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venerdì 7 gennaio 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

I SEGRETI DI ACQUAMORTA


Ritorna la coppia di scrittori, composta da Fabio Geda e da Marco Magnone, già coautori della serie ‘Berlin’, con un nuovo ciclo di romanzi per ragazzi. ‘I segreti di Acquamorta’, ambientato sulle rive di un lago prossimo a Milano.
Protagonisti sono quattro ragazzi: Edoardo, Nadia, Rachele e Liaqat; hanno perso da poco un amico, Orfeo, di poco più grande, e ne continuano le battaglie in difesa dei più deboli e contro le ingiustizie.
Li affianca il vecchio maestro delle elementari, Leone, l’unico, fra gli adulti, disposto ad ascoltarli. Il modo con cui si manifesta la presenza di Orfeo è abbastanza inquietante; si tratta di improvvise visioni, che spesso forniscono indizi su delitti appena commessi.
In questo primo episodio, uscito per i tipi della Mondadori l’autunno scorso con il sottotitolo ‘Delitto al lago’, le indagini dei ragazzi riguardano la scomparsa di una giovane donna, che poi verrà ritrovata morta. Procedendo un po’ a tentoni, i ragazzi riescono almeno in parte a scoprire che la vittima stava con tutta probabilità indagando sulle attività della ditta per cui lavorava, ditta che guarda caso è implicata in un traffico di rifiuti tossici.
Sarà un cliché, ma il tema è decisamente attuale, e qui si sceglie una via narrativa ‘facile’, che possa avvicinare i più giovani alle diverse tematiche ambientali.
Le indagini proseguono fino a smascherare la ditta per cui lavorava la vittima: in una cava vicino alle sorgenti di un fiume, i criminali interravano tonnellate di rifiuti di vario genere, fra cui sostanze tossiche, in grado di inquinare le falde acquifere.
Per fortuna ci sono i nostri eroi, che riescono a smascherare le attività clandestine di questa ditta.
Come in importanti precedenti, Brian Selznick per intenderci, una parte della narrazione, le visioni, sono affidate alle illustrazioni tenebrose di Marta Bertello.
Si tratta, dunque di romanzi brevi, è già uscito anche il secondo, destinati ad avere un certo riscontro fra i giovani lettori: narrazione veloce, colpi di scena, indagini serrate e quel pizzico di sovrannaturale che rende la situazione più misteriosa. L’atmosfera un po’ dark, le pagine riquadrate in nero, le illustrazioni sulla gamma dei grigi, sicuramente sono in grado di attirare lettrici e lettori in cerca di mistero. Ma non c’è solo l’abilità dei due autori, esperti nella narrativa di ‘genere’, a rendere questa serie interessante: c’è una galleria di personaggi non banali, dal ragazzino più gracile che si allena per diventare un pugile, la ragazzina, figlia dei nomadi che gestiscono il parco dei divertimenti, divisa fra due culture. La ricostruzione d’ambiente mescola riferimenti reali a una toponomastica di fantasia, per cui ci si può vagamente orientare, ma senza identificare luoghi precisi. D’altra parte tutta la narrazione utilizza necessariamente l’intreccio di reale e fantastico, fondativo di tutta la storia. E’ anche apprezzabile la cura con cui l’oggetto libro è prodotto, con uno stile che lo rende riconoscibile.
Si tratta di una lettura scorrevole, divertente, adatta anche a lettori e lettrici anche non troppo allenati, a partire dagli undici anni.

Eleonora

“I segreti di Acquamorta. Delitto al lago”, F. Geda e M. Magnone, Mondadori 2021




lunedì 2 agosto 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

 SFUMATURE DI GIALLO


Ho già parlato della intelligente, anche se non originale, operazione condotta dall’editore Feltrinelli sul proprio catalogo: la creazione di una nuova collana economica per ragazzi, che contiene sia titoli recenti che riproposte di libri andati a finire fuori commercio.
All’interno di questa programmazione editoriale, prende forma anche una sotto-collana, dedicata ai gialli per ragazzi, nella fascia d’età delle scuole medie. Fra i primi titoli in collana compare un successo Feltrinelli, ‘L’occhio del corvo’ e altri titoli ripresi da altri editori.
Spicca ‘Febbre gialla’, di Carlo Lucarelli, pubblicato da E.Elle nel lontano 1997: siamo a Bologna, il nostro protagonista, Vittorio, è un giovane agente di polizia e se volete farvi un’idea del personaggio, pensate a Coliandro, il personaggio già creato da Lucarelli qualche anno prima: un ragazzo un po’ guascone, molto attento a essere sempre alla moda, secondo la sua personale interpretazione, irresistibilmente attratto dalle grazie femminili, sarebbe anche un bravo poliziotto se non fosse decisamente maldestro.
Nel ‘caso’ in questione, Vittorio è alle prese con la mafia cinese che tiene prigionieri decine di bambini nei laboratori di sartoria; un bambino è riuscito a scappare e nessuno riesce a trovarlo. Ad aiutare il nostro poliziotto, affetto da una febbre crescente, ci pensano la sorellina più piccola, decisamente in gamba, e una bella poliziotta cinese.
Ci sono tutti gli ingredienti giusti di una storia ‘gialla’ che si rispetti: colpi di scena, inseguimenti, cattivi molto cattivi e una grande dose di ironia, che parte dalla descrizione del personaggio principale per finire sulle sue disavventure. L’ambientazione è squisitamente bolognese, così come qualche episodico intercalare. 
 

