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venerdì 24 gennaio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

IL CORAGGIO DELL'EDITRICE

In qualche modo, almeno visivamente, sono tanto distanti tra loro. 
Eppure. 

Da una parte c'è Ardore di Hye Won Kim: nero come la pece. Sulle sue pagine, dove una donna si muove, dalla prima pagina fino alla penultima brucia un fuoco vivo. 
Cambia in continuazione, si trasforma, come fa il fuoco, si ingigantisce, si divide in mille piste diverse, si fa portare dal vento, ringhia, ma non perde mai di luminosità. La donna lo insegue, lo acchiappa, sembra giocarci, lo stringe, lo tira a sé...
 

Dall'altra parte c'è Piccola lei di Sophie Caironi. Azzurro e rosa come un bel cielo al tramonto. Anche qui c'è una donna che vaga attraverso le pagine cercando qualcosa che ha perduto: cammina tra le montagne, si fa piccola in un bosco, leggera in aria, e poi giù sul sentiero ci appoggia i piedi. Persino nel mare dove nuota tra i coralli giganti in confronto a lei che è minuscola... 
Le cose che tengono insieme questi due libri. 
La prima, ad evidenza, è l'editrice che pubblica entrambe.
La seconda, in qualche modo dalla prima deriva: ossia la scelta coraggiosa di un'editrice di dedicare, a un pubblico che già da tempo è lì che legge, un oggetto - un albo illustrato - che di norma è concepito e pensato invece per primissimi lettori. 
Su questo ci sarebbe molto da dire perché sono davvero pochi gli editori che scommettono sull'opportunità di non sottrarre le immagini a tutti coloro che hanno già dimestichezza con la lettura, anche quella complessa, ma non per questo vogliono vedere l'illustrazione uscire dal loro orizzonte visivo... sacrificata sull'altare della parola scritta. 


Il coraggio di questi editori sta nel volersi opporre all'idea che le figure sono roba solo da bambini, o alle lamentele dei librai più convenzionali che non si saprebbero dove collocare con facilità e immediatezza libri del genere. E ancora contro quei genitori che puntano i piedi di fronte ai libri senza parole, a quelle mamma, papà ecc ecc che dicono no grazie ai libri con 'troppe' figure: "mio figlio sa già leggere... e vorrei qualcosa che lo tenesse occupato e in esercizio per più di cinque minuti..." Ah! 


Ecco a tutto questo rimediano quegli editori, qui un'editrice, che pubblicano libri come Ardore e Piccola lei, insieme a tanti altri. 
La terza ragione è di tipo strutturale. 
Entrambi gli albi si costruiscono, pagina dopo pagina, intorno a un mistero, che poi si svela immancabilmente nella penultima pagina. Il fiato si ferma per la sorpresa. Ed entrambi terminano nell'ultima, con il respiro che riprende. E questa è una delle tante opportunità che l'albo illustrato offre, proprio come oggetto fisico, ai suoi autori e autrici. C'è chi la sa utilizzare e chi invece arriva alla fine senza far sobbalzare nessuno. 
Ricordo con molta chiarezza che David Wiesner, da gigante dell'albo qual è, teorizzava la grande importanza che aveva per lui l'ultima pagina del libro: sempre tavola singola a sinistra, che arriva immancabilmente dopo un finale raccontato nella doppia pagina precedente, che ridecolla verso una prospettiva narrativa ancora ulteriore: una sorta di amo tirato verso il futuro.
 

La quarta ragione è invece tutta mia, o meglio è il frutto di un senso generale che mi pare di vedere in entrambe le storie e che io declino secondo il mio personale sentimento. Che poi sia un abbaglio poco importa, perché chi concepisce libri del genere non deve avere mai una unica lettura in tasca. Almeno spero. 
Tanto in Ardore, quanto in Piccola lei, le due protagoniste sono donne. 
Ed entrambe stanno inseguendo qualcosa. Questo 'qualcosa' è piccolo. 
Nel primo libro dietro il fuoco vivo c'è una ricerca, c'è l'impegno, la fatica di stare dietro alla vivacità: tutte cose che bruciano energie, le energie di una giovane donna. La vediamo spesso accucciata, piegata, con le braccia protese. La vediamo anche dormire a terra, tra mille giocattoli, dopo aver riempito due stendipanni, pieni di bucato...


Ebbene, nel primo libro tutto si svela nell'incontro, in un abbraccio magnifico e finale, di questa donna. Nel secondo libro, dietro quell'intricato intreccio di foglie, dietro le montagne, dietro gli sbuffi del vento, dietro i coralli e le attinie c'è di nuovo una donna in cerca. 
Qui le poche parole - che di là mancano del tutto - alludono al suo peregrinare in cerca di una direzione da prendere per poter arrivare a trovare ciò che cerca. 
Anche in Piccola lei c'è un incontro finale, nessun abbraccio ma un guardarsi negli occhi e riconoscersi. 
Se in Ardore l'incontro assume contorni chiari, seppure inaspettati e sorprendenti a posteriori, in Piccola lei l'incontro lascia molte piste aperte: la mia sta tutta in quelle orecchie. 
Grandi, piuttosto grandi e ritte, piuttosto ritte. 
 E non potrei, anche sforzandomi, trovarne una diversa. E' mia e di nessun altro.

