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lunedì 16 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIETRO LA STUFA DI MAIOLICA 

Il piccolo troll e la grande pioggia, Tove Jansson (trad. Alessandro Storti) 
Salani 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Mamma Mumin raccontava storie. Parlò di quando era piccola, all'epoca in cui i Mumin non dovevano attraversare spaventose foreste e acquitrini per trovare un posto in cui abitare. A quei tempi abitavano insieme ai troll domestici, nella case degli esserei umani, generalmente sul retro della stufa di maiolica. 
 'Qualcuno di noi è ancora là' disse Mamma Mumin. 'Cioè nei paesi in cui la gente usa ancora la stufa di maiolica, dico. Con i riscaldamenti centralizzati non ci troviamo bene,' 'A quell'epoca gli esseri umani sapevano della nostra esistenza?' le chiese il troll Mumin. 'Alcuni sì' rispose la sua mamma. 'Di solito ci percepivano come uno spiffero freddo sul collo, quando erano soli in casa'." 

Mamma Mumin e il piccolo troll Mumin sono in viaggio da un bel po'. Stanno attraversando una foresta fitta e buia, in cui spesso si sono formati profondi acquitrini dopo la grande alluvione, perché Mamma Mumin sta cercando un posto adatto per costruire la loro nuova casa. 


Papà Mumin è partito prima della tempesta al seguito di un gruppo di Fungarelli e di lui si sono perse le tracce. In compenso con mamma a figlio, ora sono in cammino anche Tulippa, una bambina dai capelli turchini, uscita dalla corolla di un tulipano, e un animaletto piuttosto fifone e con un grande desiderio di compagnia. 
Mamma Mumin e il piccolo Troll Mumin non hanno moltissimo tempo perché la casa deve essere necessariamente pronta per l'inizio dell'inverno, dato che i Mumin non sopportano il freddo e vanno in letargo. In questa fase del loro viaggio verso un luogo soleggiato e asciutto sono a casa di un anziano signore, il cui giardino pensile è davvero uno splendore, una sorta di Eden in cui da gli alberi pendono caramelle e negli alvei dei torrenti scorrono succhi di frutta o latte. Sarebbe il posto ideale dove mettere radici, ma purtroppo essendo illuminato da un sole artificiale che il vecchio signore si è costruito da solo, la squadra guidata da Mamma Mumin prosegue, non prima però di aver fatto scorpacciata di leccornie. 


Il viaggio va avanti, di luogo in luogo, di incontro in incontro. 
C'è chi decide di aver trovato il proprio luogo perfetto e si ferma, c'è chi invece continua a camminare. Tanta acqua, troppa acqua rende il loro spostarsi sempre pieno di insidie e sorprese, tra queste ce n'è una bellissima, anzi due! 

La cosa che mi pare stia succedendo è che i Mumin stanno vivendo una loro seconda primavera, o forse si dovrebbe dire una loro nuova Mezza Estate. 
Ci sono estimatori della piccola famiglia di troll che non li hanno mai persi di vista, hanno fatto di Tove Jansson (la loro mamma) un'icona della letteratura del Nord e hanno continuato a leggere i romanzi, i fumetti, ce li hanno attaccati al loro portachiavi, hanno tazze che li raffigurano, borse di tela in cui compaiono in effigie. E da poco hanno gioito anche una loro riscrittura sotto forma di albo illustrato. Salani, con questo breve racconto, si mette finalmente in pari e completa la pubblicazione in italiano di tutte e otto le storie della Jansson. 
E con l'occasione mi par di capire che voglia ripubblicare anche i sette titoli che già esistevano e che Donatella Ziliotto all'epoca aveva voluto fermamente nel catalogo, visto che sono già in circolazione Caccia alla cometa e Magia d'inverno
Resta anche in questa nuova edizione, come una sorta di sigillo di ceralacca che ne attesta l'autenticità, la pagina in cui Ziliotto racconta ai suoi lettori chi siano i Mumin, nel caso ce ne sia bisogno. 
Speculare alla brevissima introduzione "storica" di Ziliotto, c'è una sorta di appendice finale in cui sono riportati gli appunti della stessa Tove Jansson, scritti probabilmente in occasione della realizzazione dei film di animazione, tra gli anni Cinquanta e Settanta - scrive così chi li ha tradotti, ossia Francesco Spagnol. 
Sono dei buffi profili "antropologici" dei singoli protagonisti: il libertario Tabacco, il socievole troll Mumin. Papà Mumin corrisponde a quella tipologia di adulto cresciuto suo malgrado: lui conosce le sue responsabilità ma un po' le patisce e quindi appena può ricomincia a vivere senza pensieri. In questo senso la fuga dietro ai Fungarelli e il relativo abbandono del tetto di famiglia parla chiaro, salvo poi impegnarsi a costruire per loro una magnifica casa azzurra. Lui è così. Infatti se lo può permettere perché ha sposato Mamma Mumin che è forse il personaggio con meno difetti di tutti: accogliente, affidabile (lei), tollerante, paziente, un'educatrice magnifica (mai autoritaria, ma sempre autorevole) che lavora perché tutti possano trovare la propria strada verso la felicità. Sa dedicarsi agli altri per senza mai dimenticare di coltivare la proprie passioni. Nella sua borsetta c'è sempre l'occorrente per ogni evenienza. La piccola Mi, bisbetica e libera da ogni regola del vivere comune. Grugnina è un po' svampita, capace di grandi affetti, ma sempre molto interessata a ogni piccolezza che potrebbe possedere. E poi c'è Sniff, che in questa prima storia non ha ancora questo nome, è solo l'animaletto, ma che già denuncia un personalità spiccata: piuttosto egocentrico, ma senza mai esagerare, sa anche adeguarsi alle situazioni per convenienza. 
Qui, per esempio, fraternizza con il piccolo troll Mumin, ma quando c'è da andare dietro a Mamma Mumin lo fa, e zitto. Ha una passione insopprimibile per cercare e trovare tesori, possibilmente luccicanti. 
La cosa che colpisce in questo primo racconto è l'energia e il passo più accelerato della Jansson nello scriverlo. È buffo ma parrebbe che lei la stia considerando una sorta di prova generale. 
Scritto nel 1939 con l'idea di farne una fiaba - il suo primo lieto fine -, per allontanare quello che stava succedendo in Finlandia, ma una fiaba senza principi e principesse, è stato poi pubblicato nel 1945, su suggerimento di un amico che in questo materiale era stato capace di vederne la grande potenzialità. 
Però Il Piccolo Troll e la grande pioggia per noi che lo leggiamo per la prima volta, pur sapendo già moltissimo dei Mumin, oltre a essere un racconto magnifico in sé, ha davvero il valore inestimabile del preludio. Il preludio di una sinfonia.