Meno azione e più indagine in un altro ‘classico’, ripescato da Feltrinelli: ‘Ultimo atto’, di Christopher Pike, già pubblicato da Mondadori nel 1992 nella collana Giallo Junior: siamo in una cittadina californiana, la protagonista è Melanie, da poco trasferita insieme al padre e ancora disorientata; non ha fatto grandi amicizie, si sente un pesce fuor d’acqua, lavora il pomeriggio in un bar per aiutare il magro bilancio familiare. Entrare nel gruppo di ragazzi della scuola che sta preparando uno spettacolo le sembra la cosa migliore che le potesse capitare e invece sarà l’inizio di un incubo. Nella scena madre dello spettacolo deve sparare dei colpi a salve contro un altro personaggio, interpretato dalla più bella ragazza della scuola. Solo che la ragazza muore per davvero e Melanie viene arrestata. Per cavarsi dai guai, in attesa del processo, comincia a investigare per conto proprio alla ricerca del vero colpevole.
Qui dunque, più che l’azione concitata prevale la ricerca di indizi che portino all’individuazione del colpevole, sullo sfondo di una cittadina americana di provincia e con l’intreccio di relazioni, fatte di amori non corrisposti, gelosie, tradimenti, tutto all’altezza di liceali, presi dalle feste scolastiche, le recite e così via.
Dopo un paio di decenni dominati dal fantasy, che ancora è molto gradito al pubblico di giovani lettrici e lettori, è un’ottima cosa che vengano riproposti testi di quella narrativa impropriamente chiamata ‘di genere’, se non altro per allargare gli orizzonti dei lettori e per contribuire ad affinarne il gusto, la capacità di discriminare un buon testo, qualunque sia la tipologia di trama che utilizza.
Perfetti per la lettura sotto l’ombrellone, consiglio questi e altri gialli a ragazze e ragazzi di almeno dodici anni.
 
Eleonora


“Febbre gialla”, C. Lucarelli, Feltrinelli 2021
“Ultimo atto”, C. Pike, Feltrinelli 2021



lunedì 24 maggio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SCOMPARSO


Guido Sgardoli ama attraversare i cosiddetti generi letterari con grande disinvoltura, adattando mimeticamente linguaggio e riferimenti dei suoi racconti.
In ‘Scomparso’, pubblicato da poco da Einaudi Ragazzi, i riferimenti si moltiplicano: c’è il linguaggio e la struttura del gioco di ruolo, c’è il giallo classico, con la sua logica deduttiva; c’è la speciale soggettività del protagonista, Jupiter/Julius, all’interno del particolare gioco di ruolo da lui stesso creato, che rimanda ai protagonisti di altri romanzi, come ‘Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte’ e ‘Il mistero del London Eye’.
Dunque, Jupiter/Julius si è creato un suo gioco di ruolo che lo aiuta ad affrontare i momenti difficili della sua vita; è un ragazzino ‘strano’, speciale, dalla logica stringente, con una grande passione per le parole e una certa difficoltà di relazione con il genere umano, che lo fa vivere all’interno della sua bolla di aria azzurrina, per tenere a distanza il resto del mondo. Uno come lui non può che essere la vittima predestinata dei bulli, così quando li vede avvicinarsi, lancia il suo dado e tenta la sorte, facendo leva sulle proprie abilità. Non sempre gli va bene, e, in una mattina come tante, incappa nei suoi persecutori, che stanno per avere la meglio, quando interviene un ragazzo che, prima di andarsene, gli regala una vecchia foto, una polaroid.
Dopo poco tempo, quel ragazzo viene trovato in stato confusionale vicino al cadavere di un uomo, l’ex capo della polizia Tony Malden.
Da questo momento iniziano le indagini parallele della polizia, da un lato, rappresentata dalla coppia di investigatori Sal La Dulce ed Helmut Rossi, nonché dalla psichiatra Karen Zaius, e del nostro coraggioso protagonista, dall’altro, che indizio su indizio, cerca di ricostruire l’oscura vicenda.
Tutto è complicato dal doppio ruolo che tanti personaggi finiscono con l’avere: non solo il protagonista, anche il ragazzo che lo ha salvato nasconde un terribile segreto che riguarda un bambino scomparso molto tempo prima, Adam, e il suo amico Leo; lo stesso ex capo della polizia, la vittima del delitto, in realtà aveva un’inquietante doppia vita, irreprensibile funzionario e feroce serial killer.
La narrazione alterna, con ritmo incalzante, la descrizione oggettiva delle indagini alle ricerche portate avanti da Julius, raccontate in prima persona. Il linguaggio del protagonista è intriso del gergo dei giochi di ruolo, il suo mondo è ontologicamente diviso in Ghast (i cattivi), Amorfi, Zoog. Come qualsiasi bravo eroe, Jupiter/Julius deve affrontare le sue prove facendo leva sulle proprie abilità, sull’appoggio di altri Zoog o Amorfi, e sulla fortuna indicata dal tiro di dado. Come qualsiasi bravo eroe, non sarà più lo stesso alla fine dell’avventura e potrà affrontare i Ghast in carne e ossa con una sicurezza insperata.
Questo è un giallo classico che più classico non si può e ogni riferimento a Poe è pienamente voluto; è un giallo classico ‘contaminato’ dal linguaggio e dalla logica dei giochi di ruolo, giochi fra i più intellettuali all’interno dei giochi da tavolo, che stanno vivendo un nuovo splendore. È un linguaggio forse meno conosciuto dai ragazzini, rispetto ai più popolari giochi da play station.
Questo è un romanzo divertente, in cui ci si diverte in modi diversi, districandosi fra gli indizi, o immaginandosi una città trasformata in mappa per i movimenti reali o immaginari di un gamer. Ma è anche una finestra socchiusa sul lato nero della vita, sulle storie orribili di orchi e di bambini.
Credo si sia divertito molto anche l’autore, sempre attentissimo a dare coerenza alle storie fin nel minimo dettaglio, con un uso sapiente del linguaggio; ed è un piacere leggere queste pagine anche per la cura con cui la storia è costruita, i rimandi impliciti ed espliciti, per il divertimento nel vedere le carte dei generi letterari n po’ sparigliate.
Considerarlo solo un ‘giallo’ può essere riduttivo, consiglio la lettura soprattutto a lettrici e lettori alla scoperta di nuovi territori narrativi, a partire dai dodici anni.
 
