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venerdì 1 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. 
Come esattamente un anno fa, prendendo il nome da un titolo da un meraviglioso racconto di Saki. 
E nasce dal desiderio di di togliere dall'oblio di un ripostiglio quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l' imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. 
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. 
Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi, Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino
Ma non è successo. 

Gli esploratori della sera, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari) 
orecchio acerbo 2024 


ALBI ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"La giornata sta finendo. È un po’ dolce e un po’ triste. 
Si sente il mormorio del mondo che si fonde nella notte: il rumore lontano di una strada, la musica di un carretto dei gelati, voci ovattate che si chiamano... 
Martino sa sempre dov’è Dudù. Con Mimì è diverso. 
Lei è lì. Poi non è più lì." 

Martino, il suo peluche Dudù e la gatta Mimì hanno giocato insieme per tutto il pomeriggio nel bosco che confina con il giardino di casa. Hanno inventato una capanna, hanno inventato una battuta di pesca, si sono arrampicati sull'albero per vedere il mondo dall'alto. 


Ma adesso è l'imbrunire. La luce del sole cala e Martino con il fedelissimo Dudù decidono di tornare verso casa. Solo Mimì si dirige altrove e sparisce... 
I gatti son così. Tra i tre è lei quella che ha il coraggio, la voglia e forse anche il bisogno di esplorare la notte. 
Martino e Dudù rientrano e vengono accolti e avvolti dalle luci della casa, da una cena con mamma e papà. E quando si fa l'ora di andare a dormire il piccolo Martino continua a sbirciare dalla finestra per cercare di vedere se la gatta Mimì stia tornando. 
Di lei nessuna traccia. Martino cede al sonno. 
Ma con il favore della notte, la notte fonda, la gatta silenziosa rientra, e con un lieve miagolio si annuncia e sale sul letto dove Martino dorme e Dudù veglia... 

A ogni estate c'è un libro di Anne Brouillard di cui parlare. 
E questo può solo essere un bene. 
L'anno passato, nel Ripostiglio del 23 agosto c'era Nino. 
Una storia che con questa ha molti punti di contatto. 
Lì come qui si ritrova la passione di Anne Brouillard per le storie dove mondi differenti si toccano e si penetrano a vicenda. Il mistero del bosco, il selvatico odore di una foresta confina con il mondo conosciuto che ci siamo costruiti: la nostra casa, i nostri affetti. 
Lì come qui ci sono personaggi che fanno la spola tra le ombre di un bosco e la tranquillità di una casa.
Lì come qui si esplora una zona di confine anche temporale. Il giorno finisce e comincia la notte. 


Lì come qui ciò che un adulto potrebbe credere inanimato, ossia un peluche, si rivela agli occhi dei bambini, come qualcosa di molto vero e molto vivo! 
Questi sono temi così cari ad Anne Brouillard che proprio non può fare a meno di farli entrare nelle sue storie. 
Il bambino Martino e il suo peluche, che porta un nome che non a caso allude al nome che hanno i pupazzi in Francia (in francese, doudou), sono esploratori a mezzo servizio. 
La vera esploratrice è naturalmente Mimì. 
Lei ha ancora più fresco di Martino il desiderio di sentirsi parte di una natura che la contenga. 
I bambini, e Peter Pan ce lo ha insegnato, quando nascono hanno molto chiaro il ricordo di essere parte di qualcosa di molto più grande di loro. 
Loro sanno, ovvero possono ancora ricordare, di appartenere alla natura, come un filo d'erba o come una puzzola. Il loro crescere, lentamente, li porta a dimenticare, ogni giorno che passa, questa loro selvatichezza. 
A tale proposito, illuminante come sempre il pensiero di Giorgia Grilli su questo stato dell'anima dell'infanzia. Da leggere. 
Questa condizione dell'infanzia, Anne Brouillard la conosce e la racconta da sempre. 
Qui però ne segna anche il percorso verso l'oblio. 
Martino e il suo peluche sentono di appartenere anche al mondo 'civilizzato' e usano il bosco come un parco giochi. 


Però non lo si può negare: c'è un'ora precisa in cui ciascuno di noi sente una sorta di malinconia, di struggimento, un richiamo forte che ci fa scegliere, sera dopo sera, tramonto dopo tramonto, la sicurezza di un rifugio caldo e illuminato. 
Noi, purtroppo, non siamo gatti (o almeno non lo siamo più...) 


Mimì invece è gatto e il mondo a cui appartiene di istinto è l'altro, ma un letto morbido, un bambino che ti coccola e una ciotola piena al tuo ritorno possono ben valere qualche compromesso... 

Carla

lunedì 23 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA LUNEDÌ A LUNEDÌ, PASSANDO DA VENERDÌ

gatto qui gatto là
, Stéphane Servant, Marta Orzel (trad. Irene Scarpati) 
Biancoenero 2025 



NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Insomma, il giorno in cui quel gatto è entrato dalla finestra, l’ho chiamato Lunedì. 
Perché i gatti sono brutti come il lunedì. Sono furbi, ladri e infidi. Li vedo nel mio giardino, scavano la terra, strappano i miei fiori, e fanno i loro bisogni tra i miei porri. Sono insopportabili! 
Insopportabili quasi quanto la ragazzina bionda della casa accanto. Ma io aspetto comunque Lunedì. Perché non è un gatto come gli altri. Non appartiene a nessuno. È un randagio." 

