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lunedì 10 marzo 2025

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

IL TUO KLASSEN! 

[seconda e ultima parte] 
La cura, il rispetto sono una sorta di terreno fertile dove Klassen fa crescere i suoi semi preferiti. 
Si allude al suo irrefrenabile bisogno di dare sempre e comunque una scossa finale, possibilmente anche un po' inquietante, a un andamento tutto sommato regolare e rassicurante. E ancora una volta gli occhi dicono tanto.


Uno potrebbe illudersi che in libri così l'inquietudine, il piccolo mistero non trovi casa, e invece (effettivamente è costato un lungo confronto con l'editore che alla fine ha ceduto)... Qui in effetti non muore nessuno, ma ci sono personaggi che partono (ma poi ritornano) e altri che arrivano quando fa scuro e poi e stazionano. 
Attenzione però, che lui mai dimentica che questi tre libri sono destinati a un pubblico di piccoli piccoli, ragione per cui va a toccare corde sensibili. 
E come lo fa? Costruendo per loro scenari, dove piccole storie accadono, dove gli occhi parlano (i lattanti sono i primi a dover imparare quel linguaggio), dove le figure sono forme, dove tutto quello che accade accade nell'arco di un giorno (altro leitmotiv di Klassen) e soprattutto dove tutto appartiene in modo incontrovertibile al lettore stesso. 


Questo è per dire del grande salto in avanti - anche emotivo, ma soprattutto di visione - che fa Klassen rispetto a quanto visto finora per i toddlers. 
Lui che, fin dal principio della sua carriera, ha sempre cercato la semplicità (al confine della monotonia che fracassava con il crimine finale) ora sembra essere arrivato a un punto interessante. In questi tre libri manca del tutto il gusto per il problema del personaggio e anche il personaggio, inteso come quello che guida la storia, di fatto non c'è. 
Ci sono, al suo posto, una serie di entrate in scena, peraltro rigorosamente mute, da parte di figure che convivono in armonia proprio perché il luogo che vanno a costruire sia il più accogliente possibile. E finisce così: lo scopo dei tre è quello di creare piano piano posti per poi regalarli ai propri lettori. È qui è il salto cui alludevo. 
Che bella cosa. Di nuovo. 
Your places, non a caso, è il titolo di una mostra che è durata una settimana di febbraio con le illustrazioni di questi tre libri e Jon Klassen, per un intero giorno a firmare le copie che una interminabile fila di adulti che glieli sottoponeva... 
La costruzione a livello visuale di questo scenario è di nuovo un elemento pieno di interesse. Sembra davvero che ci siano mani trasparenti che vanno a disporre in un preciso quanto voluto ordine spaziale (tridimensionale, nonostante il piano del foglio) i singoli personaggi. E poi li mettano in connessione. Complici anche gli occhi di ciascuno di loro. 
Funziona così: le "cose" entrano in scena nella pagina di destra - sole escluso - accanto al testo, mentre nella pagina di sinistra la "cosa" precedente ha preso posizione senza più perderla. Accade quindi che nelle pagine di sinistra lo scenario si va componendo e arricchendo di "cosa" dopo "cosa", il cui ingombro era stato previsto fin dall'inizio. Viene spontaneo ricordare, per quelli che almeno una volta lo hanno fatto, di quando con i bambini piccoli gli montavamo davanti fattorie o stazioni di treni, piccoli mercati, camere da letto per bambolotti... Per poi dare loro, nella disposizione scelta, una informazione successiva, un senso più generale a cui riferirsi per cominciare il gioco vero e proprio. 
E se così davvero è, mi parrebbe plausibile pensare che questi libri contengano qualcosa che sta in mezzo tra il gioco puro e la narrazione. 


Che cosa bella. Di nuovo. 
Adesso occorre tornare alla questione degli occhi e degli sguardi. 
Gli occhi e gli sguardi che pagina dopo pagina cambiano sono di nuovo un attestato di stima nei confronti dei lettori, ma anche un modo per suggerirgli, come se ce ne fosse bisogno, che ogni personaggio, anche vegetale o minerale, ha un suo preciso sentire e un suo autonomo moto di reazione a ciò che capita. Uno su tutti lo sguardo delle "cose" già presenti, all'arrivo del falò sull'isola. Be' a quel che so sono i bambini le creature più animiste che conosco. Per loro quegli occhi e quegli sguardi sono solo una conferma, mentre per gli adulti co-lettori rappresentano il non plus ultra della goduria. Come è accaduto dal primo libro di Klassen in poi. 
Ancora e ancora una cosa bella. 
I libri che già così possono definirsi grandiosi e in qualche modo unici e rivoluzionari nei confronti del canone dei cartonati per bambini piccoli piccoli hanno un'ulteriore lucentezza nei diversi piccoli doni che Klassen lascia appoggiati qui e lì per i suoi lettori. E non mi sto riferendo all'uso ripetuto degli aggettivi possessivi che attestano che cosa sia e di chi sia. 
Sono regaletti più nascosti... 