Eleonora


“Scomparso”, G. Sgardoli, Einaudi Ragazzi 2021



venerdì 19 febbraio 2021

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

LA FINESTRA SUL BRIVIDO


Nonostante sia stato definito l'Edgar Allan Poe del XX secolo, o l'Alfred Hitchcock della parola scritta, lui avrebbe voluto diventare un autore di romanzi mainstream, come Francis Scott Fitzgerald. Non ci riuscì e, pur diventando di fatto l'inventore di un preciso genere letterario - il noir - e pur essendo il migliore scrittore di storie di suspense di ogni tempo, Cornell Woolrich visse sempre con questo rammarico nel cuore.
I suoi moltissimi racconti e i suoi undici romanzi colpiscono il lettore con lo stesso impatto, la stessa eco di terrore, angoscia e solitudine e disperazione che si prova nel vedere uno dei film tenebrosi di Hitchcock.
Fu uno scrittore di enorme successo, ciò nonostante condusse una delle vite più misere di sempre: passò oltre 25 anni di fatto recluso in un hotel newyorkese, Il Marseilles di Broadway. Con la decadenza dell'albergo decadde anche lui con sua madre, che dal 1932 fino al giorno della sua morte, non abbandonò neanche per un giorno.
Nel 1943 in una lettera scritta a A.L. Furman, il curatore dell'antologia Mistery Companion, dichiara:
"Sono nato a New York nel 1906, ho frequentato la Columbia, il primo romanzo pubblicato è stato nel 1926 e nella mia vita non ho fatto altro che lo scrittore. Scrivevo già prima di laurearmi. Questo dimostra che non mi è successo poi molto. E questo rende la mia vita tra le meno intense o ricche di eventi da raccontare. Un giorno è uguale all'altro."
Da queste poche righe ne risultano due fatti incontrovertibili: in primo luogo Woolrich era un gran bugiardo, era infatti nato nel 1903 e non si laureò mai, e secondo fu un uomo estremamente solo e privo del tutto di stima per se stesso. Altrove descrisse la sua vita al Marseilles come quella di un insetto chiuso in un bicchiere capovolto: per quanto possa cercare di arrampicarsi sui lati del vetro, tanto ricadrà al suolo, prigioniero.
La sua infanzia, in Messico, un po' complicata a inseguire le attenzioni di un padre piuttosto distratto, la sua adolescenza, di nuovo a New York, con un nonno affettuoso, ma una madre possessiva, resero Woolrich un autore molto particolare e soprattutto un ottimo narratore di infanzie. Nella scrittura, nell'immaginario, costruì tutto quello che la vita sembrava avergli sottratto.
E ha inannelato una serie di perle letterarie tenute insieme da un unico filo: il brivido.
Chiuso nella sua camera d'albergo, senza mai rileggere o rivedere ciò che aveva scritto, lavorò come un matto: dal 1932 al 1948 dalla sua Remington portatile uscirono undici romanzi e più di duecento racconti. Dal 1948 in poi, anno della morte del padre, scrisse molto meno (non doveva dimostragli più la sua bravura) e soprattutto rielaborò e ricompose i materiali accumulati negli anni precedenti. Talvolta, anche spacciandoli per originali, a conferma di quel suo piccolo vizio di mentire.
Il cinema, Hollywood in particolare, si interessò a lui, ma lui anche in questo contesto non dimostrò grande interesse, anzi quasi un sottile astio. Furono proverbiali le sue lamentele perché non fu invitato da Alfred Hitchcock alla prima de La finestra sul cortile, presa dal suo racconto It had to be Murder del 1942.
Hitchcock, in particolare, si dimostrò il più affine di tutti alla poetica di Woolrich e con lui condivise l'insana passione per le storie di suspense.
Verrebbe da chiedersi se, nel girare Psyco, non abbia voluto in qualche modo mettere su pellicola, in grande sintonia con lo stile del suo alter ego, la complicata storia umana di Cornell Woolrich. Chissà.
Se dai suoi romanzi furono tratti molti film autoriali, primi fra tutti i due di Truffaut, invece, dagli anni Cinquanta, furono i suoi racconti, scritti compulsivamente per rivistucole di quart'ordine, a diventare soggetti per il cinema di genere. Lo stesso The boy cried murder del 1947, poi intitolato Fire Escape conta tre diverse versioni cinematografiche (1949, 1966, 1984).
Ora Fire escape, è diventato Scala antincendio. Da solo, o in un cofanetto che si intitola Bambini nella notte e lo vede affiancato a L'occhio di vetro (Through the dead man's eye, 1939), uscito nel 2019, rappresenta una finestra sulla letteratura noir, da cui anche i più giovani possono sbirciare nella letteratura pensata per i grandi.
 
