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venerdì 31 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

HAI LE SCARPE CHE SCRICCHIOLANO! 


Avrò sufficiente cura delle parole per scrivere di un libro che si intitola
La cura delle parole? 
La domanda fa tremare i polsi e scricchiolare le scarpe...
Non so. 
Intanto però si può dire che questo strano libro funziona così: settantasette parole che diventano titolo e quindi spina dorsale di brevi racconti. I racconti, alcuni lunghi alcune pagine, altri fulminei, che si esauriscono in poche righe. Tutti rigorosamente autentici (tranne uno che spero, in tutta onestà, inventato a p. 198), che Cristina Bellemo ha collezionato e messo in ordine. 
I criteri con cui organizzare del materiale sono spesso molto interessanti, almeno per me. Qui la logica che li mette in sequenza sembra essere l'affinità fra le storie e anche - ma non ne ho certezza - un cammino lungo la linea del tempo: il tempo della sua vita. 
Nessun prevedibile ordine alfabetico in questo curioso dizionario (c'è la parola Dizionario, ovviamente), quanto piuttosto un piacere tutto interiore nel costruire un piccolo gioiello, creato dal semplice gesto di costruire una collana, mettendo assieme perlina dopo perlina lungo un unico filo, per il semplice gusto di dire: dopo questa ci starebbe bene quest'altra... Queste hanno qualcosa in comune, una segreta armonia che le tiene vicine. 
Per esempio: cicatrice e buchi... Molto divertente. 
Tutto parte da un ricordo di infanzia molto vivido; la scoperta in quarta ginnasio di una parola nuova: antropologico. Parola che ha a che fare con il lemma greco ἄνθρωπος, uomo. Rivelazione, illuminazione e successiva appropriazione della nuova arrivata: nel successivo tema in classe, la giovane Cristina ne ficca dentro almeno quattro, ad evidenza tutte a sproposito, visto che le ritornano segnate in rosso dal professore che, a scanso di ulteriori fraintendimenti e false speranze, le dà anche un voto basso. 
Eppure. Quel voto basso ha generato in lei, ragazzina studiosetta e riflessiva, la relativa conclusione: le parole non si possiedono mai. Di volta in volta, vanno sempre riconquistate, a ogni uso nuovo che se ne intende fare. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che, sulle orme della sua maestra Franca, su quelle di alcuni suoi professori, comincia a modellare la sua passione che da allora le attraversa la vita. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che mette lì perlina dopo perlina pezzettini della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua età adulta. 
Di ogni racconto non solo cura le parole, ma cura il senso che hanno per lei. Va da sé che molte di esse sono lo spunto per raccontare, attraverso nessi anche inaspettati, la creazione del proprio sé, del proprio scrivere - in versi e in prosa che sia. 
Ecco. I nessi. Ossia l'attitudine nel vedere fatti che potrebbero essere considerati insignificanti, il germe di qualcosa che mette invece radice solida per la solidità di un carattere, di una professione, di una persona. Per intenderci: che bella idea leggere a posteriori episodi semplici del proprio passato ed essere allo stesso tempo così tanto lucidi e altrettanto visionari nel voler attribuire loro il ruolo di semi fecondi. 
Questo succede molte volte in questo libro. 
L'altro grande valore, lasciatemi dire, vicino all'inestimabile è lo sguardo (che tanto trovo collimare con il mio) nei confronti dell'infanzia. E si concretizza in singoli incontri avuti con legioni di ragazzini e ragazzine. 
Ovviamente la parola Infanzia nel libro rappresenta una sorta di summa teologica di tutto quello sfrigolio di piccoli episodi. 
"I bambini sono capaci: sia nel senso dell'abilità al pensare e al fare, sia nel senso della capienza, cioè dello spazio vuoto e dunque ospitale, disponibile ad accogliere per slancio di curiosità." 
Grande verità.
Ora, come offrire loro occasioni di nutrimento di detta curiosità, è un altro fatto, che genera qui tra le pagine un appassionato j'accuse nei confronti di tutti quegli adulti che non sono, o non sono stati, in grado di vedere e quindi di rispettare e fermarsi a un passo dall'alterità dell'infanzia... ma questa è una storia annosa e triste e non mi va di scriverne ora. 
Ma di parole che raccontano bambini e bambine, ragazzi e ragazze ce ne sono un bel numero: Ragazzi e ragazze, ovvio, Ingenuità, Delusione, Talento, Lentezza... Tra loro, alcune possono essere utilizzate come guida (c'è anche la parola Guida) non richiesta su come provare a posare su di loro occhi affettuosi, accoglienti ed attenti. 
Poi ci sono delle vere e proprie perline rare e lucenti: dialogo tra sorelle alla parola Divertiti, oppure a pag. 205, il lemma è Segreto e ancora: la geniale domanda di una bambina che si legge alla voce Taccuino, Quaderno e, per chiuderla qui, il bel ragionamento di un ragazzino di quarta, consapevole di un'etimologia alternativa della parola Solidale... 
Intorno a tutto questo gran raccontare di Cristina e di ciò che le riempie giorni e notti, ci sono loro: le parole, ossia la loro disponibilità a farsi interrogare, analizzare e mettere sotto un vetrino di microscopio per poi eventualmente sgusciare verso una poesia. 
Un catalogo, ossia qualcosa di più complesso di un elenco (di elenchi si parla alla voce Elenchi...), in cui ciascuno può scegliere da dove partire, dove fermarsi, dove spiccare un salto o fare una capriola. 
Questo è per dire che questo è un perfetto livre de chevet, e che così va letto e setacciato con cura (!). 
Esattamente come è stato setacciato con cura (!) quando è stato scritto. 

