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venerdì 4 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MOOOOOLTO PERICOLOSA

La litigata, Victoria Scoffier, Alain Laboile (trad. Caterina Ramonda)
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Stamattina Nil si ritrova di fronte una palla di pelo magrolina e un po’ sudicia, leggera come una mela: un gattino! 
La bimba se ne innamora all’istante. Lo chiama Nocciolino. 
I due diventano subito inseparabili. Già di primo mattino, pregustano con gioia i mille e più giochi da provare durante la giornata." 

Bambina, Nil, e gattino, poi gatto inspiegabilmente cresciuto in un soffio, da lei battezzato Nocciolino, diventano amici inseparabili. 


Sono entrambi piuttosto selvatici e liberi nella natura che circonda la casa. Giocano nel fango (a dire il vero lei gioca e lui si tiene a distanza e la guarda scettico). E la sera dormono (una fa finta e l'altro ha proprio gli occhi sgranati) entrambi in una scatola di legno che li contiene appena. Ma questa bellissima amicizia si interrompe un po' bruscamente quando Nocciolino, dopo aver segnato per l'intera notte le meraviglie dell'essere gatto libero (raffigurate da un gatto seduto nell'erba con occhi attenti) decide di esserlo, un gatto libero, e segue le orme di un suo simile che è passato nei paraggi. 
Nil non è affatto d'accordo e lui usa l'unica arma che ha, la graffia. 
Lei, a sua volta, usa la sua unica: gli urla contro che non lo vuole vedere mai più! 
Le loro strade si dividono. Con tutti i pochi pro e i molti contro che ci sono nella solitudine dell'una e dell'altro. Per non parlare del pelo bagnato e della pancia vuota... 
Più dell'orgoglio poté il digiuno? 

Per anni e anni di libri fotografici in Italia non se ne pubblicavano. O per lo meno ce n'erano pochi pochi (Munari a parte). Chi li voleva, doveva andarli a cercare altrove. I primi ad arrivare sono stati quelli concepiti per i più piccoli, immagine - oggetto o animale; immagine - espressione di un sentimento; immagine - colore di un oggetto. Poi con la consueta lentezza sono arrivati anche quelli, decisamente più impegnativi, che usano le fotografie per illustrare una vera e propria narrazione. 


Tra i rarissimi nati in Italia non va dimenticato il lavoro di Massimiliano Tappari che, ormai un bel po' di tempo fa, ci ha fatto vedere cose diverse da quello che era il soggetto della foto e ci ha costruito storie intorno: delle chiavi sono lo spunto per Parole chiave (Despina 2003) e i particolari di una moka diventano Coffee-break (Corraini 2013, 2024). Poi ha continuato la sua ricerca e i molti dei suoi libri, con i testi poetici di Chiara Carminati, sono diventati un canone. 
Alcuni cercano di seguirne il percorso, ma con risultati un po' fiacchi. 
In questi ultimi anni, la svolta. 
Si diffondono i libri per bambini in cui le foto diventano le illustrazioni. 
La casistica di come nascano libri del genere si esaurisce sulle dita di una mano. 
1) Chi fotografa per professione decide di costruire una storia e scatta foto ad hoc- come potrebbe fare un qualsiasi illustratore. 
2) Chi fotografa per professione decide di costruire una storia guardando il suo patrimonio di foto - come potrebbe fare un qualsiasi illustratore, aprendo un cassetto di suoi schizzi e bozzetti. 
3) Chi scrive e chi fotografa si conoscono e condividono una medesima idea di libro e decidono di convogliare i loro rispettivi talenti per dargli forma - come potrebbe capitare a scrittori e illustratori qualsiasi.  
4) Un editore chiede di fare foto ad hoc a un fotografo per illustrare una storia scritta di un altro autore. 
5) Chi scrive decide di costruire una storia ad hoc sulle immagini conosciute e apprezzate di chi fotografa. Questa categoria, a mio avviso, si dimostra la più pericolosa di tutte. A questa categoria appartiene La litigata


Victoria Scoffier, giornalista ed editrice, si innamora delle foto di un grande artista dell'immagine, Alain Laboile. Lei lavora nella rivista 6Mois che le pubblica. Come darle torto: sono pazzesche quelle foto di ragazzini bradi e mai in posa, rigorosamente in b/n. E lei è encomiabile per questo, perché lui è un assoluto talento con la macchina fotografica in mano. Anche se ci è arrivato quasi per caso nel 2004. 
La sua carriera di fotografo parte dalle foto in macro di insetti per poi passare a raccontare per immagini la crescita della sua numerosa famiglia, che razzola, sguazza, si diverte e si riposa (tra gatti e altri animali) nella casa di campagna che hanno nelle campagne intorno a Bordeaux. Le sue foto girano, in particolare in Francia e negli Stati Uniti, e il resto è storia: singoli scatti pubblicati su importanti riviste, libri di cui è unico autore dal 2012, mostre dal 2013 in poi. 
E nel 2017 Victoria Scoffier decide di scrivere e pubblicare con la sua casa editrice il libro La dispute, ossia un testo che lei scrive ad hoc, scegliendo come illustrazioni le foto di Laboile (o, viceversa, sceglie le foto che le piacciono di più e le tiene insieme con una storia). 
E così nella mia testa tornano a galla le poche parole che ho scambiato qualche giorno fa con Bernard Friot proprio sulla modalità n. 5. E su questa, per sua esperienza diretta, lui conveniva sul fatto che sia mooooolto (la sua o era molto ripetuta mentre lo diceva) difficile e pericolosa, per la qualità del risultato finale. 
Tornano anche a galla i miei pensieri espressi da qui sul delicatissimo rapporto di armonia, equilibrio e dialogo che deve esistere tra testo e immagine in un albo illustrato. Il pericolo che il testo diventi didascalia delle immagini o che queste non siano capaci di aggiungere nulla alle parole è sempre in agguato. Ragione per cui non tutti gli albi illustrati sono bei libri. 
Le cose che succedono in questo libro sono molteplici. Provo a elencare le principali. 


