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venerdì 31 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

HAI LE SCARPE CHE SCRICCHIOLANO! 


Avrò sufficiente cura delle parole per scrivere di un libro che si intitola
La cura delle parole? 
La domanda fa tremare i polsi e scricchiolare le scarpe...
Non so. 
Intanto però si può dire che questo strano libro funziona così: settantasette parole che diventano titolo e quindi spina dorsale di brevi racconti. I racconti, alcuni lunghi alcune pagine, altri fulminei, che si esauriscono in poche righe. Tutti rigorosamente autentici (tranne uno che spero, in tutta onestà, inventato a p. 198), che Cristina Bellemo ha collezionato e messo in ordine. 
I criteri con cui organizzare del materiale sono spesso molto interessanti, almeno per me. Qui la logica che li mette in sequenza sembra essere l'affinità fra le storie e anche - ma non ne ho certezza - un cammino lungo la linea del tempo: il tempo della sua vita. 
Nessun prevedibile ordine alfabetico in questo curioso dizionario (c'è la parola Dizionario, ovviamente), quanto piuttosto un piacere tutto interiore nel costruire un piccolo gioiello, creato dal semplice gesto di costruire una collana, mettendo assieme perlina dopo perlina lungo un unico filo, per il semplice gusto di dire: dopo questa ci starebbe bene quest'altra... Queste hanno qualcosa in comune, una segreta armonia che le tiene vicine. 
Per esempio: cicatrice e buchi... Molto divertente. 
Tutto parte da un ricordo di infanzia molto vivido; la scoperta in quarta ginnasio di una parola nuova: antropologico. Parola che ha a che fare con il lemma greco ἄνθρωπος, uomo. Rivelazione, illuminazione e successiva appropriazione della nuova arrivata: nel successivo tema in classe, la giovane Cristina ne ficca dentro almeno quattro, ad evidenza tutte a sproposito, visto che le ritornano segnate in rosso dal professore che, a scanso di ulteriori fraintendimenti e false speranze, le dà anche un voto basso. 
Eppure. Quel voto basso ha generato in lei, ragazzina studiosetta e riflessiva, la relativa conclusione: le parole non si possiedono mai. Di volta in volta, vanno sempre riconquistate, a ogni uso nuovo che se ne intende fare. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che, sulle orme della sua maestra Franca, su quelle di alcuni suoi professori, comincia a modellare la sua passione che da allora le attraversa la vita. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che mette lì perlina dopo perlina pezzettini della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua età adulta. 
Di ogni racconto non solo cura le parole, ma cura il senso che hanno per lei. Va da sé che molte di esse sono lo spunto per raccontare, attraverso nessi anche inaspettati, la creazione del proprio sé, del proprio scrivere - in versi e in prosa che sia. 
Ecco. I nessi. Ossia l'attitudine nel vedere fatti che potrebbero essere considerati insignificanti, il germe di qualcosa che mette invece radice solida per la solidità di un carattere, di una professione, di una persona. Per intenderci: che bella idea leggere a posteriori episodi semplici del proprio passato ed essere allo stesso tempo così tanto lucidi e altrettanto visionari nel voler attribuire loro il ruolo di semi fecondi. 
Questo succede molte volte in questo libro. 
L'altro grande valore, lasciatemi dire, vicino all'inestimabile è lo sguardo (che tanto trovo collimare con il mio) nei confronti dell'infanzia. E si concretizza in singoli incontri avuti con legioni di ragazzini e ragazzine. 
Ovviamente la parola Infanzia nel libro rappresenta una sorta di summa teologica di tutto quello sfrigolio di piccoli episodi. 
"I bambini sono capaci: sia nel senso dell'abilità al pensare e al fare, sia nel senso della capienza, cioè dello spazio vuoto e dunque ospitale, disponibile ad accogliere per slancio di curiosità." 
Grande verità.
Ora, come offrire loro occasioni di nutrimento di detta curiosità, è un altro fatto, che genera qui tra le pagine un appassionato j'accuse nei confronti di tutti quegli adulti che non sono, o non sono stati, in grado di vedere e quindi di rispettare e fermarsi a un passo dall'alterità dell'infanzia... ma questa è una storia annosa e triste e non mi va di scriverne ora. 
Ma di parole che raccontano bambini e bambine, ragazzi e ragazze ce ne sono un bel numero: Ragazzi e ragazze, ovvio, Ingenuità, Delusione, Talento, Lentezza... Tra loro, alcune possono essere utilizzate come guida (c'è anche la parola Guida) non richiesta su come provare a posare su di loro occhi affettuosi, accoglienti ed attenti. 
Poi ci sono delle vere e proprie perline rare e lucenti: dialogo tra sorelle alla parola Divertiti, oppure a pag. 205, il lemma è Segreto e ancora: la geniale domanda di una bambina che si legge alla voce Taccuino, Quaderno e, per chiuderla qui, il bel ragionamento di un ragazzino di quarta, consapevole di un'etimologia alternativa della parola Solidale... 
Intorno a tutto questo gran raccontare di Cristina e di ciò che le riempie giorni e notti, ci sono loro: le parole, ossia la loro disponibilità a farsi interrogare, analizzare e mettere sotto un vetrino di microscopio per poi eventualmente sgusciare verso una poesia. 
Un catalogo, ossia qualcosa di più complesso di un elenco (di elenchi si parla alla voce Elenchi...), in cui ciascuno può scegliere da dove partire, dove fermarsi, dove spiccare un salto o fare una capriola. 
Questo è per dire che questo è un perfetto livre de chevet, e che così va letto e setacciato con cura (!). 
Esattamente come è stato setacciato con cura (!) quando è stato scritto. 