Il gatto Lunedì arriva e, si piazza sulle ginocchia della vecchia signora che ha una gamba ingessata e sta aspettando anche la sua fisioterapista. 
Lui, come fa di solito, le si accoccola sulle ginocchia e, facendo le fusa, si addormenta. 
Quando un gatto ti si acciambella addosso e ti si addormenta in grembo, puoi essere anche la persona più malmostosa del mondo, puoi detestare tutti (di certo i gatti e le bambine rumorose), ma prima o poi cedi. Ed è quello che è capitato anche a lei, Loretta. 
Temporaneamente bloccata a casa dalla sua gamba ingessata - un ragazzino in bici l'ha stesa per strada vicino a casa - vede solo la fisioterapista, il dottore per la visita di controllo e le sue amiche che da lei vanno a giocare a scarabeo e a mangiarle tutte le torte. Un vicino di casa anziano come lei e quella bambinetta che canta sempre sono per lei tutto il suo mondo che sbircia dai vetri della finestra. 
Finestra che, per l'appunto, è la via d'accesso del gatto nero. 
Oggi è lunedì, ma nel gatto omonimo c'è qualcosa di diverso: ha un nastrino intorno al collo da cui pende un guscio di noce che contiene un brevissimo messaggio, anzi una domanda: come va? 
Il classico granello di sabbia nell'ingranaggio che fino a oggi aveva funzionato sempre allo stesso modo. Nella solitudine della vecchia Loretta si è appena affacciato qualcuno... per di più sconosciuto. 
Vista l'indole, ma anche l'inevitabile curiosità, la signora non resiste e risponde, ma con una rispostaccia perché in cuor suo ha già "capito" chi potrebbe essere: quella impertinente della bambinetta vicina di casa. 
Si sbaglia, lo sconosciuto dichiara di chiamarsi Sofian... 
O forse allora è il vecchio signore che annaffia con amore le sue piante sul balcone?
Comincia così un fitto scambio di bigliettini ed equivoci, alcuni anche molto poetici, che il gatto si premura di recapitare nel corso di una settimana. 
Il lunedì, nel pomeriggio, a gesso tolto, i due, Loretta e Sofian, si incontreranno...Forse. 

L'unico gatto che ho avuto nella mia vita era un siamese "nero" che mia madre odiava perché un gatto nero nella casa di una signora superstiziosa non era proprio l'ideale. Come antidoto al malocchio lo aveva battezzato Venerdì. Ha campato felice e cattivo per 17 magnifici anni! 
Questo è per dire che questo libro mi ha proprio cercato e, finalmente, trovato. Mi si è accucciato sulle ginocchia e ha cominciato a fare le fusa. 
A parte la contingenza di aver avuto un gatto di nome Venerdì, a parte la passione per storie di gatti con più case (dai Sei pranzi di Sid in poi), questo libro colpisce anche per ragioni più generali, che provo a elencare. 
Va subito chiarito che il libro è rigorosamente diviso a metà, come suggerisce il titolo.
C'è un gatto che fa la spola tra due (o forse più) case: di sicuro visita le case dei due interlocutori misteriosi, che "al buio" si stanno scrivendo e si stanno anche un po' raccontando, con le domande e le risposte che viaggiano nella noce. Cosa ami? Ci incontriamo? Facciamo assieme uno spuntino? 
Sebbene sia necessario tacere qui sulla seconda versione della storia, quella di Sofian... è invece utile sottolineare, quelle ragioni più generali. 
Prima fra tutte l'idea, la scintilla che mette in moto tutta la storia. 
Bello e perfetto, il meccanismo a orologeria che ticchetta per tutto il libro, ossia lungo le sue due metà tra loro simmetriche. 
Una grande armonia le tiene insieme, salvo poi "scoppiare" in un fuoco d'artificio finale, inaspettato. Anzi, due. 
Piacevole la leggerezza e contemporaneamente la profondità di scrittura, la sottile ironia che sa stare tutta racchiusa in poche frasi. 
Devi essere un bravo scrittore, e Servant ha dimostrato più volte di esserlo: non è da tutti raccontare un personaggio, anzi due, solo attraverso scambi telegrafici da mettere in un guscio di noce. 
E ancora, in quelle poche frasi che sono i testi dei reciproci bigliettini, Loretta e Sofian sono entrambi affetti dalla stessa "malattia", entrambi un po' troppo soli. 
Argh, la solitudine potrebbe essere un bel tranello, che ti fa cadere nella retorica sul tema. Qui no. 
Bello il modo che Servant ha scelto per raccontare la solitudine, peraltro da due punti di vista anche parecchio distanti. 
Bello è anche il modo - non detto, ma lì sotto gli occhi di ogni lettore attento - in cui i nostri pensieri funzionano nei confronti degli altri: i  preparativi di entrambi, Loretta e Sofian, per arrivare al meglio di sé all'incontro di persona, sono un concentrato di tenerezza. 
A ragion veduta si può parlare di concentrato: in sole 64 pagine, 32 a testa, succede tutto. 
Evviva! 

 Carla

venerdì 4 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MOOOOOLTO PERICOLOSA

La litigata, Victoria Scoffier, Alain Laboile (trad. Caterina Ramonda)
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Stamattina Nil si ritrova di fronte una palla di pelo magrolina e un po’ sudicia, leggera come una mela: un gattino! 
La bimba se ne innamora all’istante. Lo chiama Nocciolino. 
I due diventano subito inseparabili. Già di primo mattino, pregustano con gioia i mille e più giochi da provare durante la giornata." 

Bambina, Nil, e gattino, poi gatto inspiegabilmente cresciuto in un soffio, da lei battezzato Nocciolino, diventano amici inseparabili. 


