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venerdì 25 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

I TAMBURI DELLA PENULTIMA PAGINA 

Una cosa che si dovrebbe cercare di raggiungere, raccontando una storia con le immagini, è la piccola o grande capriola finale, il colpo di scena! 
Stupire il proprio lettore è cosa buona e giusta. 
Il piccolo o grande salto di senso, la risata, lo sgranare gli occhi sono tutte reazioni che se messe ad arte intorno all'ultima pagina, non possono che far bene alla storia, al libro. 
La forma di un albo illustrato, tra le sue tante doti, ha quella di essere fisicamente adatto a questo genere di emozioni e reazioni. Il giro di pagina sembra essere lì a bella posta. Il tempo che occupa, poco più di un secondo, in cui cosa ci sarà dietro non è dato sapere, è assolutamente un tempo ideale perché il cervello rimanga in stand by lungo la strada segnata. E se invece c'è un bel tornante, una curva secca su un altro panorama sarà tutto più gustoso. 
Va da sé che con altrettanta arte la capriola finale va preparata con cura. Ovvero il lettore va spedito in una direzione, va rassicurato che tutto sta andando nel verso previsto. Per assurdo, potrebbe quasi annoiarsi di tanta prevedibilità ed è allora che bisogna colpire! 


Tutto questo è per dire che ho sotto mano due libri che hanno la stessa firma, Matilde Tacchini e che finiscono entrambi con delle belle capriole. 
Nel primo caso lei è autrice del solo testo, Questo è molto strano... mentre le matite sono di Mercé Galì, una sua vecchia conoscenza. 
Nel secondo lei è autrice unica e la capriola che fa fare ai suoi lettori è ben più spettacolare e durevole... Non schiacciate quel bottone! 
Questo è molto strano... più che una storia vera e propria è un lungo elenco, una sorta di catalogo, dei vezzeggiativi, paragoni bestiali (nel senso letterale del termine), che di solito i genitori (o chi per essi) usano nei confronti dei piccoli: il piccolo koala di mamma, il topolino di papà, un maialino a tavola, un ghiro a letto, in piscina un pesciolino e via andare... 


Tutto chiaro? Il finale deve prevedere un capovolgimento che puntualmente arriva in un ribaltamento di ruolo: sparisce all'istante la tenerezza del koala per lasciare il posto alla rabbia vera che finisce in un urlaccio di quel povero ragazzino, finalmente solo ragazzino, senza peli o zanne, che rivendica, dopo aver ruggito ben bene, la propria identità. 
Ma questa capriola, sebbene scandita a chiare lettere, è fin troppo telefonata... 
E poi siamo alla penultima pagina, dove il rullo di tamburi si fa sentire.... 
E infatti, non poteva finire così, la vera capriola la vedremo solo quando anche l'ultima pagina è andata... 
Ancora più chiaro il meccanismo appare nel suo ultimo libro per Nomos Edizioni. 
La tensione emotiva si percepisce fin dalla copertina, con quel titolo che è un comando, con tanto di esclamativo! 


La situazione, anche in questo caso, non è certo la prima volta che la si incontra, tuttavia qui è giocata meglio che altrove. 
Contesto: esterno spoglio con solo un ramo visibile su cui far sostare in quota gufo e scoiattolo. Gli altri animali presenti sono tutti sul terreno, ovvero poggiano su una linea nera continua, Il pulsante è l'anomalia che getta scompiglio nella routine degli abitanti di quel boschetto: orso, fagiano, lepre, volpe, scoiattolo e gufo. 
Ognuno di loro si schiera e si fa carico di un'indole umana: c'è l'ottimista, il riflessivo, il prudente, il curioso e via andare... 
Naturalmente ognuno di loro si prefigura cosa potrebbe succedere a premere il pulsante rosso: caldo fulminate, glaciazione istantanea, gli alieni. Naturalmente in tutto questo crescendo di ipotesi qualcuno cerca di mantenere la barra del timone diritta. 


Ma si sa che, come succede anche nella vita vera, il chiacchiericcio intorno a un fatto non fa che accrescerlo, renderlo sempre più sospetto e potenzialmente pericoloso. 
Ciò che non si conosce è per definizione qualcosa che potrebbe portare guai. 
Così il loro cicaleccio ai piedi del ramo, intorno al pulsante, si fa sempre più fitto. Si invoca persino uno dei cardini della democrazia (quando si è in un numero maggiore di uno, accade): il voto. 
Poi come altrettanto spesso accade, soprattutto in questi ultimi balordi tempi, uno decide per tutti: il più grosso... 
E siamo alla penultima pagina... 

Carla 

"Questo è molto strano..." Matilde Tacchini, Mercé Galì, Kalandraka 2025 
"Non schiacciate quel bottone!", Matilde Tacchini, Nomos 2025

lunedì 31 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL DISEGNANTE D(E)I BREMA  

Voglio andare senza rotelle!, Tobias Giacomazzi 
Kalandraka 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Voglio andare in bicicletta senza rotelle! dice Ettore sbuffando. 
- Come fa il signor Renato, che è in grado di mantenere l'equilibrio anche con il giornale sotto il braccio. 
Voglio andare senza rotelle! 
- O come la signora Adelaide che carica di spesa non cade. 
Voglio andare senza rotelle!"

Ettore è un ranocchio. Un ranocchio con un bel caratterino, pantaloncini, maglietta e sandali tedeschi. E un ridicolo caschetto che tiene in equilibrio sulla testa. A cavallo della sua biciclettina rossa con rotelle, smania perché vede i grandi che, per una ragione o per l'altra, in bicicletta ci vanno con stile e sicurezza. 


