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mercoledì 29 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA CADUTA CHE DIVENTA UN'ELEVAZIONE


Joff ha concluso il primo anno delle medie; siamo in estate e in un piccolo paese della provincia inglese, in quei posti dove cioè una persona della sua età ha la fortuna di potersi muovere in autonomia e in relativa sicurezza. Le giornate vuote gli concedono il tempo di esplorare posti diversi, sempre in compagnia dell’affezionato cane Jet. Le escursioni spesso condotte in solitaria e senza una meta ben precisa sono una maniera per sbrogliare la matassa fitta di pensieri che si muovono intorno alla grande prova che Joff sta affrontando, quella di riuscire a convivere con l’incertezza di un responso medico e la paura di perdere suo padre, al quale qualche mese prima è stato diagnosticato un cancro allo stomaco e che ora è alle prese con un percorso terapeutico piuttosto duro. 
Questo elemento del racconto, che di fatto costituisce l’innesco della storia, non è casuale. David Almond, come il padre di Joff, ha affrontato un’esperienza di malattia e di cura analoga, e come lui, ha potuto godere della professionalità e del supporto del personale medico ed infermieristico. A loro, infatti, il romanzo è dedicato. È chiaro che una vicenda di questo genere non lascia indifferenti e il modo in cui si incontra una diagnosi oncologica, ma soprattutto i modi in cui l’iter terapeutico viene gestito, possono fare realmente la differenza. Almond riconosce di essere stato fortunato e lo sguardo che consegna alla sua vita attuale e al fatto stesso di poterne immaginare una futura permea l’intero romanzo. Che infatti pone non a caso al centro della vicenda proprio un bambino di fronte al grande dubbio dell'esistenza. Non quindi chi sta affrontando in prima persona la malattia, ma chi, al suo fianco, affronta la paura enorme dell'incertezza che in casi specifici come questi è condizionata fortemente da una diagnosi, dal responso puntuale di un esame. 
Durante le sue passeggiate in solitaria, Joff esplora una vecchia cappella abbandonata, nella quale, nonostante i divieti, molti ragazzini amano trascorrere del tempo. 
C’è nell’infanzia di quasi tutti uno spazio reietto che ha costituito un’incontenibile attrazione, se questo spazio poi ha un passato fortemente connotato, delle mura e un tetto, è abbastanza plausibile pensare che diventi luogo di rifugi, intrattenimento e teatro di leggende e racconti. 
Si dice che nella Cappella Arcana si sia verificata una tragedia, che un ragazzino sia precipitato, trovando la morte. Non è chiaro in che punto della cappella sia successo, né ci sono notizie certe riguardo l’identità del ragazzino e la data in cui sarebbe accaduto. Ma questo costituisce un aspetto del tutto secondario: la suggestione può partire anche solo dalla figura stilizzata riportata sul cartello di pericolo all’ingresso della struttura. 


