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venerdì 3 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TANTA ROBA [parte seconda e ultima] 

Il teschio, Jon Klassen (trad. Greta Poli) 
Zoolibri 2023 
 
ILLUSTRATI 
 
"Entrarono nella serra. 
'Oh mi piace questa stanza' disse Otilla. 
'Questa è la mia stanza preferita' disse il teschio. 
'Puoi mangiare le pere?', chiese Otilla. 'Posso mangiare quelle che cadono per terra, ma non riesco a raggiungere quelle buone sui rami', disse il teschio. 
'Te ne prenderò una', disse Otilla porgendogli una pera a cui lui diede un morso. 
Il boccone gli passò tra i denti e cadde sul pavimento. 
 'Ah, deliziosa', disse il teschio. 
'Grazie'." 

Uno spunto che Klassen non si lascia sfuggire nella fiaba tirolese riscritta dalla Manning-Sanders è un sottilissima punta di ironia, quando il teschio chiede all'orfanella alla porta del suo castello di prenderlo con le mani perché le scale in salita non le può proprio fare. 
Ecco la prima bolla: Klassen ne approfitta e comincia a espandere il gioco di entrare e uscire dalla finzione alla realtà, dalla magia di una fiaba all'esperienza quotidiana. Il teschio, nella sua testa (!), è l'anello di congiunzione perfetto tra due mondi dalle regole ben diverse. E così parte il Klassen che conosciamo: gioca, là dove si può giocare, prende i pensieri dei suoi lettori e li sposta un po' di qui e un po' di là. 
Questo modo di raccontare fa di lui un 'onesto bugiardo' , così come lo sono tutti i più grandi artisti, letterati compresi. In questo senso risulta nodale ciò che disse Mac Barnett in una memorabile (almeno per me e per chi mi frequenta) TED Talk a proposito della definizione di arte, citando tra i tanti anche Picasso. Ma se Barnett, peraltro grande amico di Klassen, spiega con un diagramma di Venn che tra la realtà e la finzione esiste una zona condivisa che è la creazione artistica e quindi decide nei suoi libri di far irrompere la finzione nella realtà, Klassen qui fa l'esatto inverso. Nella fiaba inserisce la vera verità: se nella fiaba un teschio addenta una pera, nella realtà perderà inevitabilmente la polpa dalla mascella... e lo stesso accadrà con il tè (al contrario del teschio tirolese che il pancake se lo sbafa senza fare briciole). 


E ancora: il teschio klasseniano invecchia e ne è consapevole, il teschio klasseniano dorme stando con le orbite spalancate, il teschio klasseniano ha moti assolutamente umani: adora ballare e balla. Il teschio Klasseniano colleziona maschere tirolesi. Il teschio klasseniano dice bugie per galanteria ed è pronto a cambiare idea per far piacere a un'amica... 
Ecco qui entra in gioco l'altra grande differenza con la fiaba di partenza. 
E per questo va considerata la seconda bolla di invenzione di Klassen. 
La complessità delle relazioni interpersonali. Tutti ma proprio tutti i libri di cui è autore unico ruotano inevitabilmente intorno a i rapporti che tengono assieme le persone tra loro. Una varia gamma di legami interpersonali che ognuno di noi - dai bambini fino agli adulti - può facilmente riconoscere. Non c'è suo libro in cui - con ironia ma anche con grande onestà - non vengano fuori le fragilità o le nostre buone pratiche di comportamento. La cura, il rispetto, l'invidia, la vendetta, la gelosia, la menzogna: pesci ladri, granchi spia, lepri bugiarde, tartarughe redente e tartarughe in cerca di affetto, armadilli pazienti e accoglienti. 
E qui? Un teschio ospitale e rispettoso e una ragazzina coraggiosa, generosa e misteriosa si fanno compagnia e condividono un pezzo di strada assieme. Lo spessore umano di entrambi i personaggi esce dunque dalla dimensione della fiaba e irrompe in quella che è la sfera emotiva. 
Entrambi sono pieni di attenzioni reciproche: dal rincalzarsi le coperte, all'avvertimento del parapetto basso. Fino all'apoteosi del dialogo per invitarsi reciprocamente al ballo. In maschera. 


