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venerdì 29 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

SCIOGLIERE IL NODO

Nessuno tranne me
, Sara Lundberg (trad. Maria Valeria D'Avino) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

" 'Mamma, la sai una cosa?' 'No, che cosa?' 
'Tu sei il molo. E io sono la barca.' 'Mhmm...' 
'E la barca è legata al molo con un nodo.' 'E guarda il nodo. È strettissimo.' 
'Ti aiuto?' 'No, ce la faccio.' 
'L’ho slegato.' 'Sì, ho visto. Tutto da solo.' 
'Nessuno lo sa fare...' " 

Nessuno tranne me! dice quel bambinetto biondo che, salito sul suo canotto si allontana dal molo e dalla sua mamma. Come lei gira lo sguardo, lui comincia a navigare verso l'ignoto, ovvero in una giungla verde e rigogliosa, tra mangrovie e ninfee, abitata da piccole creature alate, delle fate. Ora sono loro a seguire il suo viaggio. Lo guardano da un ponte o dal tetto di un palazzo mentre naviga tranquillo nelle acque di un un fiume in città. E quando il suo canotto arancione ne incontra un altro identico con sopra una bambina, tra mille altri canotti che si affastellano in un acqua park, succede qualcosa di imprevisto: la bambina cerca le sue mani per mettergli fra le dita un seme... La corrente però li separa e il bambino torna ad attraversare la giungla dove le fate continuano a vegliare su di lui, salvandolo dalle cascate e dalle belve feroci e rimettendolo sul giusto percorso che lo riporti verso acque più sicure e più conosciute. 
Là ci sarà qualcuno ad aspettarlo, qualcuno che non si è mai mosso da lì, proprio come fanno i moli...

Questo libro ha una genesi doppia. Ed è Sara Lundberg a raccontarla. 


Da una parte c'è una delle tavole che prima di essere illustrazione è stata quadro, andato in una sua mostra personale. Una visitatrice lo vede e se ne innamora, lo vuole acquistare: le ricorda suo figlio, che è andato a vivere da solo, lasciando la casa materna. Lei, che sente la sua nostalgia, racconta a Sara Lundberg che è lì nella galleria, ciò che lui da piccolo un giorno le aveva detto: 

" 'Mamma, la sai una cosa?' 'No, che cosa?' 
'Tu sei il molo. E io sono la barca.' 'Mhmm...' 
'E la barca è legata al molo con un nodo.' 'E guarda il nodo. È strettissimo.' 
'Ti aiuto?' 'No, ce la faccio.' 
'L’ho slegato.' 'Sì, ho visto. Tutto da solo.' 
'Nessuno lo sa fare...' " 

Sara Lundberg coglie immediatamente la bellezza e la profondità di questo dialogo tra mamma e figlio e chiede il permesso a quella visitatrice di costruirci intorno una storia. Permesso concesso, a patto di avere una dedica che ne testimoni la "maternità". 
L'altro punto di partenza è una committenza difficoltosa tra Sara Lundberg e un ospedale pediatrico svedese. Le sue pitture avrebbero dovuto abbellire gli spazi comuni, ma i troppi vincoli alla fine hanno fatto desistere artista e committente. Però i bozzetti e i disegni preparatori erano stati fatti e raffiguravano un viaggio attraverso giungle e grandi città... 


Il libro che è nato da queste due circostanze è un capolavoro sotto molti punti di vista. 
Fortunatamente in molti se ne sono accorti: dalla Fiera di Bologna che lo ha premiato quest'anno, fino all'ospedale svedese che ha rivisto le sue posizioni nei confronti di Sara Lundberg e della sua magnifica arte: ora i piccoli pazienti possono godere delle tavole così piene di meraviglia e di verde e di arancione e di fate bambine. 
Dal punto di vista figurativo è magnifico. 


La gestualità dei corpi, uno dei talenti di Sara Lundberg, riesce a raggiungere una espressività davvero notevole. Altrettanto si può dire per la sua sensibilità nei confronti del colore: quella copertina dove il verde della foresta racchiude la potenza esplosiva di quell'arancione è un risultato estetico davvero altissimo. 
Al centro un bambino splendente circondato dalla propria lussureggiante immaginazione. 
Il continuo cambio di prospettiva, la composizione, le velature nel dare il colore, la ricerca di immediatezza nel segno per creare emozione piuttosto che perfezione sono tutte cose cui Sara Lundberg ci ha abituato, ma qui succedono un po' di più e un po' meglio! 
Dietro tutto questo c'è la grande questione: quella del molo, del nodo e della navigazione in solitario... 
A proposito di questo, già in passato con un altro bel libro di Sara Lundberg, Un giorno sbadato, c'era stata l'occasione di parlare della relazione sana tra madri e figli. 
Lì il libro si apriva e si chiudeva con due immagini 'parlanti': una mamma capace di abbassarsi e girarsi per guardare negli occhi il proprio bambino, tenendolo per mano, ma anche di addormentarsi appallottolata sul divano con lui che gioca da solo lì accanto... 


Se si usa la stessa metafora della mamma e del figlio svedesi, non ci spostiamo di molto: il molo è sempre lì e la sua funzione è quella di rendere sicura la partenza e di accogliere chi torna... 
In tal modo i piccoli marinai saranno capaci di sciogliere con maggiore fiducia gli ormeggi per partire e andare. 

Carla

mercoledì 30 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA DIPARTITA DEL BOSCO

I bambini che vivono nella foresta sono tre: Maggan, lo Sbirro e Trim. Magicamente, le loro volontà coincidono con i moti silenziosi della foresta e del cielo. Del resto, sono loro a decidere. Circondati dagli alberi, con i piedi a mollo nelle pozze d’acqua, sono loro che fanno piovere, loro a stabilire il vento e la nuvolosità variabile. Concedono alle foglie la possibilità di ingiallire e agli aghi di pino di cadere; grazie a loro il sole splende, e i legnetti si dispongono di traverso sui sentieri.  