In trasparenza si vedono infatti i segni, i temi, del processo di creazione, le ragioni che Tove Jansson vuole alla base del mondo dei Mumin: sono i segni, i suoni, di quello che verrà: la natura prorompente, la bellezza e la pace della valle, di quella unica valle soleggiata, i primi quattro personaggi e soprattutto lei, quella stufa di maiolica.... 

Carla

lunedì 19 febbraio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

CERCANDO LA FILOSOFIA


Matteo Saudino è uno stimabile professore di storia e filosofia in un liceo torinese, ma è anche autore di un noto canale youtube ‘BarbaSophia’, dedicato alla filosofia.
Anche lui, che è un ottimo divulgatore, si cimenta nell’impresa di raccontare la filosofia ai bambini e lo fa con un romanzo filosofico intitolato ‘Sofia Express’, pubblicato lo scorso anno da Salani.
La forma narrativa è spesso usata quando, nella divulgazione, si affrontano temi complessi; in questo caso il tema del viaggio fantastico compiuto da bambini e bambine di una quinta elementare è niente meno che la ricerca della felicità, nel pensiero filosofico della Grecia antica.
Dalla complessità del tema si evince quanto fosse necessario contenere l’argomento in un ambito almeno in parte più ristretto. Ed ecco l’escamotage del pulmino ‘Sofia Express’ che porta i bambini attraverso il tempo e lo spazio, fra Atene e Alessandria d’Egitto, passando per il giardino di Epicuro nei sobborghi di Atene.
In questo viaggio i bambini sono accompagnati dal loro maestro Paolo e dalla reincarnazione della filosofa Diotima di Mantinea. I bambini, dunque, con la mente piena di domande, incontrano prima il sofista Protagora, poi la scienziata Ipazia, poi Epicuro, infine Socrate e Platone.
Il tema della felicità è tanto accattivante quanto difficile da affrontare: quello che bambini e bambine imparano in questi incontri ravvicinati con i pensatori greci è soprattutto un metodo di indagine, che parte proprio dalla definizione di quello che consideriamo ‘felicità’. Un metodo razionale, che sfronda l’idea di felicità da tutte le accezioni più facili e banali. Seguire questo metodo implica impostare un discorso che è condiviso da tutti e tutte e che risponde alle diverse esigenze e aspirazioni, cercandone il tratto comune.
In questo modo, i giovani lettori e lettrici si confrontano con il concetto di moderazione, proprio della filosofia epicurea, col precetto, di origine delfica, di ‘conosci te stesso’, col metodo dialogico che consente ai pensieri di emergere e di confrontarsi con il punto di vista di altri.
Le tematiche connesse a quelle esposte sono molte, ma giustamente l’autore si concentra su questi concetti basilari che rendono l’idea dell’originalità e radicalità del pensiero greco, che è poi la fonte e l’origine del nostro.
Se, dunque, l’intenzione è meritoria e valido il criterio di selezione dei temi affrontati, trovo tuttavia difficile immaginare un uso autonomo di questo libro da parte dei giovani lettori, comunque di un’età superiore ai dodici anni. D’altra parte, anche isolando i singoli episodi, non si semplifica la comprensione del filo conduttore che lega uno all’altro. 
Ho qualche dubbio che la forma narrativa sia davvero il veicolo migliore per introdurre concetti filosofici.
In fondo, la cosa migliore è adottare il metodo socratico e sottoporre a bambini/e e ragazzi/e quesiti sempre più radicali, guidandoli nella ricerca di risposte razionali e condivise.
Consiglio comunque la lettura a chi si voglia cimentare nell’impresa di introdurre i giovani lettori nei meandri del pensiero filosofico.

