essa stessa protagonista insieme con i tre amici, lì riunitisi per progettare nuove invenzioni, visto che l'automa è temporaneamente sparito. 


La sensazione che si diffonde è quella di grande familiarità con i personaggi e con i luoghi: siamo anche noi lettori chiamati dentro e, come se non bastasse, questa sensazione di calore diffuso, di accoglienza ad accomodarsi, di piacere anche fisico nell'esplorare con gli occhi quei luoghi, si rinforza nell'idea di fare un bagno caldo da parte di Mistero. Circostanza che trova eco nei pensieri di Veronica su di lui: 
"Dalla finestra della sua camera, Veronica scorge la casa di Killiok e, più in là, quella di Gatto Mistero. 'Probabilmente sarà ancora nella vasca da bagno' pensa prima di infilarsi sotto le coperte". 
Come ci ha insegnato Anne Brouillard, in questo contesto morbido, abituale, senza accelerazioni e tensioni particolari, tra tre vecchi amici e vicini di casa, in questa armonia affettiva, in questo tepore domestico, inserisce una storia parallela che ha il merito di far sorridere i lettori attenti ai piccoli dettagli. 


E farà sorridere anche i più grandi che apprezzeranno la sottile ironia sul funzionamento della macchina che fabbrica il tempo, come pure di quella per disegnare le mappe in diretta o per fare il caffè nella foresta, con l'acqua piovana. 
Imperdibile, dal 25 settembre in poi! 

Carla

mercoledì 9 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COME SEMPLICEMENTE NASCE L’AMICIZIA 


È un segreto, ma te lo dico è il secondo titolo che Kirakira pubblica nella collana Tekuteku–Leggere passo dopo passo. È un racconto bello e delicato in cui trovano spazio piccoli segreti, grandi paure, meticolose passioni e qualche desiderio inconfessabile, come quello di gustare la caramella col filo dondolandosi sull’altalena, ma la mamma non vuole perché è maleducazione mangiare per strada. 
Ci sono pensieri di giornate che cominciano male (ma poi finiscono bene), parecchi gesti gentili e molta, molta capacità di ascolto. 
Ne risulta una sorta di diario a più voci che dice di come semplicemente nasce l’amicizia. 
Il primo a raccontarsi è Adachi: 8 anni e una gran passione per i treni. Passa più tempo che può a guardarli sfrecciare fermo davanti al passaggio a livello. Ha anche affinato una tecnica speciale per fermare, per un microsecondo o forse meno, un frame del treno in corsa, e riuscire così a mettere a fuoco una scritta sulla carrozza o qualcuno all’interno dei vagoni. 
Certo che è una scoperta di cui andar fieri! Quasi un’invenzione. È tutta sua. Un piccolo segreto. Ma capita che per due giorni di fila passi da lì anche Ogawa, una compagna di classe, e tra una chiacchiera e l’altra, così, spontaneamente, capita che questo gioco di riuscire a guardare dentro ai treni che passano veloci, lo si faccia insieme. 
Prima era un segreto, ora è un incontro. 
E lo è anche per noi che leggiamo perché voltiamo pagina e troviamo il racconto di Ogawa, che ha gli occhi a mezzaluna ed è sempre sorridente e ha deciso di comperarla quella caramella col filo e di succhiarsela proprio sull’altalena. 


È così che, nel negozio di dolciumi e snack vari (dagashiya, si impara dal glossario annesso), incontra un altro compagno di classe, Ucchan, che in cambio di un fugashi (vedi glossario) promette di non dire a nessuno di averla vista comprare caramelle. Un altro piccolo segreto condiviso, qualche dolcetto gustato insieme. 
Un altro incontro. Giriamo pagina ed è Ucchan che racconta. 
Lui sa tutto sugli animali, specialmente gli insetti, specialmente le cicale. Va a trovare il suo nonno tuttofare che ora è in ospedale. Ha appena gustato il suo snack preferito insieme ad Ogawa e si attarda nel parco dove cerca tra le siepi qualche animaletto da osservare, e invece ci trova Ueda accovacciata tra le siepi. 
Anche Ueda è una compagna di classe, e anche lei la incontriamo girando pagina. A Ueda è affidato il racconto più lungo, forse perché il suo è il segreto più pesante, quello di una bambina che non ha amici e non ama andare a scuola e quindi non ci va, parla solo con il suo pupazzetto da dita (un teruterubozu, quante cose si imparano dal glossario!), e si sente molto più a suo agio quando si accuccia dietro al cespuglio di azalee. L’incontro con Ueda è l’ultima perla di questa collana che si richiuderà felicemente davanti al passaggio a livello. In tutto il suo splendore.
Una storia di amicizia raccontata con semplicità e nitidezza. Se in Piovono maiali - primo titolo della collana- leggevamo un Diario del Domani, qui leggiamo un diario di giorni come altri dove, semplicemente, si diventa amici. 
Proprio una bella storia con una sapiente costruzione che riesce ad agganciare il lettore così come nella trama si agganciano gli incontri. Per lettori e lettrici a partire dai 7 anni. 