Il primo dei quali sta nella qualità del mondo che sta offrendo ai suoi lettori: nella fattoria il cavallo ha il fieno, nella foresta c'è l'acqua e il ponte per attraversarlo, nella foresta c'è anche un fantasma gentile e di parola, e una capanna per ripararsi, nell'isola c'è una tenda da campeggio, un fuoco magico che non si spegne mai e una barchetta per navigare, nella fattoria c'è un fienile dove tanto l'ottimo camion quanto il cavallo satollo potranno trascorrere felici la notte. 
E noi con loro! 
Buona notte, buona notte.

Carla 

Noterella al margine. Due spigolature sul fenomeno editoriale. I tre libri vengono annunciati per il 4 febbraio: si possono prenotare. Poi spariscono dal mirino: l'attesa, preannunciano, potrebbe durare anche mesi, visto il successo immediato i libri sono andati a ruba. Non si stenta a crederlo, visto cosa sono...

Tu isla, Jon Klassen, Oceano Travesia 2025
Dein Wald, Jon Klassen, Nord-Süd Verlag 2025
Your Farm, Jon Klassen, Candlewick Press 2025

venerdì 7 marzo 2025

OLTRE IL CONFINE! (libri dall'estero)

IL TUO KLASSEN! 


Tu islaDein Wald,Your Farm: che in italiano sono rispettivamente La tua foresta, La tua isola, La tua fattoria. 
Questi 3 piccoli libri sono usciti i primi di febbraio e, come piume nel vento, si sono sparsi nel mondo. La prova ne è che li puoi trovare in inglese, in tedesco, in olandese, in spagnolo e, ovviamente, anche in italiano. I bambini francofoni credo siano rimasti fuori dal giro. Almeno per il momento. 
In Italia li ha pubblicati Zoolibri, in una collana intitolata I cartoncini. 
Questo perché sono cartonati di piccolo formato e sono concepiti per le primissime letture, nello specifico: le primissime letture prima di addormentarsi. 
Anche se con lievissime differenze di rilegatura, la misura oscilla intorno ai 18 cm di lunghezza e i 13 di altezza e lo spessore di 1,5 cm. Sono concepiti per mani piccole. Le mani piccole devono anche essere pulite perché la copertina, come le pagine interne ha il fondo bianco. 
Partiamo dalle copertine.


Disposti in modo armonico, fluttuanti nel bianco, sono presenti QUASI tutti gli elementi che poi si ritroveranno all'interno. Quel 'quasi' credo dipenda dal fatto che in tal modo il piccolo lettore dopo una prima lettura li possa riconoscere e con questo si rassicuri, ma nello stesso tempo non metterli tutti ha lo scopo di rinnovare ogni volta la scoperta, durante la nuova lettura. 
Nella copertina di Tu isla fanno bella mostra di sé la palma, uno dei due cespugli, il fuoco (un piccolo falò da campo) e la tenda da campeggio e il sole. Quest'ultimo è in tutte le copertine e segna con regolarità l'inizio delle tre piccole storie. Mentre il tramonto e poi la notte segna tutte le chiusure (tranne una che ha un brividino finale). 


Ciascuna di queste "cose" è stilizzata nel profilo. Circostanza questa che costituisce la prima cifra distintiva del disegno di Klassen. La ragione per cui, a partire dal suo ormai mitico orso killer, fino ad arrivare a questa ultima capanna, lui riassuma le sue figure il più geometricamente possibile, sta nel suo desiderio di riprodurre un oggetto o un soggetto rendendolo immediatamente riconoscibile. 
E' una forma di esagerazione; un po' la stessa che in teatro gli attori devono applicare alla loro gestualità per rendersi visibili e leggibili anche a una certa distanza. 
Il secondo elemento distintivo per Klassen è in quegli occhi che, dalla copertina, guardano dritto verso il lettore. E all'interno del libro muovono stati d'animo ed emozioni e creano divertenti dialoghi espressivi tra le singole "cose" che diventano così personaggi. Ma su questo occorre tornare. 
Adesso invece entriamo nei libri. 
Lo schema si presenta pressoché invariato, anche se le impercettibili differenze sono piene di significato. Cade lo schema consueto nei cartonati per i toddler, in cui testo e immagini si spartiscono lo spazio. 
Qui il testo è sempre nella pagina di destra. Mentre i soggetti raffigurati si muovono liberi, si fa per dire, nella doppia pagina. Il testo è sempre breve e ha la funzione di presentare l'entrata in scena delle singole "cose": Tu isla per esempio esordisce così: Éste es tu sol. Sale sólo para ti


L'impercettibile differenza visiva in questo incipit, identico nel testo, tra Tu islaDein Wald (Da ist deine Sonne. Sie geht gerade auf für dich) sta nel fatto incontrovertibile che il sole di un'isola sorge dal mare, e quindi necessita di qualche ondina che definisca il contesto e lo differenzi degli altri due: fattoria e foresta, appunto. 