Eleonora

“Sofia Express”, M. Saudino, Salani 2023






venerdì 9 giugno 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


UN CANTO ANTICO



La trama di ‘Il canto del bosco’, di David Almond, pubblicato da Salani, è particolarmente difficile da riassumere: gli eventi sono in effetti molto lineari, ma ciò che dà sostanza al romanzo è tutt’altro ed è una visione del mondo presente che mette insieme politica, ecologia e un afflato mistico, sempre presente in Almond.
Dunque, la trama: Sylvia Carr arriva in una sperduta località del Northumberland, una regione inglese ai confini con la Scozia; ci arriva con la madre, che vuole evadere dall’angoscioso rapporto col marito, fotografo di guerra. Sylvia non è affatto contenta di essere lì, fra vecchi agricoltori e suonatori di cornamusa, ma già dalla prima notte capisce che quel luogo, in cui non c’è campo per i cellulari, c’è però qualcosa di magico. Questo qualcosa è rappresentato da un suono misterioso che sembra provenire dalla foresta. A farle scoprire i segreti del bosco è Gabriel, un ragazzo solitario, che ha rinunciato ai successi scolastici e che si percepisce strano; insieme perlustrano il bosco e il ragazzo mostra a Sylvia il suo flauto, promettendole di costruirne uno uguale per lei: si tratta di un flauto d’osso, antichissimo. Della presenza di popolazioni preistoriche le aveva già parlato Anthony, un vecchio dal passato oscuro, e le aveva donato degli utensili antichi, ritrovati nei campi.
Le melodie che emergono da questi strumenti primordiali hanno un potere magico, che consente a Sylvia di compiere il suo viaggio iniziatico, di fusione con la natura e con una ragazza proveniente da un passato lontanissimo, e in cui lei si identifica.
Ma il mondo contemporaneo, fatto di amicizie, amori nascenti, voglia di libertà e di ribellione, consapevolezza di vivere in un mondo malato, bussa alla porta: Sylvia ritornerà a Newcastle giusto in tempo per partecipare ad una manifestazione contro il cambiamento climatico.
Molte tematiche si intrecciano in modo inestricabile: dai travagli adolescenziali, la difficile ricerca di una identità nel mondo cui si sente di non appartenere; l’attualità delle tematiche ambientali; il rapporto spirituale con la natura e con quegli spiriti che la custodiscono.
La dimensione spirituale, ultraterrena, è spesso presente in Almond; qui diventa preponderante, dando un valore iniziatico al viaggio compiuto da Sylvia. La condizione di comunione con la natura, cui evidentemente aspirano i due ragazzi protagonisti del romanzo, è l’unica via di salvezza, che consente di conquistare una consapevolezza che travalica le generazioni e si connette con gli albori dell’umanità, cui l’autore attribuisce una sorta di purezza ancestrale.
Il linguaggio utilizzato è, di conseguenza, evocativo, poetico, allusivo, direi musicale e credo abbia dato non pochi problemi alla traduttrice Giorgia Posanti e al suo supervisore Giuseppe Iacobaci.
Questa è sicuramente una delle difficoltà di lettura che il romanzo presenta, poiché l’azione si propone attraverso un periodare descrittivo, allusivo, che cambia spesso ritmo e modalità.
Inoltre, il tema non è dei più semplici, intriso com’è di uno spiritualismo cui i ragazzi e le ragazze sono poco avvezzi.
Sinceramente, non penso che sia fra le opere migliori di Almond, ma merita comunque un’attenta lettura che consiglio a quei ragazzi e ragazze che amino la complessità, che apprezzino la sfida intellettuale che il testo contiene.
Lettura consigliata a partire dai quattordici anni.

Eleonora


“Il canto del bosco”, D. Almond, Salani 2023


venerdì 2 giugno 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DIVERTIMENTO WESTERN


L’impressione che si ha leggendo ‘Il grande colpo di Crimson City’, pubblicato da poco da Salani, è che i due autori, Davide Morosinotto e Pierdomenico Baccalario, si siano divertiti un mondo. La struttura del romanzo prevede l’alternanza di due narratori, Roy e Piper che raccontano al lettore e alla lettrice sia ciò che appare che le trame nascoste, i tradimenti, gli innamoramenti, le fughe rocambolesche.
L’incipit del romanzo , e direi tutto il primo capitolo, sono perfetti nell’introdurre in una tipica ambientazione western: la polverosa, miserabile Crimson City accoglie l’arrivo in città di un pistolero a cavallo, che si trascina dietro una cassa da morto in cui viaggia Piper, ragazza mezzosangue dal carattere indomabile. Ad assistere alla scena è Roy, un ragazzo arrivato lì tempo prima e adottato dal capostazione Wilson.
Il pistolero è Logan Pickett, sceriffo federale, che insieme alla sorellastra è arrivato qui per compiere una vendetta: sono infatti alla ricerca di un bandito, l’ultimo della famiglia Gordon.
I due nuovi arrivati sono l’unica attrattiva di una città piccola, con un paio di strade al massimo e con tutti i luoghi che non possono mancare in un racconto western: il saloon, la prigione, l’albergo pidocchioso, l’emporio, la banca, l’ufficio postale. E poi, la stazione, in cui passa ogni mercoledì un treno: una settimana è il diretto, che non si ferma; l’altra, il treno locale che si ferma un’ora soprattutto per caricare l’oro che i cercatori hanno depositato in banca.
La vita scorre sempre uguale, a Crimson City e lo sceriffo Brown ha ben poco da fare. L’arrivo dei due forestieri è destinato però a sconvolgere le pacate abitudini del luogo. Sia Piper che Roy sono impegnati nello loro personali ricerche e il loro incontro non è senza conseguenze: la risoluta ragazza dalla pelle scura ha fatto breccia nel cuore del giovane Roy e questo fatto scombinerà, e non poco, i piani di entrambi.
Fin qui sembra tutto chiaro, ma i nostri autori hanno in serbo una serie di colpi di scena, di inganni montati su altri inganni, travestimenti, inversione di ruoli. Chi è il bandito, chi insegue cosa, il lettore non può far altro che assistere al vorticoso cambio d’orizzonte che la storia gli propone. E niente viene lasciato al caso: dalla posizione dei pozzi ai percorsi che portano dalla banca al treno.
Difficile dire chi sia il cattivo della storia, con buona pace dei testi che si fondano sulla lotta fra il bene e il male: qui nessuno è innocente, nessuno dice la verità e il finale non può che confermare che qualche volta l’essere ‘cattivi’ aiuta ad essere felici.
I due personaggi principali, Roy e Piper sono scritti alternativamente dai due autori, ma non vi dirò chi scrive cosa: è un gran divertimento anche provare a rintracciare lo scrittore dietro il personaggio.
Si tratta di una lettura perfetta per l’estate, divertita e divertente, ma tutt’altro che superficiale, che mi sento di consigliare caldamente per le prossime letture estive a ragazze e ragazzi che amino l’avventura e la buona scrittura, a partire dagli undici anni.