E tutti senza rotelle: chi ci va a far la spesa, chi la usa per lavoro, chi per sport, chi pedala sul filo sotto il tendone di un circo. 
Tanto insiste e tanto frigna, che alla fine qualcuno toglie finalmente le rotelle alla sua biciclettina. Ma come tutti quelli che vanno in bici sanno, senza rotelle e senza sostegno non è proprio facilissimo andare senza cadere. E come sempre accade, dopo due pedalate, finisce zampe all'aria. Il tono della sua voce non è più lo stesso. Ora spiagnucolante e pieno di vergogna, chiede - per favore - l'aiuto di qualcuno. Di qualcuno o di tutti? 

Tobias Giacomazzi, al suo primo albo, è lì che si divide tra due passioni. 
Da una parte l'illustrazione (si è diplomato all'Accademia di Macerata, se non ho capito male con Maurizio Quarello) e dall'altra la musica (è padre fondatore della band indie-folk-rock I Brema di cui è voce e chitarra acustica). 
Questo "Brema" che appare nel suo lato musicale, a ben vedere, sembrerebbe riverberare anche nella storia di Ettore che sul concetto che è l'unione che fa la forza ha un po' il suo nocciolo di senso. 
Il libro è tra i finalisti del premio Compostela e Kalandraka lo pubblica. 
Come nella fiaba dei Grimm, anche qui ci sono quattro cose che, se prese singolarmente, poco possono contare, ma che se invece diventano parte di un progetto unitario, così come accade al vecchio gallo, al cane e al gatto e all'asino dei Musicanti, fanno crescere il valore e il risultato del progetto. 
La prima sta nel segno, la seconda sta nel colore, la terza sta nei dettagli la quarta sta nell'uso dello spazio immaginato e in quello che realmente che un albo concede. 


Il segno. La mano sinistra di Giacomazzi mi pare sappia ben disegnare. 
Ovviamente possono piacere più o meno nelle loro forme un po' caricaturali, un po' esagerati, tuttavia i personaggi sembrano convincenti, compreso il canarino in gabbia. 
Ognuno di loro prende il corpo di un animale, secondo una logica di buon senso - il postino è un piccione, il funambolo è un fenicottero, il ciclista un asciutto grillo. E la formosa massaia? - e di ciascuno la corporatura diventa elemento importante. Così come importante è il fatto che ciascuno di loro vesta panni presi dagli armadi delle persone. 
E qui entra in gioco il terzo elemento: i dettagli. 


Davanti a tutti, il primissimo piano della zampa di Ettore al momento della sua prima pedalata senza rotelle: con quei sandalini tedeschi o imitazione degli stessi, ma a minor costo. Ma a parte questo, Giacomazzi si diverte a mettere su ogni singola tavola piccoli personaggi che tra loro mettono in piedi scenette: il gatto con la coda nella trappola per topi, il topo sulla corda del funambolo sono tutti dettagli comici a uso e consumo di chi guarda con gusto le figure, ossia i bambini.
Lo spazio. Partiamo da quello reale che un libro offre. Il bordo della pagina e il giro della stessa: due limiti, ma anche due opportunità per chi illustra di mettersi alla prova. Tobias Giacomazzi cavalca la tigre e quindi, sul suo colpo di teatro finale decide di sfruttare al meglio il breve silenzio e il piccolo blackout visivo che si verifica puntuale a ogni giro di pagina. 


Per quanto riguarda lo spazio immaginato, parrebbe che Giacomazzi, oltre a saper ben disegnare, sia capace anche di costruire belle prospettive, scorci sempre un po' arditi, e architetture di un certo garbo, con finestre e portoni architravati e strombati. 
Ed è proprio in questa cura per il dettaglio architettonico, per i volumi squadrati, per la ricerca di movimento dei piani che azzarderei l'ipotesi che tra i suoi maestri ci sia stata anche Claudia Palmarucci che, sottilmente sottilmente, mi pare trasparire anche nella tecnica e nelle scelte cromatiche: le ombreggiature e i mezzi toni caldi dell'edilizia storica. Quella vera. 
Ma forse ho preso solo una cantonata. O forse no.

Carla

lunedì 18 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL TROPPO PIENO 

La visita, Núria Figueras, Anna Font (trad. Francesco Ferrucci)
Kalandraka 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"La piccola volpe rimase sola nella tana. Fuori stava calando il buio, ma si sentivano ancora il baccano delle taccole e gli schiamazzi dei passeri. 
All'improvviso bussarono alla porta. Toc, toc, toc. 
- Chi è? - chiese la volpe. 
- Sono il Silenzio. -rispose una voce. 
- Vattene! la mamma mi ha detto di non aprire a nessuno. 
- Mi io non sono nessuno. Sono semplicemente il Silenzio. 
La volpe ci pensò per un po'." 

E poi ha aperto. Quello che si trova davanti e alto e grosso e la guarda dritta negli occhi. 
Entra nella tana e fa la cosa che fa il silenzio: si espande. La piccola volpe si è naturalmente pentita, ma ormai il Silenzio è dentro e la tana e quindi bisogna farci i conti. "Merenda?" propone, pensando che se il Silenzio ha la pancia piena, non avrà voglia di mangiare lei... 
Non sembra pericoloso. "Balliamo?" è la seconda proposta della piccola volpe.
Ma - è ovvio - che se mette la musica lui sparirà. Ma come si balla senza musica? Si può fare, si può fare... Da quando lui è nella tana, tutti i rumori consueti sono spariti dalle orecchie della volpe, uno solo è rimasto: la voce dei suoi pensieri. 
Dai, non è poi così male... anzi è addirittura bello acciambellarsi nel Silenzio e addormentarsi... 

Illustrare una cosa che non è visibile, come lo è il Silenzio, non è una sfida da poco. 
Piuttosto rara è la situazione: pensiamo al vento che è stato la sfida di Fabian Negrin, o il vuoto che è stata quella di Catarina Sobral. 
E di questo libro, sono proprio le due sfide che contiene che mi hanno colpito: provare a parlare del silenzio e provare a disegnarlo. 
Anche la Giuria del premio di Compostela deve averlo notato e lo ha premiato nel 2023. 