Così come i fantasmi non chiedono che si riconosca ogni dettaglio perché li si professi veri, così, il segno sintetico di una figura che precipita è più che sufficiente per liberare pensieri, voci e paure in uno spazio vuoto e abbandonato. 
Quello dall’alto verso il basso è un movimento verticale, ma lo è, nel verso opposto, quello dell’elevazione. Chi precipita è un bambino, ma chi si eleva è un angelo. E dunque, se non si hanno notizie certe riguardo a questo incidente, nulla vieta di immaginare che non si sia trattato di una morte, ma di un’ascesa, e che la statuetta dell’angelo ad ali spiegate che dovrebbe troneggiare sulla cappella, altri non è che quello che ha conosciuto la propria trasformazione salvifica proprio tra le mura di questa chiesa. 
L’angelo, neanche a dirlo, è figura molto cara a questo scrittore, non solo per i contenuti spirituali che richiama, ma soprattutto per la sua natura controversa che ha conosciuto moltissimi connotati nel corso dei secoli, delle culture e delle religioni. L’angelo è un ibrido: condivide con l’uomo il corpo, ma dell’uomo ha superato quel limite che lo àncora a terra. Di fronte a chi possiede ali e capacità di guardare da un punto privilegiato, l’uomo ha elaborato strategie, ha sviluppato ingegno e capacità di sentire. Le sue ali non sono fatte di piume, ma sono processi che consentono di attingere alle spiritualità più alte attraverso un percorso ancora una volta verticale, ma il cui terreno di slancio non è il pavimento, ma il reale di fronte ai nostri occhi; e il volo che compie è quello che permette di guardare oltre, tanto da accogliere presenze fantasmatiche. 
Ma chi, se non i bambini, più di tutti possiede la capacità di compiere questo salto? 
Vero è però che a tutti occorre una guida, e anche in questa storia, come in altre amate di Almond (su tutte Mina), si tratta di una bambina. Dawn arriva da un altro paese; è strana e inizialmente Joff diffida di lei, perché fa domande, è impicciona e alle volte sembra che parli da sola. Ma in un secondo momento Joff le sarà grato per la sua insistenza, perché lei sarà in grado di accogliere il suo tormento e di trasformarlo insieme a lui. Il ragazzino comprenderà che non è solo e che le cose possono essere plasmate, e che l’arte può offrirci una possibilità straordinaria di intervento nel presente. Disegnare, scrivere, costruire richiedono prima di tutto uno sforzo di immaginazione e questo ha alla base un processo che parte dal presente ma si muove solo sulla spinta del desiderio di cambiarlo. 
I bambini che frequentano la Cappella Arcana riescono a restituire a quel luogo la presenza della vita, non soltanto con la loro fisicità, ma soprattutto nel momento in cui decidono di abbellirla, di renderla diversa. 
Come in altri romanzi di Almond, anche in questo, i confini e i limiti vengono indagati come luoghi che occorre esplorare e superare per riuscire a crescere e a elaborare uno sguardo che sia, non pacificato, semmai più ricco e frastagliato e per ciò stesso, più vivo. 
L’autore ha preferito una narrazione ricca di descrizioni evocative, che indugiano soprattutto sui paesaggi naturali, e ha riservato, di contro, una sobrietà maggiore ai personaggi, ai quali vengono concessi brevissimi ritratti e accenni altrettanto sommari alla loro personalità. Persino di Dawn non viene restituita un’immagine precisa e sono sporadici i riferimenti alla sua persona. Il padre e la madre di Joff sono figure ovviamente presenti, ma il cui ruolo funzionale finisce per esaurire interamente lo spazio che viene loro concesso. Il padre vive soprattutto nei ricordi di Joff, perché al centro di questa storia in fondo c'è il grande mistero della vita sul quale è un bambino a interrogarsi, e la malattia del genitore costituisce solo il fattore scatenante di un appuntamento cui siamo tutti destinati a presentarci. Sono le risorse che un bambino possiede e che decide di utilizzare ad interessare Almond che in questo, come nel resto della sua opera, ha scelto di esplorare in tutta la loro ricca varietà. 

Teodosia 

La leggenda del ragazzo caduto di David Almond, traduzione di Giuseppe Iacobaci, 
Salani 2026

mercoledì 30 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA DIPARTITA DEL BOSCO

I bambini che vivono nella foresta sono tre: Maggan, lo Sbirro e Trim. Magicamente, le loro volontà coincidono con i moti silenziosi della foresta e del cielo. Del resto, sono loro a decidere. Circondati dagli alberi, con i piedi a mollo nelle pozze d’acqua, sono loro che fanno piovere, loro a stabilire il vento e la nuvolosità variabile. Concedono alle foglie la possibilità di ingiallire e agli aghi di pino di cadere; grazie a loro il sole splende, e i legnetti si dispongono di traverso sui sentieri.  


Un bel giorno però, dai tronchi spuntano minuscole gambine e tra le chiome si vocifera di una vacanza, a quanto pare su un’isola, in mezzo al lago. Senza troppe spiegazioni, dopo un frettoloso saluto, betulle e pini se ne vanno, e pure i pioppi tremuli spariscono, spaventati a morte da un malevolo cespuglio di rovo. A nulla valgono le decisioni dei tre abitanti: il loro chiedere a gran voce di restare rimane sospeso a mezz’aria, senza più nessuno ad accoglierlo. 


Negli albi di Eva Lindström le grandi questioni esistenziali prendono posto con naturalezza nella quotidianità dei protagonisti. L’ingenuità e lo stupore con cui essi le maneggiano non sono però presentate come manifestazioni di debolezza o ostacolo per una comprensione razionale delle cose. Anzi, nel racconto l’atto stesso di capire viene depotenziato, e gli viene preferita appunto la capacità di restare in ascolto, di soffermarsi di fronte al mistero, per quanto disorientante possa sembrare. 