Dalla pagina due in poi comincia il gioco reciproco di sguardi: il sole guarda i ben quattro abeti che invece guardano il lettore in Dein Wald, mentre sull'isola c'è giustamente una palma e in Your Farm un alberello rotondo che ti guarda. 


Tutti questi alberi, dando retta al testo, possono stare sotto il sole. Se si prende in considerazione l'accenno di acqua - le poche ondine - e il fatto che nella pagina degli abeti, gli alberi siano quattro invece che essere solitari, come palma e alberello rotondo, sembra evidente un fatto: il grande rispetto nei confronti del proprio lettore. La sua intelligenza, la sua curiosità di fronte alle piccole variazioni sul tema sono tenute in grande considerazione. 


Nulla, ma proprio nulla è lasciato al caso, al contrario tutto si riempie di senso e il lettore piccolo piccolo noterà e farà domande al lettore grande che probabilmente si stupirà di tanta cura e dovrà rispondere in modo circostanziato, così come fanno le immagini. 


Che bella cosa. Ma non è certo l'unica. 
[continua]

Carla

Tu isla, Jon Klassen, Oceano Travesia 2025
Dein Wald, Jon Klassen, Nord-Süd Verlag 2025
Your Farm, Jon Klassen, Candlewick Press 2025


mercoledì 9 ottobre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

NUOVI LIBRI NUOVE PAROLE NUOVI SPAZI 

Come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Come si fa a pensare fuori dagli schemi appresi, fuori dalla cultura che determina il nostro ragionamento senza che sia quasi possibile accorgersi della sua presenza? È una questione nevralgica quella che si pone, poiché è destino di ogni infanzia quella di essere intrisa, ancor prima che educata, di assorbire, ancor prima che imparare. 


Uno degli albi in cui è possibile sperimentare la forza della mentalità che ci permea è Aleph, della grafica Janik Coat. Come suggerisce il titolo, siamo di fronte a un abbecedario, una elencazione degli elementi basilari di un contesto conosciuto e condiviso: a partire dal cerchio per passare ad altre forme geometriche, le tavole quadrate si dispongono una dopo l’altra, pezzettini ancora sospesi, disancorati uno dall’altro, blocchi di un gioco nuovo che ancora non è stato sufficientemente sperimentato per sviluppare un senso. 


Aleph mi è rimasto impresso fin dalla sua prima apparizione per l’esperienza cognitiva che offre al lettore adulto: nello sbigottimento di non saper riconoscere immediatamente, in una narrazione sequenziale, un ordine culturalmente codificato, e non potendone applicare uno già rodato altrove, lo smarrimento si amplifica. Non è infatti confermatorio, l’alfabeto di immagini proposto, fatto per persone che conoscono già la lingua e le parole, quanto piuttosto una giustapposizione di forme e oggetti apparentemente casuale o forse piuttosto riferita, nel suo dispiegarsi, a un ordine più grande che ancora non si è completamente manifestato e di cui noi non siamo a conoscenza. 


Le aspettative narrative, quel senso di percorrere una strada già un po’ vista, di sapere insomma dove si sta andando presenta, ahimè, lo svantaggio di ottundere l’atteggiamento esplorativo e di rendere un po’ ciechi. Cosa c’entra il cerchio con il triangolo, i quadrati coi pallini? Un rombo e un albero?! E perché dopo un bacio viene un girasole?!? 





Per un occhio adulto, la sperimentazione reiterata della sorpresa è, a lungo andare, disorientante. Forse si trasformerà in un senso di fastidio, quasi un’irritazione. È un’emozione da gustare con coraggio, senza posare il libro da parte: superato questo scoglio, si potrà provare a stare, di fronte alle immagini, come forse un bambino sta davanti al mondo, e intendo: con lo sguardo libero da connessioni, registrando le cose per le cose, senza smarrirsi nella loro evidenza casuale, svincolati da un prima e da un dopo, da simbologie, dall’approvazione di chi sta intorno. Poi, e qui sta la vera forza di questo albo, sarà possibile apprezzare l’allentamento della tensione e il piacere che danno invece il riconoscimento, la prevedibilità, la disposizione consueta delle cose per come ce le aspettiamo.
 