Patrizia 

 “È un segreto, ma te lo dico”, Rimako Horikawa, trad. Roberta Tiberi, Kirakira Edizioni 2026 


mercoledì 2 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TUTTE LE VARIETÀ DI FUNGHI


Fritz è un piccolo fungo della specie finferlo. Conduce una vita molto serena, in compagnia dei suoi genitori e di molti amici che frequenta abitualmente, in alcuni casi ama partecipare a giochi collettivi, insieme a molti altri funghi diversi, in altri casi preferisce la compagnia di pochi, in altri casi ancora predilige trascorrere del tempo con uno solo dei suoi amici, il più caro: Pig. Funghetto anche lui, ma della specie ovolaccio. E quella della specie non è l’unica differenza tra i due. Pig, infatti, ha un temperamento differente e, sebbene ami trascorrere del tempo anche solo con il suo migliore amico, non disdegna mai, ma proprio mai, le situazioni in cui si è in tanti, in cui c’è confusione; anzi, per lui rappresentano l’occasione per emergere ed essere al centro dell’attenzione. 
Fin qui nulla di strano. Senonché un giorno a Fritz (al quale evidentemente non sfugge la distanza tra sé e l’amico) viene in mente di provare a trascorrere un’intera giornata come Pig, lo affianca quindi in tutte le sue attività e non si tira indietro neanche quando i giochi e le avventure si protraggono oltre quello che lui avrebbe normalmente accettato. Ora Fritz comprende, forse avendone prova cogente, che per lui tutto questo può essere addirittura faticoso e quindi con grande serenità decide di defilarsi per un po’. 
Una storia apparentemente semplice, ma che l’autrice racconta compiendo delle scelte precise e non proprio scontate. 
Prima di tutto, sia Fritz che Pig vengono presentati con una scheda che sintetizza gli aspetti più importanti della loro vita: nome, gusti, abitudini. E questo fornisce allo stile narrativo già una precisa connotazione; infatti, il resto della storia procederà per frasi molto brevi strettamente vincolate al contenuto dell’immagine, rispetto alla quale forniranno una sorta di “chiave di lettura”. 


Le illustrazioni morbide, sinuose, dalla tavolozza calda (ma non necessariamente autunnale come la scelta dei funghi ci condurrebbe subito a immaginare, nel più classico dei luoghi comuni anche nei libri illustrati!) riempiono le pagine accompagnandoci nell’evoluzione della storia che procede senza stacchi né pause. 


La sobrietà e insieme l’accuratezza del linguaggio (che si deve, sono sicura, non poco alla traduzione di Chiara Carminati) contribuiscono a costruire un equilibrio solido, che permette alla storia di stare in piedi ed evita approdi di tipo moralistico. La vicenda di un fungo (un bambino) che, a differenza della maggior parte dei coetanei, cerca nell’arco della sua giornata momenti di silenzio, solitudine e apparente inattività, e che per di più si sforza di immaginarsi diverso da quello che non è, si espone teoricamente a un rischio, quello cioè di una chiusa moraleggiante che lo classificherebbe come diverso, e in quanto tale bisognoso di un riconoscimento e di una dichiarazione di accoglienza. Raccontare la storia di una scelta, compiuta per indole prima, per decisione consapevole poi, di assicurarsi degli spazi e dei momenti di assoluta solitudine, si potrebbe piegare facilmente a una ricomposizione pacificata di ogni differenza, che cessa di essere tale sotto l’egida del livellante sguardo buonista. 
Invece l’autrice percorre una strada diversa, evitando semplicemente di raccontare il pomeriggio di Fritz come metafora di un problema e di conseguenza sollevando la storia “dall’obbligo” di proporre una soluzione didascalica. 
La narrazione guadagna in questo modo in leggerezza e il pomeriggio dei due protagonisti acquista il sapore di un gioco tra bambini, dai tempi e modi non rigidi, ma disposti ad allargarsi e restringersi ogni volta in modo diverso. 
Mi pare che il senso di tutto il racconto sia soprattutto in un brevissimo dialogo. 
Il gruppo di funghi decide di giocare a nascondino, Fritz si nasconde ed è in questo momento, che lontano da tutti, tira un sospiro di sollievo. Quando, poco dopo, gli altri arrivano, urlano: - Trovato! - Ma lui risponderà: - A dire il vero… Non penso di sentirmi ancora pronto per essere trovato. -
Ecco, credo che questa frase sintetizzi il senso della libertà che Fritz rivendica per sé stesso di vivere la propria condizione di “perduto” in assoluta libertà, senza che questo debba necessariamente generare l’obbligo del soccorso. 