Carla 

La cura delle parole, Cristina Bellemo Edizioni Messaggero di Padova 2023.

mercoledì 3 dicembre 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

È UNA STORIA. È UN TERRITORIO. È UNA CASA 

Vi è un legame intrinseco tra le questioni legate alla narrazione e il nostro rapporto con lo spazio che ci circonda: può accadere di intravederlo muovendosi in profondità, scavando con andamento verticale nelle storie (vere o inventate che siano) ma anche ricercando una connessione più di superficie, quella che si sperimenta affrontandole come fossero territori in cui esplorare per orientarsi.


Prendiamo un trasloco, per esempio. Un’esperienza classicamente tra le più stressanti. Io del mio non ricordo tanto la fatica del cambiamento, quanto quella dovuta alla quantità di cose che, scomodate dai loro legittimi e silenziosi alloggiamenti, hanno sprigionato un’intollerabile quantità di quella impalpabile energia chiamata memoria. Non erano meri oggetti portatori di ricordi, ma accumulatori di cosmogonie legate a interi periodi di vita. In altre parole, radici denudate che mostravano in bella vista la loro intera estensione. 


Lo strambo trasloco della magione Miller racconta di un filone d’argento, della miniera Minnie Moore e relativa fortuna, dell’amore tra Henry Miller e Annie. E poi c’è la costruzione della villetta, la morte del marito, i rovesci di fortuna. È solo quando Annie, in cerca di nuova prosperità per sé e il figlio, decide di spostare l’intera costruzione per trasferirla sei chilometri più in là, in un luogo più adatto al suo nuovo progetto di vita (un allevamento di maiali) che si entra nel vivo della faccenda. Traslocare una casa intera, infatti, è un ossimoro: pensare lo spostamento in un unico blocco di tutta la struttura, a partire dai muri, per passare alle stanze, ai mobili, i letti, gli armadi, i tavoli, le sedie richiede non solo ingegno e forza muscolare, ma anche un considerevole sforzo immaginativo.


Che il fatto sia dichiaratamente una storia vera è da annoverare non tanto nell’ambito di quella crisi nei confronti dell’immaginario e del fantastico che tanto viene lamentata di questi tempi. Tutto al contrario. Eggers si riallaccia alla tradizione usando uno stratagemma da vecchi cantastorie, che questo dovevano saper fare per lasciare a bocca aperta il proprio uditorio: conoscere una struttura intimamente, interamente, dalle fondamenta alla soffitta, esattamente come muratori competenti capaci di smuovere solo quello che deve essere smosso, per lasciare intero tutto il resto. Il trasloco della magione, con la numerazione puntuale di tutti i mattoni delle fondamenta, funziona benissimo come similitudine per raccontare come si trasferisce tutta intera una narrazione dalla propria testa a quella di chi ascolta.


Lo strambo trasloco della magione Miller, nelle mani di Dave Eggers, è contemporaneamente una storia vera, la sua (re)invenzione e anche una riflessione sul narrare e sulla scrittura. Soprattutto è una riflessione su quella vena preziosa e segretamente lucente che ci attraversa, fatta di memorie e credenze e mitologie sotterranee che stanno, silenti, stipate, in attesa. Un patrimonio grezzo, spesso inconscio o addirittura sconosciuto, che rende però possibile il travaso di interi ecosistemi narrativi. La questione della miniera – fatto vero – così come il viaggio in Europa (se non vero, sicuramente molto probabile e verosimile), ma ancora di più: il fatto della numerazione delle componenti delle fondamenta sono in questo senso eloquenti: è dalle profondità che parte ogni racconto, dal frantumarsi degli accadimenti e delle esperienze, dallo stratificarsi dei significati e dalla successiva ricomposizione.


Perché dal momento che esiste, poi, ogni storia va attraversata, in modo simile a come si attraversa il territorio vero, quello fisico, quello che ci circonda e che in primo luogo sperimentiamo come superficie rilevabile con gli sguardi, con distanze immaginate e vissute. Le analogie sono tali per cui spesso raccontare il fuori diventa intrinsecamente raccontare quello che accade dentro. 


Prendiamo ad esempio un cow-boy. Immaginiamo che decida di seguire le orme del padre solo dopo averle verificate. Immaginiamolo così, alle prese con l’idea della mandria che dovrebbe gestire, ammansire e mungere, come da sempre fa la sua famiglia. Immaginiamolo come un punto circondato da un territorio che esiste, ma che lui vuole percorrere, vedere, rilevare e registrare in autonomia, prima ancora che esserne assorbito. Ecco Billy delle nuvole, il nuovo albo di Eva Offredo. Billy delle nuvole ha la pretesa e l’ardire di voler conoscere prima di accogliere. Anche Offredo si aggancia a una storia vera (o almeno lei così dice): ha incontrato Billy, tanto tempo fa, e questo albo è la sua testimonianza. Invece di scavare però, lei decide di percorrere le tracce in superficie. 