Eleonora

“Il grande colpo di Crimson City”, D. Morosinotto e P. Baccalario, Salani 2023


mercoledì 3 agosto 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SEGRETI INQUIETANTI


Il romanzo breve di Thórarinn Leifsson, ‘Il segreto di papà. Romanzo per ragazzi con genitori problematici’, pubblicato da Salani, è improntato a quello che comunemente chiamiamo humor nero: la storia che racconta, infatti, potrebbe essere in chiave horror, se non avesse un impianto nettamente umoristico.
Sidda e suo fratello nascondono un terribile segreto, anche se la loro più grande aspirazione sarebbe vivere una vita normale, normalissima: il loro papà, Björn, non è solo stravagante, alieno a qualsiasi forma di igiene, dotato di un ventre prominente, esibito in ogni occasione; lui è un cannibale, un vero cannibale che sfrutta ogni occasione per mangiarsi qualche essere umano.
I due ragazzini sono molto combattuti fra l’affetto e l’orrore, ma direi più il disappunto per le abitudini alimentari del genitore. La mamma lavora tutto il giorno, come venditrice telefonica di qualsiasi prodotto, e annega nel super lavoro la frustrazione di non essere riuscita a far cambiare abitudini alimentari al marito.
Sul conto di Björn indaga un investigatore, chiamato da tutti, e per ovvi motivi, Viddi Nicotina, che inutilmente cerca prove relative alla sparizione di numerose persone, fra cui il coordinatore scolastico dei ragazzi.
Ma alla fine arriva la goccia che fa traboccare il vaso della pazienza familiare: Björn cerca di infilare nel forno il grasso, appetitoso amico dei figli, Bjössi. A quel punto, cade qualsiasi complicità e i figli denunciano il padre, che viene processato e condannato a morte. Inutile dire che escogiterà una fuga degna del suo stile, preparata mangiando fagioli e verdure marce in quantità industriale.
Lo stile di Leifsson, apprezzato scrittore e illustratore islandese, è volutamente grottesco, intriso di sottolineature dei caratteri dei personaggi volte all’assurdo; d’altra parte fornisce una galleria di personaggi tutti votati all’eccesso, con l’eccezione dei due protagonisti, che tanto aspirano alla normalità.
Se per certi versi può ricordare Roald Dahl, personalmente mi ha ricordato tanto la famiglia Dalverme del romanzo ‘Matilde’, mi sembra in realtà più vicino a Walliams, per esempio  ‘Zia malefica’ o ‘Polpette di topo’: con l’autore inglese condivide la sottolineatura caricaturale dei personaggi e delle situazioni, con ampio uso di situazioni repellenti e disgustose, che peraltro fanno tanto ridere ragazzini e ragazzine intorno ai dieci, undici anni.
Il sottotesto viene esplicitato dall’autore più o meno a metà romanzo, in un passaggio in cui accenna a tutti quei segreti inconfessabili che i genitori nascondono ai propri figli: senza pensare agli eccessi, è sufficiente pensare alle bugie, alle ipocrisie, ai piccoli delitti quotidiani che contraddicono l’immagine dei genitori come persone irreprensibili.
In ogni famiglia ci sono segreti, piccoli e grandi, e in genere non è piacevole per i figli scoprirli. Meglio, quindi, riderci su, pensando a situazioni davvero imbarazzanti.
La lettura è divertente, scorrevole e breve, indicata per questi giorni di vacanza che non vogliono troppo impegno per lettrici e lettori di almeno dieci anni.

Eleonora


“Il segreto di papà. Romanzo per ragazzi con genitori problematici”, T. Leifsson, trad. S. Cosimini, Salani 2022



mercoledì 29 giugno 2022

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

LAUREN WOLK E I SUOI LIBRI


Un altro incontro molto interessante, durante la manifestazione ‘Un mare di libri’, è stato quello con la scrittrice americana Lauren Wolk, i cui romanzi hanno interessato e coinvolto molte ragazze e ragazzi.