Le pagine che seguono sono quelle del racconto del tempo che il piccolo fungo recupera in solitudine e che costituiscono l’unica maniera possibile per poter poi tornare con gli altri.


L’equilibrio tenuto per tutto il tempo da questo racconto, mi pare che mostri solo una crepa nel finale. 
I due amici, dopo il gioco a nascondino, decidono di mangiare un gelato insieme. Nella presentazione iniziale siamo stati informati, tra le altre cose, anche dei gusti di gelato preferiti di ognuno di loro. 
A questo punto, Pig prova per la prima volta ad assaggiare quello che Fritz prende sempre. Anche il più esuberante dei due compie lo sforzo di avvicinarsi all’altro, non proprio quello di provare a vivere la sua giornata, ma il suo gelato sì. 
Questo, a parziale risarcimento di Fritz, al quale l’onore e l’onere di pronunciare la frase: - Sono così felice che ci siano così tanti modi meravigliosi di essere diversi. –Una chiusura meno netta avrebbe forse consentito alla tensione leggera di questa storia di rimanere più alta, permettendole di gravitare intorno a un ventaglio di significati e rimandi più ampio. In questo modo finisce inevitabilmente per confluire nel novero (molto affollato) delle storie a celebrazione prosaica di tutte le differenze. 

Teodosia 

Fritz. Storia di un fungo di Kelsey Garrity-Riley (trad. di Chiara Carminati), Emme edizioni 2026 

mercoledì 29 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CADUTA CHE DIVENTA UN'ELEVAZIONE


Joff ha concluso il primo anno delle medie; siamo in estate e in un piccolo paese della provincia inglese, in quei posti dove cioè una persona della sua età ha la fortuna di potersi muovere in autonomia e in relativa sicurezza. Le giornate vuote gli concedono il tempo di esplorare posti diversi, sempre in compagnia dell’affezionato cane Jet. Le escursioni spesso condotte in solitaria e senza una meta ben precisa sono una maniera per sbrogliare la matassa fitta di pensieri che si muovono intorno alla grande prova che Joff sta affrontando, quella di riuscire a convivere con l’incertezza di un responso medico e la paura di perdere suo padre, al quale qualche mese prima è stato diagnosticato un cancro allo stomaco e che ora è alle prese con un percorso terapeutico piuttosto duro. 
Questo elemento del racconto, che di fatto costituisce l’innesco della storia, non è casuale. David Almond, come il padre di Joff, ha affrontato un’esperienza di malattia e di cura analoga, e come lui, ha potuto godere della professionalità e del supporto del personale medico ed infermieristico. A loro, infatti, il romanzo è dedicato. È chiaro che una vicenda di questo genere non lascia indifferenti e il modo in cui si incontra una diagnosi oncologica, ma soprattutto i modi in cui l’iter terapeutico viene gestito, possono fare realmente la differenza. Almond riconosce di essere stato fortunato e lo sguardo che consegna alla sua vita attuale e al fatto stesso di poterne immaginare una futura permea l’intero romanzo. Che infatti pone non a caso al centro della vicenda proprio un bambino di fronte al grande dubbio dell'esistenza. Non quindi chi sta affrontando in prima persona la malattia, ma chi, al suo fianco, affronta la paura enorme dell'incertezza che in casi specifici come questi è condizionata fortemente da una diagnosi, dal responso puntuale di un esame. 
Durante le sue passeggiate in solitaria, Joff esplora una vecchia cappella abbandonata, nella quale, nonostante i divieti, molti ragazzini amano trascorrere del tempo. 
C’è nell’infanzia di quasi tutti uno spazio reietto che ha costituito un’incontenibile attrazione, se questo spazio poi ha un passato fortemente connotato, delle mura e un tetto, è abbastanza plausibile pensare che diventi luogo di rifugi, intrattenimento e teatro di leggende e racconti. 
Si dice che nella Cappella Arcana si sia verificata una tragedia, che un ragazzino sia precipitato, trovando la morte. Non è chiaro in che punto della cappella sia successo, né ci sono notizie certe riguardo l’identità del ragazzino e la data in cui sarebbe accaduto. Ma questo costituisce un aspetto del tutto secondario: la suggestione può partire anche solo dalla figura stilizzata riportata sul cartello di pericolo all’ingresso della struttura. 