In cima al gesto di girare la pagina sta la portata esatta del vuoto che precede la comprensione, e si può per contro prendere la misura di quanto coraggio serva per estendere la mano nell’abisso a raccogliere un significato non già sperimentato. Soprattutto, in Aleph è possibile capire che dietro alla boccata di ossigeno del riconoscere sta, ben nascosta, la minaccia di non saperci più togliere dai confini consueti ed asfittici, quasi tossici, della realtà per come l’abbiamo assorbita quando (ancora) non potevamo opporci. 
Per questo torno a dire: come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Perché succede nell’infanzia, il primo chiudersi. È nell’infanzia e attorno a essa che i modelli hanno più potere: calano attorno all’identità per sostenerla, ma si trasformano presto in cortine difficili da individuare e oltrepassare. Gli schemi appresi ci pervadono, inquinano lo sguardo, corrompono la percezione di quello che sta intorno. Talvolta sfocano persino la percezione della persona che siamo. Questo è anche ciò che accade negli strepitosi racconti di formazione Fenicotteri in orbita, una serie di gemme taglienti la cui ripubblicazione e diffusione sarebbe assolutamente necessaria, di questi tempi. I racconti di Fenicotteri in orbita funzionano esattamente come le immagini di Aleph, per giustapposizioni e abbinamenti che stordiscono perché disattendono le aspettative e i codici di una rappresentazione dell’infanzia cauta, pigra, a volte persino compiaciuta. Essi contribuiscono alla restituzione di un’interezza di visione impossibile da maturare se non opportunamente alfabetizzata.


Philip Ridley è stato a buon titolo paragonato a Roald Dahl, e in effetti la sua visione d’infanzia si presenta del tutto priva di sconti e buonismi: rifiuta nettamente con empatia cristallina l’idea del bambino buono come quella altrettanto grossolana del bambino cattivo, ribalta con cognizione di causa l’idea di innocenza, fornisce una versione dolente e piena di contraddizione dell’animo umano, che esiste in nuce, udite udite, già da nei cuccioli della nostra specie, 


Ridley è uno di quegli autori che sembrano non aver dimenticato. Con uno sguardo fulminante e una forma mai banale, Ridley riscrive con autorevolezza e compassione la grammatica e la portata dell’idea d’infanzia, rappresentandola come territorio vergine tanto connesso con l’universo e l’immensità quanto progressivamente invaso dal contesto socio-culturale.


 

I racconti sono ambientati perlopiù in contesti disagiati, miseri e violenti, in cui con facilità è individuabile il braccio di ferro tra la voce interna della persona piccola e tutto ciò che gli ruota attorno, una tenzone che coinvolge grandi e piccoli, incessante e indispensabile poiché dalla sua riuscita dipende tutta la sopravvivenza. 


In questi racconti vengono descritti sentimenti che non siamo abituati ad ammettere nel cerchio delle cose nominabili: menzogne dette con la leggerezza di cui solo chi non sa cosa sta facendo è capace, misfatti compiuti in virtù della propria ignoranza, colpe terribili agite per innocenza, in piena innocenza, errori a cui si va incontro in piena coscienza, solo per salvarsi…
 

Con feroce lucidità, Ridley mette sulla pagina una complessità raramente attribuita a bambini e adolescenti; lavora per loro e per noi a realizzazioni impensabili in solitudine, rendendo praticabili territori ridotti al silenzio, in cui altrimenti non ci saremmo inoltrati mai. Fa insomma quello che a sentire certi filosofi dovrebbe fare l’abisso quando lo si guarda fisso, che più ci sporgiamo per intravedere il fondo, più il fondo ci viene incontro.


Bontà e innocenza ci esplodono tra le mani e nella deflagrazione si dissolve quel velo che abbiamo innalzato a nostro vantaggio, per proteggerci forse dal ricordo di quei sentimenti terribili e quelle violenze sottili a cui nell’infanzia si è irrimediabilmente esposti, senza difese e che senza difesa vengono assorbiti e assimilati e perpetuati, come fossero un preciso veleno costitutivo impossibile da evitare.


Innocenza e sensibilità hanno la tendenza a disporsi nel nostro immaginario appiattite prepotentemente al positivo, riducendo spesso i principali portatori di queste caratteristiche – i bambini e le bambine e i ragazzini e le ragazzine – a macchiette in pieno sole, di cui così è difficilmente possibile intravedere la profondità. Concepire per loro l’ombra, la sfumatura, comporta la presa d’atto di territori inesplorati in cui è invece salvifico entrare per dare la possibilità alle persone piccole – ma anche a quelle grandi - di poter essere viste interamente. 


Nulla di più grande e difficile può esservi, se non l’attenzione, lo sguardo veramente aperto, capace di registrare, affiancate, la bellezza e l’orrore, l’innocenza e la colpa. Nulla apre territori nuovi più che il coraggio di affondare la mano nell’ignoto, senza tregua, per recuperare, dal silenzio, ogni ultima parola che serve, per raccontare tutta intera, la persona. 

Giorgia

Noterella al margine. Philip Ridley ha girato anche un film. Si intitola Riflessi sulla pelle e dispiega a piene mani la poetica di questo scrittore. Non vi resta che guardarlo, se ne avete il coraggio…




“Aleph”, J. Coat, Gallucci 2018 
“Fenicotteri in orbita”, P. Ridley, (trad. di A. Ragusa), Salani 2009 
“Riflessi sulla pelle”, scritto e diretto da P. Ridley 1990 

mercoledì 18 settembre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COME FANNO LE COSE A SPARIRE, 
COME FANNO A TORNARE... 