Carla 

La cura delle parole, Cristina Bellemo Edizioni Messaggero di Padova 2023.

lunedì 28 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA BELLA FESTA, INSIEME

Oggi la parola è meraviglia
, Chiara Carminati, Vittoria Facchini, 
Bernard Friot, Susie Morgenstern 
Pension Lepic 2025 

POESIA 

"CORRISPONDENZE POETICHE Quando qualcosa diventa un'abitudine, spesso ci si dimentica com'è nata. Da parte mia, posso solo dire che c'è un rito che sancisce l'inizio di ogni giornata: scrivere una poesia e mandarla a Susie. O ricevere una poesia da Susie e risponderle. Per noi è anche un gioco: chi sarà il più poeticamente mattiniero? E come sarà interpretata la parola del giorno, proposta di volta in volta dall'uno o dall'altra? È un'abitudine, ma è anche molto di più: è uno spazio di libertà, un laboratorio di ricerca. C'è libertà perché sappiamo che il giudizio dell'altro sarà benevolo e perché le regole importano poco... e in fondo importa poco anche la poesia: ognuno va dove lo portano le parole, i suoni, le immagini, i ritmi o l'emozione. Ma si tratta anche di un laboratorio: che sia corta o lunga, con o senza struttura, più o meno seria, la poesia si inventa continuamente forme nuove. Certamente non tutti gli esperimenti riescono bene. Ma tutti sono poesia, perché tutti nascono dalla volontà di esplorare lo straordinario potere delle parole, che uniscono e disfano, collegano e oppongono , feriscono e confortano. Corrispondenza poetica, così chiamiamo il rito che inaugura ogni nostra giornata. Ma in verità ha un altro nome, che ogni nostro scambio cerca di reinventare: amicizia. 
E un'amicizia è ancora più forte quando sa aprirsi agli ospiti, come una bella festa da condividere..." 

Ecco, una bella festa da condividere. 
In fondo, fare un libro è un po' anche questo: costruire qualcosa di bello assieme e, se ci si riesce, festeggiare tutti, lettori compresi. 
Partiamo da qui. 
Da questa frase che si legge - quasi in conclusione - nelle righe che Bernard Friot ha scritto per spiegare la nascita di Oggi la parola è meraviglia
Friot ci dice anche che, alla corrispondenza tra lui e Susie Morgenstern, si è aggiunta "in corsa" anche Chiara Carminati, con nuove parole e nuovi versi, da sommare a quelli che viaggiavano dalla mail di Susie a quella di Bernard e viceversa. 
Come regalo da offrire a quella loro festa ancora "privata", oltre alle parole e ai versi, Chiara Carminati porta in dono l'idea geniale di non prevedere nessuna traduzione. In tal modo si sarebbe conservato intatto l'equilibrio perfetto fra le voci di ciascuno di loro. 


Come accade sempre alle feste, o quando si fa un libro assieme, più si è più cresce la possibilità che venga bello e che il divertimento aumenti. 
Così, alle voci di Susie Morgenstern e di Bernard Friot, e in un secondo momento quella di Chiara Carminati, si aggiunge quella di un editore, Pension Lepic, che dà il suo fondamentale contributo in quattro mosse: decide di pubblicare un libro del genere, lo dà da illustrare a Vittoria Facchini, lo dà a Daniele Fior di Locomoctavia audiolibri perché ne curi l'aspetto sonoro, ossia renda possibile al lettore l'ascolto delle voci dei tre autori, e ne affida il progetto grafico a Fausta Orecchio di orecchio acerbo, che prende molto sul serio l'idea di costruire qualcosa di bello con tutti loro. E lo fa. 


Il risultato, la bella festa da condividere anche con i lettori, è un libro piccolo, pieno di blu, in cui in 125 pagine si alternano trenta parole diverse, ognuna delle quali declinata in tre lingue da tre poeti in tre direzioni tra loro anche molto lontane. Tre voci che leggono novanta poesie e per ciascuna parola, almeno una tavola - a matita, penna e pennello intinto nel blu. A tenere tutto assieme, il lavoro della grafica che silenziosamente sceglie colori, forme, formati, corpi, font e restituisce un oggetto in cui al pregio si aggiunge pregio. Ma, tra tutto questo, lei decide di insinuare anche un divertente e divertito gioco visuale. Vedere per capire. D'altronde se festa deve essere, tutti devono contribuire alla buona riuscita e al piacere di festeggiare assieme. 
Parliamo delle poesie. È sempre molto frustrante parlare di poesia. Andrebbe letta e basta. Tuttavia forse ha senso segnalare un paio di cose interessanti. 