Ovviamente, e questa è la quarta bolla di invenzione, essendo Klassen a concepire la storia, nessuna sbavatura è concessa: solo dialoghi serrati, da cui tutto questo si evince. Come vorrebbe la norma: tutto accade e nulla è "raccontato". Una lezione di cinema d'animazione che Klassen non ha mai dimenticato. E a proposito di cinema, l'altra grande bolla di invenzione, la quinta, che si espande nella sua testa è il filo horror che la attraversa. Anche in questo ambito Klassen applica la regola aurea del far vedere o anche del far sentire. 
Nella fiaba tirolese è lo scheletro il personaggio che di più segue una vena horror nel suo precipitare dal camino osso per osso per poi ricomporsi e girovagare per la cucina in cerca della parte mancante, il teschio. Ed è ancora lo scheletro a essere coprotagonista nell'immagine di Robin Jacques. Ma più che horror tutto questo ha del comico. 
Klassen, invece, ci va giù piatto, sonorizzando molti aspetti narrativi. A partire dall'invocazione del nome Otilllaaaaaaa che echeggia più volte nella foresta, fino al silenzio che esce dal pozzo senza fondo con il torsolo di pera e con la cenere delle ossa che ci precipitano dentro. 
Ecco il pozzo senza fondo. Nella bella casa del teschio, tra luminose serre e sale da ballo a vetrate, c'è una zona d'ombra, o per meglio dire, buia: una prigione con un pozzo senza fondo. 
Questo oggetto, icona del mistero e dell'inquietudine, compare due volte: la prima è solo per attestarne la presenza, mentre dopo viene utilizzato per far sparire nel nulla e per sempre la cenere delle ossa cremate dello scheletro che perseguita il teschio. 
Il fatto che sia Otilla, con tutta calma e preciso metodo, a celebrare il macabro rito la rende ancora più magnifica di sempre: ne sottolinea da un lato la luminosità per la sua generosità e coraggio nei confronti del teschio, e dall'altro ne mette in evidenza il lato scurissimo del suo essere. Lato scurissimo che mai scompare, in quel suo voler mantenere un alone di mistero intorno a sé. 
Da dove arriva? Da cosa scappa? 


E a proposito di scuro e chiaro, di luce e ombra (e di tagli prospettici dall'alto) non si può non notare quanta sapienza ci sia nelle immagini: Klassen, per chi lo segue da sempre, ha fatto molta strada in questo senso. Con la sua consueta palette di colori, lui con la luce ci gioca già da parecchio, ma il livello raggiunto qui è davvero altissimo. Meriterebbe una terza puntata, ma vi risparmio. 
La tavola con la scala a chiocciola, ma soprattutto le due di teschio e bambina a letto dalla notte al mattino successivo sono illuminanti (!!). 
Sono piuttosto sicura che con il suo amico e collega nonché conterraneo, maestro indiscusso della luce, il canadese Sydney Smith, delle cose in proposito se le siano dette. Le lame di luce che entrano dai finestroni... Si sono guardati reciprocamente. 
E ancora, entrambi conoscono benissimo e amano il Canada, essendo canadesi: la neve e le tempeste di neve e quella luce radente che attraversa la nebbiolina che fanno i fiocchi fitti che cadono. Klassen dichiara che i boschi tirolesi lui li ha disegnati come quelli intorno a Niagara. Più consueti, per lui. 


Gran finale, in leggerezza: il suo racconto, con una punta di civetteria, sulla camicia da notte con i fiorellini. Lei sta lì unicamente, così dice, a coprire parte del viso di Otilla, perché lui non sa disegnare le bocche che sorridono... 
Ma rendere espressivo persino un teschio, beh, questo lo sa fare. 

Carla 

Noterella al margine: Klassen è diventato famoso nel mondo per come ha saputo giocare con lo sguardo dei suoi personaggi. Questi ultimi, di solito raffigurati come forme poco più che abbozzate, seppure sempre di grande efficacia, hanno tutti un grande impatto sui lettori per il loro sguardo 'parlante'. Come lui ci lavori, l'ho già detto, ma anche in questo ultimo libro Il teschio la sua enorme capacità nel produrre impercettibili sfumature negli ovali bianchi e nelle pupille nere che li abitano, atterrisce. 


E con queste sottigliezze la gamma espressiva chiama dentro e diventa indimenticabile. 

