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mercoledì 30 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA DIPARTITA DEL BOSCO

I bambini che vivono nella foresta sono tre: Maggan, lo Sbirro e Trim. Magicamente, le loro volontà coincidono con i moti silenziosi della foresta e del cielo. Del resto, sono loro a decidere. Circondati dagli alberi, con i piedi a mollo nelle pozze d’acqua, sono loro che fanno piovere, loro a stabilire il vento e la nuvolosità variabile. Concedono alle foglie la possibilità di ingiallire e agli aghi di pino di cadere; grazie a loro il sole splende, e i legnetti si dispongono di traverso sui sentieri.  


Un bel giorno però, dai tronchi spuntano minuscole gambine e tra le chiome si vocifera di una vacanza, a quanto pare su un’isola, in mezzo al lago. Senza troppe spiegazioni, dopo un frettoloso saluto, betulle e pini se ne vanno, e pure i pioppi tremuli spariscono, spaventati a morte da un malevolo cespuglio di rovo. A nulla valgono le decisioni dei tre abitanti: il loro chiedere a gran voce di restare rimane sospeso a mezz’aria, senza più nessuno ad accoglierlo. 


Negli albi di Eva Lindström le grandi questioni esistenziali prendono posto con naturalezza nella quotidianità dei protagonisti. L’ingenuità e lo stupore con cui essi le maneggiano non sono però presentate come manifestazioni di debolezza o ostacolo per una comprensione razionale delle cose. Anzi, nel racconto l’atto stesso di capire viene depotenziato, e gli viene preferita appunto la capacità di restare in ascolto, di soffermarsi di fronte al mistero, per quanto disorientante possa sembrare. 


Si dice che al momento dell’ideazione di questo albo Lindström fosse mossa dalla necessità di catturare e restituire l’emozione che si prova di fronte alle cose che scompaiono inaspettatamente. Uno sgomento che si impara a gestire nei primi anni di vita, quando sperimentiamo che le cose continuano a esistere anche se non sono davanti ai nostri occhi. Uno sgomento che però non perde il suo potere perturbante, poiché se è vero e lampante che un bambino che si nasconde è pur sempre vivo e vegeto dietro a un divano o che la mamma che esce dalla porta lo fa per andare a lavorare e tornerà a sera, qualcosa dell’antico sconcerto rimane e risuona in noi più forte di qualsiasi normalità appresa. 


Con la dipartita del bosco e l’uscita degli alberi dalla rassicurante cornice della pagina, Lindström decreta l’esistenza di un desiderabile altrove, invisibile sì, ma non per questo inesistente, e porta questa alterità direttamente in dialogo con chi nella pagina è rimasto. Con la dipartita del bosco si allenta tutta la costruzione di senso che Trim, lo Sbirro e Maggan chiamano, con una certa protervia, casa. Scomparsi gli alberi, a Maggan, lo Sbirro e Trim non rimane che continuare il gioco con quello che hanno, ma nonostante questo darsi da fare si accorgono che tra loro e il paesaggio che li contiene qualcosa dell’antica, magica – e forse un po’ forzata- corrispondenza si è inceppato. Guarda un po’, il freddo arriva senza essere stato evocato, e pure le nuvole e il vento, insensibili a qualsiasi comando, si rivelano per quello che sono: entità distinte, indipendenti, a volte contrarie. 


Per tirare avanti, Trim, lo Sbirro e Maggan bruciano gli scarti nel fusto di legno in cortile, fanno amicizia con una piccola uccellina che non ha fatto in tempo a raggiungere lo stormo, sistemano il terreno, aggiustano quello che deve essere aggiustato, rastrellano, si danno da fare con i legnetti. Trovano insomma uno spazio di azione per abitare quello speciale silenzio che sembra essere calato su di loro da che gli alberi si sono dileguati. E quando finalmente arriva una nuova stagione, quella in cui, una mattina presto, pini e betulle ritornano e tutto sembra tornare al suo posto, devono fare i conti con una nuova assenza: non solo mancano i pioppi, i delicati pioppi tremuli e dorati, ma mancano anche le parole per nominare. Per entrambe le cose, pare non esserci nulla di meglio che disporsi in fiduciosa attesa.


Se questo albo sembra voler raccontare il rapporto di interdipendenza tra uomo e natura, lo fa involontariamente. Certo, le assonanze con l’attuale crisi climatica sono fortissime: la natura si palesa come un vero e proprio personaggio della storia e reclama qualcosa per sé, ed emblematiche sono sia l’impotenza dei protagonisti al cospetto degli elementi meteorologici sia la presenza dell’edificio sempre sullo sfondo, con porte e finestre aperte, a evocare che la terra è la nostra unica casa… Eppure, la posta in gioco è forse più coraggiosa e profonda: raccontare come si entra in dialogo con quello che non vediamo e non sappiamo, quello che non è in nostro controllo, quello che sta fuori dalla cornice di dominio del tangibile, quello per cui non abbiamo (ancora) parole ma che non per questo non esiste. Mettere momentaneamente da parte la razionalità in favore di un diverso tipo di relazione. 