Sono entrambi piuttosto selvatici e liberi nella natura che circonda la casa. Giocano nel fango (a dire il vero lei gioca e lui si tiene a distanza e la guarda scettico). E la sera dormono (una fa finta e l'altro ha proprio gli occhi sgranati) entrambi in una scatola di legno che li contiene appena. Ma questa bellissima amicizia si interrompe un po' bruscamente quando Nocciolino, dopo aver segnato per l'intera notte le meraviglie dell'essere gatto libero (raffigurate da un gatto seduto nell'erba con occhi attenti) decide di esserlo, un gatto libero, e segue le orme di un suo simile che è passato nei paraggi. 
Nil non è affatto d'accordo e lui usa l'unica arma che ha, la graffia. 
Lei, a sua volta, usa la sua unica: gli urla contro che non lo vuole vedere mai più! 
Le loro strade si dividono. Con tutti i pochi pro e i molti contro che ci sono nella solitudine dell'una e dell'altro. Per non parlare del pelo bagnato e della pancia vuota... 
Più dell'orgoglio poté il digiuno? 

Per anni e anni di libri fotografici in Italia non se ne pubblicavano. O per lo meno ce n'erano pochi pochi (Munari a parte). Chi li voleva, doveva andarli a cercare altrove. I primi ad arrivare sono stati quelli concepiti per i più piccoli, immagine - oggetto o animale; immagine - espressione di un sentimento; immagine - colore di un oggetto. Poi con la consueta lentezza sono arrivati anche quelli, decisamente più impegnativi, che usano le fotografie per illustrare una vera e propria narrazione. 


Tra i rarissimi nati in Italia non va dimenticato il lavoro di Massimiliano Tappari che, ormai un bel po' di tempo fa, ci ha fatto vedere cose diverse da quello che era il soggetto della foto e ci ha costruito storie intorno: delle chiavi sono lo spunto per Parole chiave (Despina 2003) e i particolari di una moka diventano Coffee-break (Corraini 2013, 2024). Poi ha continuato la sua ricerca e i molti dei suoi libri, con i testi poetici di Chiara Carminati, sono diventati un canone. 
Alcuni cercano di seguirne il percorso, ma con risultati un po' fiacchi. 
In questi ultimi anni, la svolta. 
Si diffondono i libri per bambini in cui le foto diventano le illustrazioni. 
La casistica di come nascano libri del genere si esaurisce sulle dita di una mano. 
1) Chi fotografa per professione decide di costruire una storia e scatta foto ad hoc- come potrebbe fare un qualsiasi illustratore. 
2) Chi fotografa per professione decide di costruire una storia guardando il suo patrimonio di foto - come potrebbe fare un qualsiasi illustratore, aprendo un cassetto di suoi schizzi e bozzetti. 
3) Chi scrive e chi fotografa si conoscono e condividono una medesima idea di libro e decidono di convogliare i loro rispettivi talenti per dargli forma - come potrebbe capitare a scrittori e illustratori qualsiasi.  
4) Un editore chiede di fare foto ad hoc a un fotografo per illustrare una storia scritta di un altro autore. 
5) Chi scrive decide di costruire una storia ad hoc sulle immagini conosciute e apprezzate di chi fotografa. Questa categoria, a mio avviso, si dimostra la più pericolosa di tutte. A questa categoria appartiene La litigata


Victoria Scoffier, giornalista ed editrice, si innamora delle foto di un grande artista dell'immagine, Alain Laboile. Lei lavora nella rivista 6Mois che le pubblica. Come darle torto: sono pazzesche quelle foto di ragazzini bradi e mai in posa, rigorosamente in b/n. E lei è encomiabile per questo, perché lui è un assoluto talento con la macchina fotografica in mano. Anche se ci è arrivato quasi per caso nel 2004. 
La sua carriera di fotografo parte dalle foto in macro di insetti per poi passare a raccontare per immagini la crescita della sua numerosa famiglia, che razzola, sguazza, si diverte e si riposa (tra gatti e altri animali) nella casa di campagna che hanno nelle campagne intorno a Bordeaux. Le sue foto girano, in particolare in Francia e negli Stati Uniti, e il resto è storia: singoli scatti pubblicati su importanti riviste, libri di cui è unico autore dal 2012, mostre dal 2013 in poi. 
E nel 2017 Victoria Scoffier decide di scrivere e pubblicare con la sua casa editrice il libro La dispute, ossia un testo che lei scrive ad hoc, scegliendo come illustrazioni le foto di Laboile (o, viceversa, sceglie le foto che le piacciono di più e le tiene insieme con una storia). 
E così nella mia testa tornano a galla le poche parole che ho scambiato qualche giorno fa con Bernard Friot proprio sulla modalità n. 5. E su questa, per sua esperienza diretta, lui conveniva sul fatto che sia mooooolto (la sua o era molto ripetuta mentre lo diceva) difficile e pericolosa, per la qualità del risultato finale. 
Tornano anche a galla i miei pensieri espressi da qui sul delicatissimo rapporto di armonia, equilibrio e dialogo che deve esistere tra testo e immagine in un albo illustrato. Il pericolo che il testo diventi didascalia delle immagini o che queste non siano capaci di aggiungere nulla alle parole è sempre in agguato. Ragione per cui non tutti gli albi illustrati sono bei libri. 
Le cose che succedono in questo libro sono molteplici. Provo a elencare le principali. 


- La qualità delle foto è indiscutibile. A parte un paio di foto che paiono sgranarsi con l'ingrandimento eccessivo (ma forse è voluto e io sto prendendo una cantonata). 
- Testo e immagine fra loro fanno frizione più volte. Non si tratta però di quel meraviglioso gioco del contrappunto (immagine che smentisce testo o viceversa) che sfrutta il silenzio che esiste tra l'una e l'altro, ma piuttosto attestano un curioso disallineamento, una sorta di eco distorta tra i due codici. 
Non si contraddicono platealmente, il che sarebbe un bel gioco per il lettore, ma le parole (che arrivano per seconde nella fase di creazione) sono sempre un po' imprecise, rispetto a quello che l'occhio vede. 