Così come i fantasmi non chiedono che si riconosca ogni dettaglio perché li si professi veri, così, il segno sintetico di una figura che precipita è più che sufficiente per liberare pensieri, voci e paure in uno spazio vuoto e abbandonato. 
Quello dall’alto verso il basso è un movimento verticale, ma lo è, nel verso opposto, quello dell’elevazione. Chi precipita è un bambino, ma chi si eleva è un angelo. E dunque, se non si hanno notizie certe riguardo a questo incidente, nulla vieta di immaginare che non si sia trattato di una morte, ma di un’ascesa, e che la statuetta dell’angelo ad ali spiegate che dovrebbe troneggiare sulla cappella, altri non è che quello che ha conosciuto la propria trasformazione salvifica proprio tra le mura di questa chiesa. 
L’angelo, neanche a dirlo, è figura molto cara a questo scrittore, non solo per i contenuti spirituali che richiama, ma soprattutto per la sua natura controversa che ha conosciuto moltissimi connotati nel corso dei secoli, delle culture e delle religioni. L’angelo è un ibrido: condivide con l’uomo il corpo, ma dell’uomo ha superato quel limite che lo àncora a terra. Di fronte a chi possiede ali e capacità di guardare da un punto privilegiato, l’uomo ha elaborato strategie, ha sviluppato ingegno e capacità di sentire. Le sue ali non sono fatte di piume, ma sono processi che consentono di attingere alle spiritualità più alte attraverso un percorso ancora una volta verticale, ma il cui terreno di slancio non è il pavimento, ma il reale di fronte ai nostri occhi; e il volo che compie è quello che permette di guardare oltre, tanto da accogliere presenze fantasmatiche. 
Ma chi, se non i bambini, più di tutti possiede la capacità di compiere questo salto? 
Vero è però che a tutti occorre una guida, e anche in questa storia, come in altre amate di Almond (su tutte Mina), si tratta di una bambina. Dawn arriva da un altro paese; è strana e inizialmente Joff diffida di lei, perché fa domande, è impicciona e alle volte sembra che parli da sola. Ma in un secondo momento Joff le sarà grato per la sua insistenza, perché lei sarà in grado di accogliere il suo tormento e di trasformarlo insieme a lui. Il ragazzino comprenderà che non è solo e che le cose possono essere plasmate, e che l’arte può offrirci una possibilità straordinaria di intervento nel presente. Disegnare, scrivere, costruire richiedono prima di tutto uno sforzo di immaginazione e questo ha alla base un processo che parte dal presente ma si muove solo sulla spinta del desiderio di cambiarlo. 
I bambini che frequentano la Cappella Arcana riescono a restituire a quel luogo la presenza della vita, non soltanto con la loro fisicità, ma soprattutto nel momento in cui decidono di abbellirla, di renderla diversa. 
Come in altri romanzi di Almond, anche in questo, i confini e i limiti vengono indagati come luoghi che occorre esplorare e superare per riuscire a crescere e a elaborare uno sguardo che sia, non pacificato, semmai più ricco e frastagliato e per ciò stesso, più vivo. 
L’autore ha preferito una narrazione ricca di descrizioni evocative, che indugiano soprattutto sui paesaggi naturali, e ha riservato, di contro, una sobrietà maggiore ai personaggi, ai quali vengono concessi brevissimi ritratti e accenni altrettanto sommari alla loro personalità. Persino di Dawn non viene restituita un’immagine precisa e sono sporadici i riferimenti alla sua persona. Il padre e la madre di Joff sono figure ovviamente presenti, ma il cui ruolo funzionale finisce per esaurire interamente lo spazio che viene loro concesso. Il padre vive soprattutto nei ricordi di Joff, perché al centro di questa storia in fondo c'è il grande mistero della vita sul quale è un bambino a interrogarsi, e la malattia del genitore costituisce solo il fattore scatenante di un appuntamento cui siamo tutti destinati a presentarci. Sono le risorse che un bambino possiede e che decide di utilizzare ad interessare Almond che in questo, come nel resto della sua opera, ha scelto di esplorare in tutta la loro ricca varietà. 