Anna Font si è inventata una figurona - il testo lo dice chiaro: il silenzio era alto e grosso. Ma è riuscita a renderla contemporaneamente enorme ed evanescente. Un profilo di matita bianca, tondo, e grande quanto la pagina intera capace di espandersi anche in quelle doppie, occupandole quasi per intero. Proprio come uno potrebbe figurarsi il silenzio. Un 'qualcosa' o un 'qualcuno' che entra in un luogo e lo riempie, ma non si mostra. 
La trasparenza riguardo allo spazio che occupa è lì sotto lo sguardo della volpacchiotta e di noi lettori. 
Se da un lato il testo in sé non mi è parso particolarmente brillante, dall'altro l'idea di parlare ai più piccoli di una cosa che con la pervicacia tipica del mondo adulto viene tenuta a distanza, come se fosse il demonio, mi è sembrata una bella sfida. 


E a questo 'demonio' mi ha fatto pensare sabato mattina Chandra Candiani. 
Parlando dei messaggeri celesti - la vecchiaia, la malattia, la morte e la via che i primi tre fanno per arrivare a noi - argomento del suo ultimo libro - alla domanda di Cimatti su cosa ci tenga istintivamente lontani da loro, Candiani ha risposto con la sua adamantina chiarezza: il troppo pieno. Che porta come conseguenza a uno degli spauracchi più spaventosi del nostro mondo: il vuoto e il silenzio. 
Ed ecco che il cerchio si chiude. 
Percepire e accettare tanto il vuoto, potremmo anche aggiungere la noia, quanto il silenzio non è affatto una condizione scomoda, o peggio deprecabile. Al contrario dovrebbe essere considerata in qualche modo necessaria per poter permettere ai nostri pensieri di essere accoglienti nei confronti di quello che arriva. 


E invece no. Riempiamo di suoni, più o meno gradevoli, più o meno ascoltati, di sicuro distraenti, riempiamo di immagini, più o meno gradevoli, più o meno guardate, di sicuro distraenti, riempiamo di cose da fare, di azioni e attività, dal nuoto alla ceramica a quattro mani, la vita dei più piccoli, ma anche la nostra ben inteso, e non gli/ci permettiamo di potersi/ci annoiare o peggio ancora non gli/ci lasciamo nessuna possibilità di imparare a stare 'in pace' con un po' di silenzio intorno. 
Ragionare con loro, e anche con noi stessi, dello stare in silenzio a non fare, e magari addirittura istigarli a pretendere che questa anomalia nei confronti della consueta frenesia accada nelle loro giovani esistenze già 'troppo piene', potrebbe essere un atto rivoluzionario. 
Potrebbe. 

Carla

venerdì 6 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IN NATURA NON SI FANNO SCONTI

Una giornata da rospo, Maite Mutuberria (trad. Elena Rolla) 
Kalandraka 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)  

Era una giornata qualunque per il rospo e per la zanzara. 
ZZZZZZ, quanto zzzi annoia il rozzzpo pensò la zanzara. 
Zzzze zzzapezzzi come dizzztrarlo... continuava a pensare. 
Poi gli gridò: Ehi Rozzzpo, prova a prendermi... Zzzzzzzzzzzzzzzzzz!  
E slurp! il rospo se la pappò." 

Fine della zanzara. 


Arriva la chiocciola che, con i suoi tempi, cerca di fare la medesima cosa: distrarre il rospo che è lì tutto solo. Va da sé che anche lei fa una brutta fine. 
E anche della chiocciola non rimane a terra che il berretto... 
E sempre nella stessa giornata qualunque di quel rospo si susseguono formica ragno libellula e millepiedi. Tutti si prendono a cuore la sua apparente noia e lo sfidano ogni volta a essere acchiappati, E lui lo fa. Con la sua linguona vischiosa ed estensibile non fa prigionieri... o quasi. 

Al suo primo libro in solitario, Maite Mutuberria conferma di avere buone qualità per distinguersi. 
In Italia, di suo circola Lilo, di Inés Garland, Premio Strega 2023, di cui appunto è "solo" illustratrice e che attesta un sacco di belle soluzioni interpretative dal punto di vista visuale.
Qui in Una giornata da rospo è divertente, cattiva quanto basta per risultare giustamente impietosa, capace di giocare con parole e silenzi, costruendo un bel contrasto tra testo e immagini.  
Il libro è concepito per i più piccoli, attenzione non i primi lettori che con tutte quelle zeta farebbero tilt, ma per piccole orecchie che godrebbero di tutte le onomatopee possibili che è riuscita a infilare nella sua storiellina un po' macabra perché piena di piccoli cadaveri... 


Ecco. Proprio questo bel gusto cattivello grazie al quale il nostro eroe, il Rospo, lo vediamo circondarsi di sempre più numerosi berrettini a punta senza più testoline da coprire, fa pensare a come anche i più piccoli possano essere introdotti agli incerti dell'esistenza. 
A parte il fatto che quando il Rospo si pappa la prima zanzara, da ogni parte si innalza la ola, viene da pensare che la crudeltà dimostrata nei confronti degli altri insettini sia un bel gioco per tutti quei bambini che almeno una volta hanno puntato il loro piccolo indice con l'intento di schiacciare la formichina che si stava arrampicando sul loro braccio. Per non parlare dei vari sezionamenti che avranno praticato da entomologi in erba, come è giusto che sia. 
I più attenti osservatori si accorgeranno presto di come Mutuberria comincia a raccontare la sua storia già dal frontespizio (e la finisca nella quarta di copertina) e lo faccia nell'assoluto silenzio delle parole, ovvero con la traiettorie di una zanzara che attraversa le lettere del titolo come avessero un loro volume. Lo stesso succede quando si incontra per la prima volta il protagonista assoluto, lui, Rospo. Il testo ci dice che per lui era una giornata qualunque, ma l'immagine mostra un rospo che si sta leccando le labbra (o quel che è) e che ha accanto due insignificanti triangolini colorati... 
Altra cosa che accade è il silenzio assoluto sullo stato d'animo del rospo che occupa quasi sempre per intero la pagina di destra, salvo poi modificarsi come plastilina quando la zanzara lo molesta senza scampo. 