- E poi il nocciolo della questione non convince. Il lettore riconosce la rabbia di quella bambina che si vede sfuggire il gatto. Riconoscerà altrettanto la ricerca di libertà del suddetto gatto. Riconosce forse anche i goffi tentativi di Nil di trovarsi amici alternativi e riconoscerà che avere uno scarabeo per amico non sia proprio il massimo per lei. Riconoscerà anche il fastidio di un gatto di avere pancia vuota e pelo bagnato. Ma poi cosa accade? Il gatto, essendo gatto, decide di tornare per fame e per freddo (la noia, perché aggiungerla?). E quindi la questione dell'amicizia ricercata e voluta da entrambi non sta tanto su.


E poi c'è da chiedersi: è proprio indispensabile dire così tanto, e dirlo con quel tono così "dolce" (un tantino dissonante con i contrasti del bianco e nero, dei fuori fuoco e con quel bel piglio selvatico di Nil)? Ed è altrettanto necessario dire e ridire a chiare lettere che Nil dovrà lasciare maggiore libertà a Nocciolino, per rispettare la sua natura di gatto? Perché l'amicizia non passa per il possesso? 
Il libro, quando fu concepito e pubblicato in Francia, presumo avesse l'intento di parlare a bambini piccoli, non a bambini incapaci di capire (ma poi ne esistono?). 

Carla 

Noterella a margine. L'idea di scrivere questo post nasce dall'esigenza di mettere in ordine i pensieri su questo libro. Libro, che ha raccolto tra amici di cui mi fido pareri controversi. Da entrambe le parti - gli entusiasti e i delusi - mi è stato chiesto di argomentare il mio punto di vista ed è quello che con sincerità ho cercato di fare. Mi scuso di averlo fatto pubblicamente da qui.

mercoledì 25 settembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL ROSSO È (UN) GIALLO 


“Carla Stratos ha sedici anni, quattro piercing, tre tatuaggi e un gatto. 
Non sa ancora che quello che le darà più problemi fino alla fine è proprio il gatto. Carla vive in una casa al centro di Bologna. È la casa dei suoi zii e lei ci abita da quando è successa quella cosa. Ma non pensa volentieri al passato, a quando stava ancora in montagna e tutto il resto. 
Esiste solo il presente. Ora. Adesso. 
E adesso Carla ha 16 anni, fa il liceo artistico, vive dagli zii, ha quattro piercing e tre tatuaggi. E un gatto.” 

Carla dunque è ben piantata nel presente. Il passato, quella cosa, è qualcosa da scordare… 
E invece quello che l’aspetta è proprio un viaggio super avventuroso nella memoria, non nella sua. Ma in quella del gatto. 
E poi, certo, anche nella sua, scoprendo che il passato racconta il presente. 
È sempre bello soffermarsi sugli incipit delle storie di Davide Morosinotto e in questo caso apprezzare come, in pochissime righe e ben conchiuse, riesca a: 

 • scolpire davanti ai nostri occhi i tratti della protagonista 
 • localizzarla (e localizzarci) nello spazio 
 • localizzarci nel tempo facendoci intendere che c’è un prima (quella cosa), oltre al dopo che ci aspetta (siamo solo alla seconda pagina, del resto, e tutta la storia deve ancora accadere). 

Così Morosinotto riesce a prenderci all’amo e all’amo rimarremo fino all’ultima pagina. 
Nelle vicinanze di casa di Carla è appena stato assassinato un uomo, un pericoloso narcotrafficante, e un corpo di polizia particolarmente specializzato sta cercando l’assassino. 
Unico testimone: il gatto. Per la precisione Cucco, il gatto di Carla, che spesso e volentieri se ne va girando per il quartiere ed è rientrato a casa lasciando zampate di sangue. 
La tecnologia investigativa ha messo a punto un dispositivo capace di accertare la veridicità dei testimoni o sospetti criminali, una sorta di macchina della verità che entra nella memoria di chi ha visto. Dunque ci si prepara a entrare nei ricordi di Cucco utilizzando il Dispositivo Mnemonico DM e inchiodare il colpevole. 
Nella memoria di Cucco entreranno in missione l’agente Due, l’agente Nove, Carla e Marco. 
Marco è il fidanzato di Carla, il suo punto di riferimento, “il cuscino che attutisce i suoi spigoli”, è con lei da prima che accadesse quella cosa
Molte cose accadranno in questo viaggio nella memoria che ci porterà a scoprire l’insospettabile assassino attraverso un incrocio di generi letterari, di storie e di accadimenti, di pericoli e di capovolgimenti, di prima e di dopo, come del resto Morosinotto ci ha già abituati a fare. 
Dunque questa storia è un giallo, un’avventura au bout de souffle e anche una storia di fantascienza (o esiste già la “Macchina Mnemonica 171” con il connesso “Dispositivo Mnemonico DM”?). 
Tra le righe della trama, sballottati tra un accadimento e l’altro, riusciamo anche ad attraversare il confine tra animale umano e non umano e come il gatto Cucco, vedremo giallo tutto ciò che è rosso (i gatti non vedono il rosso): gialli i mattoni di Bologna “la rossa”, giallo il sangue della scena del delitto; saremo capaci di fuggire con grandi balzi; vedremo le piante di casa come fosse una foresta… 
Una bella storia che raccoglie con successo la sfida della nuova collana editoriale che Mondadori sotto suggerimento di Alice Bigli ha studiato per i lettori dagli 11 ai 14 anni. 
Si chiama OSSIGENO e propone romanzi brevi da “leggere tutto d’un fiato” per avvicinare alle storie chi non è abituato alla lettura. Dunque solo 126 pagine con interlinea ampia e carattere grande a disposizione di Davide Morosinotto per sfoderare una storia avvincente che apre a interrogativi interessanti: una riflessione sul Male, su come qualunque, proprio qualunque persona possa sceglierlo e agirlo (il riferimento a La banalità del male è esplicito) e sulla vendetta che qui viene proposta come nelle fiabe classiche nella loro versione non edulcorata dalle recenti trascrizioni dove ai cattivi (le sorellastre di Cenerentola come la strega di Hänsel e Gretel, per esempio) capita di morire carbonizzati in un forno o con gli occhi cavati da uccelli vendicatori. 
In ultimo un accenno alla bella copertina illuminata da una luce gialla (per un giallo in cui si vede tutto giallo!) realizzata da Laura Perèz Granel. 