- La qualità delle foto è indiscutibile. A parte un paio di foto che paiono sgranarsi con l'ingrandimento eccessivo (ma forse è voluto e io sto prendendo una cantonata). 
- Testo e immagine fra loro fanno frizione più volte. Non si tratta però di quel meraviglioso gioco del contrappunto (immagine che smentisce testo o viceversa) che sfrutta il silenzio che esiste tra l'una e l'altro, ma piuttosto attestano un curioso disallineamento, una sorta di eco distorta tra i due codici. 
Non si contraddicono platealmente, il che sarebbe un bel gioco per il lettore, ma le parole (che arrivano per seconde nella fase di creazione) sono sempre un po' imprecise, rispetto a quello che l'occhio vede. 


- E poi il nocciolo della questione non convince. Il lettore riconosce la rabbia di quella bambina che si vede sfuggire il gatto. Riconoscerà altrettanto la ricerca di libertà del suddetto gatto. Riconosce forse anche i goffi tentativi di Nil di trovarsi amici alternativi e riconoscerà che avere uno scarabeo per amico non sia proprio il massimo per lei. Riconoscerà anche il fastidio di un gatto di avere pancia vuota e pelo bagnato. Ma poi cosa accade? Il gatto, essendo gatto, decide di tornare per fame e per freddo (la noia, perché aggiungerla?). E quindi la questione dell'amicizia ricercata e voluta da entrambi non sta tanto su.


E poi c'è da chiedersi: è proprio indispensabile dire così tanto, e dirlo con quel tono così "dolce" (un tantino dissonante con i contrasti del bianco e nero, dei fuori fuoco e con quel bel piglio selvatico di Nil)? Ed è altrettanto necessario dire e ridire a chiare lettere che Nil dovrà lasciare maggiore libertà a Nocciolino, per rispettare la sua natura di gatto? Perché l'amicizia non passa per il possesso? 
Il libro, quando fu concepito e pubblicato in Francia, presumo avesse l'intento di parlare a bambini piccoli, non a bambini incapaci di capire (ma poi ne esistono?). 

Carla 

Noterella a margine. L'idea di scrivere questo post nasce dall'esigenza di mettere in ordine i pensieri su questo libro. Libro, che ha raccolto tra amici di cui mi fido pareri controversi. Da entrambe le parti - gli entusiasti e i delusi - mi è stato chiesto di argomentare il mio punto di vista ed è quello che con sincerità ho cercato di fare. Mi scuso di averlo fatto pubblicamente da qui.

lunedì 6 maggio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’ARTE DI ANDARE IN PEZZI


A chi non è capitato di trovarsi, in alcuni momenti della propria vita, di fronte ai frammenti delle proprie certezze per un lutto, una separazione, un brusco cambiamento di orizzonti?
Questo tipo di passaggi di vita, particolarmente difficili, accomuna tre ragazzi che frequentano la stessa scuola in una cittadina della Pennsylvania. Di questo parla il romanzo di Paul Acampora, ‘L’arte di andare in pezzi’, tradotto da Aurelia Martelli e pubblicato da Edt Giralalngolo.
Dunque, i personaggi: il primo, Oscar, è una promessa della squadra di football della scuola; ha perso da poco la sorella più piccola, Carmen, e non riesce, come è giusto che sia, a farsene una ragione. Poi c’è Noah, un ragazzino cresciuto fino a quel momento con la homeschooling; figlio di due artisti, è stritolato dalla loro recente separazione. Infine, Riley, una ragazzina fuggita con la madre da Philadelphia, dove hanno subito una rapina, per ritornare nel luogo dell’infanzia materno, distante anni luce dalla vita brillante, e pericolosa, di una metropoli.
Frequentano tutti e tre il corso di modellazione dell’argilla, con risultati molto diversi: Noah, figlio di ceramisti, è quasi un professionista; Oscar ce la mette tutta, Riley è proprio una frana.
Ma, ed è questo il filo conduttore della storia, essere amici, magari quasi per caso, significa sostenersi e aiutarsi nelle piccole e grandi cose: imparare a modellare in modo decente, resistere alla terribile notizia che non si potrà più scendere in campo, combattere contro i fantasmi del passato.
Seguiamo le storie dei tre ragazzi, che ci raccontano in prima persona, alternandosi di capitolo in capitolo, quanto gli avviene quotidianamente a scuola e a casa, spesso vivendo la stessa scena da punti di vista differenti.
La frequenza al corso di modellazione costituisce un po’ il filo conduttore che unisce i vari passaggi nelle vite dei tre amici e fornisce lo spunto per una metafora neanche troppo nascosta: come nelle tecniche giapponesi dei raiku e del kintsugi, che si fondano proprio sulla valorizzazione delle imperfezioni, delle fratture, sulla capacità di mettere insieme, in modo esteticamente impeccabile, i pezzi di un elemento apparentemente rotto; nello stesso modo, secondo l’autore, l’arte della sopravvivenza consiste proprio dal rimettere insieme i pezzi che un trauma ha disperso, ben sapendo che quella ferita non scomparirà.
Tutto questo i nostri personaggi non lo sanno, sono quattordicenni alle prese con una vita difficile; ma, questo è quanto ci racconta il romanzo, insieme riusciranno a rimettere insieme i pezzi delle loro vite e ad andare avanti.
Certo, il messaggio è espresso anche troppo chiaramente, ma questo romanzo ha diversi pregi: in primo luogo l’ironia, che pervade il racconto e alleggerisce le situazioni, di per sé drammatiche. In secondo luogo, la credibilità dei personaggi minori, lo zio prete, le mamme di Riley e di Noah, il coach, l’insegnante di modellazione: nella loro fragile umanità, sono ritratti di adulti imperfetti, ma non assenti.
Infine mi sembra appropriata la metafora della modellazione, con i riferimenti all’interessante estetica giapponese. Così come il richiamo al potere salvifico dell’amicizia, di cui ragazze e ragazzi hanno tanto bisogno.
Lo stile scorrevole e il ritmo sostenuto rendono la lettura adatta a ragazzi e ragazze a partire dai dodici anni.