 
Tanto L'occhio di vetro, quanto l'ancora più agghiacciante Scala antincendio sono racconti che hanno per protagonisti due ragazzini dodicenni.
Il protagonista del primo, Frankie, è il figlio di un detective della Omicidi che sta rischiando di essere retrocesso e di diventare un semplice poliziotto in divisa. Frankie decide di aiutarlo, cercando di offrirgli un 'caso scottante' da risolvere, per risollevare le sorti della sua carriera. Coincidenza vuole che in una sequenza di baratti tra ragazzini, nelle mani di Frankie arrivi un occhio di vetro in ottime condizioni. Si convince, non a torto, che quell'occhio di vetro che è stato trovato nel risvolto di un paio di pantaloni portati in lavanderia, sia appartenuto a una persona che è stata uccisa. Un occhio di vetro non è una cosa che si lascia in giro, il legittimo proprietario lo avrebbe cercato, reclamato indietro... Se non lo ha fatto è perché è morto.
 

Prima con un amico, poi da solo, Frankie decide di mettersi sulle tracce di quell'uomo piuttosto sospetto che ha ritarato quei pantaloni in lavanderia. Con il favore delle tenebre, pedina l'uomo, vede dove abita. Pensa di non essere stato visto, ma purtroppo per lui quell'uomo, dalla finestra del suo appartamento, lo vede mentre passeggia avanti e indietro sotto il suo portone. Ora Frankie è nei guai.
Una finestra è importante anche in Scala antincendio. Ed è il punto di osservazione di un delitto. Il protagonista della storia è Buddy, fervida immaginazione e inventore di grandi storie che ai genitori millanta come vere, ragione per cui non viene ormai più creduto, ma invece punito e suonato. In una bollente notte di luglio, Buddy decide di cercare sulla scala antincendio un po' di refrigerio per dormire. Esce dalla finestra della sua stanza dell'appartamento al quinto piano. 