Carla 

"Ardore", Hye Won Kim, Kite edizioni 2023 
"Piccola Lei", Sophie Caironi trad. Laura Costa, Kite edizioni 2024

lunedì 22 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

POCHE PAROLE, CONTATE E MISURATE

Bambina senza alleati - Poesie, Cristina Bellemo, Sara Dalla Pozza 
AnimaMundi Edizioni 2024 


POESIA ILLUSTRATA

"Tu ne fai 
una questione 
di statura chissà che la sorte 
non sia troppo avara 
e regali ancora 
qualche centimetro 
come nelle fiabe domandi 
allo specchio 
o al fondo
dei pantaloni alla
matita scarabocchiata
sul muro 
e io qui in silenzio ti guardo
e imparo 
quanto sarà difficile 
essere alla tua altezza." 

Come in molti libri di versi, diversi sono i percorsi che si possono intraprendere e i panorami che si possono manifestare agli occhi di chi legge. Ognuno, nei silenzi della poesia, ha agio di partire, esplorare e trovare il proprio. 
Qui mi pare di averne individuati alcuni, che vanno in direzioni anche lontane, che portano a scenari mutevoli ma che hanno un medesimo punto di partenza e anche di arrivo: Cristina Bellemo. 
Mi pare di vedere la sua infanzia, ci sono i suoi figli, c'è il suo essere madre, il suo quotidiano, la sua generosità, la sua fede, la sua scrittura. Ma inevitabilmente ci sono anche io dentro che suono: la mia infanzia, i miei figli, il mio essere madre. 
In altre parole, c'è lei che scrive e io che leggo dentro quella Bambina senza alleati
Tra i diversi, ne scelgo tre che forse sono quelli che più giustificano il parlare di un libro così, qui. Come se ce ne fosse bisogno... 
Il primo: un grande e un piccolo. 


Con tutte le diverse declinazioni che tale rapporto reciproco può generare: appartenersi, riconoscersi eppure essere diversi. E anche quel constatare che mai si perde, o mai si dovrebbe perdere per un adulto l'essere stato bambino. Un po' come a voler chiudere il cerchio, tornare a quando tutto è cominciato. 
Io avrei deciso di partire da Tu ne fai perché mi pare tanto trasparente e lieve quanto solida come un paradigma. 
Mi pare possa cogliersi lo sguardo di un grande, pieno di tenerezza nei confronti di chi sta crescendo, e di un piccolo che di quella crescita ora ne percepisce solo una questione di statura. 
E ancora racconta di uno sguardo adulto pieno di rispetto e fiducia nei confronti del piccolo. Ne constata  un'altra grandezza, e lo fa giocando con il senso metaforico della parola altezza... 
E ancora in Benedizione si ritrova quella spinta fiduciosa che ogni genitore dovrebbe saper dare ai propri figli, mai dimenticando il senso - anche quello più propriamente laico - che c'è dietro ogni benedizione, augurio di vederli partire per una strada scelta. 
Ancora in Te l'avevo detto, c'è il ribadire che piccoli e grandi hanno modi di stare al mondo diversi. Adulti che siete qui, non dimenticatelo mai! 
E ancora. A proposito di grandi alle prese coi piccoli È andata così segna una sorta di punto di partenza: l'inizio di un percorso di maternità cui si affianca quello di una paternità, dal respiro di sollievo fino alla prima doccia, tornata a casa dall'ospedale. Qui tutto si vede, tutto si sente, tutto diventa sensazione: dal dolore dei punti che tirano, camminando, al bagno riscaldato, all'asciugamano sul termosifone, la paura di morire che si lava via e che conferma che quello è amore che non può finire. 
Il secondo percorso ha a che fare ancora con Cristina Bellemo, ossia con il suo essere quel che è. 

Saper abitare 
la sfocatura 
senza premura 
di essere 
scoperta. 

Beh, accidenti, che grande consapevolezza e che grandi occhi visionari per raccontarsi! E che potenza in questa sintesi. Un'immagine che nel suo essere sfocata ha il merito di diventare universale. Tutti la possono intuire e, volendo, anche riconoscere, se si ha avuto la fortuna di incontrarla almeno una volta.


Anche qui passa tutto attraverso poche parole, contate e misurate, che però, come una ricamatrice sapiente, lei sa tenere insieme, grazie a punti serrati e filo colorato (Silvia Vecchini nella sua nota finale segue questo filo).
Così come la matita lieve di Sara Dalla Pozza, talmente lieve che i versi del retro della pagina emergono come filigrana, la immagina con ago e filo a cucire parole, lei effettivamente ricama sulla pagina il suo amore per la lentezza, il suo desiderio di stare nell'incertezza del suo profilo, la sua ritrosia a mettersi in prima fila. 
Ma a ben vedere quante altre molteplici letture si potrebbero dare di questi pochi versi? Quanti possono riconoscere parti di sé? 
E se fosse invece la timida affermazione di un'adolescente (leggere mi chiudo per averne forse conferma?) 
L'ultimo tratto di strada tra i suoi versi riguarda lo scrivere poesia, che qui è davvero ricamare. 


Una su tutte, Cane che abbaia
Il variegato elenco di suoni che Cristina Bellemo mette in ordine sparso (purché suonino) magicamente diventa due cose: una storia di un giorno (il martedì?) e una vera e propria colonna sonora che la poeta vuole - o deve - considerare... 
Qui i versi finali:... 
Accadono qui 
le parole 
si tenga conto 
per favore 
dell'influenza
 sulle trame e sulle scritture 
le colonne sonore 
non sono certo questione 
di secondaria importanza 
nella formazione 
 dell'autore 
il silenzio il rumore. 

Ecco fatto, un bel libro di poesia.