Teodosia 

La leggenda del ragazzo caduto di David Almond, traduzione di Giuseppe Iacobaci, 
Salani 2026

domenica 5 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL FRICCICORE

Semplicemente Kerstin, Helena Hetlund, Katarina Strömgård 
(trad. Samanta K. Milton Knowles) 
La Nuova Frontiera Junior 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Secondo Kerstin è tutto stranissimo quando la mamma non c'è. Niente è come al solito, non c'è nulla di divertente. Le stanze sono vuote e desolate. A tavola sono pochi e sulla sedia della mamma è seduta solo l'aria, si vede tutto lo schienale marrone. Nessuno accende la lampada gialla e calda sul davanzale della finestra, nessuno accende la radio. Il papà è più silenzioso del solito quando non ha la mamma con cui parlare, tutta la casa sembra silenziosa e inquieta. È come se ci fosse un grosso buco, quando la mamma non c'è.'Ti manca?' domanda papà. Kerstin annuisce. Nello stesso istante dalla tasca del papà si sente un suono." 

È lei, la mamma, che ha appena mandato un messaggio: ciao amori miei, mi mancate! oggi sono stata dal parrucchiere a farmi la cresta!
Da una settimana è a Mallorca con la sorella: 7 giorni di vacanza per staccare da tutto e per sancire con una svolta rispetto alla solita routine, la crisi dei suoi quarant'anni. 
Torna il giorno successivo e all'apparenza ci sono evidenti cambiamenti in lei, che Kerstin non apprezza: i capelli corti che stanno dritti sulla sua testa e un tatuaggio con un cuore e al centro una K. Una kappa sospetta. 
I cambiamenti non sono roba da Kerstin, la destabilizzano. 
E in questo momento intorno a lei sono molti i segnali che le cose sono in continua evoluzione. 
A parte il look di sua madre, a parte la sua vacanza senza di lei e papà, anche la sua maestra Lotten sta lasciando la cattedra perché tra poco le nascerà un bambino e al suo posto sta arrivando il maestro Kenneth. 
E come se non bastasse, anche la madre di Gunnar, esasperata dai cinghiali che le arano il giardino ogni notte, minaccia di voler tornare a Stenungsund, da dove erano arrivati meno di un anno fa. 
Cambiamenti nell'aria sono anche sul fronte Fatima: la loro amicizia, seppure trascinata nella noia, non esiste più. Adesso Fatima è tutta presa dal divorzio di sua madre ed è entusiasta di poter avere due di tutto: due camere, due case, due papà... 
Ma sotto sotto Kerstin, forse suggestionata da tutta questa gente che se ne va o minaccia di andarsene, è lì che si macera all'idea che tra suo padre e sua madre le cose non siano più come prima. E che all'orizzonte ci sia la loro separazione. 
Semplicemente Kerstin è un'altra porzione di vita di questa ragazzina e del fedelissimo e imperdibile Gunnar con il quale si lanciano in incauti acquisti online di pipì di lupo contro i cinghiali e con cui 'condividono' disegni di famiglia. 
Ancora un po' di bugie, ancora soluzioni estemporanee per salvarsi all'ultimo minuto, ancora qualche dubbio esistenziale, qualche paura e una buona dose di incertezza, perché essere bambini - si sa - è un mestiere difficile. Ed esserlo, circondati dagli adulti, lo è ancora di più! 

