Visualizzazione post con etichetta curiosità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta curiosità. Mostra tutti i post

venerdì 25 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

I TAMBURI DELLA PENULTIMA PAGINA 

Una cosa che si dovrebbe cercare di raggiungere, raccontando una storia con le immagini, è la piccola o grande capriola finale, il colpo di scena! 
Stupire il proprio lettore è cosa buona e giusta. 
Il piccolo o grande salto di senso, la risata, lo sgranare gli occhi sono tutte reazioni che se messe ad arte intorno all'ultima pagina, non possono che far bene alla storia, al libro. 
La forma di un albo illustrato, tra le sue tante doti, ha quella di essere fisicamente adatto a questo genere di emozioni e reazioni. Il giro di pagina sembra essere lì a bella posta. Il tempo che occupa, poco più di un secondo, in cui cosa ci sarà dietro non è dato sapere, è assolutamente un tempo ideale perché il cervello rimanga in stand by lungo la strada segnata. E se invece c'è un bel tornante, una curva secca su un altro panorama sarà tutto più gustoso. 
Va da sé che con altrettanta arte la capriola finale va preparata con cura. Ovvero il lettore va spedito in una direzione, va rassicurato che tutto sta andando nel verso previsto. Per assurdo, potrebbe quasi annoiarsi di tanta prevedibilità ed è allora che bisogna colpire! 


Tutto questo è per dire che ho sotto mano due libri che hanno la stessa firma, Matilde Tacchini e che finiscono entrambi con delle belle capriole. 
Nel primo caso lei è autrice del solo testo, Questo è molto strano... mentre le matite sono di Mercé Galì, una sua vecchia conoscenza. 
Nel secondo lei è autrice unica e la capriola che fa fare ai suoi lettori è ben più spettacolare e durevole... Non schiacciate quel bottone! 
Questo è molto strano... più che una storia vera e propria è un lungo elenco, una sorta di catalogo, dei vezzeggiativi, paragoni bestiali (nel senso letterale del termine), che di solito i genitori (o chi per essi) usano nei confronti dei piccoli: il piccolo koala di mamma, il topolino di papà, un maialino a tavola, un ghiro a letto, in piscina un pesciolino e via andare... 


Tutto chiaro? Il finale deve prevedere un capovolgimento che puntualmente arriva in un ribaltamento di ruolo: sparisce all'istante la tenerezza del koala per lasciare il posto alla rabbia vera che finisce in un urlaccio di quel povero ragazzino, finalmente solo ragazzino, senza peli o zanne, che rivendica, dopo aver ruggito ben bene, la propria identità. 
Ma questa capriola, sebbene scandita a chiare lettere, è fin troppo telefonata... 
E poi siamo alla penultima pagina, dove il rullo di tamburi si fa sentire.... 
E infatti, non poteva finire così, la vera capriola la vedremo solo quando anche l'ultima pagina è andata... 
Ancora più chiaro il meccanismo appare nel suo ultimo libro per Nomos Edizioni. 
La tensione emotiva si percepisce fin dalla copertina, con quel titolo che è un comando, con tanto di esclamativo! 


La situazione, anche in questo caso, non è certo la prima volta che la si incontra, tuttavia qui è giocata meglio che altrove. 
Contesto: esterno spoglio con solo un ramo visibile su cui far sostare in quota gufo e scoiattolo. Gli altri animali presenti sono tutti sul terreno, ovvero poggiano su una linea nera continua, Il pulsante è l'anomalia che getta scompiglio nella routine degli abitanti di quel boschetto: orso, fagiano, lepre, volpe, scoiattolo e gufo. 
Ognuno di loro si schiera e si fa carico di un'indole umana: c'è l'ottimista, il riflessivo, il prudente, il curioso e via andare... 
Naturalmente ognuno di loro si prefigura cosa potrebbe succedere a premere il pulsante rosso: caldo fulminate, glaciazione istantanea, gli alieni. Naturalmente in tutto questo crescendo di ipotesi qualcuno cerca di mantenere la barra del timone diritta. 


Ma si sa che, come succede anche nella vita vera, il chiacchiericcio intorno a un fatto non fa che accrescerlo, renderlo sempre più sospetto e potenzialmente pericoloso. 
Ciò che non si conosce è per definizione qualcosa che potrebbe portare guai. 
Così il loro cicaleccio ai piedi del ramo, intorno al pulsante, si fa sempre più fitto. Si invoca persino uno dei cardini della democrazia (quando si è in un numero maggiore di uno, accade): il voto. 
Poi come altrettanto spesso accade, soprattutto in questi ultimi balordi tempi, uno decide per tutti: il più grosso... 
E siamo alla penultima pagina... 