Sale al sesto e mentre è lì sdraiato si accorge che la finestra che ha davanti non è chiusa del tutto e attraverso la tenda può vedere e sentire ciò che accade all'interno: un uomo e una donna litigano, all'improvviso irrompe un secondo uomo, evidentemente in relazione con la donna, e strangola il primo. La coppia decide di disfarsi del cadavere, così sentono le orecchie di Buddy, tagliandolo a pezzi con una lama di rasoio da barba. A quel punto il ragazzino non ce la fa più e decide di fuggire, ovvero di tornare nella sua stanza, ma purtroppo nello scendere a carponi si porta via inavvertitamente con i piedi la coperta, che la coppia aveva steso sul parapetto della scala antincendio. Quindi non è solo Buddy a spostarsi, ma anche la coperta... strano pensa la donna - quando se ne accorge e la vede al piano di sotto - in una notte completamente senza vento...
E qui comincia la grande corsa contro il tempo di Buddy, che dai suoi genitori non viene creduto, anzi chiuso a chiave nella sua stanza... non viene creduto neanche dai poliziotti del suo distretto che riesce a raggiungere fuggendo dalla stessa finestra. Ma in compenso è la madre stessa, inconsapevolmente, a denunciarlo alla donna del piano di sopra che è l'unica a credergli. Adesso lei ha la matematica certezza che nel mondo circola un testimone oculare di quel delitto. Ora anche Buddy, come Frankie, è davvero nei guai.
Fermarsi sull'orlo del precipizio, quello che in gergo è detto il kliffhanger, ovvero l'interruzione brusca di un racconto in corrispondenza di un momento di forte suspense, si rende qui doveroso nel rispetto di chi queste due belle storie avrà la bontà e l'ardire di leggerle.
La grande forza della scrittura di Woolrich sta nel ritmo, già all'epoca fu lo stesso Raymond Chandler a notarlo. I suoi racconti si possono definire turn pager, impossibile staccarsi dalla lettura fino al momento in cui si legge la parola fine. Abile costruttore di suspense, crea meccanismi perfetti in cui il lettore viene messo al corrente di fatti e circostanze che al contrario il protagonista ignora, in parte o del tutto. Il fiato si mozza nell'impossibilità di metterlo in guardia. La suspense si genera altresì quando è lo stesso lettore a trovarsi completamente all'oscuro degli eventi. Ciò genera una identificazione fortissima con il protagonista e il cervello del lettore si mette immediatamente a cercare come un matto per trovare il prima possibile una via di scampo per il protagonista. E quando la trova finalmente il suo cervello produce la meravigliosa dopamina che lo rilassa e lo mette di nuovo comodo sul divano.
E la vita vera di chi legge si separa da di finzione che è sulla pagina.
Woolrich maneggia questi meccanismi narrativi molto bene e non è un caso che spesso i protagonisti delle sue storie siano ragazzini, per convenzione i personaggi meno avvezzi a sapersi togliere dai guai.
Eppure Woolrich, in controtendenza, riconosce loro una dignità tutta diversa, una capacità di mettersi in gioco per altruismo, come nel caso di Frankie, o per puro amore della verità, come fa Buddy. I ragazzini di Woolrich fanno vite diverse e separate da quelle degli adulti e spesso e volentieri si trovano su posizioni di scontro. I grandi, a parte rare eccezioni, sono agli occhi di Woolrich pieni di sicurezze effimere e, alla resa dei conti, dei vigliacchi. La sua difficile infanzia glielo ha dimostrato in qualche modo.
Sullo sfondo di queste due storie, per esempio, ci sono adulti stanchi, strinati dal lavoro e dalle difficoltà della vita, oppure adulti senza scrupoli e assassini, oppure adulti distratti e falsamente sicuri del proprio ruolo.
Questa separatezza tra adulti e bambini, che all'epoca di Woolrich era la norma, è forse una delle ragioni per cui tanto L'occhio di vetro, quanto Scala antincendio sono entrati a far parte della serie di racconti di autori classici curata da Fabian Negrin, le Pulci nell'orecchio.
Si fanno compagnia con i bambini in cerca di risposte, sopravvissuti al disfacimento del pianeta, di Così semplice di Zenna Henderson. Condividono la solitudine e il senso di tradimento del piccolo Rudyard, di Bee bee pecora nera, spedito in Inghilterra dai genitori per studiare, o del povero Van'ka di Cechov. 
Buddy condivide la capacità di immaginazione con il bambino di Saroyan che in testa ha un nido di uccelli (Lo zio del barbiere e della tigre che gli mangiò la testa). La totale incomunicabilità di Buddy in famiglia è la stessa che provano i due fratellini che allevano il cane Rex, così come li racconta Lawrence. Lo sguardo attonito di fronte al disvelamento della crudeltà umana che è davanti agli occhi di Frankie e Buddy è la stessa che Matilde Serao dipinge sugli occhi di Canituccia. La caparbia ricerca della verità di quei due bambini americani è la medesima del bambino tedesco di Heirich Böll che scopre l'inganno della bilancia, ancora un imbroglio degli adulti.
 
 
Fabian Negrin li ha scelti e messi in fila, questi bambini e bambine, per dare loro un posto d'onore agli occhi del mondo. A tutti loro ha dedicato la copertina 'silenziosa' e lo ha fatto ogni volta declinando la propria arte espressiva dal trompe-l'oeil della tigre 'armena' alla colata di colore sul volto, che allude alla pittura di Richter, del bambino sopravvissuto al Tempo Dilaniato.
 
 
Dalla precisione fiamminga di Canituccia alla malinconica ironia della testa di pecora nera che mangia un sandwich d'erba, per Rudyard.
 

Fino allo slancio istintivo, potente, irrefrenabile, bestiale, nel salto di due bambini e di un cane. Fieri di esistere.
 
 
Carla
 
C. Woolrich,  Scala antincendio, illustrazioni Fabian Negrin 
(trad. Mauro Boncompagni), Orecchio acerbo 2021
C. Woolrich, L'occhio di vetro, illustrazioni Fabian Negrin
(trad. Mauro Boncompagni), Orecchio acerbo 2019

Noterella al margine. Per chi fosse incuriosito...


venerdì 15 gennaio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL RITORNO DEI CLUE