Un bel giorno però, dai tronchi spuntano minuscole gambine e tra le chiome si vocifera di una vacanza, a quanto pare su un’isola, in mezzo al lago. Senza troppe spiegazioni, dopo un frettoloso saluto, betulle e pini se ne vanno, e pure i pioppi tremuli spariscono, spaventati a morte da un malevolo cespuglio di rovo. A nulla valgono le decisioni dei tre abitanti: il loro chiedere a gran voce di restare rimane sospeso a mezz’aria, senza più nessuno ad accoglierlo. 


Negli albi di Eva Lindström le grandi questioni esistenziali prendono posto con naturalezza nella quotidianità dei protagonisti. L’ingenuità e lo stupore con cui essi le maneggiano non sono però presentate come manifestazioni di debolezza o ostacolo per una comprensione razionale delle cose. Anzi, nel racconto l’atto stesso di capire viene depotenziato, e gli viene preferita appunto la capacità di restare in ascolto, di soffermarsi di fronte al mistero, per quanto disorientante possa sembrare. 


Si dice che al momento dell’ideazione di questo albo Lindström fosse mossa dalla necessità di catturare e restituire l’emozione che si prova di fronte alle cose che scompaiono inaspettatamente. Uno sgomento che si impara a gestire nei primi anni di vita, quando sperimentiamo che le cose continuano a esistere anche se non sono davanti ai nostri occhi. Uno sgomento che però non perde il suo potere perturbante, poiché se è vero e lampante che un bambino che si nasconde è pur sempre vivo e vegeto dietro a un divano o che la mamma che esce dalla porta lo fa per andare a lavorare e tornerà a sera, qualcosa dell’antico sconcerto rimane e risuona in noi più forte di qualsiasi normalità appresa. 


Con la dipartita del bosco e l’uscita degli alberi dalla rassicurante cornice della pagina, Lindström decreta l’esistenza di un desiderabile altrove, invisibile sì, ma non per questo inesistente, e porta questa alterità direttamente in dialogo con chi nella pagina è rimasto. Con la dipartita del bosco si allenta tutta la costruzione di senso che Trim, lo Sbirro e Maggan chiamano, con una certa protervia, casa. Scomparsi gli alberi, a Maggan, lo Sbirro e Trim non rimane che continuare il gioco con quello che hanno, ma nonostante questo darsi da fare si accorgono che tra loro e il paesaggio che li contiene qualcosa dell’antica, magica – e forse un po’ forzata- corrispondenza si è inceppato. Guarda un po’, il freddo arriva senza essere stato evocato, e pure le nuvole e il vento, insensibili a qualsiasi comando, si rivelano per quello che sono: entità distinte, indipendenti, a volte contrarie. 


Per tirare avanti, Trim, lo Sbirro e Maggan bruciano gli scarti nel fusto di legno in cortile, fanno amicizia con una piccola uccellina che non ha fatto in tempo a raggiungere lo stormo, sistemano il terreno, aggiustano quello che deve essere aggiustato, rastrellano, si danno da fare con i legnetti. Trovano insomma uno spazio di azione per abitare quello speciale silenzio che sembra essere calato su di loro da che gli alberi si sono dileguati. E quando finalmente arriva una nuova stagione, quella in cui, una mattina presto, pini e betulle ritornano e tutto sembra tornare al suo posto, devono fare i conti con una nuova assenza: non solo mancano i pioppi, i delicati pioppi tremuli e dorati, ma mancano anche le parole per nominare. Per entrambe le cose, pare non esserci nulla di meglio che disporsi in fiduciosa attesa.


Se questo albo sembra voler raccontare il rapporto di interdipendenza tra uomo e natura, lo fa involontariamente. Certo, le assonanze con l’attuale crisi climatica sono fortissime: la natura si palesa come un vero e proprio personaggio della storia e reclama qualcosa per sé, ed emblematiche sono sia l’impotenza dei protagonisti al cospetto degli elementi meteorologici sia la presenza dell’edificio sempre sullo sfondo, con porte e finestre aperte, a evocare che la terra è la nostra unica casa… Eppure, la posta in gioco è forse più coraggiosa e profonda: raccontare come si entra in dialogo con quello che non vediamo e non sappiamo, quello che non è in nostro controllo, quello che sta fuori dalla cornice di dominio del tangibile, quello per cui non abbiamo (ancora) parole ma che non per questo non esiste. Mettere momentaneamente da parte la razionalità in favore di un diverso tipo di relazione. 


Se nella prima parte del racconto i protagonisti stabiliscono una primitiva, istintiva relazione di causa effetto tra quello che accade e la loro volontà, nella dimensione dell’attesa, quando gli alberi non ci sono (o meglio: ora che gli alberi sono altrove…) tocca loro compensare utilizzando sensibilità e immaginazione. Non accade quasi nulla, nelle tavole iridescenti che Lindström dedica a questa attonita e inestimabile resa: soffia il vento e Maggan, lo Sbirro e Trim aspettano, aspettano fino a quando il vento decide di calare, aspettano fino a quando gli alberi decidono di tornare, fino a quando la volontà di capire e spiegare si placa. Allora forse non aspettano più. Semplicemente stanno, dandoci le spalle, per osservare con noi. 


Solo allora tornano i pioppi, i tremuli pioppi dorati, dalle foglie cangianti come cangiante e ineffabile è il significato. I bambini che vivono nella foresta sono tre. Non sono loro a decidere, ma l’uccellina dice che è arrivata l’estate, e loro, che hanno imparato ad ascoltare, non hanno nulla di meglio da aggiungere. 