Carla

lunedì 7 marzo 2022

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

LA OXENBURY CHE C'E' IN MEZZO
 
Foto di gruppo con autore è il titolo di una serie di incontri di approfondimento su alcuni autori o autrici che hanno lasciato un segno importante, indelebile, nel panorama dell'editoria per l'infanzia. 
Le modalità degli incontri sono sostanzialmente sempre le stesse: 3 ore fitte fitte in cui si parte dal principio e si arriva alla fine, ossia si attraversa, quanto più possibile per intero, la vita e le opere dell'autore o dall'autrice in questione per riuscire a capirne a fondo la poetica. 
Non un libro in particolare, ma possibilmente l'intera carriera, le svolte, le conferme, i cambi di stile, le costanti che ne hanno segnato il percorso. Questa modalità, che è mia personale, è tale perché ho imparato a scuola che si fa così per poter conoscere e capire il più a fondo possibile l'arte di un autore e la poetica che ne è alla base. 
Domenica 6 marzo, protette dal vento teso, al sicuro in una libreria bella bella di Bari, sotto il microscopio c'era Helen Oxenbury. 
Con l'intento fermo di dimostrare quello che lei in persona ha cercato di sostenere e difendere nel corso della sua lunga e variegata vita artistica, ovvero il suo ruolo di donna serenamente determinata a dare forma e seguito alle proprie scelte umane e artistiche, fossero queste la maternità, la vita familiare o la sua carriera di autrice e illustratrice, abbiamo attraversato almeno una ventina di titoli. 
E quello che ne è risultato è quanto di più lontano esiste dall'etichetta di 'grazioso' che troppo superficialmente e troppo spesso si trova attaccato alle sue illustrazioni. Due libri, in particolare: uno che segna quasi gli esordi della sua carriera di illustratrice e uno che arriva nella maturità della sua carriera, a sessantaquattro anni. 


Due libri che non hanno visto la luce in Italia: Meal One sul fantasmagorico testo di Ivor Cutler datato al 1971 (Heinemann) e Big Momma Makes the World del 2002 (Walker Candlewick) sul testo vulcanico di Phyllis Root.
 

Cosa li tiene insieme, questi due libri tra loro formalmente così diversi? 
Una medesima idea di donna e di madre. 
Esattamente quella donna e quella madre che la Oxenbury ha sempre cercato di essere. 
Siamo al principio degli anni Settanta, in una temperie londinese davvero molto scoppiettante e in questo contesto si muove Ivor Cutler: che fu uno dei più assidui frequentatori della casa ad Hampstead di Helen Oxenbury e di John Burningham. Poeta, insegnante, umorista e performer scozzese, ebreo ortodosso: era famoso per le sue canzoni dal testo surreale e per le sue performances sempre sul filo dell'assurdo, di rado usciva dal suo personaggio anche quando beveva un tè a casa loro, ancora meno quando con estrema solennità si posizionava agli angoli della strada a distribuire adesivi d'oro su cui erano stampati i suoi Cutlerismi, come Diventa amico di un batterio, La vera felicità è sapere che sei un ipocrita, Per piacere ignora quanto c'è scritto
Elvis Costello o Bertrand Russell erano suoi grandi estimatori, così come i Beatles che gli chiesero di fare la parte del conducente di autobus nel loro film televisivo The Magical Mistery Tour
Cutler fece la sua parte in quel film, ma non amò mai la fama e come scozzese ed ebreo ortodosso, a Londra condusse una vita strana e volle sempre mantenere una sua personalissima e originale visione delle cose, circostanza questa che si rivelò vincente nel momento in cui decise di scrivere libri per bambini. 
Proprio nel fermento degli anni Settanta ne scrisse diversi e l'editore con cui pubblicava la Oxenbury già da qualche anno, ne pubblicò ben tre, illustrati da lei. Sebbene spesso potesse essere definito una presenza ingombrante, Ivor Cutler in qualche modo intercettò l'assoluto bisogno della Oxenbury di non avvertire nessuna ingerenza nel suo lavoro di illustratrice dei suoi testi. 
E quando lei, ancora temendo il peggio, alla fine gli mostrò il lavoro finito per la loro prima opera insieme Meal One, fu immensamente sollevata nel vedere che lui aveva messo via il suo essere burbero ed era pronto, invece, a congratularsi con lei per come aveva svolto bene il suo lavoro. 


Meal One ha rappresentato per lei un'ottima occasione di poter ragionare su un tema nodale, anche a livello personale: la maternità e le relazioni interpersonali che nascono all'interno di un nucleo familiare. E di poterlo fare in un contesto narrativo che affonda le sue radici, è proprio il caso di dirlo, nel fiabesco, nel magico. 
La trama è presto detta: un bambino, Helbert MacHerbert, vive con la sua mamma single. Una mattina il bambino si sveglia con una succosa prugna in bocca che la sua scherzosa madre, da sotto il letto dove è nascosta, confessa ridendo di avergli messo sulle labbra, quando lui si chiede questo frutto da dove arrivi.


Insieme decidono all'istante di piantare il nocciolo facendo un buco nel pavimento di legno, esattamente sotto il letto. Ma nulla sembra crescere fino a che i due, sempre più complici nel progetto, non pronunciano la seguente frase: O stone, O mighty plum! Send forth roots and shoots. Grow with our love into a plum tree, with lots of plums! In quello stesso momento, un massiccio albero sbuca con rami che vanno in tutte le direzioni, dal pavimento, ingolfando la casa. 