Senza contare che visivamente sta anche ingrassando un bel po' con tutto quel mangiare. 
La stessa Maite Mutuberria sottolinea in una presentazione del suo libro che la cosa che più la intrigava nello scrivere e illustrare un libro da sola era proprio l'opportunità di poter giocare liberamente con il meccanismo - che spesso lavora per contrasto e opposizione - che è alla base dell'albo illustrato: insomma, di poter raccontare con due linguaggi diversi e paralleli un stessa storia. In questa prospettiva, sentendosi totalmente libera nella costruzione del layout, gioca molto con i cambi di prospettiva, le dimensioni e gli spostamenti dei personaggi sulla pagina. 


Questo ritmo bello sincopato che si inventa, cui il testo molto musicale fa eco, genera nel lettore attesa, curiosità, soddisfazione nell'aver previsto anzi tempo, quello che la pagina successiva non fa altro che confermargli. 
Ma è la sua onestà nei confronti dei suoi lettori che colpisce. Insomma, dietro tutte le dovute semplificazioni cui necessariamente ricorre - i colori piatti, certa schematizzazione dei caratteri, le onomatopee che chiamano una lettura condivisa, la sequenza narrativa che si ripete a loop - mette davanti ai suoi lettori almeno un paio di verità inconfutabili che possono servire nella vita: i rospi, e più in generale tutte le creature che vivono in natura, non fanno sconti. 


E, due, se conosci bene il tuo antagonista, puoi batterlo! 

Carla

lunedì 11 marzo 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I BAMBINI FANNO

I migranti
, Marcelo Simonetti, Maria Girón 
(trad. Francesco Citarella, Tiziana Masoch, Ilide Carmignani - FUSP) 
Kalandraka 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Nel momento stesso in cui la maestra Alicia ha detto che sarebbero arrivati due migranti, è suonata la campanella e siamo usciti di corsa dall'aula. 
Volevamo arrivare a casa il prima possibile. 
La nonna aveva preparato il risolatte e a noi piace un sacco. 
Potremmo mangiarlo tutti i giorni per tutta la vita. 
E facendo sempre il bis. 
Ma l'annuncio della maestra continuava a girarci in testa." 

Comincia così una sarabanda di ipotesi che i due fratelli mettono in gioco. Forse complice il risolatte, Pauli - la sorella golosa - pensa che migranti possa essere un dolce, ma il fratello replica che solo due non basterebbero mai per un'intera classe. Potrebbero essere degli animaletti, tipo dei ricci. Ma alla maestra Alicia non piacciono gli animali, quindi sarebbe piuttosto difficile supporre che i migranti siano ricci (!). La parola migranti potrebbe essere un gioco di parole? Insomma, quei due stanno brancolando nel buio. E poi davvero si fa buio e cominciano le supposizioni notturne e un po' spaventose riguardo alla grande questione: cosa si nasconde dietro la parola migranti? E se fossero spiriti maligni? Meglio lasciare una lucina accesa... 
La mattina successiva tutti i pensieri notturni si sono affastellati nella testa dei due fratelli, quindi il tragitto verso scuola è stato tetro e pensieroso. Silenzioso, anche con la mamma al volante che forse poteva essere l'ultima a chiarire loro le idee. 
Muti, tremanti e per mano varcano la soglia di scuola, convinti entrambi che se i migranti avessero voluto la guerra, guerra avrebbero avuto... 

Questo libro ha meritato una lunga meditazione.


Da una parte, una forte attrazione per i disegni di Maria Girón che mi pare sia una brava disegnatrice in generale, ma di infanzia in particolare. Con le sue matite ha sempre dato buona prova nel concepire il movimento dei corpi e in questo libro, non si risparmia gli scatti in velocità, le verticali di Pauli, la gare in bici, le risate, le facce spaventate, la pensosità notturna. 


Qui anche un bel gioco sottile tra copertina e quarta. Chi lo vuole capire, lo capisce... 
Dall'altra una grande domanda di fondo sulla questione che attraversa tutto il libro. Ma è davvero così come la mette Simonetti? La parola migranti è così oscura tra i ragazzini e le ragazzine? 
Fatto sta che in questo domandarsi si mette in moto il solito meccanismo che scatta di fronte a ogni interpretazione, che per forza di cose è quella di un'adulta. In sintesi, quanto riesce a fermarsi il pensiero adulto nel leggere un libro pensato per un pubblico diverso? Con questo non intendo scalfire in nessun modo la buona intenzione di Marcelo Simonetti, ma mi riferisco solo a un personalissimo dubbio che mi ha spinto ad andare a verificare sul campo - lo faccio oggi in una quinta con maestra compiacente - quanto effettivamente se pronuncio la parola migranti in una classe la lascio lì perplessa a cercare di indovinare di cosa si tratti. Ma forse la questione è solo un dettaglio, perché il merito di questo libro è altrove. 
Il libro, infatti, mette in campo anche un paio di riflessioni di altro tipo. 
La prima riguarda la naturale disposizione alla curiosità, all'avvicinamento e all'inclusione che hanno i bambini. Almeno i più piccoli. Almeno fino al momento in cui non viene insegnato loro che essere selettivi è la miglior cosa da fare. Prima di tutto, la paura! E poi la distanza.
I bambini, diceva un grande pediatra, sono creature economiche e pratiche. 
Credo intendesse dire che cercano di fare sempre la via più corta e più diretta per arrivare al punto. E di ogni cosa sanno cogliere subito l'aspetto concreto e fattuale. 