Billy abbandona il lazo e lo sostituisce con lo sguardo. Il movimento di questo utensile riassume efficacemente il funzionamento del nostro occhio in azione: l’energia del lancio, l’allontanamento dell’estremità e poi il ritorno, la deliberata volontà di afferrare qualcosa. 
Diversamente dalla fune, poi, l’occhio torna sempre con qualche informazione: e allora ecco le immagini di Billy tornare e fissarsi sulla pagina come se questa fosse non solo la retina, ma quel posto speciale dove quello che vediamo si deposita. Ecco la Pampa correre a perdita d’occhio, gli armadilli e le civette e poi mangrovie, doline marine e fiordi e renne… 


Pagina dopo pagina, paesaggio dopo paesaggio, pianta dopo pianta, roccia dopo roccia, ecco emergere – in Billy e in noi - una visione più ampia: le singole rilevazioni si approfondiscono e, accumulandosi si dispongono in mappe, le mappe diverse si aggregano in territorio, l’esplorazione narrata assume una consapevolezza spaziale più estesa, lo stupore attonito si traduce in indagine. L’esperienza viva si astrae, i passi si tramutano in rette, le soste si fanno simbolo. Il tesoro che Billy raccoglie camminando è impalpabile. È fatto di oggetti, di sguardi e sensazioni, sorrisi, suoni, versi di animali, temperature e luci. 
E poi c’è la fatica, la frustrazione al cospetto della strabordante molteplicità, la meraviglia. Il caldo, il freddo, la terra sulle mani, le nuvole che viaggiano e, sopra, il cielo.


Se esiste uno scrigno per questo tipo di cose, ha la forma di un quaderno. Nelle pagine straripanti di appunti, nella seconda parte dell’albo, avviene una prima appropriazione della molteplicità incontrata camminando. Ecco far capolino il tempo, le date, la durata effettiva degli spostamenti e dei giorni. Ecco il riordinare, attraverso numeri ed elenchi, quella messe di informazioni e immagini e reperti raccolti sul sentiero, in forma sparsa, estemporanea, accidentale. Ecco il sedimentare del territorio nel racconto personale, una soglia imprescindibile per il passo successivo. Al ritorno del viaggio, la prima lettura del territorio viene integrata con un approfondimento documentato su flora e fauna delle parti del mondo attraversate.


Billy delle nuvole è un incontro faccia a faccia con il mondo naturale per scoprire come farne parte. Forse proprio per questo contiene diversi sguardi. Il primo è narrativo, certo, ma poi, per contenere tutto, si trasforma, suggerendo un metodo di raccolta da praticare nel quotidiano e infine ancora, offrendo un inquadramento di carattere divulgativo. 


Questi due albi si parlano in modo sottile. Se il primo ragiona sulla profondità delle radici e sul trasferimento della memoria da una mente all’altra, il secondo si dispone come indagine geografica, di superficie, evocando inequivocabili analogie tra il camminare e il leggere. Entrambi però, prendono un punto nello spazio, un luogo conosciuto e familiare, e lo correlano a uno poco distante, in cui non siamo ancora stati: si apre davanti ai nostri occhi una distanza che vuole essere conosciuta. Che chiama, come una promessa. È una storia. È un territorio. Soprattutto: è una casa. 


Giorgia

 “Lo strambo trasloco della magione Miller”, Dave Eggers, Julia Sardà, (traduzione di Giulia Rizzo) L’ippocampo 2024 
“Billy delle nuvole”, Eva Offredo, (traduzione di Martina Arecco), Quinto Quarto 2025 


lunedì 22 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

POCHE PAROLE, CONTATE E MISURATE

Bambina senza alleati - Poesie, Cristina Bellemo, Sara Dalla Pozza 
AnimaMundi Edizioni 2024 


POESIA ILLUSTRATA

"Tu ne fai 
una questione 
di statura chissà che la sorte 
non sia troppo avara 
e regali ancora 
qualche centimetro 
come nelle fiabe domandi 
allo specchio 
o al fondo
dei pantaloni alla
matita scarabocchiata
sul muro 
e io qui in silenzio ti guardo
e imparo 
quanto sarà difficile 
essere alla tua altezza." 

Come in molti libri di versi, diversi sono i percorsi che si possono intraprendere e i panorami che si possono manifestare agli occhi di chi legge. Ognuno, nei silenzi della poesia, ha agio di partire, esplorare e trovare il proprio. 
Qui mi pare di averne individuati alcuni, che vanno in direzioni anche lontane, che portano a scenari mutevoli ma che hanno un medesimo punto di partenza e anche di arrivo: Cristina Bellemo. 
Mi pare di vedere la sua infanzia, ci sono i suoi figli, c'è il suo essere madre, il suo quotidiano, la sua generosità, la sua fede, la sua scrittura. Ma inevitabilmente ci sono anche io dentro che suono: la mia infanzia, i miei figli, il mio essere madre. 
In altre parole, c'è lei che scrive e io che leggo dentro quella Bambina senza alleati
Tra i diversi, ne scelgo tre che forse sono quelli che più giustificano il parlare di un libro così, qui. Come se ce ne fosse bisogno... 
Il primo: un grande e un piccolo. 


