lunedì 19 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ATTENTI AL BAMBINO E AL SUO DITINO!

Troppi Roberti! Sergio Olivotti 
Terre di Mezzo 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Decise di costruirsi un amico da solo. Un amico uguale-uguale a lui. Provò a deporre un uovo di amico (Sì, va be'! Neanche sapeva cucinarlo un uovo!) 
A costruire un Roberto gonfiabile. (Ma aveva sempre la stessa espressione. E comunque gli volò via quasi subito.) 
A usare la stampante 3D (Che brutto! Una scultura immobile. Piacque solo ai piccioni.) 
Il robot lo fece unendo insieme vecchie cianfrusaglie (S', ma aveva la voce metallica e dava sempre risposte banali.) 
Studia e ristudia, Roberto scoprì che avrebbe potuto clonarsi. E così fece."

Funziona! Con il suo clone, Roberto 2, la vita ha ripreso a sorridergli: parco, tandem... 
Certo in due a nascondino è un po' noioso. Ma di clonarsi c'è sempre modo: quindi da due si passa a 4 Roberti. Ma in quattro a calcetto non si può, quindi otto. Ma allora perché non 16 e poi 32 e poi 64? Ovviamente, si pone un problema di spazio che la madre dell'originale risolve mettendoli tutti in giardino, uno sull'altro. L'armonia, seppure in uno spazio così angusto, regna sovrana. Roberto dice qualcosa e tutti gli altri sono d'accordo. Roberto si pettina i capelli col ciuffo. Tutti gli altri lo imitano… 
A Roberto, però, comincia a mancare l'aria, quanto meno in senso metaforico, con tutto questo essere uguali-uguali.
Ma il caso vuole che nel giardino attiguo sia cresciuta una torre simile: quella dei Carli... 

La questione che Olivotti mette in burla è chiara a tutti? Si sta ragionando di omologazione, di comfort zone, di desiderio di evitare il confronto, di tenere lontano il pericolo del diverso da te. 
E siccome è una storia uscita dalla testa di Olivotti, tutto diventa un gioco. 
Un bel gioco esagerato che cresce in progressione geometrica (è proprio il caso di dirlo 1, 2, 4, 8, 16, 32, 64), si gonfia con il giro delle pagine, ma fin dal principio sguazza nell'assurdo. 
Muoversi nell'ambito dello strampalato fino a raggiungere il grottesco è cosa buona e giusta nei libri per bambini. Per due ragioni principalmente. 
La prima: è divertente e si muove in un ambito che per loro - giovani esploratori del mondo che li circonda, sempre piuttosto regolato e noioso - è un'ottima valvola di sfogo al loro naturale pensiero trasversale. La seconda: li abitua, paradossalmente, qui in un libro proprio sull'omologazione, ad allenarsi a scardinare, o quanto meno mettere in discussione, convenzioni e conformità.


Per cui diventa assolutamente credibile che Roberto pensi sia una possibilità autentica quella di accucciarsi nella paglia, stringere i denti nello sforzo al fine di spingere fuori, come una gallina, il suo uovo. Questo vale per la statua fatta con la stampante 3D o l'automa con la caffettiera. Per non parlare della realizzazione di un clone, fatta con un progettino da architetto (!), come modello da utilizzare in un laboratorio con teschi, alambicchi e beute. 


Fin qui siamo a pieno diritto nella sfera dell'impossibile. E quindi non ci si stupisce che il clone prodotto (ottimo identificarlo visivamente come un timbro dell'originale, e bravo Sergio!) e poi i cloni del clone - tutti realizzati a timbro impresso per distinguerli anche visivamente dal Roberto 1 - si affastellino sulle pagine: nei giardinetti, sui campi di calcetto e via andare. 
Perché, logicamente e saggiamente, Sergio Olivotti pensa sia necessario usare il timbro per distinguere i cloni dal prototipo? 
Perché in una storia che parte assurda introduce un elemento di logica, di razionalità?
 

Perché gli serve. Gli serve per renderla credibile, nonostante sia incredibile. 
Così come ai Surrealisti, forse tra loro escluderei Mirò, troppo astratto, serviva mettere realtà riconoscibile per poi piegarla, o 'scioglierla', nell'impossibile (quadranti di orologi, ritratti di baguette in volo, mele giganti che occupano una stanza, lampioni notturni su cieli mattutini, ferri da stiro chiodati...), così nei libri per bambini, che sono surrealisti di default, occorre ancorare l'assurdo a resistenti perni di logica perché l'incredibile possa diventare credibile. 
È una legge! 
Porto sempre il medesimo esempio, per spiegare a cosa alludo: una pagina di Flotsam di David Wiesner, altro magnifico frequentatore dell'impossibile. 
Terrorizzato all'idea che un bambino potesse alzare un ditino e chiedergli come mai in fondo al mare c'era un intero arredamento di un salotto, in cui una piovra legge un libro a tanti piccoli pesci che dal divano l'ascoltano rapiti (tra parantesi il bambino del ditino si chiede perché il salotto lì, ma non fa una piega su una piovra che legge o su due pesciolini che rimangono nella loro vaschetta piena d'acqua, in fondo al mare...), Wiesner ci disegna dietro un container di USA Moving & Storage, Inc., rotto e aperto, ad evidenza caduto da una nave container... 


Un bambino pretende il possibile per poter avanzare con passo sicuro nell'impossibile!
Olivotti, con quel timbro provvidenziale, applica in qualche misura lo stesso principio. E comunque finora ad azione di Roberto 1 corrisponde reazione di Roberto².


Ma. C'è un ma. 
E se un bambino, davanti a lui che presenta Troppi Roberti!, alzasse il ditino e gli chiedesse: ma come mai i fedelissimi cloni del primo Roberto, che - ti abbiamo creduto, Olivotti, perché ci batti e ribatti sopra e vuoi che ci crediamo - lo imitano in tutto e per tutto, fanno uguale-uguale quello che fa lui, insomma come mai quando lui vede la torre dei Carli, loro invece la ignorano? 
Pensaci, Olivotti, pensaci, perché i ditini dei bambini sono sempre in agguato... 

Carla

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