Ciò nonostante i due riescono a vedere il lato positivo: il bambino scavalcando i rami riesce a tornare a sdraiarsi. Ma, nel frattempo, si è fatta l'ora di colazione - il
Meal one del titolo. Arrivati al piano di sotto, Helbert a cavacecio della sua mamma tanto grassa quanto strepitosa, arriva la tremenda sorpresa: le radici dell'albero si stanno sbafando tutto quello che hanno trovato sul tavolo apparecchiato e stanno mandando all'aria la loro colazione. 


Si tratta di una situazione insostenibile, considerando quanta fame abbiano entrambi e soprattutto come si sia trasformata la loro casetta, fino a un minuto prima linda e pinta. 
Tutto sembra perduto fino al momento in cui quella mamma scherzosa ma molto volitiva non escogita in un batter d'occhio, ossia in un giro di pagina, una soluzione per uscire entrambi dai guai, con un trucchetto che il lettore fino a quel punto non ha potuto prevedere (perché la pagina non l'ha ancora girata!)
La cosa che convinse la Oxenbury a illustrare il testo folle di Cutler fu la relazione scanzonata che tiene insieme madre e figlio. 
Quella madre così complice con il suo bambino alla Oxenbury piacque molto, al punto da volere identificarsi in qualche modo in lei (anche se non fisicamente), visto che il viso del piccolo protagonista Helbert MacHerbert è un ritratto di Bill, il suo secondogenito. 
I disegni della madre, coraggiosa, resa come un donnone imponente e robusto, sono il frutto di una sua precisa intenzione di andare contro lo stereotipo di genere e più in generale di opporsi anche figurativamente a quello legato alla maternità in voga in quel momento. Il mensile femminista Spare Rib premiò il libro Meal One per il suo modo solidale di descrivere le capacità di una madre single: nessuna calamità, neppure la più terribile, sarebbe stata in grado di metterla in difficoltà e di farle rallentare il passo. 
Nel suo ruolo di madre lavoratrice e con una carriera in ascesa, la Oxenbury non avrebbe potuto avere modello migliore a cui ispirarsi! 


Dal punto di vista della costruzione prospettica il libro è un assoluto capolavoro, realizzato a china e colorato a matita con le ombre e i volumi ottenuti a tratteggio, porta in sé già tutto quello che sarà la sua esplosiva capacità di raccontare per immagini. Ci sono in nuce qui tutti quelli che saranno i suoi caratteri distintivi. Un piacere autentico per gli scorci arditi, per la costruzione degli interni, per l'alternanza di tavole a colori a piena pagina, oppure disegni in bianco e nero, primissimi piani che si alternano a grandi fughe prospettiche. 
Come madre lavoratrice lei stessa, Helen Oxenbury apprezza grandemente la resistenza della madre di Meal One, una eroina tenace. 
A distanza di trent'anni esatti, ormai diventata un'autrice di culto a livello mondiale, a Helen Oxenbury venne proposta una ulteriore occasione di cucire un legame con questo suo libro degli esordi. L'occasione arrivò da un testo che David Lloyd, il magnifico editor di Walker, in uno dei suoi pranzi al ristorante con la Oxenbury, ebbe modo di leggerle ad alta voce per convincerla a illustrarlo. 
Lei è reduce dalla grande fatica della Alice nel paese delle meraviglie e quindi è in cerca di qualcosa di meno faticoso, ma di sufficientemente stimolante per rimettersi con la necessaria energia ed entusiasmo al tavolo da disegno. 
Il testo, Big Momma Makes the World, di questa straordinaria autrice americana - Phyllis Root - in sostanza è una riscrittura in chiave femminile della creazione. 
Una giovane madre, di nuovo single, con il suo bebè al seguito, si prende l'impegno di creare il mondo. 


Il Creatore è adesso una Creatrice, una giovane donna lavoratrice con un piccolino da accudire. Big Momma ricorda molto la mamma di Meal One però in chiave divina. 
Il testo è gustoso, potente, esplosivo. Costruito come se fosse parlato, gioca su tutta una serie di modi di dire del migliore slang americano. 
Testi come There was water, water everywhere, and Big Momma saw what needed to be done all right. She rolled up her sleeves and went to it. Wasn't easy, either, with the little baby on her hip. Didn't stop Big Momma, though. Not for a minute. 'Light' said Big Momma. And you better believe there was light! avrebbero potuto creare qualche problema nel pubblico più 'ortodosso', ma la Oxenbury non si tira indietro e pensa che comunque ne possa valere la pena. 
Già, ma la difficoltà per lei sta nel cercare di ottenere nell'illustrazione la stessa potenza del testo. Helen Oxenbury ha una felice intuizione: umanizzare tutto e far passare


ogni cosa attraverso i due personaggi, in particolare il bambino, e per di più semplificando lo sfondo, riducendolo in una scala più accessibile anche visivamente a dei bambini piccoli. 
Dipinte con luminosa gouache, le illustrazioni sono un inno all'infanzia ma anche rappresentano un tributo alla maternità e all'amore per un figlio. E tutto questo si legge attraverso una prospettiva personale, ma anche archetipica. 
Oxenbury mette al centro del libro della creazione, proprio la maternità e la grande energia che una donna è capace di sprigionare. 