Durante la conversazione, gestita dai ragazzi e dalle ragazze dei circoli di lettura che organizzano la manifestazione, la Wolk ha affrontato molti temi interessanti.
Il più approfondito è stato quello relativo alla ambientazione dei suoi romanzi, da due punti di vista differenti: da un lato l’importanza della ricostruzione storica e ambientale in tutti e tre i romanzi tradotti in italiano (‘L’anno in cui imparai a raccontare storie’, ‘Al di là del mare’  e ‘La ragazza dell’eco’): gli anni della seconda guerra mondiale, come quelli della Grande Depressione, per esempio, descritti nelle diverse parti dell’America sono analizzati con tutta la rilevanza necessaria a contestualizzare la narrazione; l’altro punto di vista, molto importante per l’autrice, riguarda direttamente l’ambiente naturale, quella parte dell’America ancora selvaggia che costituisce, nei romanzi della Wolk, un personaggio a sé stante. 


Soprattutto ne ‘La ragazza dell’eco’, la stessa protagonista, Ellie, vive una duplice dimensione, una più razionale, l’altra strettamente interconnessa al mondo animale e naturale circostante. La natura qui è vista come una sorta di forza primordiale, capace ancora di condizionare la vita degli uomini; una visione non infrequente, che attribuisce alla natura incontaminata una sorta di potere trascendente con cui solo alcune persone riescono ad entrare in contatto. Ellie è una di queste ed è non a caso un personaggio anticonvenzionale; come Crow ed Annabelle, protagoniste rispettivamente del secondo e del primo romanzo qui citati, Ellie è una ragazza che disubbidisce, che cerca una propria strada per risolvere i problemi che ha di fronte. 


Questo è un altro filo conduttore che lega questi tre romanzi, rispondendo all’esigenza dell’autrice di proporre personaggi femminili forti, indipendenti, capaci anche di infrangere le regole, scritte e non scritte, della propria comunità. Tutti e tre i personaggi sono disposti a mettere in gioco le proprie relazioni familiari, il posto che occupano nella comunità per perseguire il proprio punto di vista, che però non è l’espressione di egoismo, quanto al contrario di una via originale per la soluzione dei problemi. Questo desiderio, da parte della scrittrice americana, di fornire al proprio pubblico di lettori e lettrici dei personaggi femminili così costruiti, e per altro del tutto plausibili, potrebbe far pensare a delle forzature narrative, come capita sovente nei cosiddetti romanzi ‘a tema’. In realtà non è così, grazie all’abilità dell’autrice di costruire storie e personaggi ben delineati che, se pure presentano tematiche impegnative, non perdono mai la loro credibilità drammaturgica. Esemplare il caso del romanzo ‘L’anno in cui imparai a raccontare storie’, in cui il tema del conflitto etico fra legge e morale si incarna nell’umanissimo conflitto interiore della giovane Annabelle.
Le storie ‘a tema’ sono molto frequenti nella narrativa per ragazzi e raramente riescono a raggiungere questo equilibrio narrativo, diventando in sostanza delle storie ‘morali’ , in cui lo scopo didascalico prevale sullo sviluppo narrativo.
Voler spiegare ai giovani lettori e le giovani lettrici come va il mondo e come ci si debba rapportare ad esso attiene in realtà a un altro approccio, non letterario, che la letteratura non può sostituire.
Invito quindi a rileggere con piacere questi romanzi, capaci di far sorgere domande e dubbi salutari.

Eleonora

“L’anno in cui imparai a raccontare storie, L. Wolk, Salani 2018
“Al di là del mare”, L. Wolk, Salani 2019
“La ragazza dell’eco”, L. Wolk, Salani 2022



lunedì 28 marzo 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA RAGAZZA DELL’ECO