Eleonora

“L’arte di andare in pezzi”, P. Acampora, trad. A. Martelli, Edt Giralangolo 2024

NOTERELLA AL MARGINE
Una piccolo nota sulla traduzione: viene usato sistematicamente il termine ‘modellaggio’, invece di modellazione. Mi sfugge la motivazione o la particolare interpretazione.


lunedì 29 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE QUESTION

Da grande sarò una foca, Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"La sera, io e mamma parlavamo del mare. 
Di solito le portavo una bella pietra o una conchiglia rara, e lei in cambio mi raccontava cos'altro ci fosse sott'acqua: sirene, vere lamprede dai nove occhi, ragazze-gamberetto, dugonghi di corte, calamarchesi, meduse mortali..." 

Questo bambino non ha mai dovuto imparare a nuotare. Lo ha sempre saputo fare. Vive con la sua mamma e il suo papà in una casa fuori dal paese, in riva al mare e quando non deve aiutare sua madre nei lavori in casa e in giardino, torna in acqua e nuota, nuota. E nuota. Suo padre fa il pescatore e sta per giorni lontano da casa, al largo dove ci sono i banchi dei pesci. E quando sono soli, mamma e figlio, lei gli racconta cose meravigliose sulla vita nel mare. Pieno di stupore, il bambino si interroga: ma come fa lei a sapere così tante cose se non mette mai neanche un piede nell'acqua? Eppure è così, racconto dopo racconto. 

© Nikolaus Heidelbach

Tra i tanti, c'è anche quello delle foche che, con il plenilunio, vengono a riva e, dopo essersi spogliate della loro pelle, sono veri esseri umani. L'importante per loro è tenere vicino la propria pelliccia per poter tornare nel mare, quando si è vissuto abbastanza come persone. 
Ed è forse questa storia che porta quel bambino a cui piace tanto il mare, a credere che suo padre sia una queste creature, un po' foca un po' uomo: d'altronde a notte fonda lui lo ha visto spostare dal capanno proprio una lucente pelliccia di foca, la sua, e di chi altrimenti? 

Si può gioire dell'arrivo di questo libro per diverse ragioni. 
La prima è legata alla bellezza intrinseca della storia che è una delle tante versioni esistenti in letteratura di un mito diffuso tra l'Irlanda, la Scozia e le isole Fær Øer e l'Islanda: quello delle selkie, creature del mare, foche, che hanno la capacità di prendere le sembianze umane, se si spogliano della loro pelliccia.

© Nikolaus Heidelbach 

La seconda è che una delle tante versioni letterarie è un libro di Nikolaus Heidelbach. 
La terza è che questo libro sia finalmente arrivato anche qui, con Logos. 
Il mito delle selkie, come tutti i miti, pone diverse questioni di carattere universale: la prima delle quali ruota intorno al senso di appartenenza. 
La pelle che ci contiene è in qualche modo un segno distintivo che qualifica le nostre radici. Ma pone anche una questione importante riguardo alla scelta della propria identità che può essere molteplice e comunque sempre risultante da una volontà personale. 
E legata ugualmente a entrambe arriva la terza ma non ultima questione: la chiave 'genetica' della trasmissione dei saperi, attraverso le generazioni. Da cui, la chiarezza del titolo. 
Dunque: appartenenza e identità. 
In questa prospettiva il mito della donna foca si moltiplica, come sempre accade, secondo diverse sfumature, ma su una circostanza è piuttosto concorde: la determinazione finale sul senso di appartenenza. Tutte le donne foca tornano al mare. 

© Nikolaus Heidelbach

Il ritrovamento della loro pelliccia, nascosta, conservata, sottratta, questo poco differenzia, ne riaccende come per incanto il legame primigenio e insopprimibile. Quello stesso legame che fa dire ad alcuni, quando pensano alla loro 'casa' dove finire in pace la propria esistenza, io là devo tornare. 
Ci si potrebbe interrogare a lungo sul senso, o per meglio dire, sulla direzione che diamo alla nostra vita. Aver costruito un percorso che abbia una andata e un ritorno è una scelta condivisibile? 
Ma forse qui ha più senso chiedersi quale prezzo siamo disposti a pagare per farlo. Nella mitologia legata alle selkie anche questo punto è sostanzialmente concorde: nel partire lascia tutto ciò che ha costruito sulla terra, compresa la prole. 
E qui si apre uno dei tanti scenari scomodi, quegli stessi scenari scomodi che Heidelbach cerca con determinazione e costanza con l'obiettivo di metterli dentro un libro illustrato per farli arrivare a chi di dovere. 