Patrizia

Noterella a margine: Gli altri titoli già usciti per la collana OSSIGENO: Scusa, ma resto qui di Alessandro Barbaglia; Il sentiero degli orsi di Francesco D’Adamo.  

“Il mio gatto ha visto l’assassino” D. Morosinotto, Mondadori 2024

lunedì 11 settembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMO QUEL BAMBINO 

Amo quel cane. Odio quel gatto, Sharon Creech 
(trad. Andrea Molesini, Riccardo Duranti) 
Mondadori 2023

 
NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

 "AMO QUEL CANE 
(ISPIRATA A WALTER DEAN MYERS) 
DI JACK

Amo quel cane 
come un uccello ama volare 
dico che amo quel cane 
come un uccello ama volare 
amo chiamarlo al mattino 
amo chiamarlo 'Ehi tu, Sky!'" 

Questa è la poesia che Jack, un ragazzino che fino a poco tempo fa pensava che scrivere o leggere versi fosse roba da ragazze, ha scritto sul suo cane. Il suo cane giallo. Jack è arrivato alla poesia per due ragioni: la prima e la più importante è la sua maestra, miss Stretchberry, che ogni giorno arriva in classe e legge, legge poesia. Lenta, ma sicura conquista la testa e il cuore di quel ragazzino restio e triste. Lui di lei in qualche modo si fida anche perché le poesie che legge in classe non lo lasciano indifferente. In particolare quelle di Walter Dean Meyers, e ancora più in particolare quella che si intitola Amo quel bambino. 
Jack comincia a scrivere in versi, ma è convinto che le sue parole non siano vera poesia. Il fatto che la maestra le apprezzi (anche se rispetta il suo desiderio di restare anonimo) e le appenda in bacheca al principio lo imbarazza, ma poi lentamente gli infonde fiducia. Continua e attraverso le poesie e il dialogo poetico con la maestra si convince di una cosa fondamentale: la poesia è per tutti ed è di tutti. Così Jack trova il coraggio di scrivere a Walter Dean Myers per invitarlo a scuola, è felice nel leggere la risposta che il poeta gli invia, è pieno di emozione nel conoscerlo personalmente a scuola. Tutto questo, insieme alla seconda ragione, che si nasconde nel buon motivo che questo ragazzino ha per provare a tirare fuori e dare una forma al dolore che cova. 
E la forma è quella poetica. 
Il tempo scorre, passa qualche anno e la maestra Stretchberry non smette di coltivare i suoi giovani poeti e mette nelle loro mani strumenti sempre più raffinati... Ma questa è un'altra storia, che si intitola Odio quel gatto. 

Love That Dog la Creech lo scrive, in versi, nel 2001. Il tempo di reagire e nel 2004 lo pubblica Mondadori nella collana Junior Best Sellers con la illuminata traduzione di Molesini, che addirittura si premurava di cambiare Stretchberry con Strizzabacca. 
A mio modesto parere fin da allora ho sempre pensato fosse un libro fulminante. Per diversi motivi, non ultima la copertina che ancora a distanza di vent'anni mi commuove per la sua capacità di mettere insieme due tipi di creature che per natura dovrebbero convivere sempre e comunque: bambini e cani.


Il libro non so che successo editoriale abbia avuto, nonostante Sharon Creech sia una Newbery Medal, per Due lune, l'unico suo titolo che resiste nel tempo. Fatto sta che dopo qualche anno sparisce dai radar e diventa introvabile, insieme a molti altri titoli Mondadori. 
Ciò nonostante, per quei diversi motivi di cui sopra, non viene rimosso nella mia testa. Anzi. Ne regalo addirittura una copia trovata da un remainders a Giovanna Zoboli. Ovviamente non ricordo perché. 
Le cose che colpiscono, a parte la copertina, sono principalmente due: da un lato il tipo di scrittura che rende in modo inequivoco la poesia lingua della vita quotidiana, sfatando ancora una volta un luogo comune che la relega a letteratura per pochi, e dall'altro la costruzione di un personaggio complesso attraverso un delicatissimo lavoro di cesello, attraverso la scelta misurata di ogni parola messa sul foglio, esattamente come avrebbe potuto fare un poeta. Attraverso un percorso pieno di slanci in avanti e di ricordi del passato, pieno di parole personali di un bambino e altrettanto di poesia di grandi autori, la storia nella sua complessità si svela e cresce, in tutta la sua bellezza. 
Poi, nel 2008, Sharon Creech decide di scrivere un seguito e lo intitola, Hate That Cat. In questo caso Mondadori non reagisce e Odio quel gatto non esce, se non dopo quindici anni (in un unico libro con Amo quel cane per la collana Contemporanea in versi) con la felicissima traduzione di Riccardo Duranti, adattissimo a questo nuovo tipo di testo che rispetto al primo prende ancora più spessore e quindi peso, con particolare attenzione alla forma che la poesia può assumere. La maestra, che non ha mollato i suoi ragazzini, li sta allenando a raggiungere obiettivi sempre più alti. E quindi Jack e i suoi compagni van per similitudini, simboli e metafore, onomatopeizzano e allitterano, che è un piacere. E noi ne godiamo grazie alle valenti scelte di Duranti che se c'è da giocare con la lingua non si tira certo indietro. 
Su questo seguito si imparano altre cose sulla poesia, ovviamente, su Jack e sulla sua famiglia. Una in particolare apre una grande porta sulla questione della comunicazione e del linguaggio - e in particolare su quello poetico e sonoro - e dà un respiro, nel senso anche letterale del termine, pieno di ritmo - FORTE-piano FORTE- piano FORTE-piano - all'intera storia. 
Non una parola di più per non togliere il gusto a chi vorrà leggerli, uno dopo l'altro. 