Appena esce negli Usa vince un prestigioso premio e quando lei lo va a ritirare condivide con il pubblico un po' delle riflessioni fatte durante la lavorazione. Per esempio, il colore della pelle dei due personaggi: non voleva che fossero bianchi o neri, così sceglie una terza via; la loro pelle prende il colore di ciò che li circonda: via via il colore dell'acqua, del fango, della luce o dell'erba... 
Per la Hoxenbury Big Momma è la rappresentazione della complessa condizione della donna. Sono troppe le cose che ci si aspetta lei faccia: i bambini, tutto ciò che li riguarda, il loro nutrimento e magari anche un lavoro da svolgere e in più, a livello sociale, devono essere splendide. 
La creatrice, dopo aver creato, nell'ordine, l'acqua, la luce, il buio, il cielo, crea il sole e la luna per avere una sorta di orologio naturale per regolarsi quando mettere a dormire il suo bambino. Poi arriva la terra per poterci appoggiare i piedi quand'è stanca e, visto che la terra è dura, crea un po' d'erba e almeno due alberi per la sua amaca. Poi è la volta di pesci e uccelli con cui il bambino può giocare con pezzettini di legno che ottiene dai molti altri alberi che lei ha nel frattempo creato. Poi è la volta degli animali che arrivano tutti insieme con il Big Bang. Ma la solitudine che lei sente su di sé perché gli animali non parlano e il bimbo sa fare solo goo-goo-ga-ga la spinge a creare some folks to keep me company, un po' di gente per tenermi compagnia, magari sotto il portico di casa, al tramonto, a raccontare storie.
 

E con questa gente il lavoro sembra davvero essere terminato. Lei si riprende il suo bambino e dice a tutta quella bella gente di avere cura di tutto ciò che lei ha appena creato, perché lei adesso se ne ritorna sulle nuvole con lui e perché ha anche assoluto bisogno di prendersi una pausa. 
E mentre è lì che fa fare il ruttino al piccolo e inforna biscotti al cioccolato si gira e con l'aria corrucciata, guardando giù, dice Better straighten up down there! 


E' meglio se rigate dritti, laggiù! Ma, di questi tempi, sembra proprio che in parecchi  non la stiano a sentire... 

Carla

lunedì 26 febbraio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


I want you, I need you, I love you...

La figlia del guardiano, Jerry Spinelli (trad. Manuela Salvi)
Mondadori, 2017


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni)

"Perché in quella voce - 'Mettili nel lavello' - riconobbi qualcosa che aspettavo di sentire da dodici anni. Non veniva da mio padre ma da una donna che in casa mia aveva già occupato lo spazio di mia madre. Certo, anche le altre domestiche lo avevano fatto. Ma quella...quella stava facendo qualcosa di nuovo. Usava parole da mamma. Con me."

L'infanzia di Cammie sta per finire, manca poco al suo tredicesimo compleanno. Con quella frase detta con un tono secco, che non lascia repliche: Mettili nel lavello, riferito ai piatti sporchi della colazione, a Cammie pare di avere davanti la possibilità di diventare qualcosa che oramai pensava di non poter essere più: una figlia di una madre.
Cammie è orfana di madre e vive con il padre all'interno delle mura di un penitenziario, Two Mills, in Pennsylvania, di cui lui è direttore.
Le sue amicizie si contano sulle dita di una mano. Tra le detenute, Boo Boo con cui fa lunghe chiacchierate nella Voliera, la vecchia Stanza della Quiete che suo padre ha trasformato in un grande ambiente a vetri dove liberi svolazzano uccelli e farfalle. Al di fuori del carcere, tra le compagne di scuola, praticamente c'è solo Reggie, paziente amica del cuore.
Accanto a Cammie, che tra le mura del carcere tutti chiamano Tornado perché fa sempre tutto di corsa, c'è Eloda. Una detenuta 'fidata' che ha il compito di rigovernare il loro appartamento e di prendersi cura di Cammie, quando suo padre è altrove.
Eloda è taciturna, molto riservata, efficiente nei lavori, una buona cuoca ed è brava a fare le trecce con i capelli di Cammie. Ma mantiene una impalpabile ma strenua distanza nei confronti di questa ragazzina, una sorta di alone di silenzio misterioso la circonda. Cammie ora ha deciso di sfidarlo, Cammie si è prefissa un obiettivo arduo: trasformare Eloda in una madre, sua madre.
Eloda non cede, quella distanza sembra incolmabile. Lei non potrà mai essere sua madre...
E così Cammie combatte, soffre, mente, imbroglia, accumula rabbia che sfoga qui e là, si mette persino nei guai. Tutto sembra inutile.
Fino al giorno in cui riesce, tutta da sola, ad affrontare il suo peggior nemico: quell'angolo di strada in cui tredici anni prima sua madre ha perso la vita ma prima di farlo ha spinto il suo passeggino in salvo.
D'altronde, 'nessuna madre è seppellita davvero finché suo figlio non riesce a tirarsi fuori dalla tomba.'
Ed Eloda è ancora lì e mantiene il suo silenzio e i suoi segreti...e Cammie cresce.
Questa è la meravigliosa storia di queste due.