La cosa fantastica che succede con questo libro in mano rassomiglia molto al friccicore che si prova nell'incontrare di nuovo un vecchio amico. Anzi, una vecchia amica. 
Se da una parte c'è la gioia di rivedersi, dall'altra - inevitabilmente - c'è il brivido di non riconoscerne più le cose che di lei ci piacevano. 
Ecco. Qui si prova questo friccicore. Della prima Kerstin ci erano piaciute tantissime cose. Ci eravamo subito affezionati a lei. Ma ora è passato più di un anno dal tempo in cui la leggevamo... e se Helena Hedlund non ce l'ha conservata con la dovuta cura? E se Helena Hedlund ha perso smalto e ispirazione nella sua scrittura densa e piena di ironia? E se Helena Hedlund ha deciso di renderla meno bugiarda, più matura, meno impulsiva, più sicura di sé... solo per il fatto che ha un anno di più? E se ha reso gli adulti più performanti e meno fallaci?
No panic.
I profili dei personaggi che ronzano intorno a questa ragazzina sono ancora lì, nitidi: il maestro Kenneth sostituisce magnificamente la maestra Lotten. 
Fatima continua - anche se ha smesso i videogiochi e i tappeti da pettinare - a essere una ragazzina un po' vanesia, in perfetto contrasto con lo spessore emotivo di Kerstin con cui entra in confronto. 
Gunnar continua a essere un meraviglioso visionario e costruttore di alternative. Il padre e la madre di Kerstin sono sempre lì a fare da pilastri portanti, fondamenta robuste su cui far crescere la loro bambina, a dispetto dei suoi traballamenti, dei suoi dubbi e delle sue incertezze. 
Smentendo il sospetto che le seconde prove siano sempre tagliole pericolose, il team Hedlund/ Strömgård/ Milton Knowles lega alla perfezione i fili luminosi lasciati sospesi con Il bello di Kerstin ai nuovi, altrettanto brillanti, di Semplicemente Kerstin. 
Gran bella seconda prova! 

Carla

venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


mercoledì 3 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

KLINGE REGALA ALL’UMANITÀ DOMANDE DAVVERO INTRIGANTI 


La follia è quella condizione mentale che si può incontrare in alcune fasi della vita, magari si supera e si torna a una sana normalità, magari invece si conservano alcuni aspetti di quella modalità stramba di guardare le cose e le persone che possono risultare utili. Forse le fasi della vita in cui si è maggiormente disposti ad accettarla di buon grado sono l’adolescenza e la terza età, in modo certamente diverso: nel primo caso, la follia è uno stratagemma che può essere necessario al fine di distanziare un mondo (quello adulto) che non si vuole accettare come approdo inevitabile; nel secondo caso, per rimarcare una presunta superiorità a quello stesso mondo dal quale ci si sente esclusi e rifiutati. 
L’adolescente e l’anziano condividono uno spazio a latere, marginale, rispetto al quale inventano, progettano soluzioni e forme d’essere originali. Il primo rincorre un corpo che vorrebbe adulto e che fatica invece ancora a riconoscere; il secondo quel corpo cerca di superarlo in tutti i modi, cercando di dimenticarne i limiti di forza e di decoro. 


Sono tanti i libri per ragazzi che raccontano della spontanea complicità tra nonni e bambini, più rari sono quelli in cui l’affinità si instaura tra un anziano e un adolescente. Forse perché una relazione di questo tipo prevede la costruzione di una zona di convivenza decisamente più problematica, i due soggetti, infatti, mettono in campo forze ed energie che si sviluppano in direzioni imprevedibili. 
La scrittura allora deve fare leva su alcune qualità come il senso dell’ironia e dell’assurdo, portare all’estremo elementi comuni ma che, esasperati, diventano decisamente interessanti e aiutano a fare luce sulla quotidianità dall’aspetto altrimenti sbiadito. 


Il romanzo di Dita Zipfel, autrice tedesca molto amata in patria, mette in campo una ragazza quasi adolescente e un anziano con qualche rotella fuori posto. La giovane Lucie conosce l’uomo grazie a un suo annuncio in cui cercherebbe un dogsitter. Lucie sta cercando disperatamente di racimolare i soldi che le consentirebbero di andare a Berlino. Questa offerta di lavoro sembra perfetta e quindi si reca a casa dell’uomo per proporsi. Peccato che poi questo cane a cui l’annuncio faceva riferimento in realtà non esista e che l’uomo anziano abbia cercato solo qualcuno disposto a trascrivere le sue ricette. 
Klinge, così si chiama l’uomo, appare da subito una persona fuori dal comune, tratta Lucie in maniera sgarbata, si ostina a chiamarla “ragazzina” e non con il suo nome, perché lei dovrebbe sceglierne un altro e non accontentarsi di quello che i genitori hanno deciso per lei. È convinto che ci sia qualcuno lo stia segretamente seguendo e spiando per rubargli quelle ricette; lui ritiene in realtà pozioni magiche. 