Carla 

"Questo è molto strano..." Matilde Tacchini, Mercé Galì, Kalandraka 2025 
"Non schiacciate quel bottone!", Matilde Tacchini, Nomos 2025

mercoledì 26 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

COGITO

Ergo
, Alexis Deacon, Viviane Schwarz (trad. Loredana Baldinucci) 
Il Castoro 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Ergo si svegliò e si mise a esplorare il mondo. 
La prima cosa che scoprì furono le sue zampine. 
 Si muovevano. Muovi, muovi, muovi. 
WOW. UN OTTIMO INIZIO, pensò. E decise di continuare a esplorare. 
Scoprì le sue ali. Frulla, frulla, frulla. 
Scoprì il suo becco. Becca, becca, becca. 
 E scoprì le sue gambette. Calcia, calcia, calcia. 
Non riuscì a scoprire altro. 
IO SONO IL MONDO? pensò Ergo." 

Le quattro cose che aveva appena scoperto le rimise tutte in movimento. E tutto sembrava funzionare a meraviglia perché Ergo aveva capito di essere il mondo e, per simmetria, anche il contrario. Apparentemente non c'era null'altro da sapere. Apparentemente. 
Poi vide il muro. Un muro che circondava tutte le sue parti: zampe, gambette, ali e becco. 
Fece la cosa che di solito si fa contro un muro: lo spinse e l'unica cosa che ottenne fu rotolare. 
Niente male, poteva spostare il mondo. 
Poi qualcosa fece BUMP! 
E come insegna la scienza innata, se qualcosa fa Bump fuori di te vuol dire che il mondo potrebbe essere più grande. 
Questo è il percorso iniziatico di Ergo per arrivare a capire un bel po' di cose, prima di cominciare a vivere. 

Visto che è una storia di uova e una storia di nascite, aveva un suo senso che uscisse con la primavera. 
E così è stato. Ma è altrettanto vero che le uova vanno covate per del tempo se si spera che ne nasca qualcosa: ci si deve sedere sopra con delicatezza, e pensarci un po' su. 
E così è stato. 
Questi i pensieri che ne sono nati. 
Come sempre Alexis Deacon scrive delle cose piene di senso, che spesso e volentieri toccano le sfere dei 'massimi sistemi'. La sua bravura sta, come ha più volte dimostrato, nel punto di vista, che ogni volta cambia e che di solito è insolito!
 

Questo favorisce l'interesse di chi legge e una giusta distanza da ogni possibile trappola retorica. Diciamo però che alcune storie, almeno a mio parere, gli escono meglio di altre. In particolare se è lui che le disegna, il livello s'impenna: Bilù o Cip e Croc sono proprio un'altra cosa, rispetto a Marcello Fringuello e in qualche modo anche a Ergo. 
Questa circostanza, ossia la difficoltà di non essere capace di apprezzare sempre il rapporto tra testo e figura, Deacon vs Schwarz, ha richiesto del tempo per essere 'digerita'. 
Marcello continua a non convincermi, mentre Ergo, forte del bel testo mi ha costretto a recedere dal autodiktat di tacere se una parte del libro non pare convincente. 
E così è stato. 
Bello questo fatto che il ragionamento diventi sempre più complesso: partenza che pare un giochino - le zampine: muovi muovi muovi; il becco: becca becca becca e via andare - e poi la grande domanda e il sillogismo: visto che solo questo esiste, allora questo deve essere il mondo e io sono dunque il mondo. Se così fosse, la felicità (ma poi anche la noia, si può supporre) sarebbe a un passo. Io e il tutto ci corrispondiamo perfettamente, stabilisce Ergo, e conclude che non deve o può cercare altro. 


E invece non è così: e lo scopre - una delle poche immagini che aggiungono qualcosa al testo - di lì a poco. Pagine e pagine potrebbero essere scritte sul significato simbolico della parola muro che Deacon usa. Non guscio, non parete, ma muro. Altro colpo da maestro. 
Il muro ha un portato gigante che si attiva quasi in automatico: deve essere scavalcato, infranto, di certo non lascia nessuno indifferente. 
Così Ergo, cercando di spingerlo via, scopre un'altra abilità, può intervenire sul mondo e modificarlo. Altro bel colpo. Cui segue il fatidico Bump. 