Carla 

Noterella al margine. Come sempre i gatti, usurpatori dell'attenzione nei confronti dei cani, hanno fatto sì che la copertina cambiasse e l'abbraccio sparisse. Ma in cambio ci abbiamo guadagnato due disegnini di Steig, retaggio delle edizioni originali. Poteva andare peggio, dai.

lunedì 16 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA DIPLOMAZIA DEL PESCE

Tantissimo bene, Émile Jadoul (trad. Verba manent)
Pulce 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (dai 2 anni)

"'Ti voglio bene...e tu?' 'Un pochino'
'Io ti voglio davvero molto bene! ...e tu?
'Un pochino.'"

Nel dialogo, un gatto e un pesce rosso chiuso in una boccia di vetro.
Si guardano negli occhi: uno, il gatto, libero di andare e l'altro, chiuso in un recinto, seppure trasparente.
Il pesce non pare molto contento della sua condizione e pare anche lievemente allarmato quando il gatto infila la sua zampa nella boccia o anche quando se la porta in giro e la carica sul motorino. L'aria perplessa del pesce si trasforma in uno sguardo allarmato. Se le parole del micio sembrano rassicuranti, i gesti non lo sono tanto...fino al momento in cui il progetto del gatto si svela e anche il pesce può finalmente distendere le sue pinne e nuotare serenamente....E sopratutto smettere di essere 'diplomatico'.

Pulce decide di pubblicare e ripubblicare per un pubblico di piccolissimi i cartonati di Jadoul. 


Con un formato allungato, robuste pagine stondate, quasi niente testo, grandi disegni con pochi e potenti colori e un forte segno nero di contorno. Ci si allontana dal libro per piccolissimi, dalla fotografia o dalla mimesi o dalla rappresentazione di figure semplici, ci si distacca dagli imagier più elementari, ci si distacca anche da cataloghi di oggetti riconosciuti che fanno parte dell' 'habitat' dei bebè.


Si entra nella narrazione. Essa, a uno sguardo frettoloso, può apparire semplificata, costruita su un dialogo minimo tra due personaggi. Tuttavia nel fraseggio elementare si coglie moltissimo della tensione determinata dalla situazione. Solo apparentemente sembra dire quasi nulla: un pesce e un gatto che discutono su quanto bene si vogliono reciprocamente. Uno ragiona in crescendo l'altro si trincera dietro il prudente un pochino...
Sotto tutto questo quindi si nasconde una sottile ma innegabile chiave di lettura altra. Raccontata solo al minimo con le parole, ma molto di più con l'immagine. E questa chiave ha a che fare con l'ironia, con l'equivoco. 


Con l'incerto, il dubbio. Essendo pensato e progettato per un pubblico davvero di infanti, la paura del pesce si più anche non coglierla e la zampa del gatto che rovista può sfuggire allo sguardo. Ciò nonostante solo lì a suggerire al lettore che ogni cosa merita di essere vista e rivista, per essere capita fino in fondo.
il finale, ovviamente rassicurante, arriva dopo un percorso che va lungo una linea sottile di interpretazione.
È curioso il fatto che sebbene il libro sia per piccolissimi, contenga in sé, come se fossero semi che devono ancora sviluppare, tutte le componenti dell'albo illustrato narrativo.
Ovvero un dialogo stretto tra immagine e testo, laddove - addirittura - il secondo sembra essere smentito dalla prima, o quanto meno messo in dubbio.
Un uso saggio del giro di pagina e della pausa che inevitabilmente porta con sé.


La costruzione della narrazione fatta attraverso elementi quasi impercettibili del disegno: una linguetta che spunta dalla bocca del gatto, il pesciolino che esce dall'inquadratura e punta verso il lato opposto della sua boccia di vetro, il motorino che è anticipato con una sua porzione 'fuori quadro' per poi svelarsi in tutta la sua interezza al giro di pagina successivo, il doppio senso di alcune frasi - ma io davvero ti voglio... le onomatopee che possono essere lette in chiavi opposte - MMMMMM.
Gustoso sarà leggerlo ad alta voce.


Dettagli di questo genere li abbiamo incontrati e conosciuti come di fondamentale importanza nei ragionamenti fatti sull'alchimia costruttiva di quell'oggetto polimorfico che è l'albo illustrato, e che qui fanno capolino, pur non essendo ancora del tutto un albo illustrato.
Sempre nel catalogo Pulce un'altra manciata di titoli di Jadoul. Con lo stesso formato e la stessa sottile sorpresa nel giro di pagina: Dalla finestra, Tutti ci vanno, È la mia casa.
C'è da esserne contenti, più di un pochino.