In questo caso, la cosa che mi pare bella del testo I migranti è proprio questo sguardo. Si polverizza all'istante tutto quel pensare, immaginare, elucubrare nel momento che le fantasie smettono di essere tali e prendono corpo e trovano voce. Nonostante l'immaginare sia una pratica necessaria all'umanità intera - guai a non farlo dal primo all'ultimo respiro - tuttavia succede che quando un bambino si trova di fronte a fatti concreti, quello stesso bambino agisce, perché li può toccare. Non spegne l'immaginazione, ma smette di interrogarsi e preoccuparsi, almeno per un po'. 
E guarda, tocca e fa. 
La seconda riguarda il mondo degli adulti, che sono in larga misura assenti, dall'intera storia: a parte la nonna del risolatte e la madre che li accompagna a scuola: sono entrambe puramente strumentali. Ma ci sono anche altri adulti che si fanno notare, diciamo così, in trasparenza, ovvero appartengono a loro certe frasi del testo e sono quelli che non hanno mandato i propri figli a scuola per l'arrivo dei migranti. Lo stigma nei loro confronti da parte di Simonetti è chiaro. E credo che sia lì, in tutta la sua anche ostentata evidenza a collocare in posizione scomoda gli adulti e contemporaneamente a mettere un po' in allarme tutti quei bambini che invece nell'incontro conoscono e mettono via il pregiudizio, e soprattutto la paura.


E guardano toccano e fanno. 

Carla

venerdì 15 settembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN CAPPELLO ROSSO: DA DISNEY A PINTOR

Tartaruga vs Lepre. La rivincita, David Pintor (trad. Emma Vaccaro) 
Kalandraka 2023 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)  

"'Facciamo una gara?' 'D'accordo!' 
'Prova a prendermi!' 'Sono molto più veloce della tartaruga.' 
'Posso schiacciare un pisolo che comunque vincerò lo stesso'"

Al suo risveglio la lepre è del tutto sicura di essere in vantaggio, ma arrivata al traguardo, quello con le bandierine colorate, la sua rivale, la tartaruga con il cappello rosso, è lì che l'aspetta. E poi esulta vittoriosa.
Rivincita. Accordata. 
La lepre si impegna questa volta, ma scopre anche che la tartaruga hai i suoi personali sistemi per vincere. Non proprio legalissimi. Per esempio, l'aeroplano giallo che sta pilotando sulla testa della lepre... E non sarebbe nemmeno consentito dal regolamento guidare un fuoristrada, parimenti giallo, su cui lei appare seduta mentre la lepre, ancora una volta trasecola. 
Imbroglio dopo imbroglio, la lepre la scopre e ribadisce le regole d'ingaggio: non questo, non quello e via andare. 
Ma la tartaruga non molla. E continua a sfoderare uno dopo l'altro i suoi sistemi - diciamo così - alternativi per raggiungere prima della lepre il traguardo. 

Allora. Da che Esopo ne ha parlato più o meno tutti sanno che la lepre è una sbruffona, mentre la tartaruga è una che conosce la tenacia e l'impegno. La lepre, vantandosi con gli altri animali, la provoca e lei, modesta ma forte delle sue sicurezze, accetta la sfida e si mette in cammino. Lento pede, va avanti. La lepre si ferma addirittura a dormire, con ancora maggior sicumera di quella mostrata alla partenza. Quell'altra invece, con il suo carapace e il solito lento pede, tippete tippete arriva al traguardo e in tal modo per un soffio la lepre perde la gara. 



Visto che così sono andate le cose, va da sé che Esopo concepisca la seguente morale: a volte con l'impegno si può ottenere ben più che con un talento naturale. 
Ma alla fine del libro di David Pintor la morale, ovvero le ragioni della morale, saranno un po' diverse. 
Le cose che mi piacciono di questo libro sono sostanzialmente tre. 
La prima è David Pintor, ossia i suoi disegni: gli occhi, gli sguardi...
La seconda è di nuovo David Pintor, ossia il suo modo di 'correggere' una storia che tutti ormai hanno stradigerito. 


In questo senso sono sempre molto interessanti le riletture, perché spesso sfidano colossi dalle profonde radici. Di solito il cimento sta proprio nel gusto di ribaltare il punto di vista e non sempre il senso va nella direzione del politicamente corretto. Nelle favole, questo si verifica ancora di più, visto il loro insito contenuto morale. E infatti Pintor qui si prende un bel gusto nel mostrarci una tartaruga che è la quinta essenza del baro. Imbroglia, fino all'esaurimento delle forze e dei mezzi di locomozione e dei nervi della lepre. 
Evviva. Adoro gli imbroglioni. Un'arte sopraffina che - a mio parere - ha il pregio di affinare il pensiero, di renderlo lievemente più acuto di quello diffuso. E questo, anche se scorretto, può solo far bene all'intelligenza. E, a quanto pare, David Pintor fa la sua scelta di campo (come non condividerla) e la mette in mano ai piccoli lettori. Seppur con la dovuta ironia, sembrerebbe dire, non mettendo nessuna morale esplicita, quando si è in gioco, bisogna giocare. E vale tutto.


Certo ci vuole un po' di moderazione e di stile, ma la tartaruga ne ha da vendere. 
E a proposito di stile, si arriva al terzo merito di questa storiellina. 
Quel cappello rosso, che poi è la chiave di tutto... da dove arriva? Forse da nessuna parte, se non dalla fantasia di Pintor. Eppure, quel cappello non sta lì a caso. E perché è proprio rosso? 