Giorgia 

“La foresta”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi) Camelozampa, 2025

mercoledì 19 marzo 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

MUMBLE MUMBLE 


Ecco che Beisler ci presenta la prima infanzia di Rico, un bambino di cui abbiamo letto pensieri, amicizie e avventure nei tre titoli pubblicati tra il 2012 e il 2014 e qui () puntualmente recensiti con l’ammirazione che sempre Andreas Steinhöfel si merita. 
Piccolo è Rico e piccoli sono i lettori e le lettrici a cui è destinato questo breve racconto super illustrato e stampato in maiuscolo ad alta leggibilità. Ma andiamo con ordine e facciamo conoscenza con il nostro simpaticissimo protagonista. 
“Rico pensa in modo diverso dagli altri bambini. Più lentamente, ad esempio. E intorno agli angoli.” Ecco come


Dunque Rico rischia di perdersi ad ogni svolta del pensiero come a ogni angolo della città di Berlino in cui vive con una mamma attenta, e allegra quanto lui. Ma se fino ad ora non ha potuto frequentare l’asilo a causa dei frequenti trasferimenti della suddetta mamma ora arriva il momento di iscriversi alla scuola primaria: si dovrà dunque passare dalla psicologa (o qualcosa del genere) e poi assicurarsi che a scuola ci possa arrivare da solo, e senza perdersi. Questo il filo su cui si svolge la storia narrata in sei brevi capitoletti nei quali potremo scoprire, per esempio, che un triangolo può nascondersi più o meno dappertutto e che se ad un triangolo togli prima un angolo, poi un altro, diventa in punto. Ed ecco spiegato il triangolo. O anche, come abbiamo visto nella pagina riprodotta in alto, come è possibile descrivere una rana. 
Bella bella questa infanzia raccontata con lingua semplice e ritmo veloce che coinvolge chi legge con ironia e affetto. Belle anche le illustrazioni di Lena Winkel che si intrecciano al testo e con il testo camminano.


Così testo e immagini ci accompagnano nei percorsi di Rico, in quelli urbani come in quelli mentali raccontandoci che il triangolo, come la rana, come il mondo, lo si spiega passo dopo passo, con deduzione e immaginazione, mai l’una senza l’altra. 


Quanti problemi, Arvo! Anche Arvo, protagonista della storia di Anti Saar pubblicata da Sinnos, è alle prese con una marea di cose da spiegarsi, di domande sul mondo e su come farlo funzionare, e anche Arvo lavora di deduzione e di immaginazione per arrivare a trovare la quadra. Risultato: Arvo si trova ogni volta con un sacco di pensieri nella testa fatti di constatazioni, ipotesi, desideri, tentativi, successi e fallimenti, e relativi stati d’animo da gestire dignitosamente. 
Cinque episodi della vita quotidiana di un bambino di otto anni alle prese con un’amichetta che sa saltare molto meglio di lui e per giunta lo canzona, con una fila alla cassa del supermercato da gestire da solo perché il papà è dovuto tornare indietro a prendere il lievito, con il desiderio irrefrenabile di accaparrarsi legittimamente un secondo pezzo di torta, con la necessità di rientrare a casa avendo mancato la giusta fermata dell’autobus e infine con i tentativi per arrivare a prendere (sarà rubare?) una succosissima prugna appesa al ramo di un albero che non è suo. 


Anche qui l’impaginazione tiene ben legato il testo alle immagini con il risultato di rendere la lettura facile e divertente. Ecco due storie che raccontano come l’infanzia (ma non solo) sia costantemente impegnata in un pensiero investigativo che potremmo dire filosofico nello sforzo di tenere insieme desideri, obiettivi, regole, azioni e reazioni. E che il percorso necessario per spiegarsi il mondo potrà girare intorno ad angoli, piroettare intorno a cerchi o avvilupparsi in spirali senza fine, potrà andare dritto lungo una linea retta, andare lento, a singhiozzo o veloce come una saetta ma tutti/e siamo impegnati/e a mettere insieme pezzi di mondo e a tenerli in piedi come meglio possiamo. 

Patrizia 

Noterella al margine 1. Mi si conceda una piccola divagazione autobiografica che la lettura di questi racconti ha illuminato dal mio passato di bambina: potevo avere tra i sei e i sette anni, ogni domenica si partiva da Bari, dove vivevamo, per arrivare a Barletta, paese d’origine della famiglia. Io avevo appena imparato a leggere e dall’abitacolo dell’auto che mi trasportava riuscivo a leggere le insegne su cui posavo lo sguardo, quella dei bar era forse la più facile da cogliere al volo e dopo tante ricorrenze (c’erano i bar a BAR-i e c’erano i bar a BAR-letta) mi spiegai la cosa dicendomi che si dovevano chiamare così per via dell’assonanza con i nomi delle città! Dunque se a Bari e a Barletta quei posti si chiamavano BAR, chissà a Genova o a Lecce come si chiamavano! 
Ero certo sulla strada sbagliata ma il mio pensiero lavorava di deduzione e immaginazione. 
 Noterella al margine 2. Quanta invidia questi genitori nord europei così complici e comprensivi! 

“Rico e il mistero dell’angolo triangolo”, Andreas Steinhöfel, Lena Winkel (trad. Chiara Belliti), Beisler editore 2024 
“Quanti problemi, Arvo!”, Anti Saar, Anna Ring, (trad. Daniele Monticelli), 
Sinnos 2024 


mercoledì 5 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN LUOGO IMPOSSIBILE DA APPIATTIRE 

Essere messi all’angolo. Stare in un angolo. L’angolo del castigo. Un angolo buio. Un angolo cieco. Un carattere angoloso. Una curva ad angolo. 

Molte sono le espressioni che utilizzano questo specifico luogo geometrico e spaziale per rappresentare situazioni scomode, parziali, punitive o ristrette. 
E in effetti, talvolta, gli angoli sono problematici: sono difficili da arredare, nella loro ristrettezza si accumula la polvere, e sono sempre loro che desideriamo smussare quando si dimostrano troppo puntuti. Anche negli albi, poi: l’angolo al centro della doppia pagina, stretto nella rilegatura è un luogo critico che costituisce una sfida per illustratori, grafici e lettori. Eppure è proprio da questo incrocio di rette che convergendo interrompono la loro corsa verso l’infinito che scaturisce la tridimensionalità: è dalla gestione degli angoli sulla carta che si è generata l’illusione della prospettiva, dalle prime intuizioni di Giotto, passando per la progettazione architettonica, fino ad approdare alle illusioni di Escher e alle abbacinanti anamorfosi che il cervello non riesce a gestire liberamente. 