Carla


lunedì 15 luglio 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IN COMPAGNIA DI UN GATTO NERO


Un gioiello, piccolo e prezioso, ci viene regalato dalla casa editrice LiberAria: una storia breve, un racconto del grande e compianto Osvaldo Soriano, che qui realizza una storia per bambini, ‘Nero, il gatto di Parigi’.
La storia è semplice: il ragazzino protagonista ci racconta la storia di Nero, il suo gatto parigino. Sì, perché il nostro ragazzino è fuggito con la famiglia dall’Argentina, ai tempi di Videla, lasciando là un po’ di ricordi e una gatta, Pulqui, affidata al nonno.
Questa sì è una separazione triste, è difficile stare senza la sua compagnia.
Per questo arriva Nero, un gattino nero preso al rifugio degli animali abbandonati. El Negro è un gatto di carattere, che la notte gira per i tetti di Parigi, corteggiando gattine e combattendo con i rivali; col suo amico umano fa lunghe conversazioni, non proprio uguali a quelle degli umani, ma che alla fine si rivelano decisive.
Il nostro ragazzino cresce e col tempo riesce ad ambientarsi a Parigi, ad apprezzarne la lingua, ad andar bene a scuola; dell’Argentina il ricordo più vivo è della gatta Pulqui, che è là ad aspettare. Nell’83, con la fine della dittatura e la riorganizzazione dello stato democratico, il papà e la mamma organizzano il ritorno in patria; ma come sarà Buenos Aires e lo stadio de la Plata?


Ma a vedere l’Argentina da Parigi ci vuole poco: basta salire, dopo aver sconfitto una temibile banda di cani, in cima alla Torre Eiffel insieme a un gatto coraggioso. Com’è bella Buonos Aires vista da lassù! Ora è possibile riconoscere le strade, le piazze, si può addirittura vedere Pulqui che gioca con un gomitolo di lana nel soggiorno del nonno.
Ecco, la magia è fatta, i fili interrotti dall’esilio si sono man mano riannodati e ora è possibile tornare, con il cuore gonfio di speranza.
Il racconto di Soriano è perfetto, intorno al filo narrativo che racconta di una fuga e di un ritorno, cresce un’atmosfera magica, dove la presenza del gatto, El Negro de Paris del titolo originale, permette al bambino di rivedere la sua città, di ritrovarla per un futuro ancora incerto, ma pieno di promesse. La lettrice e il lettore, anche ai primi passi della lettura, salta prodigiosamente dal registro realistico al fantastico come solo i bambini, e i grandi scrittori, sanno fare. E’ vero, a guardar bene, un bambino argentino può vedere, dalla cima della Torre Eiffel, la sua casa lontana, la gatta che lo aspetta, curiosa di incontrare il nuovo amico parigino.
In questa storia c’è molto della vita di Soriano, anche lui esiliato, anche lui stregato dai gatti. C’è la nostalgia, struggente come un tango di Gardel, c’è la speranza del ritorno, e c’è la magia della scrittura, che racconta con singolare sobrietà le tristi vicende dell’Argentina sotto Videla, la diaspora, la necessità del ricordo. Più di tante spiegazioni, rende immediata l’idea della ferita immane causata dalla dittatura: è un sentimento, una struggente nostalgia, una lontananza non voluta, una consapevolezza del dolore che non consente di voltare pagina.
E’ un libro prezioso, molto curato nella traduzione, di Ilide Carmignani, nella veste grafica e nelle illustrazioni, di Vincenza Peschechera, che questo piccolo editore, LiberAria ci regala; una lettura per tutte le età, anche per quegli adulti che possono smentire il gatto Nero che afferma che ‘a la gente grande le falta imaginacion’. Leggetelo!

Eleonora

“Nero, il gatto di Parigi”, O. Soriano, LiberAria 2019


venerdì 27 luglio 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PETER SEMPREINPIEDI

Peter il gatto, Nadine Robert, Jean Jullien (trad. Janna Carioli)
Lapis 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Finalmente libero, Peter il gatto si alza sulle zampe posteriori.
'E così tu saresti Peter! Ma... stai in piedi!?'
Filippo non ha mai visto un gatto camminare su due zampe. Ma che importa, ha sempre sognato di averne uno. E così, da quel giorno, ha adottato Peter."


Mentre è lì che fa colazione, Filippo sente un forte miagolio. Pensa sia il gatto della vicina, ma poi scopre che viene dalla scatola che è davanti alla sua porta di casa da cui pende un cartello con su scritto PETER. La apre e quello che vede è per l'appunto un bel gatto nero e bianco, un po' pezzato come se portasse la livrea di un pinguino o di un cameriere.
 

E come il pinguino o il cameriere sta felicemente sulle zampe posteriori. Ma questa non è l'unica peculiarità di Peter. Delle cose da gatto non ne fa nessuna (o perché non è capace o perché non ne ha voglia). Non caccia i topi, ma li insegue sullo skate, non gioca con i gomitoli di lana, ma sa servire il tè. Non si arrampica sugli alberi ma fa yoga... Tuttavia la cosa migliore che lo distingue da tutti gli altri, semmai ce ne fosse bisogno, è il recupero di una pallina rosa: per prenderla si lancia, vola e l'afferra. E poi c'è un'altra cosa ancora che lo rende amatissimo agli occhi di Filippo. Da non svelare.