Ritorna Lauren Wolk, apprezzata autrice americana, nota soprattutto per il romanzo ‘L’anno in cui imparai a raccontare storie’, e ritorna con un romanzo impegnativo: ‘La ragazza dell’eco’, pubblicato anch’esso da Salani.
La ragazza dell’eco è la giovane protagonista, Ellie che con la famiglia si è trasferita a Echo Mountain, una località selvaggia del Maine che dà il titolo originale del romanzo. Siamo nel 1934, nel pieno della grande crisi economica che sta travolgendo la società americana; la famiglia di Ellie ha perso ogni solido appiglio alla vita tranquilla di città: il padre sarto, la mamma insegnante di musica. Ora con la sorella Esther, di poco più grande, e il piccolo Samuel hanno imparato a vivere in un luogo del tutto privo di comodità, in cui però si può vivere di caccia e di pesca, del proprio orto e degli scambi con i pochi vicini.
Ellie in fondo non vive male in un luogo così sperduto e selvaggio: lei si sente in sintonia con la natura, percepisce lo stato d’animo dei pesci che controvoglia deve pescare, dei conigli che cadono nelle trappole, degli stessi alberi. Ma quella vita già di per sé dura diventa ancora peggiore quando il padre cade in coma, cercando di salvare lei, o forse era Esther, e Samuel da un albero che stava abbattendo.
Tutto è più complicato da quando il padre giace in un letto: la madre e la sorella sono incupite dalle difficoltà quotidiane e dalla cura costante del malato, nella speranza flebile che un giorno si risvegli; Ellie invece è in continuo movimento, alla ricerca di rimedi, per lo più fantasiosi, che facciano risvegliare il padre. Nel corso di queste sue scorribande alla ricerca di miele e di erbe, Ellie incappa in Larkin, un ragazzo solitario che intaglia piccoli animaletti nel legno e li lascia in dono per Ellie, sparsi qua e là nel bosco, e poi in Cate, la ‘strega’, un’ex infermiera, rimasta vedova e che vive nella baita più lontana.
L’intenzione di Ellie è di chiederle aiuto, ma in realtà la trova in gravi difficoltà per una ferita che si è infettata. A questo punto è la ragazza che deve aiutare la vecchia, che in realtà è la nonna di Larkin; il figlio, cioè il padre del ragazzo, è morto da poco, era un famoso liutaio, autore anche del mandolino che la mamma di Ellie non suona più da tanto tempo.
Ma questo non è l’unico legame fra le due famiglie; col tempo si scoprono aspetti comuni della vita precedente, la vita di città.
L’intuizione di Ellie è che la guarigione del padre e quella di Cate sono collegate, non possono che avvenire insieme.
Questo è un romanzo complesso, a partire dalla trama che intreccia diversi fili narrativi, che prima si disperdono, poi si riannodano; è complesso il linguaggio utilizzato, che utilizza di volta in volta registri fiabeschi, poetici, o realistici, con un uso esteso delle metafore.
Poi c’è il personaggio di Ellie, una dodicenne che si autodefinisce duplice, un po’ razionale un po’ impulsiva, un po’ ninnananne un po’ urla selvagge. Lei è intimamente legata alla natura, sa pensare come pensa un orso, vedere come vede un corvo, ma nello stesso tempo deve stare con i piedi per terra e risolvere i problemi che di volta in volta le si presentano. Così come non si possono mettere ‘in ordine’ delle gocce di pioggia, nello stesso modo non si può mettere ordine alla vita, che è ben più caotica di quanto possiamo volere. Non resta, quindi, che affrontare i problemi man mano che si presentano, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione, infusi, pozioni, cataplasmi e trappole per conigli.
Un aspetto particolare della sua empatia riguarda i cani, che accompagnano ogni passaggio di questo racconto: la dolce Maise, il cucciolo salvo per miracolo Quiet, il potente Captan. Ellie ne interpreta i messaggi, ne condivide la vita e lega alla loro presenza l’esito delle sue ‘terapie’.
La ‘duplicità’ della protagonista sta anche in questo, nel vivere nei due mondi, umano e naturale, senza togliere niente alla sua sfera di affetti familiari, con tutta la complessità dei sentimenti e degli stati d’animo legati a quella condizione di vita così inconsueta.
Questo è, in conclusione, un romanzo impegnativo, che richiede una certa esperienza di lettura; lo consiglio a lettrici e lettori che amino sia l’avventura che la buona letteratura a partire dai tredici anni.

Eleonora

“La ragazza dell’eco”, L. Wolk, Salani 2022






mercoledì 15 settembre 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OROLOGI E AUTOMI