È qui che si posiziona Zo–O: tra illusione ottica e realtà. Questo è un albo impossibile da appiattire poiché è proprio dall’ambiguità tra l’angolo disegnato sul piano bidimensionale e l’angolo creato dalla struttura concretamente tridimensionale del libro aperto che ne scaturisce la forza. Guai se mancasse! 


Tutto ha inizio qui, su una doppia pagina suddivisa isometricamente in tre porzioni equivalenti che sono subito percepite come due pareti e un pavimento. Solo, seduto in corrispondenza del punto di convergenza di tutte le rette, un corvo contempla lo spazio a sua disposizione. 


Poi, una volta acquisite sufficienti informazioni e presa la necessaria confidenza, inizia ad arredare: un divanetto azzurro, una libreria una lampada, un tappeto. Infine una pianta, a cui dedica la prima parola. 


Ma una pianta non può crescere solo con la luce di una lampadina, e quindi ecco che il corvo inizia a decorare i muri disadorni: pennellata dopo pennellata, le pareti si travestono da enormi vetrate che, con il loro giallo paglierino, sembrano inondare l’intera stanza di luce solare. Soddisfatto il corvo si occupa delle sue cose, la pianta cresce, arriva la musica, l’angolo diventa casa. Eppure manca ancora qualcosa. 


È quando il corvo si decide, ad aprire un varco nella parete per affacciarsi effettivamente verso l’esterno che l’idea forte dell’albo si rivela. 


Zo-O maneggia concetti opposti in una dialettica che sfugge ogni polarizzazione, e restituisce nel racconto la potenza del concetto rivoluzionario di interdipendenza. 


Così come lo spazio geometrico non possiede una connotazione morale, così come a ogni angolo convesso corrisponde un angolo concavo, allo stesso modo la solitudine in cui si muove il corvo all’inizio della storia non si contrappone alla relazione con l’altro a cui si aprirà alla fine, ma ne è presupposto fondamentale; la luce della lampadina non si contrappone a quella dell’aria aperta, ma ne è il precursore. L’angolo non è ridotto a una sterile chiusura da sfuggire ma diviene luogo protetto in cui è possibile prendere le misure, costruire, un luogo in stretta relazione con l’esterno, poiché presupposto imprescindibile per l’atto di apertura. 


L’angolo può essere letto come profonda riflessione sull’immaginazione, ma proprio per come prende spunto dall’universale neutralità dello spazio geometrico può permettersi di abbandonare giudizi e contrapposizioni, per suggerire invece il sentimento di legittimità dello spazio individuale – spirito, libro, stanza o mondo che sia – promuovendolo a presupposto fondamentale alla concezione dell’intero. Un intero da cui non solo non siamo mai esclusi ma di cui facciamo parte integrante e costitutiva e verso cui siamo spinti da un senso di complementarità che più che morale è naturale. Perché che si stia dentro o fuori, si è sempre coinvolti nel medesimo processo di conoscenza. 


Giorgia

 “L’angolo”, Zo-O, (trad. Stephanie Barrouillet), Terre di Mezzo, 2025 
M.C.Escher, Concavo e convesso, 1955

venerdì 31 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GIOCO DI VISIONE

Tutto è meraviglia, Micha Archer (trad. Loredana Baldinucci) 
Il Castoro 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Il sole è la lampadina del cielo? 
La nebbia è la coperta del fiume? 
Le montagne hanno le ossa? 
Le foreste sono la pelliccia delle montagne?" 

Una grande finestra incornicia i visi di una ragazzina e di un ragazzino - sorellona e fratellino. Davanti a quella vetrata che li separa dal fuori prendono lei ha una grande proposta e lui non può non accettare: andare ad esplorare quel fuori! 
E così, una volta in piena aria, guardando il cielo col sole lei si chiede se quella sfera luminosa non possa essere la lampadina del pianeta. Oppure, passeggiando sulle rive del fiume, vedendo la nebbiolina a pelo d'acqua il fratellino si interroghi se non possa essere quella la copertina del fiume. E davanti alla corona di monti che li circondano viene spontaneo chiedersi se anche loro stiano in piedi perché hanno uno scheletro che le sostiene. E se fosse davvero così non potrebbero essere le foreste, la pelliccia delle montagne stesse? 
Sono quindici domande che quei due si pongono a turno. E lo fanno passeggiando nei dintorni di casa: in un bosco e poi sulla spiaggia. Attraversano quegli spazi aperti e attraversano anche le ore della giornata e quando è l'imbrunire e il sole è appena tramontato all'orizzonte, loro dalla veranda di casa, in pigiama e camicia da notte hanno una ultima domanda per quel giorno...


Il titolo di questo albo orizzontale, Caldecott Honor nel 2022, potrebbe insospettire: se la parola meraviglia arriva fin in copertina... Magari dalla prima pagina fino all'ultima si potrebbe innalzare un inno alla bellezza del mondo, un ripetuto sospirare di fronte "alla meraviglia" della natura: animali, alberi, uccellini. Banalità del genere. Le braccia rivolte al cielo in atto di osanna della sorella parrebbe confermarlo. 
E invece no. 