A poco più di sei mesi dall’uscita del precedente romanzo, ecco tornare in azione i Clue, Cecilia, Leo, Une e il cane Egon, già protagonisti de ‘Il mistero della Salamandra’. L’autore Jørn Lier Horst, noto giallista norvegese, ce li propone nuovamente all’opera in ‘Il mistero dell’orologio’.
L’ambientazione è identica, la cittadina di villeggiatura dove sorge la pensione Perla, diretta dal padre della protagonista, Cecilia; identici i personaggi di contorno, come il vecchio Tim, dispensatore di quesiti filosofici di grande rilievo.
Questa volta gli ingredienti dell’intreccio sono più chiari, rispetto al romanzo precedente: il mistero della scomparsa della mamma di Cecilia, avvenuta un anno prima, costituisce il filo conduttore che lega i vari romanzi: la comparsa di una foto, scattata poco prima della sua scomparsa, in cui lei porta un vestito diverso da quello indossato al momento del ritrovamento, aveva chiuso la storia precedente, lasciando il lettore in attesa di una spiegazione; la stessa cosa avviene anche in questo caso, grazie a un ciondolo che compare nelle ultime pagine.
Dunque sappiamo che c’è un mistero da risolvere, più complesso e doloroso di quello che di volta in volta vede impegnati i tre ragazzini nelle vesti di investigatori.
Anche questa volta, nel caso dell’orologio rubato, si susseguono indizi e personaggi misteriosi, di cui sfuggono le relazioni reciproche: c’è un furto clamoroso, di un anno prima, di cui si è reso colpevole un uomo cresciuto proprio lì e che, fuggiasco, si pensa sia ritornato nei luoghi della sua infanzia; c’è un tesoro da ritrovare, la ricca refurtiva del furto, comprendente un raro, preziosissimo orologio. Ci sono luoghi misteriosi legati al passato, come i bunker costruiti dai tedeschi. Infine, ci sono loschi figuri che si aggirano nottetempo intorno alla pensione, poliziotti privati che intervengono al momento giusto, tasselli che piano piano vanno al loro posto.
La trama è imbastita con grande mestiere, portando per mano la lettrice e il lettore a scoprire il senso dei tanti intrighi. Più efficace nel disegno generale, quello relativo al mistero della scomparsa della madre di Cecilia, soprattutto per la curiosità che suscita nel lettore, il breve romanzo si apprezza per due punti fondamentali: la ricostruzione d’ambiente, la vivacità dei personaggi secondari, i riferimenti storici, tutte cose che danno spessore alla narrazione. E, il secondo punto, le riflessioni filosofiche che compaiono spesso attraverso le parole del vecchio Tim, aprendo finestre su questioni importanti. Questa volta si parla, grazie alle parole di Agostino d’Ippona, del tempo e della sua natura. Pochi concetti sono più sfuggenti, definendo qualcosa che appare empiricamente evidente, ma concettualmente difficile da definire. E la nostra Cecilia si addentra nei paradossi, nei molti dubbi e nelle poche certezze che circondano uno dei termini più usati e meno conosciuti.
Non è certo Horst il primo scrittore di gialli a utilizzare la narrativa di genere per parlare anche d’altro, di una realtà storica, o sociale o umana: senza scomodare Simenon, basta pensare agli autori di noir americani o gli stessi giallisti nordici, a partire da Mankell.
Siamo di fronte a un esperimento interessante, che unisce la facilità di lettura, con una narrazione fluida e avvincente, a una certa densità di contenuti.
Consiglio la lettura alle lettrici e ai lettori magari un po’ pigri, a partire dagli undici anni, che apprezzino la fluidità del racconto, accompagnata dalla giusta dose d’intelligenza.
 
Eleonora
 
“Il mistero dell’orologio”, J.L. Horst, Salani 2021





 

lunedì 12 ottobre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VIT
 
Il grande Nate e la falsa pista, Marjorie Weinman Sharmat,
Marc Simont, (trad. Laura Bernaschi) 
Il Barbagianni editore 2020
 

NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Io, il Grande Nate, sono un gran detective. Ho appena risolto un grosso caso.

Non sembrava neanche così grosso stamattina quando è iniziato.Io e il mio cane Fango ci stavamo allenando attorno all'isolato. Abbiamo superato Annie e il suo cane Zanna. Abbiamo superato Rosamond e i suoi gatti, abbiamo superato Finley e il suo amico Pip. Poi siamo corsi a casa.
Ho notato un pezzo di carta davanti alla porta."

A penna c'era scritto la parola VIT. Vit? Che cosa poteva voler dire? Sul vocabolario non esiste e allora forse è solo un pezzo di una parola più lunga, come per esempio vitamina. Oppure poteva essere un pezzetto di una parola di un messaggio ancora più lungo. Con l'aiuto di Fango, Nate si mette in cerca, non prima di aver scritto anche lui un messaggio alla mamma, e non prima di aver fatto a pezzetti anche quello. Con un pancake in tasca i due si mettono in cerca e, strada facendo, incontrano amici e un altro importante frammento. i due pezzi di carta combaciano e la frase è completa e piena di senso, INVITO, VIENI A CASA MIA ALLE TRE. Manca solo un dettaglio: a casa di chi? L'intreccio si infittisce perché ora Nate e Fango hanno anche il tempo contato...
Ma il Grande Nate non si perde d'animo e prosegue la sua indagine. Tutti, lungo la strada, hanno completa fiducia nelle capacità del detective Nate. Tutti tranne uno, quel Finley lì che semina false piste. Sarà un caso?