Un nuovo interessante recupero di un testo non più reperibile: si tratta di un Pullman d’annata, con ‘L’orologio meccanico’, ‘The clockwork’, scritto nel lontano 1996, con una prima traduzione italiana del 2003, a opera di Mondadori, che ora Salani ripropone con la stessa traduzione di Maria Bastanzetti.
Il maestro del fantasy gioca qui con una storia che oscilla fra l’horror e la fiaba, che, per altro, hanno non pochi punti in comune.
La storia è suddivisa in tre parti: la prima e la terza descrivono l’azione, la seconda incastona nel racconto il significativo antefatto, che motiva lo svolgimento tragico degli eventi e costituisce la base per lo scioglimento del dramma nel lieto fine.
Se questo già costituisce una particolarità, perché costringe il lettore o lettrice a trovarsi da solo le risposte alle domande che sicuramente nascono nella prima parte, Pullman aggiunge, quasi pagina per pagina, dei riquadri in cui spiega, approfondisce, analizza dei passaggi contenuti nel testo, un continuo dentro e fuori dal racconto che chiarisce al lettore che stiamo leggendo una storia particolare.
Il cuore, bisogna dirlo, di questo mirabile racconto lungo è rappresentato dalla meccanica: la meccanica degli orologi, la meccanica degli automi, la meccanica del racconto.
Orologi e automi meccanici, espressione del meccanicismo sei-settecentesco, funzionano alla meraviglia grazie al movimento di leve, di molle e di ruote incastrate l’una nell’altra. Una volta avviato il meccanismo, esso procede autonomamente, esattamente come un racconto, in cui, date le premesse, lo svolgimento non può che procedere verso il necessario finale.
Ed è quello che succede qui: siamo in un villaggio, alla vigilia dell’esordio dell’apprendista orologiaio, che dovrà aggiungere una nuova figura meccanica alla serie già presente nella torre dell’orologio. Siamo nella taverna, il giovane apprendista, Karl, è disperato perché non ha ancora creato il suo automa; nella locanda arriva anche Fritz, che ogni sera regala una storia al proprio uditorio. Quella di questa sera però è talmente inquietante che Fritz non riesce a trovare un finale adeguato. La storia parla del principe Otto e del suo figlioletto Florian: in pieno inverno la carrozza che li trasportava irrompe nel palazzo nobiliare. Purtroppo il principe era deceduto, ma nonostante questo aveva continuato a spronare i cavalli; il piccolo Florian, invece, sembrava sano e salvo. Lo stupore per questo evento non può che accrescersi quando il medico di corte scopre che nel petto del principe Otto batteva un cuore meccanico. Il medico, incuriosito dallo stupefacente cuore meccanico, pensa di consultare il dottor Kalmenius, esperto costruttore di automi. E proprio mentre Fritz è a questo punto della storia, ecco arrivare nella locanda proprio lui, il misterioso Kalmenius. Tutti fuggono dalla locanda, salvo Karl, troppo preso dalla sua disperazione.
Kalmenius propone a Karl di fornirgli l’automa perfetto per il giorno dopo, un piccolo cavaliere con una spada affilatissima. La macchina perfetta, al suono di una certa parola, diventa un assassino feroce, che solo una melodia infantile può fermare.
Scendere a patti con il dottor Kalmenius assomiglia molto a un patto col diavolo, ma è una proposta troppo allettante per il giovane Karl perché lui riesca a rifiutare.
C’è dunque un antefatto e un successivo svolgimento da queste premesse: inevitabilmente un personaggio verrà punito in punta di lama, per la sua avidità e spregiudicatezza; le creature pure di cuore, e qui c’è anche un riferimento letterale, avranno il sopravvento.
La narrazione dunque, segue il suo inesorabile destino: le azioni di un personaggio non possono che decretarne il destino, che sia tragico o felice. L’arco narrativo di ciascun personaggio procede con la precisione di un orologio e il lettore o la lettrice non possono che constatarne l’inevitabilità.
Pullman costruisce una piccola storia perfetta, densissima di riferimenti filosofici e stilistici, invita il lettore e la lettrice a seguirlo in un giro di giostra in cui i personaggi entrano ed escono, recitando la loro parte alla perfezione.
Lettura impegnativa, consigliata caldamente, per ragazze e ragazzi, dagli undici anni in poi, che sappiano leggere fra le righe e cogliere tutta la ricchezza di una storia gotica per niente rassicurante.

Eleonora

"L'orologio meccanico", P. Pullman, Salani 2021



lunedì 13 settembre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

QUANDO ZERALDA CUCINO' PER TOMI
 
L'orco di Zeralda, Tomi Ungerer (trad. Riccardo Cravero) 
Salani 2021


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)
 
"C'era una volta un orco solitario. Come quasi tutti gli orchi aveva i denti aguzzi, una barba ispida, un grande naso, un lungo coltello, la luna di traverso e un appetito smisurato."

Come tutti gli orchi, amava mangiare i bambini a colazione, prelevandoli giorno dopo giorno dal borgo vicino al suo castello. I genitori, però, li nascondevano in cantina, nelle cripte, e nei barili e anche se le scuole chiudevano e gli insegnanti restavano senza lavoro, almeno i bambini erano salvi. Questo però purtroppo influiva sulla dieta dell'orco che spesso e volentieri era obbligato a mangiare pappa d'orzo, cavolo tiepido e patate fredde. E la sua luna di traverso non passava.

In mezzo al bosco le cose andavano in modo diverso. Lì viveva Zeralda di 6 anni appena con il suo papà, contadino. Loro vivevano in pace perché dell'orco non sapevano nulla. Mentre suo padre lavorava nella fattoria, Zeralda passava tutto il suo tempo in cucina, tra i fornelli: cucinava magnificamente.
 

Il caso volle che i loro sentieri si incrociassero sulla strada verso il mercato dove Zeralda stava andando a vendere i prodotti della fattoria, che lui invece di sbuzzarla con il suo coltellaccio le ruzzolasse sui piedi, che lei amorevole lo curasse e gli preparasse il miglior pranzo della vita.
Va da sé che davanti al banchetto che Zeralda approntò lì per lì con ciò che aveva sul suo carretto, l'orco non capì più nulla.
Le loro esistenze così si unirono: lei cucinava per lui al castello, e lui, di nuovo pasciuto e con la luna dritta, eliminò dalla sua dieta i bambini presi dal borgo (che quindi dovettero tornare a scuola). Fecero lo stesso anche gli altri orchi e orchesse, tutti deliziati dai manicaretti che Zeralda metteva in tavola.
Il lieto fine è alle porte: lei crebbe, lui si sbarbò e si innamorarono l'uno dell'altra, si sposarono e misero al mondo un mucchio di figli.
Però siccome la genetica non è acqua, non è proprio certo certissimo che vissero sempre tutti felici e contenti...


Non dovrebbe essere necessario fare una grande festa per un libro che, se così si può dire, è lì da sempre: tutti lo hanno letto almeno una volta, tutti hanno apprezzato la storia e i magnifici disegni del Tomi Ungerer più ispirato e colorato, tutti hanno riso e amato questa storia di redenzione (!). Tuttavia esistono dei segnali che ci fanno essere contenti di rivederlo, nella nuova edizione Salani.
 