Denso. Un libro del migliore Spinelli di qualche anno fa. Quello che ha raccontato una delle più belle figure di ragazza che la letteratura abbia mai prodotto: Stargirl, quella che suonava l'ukulele per cantarti buon compleanno tra i tavoli della mensa, quella che aveva gli occhi grandi come quelli di un cerbiatto abbagliato dai fari nella notte. Quella che potevi cercare di fissarla come una farfalla con gli spilli, ma lei sarebbe volata via. Quella.
Ecco, quello Spinelli lì. La storia che costruisce ha un'impalcatura perfetta. Si tratta di un lungo ricordo degli anni dell'infanzia da parte di Cammie, alla fine degli anni Cinquanta, quando essere bambini era un'altra cosa, una libertà e un'autonomia oggi quasi impensabili, che termina, lei ormai cresciuta, con uno straordinario svelamento che nessuno, neanche lei, si sarebbe mai aspettato.
Così il lettore ripercorre a ritroso l'intera vicenda per 'rimettere le cose finalmente a loro giusto posto'.
Accanto a un plot perfetto, Spinelli sfodera sulla pagina un'altra serie di qualità che gli vanno riconosciute e che rendono La figlia del guardiano un libro raro. Prima di tutto l'idea strepitosa del contesto. Tutto si svolge all'interno di una fortezza medievale con torri e cammini di ronda che, al suo interno, diventa casa, voliera, e nello stesso tempo continua a essere carcere e a contenere assassini della peggior specie. Un ulteriore e meraviglioso cortocircuito per chi legge. Un 'gancio' che utilizza per ragionare sul dentro e sul fuori, su cosa sia la normalità e cosa sia l'esotico, il proibito, il vietato. Sulla libertà e sulla costrizione. In particolare sulle contraddizioni dell'America, ma a ben vedere dell'intera umanità.
E a tal proposito non si può non sottolineare la sua, di Spinelli, capacità di introspezione, la sua sensibilità umana con cui crea i personaggi, li differenzia, li rende complessi, unici, ne costruisce le reciproche relazioni, ne racconta il loro spessore umano, ne esplora le molte contraddizioni, gli concede la libertà di custodire i propri segreti, ne testimonia il difficile percorso verso l'autonomia. Senza mai giudicare, senza mai farsi avanti, prendendoli per mano. Un'umanità densa, fatta di luce e ombra. Inevitabilmente i personaggi (o forse dovremmo dire meglio, le persone?) entrano nel cuore di chi legge.
Nella voliera con Boo Boo non c'è solo Cammie, ci siamo tutti.
E ancora, la qualità della scrittura che trova in Manuela Salvi la perfetta voce italiana. Asciutta, diretta. Non potrebbe essere migliore di così.
E ancora Spinelli ci offre un ulteriore ritratto di adolescente alle prese con un problema di non facile soluzione. Ed è ancora un ritratto femminile di una ragazzina che, a guardarsi indietro, ammette: non ero felice in quegli anni. Crescere, lo avranno già scritto milioni di volte, non è una roba da ridere.

Carla

giovedì 8 febbraio 2018

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Cara Formica…
Che bella la storia che mi hai raccontato.
Talmente bella che sono andato subito a cercare il libro e mi ci sono immerso…letteralmente!
Le immagini mi hanno portato via, come se una corrente sotterranea le percorresse, spazzando definitivamente ogni certezza che credevo ancora di avere. La cosa che mi ha sorpreso più di tutte è che il bambino pensi che la pelle di foca appartenga a suo padre… Se ci pensi bene, forse la mamma non gli ha detto proprio tutta la verità su di se, ma non lo ha forse nutrito descrivendogli dettagliatamente ogni creatura del mare, non gli ha addirittura raccontato la leggenda delle donne foca, non lo ha in fondo portato con ogni parola nel suo mondo? Insomma, non gli ha già svelato il segreto?
Ma forse queste cose a un bambino non interessano: semplicemente non gli servono. A lui interessa che qualcuno si occupi di lui, aiutandolo a mettere insieme i suoi pezzi, poco gli importa che la pelle sia di mamma o papà.

Oh, a proposito! Questo mi fa rammentare un altro libro che non ho mai amato particolarmente…
Ora sono costretto a guardarlo in maniera un po’ diversa.
Il libro è Urlo di mamma1 e racconta di mamma pinguino, che emette un urlo angoloso e arancione. 


E sai che succede? Ecco, il suo urlo poderoso scompone il piccolo pinguino in mille pezzi! Non solo! L’urlo è talmente potente che ogni pezzo va a finire in un angolo del mondo.
Che sia una storia particolare, a ben guardare, lo si può capire fin dall’inizio, dalla copertina…Hai visto, formica? Mamma e bambino camminano verso una luce che allunga alle loro spalle un’UNICA OMBRA! E ormai ho capito che ombra e mamma preludono a discorsi interessanti.


E allora, già che ci siamo, sfoglia un po’ il libro e guarda quanto grande e indefinito è lo spazio dove è ambientata la vicenda.
Guarda che bella luce c’è: non è la luce smaccata a perpendicolo in cui il tempo si ferma, ma la luce soffusa di quel magico momento in cui il sole si muove all’orizzonte e in ogni minuto cambia qualcosa, e attraverso il cambiamento le cose appaiono sempre diverse.
E’ in questo tempo e luogo che si svolge la storia di ogni maternità, poco importa se condotta da un uomo o da una donna. E’ del cambiamento, che essa si prende cura, dello sviluppo, della crescita.
E per chi sa farlo bene anche un urlo apparentemente distruttivo può diventare occasione di costruzione.
Infatti sai che succede? E’ la voce del piccolo pinguino quella che parla, ed elenca, nominandole, tutte le parti perdute:

"La mia testa è volata fra le stelle.
Il mio corpo è finito in mare.
Le mie ali si sono perse nella giungla.
Il mio becco è atterrato sui monti.
Il mio culetto è sparito in città.
Mi rimanevano le zampe, che però continuavano a correre."

Ecco che il piccolo pinguino, scomposto com’è, per la prima volta si accorge di quante cose sa fare!

"Volevo cercarmi, ma gli occhi erano in cielo...
...volevo gridare, ma il becco era sui monti...
...volevo volare, ma le ali erano nel fitto della giungla."