Con tutte le diverse declinazioni che tale rapporto reciproco può generare: appartenersi, riconoscersi eppure essere diversi. E anche quel constatare che mai si perde, o mai si dovrebbe perdere per un adulto l'essere stato bambino. Un po' come a voler chiudere il cerchio, tornare a quando tutto è cominciato. 
Io avrei deciso di partire da Tu ne fai perché mi pare tanto trasparente e lieve quanto solida come un paradigma. 
Mi pare possa cogliersi lo sguardo di un grande, pieno di tenerezza nei confronti di chi sta crescendo, e di un piccolo che di quella crescita ora ne percepisce solo una questione di statura. 
E ancora racconta di uno sguardo adulto pieno di rispetto e fiducia nei confronti del piccolo. Ne constata  un'altra grandezza, e lo fa giocando con il senso metaforico della parola altezza... 
E ancora in Benedizione si ritrova quella spinta fiduciosa che ogni genitore dovrebbe saper dare ai propri figli, mai dimenticando il senso - anche quello più propriamente laico - che c'è dietro ogni benedizione, augurio di vederli partire per una strada scelta. 
Ancora in Te l'avevo detto, c'è il ribadire che piccoli e grandi hanno modi di stare al mondo diversi. Adulti che siete qui, non dimenticatelo mai! 
E ancora. A proposito di grandi alle prese coi piccoli È andata così segna una sorta di punto di partenza: l'inizio di un percorso di maternità cui si affianca quello di una paternità, dal respiro di sollievo fino alla prima doccia, tornata a casa dall'ospedale. Qui tutto si vede, tutto si sente, tutto diventa sensazione: dal dolore dei punti che tirano, camminando, al bagno riscaldato, all'asciugamano sul termosifone, la paura di morire che si lava via e che conferma che quello è amore che non può finire. 
Il secondo percorso ha a che fare ancora con Cristina Bellemo, ossia con il suo essere quel che è. 

Saper abitare 
la sfocatura 
senza premura 
di essere 
scoperta. 

Beh, accidenti, che grande consapevolezza e che grandi occhi visionari per raccontarsi! E che potenza in questa sintesi. Un'immagine che nel suo essere sfocata ha il merito di diventare universale. Tutti la possono intuire e, volendo, anche riconoscere, se si ha avuto la fortuna di incontrarla almeno una volta.


Anche qui passa tutto attraverso poche parole, contate e misurate, che però, come una ricamatrice sapiente, lei sa tenere insieme, grazie a punti serrati e filo colorato (Silvia Vecchini nella sua nota finale segue questo filo).
Così come la matita lieve di Sara Dalla Pozza, talmente lieve che i versi del retro della pagina emergono come filigrana, la immagina con ago e filo a cucire parole, lei effettivamente ricama sulla pagina il suo amore per la lentezza, il suo desiderio di stare nell'incertezza del suo profilo, la sua ritrosia a mettersi in prima fila. 
Ma a ben vedere quante altre molteplici letture si potrebbero dare di questi pochi versi? Quanti possono riconoscere parti di sé? 
E se fosse invece la timida affermazione di un'adolescente (leggere mi chiudo per averne forse conferma?) 
L'ultimo tratto di strada tra i suoi versi riguarda lo scrivere poesia, che qui è davvero ricamare. 


Una su tutte, Cane che abbaia
Il variegato elenco di suoni che Cristina Bellemo mette in ordine sparso (purché suonino) magicamente diventa due cose: una storia di un giorno (il martedì?) e una vera e propria colonna sonora che la poeta vuole - o deve - considerare... 
Qui i versi finali:... 
Accadono qui 
le parole 
si tenga conto 
per favore 
dell'influenza
 sulle trame e sulle scritture 
le colonne sonore 
non sono certo questione 
di secondaria importanza 
nella formazione 
 dell'autore 
il silenzio il rumore. 

Ecco fatto, un bel libro di poesia.

Carla

lunedì 21 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIRE LA VERITA' 

Parole di caramello
, Gonzalo Moure, Maria Girón (trad. Francesco Ferrucci) 
Kalandraka 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Kori finì di mangiare le sue lenticchie e andò in cortile. Si guardò intorno e non vide né sua madre, né la sorella maggiore, e nemmeno i suoi fratellini. Trovò le vecchie forbici con cui sua madre tagliava l'erba, e scegliendo ogni singolo stelo, ciascuno in un punto diverso in modo da non far notare la loro mancanza, preparò un ciuffo nella sua mano. Una volta finito, rimise le forbici dove le aveva trovate e guardò la piccolissima coltivazione d'orzo: non se ne sarebbe accorto nessuno. Nascose la mano con il ciuffo d'erba sotto la camicia e andò verso i recinti." 

Un fascetto di erba d'orzo è il suo primo regalo per in nuovo nato. 
Nel recinto dove i suoi zii allevano la dromedaria, è nato un piccolo. Kori lo va a trovare tutti i giorni e lo considera il suo unico amico. Quasi tutto il suo tempo Kori lo passa al di qua della rete a parlare e ad ascoltare quello che il piccolo dromedario, cui lui ha dato il nome di Caramello, ha da dirgli. 
Kori è un bambino sordo. Dalla sua bocca non escono suoni, ma nella sua testa riesce a leggere i segni diversi che fanno le labbra delle persone ma legge anche sulle labbra del piccolo dromedario sulle sue labbra che masticano l'aria versi e frasi. 


Nasce in Kori l'assoluta necessità di scrivere per ricordare quanto ascolta da Caramello. 
Kori così torna a scuola e con molta fatica e impegno impara a scrivere per non dimenticare. Riempie le pagine con i suoi pensieri, sono vere e proprie poesie, e con i pensieri di Caramello. 
Il dromedario cresce e dopo un anno il suo destino è segnato. Nella povertà in cui vivono tutti in quel campo di rifugiati saharawi in mezzo al nulla del deserto algerino, non c'è alcuna possibilità di allevare un dromedario maschio: le femmine danno il latte, i maschi... la carne. 