La prima: la grande differenza tra i toni e quindi i ritmi dei tre. 
Il lungo respiro di Friot, il ritmo battente di Morgenstern e il gioco imprevedibile di Carminati. 
La seconda: parlando dei versi di Chiara Carminati (mi sembra di poterla capire meglio degli altri due), accade ancora una volta che lei giochi non solo con il senso delle parole, ma con il loro suono, per esempio usando i diversi significati di una stessa parola, per creare senso ulteriore e meraviglia, stupore aggiuntivo: 
INSIEME 
non amo le poesie fatte da soli 
che splendono potenti nella notte. 
Preferisco quelle delle stelle 
che nel buio indicano le rotte. 

Oppure: 
RIPETERE 
stagnola stagnola stagnola stagnola 
se ripeti molte volte una parola 
fobia fobia fobia fobia fobia fobia 
la sua anima di senso vola via 
e ti resta vivo in bocca come un grillo 
spillo spillo spillo spillo spillo spillo... 

E qui non posso non notare che tutti e tre si divertono spesso e volentieri a tamburellare su un medesimo suono, a elaborare liste, elenchi... 
Appunto, leggere per credere alla parola Repeat di Susie Morgenstern e Répétér di Bernard Friot. 
E ancora in Between di Susie Morgenstern il suo battere regolare su questa parola e altrettanto il suo esatto volare tra due contrari, ci consegna, alla fine del gioco, senza parere, una grande verità. BETWEEN 
Between black and white, there's all that grey 
In this murky grey we find our way 
Between truth and lies 
Between doubt and tries 
Between despair and hope 
Between yes and nope.... 


Per quel che può valere, le mie tre preferite per ciascuno dei tre:
Peut-êtreJournal, Caché; Girare, Meraviglia, Vicini; Frame, Notebook, Between
A libro letto, tutti e cinque, mi sentirei di aggiungere anche Facchini e Orecchio con le forme - delle parole dette e scritte, delle immagini e dei segni -  hanno messo in essere un grande e magnifico gioco. 
E adesso, a giocarci, tocca a noi! 

Carla

Noterella al margine. Un gioco nel loro grande gioco delle parole potrebbe essere: trovare quella lettera che, mutatasi - gaglioffa - in un'altra, ha fatto sì che un'apertura si trasformasse in una primavera... 
Per trovarla è necessario avere il libro e passare per un QRcode. Il mistero si infittisce.

mercoledì 19 febbraio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

SPAZIO AL SILENZIO 

Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. 


“Ascoltami quando sto zitto” lo dichiara apertamente: le parole non riescono a dire tutto. Dicono le cose, le mettono ciascuna in un posto dove possono restare più o meno in ordine, ma c’è tanto altro che dentro alle parole non ci sta, e quello che non ci sta rischia di rimanere nascosto o di andare perduto.


Disegnato in bianco e nero con tratti fittissimi e sottili, l’orso ragiona sulla sua esperienza del mondo e lo fa con un testo scarno e poetico sottolineato dalla maestria grafica di Orecchio Acerbo che, nel rigoroso bianco e nero dell’albo, introduce solo un color oro, a cadenzare la lettura, come a introdurre delle pause, come una punteggiatura aggiuntiva che illumina le parole quasi sempre poste al centro esatto di pagine completamente bianche, o totalmente nere. 
L’essenziale. 
Il discorso parte con un monologo riflessivo sul potere e sul limite delle parole lasciando chi legge in una posizione esterna e compiaciuta di tanta poetica consapevolezza ma all’improvviso, nelle ultimissime pagine, si viene richiamati con forza, con un imperativo/esortativo: ascoltami quando sto zitto. 


Il percorso delle immagini ci fa conoscere l’orso narrante inizialmente in relazione con ciò che è fuori da lui: la natura, le cose e noi, che in queste pagine possiamo guardarlo negli occhi. Le illustrazioni successive ci porteranno sulla soglia di luoghi interiori insondabili, chiusi allo sguardo di chi legge (già in copertina il volto dell’orso è esposto ma completamente chiuso) per poi spalancarci gli spazi aperti del silenzio: lo spazio (di intere doppie pagine) occupato dai sogni, dai suoni, dalla luce e molte cose ancora. Un libro con una grande potenza evocativa dove il silenzio (ciò che eccede la parola) apre spazi infiniti, misteriosi, necessari. 


Diverso il silenzio de “La visita” che, coloratissimo e dialogato, racconta un silenzio quasi visibile. 
Qui il silenzio è qualcuno, anzi no: Io non sono nessuno - dirà entrando nella tana di una piccola volpe – Sono semplicemente il Silenzio. 


In questo albo - vincitore nel 2023 del “XVI Premio Internazionale Compostela per albi illustrati” - il silenzio è una presenza, un dialogo, uno spazio: una tana sotterranea che, col procedere del racconto, prenderà la scena della doppia pagina fino a occuparla tutta. 


E anche a superarne il limite, se si tratta di danzarci dentro poiché in silenzio, guarda un po’, si può danzare”! La piccola volpe ha conosciuto uno spazio interiore ampio e gioioso che si fa vivo quando intorno tutto tace. Un racconto certamente rivolto ai più piccoli, molto esplicito ma non banale, per apprezzare un’esperienza che non è fatta di parole, per darle spazio. 
 