© Nikolaus Heidelbach

Credo di non allontanarmi troppo dal vero se penso che il buon Heidelbach lo faccia in modo programmatico, con l'intento di voler raccontare la verità, di voler raccontare la complessità dell'infanzia per quella che è e quindi scompaginare certe sicurezze, che appartengono al mondo degli adulti e che gli adulti si danno un gran daffare a inculcare nella testa dei bambini. 
Una di queste - peraltro distante da quella che è l'esperienza del reale che molti bambini possono aver sperimentato - è quella che mamma non ti lascerà mai. Affermazione che già di per sé crea un bel po' di guai. 
La seconda, da questa derivante, ha a che fare con la lontananza che non è di per sé - ad eccezione del territorio italiano - un sinonimo di disinteresse o mancanza d'affetto verso chi si lascia. 
Non a caso, Heidelbach dice la sua al riguardo, senza spendere neanche una parola, ma disegnando una scena che in questo senso è inequivoca. Ma forse per un adulto, non abbastanza rassicurante. 
Arriva con chiarezza addirittura a libro chiuso. 
E qui entra la terza ragione per cui gioire. La poetica di Heidelbach che ancora una volta valica le Alpi e tenta la conquista di un territorio per lei quasi vergine e inesplorato. Due soli i suoi libri che Donzelli ancora tra il 2010 e il 2011 ha pubblicato in Italia: Cosa fanno le bambine? e Cosa fanno i bambini?. Miracolosamente hanno retto per tutti questi anni, ma mentre galleggiavano si constatava il fatto che il pubblico italiano adulto reagiva con poco entusiasmo. Troppo inquietanti quei silenzi che avvolgevano le tavole, troppo preoccupanti quegli sguardi in tralice dei bambini e delle bambine protagoniste, troppo perturbanti i nessi tra il pochissimo testo e l'immagine, troppo diseducativi gli scenari. E poi, esiguo e preoccupante, al limite dell'offensivo, il ruolo dato agli adulti in scena. 
Va da sé che se, messi in mano ai bambini e le bambine, entrambi i libri hanno un grande successo e aprono discussioni accese che possono durare intere giornate. 
Ma è un fatto che i libri li comprano i grandi. Dopo accurato e prudente pensamento. 
Così solo alcuni donchiscittoeschi adulti hanno perseverato nel divulgare la conoscenza di questo autore. E io, modestamente, tra loro. 
Ma fortunatamente il tempo passa e - dai e dai - certi ragionamenti sono diventati, almeno a parole, parte di un pensiero più condiviso, più sdoganabile nell'ambito della pedagogia della lettura. 
© Nikolaus Heidelbach

La grande question è la seguente: riuscirà la leggenda della donna foca a farsi conoscere e a mettere radici nelle teste di chi la legge? Riuscirà a non sembrare uno sproposito quello di far ricadere su un bambino una responsabilità del genere? Riuscirà a passare una famiglia che si frantuma così? Riuscirà finalmente a diffondersi anche qui la grande arte di Heidelbach? Riusciranno le sei magnifiche tavole mute a raggiungere lo sguardo incuriosito di ragazzini e ragazzine, così come è accaduto con 'la ridda selvaggia' di Sendak o come è successo con 'le fotografie immaginarie' di Wiesner per Flutti/Flotsam? Riuscirà il freddo e scuro Mare del Nord a imporsi sul solare mare nostrum? Riuscirà ad arrivare ai bambini il fatto che il mondo dei grandi talvolta è inspiegabile? 
Vedete un po' che potete fare... 

Carla

mercoledì 29 marzo 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ENTRARE E USCIRE DI SCENA

Zio elefante, Arnold Lobel (trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Un giorno mamma e papà partirono per un giro in barca. 
 Io non potevo andare con loro: avevo mal di gola e mi colava la proboscide. 
Andai a casa e mi infilai a letto. 
Scoppiò un temporale. La barca non tornò indietro. Mamma e papà erano scomparsi in mare. 
Ero solo. Restai seduto sul letto con le tende tirate. 
Dopo un po’ sentii la porta che si apriva. 
'Ciao, sono zio elefante' disse una voce. 
Guardai zio elefante. 'Che cosa stai fissando ?' mi chiese lui. 
'Ah, ho capito, stai guardando le mie rughe.'" 

Effettivamente sono proprio le rughe che hanno attirato l'attenzione del piccolo elefante orfano. 


Zio elefante ne ha moltissime e ne è perfettamente consapevole. È vecchio.
Con la stessa sicurezza con cui ha apostrofato il piccolo, lo porta via di lì, da quella stanza buia con le tende tirate e se lo porta a casa, in treno. Lì i due fanno un po' di conoscenza e contano diverse cose per ingannare il tempo. 
Arrivati a destinazione, lo zio accende una lampada a olio, per poi spegnerla subito dopo, visto che è abitata di un ragno che non ha gradito il calore e l'intrusione.
Cena a lume di candela e la mattina dopo il saluto all'alba, a cui si accoda anche il piccolo. 


Brevi presentazioni con i fiori, quindi passeggiata dove arrivano gli schricchiolii per zio elefante che possono curarsi solo tornando verso una comoda poltrona. 
La vecchia poltrona comoda fa venir voglia di raccontare una storia. Ma poi arriva la malinconia e anche le lacrime. 
Zio elefante trova un buon modo per superarla e sfodera anche la sua vena di cantautore. 
Insomma il tempo passa veloce fino al giorno del telegramma... 


Molte cose colpiscono nella costruzione di questa storia, divisa in nove capitoli.
A parte, ovviamente la grande qualità del disegno, qui con mezzetinte che ruotano dal rosa al grigio. Perfette per disegnare elefanti. 
La prima che colpisce ha a che vedere con la rapidità. 
Tutto succede in modo fulmineo. Niente lascia presagire gli eventi nella loro sequenza. Questo è un modo di raccontare che un bambino potrà riconoscere come familiare: nessun preambolo, nessuno slittamento verso i margini, nessuna possibilità di distrazione: tutto deve andare dritto al sodo. 