Qualche giorno fa dovevo travasare l’olio. 
Dopo aver predisposto sul piano da lavoro tanica e bottiglia ho allungato la mano per afferrare l’imbuto. Mi aspettavo fosse dove normalmente avrebbe dovuto essere. Invece, con mio grande disappunto, lui non c’era. Al suo posto, un mestolo, un colino e una grattugia, e un imbuto, sì, ma per le marmellate, con l’imboccatura bella larga e inservibile ai miei scopi. Dove era l’imbuto per i colli stretti? Ho cercato nel cassetto degli arnesi per la cucina, in quello delle posate, nello scolapiatti, nella lavastoviglie, negli armadietti dei piatti e dei bicchieri, ho chiesto a mio figlio che non lo aveva visto, e nemmeno gli altri della famiglia sapevano nulla della sparizione. Alla fine ci siamo ritrovati tutti in cucina, davanti all’asta di metallo da cui penzolano in bell’ordine mestoli, passini, fruste e pelapatate, attoniti e pure un po’ indispettiti. 
Ma come diamine fanno, certi oggetti, a sparire? 
Questo dovevano esprimere le nostre mandibole sganciate. 
Eppure, dovremmo saperlo: si smette di vedere così, per abitudine, quando la mente smette di sorprendersi e dà per assodato che una cosa sia fatta come è fatta, che un oggetto sia lì dove deve stare, che certe premesse debbano condurre prevedibilmente e logicamente a certi risultati. Si smette di vedere quando l’occhio, prese le sufficienti misure, dismette la sua esplorazione per passare a una sintesi (apparentemente?) superiore, scambiando quel frammento di meraviglia che riverbera in ogni filo d’erba per il concetto più esteso di prato, e per praticità si profonde in un’astrazione che fagocita il dettaglio a vantaggio della generalità. 
È lo sguardo adulto, bellezza. Così si smette di vedere. 
Ma come si fa a tornare indietro? 
Un’idea potrebbe essere camminare, come succede nel romanzo “L’occhio della montagna.” 


La storia inizia così: una giovane coppia si trasferisce nella campagna irlandese con l’idea di lasciarsi alle spalle città, frenesia, le rispettive famiglie, le incomprensioni, i dissapori. Protetti dal reciproco amore, Sigh e Bell cominciano una nuova vita e pongono al centro dei loro desideri il proposito di salire, prima o poi, sulla vetta del monte che vedono quotidianamente dalla loro finestra. Per questo iniziano a camminare, accompagnati dai loro fedelissimi cani Pip e Voss: per conoscere i dintorni, per allargare lo spazio conosciuto dai loro passi, per trovare in tanta ampiezza il sentiero… 


Le frasi descrittive procedono tambureggiando con la precisione di un radar, e restituiscono al lettore non solo il territorio e la casa, il mutare delle stagioni, delle luci, degli odori, l’acquisizione di gesti consueti e rituali, ma anche il minuzioso brulicare tutt’intorno… 


L’elencazione indefessa di erbe, oggetti, temperature e percorsi assume curiosamente la forma di una contemplazione che procede per ingrandimenti, come se la fatidica camminata in cima al monte non fosse tanto un’ascesa, quanto un ingrandimento, una digestione concentrica e discendente verso un centro focale possibile unicamente per ripetizione e prossimità. Un risveglio dello sguardo, dunque, un ritorno della capacità di vedere e quindi un ribadire delle entità esterne e reali che ci circondano. 


Punto a punto il paesaggio che circonda Bell e Sigh oltrepassa i confini puramente concreti del sentire e tramuta quello che è fuori in una questione intima. Le piante, l’orto, lo stato dei muri, la presenza del contadino: tutto è una alfabetizzazione ad opera del territorio che a furia di essere rilevato e impresso dalla retina, dall’olfatto, dalla pelle, prende e tiene Sigh e Bell, saldamente, nell’esperimento della realtà, e noi con loro, attraverso l’artificio della nominazione, nella parola. 
 

Non partiamo da un albo illustrato, questa volta, e nemmeno siamo di fronte a un’opera per l’infanzia. Eppure, quello che succede in queste pagine è una esperienza di oggetti, entità e accadimenti molto simile a quella condotta dallo sguardo dei bambini, dal loro sperimentare pronto ad accogliere per la prima volta tutto quello che li circonda e metterlo in relazione. Guarda caso, succede così anche nella raccolta divulgativa "Il mondo intorno a me" che Topipittori dedica ai piccolissimi.