Perizie calligrafiche, studi sui materiali, buona capacità di deduzione, perfetto tempismo e anche questo caso che si presentava complicato, perché corredato anche di falsa pista, si dipana e scioglie come gomitolo al sole.
Mai dubitare del grande detective che è grande perché risolve i casi, perché trova e scopre.
Il Grande Nate è tornato tra noi. Continua a a imperversare nell'isolato intorno a casa sua, continua a nutrire una passione per i pancakes, continua ad avere le amiche di sempre, ad aver un sano timore del cane Zanna e le solite perplessità nei confronti di Rosamond e della sua schiera di gatti neri. 
 
 
Se le ragazze subiscono il suo fascino, non altrettanto capita a Finley uno spilungone dagli occhi sottili che, per quanto Pip cerchi di convincerlo dell'imbattibilità del Grande Nate, decide di sfidarlo sul suo stesso terreno: l'indagine poliziesca.  
Il caso, sebbene si presenti di non semplicissima risoluzione, un po' più macchinoso dei primi due usciti a luglio, per di più complicato da false piste e vere invidie, continua comunque a essere alla portata dei suoi giovani lettori.
A parte questo, il piacere più grande sta nel ritrovarsi tra 'vecchi amici'. Riconoscere i personaggi, certe routine, come quella dei pancakes o dei bigliettini alla madre, che si modificano solo di poco per piccole varianti legate al diverso contesto. Piacevole è anche vedere come, accanto al gruppetto di base delle due amiche e dei loro animali, la piccola banda di quartiere si arricchisce di nuove entrate, anche se non propriamente simpatiche (ma ci vuole pur qualcuno che si immoli e faccia il 'lavoro sporco'). 
 

Altrettanto piacevole è constatare che l'ironia sottile dei primi due episodi è rimasta intatta. Il Grande Nate continua ad avere un'alta concezione di sé, ad essere attratto da Annie e impensierito da Rosamond, cosa che lo rende amabile e buffo. Amabile e buffo è anche il suo modo di ragionare a voce alta. Frasi brevi e lapidarie, che da un lato fanno sorridere e dall'altro permettono la lettura anche dei meno forti sul campo e, se lette ad alta voce, ne scandiscono il ritmo bello sincopato. 
"Grazie del grazie", "zanna di Zanna", sono due piccole perle.
 
 
Della grandezza della Marjorie Weinman Sharmat si è già detto altrove, peraltro.
E su tutto questo si diffonde ancora una volta il disegno di Marc Simont. Un gigante alle matite. Sul fatto che disegni di questo tipo siano una gioia per gli occhi mi pare dato incontrovertibile. Basterebbe solo guardare come ritrae i cani in movimento, come disegna espressioni e posture di animali, bimbetti e bimbette che discutono agli angoli della strada o sui gradini di casa.
 
Carla



mercoledì 15 luglio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SULLE TRACCE DELL'ETÀ D'ORO
 

Il Grande Nate, Marjorie Weinman Sharmat, Marc Simont 
(trad. Laura Bernaschi)
Il Barbagianni Editore 2020

NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)

"All'improvviso ha squillato il telefono. Speravo fosse qualcuno che mi chiedeva di mettermi alla ricerca di diamanti perduti, perle o un milione di dollari.
Era Annie. Annie abita in fondo alla strada. Sapevo che non aveva diamanti, perle o un milione di dollari da perdere. 'Ho perso un disegno? mi ha detto. 'Mi aiuteresti a cercarlo?' 'Certo' le ho risposto. 'Ho ritrovato palloncini , libri, pantofole e polli. Addirittura un pesce rosso. Ora io, il Grande Nate, troverò quel disegno scomparso'."

Il Grande Nate si mette sulle tracce del disegno scomparso dalla cameretta tutta gialla della sua amica Annie. Ispeziona con cura ogni angolo ma del disegno del cane giallo non ce traccia. Allora passa a mettere sotto la lente di ingrandimento gli unici tre personaggi che sono entrati in contatto con il disegno sparito: il cane di Annie, Zanna, la sua amica Rosamond e infine il fratellino di Annie, Harry.


Escluso il cane - che dovrebbe farsene di un foglio di carta colorato? - esclusa Rosamond che ama circondarsi di gatti - a casa sua ne ha ben quattro e tutti neri - non resta che Harry - così piccolo che non parla neanche bene. Con un pennello in mano, Harry è lì che dipinge tutto di rosso - a parte i fogli dove compare un pagliaccio, una casa, un albero e un mostro a tre teste - dà un paio di pennellate anche a una pantofola, a un po' di muro e una maniglia. Sotto il suo pennello finisce anche la maglietta e la faccia del Grande Nate. Sebbene il detective non la prenda bene, tuttavia non smette di pensare al caso e non molla l'osso. È a un passo dalla soluzione: osservare e dedurre è la cosa che gli riesce meglio, insieme a riempirsi la pancia di pancake.