Il primo segnale piuttosto evidente è il formato. L'edizione Mondadori dentro la collana Junior che dal 1988 ha meritoriamente proseguito fino al 2004 con l'intento di fare di Ungerer un nome del catalogo da difendere dall'oblio, è però sempre stata punitiva nei confronti degli illustratori, Ungerer compreso. Ragione per la quale, per leggerlo ad alta voce davanti a dei bambini è consigliabile procurarsi le edizioni francese dell'Ecole des Loisirs o quella in lingua tedesca di Diogenes o ancora quella originale inglese di Harper che, con quel gran formato, in tutta evidenza, di Ungerer dimostrano di voler valorizzare anche il disegno sempre ricco di dettagli che altrimenti sfuggirebbero: la coda del gatto nero, la lucertola felice, la mamma morta di Zeralda e via andare.
Il secondo segnale che appare evidente è il cambio di titolo.
Ricostruiamo la vicenda dal principio. Quando lo pubblica per Harper in America, Tomi Ungerer è già a New York da una decina d'anni: è il 1967. Il titolo che lui dà alla sua storia non lascia dubbi: Zeralda's Ogre, non ci sono infingimenti. Quell'omone che tiene 'prigioniera' in un abbraccio e sotto tiro con lo sguardo e con un affilato coltello una bella bambina bionda che corrisponde l'occhiata sorridente è lì davanti a tutti, in copertina.
La scena è piuttosto esplicita e per nulla rassicurante: muscoloso, peloso, con un boccale nell'altra mano e un topo sul piatto che entrambi hanno davanti. 
E' uno dei tanti personaggi 'negativi' che invece Ungerer predilige per le sue storie (briganti, serpenti boa, avvoltoi, pipistrelli), e che vengono scelti proprio per dar loro finalmente una possibilità di riscatto 'letterario' agli occhi dell'umanità. Senza eccezione, si rivelano tutti di estremo altruismo e bontà e sicuramente alla fine della storia sono tutti 'redenti'.
 

All'epoca Ungerer era all'apice della sua carriera e poteva dimostrare un forte potere contrattuale nel pretendere in copertina un 'cattivone' e nel titolo la parola 'orco'. D'altronde Ungerer, finché ha avuto respiro, ha sempre lottato perché il lessico da lui scelto con tanta cura fosse rispettato, sia in lingua originale, sia nelle diverse traduzioni. Quindi se quello raffigurato è un orco perché non citarlo nel titolo? In francese, ma anche in tedesco e naturalmente anche in italiano, l'orco del titolo originale scelto da Ungerer sparisce (presumo a patto che improrogabilmente entro la terza riga della prima pagina compaia in tutta la sua crudezza e cattiveria, con il coltello sporco e due braccia esili che escono da una gabbia). E così è: le géant de Zeralda, Zeralda Riese, Il gigante di Zeralda.
Nel frattempo passano cinquantaquattro anni in cui molte cose accadono. Ungerer lascia l'America disgustato dai cambiamenti che ha visto e va in Canada ad allevare pecore, smette di scrivere per bambini (nel 1974 con Allumette), continua a lavorare ai suoi meravigliosi libri per adulti, torna in Europa, in Francia, dove lo accolgono come un eroe, gli dedicano ogni riconoscimento e onore possibile (compreso un museo a Strasburgo), ricomincia a scrivere per bambini (1997 con Flix), poi si ritira nella periferica Irlanda dove muore nel 2019.
 

E questi stessi cinquantaquattro anni servono a molti per capire un po' meglio la portata rivoluzionaria del suo modo di raccontare il mondo. La sua poetica così schietta, così pura, sta lentamente mettendo radici.
Cinquantaquattro anni per cominciare ad accettare la sua onestà assoluta, spesso considerata scomoda e ruvida, e il suo rispetto e amore per la verità e per il suo pubblico, beninteso, grandi e piccoli (l'attenzione a linguaggio e la potenza delle immagini dei suoi manifesti ne sono espressione). Eppure. Ancora nel 2020 qui da noi, quando è uscito Non stop, che è un assoluto capolavoro, un canto di speranza, molti adulti hanno storto il naso.
Però, a cinquantaquattro anni dalla sua prima pubblicazione con Harper, a farci gioire sono dei piccoli passi: il libro ha appena riconquistato il suo titolo originale (e unarinnovata e bella traduzione). Forse Salani pensa che il pubblico italiano adulto sia sulla buona strada per accettare di chiamare le cose con il loro nome e sia disposto a tollerare l'idea di regalare a un bambino, meglio ancora a una bambina, un libro che quell'orco armato di coltello non solo lo dichiara in copertina, ma gli dedica addirittura il titolo.
 

Tutto il resto è storia: un Medioevo raccontato con molta competenza; 
una serie di citazioni di quadri famosi; un lavoro sugli sguardi molto divertente, un'ironia nei doppi sensi che nella traduzione un po' si annacquano (obiettivamente Croque-fillette fa ridere solo un francese che è abituato al Croque-monsieur ed è intraducibile); una serie di dettagli che chiamano dentro i lettori grandi; un'attenzione per il lato sensuale della storia, non ultima l'idea di prestare la faccia, quella di Tomi in persona, al gigante 'innamorato'; e infine il suo colpo finale, un ultimo guizzo che potremmo definire in cauda venenum, e che riapre il finale, come è sempre meglio che sia in un buon libro!


Carla