Si dice che al momento dell’ideazione di questo albo Lindström fosse mossa dalla necessità di catturare e restituire l’emozione che si prova di fronte alle cose che scompaiono inaspettatamente. Uno sgomento che si impara a gestire nei primi anni di vita, quando sperimentiamo che le cose continuano a esistere anche se non sono davanti ai nostri occhi. Uno sgomento che però non perde il suo potere perturbante, poiché se è vero e lampante che un bambino che si nasconde è pur sempre vivo e vegeto dietro a un divano o che la mamma che esce dalla porta lo fa per andare a lavorare e tornerà a sera, qualcosa dell’antico sconcerto rimane e risuona in noi più forte di qualsiasi normalità appresa. 


Con la dipartita del bosco e l’uscita degli alberi dalla rassicurante cornice della pagina, Lindström decreta l’esistenza di un desiderabile altrove, invisibile sì, ma non per questo inesistente, e porta questa alterità direttamente in dialogo con chi nella pagina è rimasto. Con la dipartita del bosco si allenta tutta la costruzione di senso che Trim, lo Sbirro e Maggan chiamano, con una certa protervia, casa. Scomparsi gli alberi, a Maggan, lo Sbirro e Trim non rimane che continuare il gioco con quello che hanno, ma nonostante questo darsi da fare si accorgono che tra loro e il paesaggio che li contiene qualcosa dell’antica, magica – e forse un po’ forzata- corrispondenza si è inceppato. Guarda un po’, il freddo arriva senza essere stato evocato, e pure le nuvole e il vento, insensibili a qualsiasi comando, si rivelano per quello che sono: entità distinte, indipendenti, a volte contrarie. 


Per tirare avanti, Trim, lo Sbirro e Maggan bruciano gli scarti nel fusto di legno in cortile, fanno amicizia con una piccola uccellina che non ha fatto in tempo a raggiungere lo stormo, sistemano il terreno, aggiustano quello che deve essere aggiustato, rastrellano, si danno da fare con i legnetti. Trovano insomma uno spazio di azione per abitare quello speciale silenzio che sembra essere calato su di loro da che gli alberi si sono dileguati. E quando finalmente arriva una nuova stagione, quella in cui, una mattina presto, pini e betulle ritornano e tutto sembra tornare al suo posto, devono fare i conti con una nuova assenza: non solo mancano i pioppi, i delicati pioppi tremuli e dorati, ma mancano anche le parole per nominare. Per entrambe le cose, pare non esserci nulla di meglio che disporsi in fiduciosa attesa.


Se questo albo sembra voler raccontare il rapporto di interdipendenza tra uomo e natura, lo fa involontariamente. Certo, le assonanze con l’attuale crisi climatica sono fortissime: la natura si palesa come un vero e proprio personaggio della storia e reclama qualcosa per sé, ed emblematiche sono sia l’impotenza dei protagonisti al cospetto degli elementi meteorologici sia la presenza dell’edificio sempre sullo sfondo, con porte e finestre aperte, a evocare che la terra è la nostra unica casa… Eppure, la posta in gioco è forse più coraggiosa e profonda: raccontare come si entra in dialogo con quello che non vediamo e non sappiamo, quello che non è in nostro controllo, quello che sta fuori dalla cornice di dominio del tangibile, quello per cui non abbiamo (ancora) parole ma che non per questo non esiste. Mettere momentaneamente da parte la razionalità in favore di un diverso tipo di relazione. 


Se nella prima parte del racconto i protagonisti stabiliscono una primitiva, istintiva relazione di causa effetto tra quello che accade e la loro volontà, nella dimensione dell’attesa, quando gli alberi non ci sono (o meglio: ora che gli alberi sono altrove…) tocca loro compensare utilizzando sensibilità e immaginazione. Non accade quasi nulla, nelle tavole iridescenti che Lindström dedica a questa attonita e inestimabile resa: soffia il vento e Maggan, lo Sbirro e Trim aspettano, aspettano fino a quando il vento decide di calare, aspettano fino a quando gli alberi decidono di tornare, fino a quando la volontà di capire e spiegare si placa. Allora forse non aspettano più. Semplicemente stanno, dandoci le spalle, per osservare con noi. 