“Solo con sé stesso” cambia completamente registro. 
Scritto e disegnato da Geoffrey Hayes nel 1976 ci racconta di un orsetto (un peluche vestito con maglietta e salopette) che, prima ancora che la storia abbia inizio, ci viene incontro uscendo da una porta disegnata nel bianco più totale, quasi a dire, dovunque tu sia, esci, andiamo nel viottolo segreto. 


Il racconto è composto da 23 tavole tutte identicamente quadrate (o quasi: base e altezza differiscono di pochi millimetri). Disegnate a matita grigia e verde pastello, sono collocate nel pieno di pagine bianche tanto da dare l’impressione di sfogliare una raccolta di istantanee, una collezione di momenti, di pensieri, di ricordi. 
C’è un gran silenzio in queste pagine: il peluche non parla ed è sempre solo. Chi legge segue una voce fuori campo che descrivere le singole scene con pochissime parole e il silenzio di ogni singola tavola esplode in scene di spazi aperti, ricchi di natura, di gioco, di contemplazione, di immaginazione.


E pure quando cala la sera, nel chiuso di una stanza, ben piantato nel suo, proprio il suo, letto, anche allora, con il sogno la scena si riapre su un paesaggio, che orsetto attraversa seguendo un ampio sentiero che va verso chissà dove. In "Solo con sé stesso" orsetto sperimenta spazi interiori che sono intimi e allo stesso tempo aperti a orizzonti vasti. 
Il silenzio è uno spazio ampio da percorrere in lungo e in largo.
 

Per "Killiok" bisogna innanzi tutto ringraziare Babalibri e Orecchio Acerbo per aver pubblicato i primi titoli italiani di Anne Brouillard.
Detto questo, si può affermare che di silenzio Anne Brouillard ne sa eccome. 
Sono silenzi brulicanti quelli delle sue storie, silenzi pieni di voci della natura, di pensieri e progetti tra sé e sé, di incontri tra amici e di passeggiate nel bosco o intorno al lago, o in treno tra una stazione e l’altra. 
I silenzi delle storie della Brouillard sono piuttosto posture: il modo in cui i personaggi si muovono nel mondo. In questa storia Killiok è solo, ci vorrà qualche giorno ancora prima che torni a casa l’amico Rubin Zuzù (che non apparirà mai nella storia), giusto il tempo per chiacchierare con inaspettati animaletti del prato o per inseguire un piccolo progetto, pensarci un po’ su, parlarne con Gatto Mistero che è passato a trovarlo. 
È un silenzio sempre dialogato: che siano dialoghi interiori, o con i suoni e gli abitanti della natura, o con qualcuno. In "Killiok", per esempio, possiamo godere di un bellissimo silenzio tra una chiacchiera e l’altra con Gatto Mistero. 


Lo spazio della relazione tra i due è disegnato in questa tavola (soprattutto quella di destra) dove Killiok e Gatto Mistero sono in primissimo piano, privati di qualunque contesto, sono intenti a scambiarsi pareri seduti su una banchina scontornata tra le righe del testo. A un certo punto, entrambi restano in silenzio e basterà girare la pagina per stupirsi dello spazio meraviglioso e luminoso che il silenzio apre ai nostri due amici (e felicemente anche a noi): Killiok e Gatto Mistero non si sono spostati di una virgola, sono sempre seduti sulla stessa banchina, solo che ora sono al centro di un paesaggio di rara bellezza (e felicemente anche noi). La tavola è muta: silenzio. 


Dunque il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età. 

Patrizia

“Ascoltami quando sto zitto”, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 


mercoledì 20 novembre 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

COME SI CHIAMANO LE COSE 

Come si chiamano le cose è il primo gioco che i bambini fanno appena nasce in loro il linguaggio. 
“Questo cos’è?” 
“E questo?” 
“Tu sei la mamma” 
Definizione e apprendimento. 
I bambini piccoli spesso amano stilare delle liste di oggetti, alcuni bambini non dimenticano mai questo modo di codificare il mondo, tanto che anche da adulti, continuano ad amare le liste e i nomi: due di questi adulti sono Francesco Pittau e Bernadette Gervais. 
C’è anche da dire che nei paesi francofoni c’è una precisa tipologia di libri per bambini - gli imagier - che raccoglie albi che insegnano i nomi. 
Agli imagier appartiene il libro primavera estate autunno inverno di Pittau&Gervais. In realtà il titolo preciso sarebbe quello con le figure, ossia questo: 


Come un imagier da manuale esige, il libro è formato da un’immagine e dalla sua definizione. In realtà i due autori aggiungono un elemento - anche questo abbastanza comune - ossia quello temporale: parliamo delle stagioni. 
Non è facile per me affrontare questo libro che è uscito in Italia, sempre per Topipittori, la prima volta nel 2011, scomparso poi per anni e cercato invano in tutte le librerie dell’usato, riapparso per la felicità di molti nel 2024. Un libro fantastico. Ma perché? 
Butto giù le idee e mi accorgo che due sono i concetti cardine del libro sotto cui molti aspetti trovano casa. 
Il primo è il concetto di FORMA. 




Il libro nomina due fiori, nel caso del tulipano e del carciofo, che hanno una forma in comune, e un nome in comune, ma che hanno funzioni diverse (uno si mangia e l’altro no) e caratteristiche diverse (uno è liscio e delicato, l’altro è spinoso e carnoso). Una sola categoria, due opposti, si potrebbe dire. 