Il Grande Nate è un detective di pochi anni. Di lui è importante sapere che: ama sopra ogni cosa i pancake; che prima di uscire per indagare su un nuovo caso, scrive sempre un messaggio a sua madre; che odia le piste fredde, ovvero i c.d. cold cases; che è piuttosto meticoloso e ha buone capacità deduttive; che è prudente, in particolare con i cani che non conosce; che non è interessato all'amore, per ora.


Detto questo, non si possono non notare un altro paio di cose interessanti riguardanti il suo percorso editoriale.
La prima: Nate è un personaggio a cui è stata dedicata una serie, pubblicata a partire dagli anni Settanta, per lettori alle prime armi (in questa prospettiva l'edizione italiana è anche caratterizzata da un'ulteriore attenzione per agevolarne la lettura, ovvero l'impiego di un font adatto ad alta leggibilità).
Di questo occorre essere contenti perché i libri del Grande Nate sono molto divertenti. Il primo, nel quale conosciamo il Grande Nate, è un caso legato a un disegno scomparso, il secondo, uscito in contemporanea, riguarda la perdita di una lista della spesa da parte dell'amico distratto di Nate.


E qui entra in gioco la seconda cosa che merita attenzione.
La capacità di equilibrare molto bene tanto la scorrevolezza del testo quanto la costruzione di un plot interessante per dei giovani lettori. 
Così come il testo è all'altezza di lettori in erba, lo sono altrettanto i casi da risolvere. Niente di complicato e irrisolvibile, al contrario accessibile a chi abbia almeno una volta nella vita maneggiato una lista della spesa o una ricetta oppure abbia usato gli acquerelli o le tempere. A questo occorre aggiungere il fatto che il Grande Nate permette ai suoi lettori di immedesimarsi in molti dei suoi atteggiamenti che lo qualificano a pieno titolo come bimbetto sveglio, quale effettivamente si dimostra. Ogni giovane lettore potrà riconoscere il proprio timore per i cani che non conosce, l' abitudine di tenere informata la madre degli spostamenti, certe passioni alimentari, certe idiosincrasie nei confronti dell'altro sesso. Allo stesso modo sono bambini anche tutti i suoi interlocutori e, non a caso direi, dei grandi non c'è traccia, se non evocati come entità di sfondo. 


Almeno finora e speriamo che duri.
Tutto questo è da ascrivere totalmente alla grandezza della Weinman Sharmat. Talentuosissima autrice americana che ha avuto in sorte di crescere culturalmente in un'America rivoluzionaria nell'ambito della letteratura per l'infanzia. 
Appartiene infatti a quell'età d'oro che ha generato talenti immensi. È sotto gli occhi di chi legge tanto la sua sottile ironia, di matrice ebraica, quanto la sua sensibilità e il suo onesto e attento modo di raccontare l'infanzia (è lei stessa a dichiarare ancora nel 2002 che l'ispirazione le è sempre arrivata dalla vita vera: a se stessa ascrive la passione per trovare le cose, e alla sua famiglia, per esempio, i nomi dei personaggi).


A ciò va aggiunto un altro elemento di grande efficacia e per nulla marginale: la costante presenza - totalmente paritaria rispetto ai personaggi a due zampe - degli animali, siano essi i gatti di Rosamond o i cani Zanna e Fango, con cui prendersi una vacanza all'ombra di un albero.
E qui entra il quarto motivo di interesse, il disegno, rispetto al testo altrettanto considerevole. Particolarmente felice quello dei cani, ma anche quello di bambini e bambine.
Un uso molto parsimonioso del colore ne denuncia l'età e il carattere 'economico' dell'edizione (b/n e colore alternati perché il foglio di stampa era colorato solo da un lato per risparmiare), ma è altresì segnale di un illustratore di ottima razza.
Marc Simont, per chi non lo sapesse, è stato un dei più geniali fumettisti e illustratori americani. Vincitore della Caldecott nel 1957, ha pubblicato oltre cento titoli e ha disegnato per i più grandi, tra cui Ruth Krauss nel suo meraviglioso The Happy Day del 1950 o lo stesso James Thurber con The wonderful O. Il segno del fumetto nella serie del Grande Nate è riconoscibile in quel tratto a matita nera così immediato e dinamico.
Anche lui, di quell'età d'oro è stato un'altra colonna portante.
Tutto questo è 'solo' per dire due cose:
Il Barbagianni in più di una occasione ha già dimostrato di essere capace di pubblicare gioielli e di farlo talvolta riscoprendo testi che arrivano da lontano nello spazio e nel tempo. Ripubblicare libri del genere significa, non solo, rendere noti i padri e le madri della contemporanea letteratura, ma anche contrastare una certa stereotipia e banalità imperanti in questo preciso settore editoriale che si distingue, a parte qualche felice eccezione, per essere esclusivamente onesto artigianato
E se davvero le cose stanno così, è giusto augurarsi che libri del genere entrino negli zaini di tutti i bambini e di tutte le bambine che quest'anno in vacanza dovranno -giocoforza- esercitarsi ben bene sulla lettura prima di rientrare trionfanti a scuola il 14 settembre.
E se lo possono fare divertendosi parecchio, ancora meglio.

Carla