Solo allora tornano i pioppi, i tremuli pioppi dorati, dalle foglie cangianti come cangiante e ineffabile è il significato. I bambini che vivono nella foresta sono tre. Non sono loro a decidere, ma l’uccellina dice che è arrivata l’estate, e loro, che hanno imparato ad ascoltare, non hanno nulla di meglio da aggiungere. 


Giorgia 

“La foresta”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi) Camelozampa, 2025

mercoledì 5 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN LUOGO IMPOSSIBILE DA APPIATTIRE 

Essere messi all’angolo. Stare in un angolo. L’angolo del castigo. Un angolo buio. Un angolo cieco. Un carattere angoloso. Una curva ad angolo. 

Molte sono le espressioni che utilizzano questo specifico luogo geometrico e spaziale per rappresentare situazioni scomode, parziali, punitive o ristrette. 
E in effetti, talvolta, gli angoli sono problematici: sono difficili da arredare, nella loro ristrettezza si accumula la polvere, e sono sempre loro che desideriamo smussare quando si dimostrano troppo puntuti. Anche negli albi, poi: l’angolo al centro della doppia pagina, stretto nella rilegatura è un luogo critico che costituisce una sfida per illustratori, grafici e lettori. Eppure è proprio da questo incrocio di rette che convergendo interrompono la loro corsa verso l’infinito che scaturisce la tridimensionalità: è dalla gestione degli angoli sulla carta che si è generata l’illusione della prospettiva, dalle prime intuizioni di Giotto, passando per la progettazione architettonica, fino ad approdare alle illusioni di Escher e alle abbacinanti anamorfosi che il cervello non riesce a gestire liberamente. 


È qui che si posiziona Zo–O: tra illusione ottica e realtà. Questo è un albo impossibile da appiattire poiché è proprio dall’ambiguità tra l’angolo disegnato sul piano bidimensionale e l’angolo creato dalla struttura concretamente tridimensionale del libro aperto che ne scaturisce la forza. Guai se mancasse! 


Tutto ha inizio qui, su una doppia pagina suddivisa isometricamente in tre porzioni equivalenti che sono subito percepite come due pareti e un pavimento. Solo, seduto in corrispondenza del punto di convergenza di tutte le rette, un corvo contempla lo spazio a sua disposizione. 


Poi, una volta acquisite sufficienti informazioni e presa la necessaria confidenza, inizia ad arredare: un divanetto azzurro, una libreria una lampada, un tappeto. Infine una pianta, a cui dedica la prima parola. 


Ma una pianta non può crescere solo con la luce di una lampadina, e quindi ecco che il corvo inizia a decorare i muri disadorni: pennellata dopo pennellata, le pareti si travestono da enormi vetrate che, con il loro giallo paglierino, sembrano inondare l’intera stanza di luce solare. Soddisfatto il corvo si occupa delle sue cose, la pianta cresce, arriva la musica, l’angolo diventa casa. Eppure manca ancora qualcosa. 


È quando il corvo si decide, ad aprire un varco nella parete per affacciarsi effettivamente verso l’esterno che l’idea forte dell’albo si rivela. 


Zo-O maneggia concetti opposti in una dialettica che sfugge ogni polarizzazione, e restituisce nel racconto la potenza del concetto rivoluzionario di interdipendenza. 


Così come lo spazio geometrico non possiede una connotazione morale, così come a ogni angolo convesso corrisponde un angolo concavo, allo stesso modo la solitudine in cui si muove il corvo all’inizio della storia non si contrappone alla relazione con l’altro a cui si aprirà alla fine, ma ne è presupposto fondamentale; la luce della lampadina non si contrappone a quella dell’aria aperta, ma ne è il precursore. L’angolo non è ridotto a una sterile chiusura da sfuggire ma diviene luogo protetto in cui è possibile prendere le misure, costruire, un luogo in stretta relazione con l’esterno, poiché presupposto imprescindibile per l’atto di apertura. 