Nel ricordo riemerge un cortometraggio. Uno dei primi della Disney, datato 1935, che si intitola The Tortoise and the Hare e fa parte di una serie di film di animazione che va sotto il titolo di Silly Symphonies, dedicate a rivisitazioni di favole e fiabe. Questa è la prima Silly Symphony, firmata da Wilfred Jackson, in cui si cerca di dare una forma visiva alla velocità. 
Un piccolo capolavoro in cui si toccano diversi colmi della velocità, di cui la lepre delizia il suo pubblico, di conigliette e non. 
Al contrario, la tartaruga in questione, sempre con quella sua aria da sprovveduta,  ovviamente vince. Legalmente. Ed ecco il punto: indossa una cravatta rossa (che quella di Pintor non porta più) e un meraviglioso cappello rosso con il quale moltiplica gag e divertimento. Vista la longevità delle stesse, chi mi dice che la tartaruga Toby, per restare in mezzo ai bambini, non abbia attraversato l'oceano e sia approdata nella matita di Pintor. 
Ecco. 
Qui gli otto minuti e rotti per i quali dobbiamo dire grazie alla tartaruga di Pintor che li ha riportati a galla.


Carla 

lunedì 27 febbraio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NERO FUMO 

Aspettando l'alba, Fabiola Anchorena (trad. Marta Rota Núñez) 
Kalandraka 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

 "E da molto che non vediamo l'alba. 
 Nemmeno la luna tra le stelle, né la pioggia lenta che scende. 
Sembra che il sole se ne sia andato via. 
Sarà stata la fatica di sorgere ogni mattina?" 

Il cielo nella foresta è nero pece e un gruppo di animali, guidati da un giaguaro femmina si incamminano tra gli alberi in cerca della luce del sole. 
Lentamente sentono il calore, forse finalmente è il sole. Ma no, quel bagliore che si fa sempre più forte che li investe è il fuoco. Il fuoco di un grande incendio che sta devastando e riducendo in cenere la foresta. Non è calore che scalda, è calore che brucia. Scappano gli animali. Solo l'armadillo è rimasto un po' indietro. 
Lontano dal bagliore del fuoco, si mettono in salvo e solo allora sentono scendere sui loro mantelli le gocce della pioggia, che per tutti significa pace. Le fiamme si sono spente e lenta torna la luce del sole e con essa i colori. 
Sugli animali il fuoco ha lasciato un segno e loro non sono più gli stessi, ma la foresta lentamente rifiorirà e i colori, anche loro stanno tornando. Facciamo qualcosa perché restino. 

Al suo primo albo 'in solitario' , Fabiola Anchorena, giovane illustratrice peruviana, vince il Premio Compostela 2022. Obiettivo raggiunto. E' lei stessa a raccontare, in una bella intervista, che quando andava al liceo dichiarò a sua madre che entro il suo quarantesimo compleanno avrebbe pubblicato un libro. Ed eccolo qui, pubblicato, premiato e tradotto in 6 lingue diverse, una l'italiano. 


L'idea originaria nasce da un necessario bisogno di risarcimento, di saldo di un debito interiore, che lei ha avvertito forte e chiaro dentro di sé quando nel 2019 un devastante incendio ha distrutto parte della foresta amazzonica sul versante brasiliano, peruviano e boliviano. 
Esattamente un anno prima lei stessa aveva fatto un viaggio in quella parte del mondo in cerca di una sua perduta pace interiore e ora quegli stessi posti che le avevano ridato un po' di tranquillità erano finiti in fumo e gli animali che in quella foresta vivevano avevano fatto una fine ancora peggiore. 
Se l'idea originale c'era, tuttavia le mancava ancora una storia per poterlo raccontare. 
La storia è arrivata quando le capitò in mano un articolo in cui si raccontava che il fumo, la caligine dell'incendio in Amazzonia aveva addirittura oscurato il cielo della città di San Paolo. 
Quel cielo plumbeo è diventato il grande nero che gli animali attraversano nella loro corsa verso la salvezza. 
Una copertina nera non passa mai inosservata. E se poi quel nero dilaga anche all'interno del libro la cosa si fa anche più interessante. 
Tre sono le fasi che la storia attraversa e per ciascuna di esse Fabiola Anchorena decide di usare una dominante di colore. 
Il nero plumbeo che avvolge la loro fuga, il rosso del fuoco e infine il verde, ma soprattutto la luce che l'acqua rigeneratrice porta con sé. 
Ognuna di queste dominanti ha un suo preciso riscontro emotivo. Il nero, nonostante la bellezza dei giochi di ombre che riesce a creare con gli animali che si intravedono, con le silhouette degli alberi, porta con sé un senso di incombente pericolo e paura diffusa in quegli animali che lo percorrono di corsa. 


Del rosso arancio si comincia a percepire traccia nei tronchi, ma soprattutto nelle scintille che lei magnificamente ottiene picchiettando su un fondo scuro gocce di cloro che producono questo meraviglioso effetto. Lo stesso effetto che si ha su un tessuto che si macchia con gli schizzi di candeggina. Tutto poi rilavorato e perfezionato con il digitale. 
E anche quella pagina in cui gli animali ci guardano, o meglio capiscono che quel bagliore è dato dal fuoco e non dal sole è un piccolo capolavoro che lavora a livello sensoriale, nel senso che si percepisce con gli occhi la caligine, il caldo soffocante, la mancanza di ossigeno, cui le parole alludono.