Due cose colpiscono chi legge questo racconto di Gonzalo Moure (Trenor) e tutte e due hanno a che fare con il saper raccontare la verità, nuda, per ciò che è. 
Sembrerebbe un compito semplice, quasi naturale, e invece non lo è affatto. Soprattutto, se si considera l'ambito in cui ci si trova: la letteratura per l'infanzia. 
Gonzalo Moure conduce il lettore, lo prende letteralmente per mano, per spiegargli con grande chiarezza e dovizia di dettagli, il luogo e il contesto in cui tutto avviene. La povertà assoluta di poche case di terra cruda in mezzo al nulla: non un albero, né un po' di erba. 
Ogni tanto qualche camion che nella polvere attraversa il villaggio per portare acqua o bombole di gas diventa per i ragazzini il divertimento della giornata. Inseguirlo, attaccarsi al paraurti e scendere al volo quando gli uomini seri che lo guidano scendono per liberarsene, dei ragazzini. 
E su tutto questo un immenso cielo azzurro da cui non cade neanche una goccia d'acqua. 
Qui vive Kori che è un bambino sordo: non ha nulla per sé, né suoni né voce, a parte l'affetto dei pochi adulti che gli girano attorno. Il loro tempo e la loro attenzione, però, è sottomessa a obblighi e faccende quotidiane. Così in famiglia nessuno si accorge per tempo della sua fuga con il piccolo dromedario e suo zio non ha mezzi per permettersi di allevare un secondo dromedario. 
In questo modo la verità diventa scomoda da raccontare, con tanti spigoli. Eppure. 
Nessuna ricerca di arrotondarli, gli spigoli, nessun tentativo di ammorbidire i toni, o di addomesticare la sequenza dei fatti per addolcire la lettura. Altro che parole di caramello.
Ma sono bambini... 


Ecco, è proprio questo il punto: sarà più saggio e utile nascondere loro certe durezze o piuttosto è più intelligente, serio e soprattutto onesto prenderli per mano e fargli attraversare questo piccolo dolore - che non va dimenticato è pur sempre letterario - per poi farli ragionare che così può essere la vita: con diversi spigoli contro cui sbattere? 
Potrebbe sembrare una domanda retorica, ma non lo è affatto, purtroppo. 
Ma erano due le cose che avevano relazione con il racconto del vero: la seconda è nell'altro lato di questo racconto, ossia nelle immagini. 
Maria Girón dimostra innanzi tutto una grande sapienza nel segno, nella tecnica e nella resa della luce, ma soprattutto un grande talento nel saper disegnare i bambini e, forse più in generale, i corpi umani. 
E, più in particolare, saperli ritrarre nell'atto di agire, di muoversi nello spazio. E nel farlo applica una regola d'oro, ovvero l'onestà di cui si parlava prima. 
Nessuna smanceria o leziosità, nessuna strizzatina d'occhio. 
Qui, forse, è anche l'impegno del testo che le ha indicato una direzione da rispettare. 
Ma anche altrove non mi pare di vedere mai quel repertorio di stereotipi da cui pescano spesso e volentieri i cattivi disegnatori dell'infanzia (calzettoni rigorosamente uno su e uno giù, possibilmente maglietta a righe, possibilmente molte lentiggini sul naso rigorosamente all'insù e ginocchia sporche...) Kori è ritratto più volte nell'atto di agire, nella grande serietà che mette in tutto quello che fa, che sia tagliare l'erba da portare al dromedario o sia imparare a scrivere a scuola.


Indossa sempre la stessa maglietta e le stesse braghe, ad eccezione del momento della fuga, in cui fa la sua comparsa il turbante. A parte la tavola con la lacrima, tutto quello che le immagini descrivono ha un suo preciso rigore interno, lo stesso che traspare dalle parole. Con la stessa serietà e oggettività si racconta il contesto. 


L'unico canale attraverso cui passano le emozioni è il colore che letteralmente vibra attraverso la luce.

Carla

mercoledì 5 settembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'URGENZA DI SCRIVERE

Come ho scritto un libro per caso, Annet Huizing
(trad. Anna Patrucco Becchi)
La Nuova Frontiera Junior 2018


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"Mia zia Addie dice che sarebbe meglio che non usassi la parola 'morta'. Suona così cruda, dice. E la gente si spaventa.
'Magari è meglio dire deceduta.'
Ma la trovo una parola così strana, 'deceduta'. Anche Lidwien la pensa così, e lei lo sa bene perché è una scrittrice. Continuerò a dire 'morta'."

A tutti quelli che le chiedono notizie di sua mamma, Katinka, tredici anni, dice la verità, anche se suona cruda: lei è morta. Il suo cuore ha smesso di battere quando lei aveva tre anni, suo fratello Kalle era piccolo piccolo e suo padre non aveva neanche un capello grigio.
Katinka, è evidente, non ha paura delle parole, anzi le rispetta e le ama molto e coltiva un sogno, o per meglio dire, ha una necessità: quella di scrivere. Qualsiasi cosa le capiti, nella sua testa diventa subito storia. Storia da raccontare. Il caso vuole che la sua dirimpettaia, Lidwien, sia una famosa scrittrice. Anziana e originale signora dal pollice verde, dà lezioni di scrittura senza troppo entusiasmo ad altri anziani con velleità creative. Ma con Katinka la cosa è diversa. Quando quella ragazzina, di cui conosce ovviamente tutta la storia, le si presenta davanti dichiarando che vorrebbe partecipare alle sue lezioni perché trova 'carino' scrivere, Lidwien non mostra nessuna incertezza: ogni venerdì pomeriggio con lei farà lezioni private di scrittura e in cambio Katinka le darà una mano nella cura del suo bel giardino.
Un accordo perfetto.
Comincia così la loro storia insieme. Attraverso i 'compiti', esercizi di racconto, guidati, scritti, corretti, riscritti dozzine di volte, Katinka dà voce e forma ai suoi pensieri. Cerca e, grazie ai consigli di Lidwien, si impegna a trovare sulla pagina un senso per tutto ciò che le accade. Foglio dopo foglio, riesce a mettere ordine nei propri sentimenti, spesso contrastanti. Seppure al principio con occhi spalanchiusi*, le riesce di guardare il dolore. Scriverne è la sua urgenza, ma dopo c'è ancora tanta vita da vivere e da scrivere...