L’angolo può essere letto come profonda riflessione sull’immaginazione, ma proprio per come prende spunto dall’universale neutralità dello spazio geometrico può permettersi di abbandonare giudizi e contrapposizioni, per suggerire invece il sentimento di legittimità dello spazio individuale – spirito, libro, stanza o mondo che sia – promuovendolo a presupposto fondamentale alla concezione dell’intero. Un intero da cui non solo non siamo mai esclusi ma di cui facciamo parte integrante e costitutiva e verso cui siamo spinti da un senso di complementarità che più che morale è naturale. Perché che si stia dentro o fuori, si è sempre coinvolti nel medesimo processo di conoscenza. 


Giorgia

 “L’angolo”, Zo-O, (trad. Stephanie Barrouillet), Terre di Mezzo, 2025 
M.C.Escher, Concavo e convesso, 1955

venerdì 9 giugno 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


UN CANTO ANTICO



La trama di ‘Il canto del bosco’, di David Almond, pubblicato da Salani, è particolarmente difficile da riassumere: gli eventi sono in effetti molto lineari, ma ciò che dà sostanza al romanzo è tutt’altro ed è una visione del mondo presente che mette insieme politica, ecologia e un afflato mistico, sempre presente in Almond.
Dunque, la trama: Sylvia Carr arriva in una sperduta località del Northumberland, una regione inglese ai confini con la Scozia; ci arriva con la madre, che vuole evadere dall’angoscioso rapporto col marito, fotografo di guerra. Sylvia non è affatto contenta di essere lì, fra vecchi agricoltori e suonatori di cornamusa, ma già dalla prima notte capisce che quel luogo, in cui non c’è campo per i cellulari, c’è però qualcosa di magico. Questo qualcosa è rappresentato da un suono misterioso che sembra provenire dalla foresta. A farle scoprire i segreti del bosco è Gabriel, un ragazzo solitario, che ha rinunciato ai successi scolastici e che si percepisce strano; insieme perlustrano il bosco e il ragazzo mostra a Sylvia il suo flauto, promettendole di costruirne uno uguale per lei: si tratta di un flauto d’osso, antichissimo. Della presenza di popolazioni preistoriche le aveva già parlato Anthony, un vecchio dal passato oscuro, e le aveva donato degli utensili antichi, ritrovati nei campi.
Le melodie che emergono da questi strumenti primordiali hanno un potere magico, che consente a Sylvia di compiere il suo viaggio iniziatico, di fusione con la natura e con una ragazza proveniente da un passato lontanissimo, e in cui lei si identifica.
Ma il mondo contemporaneo, fatto di amicizie, amori nascenti, voglia di libertà e di ribellione, consapevolezza di vivere in un mondo malato, bussa alla porta: Sylvia ritornerà a Newcastle giusto in tempo per partecipare ad una manifestazione contro il cambiamento climatico.
Molte tematiche si intrecciano in modo inestricabile: dai travagli adolescenziali, la difficile ricerca di una identità nel mondo cui si sente di non appartenere; l’attualità delle tematiche ambientali; il rapporto spirituale con la natura e con quegli spiriti che la custodiscono.
La dimensione spirituale, ultraterrena, è spesso presente in Almond; qui diventa preponderante, dando un valore iniziatico al viaggio compiuto da Sylvia. La condizione di comunione con la natura, cui evidentemente aspirano i due ragazzi protagonisti del romanzo, è l’unica via di salvezza, che consente di conquistare una consapevolezza che travalica le generazioni e si connette con gli albori dell’umanità, cui l’autore attribuisce una sorta di purezza ancestrale.
Il linguaggio utilizzato è, di conseguenza, evocativo, poetico, allusivo, direi musicale e credo abbia dato non pochi problemi alla traduttrice Giorgia Posanti e al suo supervisore Giuseppe Iacobaci.
Questa è sicuramente una delle difficoltà di lettura che il romanzo presenta, poiché l’azione si propone attraverso un periodare descrittivo, allusivo, che cambia spesso ritmo e modalità.
Inoltre, il tema non è dei più semplici, intriso com’è di uno spiritualismo cui i ragazzi e le ragazze sono poco avvezzi.
Sinceramente, non penso che sia fra le opere migliori di Almond, ma merita comunque un’attenta lettura che consiglio a quei ragazzi e ragazze che amino la complessità, che apprezzino la sfida intellettuale che il testo contiene.
Lettura consigliata a partire dai quattordici anni.

Eleonora


“Il canto del bosco”, D. Almond, Salani 2023