[Fine]

mercoledì 1 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TANTA ROBA [parte prima]

Il teschio
, Jon Klassen (trad. Greta Poli) 
Zoolibri 2023 


ILLUSTRATI 

"Otilla si avvicinò alla casa. Sembrava abbandonata ma, quando cercò di aprire il portone, lo trovò chiuso a chiave. Bussò forte per vedere se c'era qualcuno all'interno, ma nessuno si affacciò. 
'C'è qualcuno?', chiamò. 'Salve' rispose qualcuno. 
Otilla alzò lo sguardo verso il punto da cui proveniva la voce. Da una finestra in alto sopra al portone un teschio la fissava." 

Otilla, una ragazzina, nel cuore di una notte, scappa. Finalmente. 
Attraversa una foresta e per tutta la notte corre. Fino a quando, stremata, sente delle voci che la chiamano. Forse. O è solo il vento tra gli alberi sempre più fitti? 
Cade nella neve e non ha la forza di rialzarsi. Piange e quando finisce di piangere si rialza e ricomincia a scappare.
Ed è a questo punto che vede la grande casa che le sembra disabitata.


Invece al suo interno vive un teschio che gentilmente le apre la porta a patto che lei lo trasporti. Per un teschio non è poca cosa camminare... 
Otilla lo fa e lui le mostra l'intera casa. La sala del camino, fino su in cima alla torre e fino alle prigioni in basso. La grande serra, o giardino di inverno, dove assaporano delle ottime pere e la sala da ballo dove i due danzano, mascherati. E quando si fa sera lo scheletro, invitatala a passare lì la notte, le confessa il grande segreto dello scheletro che lo insegue perché lo vuole per sé. 
Puntuale come la morte, lo scheletro arriva, ma la coraggiosa Otilla non si fa intimidire e se ne sbarazza in modo definitivo, bevendoci su un buon tè. 
In fondo il teschio con lei è stato così gentile che sarebbe proprio di cattivo gusto non prendere le sue difese. Tra una gentilezza e una galanteria, tra una premura e un rispettoso silenzio, i due si tengono compagnia. Almeno per un po'. 

Tutti, ma proprio tutti, sono saltati sulla sedia, nel leggere l'ultimo libro di Jon Klassen. E nessuno si è preso la responsabilità di non dirne un gran bene. C'è chi ha pianto, c'è chi ne vende copie a rotta di collo, c'è chi non può fare a meno di dire al mondo del web quanto Klassen sia magnifico... 
Proviamo a mettere in elenco le caratteristiche di questo libro diverso dagli altri. 
La prima è evidente: il formato. 
Non è quello consueto dell'albo, neanche nella sua forma 'ibrida' che avevamo già visto per Un sasso dal cielo, ossia grande come un albo classico, ma con molte più pagine all'interno. 
Questo formato da romanzo tascabile c'è da presumere che non sia casuale. Sembra voler dire al lettore: siediti e mettiti comodo perché qui c'è da 'leggere' tanta roba. 
Per citare esempi altrettanto programmatici possiamo pensare a quello che ha fatto Blexbolex con Vacanze, un romanzo di sole figure. 
Il volersi ispirare a un modello letterario preciso lo si coglie anche in un altro aspetto caratterizzante: la scansione in capitoli, ossia in parti. 
Già vista in Un sasso dal cielo (ma anche già in Toh, un cappello!), con la precisa funzione di scandire la narrazione e focalizzare l'attenzione. Ma se nei precedenti c'è solo un numero e un titolo qui il passo è ulteriore. 
Come spesso accadeva nel romanzo ottocentesco, a introdurre il testo vero e proprio compariva un breve riassunto dei fatti principali. E siccome Klassen è un drago nel ridurre tutto all'osso (!), adesso compaiono, per fare un esempio, dopo Parte Prima, La foresta, Le tenebre, La casa. 