Questa complessità nell’apparente semplicità potrebbe già essere un motivo sufficiente per avere il libro. Ma qui siamo ancora solo in superficie. 
Quello che gli autori desiderano fare con i loro libri è la valorizzazione del mondo che circonda i bambini, in particolare Gervais si dice “ossessionata dalla natura”: per questo nel libro, tutto è un costante invito all’osservazione fine. 
E’ vero che dal bruco nasce una farfalla – la realtà – ma è anche vero che quella farfalla, così precisamente riprodotta da percepire la polverina che ricopre le delicate ali, diventa l’idea poetica di una farfalla. 



Gervais in un’intervista di qualche tempo fa dice: “(…) quello che mi piace non è disegnare, ma fare i libri”. L’artista belga disegna degli stencil che poi applica al foglio bianco, in più inserisce delle alette che girandosi donano nuovo sguardo agli oggetti rappresentati. 
Lei non ragiona mai per tavole, ma per lei la tavola è solo una delle parti di cui si compone il libro, per questo è l’intero libro a raggiunge una sorta di perfezione e tutti gli elementi concorrono allo stesso modo. 
Quindi anche il corsivo non è un caso: perché usare il corsivo? 
E’ un libro per bambini piccoli che cominciano a dare i nomi alle cose o è un libro per bambini che iniziano a scrivere i nomi delle cose? 
Entrambi. 
Il corsivo mi permette di introdurre il secondo concetto chiave del libro ossia il TEMPO. 
Questo libro è un libro che il bambino consulta per diversi anni. Le relazioni complesse che apre a nomi e figure lo proiettano oltre l’utilizzo dell’apprendimento delle parole. Un bambino imparerà dapprima che esiste un fiore che si chiama ‘tulipano’, poi apprenderà che l’ape non è una ma esistono l’ape operaia, il fuco e l’ape regina, infine che quell’uccello lì si chiama ‘pernice’ mentre quell’altro ‘fagiano’, infine, ormai grande imparerà a leggerlo da solo il libro, quando saprà leggere il corsivo. 
Il tempo è anche rappresentano, in alcune tavole, attraverso l’uso della doppia apertura, come nel caso del papavero. 




Qui a un iniziale accostamento formale tra il bocciolo del papavero, che ricorda un cigno, e la tortora, si prosegue con il trascorrere del tempo che passa attraverso l’apertura della pagina interna e che porta alla piena fioritura del papavero.
 

Di queste accelerazioni temporali il libro è pieno: dagli animali alle foglie, tutto si trasforma: una stagione contiene già in sé la stagione successiva? Per questo – e torniamo al libro come opera completa – l’uso della spirale? C’è un inizio? C’è una fine? 
Da quando il piccolo lettore ha aperto questo libro per la prima volta in cerca di parole nuove che definiscano il mondo a quando è riuscito a leggere le parole in corsivo, sono passati almeno sette anni e lui, o lei, ancora sfoglia questo capolavoro, ne siamo certi. 

Valentina 

"primavera estate autunno inverno", Francesco Pittau, Bernadette Gervais, Topipittori 2024 (2011) 

mercoledì 29 marzo 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ALLA MIA PEONIA CHE È BELLA

Che bello!, Antonella Capetti, Melissa Castrillon


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Conosceva bene i ramoscelli: spesso c'erano delle foglie attaccate. Ma questa volta il ramoscello, corto e stretto era nudo e, cosa mai accaduta prima, si era alzato da terra a velocità vertiginosa. Di fronte a sé il muso di una bestia sconosciuta.
Aveva uno strano odore , non il solito profumo di bosco, muschio e terra bagnata.
'Come sei bello', disse.
Poi posò a terra il bastoncino e, come era venuta, se ne andò."

A parlare è un bruco. Un bruco che ha appena incontrato qualcuno che, come Mary Poppins, arriva dal nulla, sconvolge la sua esistenza, e poi se ne va via, riassorbita dal medesimo nulla. Un incontro che ti cambia la vita.


La vita condotta finora dal bruco lo aveva visto impegnato nelle attività di demolizione di foglie. Le mangia, le buca, le assaggia, ci sale, ne scende. Ci dorme. Insomma una tranquilla routine da bruco, appagante, con testa sempre vuota e leggera.
Poi arriva lei e gli dice Come sei bello. Sarebbe facile se il bruco sapesse cosa è il bello. Ma non lo sa e quindi parte per indagare, chiedere e capire. Così animale dopo animale, incontra tutti gli abitanti del bosco in cui vive, sempre tampinato da una petulante cornacchia, attenta misuratrice di mondo e lessico, e fa a tutti la stessa domanda: cosa vuol dire bello? L'orso allude al favo di miele, che però è buono e non bello, gli scoiattoli che scorrazzano tra le foglie alludono al gioco, che però è divertente ma non bello, il topo che si ripara dalla pioggia indica il fungo che gli protegge la testa dall'acqua, che però sembra piuttosto essere utile, ma non bello...Come un mantra, fa a tutti la stessa domanda e ogni volta la risposta porta in sé un sottile distinguo e al bello assoluto sembra non arrivarci mai.