A questo punto e solo a questo punto dell'edizione italiana - e brava la traduttrice che non cede al gusto di svelare nulla fino all'ultimo secondo possibile, ossia dopo 18 pagine - arriva la grande sorpresa (non dissimile da quella provata in Bilù): Ergo è femmina! 
Un unico dubbio potrebbe sorgere riguardo al fatto che dentro un uovo con nessuna competenza del mondo esterno la distinzione di genere è un po' prematura. Tuttavia, tanta è la gioia che sia una pulcina che si può trovarne ragione nel fatto che fa parte della consapevolezza di sé come zampine, becco, gambette e ali. Dubbio risolto. 
A questo punto, Deacon mette in sequenza una serie di questioni niente male, per preparare il gran finale: nelle situazioni di stallo è brutto non sapere... nelle situazioni di isolamento è triste stare. 
Che fare? Ad Ergo non resta che uscire ed essere.
A noi non resta che leggerlo!

Carla

lunedì 18 ottobre 2021

FAMMI UNA DOMANDA!


BESTIARI E CURIOSITA’


Abbiamo già incontrato più volte libri dedicati al mondo animale e che non lo trattassero in chiave tassonomica; e soprattutto, proprio in questo genere di libri non sistematici, è frequente un approccio umoristico. Ricordiamo tutti la ‘Strana Enciclopedia’, di Barman, vedi qui e poi molti altri emuli fino al documentatissimo ‘Bufale Bestiali’, di Coccia.


Su questa falsa riga è uscito recentemente ‘Bestiario degli animali niente male’, di Sophie Corrigan, pubblicato da De Agostini: anche in questo caso non c’è nessun approccio tassonomico; assistiamo viceversa ad una carrellata di ritratti animali, divisa in due parti: una prima raccoglie gli ‘insulti’ e le ‘maldicenze’ su un certo animale, nella doppia pagina successiva il castello di menzogne viene smontato a favore di una più generosa descrizione dell’animale in oggetto.
Gli animali con una cattiva fama non mancano e qui ne sono riportati alcuni: la iena, il coccodrillo, l’avvoltoio, corvi e cornacchie, la puzzola, le lumache e così continuando.
L’impianto grafico è tale da inserire le parti scritte, molto brevi, all’interno di un’illustrazione che occupa la doppia pagina; c’è quindi un grande impatto visivo e una caratterizzazione dei soggetti animali in chiave umoristica, come del resto il testo richiede. La giovane autrice britannica non è nuova a testi di divulgazione e questo è uno dei pochi testi tradotti in italiano.
La semplicità dei contenuti, lo stile con cui sono raccontati, le illustrazioni divertenti rendono questo libro adatto a bambine e bambini dai sette anni in su.
Sullo stesso genere, di bestiari stravaganti, c’è anche ‘Cosa fanno gli animali tutto il giorno?’ di Wendy Hunt, pubblicato da Gallucci; l’editore anglosassone è lo stesso, la Quarto Publishing ed è evidente quanto questi testi siano coerenti con una linea editoriale ben definita.


In questo libro, di qualche anno fa, la trattazione è più sistematica: ogni capitolo descrive un ambiente, ma poi, nelle pagine successive, i singoli protagonisti animali vengono descritti per una specifica abilità, ‘umanizzata’: così ci troviamo circondati da agopuntori, architetti, assaltatori.
L’impostazione grafica, dovuta allo studio Muti, è più schematica, con un’alternanza di illustrazioni che occupano una doppia pagina, seguita da altre pagine occupate da tanti ritratti animali.
In entrambi i casi, siamo di fronte a proposte interessanti, anche se non rivoluzionarie, che possono avvicinare alla lettura anche i bambini e le bambine più riottose.
Sono libri ricchi di aneddoti e curiosità, sfatano numerosi luoghi comuni, arricchiscono il bagaglio zoologico dei bambini con molte informazioni.
Consiglio la lettura di questi testi a bambine e bambini privi di pregiudizi, almeno per quel che riguarda gli esseri umani, con tante curiosità da appagare, che abbiano almeno sette anni.