Terzo momento importante è segnato dall'arrivo della pioggia. Anche in questo caso il passaggio è molto delicato, ma lei lo risolve utilizzando lo stesso sistema usato per ottenere le scintille del fuoco, ma è nel cambio di prospettiva visuale che tutto si accende: quel giaguaro visto dall'alto è una magnifica soluzione per creare l'effetto di refrigerio. 
Il tutto si stempera poi nelle pagine successive. Del rosso e dell'arancio restano tracce nell'angolo inferiore sinistro della pagina. Tuttavia non scompare, ma anzi si schiarisce, ossia si illumina e permea la pelliccia del giaguaro e punteggia qua e là, i fiori degli alberi e poi sempre più acceso, le piume dei pappagalli.
 

Bella idea mettere sotto gli occhi di un bambino un libro del genere. 

Carla

lunedì 21 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIRE LA VERITA' 

Parole di caramello
, Gonzalo Moure, Maria Girón (trad. Francesco Ferrucci) 
Kalandraka 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Kori finì di mangiare le sue lenticchie e andò in cortile. Si guardò intorno e non vide né sua madre, né la sorella maggiore, e nemmeno i suoi fratellini. Trovò le vecchie forbici con cui sua madre tagliava l'erba, e scegliendo ogni singolo stelo, ciascuno in un punto diverso in modo da non far notare la loro mancanza, preparò un ciuffo nella sua mano. Una volta finito, rimise le forbici dove le aveva trovate e guardò la piccolissima coltivazione d'orzo: non se ne sarebbe accorto nessuno. Nascose la mano con il ciuffo d'erba sotto la camicia e andò verso i recinti." 

Un fascetto di erba d'orzo è il suo primo regalo per in nuovo nato. 
Nel recinto dove i suoi zii allevano la dromedaria, è nato un piccolo. Kori lo va a trovare tutti i giorni e lo considera il suo unico amico. Quasi tutto il suo tempo Kori lo passa al di qua della rete a parlare e ad ascoltare quello che il piccolo dromedario, cui lui ha dato il nome di Caramello, ha da dirgli. 
Kori è un bambino sordo. Dalla sua bocca non escono suoni, ma nella sua testa riesce a leggere i segni diversi che fanno le labbra delle persone ma legge anche sulle labbra del piccolo dromedario sulle sue labbra che masticano l'aria versi e frasi. 


Nasce in Kori l'assoluta necessità di scrivere per ricordare quanto ascolta da Caramello. 
Kori così torna a scuola e con molta fatica e impegno impara a scrivere per non dimenticare. Riempie le pagine con i suoi pensieri, sono vere e proprie poesie, e con i pensieri di Caramello. 
Il dromedario cresce e dopo un anno il suo destino è segnato. Nella povertà in cui vivono tutti in quel campo di rifugiati saharawi in mezzo al nulla del deserto algerino, non c'è alcuna possibilità di allevare un dromedario maschio: le femmine danno il latte, i maschi... la carne. 

Due cose colpiscono chi legge questo racconto di Gonzalo Moure (Trenor) e tutte e due hanno a che fare con il saper raccontare la verità, nuda, per ciò che è. 
Sembrerebbe un compito semplice, quasi naturale, e invece non lo è affatto. Soprattutto, se si considera l'ambito in cui ci si trova: la letteratura per l'infanzia. 
Gonzalo Moure conduce il lettore, lo prende letteralmente per mano, per spiegargli con grande chiarezza e dovizia di dettagli, il luogo e il contesto in cui tutto avviene. La povertà assoluta di poche case di terra cruda in mezzo al nulla: non un albero, né un po' di erba. 
Ogni tanto qualche camion che nella polvere attraversa il villaggio per portare acqua o bombole di gas diventa per i ragazzini il divertimento della giornata. Inseguirlo, attaccarsi al paraurti e scendere al volo quando gli uomini seri che lo guidano scendono per liberarsene, dei ragazzini. 
E su tutto questo un immenso cielo azzurro da cui non cade neanche una goccia d'acqua. 
Qui vive Kori che è un bambino sordo: non ha nulla per sé, né suoni né voce, a parte l'affetto dei pochi adulti che gli girano attorno. Il loro tempo e la loro attenzione, però, è sottomessa a obblighi e faccende quotidiane. Così in famiglia nessuno si accorge per tempo della sua fuga con il piccolo dromedario e suo zio non ha mezzi per permettersi di allevare un secondo dromedario. 
In questo modo la verità diventa scomoda da raccontare, con tanti spigoli. Eppure. 
Nessuna ricerca di arrotondarli, gli spigoli, nessun tentativo di ammorbidire i toni, o di addomesticare la sequenza dei fatti per addolcire la lettura. Altro che parole di caramello.
Ma sono bambini... 


Ecco, è proprio questo il punto: sarà più saggio e utile nascondere loro certe durezze o piuttosto è più intelligente, serio e soprattutto onesto prenderli per mano e fargli attraversare questo piccolo dolore - che non va dimenticato è pur sempre letterario - per poi farli ragionare che così può essere la vita: con diversi spigoli contro cui sbattere? 
Potrebbe sembrare una domanda retorica, ma non lo è affatto, purtroppo. 
Ma erano due le cose che avevano relazione con il racconto del vero: la seconda è nell'altro lato di questo racconto, ossia nelle immagini. 
Maria Girón dimostra innanzi tutto una grande sapienza nel segno, nella tecnica e nella resa della luce, ma soprattutto un grande talento nel saper disegnare i bambini e, forse più in generale, i corpi umani. 
E, più in particolare, saperli ritrarre nell'atto di agire, di muoversi nello spazio. E nel farlo applica una regola d'oro, ovvero l'onestà di cui si parlava prima. 
Nessuna smanceria o leziosità, nessuna strizzatina d'occhio. 
Qui, forse, è anche l'impegno del testo che le ha indicato una direzione da rispettare. 
Ma anche altrove non mi pare di vedere mai quel repertorio di stereotipi da cui pescano spesso e volentieri i cattivi disegnatori dell'infanzia (calzettoni rigorosamente uno su e uno giù, possibilmente maglietta a righe, possibilmente molte lentiggini sul naso rigorosamente all'insù e ginocchia sporche...) Kori è ritratto più volte nell'atto di agire, nella grande serietà che mette in tutto quello che fa, che sia tagliare l'erba da portare al dromedario o sia imparare a scrivere a scuola.