Quello che succede qui - pagina dopo pagina - è un interessante gioco di visione. 
Spesso i bambini, soprattutto se piccoli, lo fanno con assoluta naturalezza.
Si intuisce fin da subito: per ciascun elemento della natura - dal sole alla luna, passando per fiumi e laghi - ne viene ipotizzata non tanto una funzione diversa da quella che obiettivamente ha (il sole davvero illumina il pianeta e lo scalda, per quanto possa scaldare una lampadina e la nebbia ricopre il pelo dell'acqua mantenendone la temperatura protetta), quanto piuttosto viene assimilato a un oggetto della vita quotidiana di quei due, oppure ben più spesso a una parte del corpo di umani o animali... 
Insomma per ogni elemento naturale se ne coglie la forma, talvolta la funzione e la si ribalta in un immaginario tutto personale, piuttosto corporeo: piedi, ossa, pellicce, gambe, braccia, bocca, vene. 
Però però. La bellezza, e mi verrebbe da azzardare anche la poesia, sta proprio in questo scatto che nella testa accende l'immagine inaspettata. 
Penso ai tronchi d'albero - calzoni di legno con le tane nelle tasche qui uno scoiattolo con una spanna di coda... - nella poesia Se fossi albero dentro E sulle case il cielo di Giusi Quarenghi. Ma se ne potrebbero citare migliaia. 
La poesia fa questo, di mestiere.


Dunque è la prospettiva, il punto di osservazione che i due ragazzini hanno che mi pare interessante e molto condivisibile e che da una parte apre scenari e visioni suggestive e dall'altro offre un metodo di lettura del mondo che si può appunto replicare all'infinito. 
E sarebbe bello farlo con dei ragazzini per vedere l'effetto che produce. 
Ecco. Il metodo, ossia la regola del loro gioco, può moltiplicarsi e da quelle che sono le 15 domande iniziali se ne possono produrre centinaia, migliaia. 
I prati sono i capelli della terra? (ogni tanto vanno tagliati, per dare loro forza...). Tanto per aggiungere la sedicesima. 
Il gioco di vedere una cosa in un'altra sembra guidare anche l'arte di chi questo libro lo ha illustrato, oltre che scritto: Micha Archer. 


Il suo punto di partenza è la carta, che colleziona e conserva e che rilavora ogni volta in modo differente per costruire i suoi magnifici disegni a collage. 
Lei stessa dichiara in un video che è davvero molto raro che usi nelle sue composizioni carte che non abbia rilavorato secondo texture diverse, con pattern ottenuti in modo originale, passando i pastelli a cera sulla retina delle arance, per esempio. 
Questa continua rielaborazione ha lo scopo di arrivare a dare la necessaria profondità e l'illusione di un volume (che sul foglio non esiste) ai suoi magnifici paesaggi. Nel suo studio, come accadeva anche in quello di Eric Carle inarrivabile costruttore di immagini a collage, stazionano enormi cassettiere dove, colore per colore, Micha Archer conserva migliaia di pezzettini di carta, tutti diversi: timbrati, dipinti, con mille pattern differenti. E lungo una barra magnetica in alto, sono 'incollate' almeno una ventina di forbici. Per non parlare dei tantissimi timbri. Anche quelli self made, naturalmente. 
Nella sua testa, nei suoi paesaggi disegnati, in quei cassetti pieni di carte, nel suo studio invaso dai tubetti di acrilico e dalle chine di ogni sfumatura, dalle centinaia di pennelli sparsi, lì dentro - facile pensarlo - è tutto meraviglia, davvero! 

Carla

mercoledì 18 dicembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L'INFANZIA E' SOVVERSIVA, RIDETENE PURE


Uri Kaduri è un personaggio davvero interessante e altrettanto interessante è la storia che accompagna questo piccolo libro illustrato appena pubblicato da Vànvere edizioni; dunque da questa storia cominciamo. 
Uri Kaduri appare per la prima volta nel settembre del 1937 su una rivista israeliana settimanale per bambini che poterono leggerlo e riderne fino al marzo del 1938, trovando le strisce di Uri Kaduri sempre alla pagina16, l’ultima, della rivista Davar li-Yeladim. 
Ne sono autori Aryeh Navon (illustratore stimato e riconosciuto come uno tra i primi vignettisti israeliani) che disegna le brevi storie e le racconta a Lea Goldberg (letterata, poetessa e autrice di moltissimi racconti per bambini). Lei le scrive con brevi testi in rima. 
Si tratta di velocissimi racconti stilizzati – quattro, massimo otto vignette - che hanno come protagonista (spesso da solo in scena) un bambino occhialuto e un po' goffo che sta al mondo un po’ ingenuo un po’ scaltro, sempre capace di trovare soluzioni a qualunque accadimento. 
E le soluzioni sono sempre stupefacenti e ironiche. Non c’è alcuna situazione che possa mettere Uri Kaduri in un cul de sac perché lui in un modo o in un altro, e sempre molto serenamente, ne uscirà regalandoci un sorriso. 

Uri Kaduri si asciuga, Davar li-Yeladim 16 dicembre 1937

Da non dimenticare che entrambe le vignette vanno lette da destra verso sinistra, riga per riga.

Uri Kaduri si misura, Davar li-Yeladim, 6 gennaio 1938


Dagli anni ’30 arriviamo al 2019 quando “Eddie Spaghetti” (titolo originale scelto dall’editore) appare negli Stati Uniti per Fantagraphics Books, ridisegnato da Rutu Modan, fumettista e illustratrice israeliana di cui già Rizzoli, Coconino Press e Giuntina hanno pubblicato diversi titoli in Italia. 
Rutu Modan dunque ridisegna le vignette sullo stesso testo di Lea Goldberg ed è bello vedere come riesca a rimanere fedele al racconto disegnato da Navon pur reinterpretandolo in maniera assolutamente originale e autonoma. 
Ora Vànvere edizioni lo porta in Italia con la traduzione di Alessandra Valtieri. 
E allora, benvenuto Uri Kaduri! O qualcuno di voi avrebbe preferito Eddie Spaghetti? 
Comunque lo si chiami (magari anche Giufà? Vedremo perché) questo bambino è tutto preso da un’infanzia creativa, ligia a una logica sovversiva perché radicalmente autonoma e sperimentatrice, ma che trova sempre il modo di fare pace col mondo. 
Qualche esempio? Uri Kaduri viene sorpreso dalla pioggia nel pieno di una scampanata: nessun problema, si corre subito a casa dove basterà appendersi con tanto di mollette al filo del bucato! 