Eleonora


“Bestiario degli animali niente male’, S. Corrigan, De Agostini 2021
“Cosa fanno gli animali tutto il giorno?”, W. Hunt, Gallucci 2018




venerdì 6 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


AD ALTEZZA BAMBINA

Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers
Zoolibri 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"C'era una volta una ragazza, più o meno come tante altre.
Aveva la testa piena di tutte le curiosità del mondo.
Faceva domande sulle stelle...
e si meravigliava del mare.
Ogni nuova scoperta la incantava..."

Nella sua meravigliosa scoperta del mondo questa ragazzina non è mai sola. Ad accompagnarla compare sempre un signore elegante nei modi e nel vestire, con i baffetti grigi e non tanti capelli in testa. È con lei a passeggio nel bosco d'inverno, d'estate sdraiato a guardare le stelle, in barca mentre lei nuota nel mare e tener l'aquilone lungo la spiaggia e sulla poltrona a leggerle di botanica, astronomia, fisiologia e di fisica. 


Ed è proprio quella stessa poltrona che a un certo punto rimane vuota. Quel signore non c'è più e il cuore della ragazza ne soffre. Per non star tanto male forse è meglio mettere per un po' il cuore al riparo: chiuso in una bottiglia. Ma niente è più come prima. Spariscono le curiosità e rimane solo il ricordo di quella poltrona vuota una certa pesantezza nel portare sempre al collo quella bottiglia per tenere il cuore al sicuro. 


La vita però è sorprendente e sulla strada di quella ragazzina ormai grande si avvicina una bambinetta che tanto la ricorda, per curiosità e interessi. Per dialogare con lei occorre liberare il cuore dalla bottiglia...

Oliver Jeffers ha diversi talenti, oltre a quello di saper disegnare assai bene (i risguardi ne sono l'ennesima prova): ha belle storie da raccontare, trova le parole e i disegni giusti per metterle insieme, con un punto di vista ad altezza bambina, che, a ben vedere, è una dote ben rara.
Salvo rarissime eccezioni, i suoi libri colpiscono per uguale dose di incanto, leggerezza e profondità di sguardo. Quello stesso stupore, quella stessa leggerezza e profondità che a mio parere distinguono il pensiero dell'infanzia da quello degli adulti.
In altre parole, spesso e volentieri Jeffers sa raccontare il mondo come lo potrebbe fare un bambino o una bambina.
Se si parte dallo stupore, non è possibile non connetterlo con questa ragazzina che guarda il mondo piena di domande e di curiosità su come le balene respirino con i polmoni, su come sia possibile 'leggere' la forma delle costellazioni come si fa con quella delle nuvole. Non ultimo lo stupore, di fronte alla poltrona vuota. Uno stupore che, al contrario degli altri, non trova rapida risposta.
Lo stupore e la meraviglia che contraddistingue lo sguardo di un piccolo, si potenzia nel modo che Jeffers ha di disegnare i bambini: sempre minuscoli rispetto a ciò che li circonda, sempre su gambette sottili, apparentemente fragili, con teste a pera sempre un po' più grandi del necessario (per contenere le belle idee che di solito hanno).


 Il loro essere piccoli in un mondo grande e per giunta abitato in prevalenza da grandi, il loro essere disegnati con bella sintesi attraverso pochi tratti significativi (come potrebbe fare un quattrenne alle prese con il suo autoritratto) rende giustizia alla corretta idea di infanzia che si dovrebbe avere. Gente piccola e nuova che si guarda intorno per prendere le misure del mondo.
Va da sé che in questo atto di 'prendere le misure' entrano in gioco due altri caratteri distintivi del modo di raccontare di Jeffers, che ancora una volta sono peculiari del pensiero infantile: l'invenzione/immaginazione, o forse dovrei dire meglio la divergenza, e la leggerezza, applicate entrambe all'insopprimibile istinto di sopravvivenza che caratterizza l'uomo, piccolo o grande che sia.
I bambini e le bambine usano metà del loro tempo di veglia per difendersi dai grandi e l'altra metà del tempo inventano modi, si arrangiano, per raggiungere la felicità. 