Se nella prima parte del racconto i protagonisti stabiliscono una primitiva, istintiva relazione di causa effetto tra quello che accade e la loro volontà, nella dimensione dell’attesa, quando gli alberi non ci sono (o meglio: ora che gli alberi sono altrove…) tocca loro compensare utilizzando sensibilità e immaginazione. Non accade quasi nulla, nelle tavole iridescenti che Lindström dedica a questa attonita e inestimabile resa: soffia il vento e Maggan, lo Sbirro e Trim aspettano, aspettano fino a quando il vento decide di calare, aspettano fino a quando gli alberi decidono di tornare, fino a quando la volontà di capire e spiegare si placa. Allora forse non aspettano più. Semplicemente stanno, dandoci le spalle, per osservare con noi. 


Solo allora tornano i pioppi, i tremuli pioppi dorati, dalle foglie cangianti come cangiante e ineffabile è il significato. I bambini che vivono nella foresta sono tre. Non sono loro a decidere, ma l’uccellina dice che è arrivata l’estate, e loro, che hanno imparato ad ascoltare, non hanno nulla di meglio da aggiungere. 


Giorgia 

“La foresta”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi) Camelozampa, 2025

mercoledì 5 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN LUOGO IMPOSSIBILE DA APPIATTIRE 

Essere messi all’angolo. Stare in un angolo. L’angolo del castigo. Un angolo buio. Un angolo cieco. Un carattere angoloso. Una curva ad angolo. 

Molte sono le espressioni che utilizzano questo specifico luogo geometrico e spaziale per rappresentare situazioni scomode, parziali, punitive o ristrette. 
E in effetti, talvolta, gli angoli sono problematici: sono difficili da arredare, nella loro ristrettezza si accumula la polvere, e sono sempre loro che desideriamo smussare quando si dimostrano troppo puntuti. Anche negli albi, poi: l’angolo al centro della doppia pagina, stretto nella rilegatura è un luogo critico che costituisce una sfida per illustratori, grafici e lettori. Eppure è proprio da questo incrocio di rette che convergendo interrompono la loro corsa verso l’infinito che scaturisce la tridimensionalità: è dalla gestione degli angoli sulla carta che si è generata l’illusione della prospettiva, dalle prime intuizioni di Giotto, passando per la progettazione architettonica, fino ad approdare alle illusioni di Escher e alle abbacinanti anamorfosi che il cervello non riesce a gestire liberamente. 


È qui che si posiziona Zo–O: tra illusione ottica e realtà. Questo è un albo impossibile da appiattire poiché è proprio dall’ambiguità tra l’angolo disegnato sul piano bidimensionale e l’angolo creato dalla struttura concretamente tridimensionale del libro aperto che ne scaturisce la forza. Guai se mancasse! 


Tutto ha inizio qui, su una doppia pagina suddivisa isometricamente in tre porzioni equivalenti che sono subito percepite come due pareti e un pavimento. Solo, seduto in corrispondenza del punto di convergenza di tutte le rette, un corvo contempla lo spazio a sua disposizione. 


Poi, una volta acquisite sufficienti informazioni e presa la necessaria confidenza, inizia ad arredare: un divanetto azzurro, una libreria una lampada, un tappeto. Infine una pianta, a cui dedica la prima parola. 


Ma una pianta non può crescere solo con la luce di una lampadina, e quindi ecco che il corvo inizia a decorare i muri disadorni: pennellata dopo pennellata, le pareti si travestono da enormi vetrate che, con il loro giallo paglierino, sembrano inondare l’intera stanza di luce solare. Soddisfatto il corvo si occupa delle sue cose, la pianta cresce, arriva la musica, l’angolo diventa casa. Eppure manca ancora qualcosa. 


È quando il corvo si decide, ad aprire un varco nella parete per affacciarsi effettivamente verso l’esterno che l’idea forte dell’albo si rivela. 


Zo-O maneggia concetti opposti in una dialettica che sfugge ogni polarizzazione, e restituisce nel racconto la potenza del concetto rivoluzionario di interdipendenza. 


Così come lo spazio geometrico non possiede una connotazione morale, così come a ogni angolo convesso corrisponde un angolo concavo, allo stesso modo la solitudine in cui si muove il corvo all’inizio della storia non si contrappone alla relazione con l’altro a cui si aprirà alla fine, ma ne è presupposto fondamentale; la luce della lampadina non si contrappone a quella dell’aria aperta, ma ne è il precursore. L’angolo non è ridotto a una sterile chiusura da sfuggire ma diviene luogo protetto in cui è possibile prendere le misure, costruire, un luogo in stretta relazione con l’esterno, poiché presupposto imprescindibile per l’atto di apertura. 


L’angolo può essere letto come profonda riflessione sull’immaginazione, ma proprio per come prende spunto dall’universale neutralità dello spazio geometrico può permettersi di abbandonare giudizi e contrapposizioni, per suggerire invece il sentimento di legittimità dello spazio individuale – spirito, libro, stanza o mondo che sia – promuovendolo a presupposto fondamentale alla concezione dell’intero. Un intero da cui non solo non siamo mai esclusi ma di cui facciamo parte integrante e costitutiva e verso cui siamo spinti da un senso di complementarità che più che morale è naturale. Perché che si stia dentro o fuori, si è sempre coinvolti nel medesimo processo di conoscenza. 


Giorgia

 “L’angolo”, Zo-O, (trad. Stephanie Barrouillet), Terre di Mezzo, 2025 
M.C.Escher, Concavo e convesso, 1955