È innegabile il fiuto del 'segugio' che abita le stanze della Nuova Frontiera Junior e che, con il suo naso, 'stana' libri del genere.
Altrettanto innegabile si dimostra l'alta qualità di certa narrativa coraggiosa e onesta per ragazzi e ragazze in crescita che l'editoria nederlandese ha diffuso e continua a diffondere.
Questo romanzo è di nuovo un'eccellenza nel panorama: laico, ironico, commovente. Ciò che a prima vista può sembrare insolito per un'autrice di libri di no fiction, si rivela invece molto coerente con la seconda attività di Annet Huizing: il consulente letterario. È probabile che sia questo l'humus su cui ha radicato l'idea di questo suo primo romanzo, pubblicato nel 2014 e vincitore di importanti premi. A ben vedere, il mestiere di un consulente letterario ha molto a che fare con il know how che nel libro Lidwien dimostra di avere e di saper condividere con la sua migliore allieva, Katinka. Insolito è anche il doppio registro che il libro presenta: da un lato c'è una bella storia che si costruisce sotto gli occhi del lettore, dall'altro c'è un buon manuale di scrittura messo in pratica (che diventa anche un ottimo manuale di lettura, nella misura in cui mette in luce ciò che fa di un libro un bel libro). La peculiarità sta proprio in questo delicato equilibrio di intrecci che l'autrice dimostra di saper gestire con estrema disinvoltura, creando un tessuto narrativo di ottima qualità.
La storia di questa ragazzina senza madre, le sue difficoltà con il nuovo amore del padre, la sua necessità di chiarezza sui ruoli e di ricostruzione di un passato sempre più evanescente guadagna spessore e prende la sua bella forma letteraria, nello stesso tempo drammatica e umoristica e maledettamente autentica, proprio attraverso alcune 'leggi' della buona scrittura che, accanto a Katinka, si apprendono leggendo: la prima, show, don't tell, la seconda, inventati un cliffhanger, terza, non raccontare tutto!, quarta, cambia la prospettiva, quinta, manipola il tempo, sesta, tutto nasce dal contrasto...
Leggerlo, per chi come me è sempre in cerca di criteri di valutazione da condividere nella formazione di nuovi lettori consapevoli e critici, è stato balsamo per le orecchie e per l'anima.
Nei ragionamenti fatti su questo libro, impossibile e forse inutile mantenere la giusta distanza, ma a chi li leggerà, il compito di kill my darlings (la settima legge).

Carla

Noterella al margine: Contribuiscono alla qualità del libro la copertina di Marta Pantaleo che continua a fare bei disegni e la traduzione di Anna Patrucci Becchi che dal nederlandese non teme rivali.

*Neologismo coniato da Bruno Tognolini per descrivere gli occhi di chi, con le mani sulla faccia, li chiude per la paura, per poi aprirli tra le dita per la curiosità.

venerdì 7 ottobre 2016

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Ehi scoiattolo,
a te capita mai di avere gli occhi strizzati per non piangere e il cuore pesante di tristezza? A balena è capitato. Appena un momento dopo però i suoi occhi si sono spalancati e hanno visto che il giardino era diventato ormai un legaccio e il suo cuore ha sentito il bisogno di divincolarsi e saltare leggero.
E così la magnifica balena salta.
Salta in alto, leggera da ogni pensiero. E in un solo secondo il giardino scompare; strappato via dall'acqua ora galleggia, un albero qui e un ombrellone lì.



Magnifici e coraggiosi sono coloro che non hanno timore di ammettere i propri errori, di accettare i propri limiti, coloro che per questa ragione sanno tornare indietro sulle proprie scelte.
In fondo, pensa balena, io ho una bella fontana e tanto mi basta.
Se sei una balena, sognare un giardino è forse più bello che averlo davvero.
E adesso che ci penso, potrei dirti che la forza di un desiderio o di un sogno è il motore che fa andare il mondo.
Sognare e immaginare, e sognando cercare di valicare il proprio limite, è la molla che ha fatto fare passi da gigante all'umanità. Pensa se Platone o Copernico o Darwin o Martin Luther King non avessero avuto un sogno...
Gli scienziati sono lì che dibattono se gli animali sappiano immaginare.
Ma io e te sappiamo che gli animali di Tellegen lo sanno fare, e tanto.
Guarda balena...ha appena perduto il suo giardino ed è di nuovo lì che immagina di avere le ali e di andare a far visita all'unicorno...


Tellegen, che è il suo burattinaio nascosto, lui che la fa parlare e la fa agire sa bene cosa sia il limite e sa bene anche quale sia un buon sistema per provare a superarlo.
Scoiattolo, mi pare sia arrivato il momento che io ti sveli il mestiere di questo anziano signore olandese.
Toon Tellegen, saggio maestro di filosofia, sensibile osservatore del mondo, narratore visionario, è in realtà un medico. Un uomo di scienza, ne potevi dubitare?, che ogni giorno deve confrontarsi con un bel po' di limiti, uno dei quali invalicabile: l'ultimo, quello estremo.
Per lui senza poter immaginare e talvolta anche un po' sognare sarebbe proprio dura, non credi?
Ho un po' sonno e ho tutti i sei piedi stanchi ma devo dirti, amico mio, che questa strana storia della balena scritta dal dottore mi ha messo in testa un bel po' di cose.
Te le dico, una dopo l'altra, sarai contento, e poi sparisco sotto le coperte.