Per intenderci, si guardino in questo libro i modi cui la ragazza ricorre per rompere la bottiglia, i modi di Leo per recuperare l'aquilone impigliato nella chioma dell'albero (Zoolibri 2012), i modi di Alfredo per tenersi l'alce (2013), i modi del bambino che vuol riportare a casa il pinguino (2010), ecc. ecc. Non sembra fare eccezione l'idea di chiudere in bottiglia il proprio cuore.
Terzo talento: la profondità di sguardo. Anche qui, salvo rare eccezioni, Jeffers non racconta mai una storia sola. La buona letteratura ci ha insegnato ad apprezzare storie che siano oggetti complessi e stratificati e ramificati e ci dovrebbe aver insegnato a diffidare di storie che non dimostrino di esserlo.
Le questioni che solleva Il cuore e la bottiglia sono diverse e tra loro intrecciate.
Se le si guarda come risalendo una scala che dal profondo ci riporta in superficie, la prima cosa che colpisce è il fatto che si tratti di una girl che si interessa di scienza (c'è da augurarsi che nel mondo anglosassone questa non sia ancora questione da dibattere, come in Italia, dove invece è necessario rimarcarla ogni volta con l'intento di farla diventare, prima o poi, consuetudine, ovvero normalità).
La seconda questione è proprio l'inestinguibile sete di conoscere che si ha quando si è piccoli e quando - così sembra voler dire Jeffers - quando si ha qualcuno con cui condividerla. in questo senso Jeffers racconta di una 'rimozione' degli interessi passati, per mancanza di entusiasmo e curiosità, spenti entrambi dalla sofferenza di una perdita. 
 

Quindi dal gradino successivo si può ragionare di felicità e di tristezza, laddove l'una è caratterizzata dalla relazione e l'altra dalla chiusura (in bottiglia) è la relazione tra grandi e piccoli (declinata con voci differenti: un nonno e una nipote, una adulta con una bambina).
Se si sale ancora si arriva alla questione della trasmissione, ovvero della capacità di fare tesoro della propria esperienza e di attingervi come patrimonio interiore. In questo senso è paradigmatico il ripetersi della storia tra nipote e nonno, tra ragazza e bambina (o madre e figlia, chissà). E qui si potrebbe anche ragionare e interrogarsi sul concetto di reciprocità...
Un gradino sotto la superficie Jeffers mette sul piatto una serie di grandi domande: che cosa succede quando si perde la gioia? come ci si difende dal dolore? come ci si cura dalla mancanza di qualcuno importante? come si può far vivere serenamente il ricordo?
Può bastare.

Carla

Noterella al margine. Una manciata di dubbi di traduzione, il maggiore riguarda l'originale girl che in giro per il mondo è stato declinato come niña, Mädchen, petit fille, menina. Il genere non è in discussione, è evidente, ma dietro quel 'ragazza' italiano si nasconde la perplessità possa essere uscito da una traduzione non troppo meticolosa, o al contrario, auspicabilmente da una molto ragionata che nell'uso di quella parola voglia un po' strizzare l'occhio in cerca di una complicità tra adulto e bambino lettore, suggerendo una patina di maggiore 'spregiudicatezza' e 'consapevolezza' al personaggio.
Come a dire, prendendo a prestito il titolo di un altro bel libro, Io sono soltanto una bambina? Ma no, io sono una ragazza! 
Ah, beh!

lunedì 5 agosto 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

La casa che un tempo, Julie Fogliano, Lane Smith, 
(trad. Chiara Carminati)
Rizzoli 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"In cima alla collina
c'è la casa
che pende sbilenca.
La casa che un tempo
non era screpolata così.
La casa che un tempo
era invece dipinta di blu."

Due bambini si affacciano su un sentiero in salita che porta alla casa che casa non è più. E arrivati lassù trovano una porta sospesa e una finestra rotta. Che fare? Entrare. Sottovoce e in punta di piedi la esplorano e si interrogano sulla mancanza, sul silenzio che è arrivato dopo il rumore di chi la ha abitata. Ma la grande domanda è appunto: quegli oggetti continuano a parlare e allora chi ha vissuto tra queste mura, chi si è guardato in quello specchio, o dormito in quel letto, o riposato su quella sedia?
Vanno in direzioni diverse i pensieri di quei bambini: forse un capitano o forse una pittrice o forse gli abitanti sono solo smarriti in cerca delle chiavi perse?
La casa rimane lì e sembra voler aspettare o più semplicemente testimoniare. Magari è anche contenta di poter ospitare il bosco che ha intorno e che piano piano entra dal tetto.
Le domande restano domande, il garbuglio di rovi , che allude a Rosaspina senza troppi sotterfugi, viene riattraversato e al di là della pagina e al di là del bosco c'è una casa e - ancora una volta - c'è una cena che li aspetta.

Julie Fogliano non va mai ignorata. 