Lucie, dopo un’iniziale perplessità, accetta l’incarico (non fosse altro perché non ha un’alternativa); è certa di trovarsi di fronte una persona che lei deve semplicemente assecondare e accontentare nelle richieste a volte bizzarre. Ma sebbene dimostri di essere una ragazza assolutamente giudiziosa e che procede cercando di comprendere tutto della vita riducendo ogni situazione a uno schema chiaro e inoppugnabile, le follie di Klinge finiscono per coinvolgerla realmente. Così, messa a conoscenza delle proprietà di quello che sembra essere un pomodoro in barattolo, ma che Klinge sostiene trattarsi di un cuore di drago, Lucie deciderà di sottrarlo all’uomo e di utilizzarlo come base per una pozione magica che faccia innamorare di sé il ragazzo più corteggiato della classe. 
Ovviamente le cose prenderanno un’altra piega e di qui in avanti gli eventi ai quali assistiamo hanno dell’assurdo e vengono raccontati in prima persona da Lucie in modo da risultare comunque plausibili e giustificabili. Lucie abita alternativamente il mondo di Klinge fatto di draghi e fenici, di cospirazioni e inseguimenti segreti, e quello della sua famiglia sulla quale si infrange tutta la sua fragilità e rabbia. 
Ha una madre gentile e premurosa che ha però compiuto agli occhi di sua figlia l’errore di unirsi a un uomo insopportabile che non riesce in nessun modo a collimare con il resto della famiglia. C’è poi un fratello che sta crescendo e con il quale Lucie non riesce più a trovare la stessa complicità di un tempo. Rispetto al contesto familiare, quello del folle creatore di pozioni magiche, appare un mondo non solo più divertente, ma sicuramente più facile da accogliere, nonostante conservi margini oscuri e indecifrabili. 
Ed è qui il nocciolo della questione: per capire il mondo cosa occorre in fondo? Un approccio analitico e deduttivo, che è quello di cui Lucie è naturalmente dotata (costruisce facilmente griglie ed elenchi che sintetizzano pregi e difetti di ognuno) e che sicuramente rappresenta un approdo rassicurante; o piuttosto qualcosa che dal reale invece è completamente sganciato e che soprattutto non ha alcuna pretesa di esaurirlo in una descrizione o in precise soluzioni? 


Il mondo di Klinge e quello di Michi, compagno della madre, mieloso, sdolcinato, appiccicoso, falsamente accogliente, sono entrambi agli antipodi di quello al quale Lucie è ancorata. Lei compirà il grande passo di riuscire a guardarli da lontano, godendo dell’eredità di cui ognuno di loro riesce a farle dono, quando ammetterà che possa esserci anche nel secondo un po’ della follia presente nel primo. E dunque quando riconoscerà che esistono le sfumature e non solo i bianchi e neri. È quello che la maggior parte degli adolescenti fatica a vedere. 
Il racconto di questa crescita è affidato a una scrittura sempre molto misurata che fa dell’ironia la sua nota più evidente, supportata non poco dalle felici illustrazioni di Rán Flygenring: bicromatiche, dal forte gusto grafico, anch’esse sintetiche e sicuramente divertenti, non costituiscono solo un rinforzo, ma spesso accolgono parti di testo, come fossero pagine di un diario della protagonista. La scrittura in prima persona e le illustrazioni proposte come disegni della stessa protagonista contribuiscono a conferire a questo romanzo il sapore di una confessione leggera ma mai banale, di una confidenza sincera e in alcuni casi timorosa, come quella di chi fatica a riconoscersi ma non per questo rinuncia a prendersi anche un po’ in giro. 
Una storia che ragazze e ragazzi a partire dai 10 anni troveranno divertente e stimolante. 

Teodosia 

Come la follia mi ha spiegato il mondo, Dita Zipfel, Rán Flygenring, (trad. Claudia Valentini), Rizzoli 2026