Tra la riga 8 e la riga 10 l'elefante è già orfano. E alla riga 15 si è già aperta la porta e ha fatto la sua comparsa zio elefante.
Bell'andatura!
La seconda ha a che vedere con le apparizioni/sparizioni, ossia con le entrate/uscite in/di scena del tutto imprevedibili e addirittura inspiegabili. Ne elenco solo alcune: scoppiò un temporale/la barca non tornò indietro oppure sentii la porta che sia apriva/Ciao sono zio elefante, o ancora prese una lampada dalla mensola e l'accese/ehi voi, disse una vocina
La terza ha a che fare con la precisione e la metodicità e un certo gusto per gli elenchi. A partire da quello iniziale riferito alla grande quantità di rughe del vecchio elefante. 
Ribadito, durante il viaggio in treno, questo gusto per l'esattezza si fa concreto nel conteggio di varie cose: dai pali della luce ai campi, fino ad arrivare alle bucce delle noccioline, unica cosa che i due riescono a contare con la necessaria calma. 
Si ripetono con metodo i conteggi e vengono messi in elenco. 
Ma a ben vedere questa precisione e amore per l'esattezza e il metodo sono sparse ovunque: dal rituale del saluto all'alba, alla presentazione del nipote fiore per fiore, al modo di farsi passare gli schricchiolii. Per non parlare della precisione con cui mette in elenco ciò che l'armadio di zio elefante contiene, generandone uno speculare quando tutta quella roba la indossa. 
La quarta ha a che fare con minuscoli colpi di genio che Lobel dissemina qui e lì. Il primo dei quali si manifesta in quelle tende tirate che rappresentano un gesto tangibile e visibile del lutto e del dolore del piccolo elefante. 


Altro piccolo colpo di genio è il gioco dei vestiti che mette in atto lo zio elefante: a ben pensarci è fatto di nulla eppure è visivamente meraviglioso, quanto efficace. 
Per non parlare dei giochi di proboscidi che si intrecciano che si sfiorano che si toccano e che, in assoluto silenzio verbale, testimoniano cura, calore e affetto reciproci. 
Ma la migliore è senz'altro la specularità tra la porta di entrata e quella di uscita.
 

Ecco, dunque: cura, calore e affetto sono dappertutto. La storia in sé si tiene sulle tre cose, ma, cucito insieme esiste anche un quinto elemento che Lobel inserisce, senza parere. 
Imbastita, diciamo così, nella fodera, ossia all'interno della storia che zio elefante racconta al nipote, c'è una bella inversione di ruoli che vede il piccolo prendersi cura del grande, o per meglio dire, del vecchio.
La preziosa stoffa di Lobel!

Carla
 

venerdì 15 luglio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BERNIE, L'ANGELO CUSTODE 

Il segreto della Hudson Queen, Jakob Wegelius (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

 "Mi ci vorranno settimane per completare il racconto, forse un mese intero, ma se vuole può leggere via via che procedo nella stesura. Ogni sera metterò nel salone, sul tavolino di mogano accanto al pianoforte a coda, le pagine scritte durante la giornata. La macchina da scrivere che mi ha prestato è eccellente. Non avevo mai usato un'Imperial." 

Sally Jones è ospite di Madame, in Francia, nella sua ricca residenza e si appresta a raccontare - come già le abbiamo visto fare in passato - gli avvenimenti che hanno contrassegnato l'ultimo suo anno di vita. Lasciata Lisbona, Ana Molina e il signor Fidardo, entrambi puntano verso la Gran Bretagna, in Scozia, perché hanno in progetto di cercare di restituire alla legittima proprietaria una collana di perle molto preziosa che casualmente loro hanno ritrovato all'interno del timone della Hudson Queen: uno dei segreti che la loro barca, che ancora malconcia in attesa di restauro, ha nascosto per molto tempo. 
Questa è la avventurosissima storia del loro viaggio verso il nord, delle loro vicissitudini con la malavita locale, con i contrabbandieri di whisky durante il proibizionismo, dei loro incontri con alcune persone meravigliose e con altre malvagie e senza alcuno scrupolo, i loro allontanamenti e ritrovamenti, il loro viaggio di ritorno. 