Oppure:
Il treno sfreccia nel verde paesaggio 
e Uri, seduto, si gode il viaggio. 
Poi mangia una banana – matura a puntino – 
e dopo vuol buttare la buccia nel cestino. 
Ma di cestini, in giro, non c’è neppure l’ombra 
e tutti i finestrini son sigillati a bomba. 
Poi ecco, all’improvviso, la geniale intuizione: 
il freno d’emergenza è la giusta soluzione! 
Lo tira, ferma il treno, accorre la polizia, 
i passeggeri scendono e Uri sguscia via. 
C’è stato forse un guasto? È successo qualcosa? 
La gente spinge e sbircia – chi irritata chi curiosa. 
Intanto Uri butta la sua buccia nel cestino 
e torna soddisfatto a sedersi perbenino. 


Come è evidente dal confronto con le immagini dei disegni di Navon, Rutu Modan allarga e complica lo spazio visivo di chi legge con una grande ricchezza di dettagli. Per prima cosa affianca al protagonista un grosso, muto e complice cane gigante, che troneggia insieme a Uri già in copertina; e poi aggiunge sempre un contesto: la casa e i suoi arredi, il treno e i suoi passeggeri, i giardini con i prati e con i fiori... financo la mamma che si muove nell’altra stanza, con una borsetta in mano… Starà uscendo? Ecco che può partire un’altra storia, volendo. 



Qui ancor meglio si può raffrontare -con le immagini più sopra- l’intero racconto disegnato da Navon (Uri Kaduri si misura) e ora da Modan (Uri Kaduri diventa alto) ed è subito evidente come intorno a Uri cresca un mondo ben caratterizzato da elementi di contesto: l’abbigliamento dei personaggi, le acconciature, certi dettagli richiamano i costumi e le mode degli anni 30 e 40. 
Un mondo che fa cose: chiacchiera, guarda, legge, si fa i fatti propri, stupisce ma non interviene mai, neanche quando la ferrea logica sovversiva dell’infanzia porta al paradosso (che fa così paura agli adulti). 
Come a dire: l’infanzia non si giudica e tanto meno si punisce. L’infanzia è libera di cercare e inventare soluzioni. Ed è qui che le vignette disegnate da Rutu Modan raccolgono la staffetta e procedono sulla strada segnata dal racconto di Lea Goldberg: rime dal tono scanzonato, ironiche e complici…per nulla spaventate dai paradossi. 
“Lea Goldberg – ci racconta Alessandra Valtieri - immigrò nella Palestina del Mandato britannico nel 1935. Nata in Lituania studiò poi in Germania, prima a Berlino poi a Bonn, dove concluse un dottorato nel ’33 (e Adolf Hitler veniva eletto cancelliere! ndr). Tra gli anni ’30 e ’40 del 900 molti altri letterati ed artisti ebrei fecero lo stesso: provenivano da tutta l’Europa, Russia inclusa e condividevano una visione laica e aperta della cultura e dell’educazione, aperti al confronto e critici nei confronti del sionismo radicale. La rivista Davar li-Yeladim dove nasce Uri Kaduri fu un inserto per bambini non dottrinale, un’operazione culturale che proponeva uno sguardo sul mondo aperto e curioso, guardando ad una infanzia laica e giocosa”. 
Uri infatti è un bambino che fa esperienza con creatività e immaginazione, per lui anche le difficoltà sono parte del gioco: stolto e saggio, ingenuo e scaltro, impertinente ed ossequioso, pragmatico e sognatore; qualità che lo portano inevitabilmente e ogni volta sull’orlo di un guaio (un paradosso) da sciogliere allegramente. 
Chissà se Uri Kaduri non abbia per caso incontrato Giufà in qualche sua avventura perché davvero, proprio gli somiglia, e non sarebbe nemmeno strano visto che Giufà/Giochà girovaga parecchio in tutto il Mediterraneo da tanto e tanto tempo. 
Un bel libro da mettere tra le mani di bambini e bambine a partire dai 3 anni ma anche godibile in lettura autonoma per i più grandicelli. 

Patrizia

Noterella al margine. Ringrazio infinitamente Alessandra Valtieri che ha generosamente condiviso i materiali della sua indagine sulle origini di questo libro; anche le rare riproduzioni delle pagine originali della rivista sono frutto della sua ricerca. 

“Uri Kaduri”, Lea Goldberg, Rutu Modan trad. Alessandra Valtieri, Vànvere Edizioni 2024 


venerdì 18 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ARCHITETTURA DI UN LIBRO

Il libro azzurro, Germano Zullo, Albertine 
Bompiani 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"'Hai paura Séraphine?' 
'No, certo che no! Con il libro azzurro non c'è da aver paura... Ma è comunque l'ora che le bestioline escono dai loro nascondigli per sgranocchiare.'
'Le senti sgranocchiare?' 
'Credo di sì... E tu, papà le senti?' 
'Non sono sicuro.' 
'Fanno croc croc croc.' 
'Uhm, adesso le sento... croc croc croc.' 
'Meglio non disturbarle troppo: magari si arrabbiano.' 
'Hai ragione, Séraphine... Andiamo avanti!' '
Andiamo verso la città o verso i campi?' 
'Prenderei la strada che passa per i campi, questa volta.' 
'Anch'io papà, per i campi.'" 

Interno sera. Padre e figlia dialogano sul far dell'ora di andare a dormire. 
Il padre, secondo quanto dice sua figlia, ha preso in mano un libro, il libro azzurro, perché lo vuole leggere alla sua bambina. Il libro azzurro, è lei stessa a dichiararlo, è il suo preferito. 
Tutto comincia nel buio della notte che i due scorgono attraverso la porta di casa... Il loro cammino pare dirigersi verso il mare, attraverso una scorciatoia: la scorciatoia di Séraphine che ha il pregio di portare sia al mare sia alla montagna, ma anche alla città e ai paesini. O anche fino alla giungla tropicale. 
Rischiarati dalla luce della luna, forse, si incamminano con l'intento di perdersi... 
Steccato dopo steccato, l'unica strada da fare è dritto verso l'alto, a zig zag. Ed effettivamente è il percorso che funziona perché gli steccati sono dietro e davanti laghetti, serpenti mansueti, foreste e poi un gufo che, appollaiato su un ramo, sta raccontando una storia ai suoi piccoli (lui pure) per addormentarli. 
Un albero grande grande e vecchissimo, "avrà più di duemila anni, Séraphine", li accoglie tra le sue maestose radici ed è bello sdraiarsi insieme lì sotto. E magari schiacciare un pisolino... 
Ma sarà ancora più bello risvegliarsi lì e trovare la mamma e con lei proseguire il viaggio e il racconto... 