Verrebbe da pensare che la stessa ambientazione della storia, così ombrosa e misteriosa, abbia bisogno per valorizzarsi al meglio di un contenitore siffatto. 
Lo stesso Klassen mette in appendice due pagine in cui spiega l'origine della storia che peraltro traspare nel sottotitolo in inglese: The Skull: a Tyrolean Folktale
Il fatto che Klassen citi la sua fonte, un libro preso in biblioteca, letto e poi rimasto nella sua testa per del tempo, da un lato ne certifica la sua onestà intellettuale, ma dall'altro mette a fuoco una questione molto interessante che è la seguente. 
La fiaba tirolese è piuttosto diversa da quella di Klassen. Nel finale in particolar modo, ma anche altrove. Come mai? 
Questa circostanza, dice Klassen, deriva dal fatto che è passato del tempo dalla sua originaria lettura al momento di farne una storia illustrata e in questo tempo la sua testa ha modificato il racconto, consegnandone uno diverso alla sua memoria. 
A parte tutte le implicazioni neuronali che questo comporta, sembra interessante notare come la nostra testa sia in grado di trasformare a nostra misura ciò che non ci corrisponde poi troppo. Con questo si può ragionare sul fatto che Klassen il tessuto della fiaba tirolese lo abbia tagliato e cucito per farne un abito che, indossato, lo facesse sentire a proprio agio. 
E proprio così è andata. Se la fiaba prende la direzione del riscatto, attraverso l'apparizione di una donna trasformata in teschio sotto incantesimo, una creatura che arriva dal passato e scompare nel futuro, lasciandola erede di tutti i suoi averi, il castello, la servitù obbediente, a cui aggiunge - in un afflato materno - altri bambini con cui giocare e anche un principe azzurro, fatto arrivare a tempo debito. Potevano questi essere i panni adatti a Klassen? Ovviamente no.
 

Così la sua storia va in tutt'altra direzione. Colpito certamente dall'unica illustrazione a china di Robin Jacques, geniale illustratore britannico (le assonanze con Riddell fanno venire i brividi) in cui lo scheletro tiene per le braccia la piccola orfanella fuggita di casa e la solleva dal letto e la scuote per benino per farle mollare il teschio - i suoi occhi sono sgranati e pieni di terrore - a colpire Klassen è una serie di dettagli della fiaba riscritta da Ruth Manning-Sanders. Primo fra tutti il ritornello dello scheletro: Give me that skull! I want that skull! ripetuto come un mantra. Ma anche: il coraggio della ragazzina, certa determinazione nell'agire, la gratitudine nei confronti del teschio che la ospita, la condivisione di un menage casalingo, dai pancake mangiati assieme all'andare a dormire nello stesso letto, la frantumazione di qualche osso e certa difficoltà oggettiva nel deambulare e fare le scale in salita da parte di un teschio. 


Conseguenza di tutto ciò: la sua ostinazione a non lasciare che il teschio venga preso dallo scheletro che lo pretende. 
E allora quali sono le bolle d'invenzione tutte di Klassen? 

[continua]

Carla

mercoledì 18 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MATRICE E L'AMATRICE

Calvianiana. Per un verso o per l'altro, Teresa Porcella, Andrea Calisi 
Telos 2023 


POESIA 

"Mi piace mescolare le carte dei tarocchi 
Perché sbocciano storie usando solo gli occhi 
perché per ogni bivio ci sono mille sbocchi 
perché a sorti fauste s'alternano malocchi 
perché anche la morte, a volte, la impapocchi 

Mi piace mescolare le carte dei tarocchi" 

Una geometria perfetta nella costruzione. Una geometria che gli corrisponde. Ossia che è specchio della sua scrittura e della sua poetica. Una geometria che Porcella nasconde per esempio nei versi che si fanno eco e si specchiano fra loro. Oppure nei piccoli scarti di senso che variano anche solo per un apostrofo.


Quattro stagioni. In ciascuna di queste trovano posto tre titoli di opere di Italo Calvino. 


Dodici titoli a cui corrispondono i cinque riferimenti alle Lezioni americane, cui si aggiungono altri sei o sette titoli per altrettante lezioni potenziali: comicità, musicalità, in-finitezza, chiarezza, cominciare e finire. 
Resta da dimostrare se dietro la Densità che Teresa Porcella connette con Il sentiero dei nidi di ragno si possa leggere la sesta lezione, quella mai scritta da Calvino, ma che porta il titolo emblematico di Consistency. In tal caso l'amor di simmetria si appagherebbe. 
Ma anche se un filo resta solo, appeso lì, può avere la sua ragion d'essere. 
Magari ci torniamo se parleremo della in-finitezza.