1) Cerca di andare in cerca (sono o no la regina del calambour?).
2) Guarda le cose anche con occhi nuovi.
3) Sii gentile.
4) E, soprattutto, abbi sempre il coraggio di saltare.


Dormo già.


Form.....zzzzzzz


ps. se mi scrivi, fallo a bassa voce, altrimenti mi svegli.




Carissima formica,
hai proprio ragione. I sogni e i desideri sono ciò che fa andare avanti il mondo.
Non è così anche con i libri?
Cosa ci spinge a girare pagina dopo pagina se non il desiderio di vedere cosa c’è oltre?
Se leggessimo solo cose di cui conosciamo la fine non saremmo forse del tutto disinteressati all’avventura della lettura?
Non è forse nella nostra ignoranza che risiedono tutte le premesse per la volontà di scoprire?
È come se tra ciò che sappiamo e ciò che vorremmo sapere ci fosse una sottile linea di confine, e la nostra abilità di muoverci su quella linea determinasse la qualità dei nostri sogni.
Sai cosa pensavo? Pensavo che proprio per questo Tellegen ha scelto la balena: lei può nuotare nel mare, ma deve sempre uscire dall’acqua per respirare.
Può saltare verso l’alto, ma deve per forza ricadere verso il basso.
È un animale tanto libero, ma quanti limiti conosce! Infatti è capace di sperimentare il giardino con tanta determinazione e di sbarazzarsi di tutto con gentilezza quando capisce che la realizzazione del suo sogno non la soddisfa più.
E poi è in grado di tornare al suo stato di partenza, forte di una nuova consapevolezza. 
 

L’immagine in cui balena salta e si libera del giardino mi ha molto colpito, perché improvvisamente appare una sottile striscia di blu.
Hai notato anche tu che è l’unico momento del libro in cui il mare viene rappresentato nel suo colore?
Un pizzico di oggettiva verità.
Non solo, ma è la prima immagine in cui l’illustratrice traccia una linea così netta che determina una situazione spaziale ben precisa all’interno della pagina. 
Un diaframma che divide lo spazio tra il sopra e il sotto, tra l’acqua e l’aria, il luogo in cui balena può dar forma al salto e quello in cui tutta la forza del salto finisce e bisogna (per forza) cadere nel mare.
Sai, formica, se ci penso credo di non sbagliarmi, ma il momento più emozionante non è forse quando, esaurita la propulsione del suo entusiasmo, il grande corpo della balena si abbandona alla gravità e deflagra nell’acqua dando la misura della sua potenza che prima era sembrata tanto eterea?
Non è forse ammettendo i limiti che le impone il giardino che balena apprezza la sua fontana e decide di tornare sui suoi passi?
Non è forse perdendo le cose che possiamo misurare con cognizione di causa cosa abbiamo avuto?
Mi dici che Tellegen è un medico, e io credo che lui conosca il valore tanto della libertà di provare, seguendo l’intuito, quanto quello della capacità di percepire il limite.
Del resto è così che funziona la conoscenza, con una spinta forte ed energica in avanti, e con un ritorno indietro dolente e necessario per una nuova domanda.



Sarà per questo che l’ultima immagine con cui si conclude il libro è la divina cavalletta che va avanti e indietro, sorridendo rassicurante, sull’altalena ancorata oltre il bordo del foglio?
Oh cara formica, quante cose ho imparato attraversando questo libro con te.
E quante altre ne avrei perse, se non mi fossi soffermato a sfogliarlo anche all’indietro.


Scoiattolo


P.S. Ho trovato un altro mucchio di ghiande, ma non credo sia mio. C’era un libro che non conoscevo. Un cerchio incompleto è alla ricerca del suo pezzo mancante, ma, quando finalmente lo trova, capisce che tutto sommato la felicità vera era prima, in quel suo incedere lento proprio perché imperfetto...1





1 S. Silverstein, Alla ricerca del pezzo perduto, Orecchio Acerbo 2013 (trad. Damiano Abeni)

giovedì 6 ottobre 2016

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Carissima formica,
ho cominciato a pensare delle cose molto diverse a proposito del giardino e ho dovuto scriverti subito.
So che questo scompagina un po’ la nostra abitudine, ma il mio bisogno di parlarti era davvero forte.
Dopo l’entusiasmo iniziale per il giardino infatti sono rimasto turbato da una frase della cavalletta:“Non potrai più saltare fuori dall’acqua”, ha detto alla balena. Poi ha aggiunto anche che non avrebbe più potuto aprire la bocca, né ridere troppo per non far cadere la frutta dagli alberi. 
E di notte, nemmeno girarsi sulla schiena, la sua posizione preferita.
Ma la cosa che più di tutti faccio fatica ad accettare è che la cavalletta posi uno specchio sulla fronte della balena per permetterle di vedere il giardino: ma non si rende conto che lo vedrà tutto capovolto?
Sai, più penso, più questo giardino si trasforma.
Mi sembrava un Eden mentre adesso lo vedo come un’imbrigliatura inutile che costringe la balena a negare la sua natura più autentica.
Eppure, e su questo non ho dubbi, lei è contenta e se la gode. Secondo te come mai?
Ti ricordi la storia dell’oritteropo che aveva deciso di vivere a testa in giù perché a guardare le cose dritte gli veniva una rabbia tremenda?
Era un tipo davvero simpatico, ma se lo giravi diventava una vera furia.
E mi aveva detto, proprio detto a chiare lettere: “..non è che io sia costretto: lo voglio! “.1 Sembrava conoscersi proprio bene.
Io invece anche se mi sento confuso come se mi avessero messo a testa in giù per la prima volta, penso che guardare le cose a rovescio o con un angolo visuale differente possa solo ampliare la prospettiva di veduta.
Questo è chiarissimo in certe immagini del libro...