Intanto si fa scuro: il sole tramonta, il cielo si riempie di stelle, sorge la luna, e gli animali, riunitisi sotto la volta, sdraiati con il naso all'insù, sono tutti d'accordo di trovarsi davanti a qualcosa di bello!

La domanda è gigante. Ma ieri è fiorita la mia peonia e io ho pensato, come sei bella. Da lì ho avuto chiaro che fosse arrivato il momento di ragionare su questo libro. Ma prima di ogni riflessione filosofica su bello e bellezza, occorre sottolineare come il punto di partenza di questa storia racchiuda in sé una verità incontrovertibile: gli incontri con le parole, e con le persone che le pronunciano o le scrivono, sono talvolta fatali. Contribuiscono a darci una forma.
La definizione di bello ha a che fare con la filosofia, in particolare con l'estetica che svolge il difficile compito di fissarne i caratteri.
Leggermente più evoluta del bruco, io stessa spesso mi trovo a desiderare di trovarne una definizione, ma fatico. La cosa che mi riesce di fare è quella di associarvi alcuni concetti che con il bello hanno a che fare: l'armonia, l'equilibrio. Ma non basta, il bello è arduo da oggettivare, mentre risulta piuttosto semplice rendere soggettiva la sua definizione. In questo caso è il gusto, a sua volta frutto di un insieme di fattori culturali e ambientali, a determinare che cosa effettivamente possa dirsi bello. Ma non solo: c'è l'affetto, la sensibilità, l'attesa, lo stupore e mille altre sfumature emotive che contribuiscono a fare di un oggetto, di una persona, di un luogo, di una storia, di un tempo qualcosa di bello.


Stando così le cose, ho atteso con  curiosità la risposta di Antonella Capetti alla grande questione.
Forse aveva davvero trovato la pietra filosofale?
Per nulla. Anche lei, insieme al bruco, deve convenire che il bello, in quanto tale, esiste nella sua rarità, ma il cercare di imbrigliarlo in una definizione è davvero una cattiva idea.
A Renzo Piano, che di bellezza prodotta da mano e testa umana se ne intende, una volta sentii dire che il bello sparisce nell'istante in cui si cerca di descriverlo. Come dargli torto.
Ed ecco quale è la posizione che prende Antonella: in un processo 'ermeneutico' va diritta come una freccia, nonostante il contesto barocco che la Castrillon le costruisce intorno, attraverso una sequenza di aggettivi puntuali, verso la definizione di ciò che erroneamente si assimila al bello, ma che bello non è. Le sue parole hanno il passo di una camminata decisa, mentre le illustrazioni si attardano in riccioli e intrecci e volute, dalla forte connotazione decorativa, che mi sembra cifra costante in Castrillon. Il contrasto di andatura, da un lato l'incedere sicuro da maestra montanara, e dall'altro, la leggerezza di una giovane illustratrice sensibile al colore, mi convince. 


E se, parola dopo parola, ci dice cosa non sia il bello, per converso fa convergere tutti nel gran finale a constatare, di fronte a una luna piena che prende la pagina, dove la bellezza effettivamente faccia mostra di sé, in tutto il suo nitore. Per poi tacere.

Carla

 

venerdì 8 aprile 2016

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


PAGINE AFFOLLATE


Uno degli spunti di riflessione più interessanti, nel guardare la produzione editoriale più recente, riguarda le tendenze nell'illustrazione per i libri non fiction. Tutti quei libri, cioè, che non raccontano storie, ma descrivono il mondo, raccontano parole, fanno divertire i bambini.


Per quanto riguarda la divulgazione, non è da oggi che si confrontano diversi stili illustrativi, quello basato sull'immagine fotografica e quello che non la utilizza; il primo soprattutto di produzione anglosassone, il secondo in grande ascesa negli ultimi tempi. Quel che più conta è il diverso ruolo che svolge l'immagine stessa, da supporto ed esplicazione del testo scritto a veicolo principale dell'informazione. Sono di questo secondo tipo capolavori come Zoottica o Mappe. Ma ricordiamo come l'illustrazione fotografica possa cambiare molto in termini qualitativi, non possiamo dimenticarci, ad esempio, i bellissimi libri fotografici di Bertrand, nella versione dedicata ai bambini.
Dunque il dibattito è aperto, ma intanto possiamo divertirci un mondo con Il libro degli insetti, raffinata produzione inglese firmata da Yuval Zommer e pubblicata in Italia da Electa Kids: serissime tavole, affollate da insetti ed altri invertebrati, che descrivono in estrema sintesi api, formiche, farfalle, blatte, coccinelle, ma non dimenticando altri abitatori del microcosmo come ragni, lumache e lombrichi.
Le descrizioni sono chiare e precise, l'autore si è avvalso della consulenza scientifica di Barbara Taylor, le schede contengono i dati essenziali, ma sopra tutto c'è la qualità dell'illustrazione, precisa senza essere pedante, l'impaginazione movimentata, che impedisce la noia, la presenza del gioco, con un piccolo cerca & trova sparpagliato fra le pagine, che incentiva le già sviluppate capacità di osservazione dei nostri pargoli. Sarà un libro sicuramente apprezzato dai piccoli scienziati/e a partire dai sette anni, ma può essere utilizzato anche prima.