Il libro azzurro, se non capisco male, ha davvero un interessante impianto architettonico che lo tiene su e che è anche difficile descrivere a parole. 
Partiamo da quello che gli occhi vedono: un grande libro rilegato che è, ovviamente, azzurro nella copertina. Se lo sia apre, dopo i risguardi blu c'è la pagina del frontespizio con una scimmia, forse, che Albertine ha disegnato nell'atto di leggere un libro. Nella pagina successiva, nel bianco assoluto della carta, avanzano verso il lettore padre e madre e al centro tra loro, tenendone uno per mano, Séraphine con un libro blu sottobraccio. 


Poi la storia comincia ed è raccontata solo attraverso un dialogo serrato tra padre (e poi madre) e figlia: la figura ritrae giocattoli rossi sparsi su pavimento azzurro. Poi le parole tacciono e vediamo l'una sotto le coperte e l'altro seduto sul bordo del letto. Il libro blu, azzurro nella versione italiana, è tra loro ed entrambi non hanno la postura del relax di quel momento, sono entrambi pronti a uno scatto, e si guardano dritto negli occhi. 
Più che a dormire, sembrano entrambi pronti a partire. 
Che intesa e che fremito tra quei due!


A questo punto il libro prosegue, visivamente parlando, come un albo illustrato molto regolare: testo e tavola singola che preannuncia lo scenario, cui segue la doppia tavola senza testo in cui compaiono i due viandanti... cadenzato, ma nulla di insolito. 
Salvo un piccolo dettaglio, che giustamente gli editori nelle loro sinossi, fanno finta di ignorare per non far girar la testa e confondere i futuri lettori. 
Il testo che compone il libro azzurro che abbiamo in mano, se diamo retta alle parole di padre e figlia, e di madre e figlia dalla metà in poi, si costruisce narrando. La loro passeggiata che prende forma istante dopo istante è il testo del libro reale, ma di certo non lo è del libro azzurro che è protagonista della storia. 
Giustamente gli editori scrivono che questo libro è un omaggio a quel momento della giornata in cui un bambino è con un genitore che ha l'intento (spesso la vana speranza) di accompagnarlo verso il sonno, attraverso la lettura di una storia. 
Ma Il libro azzurro è anche un'altra cosa: è la prova provata che la letteratura, e più in generale il racconto, e quello illustrato ancora di più, ha un potenziale di soluzioni che davvero non ha confini. 
Qui noi leggiamo una storia che solo per finta è scritta così nel libro che abita la storia: Séraphine ci illude a p. 1 e fino alla fine noi le andiamo dietro, facendo finta che...


Ma quello che le nostre orecchie sentono e i nostri occhi vedono è il frutto di una invenzione, di un gioco tra padre (e madre) e figlia, che ogni sera pare rinnovarsi, magicamente solo con l'atto di prendere in mano il libro blu, come se quell'oggetto fosse di per sé un generatore di storie: per il solo fatto di esistere - disegnato - tra padre (e madre) e figlia fa partire il loro condiviso viaggio fantastico. 
Chi vuole, ne tragga una morale. 
Io mi limito a notare: che architettura, accidenti! 
Detto questo, che è la mia medaglia al valore da appuntare sul petto dei due autori, forse vale la pena di dire qualcosa sul contributo dell'uno e dell'altra per la realizzazione del libro nel suo insieme. 
Zullo scrive. Solo dialoghi belli serrati, anche se talvolta un po' retorici. E attraverso questo continuo botta e risposta mi pare si possano conoscere padre, madre e ragazzina. I dialoghi e la sequenza dei fatti cui alludono sono intrisi di assurdo, di fantasticherie. Mi ricorda un po' quel modo di concatenare pensieri che si fa quando si è sul punto di lasciarsi andare al sonno. E non solo quando si è bambini, si intende. 
Detto questo, mi parrebbe di leggere tra tutto quel testo, seppure talvolta sovrabbondanti, un entusiasmo senza se e senza ma del padre e un'intesa di genere tra figlia e madre e sul finale il bisogno della seconda di ricondurre la prima a una qualche forma di ordine, di routine e di sonno notturno e duraturo...  
Forse tutto questo lo vedo solo io, ma mi piace crederci. 


Albertine disegna. Luminosa e anche lei non sempre risolta, comunque davanti a un compito arduo: quello di non poter anticipare nulla con le immagini, nulla di quel tantissimo che viene detto. E dato che il testo è corposo, un po' troppo lungo, ma comunque costruito su continui rilanci, lei con le figure deve aspettare. 
Della soluzione che escogita si è già detto: testo tavola singola con lo scenario, a seguire doppia tavola, appunto. 
Ma, il cambio di passo si verifica quando arriva il sonno di Séraphine, e scende il silenzio. Qui si prende tutto lo spazio necessario per far arrivare le citate giraffe ed elefanti, che finalmente entrano in scena e il padre sparisce da sotto l'albero... Una sorta di gioco-intervallo. Poi una capriola di senso e, girata la pagina, si riparte: sulle radici, la bambina, il libro blu e la madre (per par condicio?) 


Lo spazio del viaggio con papà e lo spazio del viaggio con mamma è calcolato con svizzera precisione: in quel tempo e in quello spazio esatti, ma su percorsi ogni volta differenti, si può partire dalla realtà per poi anche tornare, in quella stessa realtà, o quasi. 
Le belle storie lasciano tracce dietro di loro.