Peter, il gatto non è che l'ultimo degli animali che Jean Jullien ha disegnato nella sua scoppiettante carriera di illustratore. Tra i libri italiani si può ricordare l'insuperato Attenti al gufo! e tra gli stranieri Ralf., il cane bassotto estensibile.
In un disegno sempre molto riconoscibile - un tratto nero continuo per segnare i profili, colori piatti, esilarante espressività dei personaggi e ironia a secchi- Jean Jullien dimostra di essere un eccellente comunicatore attraverso un canale poco frequentato: la semplicità.
Comunicare cercando di essere semplice non è roba da tutti. E' roba da graphic designer. Che è esattamente quello che lui è. In realtà Jullien, francese di nascita ma inglese di adozione, è un affermato pubblicitario e i suoi libri illustrati non sono che una goccia nel mare della sua varissima e sconfinata produzione.


Le caratteristiche comuni che segnano i suoi libri si ritrovano anche in contesti molto diversi dunque, ma sono sostanzialmente dei fili rossi che li attraversano: semplicità, ovvero leggibilità, comunicabilità, ovvero capacità di trovare un codice comune, ironia, ovvero il ribaltamento di prospettiva.
Ed è forse quest'ultima caratteristica a tenere insieme il testo di Nadine Robert con il disegno di Jean Jullien.
L'ironia di Peter il gatto si concentra in due punti soprattutto. Da una parte il gioco narrativo messo in piedi nel dialogo tra i due amici, laddove la prima - Adele - elenca le cose che fanno i gatti di solito cui Filippo controbatte rilanciando le peculiarità del gatto in piedi. Dall'altra parte è proprio nei contenuti, ovvero nell'assurdo che si aggiunge all'assurdo che il divertimento si moltiplica. 


Quindi non è solo la forma che a ogni giro di pagina, come un metronomo, si ripete, ma è in particolare nel 'crescendo' di cose che il gatto fa come normali per lui che i lettori trovano il massimo del godimento e della risata. 


A questo si aggiunge il registro umoristico e spesso ironico che Jullien ha connaturato nel suo segno. Da godere, una per una le facce e i gesti del gatto Peter (che spesso e volentieri sconfinano sulla doppia pagina), a ogni giro di foglio. 


Va da sé che un adulto - possibilmente in cerca di spunti di riflessione se non addirittura di perniciosi insegnamenti - potrà utilizzare Peter il gatto come esca per dimostrare ai suoi piccoli ascoltatori che essere diversi, e possibilmente unici, è un valore in sé.


Lasciamoglielo fare. Non ci sono controindicazioni.

Carla

lunedì 18 giugno 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DIRE ADDIO


Un albo illustrato dedicato ai gatti non è una novità e nemmeno il tema dell’addio lo è. Ma in questo, ‘Gatto grande, gatto piccolo’, di Elisha Cooper, tradotto da Chiara Carminati per Rizzoli, c’è qualcosa di speciale. E’ un delicato ritratto di vita familiare, in cui spiccano i gatti di casa. Prima un grande gatto bianco, che regna incontrastato nell’ambiente domestico, poi l’arrivo di un piccolo gatto nero. Il primo, già esperto della vita, mostra al secondo come si fa a stare al mondo, quando giocare e quando dormire, quando mangiare e quando andare a caccia. Si crea in questo modo un equilibrio perfetto, in cui ciascuno sa qual è il suo posto.


Passano gli anni e arriva il momento in cui il gatto bianco esce di scena, dopo aver condiviso col gatto nero anni e anni di felicità felina. E’ un momento difficile, per il gatto nero rimasto solo e per tutta la famiglia. Ma dopo qualche tempo, ecco affacciarsi alla vita familiare un nuovo gattino, e tutto ricomincia.
Questo albo illustrato ha diversi punti di forza: la capacità di sintesi dell’autore, Elisha Cooper, che per questo albo ha ricevuto la Caldecott Honor, nel raccontare con attenzione e cura la vita quotidiana dei gatti protagonisti, la vita che scorre, sempre uguale e sempre diversa, il momento in cui ci si conosce, ci si abitua l’uno all’altro e poi, inevitabilmente ci si lascia.
L’assenza di retorica è un tratto distintivo: sulla fine, sull’addio è facile far scorrere le lacrime. Qui la dipartita del gatto più vecchio viene raccontata con sobrietà, per quello che è, un momento doloroso e inevitabile del vivere insieme. E con la stessa sobrietà si racconta il nuovo inizio, la continuità della vita nello scorrere del tempo.


Infine, l’essenzialità del tratto, in un rigoroso bianco e nero, che descrive la felinità come solo un amante dei gatti può fare. Gli atteggiamenti, le abitudini, l’allegria scatenata e il sonno rilassato. Mi ha ricordato molto la Gabrielle Vincent di ‘Un giorno, un cane’, portato in Italia da Gallucci nel 2011, sia per l’essenzialità del tratto che per l’intensa compenetrazione con l’animo animale, la capacità di raccontare l’irraccontabile, cioè l’universo emotivo di chi non ha parola.


E’ un albo che può essere proposto, trasversalmente, ai bambini e agli adulti, trattando un tema universale che appartiene alla nostra vita; può essere il dono per chi ama i gatti, può essere un modo per aiutare i più piccoli a affrontare un momento difficile.
Quanto poi alla difficoltà di dire addio, ne so qualcosa, avendo condiviso la mia vita con cani e gatti di ogni risma e oggi con due canette anziane; tutte e tre sappiamo quale orizzonte ci aspetti.



Eleonora

“Gatto grande, gatto piccolo”, E. Cooper, Rizzoli 2018