Quanto ad affollamento delle pagine non scherza nemmeno DIRE FARE BALLARE. L'abbecedario che fa giocare le parole, di Ruth Kaufman e Raquel Franco, con le illustrazioni di Diego Bianki, testo di produzione spagnola, tradotto da Elena Rolla per Edt Giralangolo. E' un classico libro di 'prime parole', dedicato a bambine e bambini dai tre quattro anni, con la peculiarità di indicare soprattutto azioni, ovvero verbi transitivi: amare, ballare, cantare, dare..con l'eccezione di quelle parole che in italiano non hanno verbi corrispondenti (avere un hobby, fare jogging e così via). Ciascuna parola viene rappresentata dalle immagini che raccontano un modo di intendere quel verbo, comprendendo, cosa ben utile, anche qualche modo di dire. Cantare vittoria, ridere di cuore, tirare a lucido sono espressioni che non avranno misteri nemmeno per i più piccoli.


Le illustrazioni di Bianki, piccole e dettagliate, scherzose e stuzzicanti, rendono facile la comprensione del significato dell'azione rappresentata, evitando con grazia giri di parole e definizioni complicate.
Ma il campione assoluto dell'affollamento di pagine è Il Libro delle Cose Reali e Fantastiche, pubblicato da Lapis in collaborazione con Giannino Stoppani Cooperativa Culturale: il libro è la traduzione di un progetto di Jutta Bauer e Katja Spitzer, già pubblicato in Germania. 


L'introduzione della Bauer è illuminante: l'idea nasce dalla constatazione della passione infantile per gli elenchi. Ed ecco per noi e per i giovani lettori la realizzazione parziale di un sogno, l'elenco di tutte le cose, disegnate e rappresentate ciascuna da diversi illustratori, dalla Bauer stessa ad Alex Scheffler, da Waetcher, e suo figlio, a Franziska Biermann. Abbiamo, dunque, ben due pagine fitte fitte dedicate ai maiali, o ai cavalli, una per le mamme e una per i papà. Abbondano draghi e mostri e non può mancare la Morte. Il divertimento è tutto nello sfogliare, a caso o no, e risfogliare, guardare e riguardare, confrontando gli stili e i pensieri dei diversi illustratori.



Precisione, ironia, irriverenza e un pizzico di poesia, in un libro che può facilmente diventare lo spunto per le successive invenzioni delle giovani lettrici e degli agguerriti lettori, armati di matite e pastelli. Utilizzabile anche con i piccoli, in realtà diventa esplosivo a partire dai sette otto anni, fino naturalmente ai novantanove. La sfida è lanciata.
Da quanto descritto fin qui emerge quanto ancora ci sia da scoprire nell'ambito dei libri illustrati, anche quando non raccontano storie. Ne vedremo delle belle.
Eleonora


“Il Libro degli Insetti”, Y. Zommer , Electa Kids 2016
“DIRE FARE BALLARE. Abbecedario che fa giocare le parole”, R. Kaufman e R. Franco, ill. di D. Bianki, Edt Giralangolo 2016
“Il Libro delle Cose Reali e Fantastiche”, J. Bauer e K. Spitzer, Lapis 2016

giovedì 5 febbraio 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LE PAROLE SONO PIANTE


Storie di parole, Giuseppe Pittàno, Rosanna Bonafede, Alessandro Sanna

NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Rosmarino. Deriva da una parola latina composta da rōs (rugiada) e marina (del mare) che letteralmente vuol dire rugiada del mare. Infatti il rosmarino è una pianta che cresce nelle zone costiere, sulle rocce vicino al mare [...] Nell'antico Egitto si metteva qualche ramo di questa pianta odorosa nelle tombe dei Faraoni per rendere profumato il viaggio delle loro anime nell'aldilà."