Buona notte, buona notte! 

Carla

venerdì 11 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

THE BOOK OF WONDER

Monsterium
, Junaida (trad. Asuka Ozumi) 
L'ippocampo 2024 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Sin dall’alba dei tempi, il Monsterium era in viaggio per monti e per valli con a bordo le più strane creature. 
In una notte calma e silenziosa, mentre il Monsterium russava della grossa, la strana combriccola sgattaiolò via nel mondo di fuori. 
Cammina cammina, i mostri giunsero in una bella città e si misero a gironzolare per le strade. 
A quella vista grandi e piccini corsero a rifugiarsi in fretta e furia dentro casa." 

I genitori rapidi portano i loro bambini al sicuro e chiudono a chiave le porte delle case. 
Uscire è loro proibito. Le strade della città sono molto pericolose, a detta dei grandi. 
Quei tre fratellini però non ci stanno volentieri rinchiusi dietro i vetri di una finestra, dietro il legno di una porta. 


Il fatto è che per giorni e giorni i mostri vagano lenti lenti per le vie. 
I tre piccoli sono davvero stufi e quindi decidono di "evadere" con gli strumenti che hanno: uno scatolone di cartone sembra proprio una corriera che li porterà in un salto fuori di lì. 
Poi un palloncino potrebbe diventare una mongolfiera che dal cielo fa vedere loro il mondo dall'alto. Comincia così il loro viaggio tra cielo e terra, tra arcobaleni e alberi altissimi. 
Poi una voce molto terrena urla: il bagno è prooontooo! Ma il viaggio prosegue. Adesso li spinge ad arrivare fin negli abissi più profondi dove, un rumore sordo e indecifrabile, una sorta di bisbiglio costante attira la loro attenzione... 

Ecco. Gli abissi più profondi sono - quasi inevitabilmente - il luogo ideale per entrare in contatto con il mistero che avvolge la storia di questa città, invasa pacificamente da una schiera di mostri che ciabattano sul selciato delle vie cittadine. Da giorni e giorni. 


Complice il cambio di scenario nella giornata di quei tre solari bimbetti, che adesso devono farsi il bagno, i due mondi, che i grandi hanno cercato di tenere separati con ogni mezzo, si toccano, si incontrano e si piacciono. 
Va da sé che ciò che è mostruoso per un adulto lo è molto di meno per un bambino di larghe vedute... 
Questo è il primo libro che approda in Italia. Junaida, artista giapponese, verrebbe da dire un esteta della carta stampata, dal 2011 - anno più anno meno - pubblica delle vere meravigliose fantasmagorie visive. 
La maggior parte delle quali out of print. 
Il libro Monsterium viene pubblicato in Giappone nel 2020. 
A giudicare dai libri che lo seguono e da quelli che lo hanno preceduto, sembra rappresentare una piccola eccezione nello schema piuttosto consueto di Junaida: è un libro con un testo e una narrazione, seppur molto misteriosa e suscettibile di diverse chiavi di lettura, ma pur sempre una narrazione. 
A partire da Undarkness del 2021 fino a risalire a ritroso fino al 2011 con Train Rain Rainbow (un magnifico titolo per un leporello che lascia davvero senza fiato e che nelle sue figure fa esattamente la stessa cosa che fa con il titolo: le trasforma) i suoi libri sono piuttosto silenziosi. 
Si tratta - nella stragrande maggioranza dei casi - di veri e propri cataloghi, repertori di figure, ossia sequenze di immagini che occupano la singola pagina o la doppia e sono tenute insieme da un filo rosso tematico: da Lapis - Motion of the Silence (2015) fino a Home (2013) o Hug, di un anno precedente. Tutti, ma proprio tutti potrebbero stare perfettamente sotto un paio di titoli che ha dato già a 2 suoi libri: The Book of Wonder (2011) e Imaginarium (2019). Quest'ultimo è anche oggetto di una sua mostra personale. Tutti infatti raccontano un ricchissimo, strabordante, immaginario e tutti sono libri della meraviglia, Imaginarium e Book of Wonder, appunto. 
Monsterium, ammesso che si possa parlare di debolezza, ha nel testo il suo tassello meno robusto. Al contrario, le immagini sono in linea con gli altri libri precedenti in cui Junaida costruisce un fittissimo intreccio di forme che sembra avere radici nel Surrealismo, ma anche in autori con Escher, soprattutto per il suo gusto per la costruzione impossibile, assurda eppure riconoscibile nei singoli dettagli che la compongono. Il piano e lo spazio spesso si confondono. 
Anche qui è di nuovo un repertorio di forme, capaci di alludere a immaginari anche molto diversi tra loro.
Alcune sue costanti ritornano: il gusto per la visione dall'alto che è una sua cifra anche in Monsterium compare per dare corpo al silenzioso e lento corteo dei mostri. Il gusto per le architetture impossibili.
E ancora: grande manovratore del colore, gioca sul nero per la copertina irresistibile, e per "il fuori", ossia il cielo della città invasa e per il mare. 
A questo corrisponde una sorta di technicolor per le scene del "dentro", gli interni in cui i protagonisti danno vita al loro viaggio immaginato. 


Ma in assoluto la parte migliore è un altro suo Leitmotiv,  il "catalogo" di mostri che, in un primo momento, sono nascosti nel loro Monsterium, sorta di grande palazzo su sei zampe (la baba jaga qui non credo sia casuale citarla) e poi, fuggiti alla chetichella mentre il loro palazzo su zampe dorme, si snodano in un corteo composito come una variopinta sfilata di carnevale. 
Nessuno di loro inquieta, nessuno di loro fa paura, nessuno di loro è orrendo. Al contrario, il sentimento che generano nel lettore è quello della curiosità mescolata a una diffusa tenerezza.  


E questo lo sanno molto meglio i bambini dei grandi.
Come spesso succede. 

Carla