Una bambina apre gli occhi e si dischiude al mondo, permettendo alla vastità del mondo di entrare, passando per i sensi aperti e capienti, e per le relazioni intessute in loro presenza; i quattro elementi vengono circoscritti nei riquadri minuscoli, e pagina dopo pagina divengono familiari per analogie e differenze, per rilevazione, assimilazione e concettualizzazione… 
Attraverso una mano dischiusa a percepire il calore passa l’esperienza del fuoco, attraverso un occhio aperto alla luce sua dorata, attraverso il suono di un fiammifero e il crepitare di fiamma, o addomesticato e azzurro sotto la pentola del latte, così delicato da spegnersi sotto la spinta del fiato…


 

Passa così anche il cielo, dall’azzurro onnipresente e mutevole, dalla luce che lo attraversa, tanto diversa del mattino e della sera, rosso e scuro e poi ancora diverso, così grigio e pauroso se lampeggia, se tuona…

 
Passa nel naso il mondo, dal fuori al dentro, attraverso la terra stretta nelle mani, e il suo odore, racimolato nella memoria e poi restituito nell’accumulo di immagini della sua mutevolezza.


Così anche l’acqua, tutta intorno nelle sue fattezze diverse, berla e averla nella pancia o averla tutta intorno quando si nuota, ascoltarla infrangersi sugli scogli, sgorgare dal rubinetto, addirittura uscire dagli occhi come se fossero fontane… 


 

In questo modo, attraversandoci, quello che è fuori ci riempie e riempiendoci scompare. Ma vi è un margine, tra vedere e non vedere, tanto labile quanto resistente, e scavalcarlo richiede solo la disposizione a un’epifania che ha come oggetto ciò che è manifesto, conosciuto, esplosivamente ovvio. 
Come diceva Margareth Wise Brown: 
“La cosa più importante dell’erba è che è VERDE. 
Cresce, ed è morbida, con un dolce profumo erboso. 
Ma la cosa più importante dell’erba, è che è verde."
La cosa più importante dell’erba è che è verde… 


P.S.: è stato proprio quando sei paia di occhi erano sospesi davanti a lui, che l’imbuto è ricomparso. Stava appeso lì, esattamente dove doveva stare e dove ovviamente era sempre stato, tra il suo largo parente e lo schiacciapatate. E anche se con tutta evidenza nessuno lo aveva toccato, lui era leggermente inclinato, come se avesse voluto nascondersi, e credetemi se vi dico che mi guardava pure lui. 
E sotto sotto, rideva. 

Giorgia

“L’occhio della montagna”, S. Baume, (trad. A. Arduini), Enne Enne Editore 2022 
“Il fuoco”, C.Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2023 
“Il cielo”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2023 
“L’acqua”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2024 
“Terra ”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi) Topipittori 2024 
“La cosa più importante”, M. Wise Brown, L. Weisgard, (trad. L. Spatocco), 
orecchio acerbo 2018

mercoledì 19 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL 'SALTO DI SPECIE'

Povero Amleto
, Barbro Lindgren, Anna Höglund (trad. Giola Spairani) 
Iperborea 2021 



ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (dai 3 anni) 

"Guarda Amleto. Amleto non contento. 
Mamma di Amleto cattiva. Papà di Amleto morto. 
Amleto si becca altro papà. Altro papà supercattivo. 
Papà di Amleto adesso spettro. Spettro che parla.

La storia, così come l'ha concepita Shakespeare, è nota: Il re di Danimarca è morto; il figlio ed erede al trono, il principe Amleto, sugli spalti del castello di Elsinore, ne vede lo spettro che gli rivela di essere stato avvelenato dal proprio fratello Claudio che ne ha poi sposato la vedova, la regina Gertrude, e ha usurpato il trono. Amleto giura al padre di vendicarlo e comincia a fingersi pazzo per poter scoprire la vera verità, ma è tormentato da dubbi e indecisioni. 
In uno dei suoi raptus, respinge anche Ofelia, figlia del ciambellano Polonio, che pur ama e da cui è riamato; mentre interroga in un drammatico colloquio la madre, già che c'è, uccide Polonio, sorpreso a spiare dietro una tenda. 
Ofelia, intanto, impazzita dal dolore, si annega; suo fratello Laerte decide di vendicare la sua morte e quella del padre. Di questa situazione approfitta Claudio, che invita i due giovani a confrontarsi in un duello incruento; in realtà fa avvelenare la punta della spada di Laerte, nonché il vino da offrire ad Amleto, in caso di sua vittoria. 
Il giovane principe viene ferito, ma riesce comunque a uccidere sia Laerte, che prima di morire gli rivela la verità, sia lo zio usurpatore; e come se non bastasse, la regina Gertrude muore per aver bevuto, inconsapevole, il veleno destinato ad Amleto. 


Totale dei morti: il padre di Amleto, la madre di Amleto, lo zio di Amleto, Ofelia, suo fratello Laerte, suo padre Polonio e, naturalmente, Amleto. 

Forse una delle storie più raccontate al mondo. Una delle tragedie di Shakespeare che ha valicato i confini dei teatri ed è entrata nel nostro immaginario per fermarcisi. 
Se si dice Amleto, immediatamente viene in mente quel ragazzo malinconico, cereo e vestito di nero, che si aggira tra le nebbie che avvolgono Elsinore con un teschio in mano, nella sua inguaribile e perenne incertezza, sussurrando frasi, che sono diventate l'espressione per eccellenza del macerarsi nel dubbio. 
Shakespeare si sarebbe detto una roba da adulti o, tutt'al più, da ragazzi già grandicelli. 
Vista la bellezza della storia, ne esistono infatti interessanti riduzioni letterarie, talune anche magnificamente illustrate, tutte però immaginate per lettori che superano ampiamente il metro di altezza. Eppure. 
E qui arriva il colpo di genio, l'ennesimo verrebbe da aggiungere, di Barbro Lindgren. 