In una compare la rana cade dall’alto dritto nella pagina bianca e poi va oltre il margine inferiore. È un’immagine che rimanda a uno spazio che sta oltre bordo, come se la vera illustrazione non stesse sulla pagina, ma fuori: da dove viene la rana, e dove va? 


Altrove la cavalletta è in balia di una tempesta, ma sulla pagina si vedono solo gli effetti dei marosi sull’insetto, che si trattiene con tutte le forze all’albero della barca. Anche qui non si capisce dove stia il mare, se sopra, sotto o tutto intorno, e viene voglia di sporgersi per sbirciare oltre l’orlo del foglio.


Un po’ come capita anche a balena che vuole 'sbirciare' cosa significhi avere un giardino sulla schiena.


Oritteropo dava l’idea di conoscersi così bene proprio perché aveva guardato il mondo da dritto e da rovescio. Invece penso che la balena non possa avere piena consapevolezza di quello che le sta succedendo: può soltanto sperimentare, e in questo è davvero insuperabile.
Sperimenta e sospende il giudizio, come fanno i bravi scienziati. Forse sotto sotto è proprio il desiderio di conoscenza che anima balena? E come oritteropo vuole ostinatamente rimanere in una posizione che le permetta di vedere il mondo sotto una prospettiva nuova, per conoscere meglio se stessa e ciò che ha intorno, se necessario anche attraverso uno specchio.
A proposito, formica, l’hai vista la figura in quarta di copertina? Io solo ora: c’è cavalletta, intenta a sollevare da terra con tutte le sue forze il melo che pianterà nel giardino.
Chissà se la balena ha mai mangiato una mela...
Cara formica, aiutami tu a capire meglio...

Scoiattolo

P.S. Ho scovato tra le ghiande un libro...pensa un po’ parla di una bambina che va al di là di uno specchio dove tutte le cose vanno al contrario di come devono andare.
E indovina un po’ dove va a finire nel secondo capitolo? In un giardino...2






Caro scoiattolo,
hai ragione ad avere fretta di scrivermi!
Quando le cose ci mettono in fermento è difficile mantenere la calma...
E anche su un'altra cosa devo darti ragione: balena se la gode proprio tanto, questa idea del giardino sulla schiena. E il suo stato d'animo è proprio come il tuo: tutto agitato per la novità.
Il suo sorriso sulle labbra secondo me nasce dal fatto che il suo sogno 'impensabile' si sta realizzando. E tanto più esso può sembrare assurdo, tanto più lei è contenta. In barba a ogni logica e a ogni buon senso il suo pensiero senza confini la fa sentire libera e magnifica.
Magnifici si diventa quando si lascia da parte ogni mediocrità, la noia delle cose consuete, e quando si fanno le cose in grande, senza porsi limiti di sorta. La balena, con questo sogno del giardino, è tutta uno stupore.
Spesso gli animali filosofi di Tellegen sanno essere magnifici per non volersi mai porre limiti al pensiero e non volerne portare il peso. E per saper essere unici, inconfondibili e lievi
Una volta in un suo libro, un altro suo libro3, ho letto, che a una balena che non era tanto brava ad arrampicarsi sul faggio per andare a casa dello scoiattolo, fu d'aiuto una formica che se la caricò sulle spalle, mentre lo scoiattolo nella sua stanza approntava una tinozza per farla sedere comoda....
Il loro modo di ragionare mi ricorda molto quello dei bambini e delle bambine che sanno trovare la logica nell'assurdo, non sanno cosa sia la noia, sanno stupirsi ed essere inafferrabili...
Ma, come spesso accade, anche la leggerezza ha un prezzo...



Così felice del suo nuovo aspetto e così emozionata di essere finalmente ospitale per tutti quelli che vorranno andarla a trovare, la balena quasi non sente (o non vuol sentire) ciò che la cavalletta le sussurra: non più salti sull'acqua e tuffi in profondità, non più ridere a crepapelle, non più sdraiarsi a pancia all'aria per vedere le stelle. Ma soprattutto, il limite di tutta questa faccenda del giardino sulla schiena sta nel non poterselo godere direttamente... 
Lei su quella bella panchina per conversare non potrà sedercisi mai.

Ed è in questo preciso momento che balena capisce. Ora il giardino più bello del mondo, come le ha detto un giorno l'albatro, è lì a disposizione di tutti quelli che passano, ma solo lei non può goderselo. Persino vederlo, le è negato. Si immagina seduta comodamente sulla panca, annusando il profumo delle rose, il sole sulla faccia, la fontana che gorgoglia.
E così, all'improvviso realizza: No, tutto questo non potrà mai funzionare!
Ma io, diletto amico mio, te l'ho già detto, questa balena sa essere magnifica!
E magnifico è ciò che da lì a un attimo accade...

Dormi leggero, se puoi, che domani è un altro giorno.

Formica

[continua]

1 T. Tellegen, M. Boutavant, Non sarai mica arrabbiato?, Rizzoli 2014 (trad. Manuela Calandra) p. 21-26
2 L. Carrol, Al di là dello specchio, Einaudi 2003 (trad. Alessandro Ceni)
3 T. Tellegen, Lettere dal bosco, Donzelli p. 41 (trad. David Santoro)