Con la perfezione del cerchio, il libro parte da un punto per poi ritornarci dopo 463 pagine di racconti avvincenti e di figure indimenticabili. 
Che Jakob Wegelius sia uno scrittore eccellente è cosa nota. 
Che, oltre a questo, il suo primo romanzo di avventura che ha come protagonista la gorilla Sally Jones, e il suo libro illustrato che li ha anticipati, siano letture imperdibili è dimostrato dai fatti. 
E di questo non si dirà nulla qui. 
Mentre ha forse senso sottolineare una caratteristica che li accomuna. 
La capacità rara che Wegelius nel 'disegnare' anche in senso più metaforico i suoi protagonisti. 
Non credo sia mai casuale che al principio del libro, ancora prima di qualsiasi parola, Wegelius metta in sequenza una galleria di ritratti dei protagonisti e dei personaggi principali (mancano forse all'appello un detective incauto e un gentleman in bolletta), disegnati secondo la sua cifra che lo rende riconoscibile a distanza. 
Lo fa, anche a livello visivo che decisamente ha un effetto sul lettore molto più immediato, per dare spessore a quello che credo vada riconosciuta come una grande qualità della sua scrittura: la profondità di indagine di ciò che la complessità dell'umanità rappresenta. 
Se da un lato Wegelius è - innegabilmente - un abile costruttore di intrecci, visto che tiene incollati alle pagine i suoi lettori fino alla fine - dall'altra è un sensibile e acuto osservatore dell'animo umano. 
E come se non bastasse dei punti di forza e di debolezza che segnano le singole persone è in grado di offrire una visione in profondità, con la rara capacità di non vederne e restituirne i toni forti, ma anche tutte le sfumature. Questa particolare prospettiva fa sì che ciascun personaggio venga indagato fin nelle più remote profondità e ci venga quindi restituito nella sua complessità. 
Come nei suoi disegni: pieni di luci e ombre per dare loro corpo. 
Porsi in questo modo nell'atto di concepire un romanzo, una storia, ha spesso significato non limitarsi mai personalmente, e di conseguenza neanche costringere i propri lettori a farlo, a una visione dicotomica e assoluta dell'esistenza. Il Male non è mai solo il Male e il Bene non è mai solo Bene. Anche se nella sua galleria di personaggi, o forse sarebbe più corretto dire di persone, più volte si incontra la malvagità e la bontà quasi allo stato puro. 
Farlo in libri che sono pensati per lettori in crescita credo assuma un valore ancora più significativo. Ma non ne dirò la ragioni, in modo che ciascuno possa trovare le proprie. 
Nel Segreto della Hudson Queen, rispetto al precedente La scimmia dell'assassino, sembrerebbe che il lavoro di introspezione dei personaggi addirittura in alcuni punti predomini la sequenza dei fatti. 
Come se Wegelius, in una scrittura ancora più matura, avesse deciso di mettere a fuoco più che la complessità che richiede un romanzo di avventura e di viaggio e di incontri, molto di più lo spirito con cui questi viaggi, avventure e incontri vengono affrontati e vissuti. 
Chiuso il libro, la percezione che resta più viva, è quella di essere accompagnati da alcuni di questi personaggi/persone delle quali non vorresti mai dimenticarti. Uno su tutti è Bernie. 


Forse lui più di altri incarna la bontà. Una bontà che, conosciuta tutta la sua storia, nasce - nel suo caso - dalla purezza, dall'ingenuità e dalla sofferenza personale. Il suo passato, pieno di male subito, sembra essere la ragione per la quale Bernie sia oggi così buono con tutti. 
La sua testa, squassata da anni di pugilato fatto male, lo rende vulnerabile, indifeso e fragile, ma nello stesso tempo lo trasforma in una forza e non solo muscolare. 
Lui è di fatto lo scudo di protezione, così mi immagino siano gli angeli custodi, di una gorilla piena di guai. 
Libro ancora più imperdibile del precedente. 

Carla

lunedì 24 agosto 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DIVISA IN DUE


L’ultimo romanzo della scrittrice americana Sharon M. Draper, ‘Divisa in due’, pubblicato nella collana Feltrinelli up, affronta il tema delicato di chi sta a metà strada, ma solo apparentemente, fra due gruppi etnici.
La protagonista, Isabella o Izzy, è in realtà doppiamente divisa in due, in quanto figlia di divorziati con affido condiviso, quindi abituata a vivere in due case, a settimane alterne, condividendo la quotidianità, di volta in volta, con la madre e il suo nuovo compagno, e con il padre, la sua nuova compagna e il figlio di lei.
Già questo, di per sé, è un bel problema: due case, due camere, due zaini, due abitudini e stili di vita, cui lei deve comunque assoggettarsi, per non mettere ulteriore scompiglio nella sua vita affettiva. A sostenerla, oltre all’immutato affetto dei genitori, ci sono le amiche.
Ma la situazione di Isabella è in realtà complicata anche da un altro fattore: è figlia di una bianca e di un afroamericano, è uno splendido mix di caratteristiche che però le creano diversi problemi, che emergono in tutta la loro gravità, a scuola.
Isabella ha undici anni, quasi dodici, frequenta la scuola media, una scuola in cui convivono ragazze e ragazzi di tutti i gruppi etnici, all’interno di un quartiere residenziale il cui cuore è, indovinate un po’, un centro commerciale. Siamo in Ohio, a Cincinnati, e non sembrano esserci grosse tensioni razziali.
Eppure. Eppure, a scuola, la sua amica Imani trova nel suo armadietto, dopo una discussione in classe, un cappio. E’ così che Isabella prende coscienza di cosa significhi essere diversa, non solo per lo stile di vita inconsueto, ma anche più radicalmente, per il colore della pelle. All’inizio non sa come gestire il suo essere a metà strada, avere i capelli crespi e gli occhi chiari, una carnagione che non è a pieno né l’una né l’altra. Poi, man mano che prende coscienza del reale significato , si rende conto di essere fiera delle sue origini afroamericane.
L’autrice, che aveva già firmato il fortunato ‘Melody’, ha un’impostazione narrativa ben riconoscibile, nel raccontare presa di coscienza e ricerca di soluzioni nuove per gestire i problemi; tutto sembra evolvere per il meglio, anche troppo direi, in una realtà che ruota intorno agli stereotipi americani delle sale bowling, centri commerciali, hamburgherie, senza troppi drammi, denaro che non manca, solidarietà scontata e così via. Molto edificante e un tantino didascalico. Ma, come nel precedente romanzo, arriva il colpo di scena: mentre stanno andando a un concorso di pianoforte, Isabella è un’eccellente aspirante pianista, lei e il fratellastro Darren vengono fermati dalla polizia e, poiché sono neri, la storia non finisce bene.
Evidenti gli echi del movimento ‘black lives matter’, nato pochi anni prima della scrittura di questo romanzo, nel 2016.
L’episodio finale interrompe la corsa verso uno scontato happy end, mette il lettore e la lettrice di fronte a una verità scomoda: che i pregiudizi razziali, etnici, non risparmiano nessuno e sono così trasversali da cancellare anche i privilegi della classe media di colore. Certo, povertà, sfruttamento, sessismo si innestano sul razzismo per creare sistemi di esclusione sociale potentissimi; vale per l’America, vale per l’Italia, basti pensare allo sfruttamento dei migranti nelle campagne.
E’ difficile immaginare tutto questo in un romanzo per ragazzi e ragazze all’inizio della scuola media. In ‘Divisa in due’ troviamo una fotografia tutto sommato benevola delle complesse problematiche che una ragazzina così, a metà strada fra due genitori separati e due gruppi etnici, deve affrontare.
Un romanzo un po’ squilibrato, tutto slime a forma di cuore e indigestione di gelati nella prima parte, e poi un po’ troppo superficiale nel rappresentare la violenza della polizia e il peso delle discriminazioni razziali nel finale. Ma, nonostante questo, è un buon romanzo, dalla scrittura scorrevole, improntata su capitoli brevi che alternano le settimane con la mamma e quelle con il papà. In ogni caso, un primo approccio a temi attuali e imprescindibili per lettrici e lettori a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Divisa in due”, S. M. Draper, Feltrinelli 2020