A ciascun titolo citato corrisponde una poesia che di quella storia scritta da Calvino evoca il senso, forse anche un po' la trama. Insomma, accade un po' come in natura: da un seme nasce qualcosa, una creatura che porta in sé un piacevole miscuglio tra i DNA dei suoi artefici: e Calvino e Porcella. 
Questo è quello che succede tra le parole del libro, ma qualcosa d'altro succede sulle pagine. Andrea Calisi evoca il proprio immaginario calviniano. Quale illustratore non ne ha uno, magari tenuto in un cassetto? E questo succede, va detto, in alcuni casi davvero in modo felice. Molto felice. 
Credo che per tutto il 2023 l'editoria, in modo più o meno strumentale, abbia pensato fosse necessario rendere omaggio a Italo Calvino. 
Giusto. Se non altro per ribadire due fatti acclarati. Il primo: le sue storie ci hanno riempito la testa di pensieri e di gioia e bellezza. Il secondo: l'essere sparito così all'orizzonte, un po' come Cosimo, ci ha riempito di rabbia, dolore vero e silenzio. 
Quindi in questo centenario, saggi, nuove edizioni di, riflessioni su, conferenze e convegni intorno. E libri, tanti nuovi libri che intorno a Calvino ronzano e ragionano. 
Giusto. Si suppone che la molla che ha mosso Teresa Porcella a concepire un libro così originale e tutto sommato così personale sia proprio il bisogno di trovare un modo per tenerlo con sé, in sé. Bisogno che ognuno di noi cova nei confronti di chi è caro ed è lontano. E Calvino lo è, caro.
In questo senso l'idea del preludio poetico, in postfazione, non è che io la trovi così convincente. Perché dover trovare dei precisi destinatari, studenti e insegnanti, oltre agli appassionati di poesia e di buone storie? L'idea di preludio, perché? Invertirei la direzione: i versi di Porcella stanno su da soli, ma il loro senso profondo lo stanano, come segugi, sulle tracce di Calvino. 
Insomma va fatta salva la matrice e l'amatrice: in questa precisa sequenza e non viceversa. 

Se una notte d'inverno un Viaggiatore
diventasse uno Scrittore-Narratore
e poi anche un Lettore-Investigatore
che incontra un'amabile Lettrice
(che ci sia ognun lo dice,
dove sia nessun lo sa)
ecco che allora, di ogni storia ipotizzata,
noi avremmo la matrice e l'amatrice.

Per spiegare il mio pensiero tornerei all'in-finitezza. Ossia all'idea che ogni scrittore di valore, Calvino in primis, è a suo modo infinito, perché lascia dietro di sé dei fili penduli. Le sue opere diventano giocoforza l'unico appiglio che noi lettori abbiamo per non perderli. E se, come nel caso di Italo, la fuga è repentina, questi fili penduli diventano simulacro di qualcosa di ancora inespresso, di infinitezza, ma nel suo caso di in-finitezza. 


Questo fa Teresa Porcella: recupera fili penduli e li intreccia a sé e il risultato non è un retino per acchiappare lettori novelli di Calvino.  
Calviniana dunque a me pare dovrebbe essere due cose principalmente: un omaggio, e in tal senso gratuito e pieno di affetto, di Porcella a Calvino. E lo è. Moltissimamente. E in secondo luogo dovrebbe essere una piacevole lettura per tutti coloro, grandi e piccoli, che Calvino lo hanno attraversato e percorso in lungo e in largo: lo hanno letto, lo conoscono e lo tengono con sé. Solo così mi pare si renda merito e al genio di Calvino e a quello di Teresa Porcella che lo racconta in versi. E lo attraversa, non lo spiega: lo evoca. 
Solo così di questo libro se ne possono apprezzare le moltissime pieghe piene di senso, solo così i disegni di Calisi assumono profondità di sguardo. Solo così.
E mi pare già moltissimo. 

Carla

venerdì 15 luglio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BERNIE, L'ANGELO CUSTODE 

Il segreto della Hudson Queen, Jakob Wegelius (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

 "Mi ci vorranno settimane per completare il racconto, forse un mese intero, ma se vuole può leggere via via che procedo nella stesura. Ogni sera metterò nel salone, sul tavolino di mogano accanto al pianoforte a coda, le pagine scritte durante la giornata. La macchina da scrivere che mi ha prestato è eccellente. Non avevo mai usato un'Imperial." 

Sally Jones è ospite di Madame, in Francia, nella sua ricca residenza e si appresta a raccontare - come già le abbiamo visto fare in passato - gli avvenimenti che hanno contrassegnato l'ultimo suo anno di vita. Lasciata Lisbona, Ana Molina e il signor Fidardo, entrambi puntano verso la Gran Bretagna, in Scozia, perché hanno in progetto di cercare di restituire alla legittima proprietaria una collana di perle molto preziosa che casualmente loro hanno ritrovato all'interno del timone della Hudson Queen: uno dei segreti che la loro barca, che ancora malconcia in attesa di restauro, ha nascosto per molto tempo. 
Questa è la avventurosissima storia del loro viaggio verso il nord, delle loro vicissitudini con la malavita locale, con i contrabbandieri di whisky durante il proibizionismo, dei loro incontri con alcune persone meravigliose e con altre malvagie e senza alcuno scrupolo, i loro allontanamenti e ritrovamenti, il loro viaggio di ritorno. 