Consapevole dell'impatto emotivo che questa storia ha dimostrato di avere nel corso dei secoli, quanto meno nel nostro emisfero, consapevole altresì del fatto che, al pari delle più grandi narrazioni, l'Amleto parla una lingua universale, quella della fiaba e del mito, in grado di dire sempre qualcosa a ciascuno di noi, la Lindgren ha azzardato il 'salto di specie' e lo ha trasformato in un racconto per bambini piccolissimi. 
Ossia quei bambini e bambine che sono ancora lì a prendere le prime misure del mondo e dell'umanità circostante e che per maggiore efficacia (ben lontani dal manicheismo dei grandi) ragionano per macro categorie: buono, cattivo; bello, brutto; grande, piccolo; triste, allegro; freddo, caldo. 
L'unico modo possibile per rendere questo grande classico della letteratura accessibile a dei bambini davvero piccoli è quello di provare a entrare in sintonia con loro, raffinando - setacciare pulire sfrondare limare - la lingua fino a farla diventare talmente leggera, scevra da ogni impurità, in altre parole, talmente esatta nei confronti del concetto che ne è la base, da trasformarla in un codice che capirebbe anche un marziano (e sto pensando al marziano per antonomasia, che si faceva capire con un codice elementare ma di tale efficacia che, a distanza di quarant'anni, il suo lessico è ancora scolpito nelle nostre memorie). 
Trovata la lingua adatta, si potrebbe però obiettare che sono i contenuti dell'Amleto di Shakespeare a non essere adatti a un pubblico poco più che infante: tutta questa carneficina molti adulti la potrebbero considerare inappropriata per piccolissime orecchie e teste. Eppure. 


E qui, purtroppo, a parte ribadire fino allo sfinimento il concetto che non esiste nulla che non possa essere raccontato a un bambino (compresa la morte, anche cruenta), a patto di farlo con le necessarie modalità, mi vedo costretta a raccontare due piccoli pezzettini della mia vita personale. 
Per etica professionale e pudore, cerco sempre di lasciare fuori le mie esperienze, perché hanno valore 1; ma qui potrebbero essere illuminanti. 
Primo pezzettino: mio padre a spasso con mia figlia margherita di tre anni a cui raccontava, schiacciando pinoli, di Sigfrido (da Wagner presumo), di Achille, di Orlando (furioso), passando allegramente dalla mitologia classica a quella norrena, attraverso l'epica cavalleresca: niente Cappuccetto Rosso, ma Nibelunghi. A distanza di ben più di quindici anni quella stessa margherita apprese che tutta quella gente che aveva abitato il suo nascente immaginario di allora, oggi esisteva 'davvero' sulle pagine di grandi libri, nei libretti di grandi opere...
Bel corto circuito, bravo nonno! 
Secondo pezzettino: per ragioni che non è importante spiegare qui, nel 2018 su fotocopie in bianco e nero traduco all'impronta e leggo a un preciso bambino di meno di 3 anni Titta Hamlet, per vedere l'effetto che fa. L'unica cosa che mi prendo l'arbitrio di aggiungere, nella lettura ad alta voce, è la parola zacchete a ogni colpo di spada. 
Risultato: il bambino è entusiasta e, alla terza lettura consecutiva che pretende, è già lì che brandeggia una spada immaginaria e all'unisono con i miei zacchette, l'affonda nell'aria circostante. 
E a ogni finale, ridiamo di gusto insieme dicendo: buona notte, buona notte! 
Per prevenire qualsiasi commento bacchettone o purista, io posso solo replicare: signori, ma questo è Shakespeare. 
A tutto questo si è poi aggiunto un finale ulteriore. 
Il libro dopo poco esce con Thule in spagnolo, lo compro e su pezzetti di carta incollo la traduzione (gli zacchete restano) fatta all'epoca, coloro a pastello (una sorta di rigatino da restauratori) i pezzetti di testo che sono nelle belle tavole della Höglund e lo regalo a quello stesso bambino ormai quattrenne. 
Ancora a due anni di distanza, il libro esce finalmente anche in italiano per merito di Iperborea (Odino li protegga). 
Ne ricevo una copia, la metto nello zaino e la porto a casa di quel bambino che ormai ha 5 anni compiuti e chiedo alla madre se per caso abbia ancora il libro homemade. Va alla libreria, lo prende e me lo mette in mano. Lo sfoglio e lo rileggo. 
Continuo a pensare che sia un piccolo capolavoro di Lindgren che ha il coraggio di raccontare Shakespeare con tanta esattezza e di Höglund che non ha paura della cupezza del grigio e del rosso sangue e non teme di scrivere il nome Amleto con le ossa. 
 E, per parte mia, sono molto orgogliosa di averlo messo nelle piccolissime mani di quel bambino che quando sarà più grande, di Amleto ricorderà la triste storia. 
Ne sarà valsa la pena: provare per credere.