lunedì 30 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUESTO LATO DEL LIBRO E' FANTASTICO!

Il muro in mezzo al libro, Jon Agee (trad. Giusi Scarfone)
Il Castoro 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Il muro protegge questo lato del libro...
dall'altro lato.
Questo lato del libro è sicuro.
L'altro no.
Ma la cosa più pericolosa dell'altro lato del libro
è l'orco."

Nessun problema. Basta essere dal lato giusto del libro e del muro che lo divide a metà. Il piccolo cavaliere è convintissimo di esserlo, dal lato sicuro. Effettivamente, a ben vedere, dall'altra parte si erano riuniti un rinoceronte, un gorilla e una tigre che avrebbero potuto rappresentare un pericolo per lui, se non fosse arrivato quel topino a metterli tutti in fuga...


Dall'altra parte del muro c'è anche l'orco che tuttavia non sembra essere cattivo, forse solo un po' severo nei confronti dei topini. Di sicuro l'orco ha un miglior udito del cavaliere, perché - nonostante il muro - sente un sospetto gorgogliare di acqua che non ci dovrebbe essere. Ripreso per un pelo, il cavaliere viene salvato dall'orco, che lo mette in salvo dalla propria parte del muro: quella sbagliata?

Il piccolo cavaliere, così pare intendersi, è un tipino preciso. Rimette in sesto il mattone caduto e ha idee chiare su quello che il muro nasconde, nonostante non abbia modo di vedere al di là. 




E qui si apre tutta la questione di grande importanza che ha a che fare con la simbologia che un muro porta con sé e con il tipo di relazione che un muro genera inevitabilmente tra chi e qui e chi è al di là: dal momento della sua costruzione fino a quello della sua demolizione. Interessante quanto manichea è la prospettiva di un lato buono e di uno cattivo, di uno giusto e uno sbagliato. E ancora più interessante l'idea che si pensi di essere nel giusto quando si è invece dal lato sbagliato...E il divertimento nasce non solo dall'errore, ma dal fatto che chi legge è immediatamente al corrente di come stiano veramente le cose.
Tutti i ragionamenti intorno al muro non sono una novità, tuttavia l'idea di piantarlo nel luogo fisico di un libro illustrato che genera più problemi agli illustratori non è casuale, come a dire che quel punto della pagina costituisce sul serio un limite invalicabile. Per chi disegna, la piega della rilegatura è una dannazione ma anche un cimento che può essere affrontato in modo creativo. Quello spazio può essere interpretato dall'illustratore sulla doppia pagina come un 'pozzo' scuro dentro cui anche il segno può sparire (L'onda, La gara delle coccinelle) oppure può essere letto come un limite invalicabile (Di qui non si passa!); Jon Agee racconta di quale sia stato il suo percorso per arrivare a concepire la storia finale così come la si legge oggi: dapprima l'idea era quella di 'immaginare', come Suzy Lee, che quel taglio fosse un luogo 'invisibile' ma invalicabile per i disegni della pagina di destra rispetto a quelli di sinistra, successivamente ha pensato a rocce, vulcani e mandrie di rinoceronti, ma non era abbastanza per costruirci una bella storia, fino al momento in cui, avendo disegnato, blocchetto dopo blocchetto, un bel muraglione e avendoci messo un personaggio che ragiona sui versanti che un muro inevitabilmente crea, ha percepito che il racconto stava prendendo corpo.



Il disegno che solo apparentemente sembra al tratto, è stato rielaborato il buona parte in digitale. Circostanza questa che testimonia di come Agee, al pari di un altro maestro del digitale quale è Jon Klassen, abbia la capacità e sensibilità di dosare l'intervento di Photoshop solo per lo stretto necessario, evitando sempre e comunque l'appiattimento del disegno. 
Qui, diversamente rispetto al Piccolo B, manca la sua bellissima linea di contorno nera, spiega ancora Agee, perché in questa storia i personaggi devono essere veri e propri modellini tridimensionali di loro stessi. In questo senso, il paragone con Lionni colpisce immediatamente lo sguardo: forme di colore su fondo bianco. La differenza semmai sta nel grado di saturazione del colore: Jon Agee non rinuncia alla sua paletta di colori tenui. Torna di nuovo l'ispirazione alle pagine di Lionni nell'impostazione tra testo e immagine e tra immagine e tipografia.


Alcune perle: la presenza funzionale della papera, sorta di 'premonizione' di ciò che sta per accadere; il topino, il coccodrillo e i risguardi che hanno il valore di omaggi al Maestro, la leggerezza e il nitore del testo.
Wow! Grazie mille!