La mamma, demiurgo sapiente, non interviene nella piccola grande scoperta di se stesso che fa il piccolo pinguino se non alla fine, quando i pezzi sono stati nominati tutti ed è ora di ricucirli assieme, prima che il senso di impotenza faccia capolino. Allora arrivano le scuse, e in quella voce sussurrata il piccolo pinguino è nuovamente intero.
Quanti suoni, amica mia, quante parole e quante storie…. Che potere ha la voce!
Come se usandola potesse far diventare più vere le cose!
Sai, quasi quasi penso che a ogni nuova parola vediamo le cose come non le abbiamo mai viste.
Anzi, addirittura penso che le vediamo come fosse la prima volta!

E su questo, sono sicuro avrai moltissimo da insegnarmi…

Scoiattolo

P.S. A proposito di suoni…sai che ho letto un libro in cui un bambino impara la giornata della sua mamma seguendo i mille rumori che le risuonano intorno?2


Ah, diletto compagno di ragionamenti!
Tocchi un tasto che fa un bel suono, il suono della voce che crea.
Non posso, non posso proprio non correre lì con il pensiero. È successo un bel po' di anni fa, quando mi è finito sotto gli occhi un libro unico nel suo genere. Lo conservo con cura estrema, per tanti motivi che forse in un giorno uggioso ti posso elencare. Ma oggi tira vento e voglio andar veloce al punto: lui, il libro, contiene ventuno parole, le prime che su carta possono diventare mappa di orientamento a chi per la prima volta ascolta il mondo. Acqua, bocca, cacca, dormi, ecco, figlio, giorno, io...
Ecco, figlio, giorno, io  



Ma ti rendi conto della forza delle parole, Scoia? Nel seguire un alfabeto creano anche altro senso. Accidenti, ma qui è la poesia che va al di là anche di una buona intenzione o è il poeta che crea quasi suo malgrado?

Poco importa, amico mio, poco importa.
Guarda con me cosa abbiamo davanti: 21 parole di una prima lingua, ventuno poesie minime perché neonate, che sono pensate per voce di mamma, ecco a te Mammalingua.3
E non saltare sulla panca quando ti rivelo che la voce di mamma è di un uomo. Non è la prima volta che ragioniamo su questo... Non è forse Otto un'ottima madre? E non lo è forse Tognolini il poeta?
Ecco ancora un elemento che rimescola tutto.
Come è difficile disegnare un profilo di mamma, farne un ritratto. Si muove sempre, sfugge, va in ombra e poi in luce, crea e poi smonta e ricrea con uguale potenza.
Ma su una cosa siam fermi io e te. L'esser madre - che lo si faccia coi gesti, che lo si faccia con le parole, che lo si faccia con dolcezza oppure con fermezza, che ci sia la vicinanza, ma anche in assenza, che ci sia il malumore o che ci sia l'allegria, che sia affare di femmine o di maschi - è la grande e misteriosa avventura di un incontro.

"Dopo onde schiumose ed enormi
Pesciolino arenato al mio fianco
Nel lenzuolo di un'isola bianca
Sei venuto dal mare e sei stanco
Son venuta dal mondo, son stanca
Riposiamoci dallo stupore
Ci saranno tantissimi giorni
Ora calma il tuo cuore
Dormi"


Dopo, nulla potrà essere mai più come prima.
E direi che sia giusto così.

Formica

1Jutta Bauer, Urlo di mamma, Salani 2008
2Mélanie Grisvard, Vincent Bouergeau, Maman, tu fais quoi?, Les fourmis rouges 2015
3Bruno Tognolini, Pia Valentinis, Mammalingua, Edizioni Tuttestorie 2002

mercoledì 7 febbraio 2018

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Carissima,
Eccomi qui che ti scrivo nuovamente.
Non posso lasciar passare nemmeno un minuto perché tutto questo parlare di radici, semi e legname mi ha fatto pensare a un libro che di vegetazione e di crescite prodigiose è pieno...
Si intitola La Stagione dei frutti magici1, e racconta la storia del Signor Orzodoro, che trova un bambino in mezzo al suo campo e lo porta a casa. Quel bambino però non è un bambino qualunque: è un Greenling e viene dalla natura. Forse è un parente del bambino radice e dei Wurzelkinder che crescono nel sottosuolo del bosco. Sia quel che sia, la Signora Orzodoro non prova il desiderio di crescerlo e curarlo. E’ molto decisa, su questo punto, molto diversa da Leslie o da Otto.


Invece il Signor Orzodoro è di un altro parere, e decide di tenere il bambino: porta in casa un mucchio di terra e sistema il piccolo, proprio nel bel mezzo del salotto. Da allora, è tutto un fiorire: zucche e peperoni occupano rigogliosi la cucina, piante di mele proliferano nel salotto, un tripudio di girasoli crescono intorno al telefono, perfino la stanza da letto è invasa dalla vegetazione.
E la signora Orzodoro? Beh, lei pensa a ciò che sta perdendo: i peperoni le impediscono di preparare la colazione come di consueto, i tronchi dei meli stanno proprio davanti allo schermo del televisore, nel garage, le radici delle piante hanno fagocitato le ruote della macchina e lei non potrà più andare a fare la spesa. Nemmeno il telefono funziona. Nulla è più come prima.
Formica, c’è tanta bellezza intorno a lei, eppure lei non la vede, non ne gioisce, non se ne nutre. Anzi ti dirò: è addirittura arrabbiata!