Per tre ordini di motivi: ha spesso cose belle da raccontare, come capita ai poeti, prende velocità e direzioni differenti, come capita ai poeti, e la sua voce sale sempre fuori dal coro, come capita ai poeti.
E come se non bastasse, in questo preciso libro viaggiano con lei due altri grandi talenti: quello di Chiara Carminati, alla traduzione, che fa suonare la lingua con parole come un silenzio che scricchiola o una porta sospesa tra l'andare e il venire, e quello di Lane Smith, illustratore gigante.
Julie Fogliano negli Usa (e anche altrove, a giudicare dalle molte lingue in cui sono tradotti i suoi libri) è un'autrice molto amata e molto stimata.
In Italia, finora, non pare essere per tutti.
Forse perché è poesia? E si sa, la poesia è una roba da iniziati.
Forse perché la sua non è velocità ma lentezza? E si sa, chi è lento resta indietro.
Forse perché si occupa di piccolezze, come un seme che non cresce, o una balena che non passa, o una casa un po' sbilenca e rotta? E si sa, cose così son senza importanza.
Che dire? Il peggio è per chi la ignora.
Intorno a due perni tutto ruota: una casa e l'assenza, il non essere (di dickinsoniana memoria).


Si tratta di una casa che non è più una casa, ovvero è avvenuto quel lieve passaggio fondamentale che l'ha resa diversa da prima. Continua a essere una house, seppure sbilenca, ma non è più home di qualcuno, a parte la famiglia dell'onnipresente uccellino di Lane Smith. 


Linguisticamente, tale differenza esiste e resiste anche nel tedesco, ancor più precisamente che nell'inglese, e si percepisce nella distinzione tra Haus e Zuhause (in italiano suonerebbe qualcosa come 'Casa' e 'a casa') e che il traduttore dell'edizione Sauerländer non si è lasciato sfuggire, tradendo il titolo originale, ma restituendo il senso originale della questione.
Una casa può esistere anche 'in assenza' di abitanti. Ma un 'a casa' non può esistere 'in assenza' di persone.
Julie Fogliano ha ancora una volta fatto centro.
Parte da un piccolo punto per poi ampliare l'orizzonte e rendere universale il valore del suo discorso.
Si era partiti da un seme, si era partiti da un desiderio di bambino, e si era finiti a parlare del senso della cura, dell'attesa, della tenacia, dell'impegno, della speranza. E oggi qui si parte da una vecchia casa di legno abbandonata che, sebbene formalmente sia un contenitore senza funzione, diventa agli occhi di quei bambini che la esplorano uno scrigno pieno di cose preziose che hanno il merito di suscitare curiosità, immaginazione e riflessioni su cosa faccia di un edificio una casa. Domanda imprescindibile per l'umanità intera, comparabile all'interrogativo: che cosa fa di un corpo umano una persona?
Per mettere nelle mani di chi legga questo libro un temone del genere senza dare la sensazione si tratti di un macigno insormontabile, la poetessa Julie Fogliano fa la poetessa e costruisce, alleggerendo, stemperando, mischiando. E si prende il suo tempo.
E con lei, Lane Smith. Entrambi riempiono di aria 'la casa che (era) un tempo' e danno corpo e concretezza visiva all'immaginario. E lo fanno in perfetta armonia e accordo di toni. Lane Smith smaterializza ciò che nella storia è concreto e dà spessore e colore a ciò che è solo immaginazione. 



Le due tecniche affiancate sono lì a dimostrarlo.
Tutto questo conferisce una bella profondità di ragionamento.
Fogliano con una sequenza di oggetti e domande che prendono mille direzioni diverse, e con un finale che, oltre a rendere un omaggio alla cena calda per antonomasia preparata per Max nel 1963 da Sendak, conferma questo scenario come il più condivisibile, nell'immaginario collettivo, per rendere l'idea di Home, Zuhause, a casa.


Lane Smith, da un lato, costruisce con frammenti (che arrivano anche dalla sua infanzia?) un collage di elementi diversi e dall'altro colora con la sua tecnica specialissima in cui mischia e stratifica l'acrilico o il gesso al colore a olio. La precisione è affidata al pennino. E nella composizione finale tutto viene rielaborato al computer.
Il risultato è il medesimo: rarefazione, trasparenza, profondità di ciò che è vero e corposità di ciò che è solo immaginato. Tutto, attraverso un processo lento e accurato e talvolta imprevedibile.

Carla


venerdì 9 marzo 2018

FAMMI UNA DOMANDA!