Carla

mercoledì 31 luglio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (lbri per incantare)


IL NIDO
Il nostro albero, Mal Peet (ill. Emma Shoard) trad. Sante Bandirali
Uovonero 2019


NARRATIVA PER MEDI (dai 10 anni)

"'Allora, Benjamin' disse mio padre. 'Questo sì che è quello che si può chiamare albero. Un vero albero.'
Rivedo me stesso mentre gli prendo la mano e alzo lo sguardo. Vorrei riuscire a ricordare com'ero. Cosa indossavo e tutto quanto. Ma non ci riesco. L'albero era una grande torre grigia che puntava contro il cielo la chioma di foglie verde chiaro. Attraversandola, il sole faceva un caleidoscopio di luce."

Sono passati più di vent'anni. Vent'anni di lontananza da quella casa d'infanzia, venduta in fretta e furia. E ora, quasi per caso, Benjamin ci passa davanti con il suo furgone. Si ferma e parcheggia un po' più in là. E' strano vedere la sua vecchia casa abitata da altri, ma è soprattutto 'il Nido' andato in malora a spezzargli il cuore e a riaccendere i ricordi di quel tormentato periodo. Il Nido, così l'aveva battezzata suo padre, quella casa sull'albero e l'aveva anche costruita per farne un rifugio, un luogo sicuro, da condividere con il suo bambino.
Un uomo sensibile che chiedeva scusa all'albero per ogni chiodo piantato nei suoi rami, un uomo dolce che aspettava l'alba con il suo bambino arrampicato lassù per sentire il canto dei primi uccelli, un uomo ingegnoso che sapeva costruire un piccolo arredo perché le ore lassù trascorressero nel migliore dei modi.
Un uomo particolare. Di certo non adatto alle routine familiari cui non riesce a star dietro. Sempre più solitario è lui che si arrampicherà su quell'albero, in quel nido e che vi troverà rifugio da un malessere e da un amore finito. A terra c'è una donna che non ha più molto da dirgli e dalla finestra si limita a guardare il vecchio faggio e a stramaledirlo davanti a quel bambino, a Benjamin, che a dieci anni e non capisce. 
A tutto ci si adatta e così i due genitori trovano una routine che li tenga lontani l'uno dall'altra: unico punto di contatto quel ragazzino. Fino al momento in cui compare sul prato quel maledetto cartello con su scritto AFFITTASI.

Un racconto scabro e per questo interessante. Nessuna valvola consolatoria si apre per andare verso un lieto fine. Al contrario, la bellezza di questa storia risiede proprio nei grandi silenzi sul tempo trascorso, nell'incertezza dei sentimenti, nell'incertezza del finale. Benjamin ora è grande ed evidentemente quell'albero e quella casa sull'albero -ultimo nido del padre- sono ancora una ferita aperta che lascia spazio al racconto del passato, ovvero a un pezzo della sua infanzia che drammaticamente arriva alle immagini, ha quasi il tono della sceneggiatura, del disagio e della separazione dei genitori. 



Un altro iato e il racconto torna al presente e alla conferma della fragilità emotiva di quell'uomo di fronte a un dolore grande e ancora in cerca di pace. Comincia così una sequenza di verbi al condizionale - avrei voluto dire, sarei venuto, mi sarei portato... tutti riferiti a una ipotetica ricostruzione di quel nido ormai in pezzi - che si concludono con un gesto che solo apparentemente sembra routine, ma che qui può diventare un simbolo, raccogliere ' le cose da buttare' che lo circondano. Sedersi e infine sentirsi bene per fare conversione a U.
Detestabili, perché pericolosi, sono i libri a tema.
Sebbene qui il tema, o forse dovrei dire i temi pensando al male di essere di Sean, sia forte e di sicuro impatto sulle animule vagule e blandule di ragazzi e ragazze che la separazione tra genitori l'hanno vissuta in prima persona o ne sono stati testimoni, tuttavia Il nostro albero ha una sua bellezza che va al di là di tutto questo, saltando a piedi pari la retorica, lo stereotipo, la consolazione, la soluzione facile.
Al contrario, mette solide radici nella questione, pur mantenendo nei suoi confronti la giusta distanza che permetta a ogni lettore o lettrice di trovarsi il proprio margine di confronto. In qualche modo si è già detto del percorso che Mal Peet sceglie di intraprendere e che lo libera dal pantano del libro a tema. La ruvidezza e la giusta distanza e solide radici, tre caratteri che condividono con quel vecchio faggio. 
Il racconto lucido di una sequenza di fatti, la volontà di affidare quasi esclusivamente ai pochi dialoghi e agli scarni gesti la descrizione degli stati d'animo dei protagonisti, rendono Il nostro albero un piccolo meccanismo di grande efficacia. Emma Shoard ne centra il tono, sfumando ed evitando contorni precisi, facendo una scelta cromatica sapiente che, al pari delle scarne descrizioni del testo, ha il merito di far intuire più che di affermare.


Mal Peet si concede solo il tempo necessario per girare intorno alla storia con il suo taccuino, prendendo appunti su quello che immagina, tenendosi a distanza, abbassando lo sguardo con pudore, quando è necessario. Lontano da ogni voyerismo e da ogni morbosità. E poi, in silenzio, anche lui come Benjamin si allontana.
Emma Shoard fa esattamente lo stesso con il suo pennello bagnato in tanta acqua e pochi colori. 



Impossibile non notare un'affinità, che trova conferma nelle poche parole entusiastiche sul libro, con David Almond.
Per entrambi si può parlare di una scrittura 'coinvolgente inquietante e splendida'.

Carla

Noterella al margine. Non si può non gioire del fatto che una storia così concepita sia in grado di attraversare intere generazioni, parlando a tutti quelli che la vorranno leggere o ascoltare, giovani o adulti che siano. Senza remore e con coraggio si va avanti nel testo illustrato, in un dialogo bello tra parola e figura.