'Perché adesso? Perché qui? Perché a me?', si chiede fissando a occhi sbarrati la stanza da letto inondata dalla luna e invasa da mille rigogliosissime piante, e io penso, amica mia, che sia una domanda più che lecita.
Anche io sarei quantomeno infastidito se qualcuno invadesse la mia tana, cambiando in un colpo la mia abitudine di leggere la sera, o posando le sue cose sul tavolo dove sono solito sedermi per scriverti. Sarei addirittura inquietato poi, se su questa creatura non riuscissi ad avere il controllo, e se questa creatura avesse la potenzialità infinita di trasformarsi in qualsiasi cosa…
Però, Formica, in fondo se ci pensi, non è quello che succede a ogni mamma?
E se solitamente le mamme sono disposte a far spazio al loro piccolo bisogna anche ammettere che devono fare una bella fatica a cambiare abitudini! Di questa fatica è imbarazzante parlare, ma sta tutta dipinta sul volto della signora Orzodoro, nei suoi sguardi stupiti, nei suoi gesti poco accoglienti e nei suoi respiri mozzati…
Forse ogni mamma, in un luogo segreto del cuore, fa la conta di tutte le cose che le vengono sottratte dalla presenza del nuovo arrivato? E forse è proprio questo aspetto che si nasconde sotto la patinata allegria di certe descrizioni di mamme in technicolor?

Scoiattolo

P.S. Non ti preoccupare, Formica…alla fine la Signora Orzodoro si rivelerà un’autentica alleata del piccolo Greenling, quando ce ne sarà veramente il bisogno. 


  
Carissimo scoiattolo carissimo.
In verità non sono affatto preoccupata: qui dalle nostre parti la maternità è un fatto puramente tecnico, potrei definirlo un lavoro di squadra, laddove le regine producono figli per poi disinteressarsene, affidandole a noi operaie. Figurati se posso scandalizzarmi o, peggio, preoccuparmi nel vedere la Signora Orzodoro che, sotto sotto, si interroga sui costi/benefici della maternità.
La sua storia mi pare illuminante sotto parecchi punti di vista. In primo luogo perché mette un gran punto di domanda su una questione nodale tra gli umani: cosa si nasconde sotto la pelle di una madre?
Mi verrebbe da dire, sotto la pelle di una mamma, talvolta c'è la pelle di una foca.
Tu sei bestiolina del Nord, ma non così tanto a Nord, come il Mare del Nord, direi, e mi chiedo se tu conosca il mito delle Selkie, del popolo del mare...
Tre le isole Fær Øer o le Shetland, nel Nord dell'Atlantico tra Scozia, Islanda Norvegia, si racconta una struggente leggenda, quella della donna foca, Selkie. Si dice che nelle notti di plenilunio il popolo del mare, e in particolare le foche, vengano a danzare sulla terraferma, dopo essersi liberate della propria pelliccia. Si racconta anche che in una notte come questa, un pescatore vede queste fanciulle danzare e di una si innamora all'istante. Ne nasconde la pelle, per impedirle così di poter tornare con le altre nel mare. La fanciulla si dispera ma poi va con l'uomo e con lui mette su famiglia, ma quando, dopo tanto tempo, ritrova nascosta la sua pelle di foca, decide di indossarla e di riprendere il mare, lasciando dietro di sé marito e prole.
Se sei nato da quelle parti non puoi non fare i conti con questa storia. E se, per di più sei Nikolaus Heidelbach, attento narratore di infanzie, non puoi non raccontarla attraverso il punto di vista di un bambino, quel bambino, rimasto a riva.2
Il titolo è già una dichiarazione di intenti di quel bimbetto. Heidelbach ce lo racconta cresciuto con la passione per il mare (e come potrebbe essere diversamente?) e attento ascoltatore delle tante storie di meraviglia che la madre gli racconta, incluso il mito del popolo del mare, talmente attento da affermare con convinzione: io da grande sarò una foca!


Lei però sul suo segreto tace.
Non sta forse indossando la pelle di madre, ora? verrebbe da chiedersi.
Il destino però è baro, perché proprio dalla voce del figlio, la donna apprende del nascondiglio della sua pelle di foca. Lui la crede del padre e, ingenuamente, gliela riconsegna.
Intriso di colori, il libro è come sempre pieno di mistero, allusioni, ambiguità e meraviglia: è il miglior Heidelbach.
Ma, al di là delle figure, il senso si concentra in quelle poche righe di dialogo che inventa, nel gioco a indovinare tra i due, quello che precede l'ultima notte terrena di quella creatura doppia e che io, zelante come solo le formiche sanno essere, ti ricopio qui di sotto.


Bambino:
"Indovina, indovina che cos'è?
"Non è una volpe e non è un coniglio e... brilla!"
Mamma:
"È una cosa o una persona?"
Bambino:
"Tutte e due!"
Mamma:
"La trovo nell'acqua o sulla terra?"
Bambino:
"Sia lì che qua"
Mamma:
"Nuota o cammina?"
Bambino:
"A volte cammina e a volte nuota"
Mamma:
"Ho capito: sei tu!"
Bambino:
"Sbagliato!"
Mamma:
"Mi arrendo!"
Bambino:
"Ma è papà!"

Scoiattolo carissimo, so che ne saprai fare tesoro di quello che ti ho appena scritto...

Formica

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1Levi Pinfold, La stagione dei frutti magici, terre di Mezzo 2016
2Nikolaus Heidelbach, Wenn ich gross bin, werde ich Seehund, Beltz und Gelberg 2011