Carla 

Noterella al margine: molto immodestamente non riesco tuttavia a staccarmi dalla mia traduzione del cuore. A parte il valore affettivo, Iperborea mi perdonerà se in nome di quella esattezza di cui si parlava, continuerò a leggere, invece di Buona nanna!, un più shakespeariano e onesto Buona notte! (Buona notte!)

venerdì 5 marzo 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RITRATTI D'INFANZIA
 
Le mani ballano, la bocca canta, Riet Wille, Ingrid Godon
(trad. Laura Pignatti)
Sinnos 2021


ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (da 1 anno)

"Una mano scappa, l'altra rincorre.
Due mani nascoste dietro la schiena
tornerete per cena?
Se faccio bene una cosa,
ricevo gli applausi,
che fanno così:
CLAP CLAP CLAP CLAP CLAP "


Una bambina con i codini e il suo coniglio di pezza sperimentano quante cose si possono fare con le mani e quante si possono fare con la bocca.
Con le mani si può applaudire, si può far finta di telefonare, si può salutare, si possono chiudere a pugno e battere sul tavolo, si possono mettere su un occhio e poi sull'altro, e poi sul naso e poi sulla bocca.
E con la bocca si possono far uscire bei suoni, come una lunga O se la faccio rotonda, una bella A se sono dal dottore. Con la bocca si può sorridere o fare le pernacchie per la puzza esagerata e quando la bocca incontra la mano che cosa può succedere? Meglio nascondersi dietro una porta e... ciucciare in santa pace.


Quadrato, cartonato esce un altro bel libro con i disegni di Ingrid Godon.
Una delle migliori matite contemporanee che sappiano ritrarre con tanta acutezza l'infanzia.
In questo libro fatto di onomatopee e di saltuarie rime e assonanze, Ingrid Godon disegna una delle sue bambine dalla faccia grande e dagli occhi tondi che si distingue per le sue guance sempre colorite, per il suo piccolo naso a patata e per le sue orecchie minuscole e tonde e per il suo collo che non c'è mai. 
 

Porta codini, veste pellicce da tigre, o piume da indiano e fa un sacco di cose con le sue mani e con la sua bocca larga larga che si arriccia tutta quando deve dare i baci. A lei che occupa spesso e volentieri la pagina di destra si alterna il suo pupazzo, un coniglio che non si tira mai indietro. È il suo interlocutore preferito sia quando c'è da far finta di telefonare con la corda per saltare sia quando c'è da cavalcare una scopa come se fosse un purosangue, ma c'è anche quando occorre indossare il camice del dottore o quando c'è da scappare per il cattivo odore. Non si perde l'occasione di esserle a fianco nel lettino quando si sta giù per riposare, o dietro il muro a dar ogni tanto una ciucciatina. Lui, la spia non la fa.
 
 
Il libro per come è concepito è un invito a essere interattivi, tanto nei gesti, quanto nei suoni, circostanza che lo rende un libro da leggere e rileggere per farlo diventare un gioco sonoro, familiare, di pantomima.
E a ogni nuovo giro di pagina abbiamo modo di godere dei disegni di Ingrid Godon che sanno essere contemporaneamente singolari e classici allo stesso modo.
In Italia hanno circolato le sue bellissime tavole con quel segno a matita sempre molto carico in bei libri concepiti per primissima infanzia, e tutti ricorderanno Cosa facciamo con Baby uee uee? (2001) e Un amore di bambino (2002). Accanto ai suoi bebè, impercettibilmente angolosi, sempre con le gote colorite, con poco più che tre peli in testa e gli occhi disegnati come semplici puntini, eppure di massima espressività, c'è un divertente zoo di animali veri e di pezza che costituiscono il loro coro ideale.
Eppure Ingrid Godon è capace di declinare i suoi famosi ritratti d'infanzia anche in modi molto diversi tra loro. Segnare le loro testone con un segno rapido di matita colorata, con la medesima potenza che hanno i disegni dei treenni, su un colore pastello diffuso e soffuso che sconfina oltre ogni contorno, si pensi alla bellissima serie dedicata al Petit Bonhomme (2012, 2016) che tanto ci sarebbe da augurarsi di vedere anche in Italia, finalmente pubblicato. Oppure nei grandi testoni di bambini dallo sguardo enigmatico, come è doveroso che sia, veri e propri ritratti di anime misteriose, nella trilogia con i testi di Toon Tellegen, Ich wou (2011), Ik denk (2014) Ik moet (2016).
Viene il sospetto che Ingrid Godon sia una e trina.
 

Cosa che non è da tutti.

Carla