CHI DUBBI NON HA...

 
Scagli la prima pietra! Ovvero, chi di noi può onestamente affermare di non aver avuto momenti di confusione, riferendosi, per esempio, alla differenza fra un cammello e un dromedario? Per una cosa o l’altra, può capitare frequentemente di trovarsi di fronte al dubbio se un oggetto, o un animale, appartengano a questa categoria o a un’altra.
Ora Emma Strack e Guillaume Plantevin hanno deciso, con Gufo o Civetta?, pubblicato da L’Ippocampo, di mettere fine almeno a sessanta dubbi, mettendo a confronto altrettante coppie di quasi uguali.
L’impostazione di questo intelligente, raffinato libro, dal solido impianto grafico, è data da doppie pagine accoppiate dedicate all’uno o all’altro soggetto da confrontare.



La serie di coppie è divisa in sei aree tematiche: animali, alimentazione, geografia e natura, abbigliamento, corpo umano e città. Ciascuna coppia è descritta sinteticamente da due schede che mettono a confronto le caratteristiche di ciascuno, scheda inserita direttamente nell’immagine a tutta pagina, secondo la recente tendenza chiamata info grafica.
Si ottiene, così, un’informazione sintetica, snella, intuitiva nel fondarsi in prima battuta direttamente sull’immagine; un bambino o una bambina che lo volessero sfogliare troverebbero moltissimi spunti anche solo confrontando le immagini giustapposte.



Ma non è solo questa la dote di un libro del genere: nella sua cura formale, nell’eleganza delle illustrazioni, è un libro assolutamente trasversale, che stimola la curiosità dei più piccoli e appaga il desiderio di precisione dei più grandi. Sfido chiunque a non trovare decisiva almeno una di queste coppie, che sia la differenza fra coccodrillo e alligatore, o quella fra mora e gelso, fra feto ed embrione, o fra tornado e ciclone. Anche quando la differenza è evidente, la spiegazione mette in luce le ragioni di tale differenza, riempiendo di contenuti un’intuizione. Per fare un esempio, la differenza fondamentale fra cioccolato fondente e cioccolato bianco sta nel fatto che il secondo non contiene pasta di cacao, ma solo burro di cacao.
Divertente da sfogliare a caso, per costruire elaborati trabocchetti agli amici, è come spesso accade con i libri di questo editore, un vero piacere per gli occhi, un raffinato esercizio di stile.
Questa insolita, sintetica enciclopedia dei dubbi può piacere a bambine e bambini quanto agli adulti, propone in modo originale una serie di informazioni non banali e, nello stesso tempo, aiuta a formare il gusto estetico dei più piccoli. Lettura caldamente consigliata a partire dai sette anni. 
 
Eleonora

“Gufo o civetta?”, E. Strack e G. Plantevin, L’Ippocampo edizioni 2018




martedì 24 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUESTIONS, SPECIAL PROVINCE OF CHILDREN

La nave cervo, Dashka Slater, The Fan brothers 
(trad. Masolino D'Amico)
Gallucci 2017


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Il giorno in cui arrivò la nave con le corna Marcus cominciò a interrogarsi sul vasto mondo. Aveva tante domande. Perché certe canzoni ti fanno felice e altre ti mettono tristezza? Perché gli alberi non parlano mai? Fino a dove arriva il sole quando sprofonda in mare? Ma le altre volpi tacevano, quando faceva queste domande. 'Che c'entra con lo spezzatino di pollo?' rispondevano piuttosto."


La nave cervo attracca e da essa scendono tre cervi, smarriti per mare. Sono in cerca di un equipaggio migliore, "temo che come marinai i cervi non valgano un gran che" spiegò Lydia. Marcus si offre e con lui anche uno stormo di piccioni capitanato da Victor. È un po' nelle cose che volpi e piccioni non siano poi tanto meglio dei cervi al timone, tuttavia la tempesta in un modo o nell'altro viene superata, ma il risultato finale è uno stormo di piccioni che, non tollerando la fatica, gioca a dama tutto il tempo, tre cervi con il mal di mare e una volpe che continua, nonostante tutto ad aver fame, a farsi domande e per questo a guardarsi intorno. Complice un libro di ricette e qualche carta nautica, l'equipaggio si rinfranca e la navigazione prosegue. Pirati, labirinti di scogli aguzzi, nulla ferma la nave cervo diretta all'Isola degli alberi succulenti. Sbarcati, i cervi brucano, i piccioni raccontano i gabbiani e Marcus cerca altre volpi con le risposte alle sue domande sempre crescenti. Niente volpi. Niente risposte dunque? Non sarà che le domande sono la naturale spinta che fa muovere il mondo e che quindi va bene così?
Parrebbe di sì, visto che la nave cervo è di nuovo pronta a riprendere il mare.