Indossa sempre la stessa maglietta e le stesse braghe, ad eccezione del momento della fuga, in cui fa la sua comparsa il turbante. A parte la tavola con la lacrima, tutto quello che le immagini descrivono ha un suo preciso rigore interno, lo stesso che traspare dalle parole. Con la stessa serietà e oggettività si racconta il contesto. 


L'unico canale attraverso cui passano le emozioni è il colore che letteralmente vibra attraverso la luce.

Carla

venerdì 24 giugno 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FARE LE COSE CON GARBO E CON CURA

Chi sono? Cuccioli di animali Australia, Tándem Seceda Ester García 
(trad. Elena Rolla) 
Kalandraka 2022



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"Non sono un uccello, ma posso volare 
Sono un marsupiale e ho occhi enormi 
Per vederci bene al buio. 
Chi sono?" 

Lui è il petauro dello zucchero. Sanno planare da un ramo all'altro e anche da un albero all'altro, e quando lo fanno rassomigliano a dei deltaplani, distendendo la membrana che hanno nella zampe anteriori e posteriori. Come timone usano la coda. E' intuitivo scoprire perché al loro un po' strano 'petauro' si aggiunge quel 'dello zucchero'.
 

Accanto a questo piccolo marsupiale, ci sono altri sei animali che come lui vivono solo in Australia e nelle isole intorno: Il canguro, il koala, il diavolo della Tasmania e l'ornitorinco. Ma ne mancano altri due... 
Ciascuno di loro si distingue per curiose abitudini: uno di loro è particolarmente litigioso e aggressivo, mentre un altro è particolarmente esperto nel nuoto sott'acqua, e un altro ancora ha una dieta davvero monotona - questione di gusti. E l'ultimo pur diventando il più grande di tutti, alla nascita è grande come una nocciolina. 

La grazia, il garbo, è una dote rara, lo è tra le persone, ma anche in ambito editoriale non è poi così diffusa. E se a questa si aggiunge la cura, le cose vanno ancora meglio 
E' sempre un piacere imbattersi in libri che siano garbati e accurati. 
Il libro Chi sono?, ossia questa piccola serie (a oggi sono in tutto quattro, ma in Italia per ora circolano solo i primi due: uno dedicato all'Australia e l'altro alle Americhe), lo è. 
Questa è forse la caratteristica che colpisce fin dal primo momento, sfogliandolo. 
L'aver concepito un vero e proprio libro di divulgazione per bambini che siano anche molto piccoli (non piccolissimi, non è un cartonato da ciucciare, ma è pur sempre quadrato) è già un atto garbato e un segno di cura e attenzione. 
Chi sono? ha trovato una voce, anche nella traduzione,  molto adatta e comprensibile per rivolgersi a lettori anche molto piccoli. 


Un lessico accessibile, che nello stesso tempo ha tutte le carte in regola per diventare terreno di scoperta e quindi di apprendimento senza creare inadeguatezza. E tutto questo avviene, mantenendo intatto il rigore scientifico. Non a caso dietro lo pseudonimo Tándem Seceda si nascondono due biologi naturalisti e due insegnanti, tutti loro hanno messo radici anche nell'editoria per l'infanzia. 
La struttura a indovinello, altra buona idea, non è mai banale, e salta subito agli occhi e alle orecchie un lessico che è nel contempo preciso, ma anche familiare : alla nascita ero piccolo come una nocciolina. Mi sono subito infilato nel marsupio - parola che potrebbe essere la prima volta che viene sentita e che quindi merita subito un chiarimento nel testo, tra due belle virgole si legge: la tasca che la mamma ha sulla pancia... per poi chiudersi con una parola presa in prestito da un lessico che suona familiare: e ho subito iniziato a poppare
Ecco, questa io la chiamo cura. 
Accanto al testo con la domanda, che occupa sempre la pagina di sinistra, c'è una immagine al vivo con la risposta visiva alla domanda: un primo piano del cucciolo in questione. Un primo piano che guarda 'dritto' il proprio lettore e quando si tratta di un uccello, con la vista laterale, la testa ruota lo stretto necessario. 
Ecco, questo io lo chiamo garbo. 


Magari la prima volta il piccolo lettore non indovinerà il nome dell'animale, ma già dalla seconda diventerà per lui un bel gioco pieno di soddisfazione poter indovinare. Nella pagina successiva il testo - che sia alterna tra la sinistra e la destra - è molto più lungo e dettagliato e ancora una volta ritroviamo questa bella commistione di parole conosciute e parole nuove che hanno lo scopo di arricchire un lessico in costruzione. E a piè di pagina c'è sempre una piccola curiosità che viene svelata, anche questa sotto forma di domanda. 
Al piccolo lettore gli si porge 'la mano' per essere accompagnato in questo percorso di scoperta.


Anche le immagini che ritraggono gli animali nella loro fase cucciola in qualche modo si espandono e vediamo canguri e ornitorinchi 'in famiglia' in azione nel loro habitat. Anche in questo caso, Ester García è delicata e nella scelta di una tonalità dominante, che cambia di animale in animale, e nella composizione con solo essenziali elementi di contesto: ciuffi d'erba, vegetazione sullo sfondo, qualche ramo d'appoggio. La tonalità dello sfondo si espande anch'essa fino a lambire quella con il testo. 
Ecco, questa io la chiamo grazia. 

 Carla 

Noterella al margine. Va da sé che mentre ci godiamo questi due già aspettiamo trepidanti i due altri: sull'Africa e sull'Europa e già che ci siamo anche altri libri di Ester García.