Un dizionario etimologico dovrebbe essere classificato come testo di divulgazione. La stessa curatrice, Rosanna Bonafede, nella Premessa ne sancisce il taglio divulgativo, eppure quel titolo, a mio parere, vuole dirci anche qualcosa d'altro. E non mi pare di fargli un torto se considero questo libro, oltre ad un utile strumento di apprendimento, anche un'insolita raccolta di storie, punteggiata dai minuscoli, sintetici e numerosi disegni di Alessandro Sanna.
Per questo motivo la sua recensione che dovrebbe appartenere alla rubrica Fammi una domanda, io, provocatoriamente, la colloco nella rubrica dedicata alla narrativa. E lo faccio proprio perché ne riconosco il valore narrativo, prima di qualsiasi altro.
Questo dizionario che si occupa dell'origine delle parole, per la precisione di 336 parole tra italiane e d'importazione, è certo un libro di carattere divulgativo, ma è anche un'affascinante sequenza di micro racconti legati al nostro lessico. Alcuni di questi sono davvero inaspettati. I cereali si legano a Cerere; la cravatta arriva dalla Croazia, l'altalena ha a che fare con la guerra e il rubinetto deve il suo nome a un montone...E, colmo dei colmi, la locomotiva deve il suo nome ad una parola che ha cinquecento anni in più di quella macchina sbuffante, nata ai primi dell'Ottocento.
Ogni maestro o maestra di scuola dovrebbe aprire e chiudere la sua giornata in classe con la lettura condivisa di una o due di queste definizioni e lo dovrebbe fare nella convinzione che le parole sono veri e propri utensili, ferri del mestiere, nelle mani di chi le sa usare.
Avere un lessico articolato, conoscere il maggior numero possibile di parole aiuta nella vita. Sapersi esprimere con proprietà di linguaggio, saper chiamare le cose con il proprio nome, saper cogliere le sfumature di significato di cui la lingua italiana è così ricca spesso può rivelarsi una competenza molto utile.
Nella fase di apprendimento di un bambino, appena varcata la soglia del saper scrivere e leggere, conoscere sempre nuovi vocaboli è un po' come respirare, o mangiare, sono gesti che ci tengono 'accesi', sono la riserva di carburante del nostro cervello e del nostro pensiero.
In questa ottica, un vocabolario nelle mani di un ragazzino può rivelarsi pozzo inesauribile di informazioni, di nessi logici, di scoperte avvincenti.
E se questo vocabolario è in realta un dizionario etimologico che racconta le parole come fossero piante, ovvero ne esamina le radici, ne valuta la direzione presa nella crescita, ne considera la robustezza, ancora meglio. Studiare le parole attraverso la loro etimologia significa innanzi tutto intenderle come cosa viva, come elemento linguistico in evoluzione e questo è un concetto che i ragazzini dovrebbero aver presente fin dal principio del loro percorso di apprendimento.
Quindi perché non leggere questo libro in classe come un libro di narrativa un po' insolito e perché non tenerlo sulla cattedra, accessibile sempre per un uso quotidiano?

Carla


giovedì 11 dicembre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


AI CONFINI DI OGNI CONFINE

Domani inventerò, Agnès de Lestrade, Valeria Docampo
Terre di Mezzo 2014


POESIA

"Ai tuoi confini ci sono io,
che ti aspetto tranquillo in cima alla montagna.
Ti infili gli scarponi e gridi: 'Arrivo!'.
Insieme, saliamo ancora più in alto
per vedere cosa c'è dall'altra parte.
Domani a te m'intramerò."


Ai confini del letto ci sono i sogni, in mezzo ai batuffoli di polvere, ai confini dell'inverno c'è il ghiaccio, ai confini del mare c'è la sabbia con i suoi granelli infiniti e ai confini della noia ci sono le idee.
Dopo le lacrime c'è il sapore del sale, e al di là di ogni confine c'è l'ignoto.
Il grande orso azzurro si interroga ogni volta e ogni volta la risposta che dà a se stesso ci intenerisce e ci fa sorridere: lui si imbatuffolerà, si invernerà, si ingranellerà e, contro la noia, si stuficchierà. Lui si ferma davanti a ciò che non conosce, quindi ci pensa, e ogni volta, nonostante non sappia mai cosa l'aspetta veramente, decide di andare al di là.
Perché al di là potrebbe trovare, è vero, qualcosa di brutto o di sbagliato, ma anche qualcosa di nuovo. E se così sarà, di fronte alla novità, l'unica cosa da fare è inventare. Inventarsi.


Le poesie andrebbero lette e basta. Non si possono raccontare, se non a costo di far loro un gran torto. Ma qui c'è un richiamo irresistibile: come un ritornello dietro ogni pagina si svela il mistero di una parola inventata, costruita ad arte, essa allude e si lega a ciò che la precede: intramarsi, stuficchiarsi, ingranellarsi, sono bellissime parole nuove nuove che possiamo far diventare nostre all'istante. Con un innamorato sarebbe bello intramarsi, nella malinconia perché piangere invece di lacrimarsi? E domani con il gelo che tira non sarà difficile invernarsi un bel po'. Sono belli i neologismi, sono adatti ai bambini che con le parole amano giocare, ma lo sono ancor di più i loro risvolti riflessivi: quel 'mi' che precede sempre il verbo è la cifra di questo libro. È la conferma della grande verità che contiene: ognuno per sé deve mettersi di fronte a quella linea immaginaria, una sorta di confine, che è il domani, ciò che la vita riserva. Ognuno per sé deve immaginare il proprio domani e per farlo deve sapersi inventare ogni giorno.


Il grande orso azzurro che, imprevedibile, si ingrandisce o rimpicciolisce, passa da un angolo all'altro della pagina, l'attraversa come fosse una soglia, e si infila in seggioloni o casette solo accennate da un tratto di penna, o fa finta di nascondersi in una grande copertina di libro che gli fa da tetto o si fa racchiudere in una lacrima, è protagonista assoluto. Lui, così ostentatamente azzurro, ha sempre un suo contrappunto in qualcosa di giallo: un innaffiatoio, un ombrello, una tromba o una chiocciola gigante. Una sottile trama narrativa lega ogni immagine in un racconto ancora più surreale del testo che finisce in una sorpresa cromatica di grande stupore.


Ancora insieme, Agnès de Lestrade e Valeria Docampo (altrettanto ricco di spunti fu il loro La grande fabbrica delle parole, Terre di Mezzo 2010) in un albo ben più maturo del precedente ma che -ancora una volta- tocca temi profondi, e lo fa, come già allora, attraverso un uso sapiente della lingua, qui come lì, tradotta con grande sensibilità da Rita Dalla Rosa.


Carla