La curiosità come motore dell'umanità.
Non è esattamente la scoperta dell'acqua calda ma è sempre e comunque un bene creare occasioni per far ragionamenti con i più piccoli su questa questione.
La nave cervo è un'occasione 'succulenta'.
Essere curiosi, ed esserlo sempre, farsi domande e farsele sempre, è cosa buona e giusta? Sì, lo è. E non credo di doverlo argomentare qui, almeno in termini teorici.
Mi basta solo sottolineare due 'cosette' che vado sostenendo da parecchio.
La prima. Uno dei criteri oggettivi per capire la qualità di un libro è valutarne la sua capacità di sollevare questioni, di porre domande. Di solito tale capacità si sposa con la complessità di pensiero che lo ha generato.
E quindi ben vengano i libri con tante domande.
La seconda. Un libro che pone domande credo sia preferibile non offra altrettante risposte, ma si concentri piuttosto sul percorso per arrivare a una eventuale soluzione.
In estrema sintesi credo sia più interessante e corretto sotto il profilo 'pedagogico' un libro che lasci spazio alle risposte individuali che possono essere ennesime, quanti sono i suoi lettori e le sue lettrici. Per questa ragione privilegerei, e in passato l'ho fatto, libri che sostengano che il cercare talvolta sia più stimolante del trovare che il chiedersi sia più eccitante del rispondersi.
E quindi ben vengano i libri con poche risposte.
Alle due cosette ne aggiungerei una terza, tutt'altro che periferica.
Un ulteriore criterio obiettivo che applico per valutare la qualità di un libro è verificarne la potenza della narrazione, testuale o visiva che sia. Quando la storia si dimostra così forte in sé, direi autoportante, tanto da sostenere al suo interno questioni importanti su cui riflettere, una volta chiuso il libro, allora so di avere per le mani un buon libro.
A me pare che la nave cervo risponda ai tre criteri.


La stessa Dashka Slater in poche righe sintetizza quanto per lei sia importante la curiosità. Per professione e per attitudine, scrive, anche da adulta non ha mai perduto il suo senso per la ricerca, per la scoperta. Sa lei e sappiamo noi per certo che l'infanzia fa della curiosità la necessaria e imprescindibile mappa per scoprire sé e il mondo (Questions, of course, are the special province of children), ma sa anche che gli adulti che continuano ad avere uno sguardo curioso nei confronti della vita sono molto meno numerosi. Come se, crescendo, diventasse più importante la risposta piuttosto che la domanda. È un fatto che la discussione si ferma con le risposte, ma nasce e fa strada con le domande. La deduzione è a un passo.
Tornerei sul terzo criterio: la qualità della narrazione perché in questo libro ce n'è davvero molta e alta.
La storia della Slater, nata da una immagine apparsale in testa un mattino (pressappoco analoga alla copertina del libro), ha generato questa storia insolita e quella copertina così piena di mistero continua a lavorare bene perché accende curiosità in chi la vede. Così, senza accorgersene, si finisce nelle mani dei fratelli Fan, due strepitosi illustratori che dominano per equilibrio e ritmo, per sapienza tecnica, per cura e ricercatezza di ogni dettaglio, per capacità di essere al contempo immaginifici e realistici, per sottilissima ironia, per sensibilità di registro. 


Non pare ci sia nulla che sia meno che convincente nelle tavole di questo libro.
E poi c'è lui: un'assoluta eccellenza dello scrivere e del tradurre. Masolino D'Amico, ancora una volta contribuisce in modo notevole alla qualità di un'opera. 


La sensibilità nella scelta del titolo e del nome Marcus per la volpe che in originale era Marco, oppure il suo spaziare nelle pieghe di un vocabolario ampio, pieno e vivace - succulenti gli alberi, ardua la traversata, gli scogli aguzzi, il mangiare vegetariano, le nuvole che si assottigliano, le corna che si ammainano, le volpi che fanno fiasco e quel verbo alla fine: un congiuntivo imperfetto in forma perifrastica attiva...chapeau!

Carla