Con la perfezione del cerchio, il libro parte da un punto per poi ritornarci dopo 463 pagine di racconti avvincenti e di figure indimenticabili. 
Che Jakob Wegelius sia uno scrittore eccellente è cosa nota. 
Che, oltre a questo, il suo primo romanzo di avventura che ha come protagonista la gorilla Sally Jones, e il suo libro illustrato che li ha anticipati, siano letture imperdibili è dimostrato dai fatti. 
E di questo non si dirà nulla qui. 
Mentre ha forse senso sottolineare una caratteristica che li accomuna. 
La capacità rara che Wegelius nel 'disegnare' anche in senso più metaforico i suoi protagonisti. 
Non credo sia mai casuale che al principio del libro, ancora prima di qualsiasi parola, Wegelius metta in sequenza una galleria di ritratti dei protagonisti e dei personaggi principali (mancano forse all'appello un detective incauto e un gentleman in bolletta), disegnati secondo la sua cifra che lo rende riconoscibile a distanza. 
Lo fa, anche a livello visivo che decisamente ha un effetto sul lettore molto più immediato, per dare spessore a quello che credo vada riconosciuta come una grande qualità della sua scrittura: la profondità di indagine di ciò che la complessità dell'umanità rappresenta. 
Se da un lato Wegelius è - innegabilmente - un abile costruttore di intrecci, visto che tiene incollati alle pagine i suoi lettori fino alla fine - dall'altra è un sensibile e acuto osservatore dell'animo umano. 
E come se non bastasse dei punti di forza e di debolezza che segnano le singole persone è in grado di offrire una visione in profondità, con la rara capacità di non vederne e restituirne i toni forti, ma anche tutte le sfumature. Questa particolare prospettiva fa sì che ciascun personaggio venga indagato fin nelle più remote profondità e ci venga quindi restituito nella sua complessità. 
Come nei suoi disegni: pieni di luci e ombre per dare loro corpo. 
Porsi in questo modo nell'atto di concepire un romanzo, una storia, ha spesso significato non limitarsi mai personalmente, e di conseguenza neanche costringere i propri lettori a farlo, a una visione dicotomica e assoluta dell'esistenza. Il Male non è mai solo il Male e il Bene non è mai solo Bene. Anche se nella sua galleria di personaggi, o forse sarebbe più corretto dire di persone, più volte si incontra la malvagità e la bontà quasi allo stato puro. 
Farlo in libri che sono pensati per lettori in crescita credo assuma un valore ancora più significativo. Ma non ne dirò la ragioni, in modo che ciascuno possa trovare le proprie. 
Nel Segreto della Hudson Queen, rispetto al precedente La scimmia dell'assassino, sembrerebbe che il lavoro di introspezione dei personaggi addirittura in alcuni punti predomini la sequenza dei fatti. 
Come se Wegelius, in una scrittura ancora più matura, avesse deciso di mettere a fuoco più che la complessità che richiede un romanzo di avventura e di viaggio e di incontri, molto di più lo spirito con cui questi viaggi, avventure e incontri vengono affrontati e vissuti. 
Chiuso il libro, la percezione che resta più viva, è quella di essere accompagnati da alcuni di questi personaggi/persone delle quali non vorresti mai dimenticarti. Uno su tutti è Bernie. 


Forse lui più di altri incarna la bontà. Una bontà che, conosciuta tutta la sua storia, nasce - nel suo caso - dalla purezza, dall'ingenuità e dalla sofferenza personale. Il suo passato, pieno di male subito, sembra essere la ragione per la quale Bernie sia oggi così buono con tutti. 
La sua testa, squassata da anni di pugilato fatto male, lo rende vulnerabile, indifeso e fragile, ma nello stesso tempo lo trasforma in una forza e non solo muscolare. 
Lui è di fatto lo scudo di protezione, così mi immagino siano gli angeli custodi, di una gorilla piena di guai. 
Libro ancora più imperdibile del precedente. 

Carla