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venerdì 12 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SOTTO A CHI TOCCA! 

La musica del mio picchio, Anna Anisimova, Yulia Sidneva (trad. Tatiana Pepe) 
Telos 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Tocca a me. Conto forte fino a dieci e vado a cercare mamma. Ecco la prima porta. Poi il corridoio con la carta da parati ruvida. E l'attaccapanni morbido e pieno zeppo di vestiti. Ma mamma non c'è. Apro la porta della cucina. Drizzo le orecchie: l'orologio fa tic-tac e il frigorifero brontola, ma non si sente nessuno. Arrivo comunque fino al tavolo e cerco con la mano anche lì sotto: niente. Dovrò andare in soggiorno, in cucina non ci sono altri nascondigli. 
Dietro la porta del soggiorno non c'è nessuno. Nemmeno sotto il divano e sotto il tavolino. 
Mi avvicino alla finestra e sento il respiro di mamma..." 

Come sempre a nascondino, chi viene trovato deve poi contare e andare a cercare gli altri. Ed è quello che succede. La mamma di questa bambina, per essere alla pari con lei, si benda, conta e poi va a cercarla negli angoli più nascosti della casa. Persino nell'armadio, tra i suoi vestiti, dove la piccolina effettivamente si sta nascondendo. 


Giocare a nascondino con mamma, andare al museo di paleontologia con papà, andare con mamma a comprare i vestiti e le scarpe, oppure giocare con Taika che si profuma sempre un sacco e con il suo bambino piccolo che mette tutto a soqquadro. E poi passare l'aspirapolvere, che -con quel lungo tubo - effettivamente a una proboscide di elefante assomiglia parecchio. E poi, un altro giorno ancora al corso di disegno, per disegnarlo finalmente, quell'elefante. E con le mani. E ancora al parco con papà e poi, in un giorno di festa per tutti, andare tutti insieme allo zoo a vederlo dal vero un elefante! 


E se ancora non si fosse capito: questa è la storia di una bambina serenamente cieca. 


L'elefante invisibile (!) è il primo di quattro racconti che Anna Anisimova e Julia Sidneva hanno costruito intorno a questa bambina e al piccolo ma vario mondo che la circonda. 
Lei, che è cieca in mezzo a loro che invece ci vedono tutti piuttosto bene. Mamma, papà, nonno, il goffo amico Pavel, la sua amica Rusalska sono alcuni tra i più assidui nel ronzarle intorno. 
Ma c'è anche una magnifica bibliotecaria, Natalia, e anche una balena, che effettivamente rassomiglia molto anche a una ciambella di gomma, da usare nella neve per scivolarci sopra. E naturalmente c'è anche un picchio. 
Beh, capire che lei non ci vede quando si è già qualche capitolo in avanti, mi ha fatto pensare e mi ha fatto riavvolgere tutto quello letto finora in un'ottica (!) ben diversa. 
A ben vedere (!) la prima riflessione che si fa è quella che - se si fanno bene le cose e tutti gli adulti (tranne una) che si incontrano in questa storia sono brave persone molto consapevoli - tra il vedere con gli occhi e il vedere con il naso o con le orecchie o con le mani la differenza potrebbe non essere poi così tanta. 
Questa bimbetta riconosce dal profumo l'arrivo di Taika, l'amica di sua madre, sceglie il colore dei vestiti in base al sapore dei frutti che conosce - meglio un cappotto color mela che color pomodoro - legge con le dita un libro sugli uccelli. E come tutti i bambini è capace di far fare alla sua immaginazione prodigiose capriole. 


La seconda riflessione è proprio sul punto di osservazione, quello della bambina, e sulla scrittura che la racconta. Complice anche una leggerezza e grazia nella traduzione di Tatiana Pepe, il modo di raccontare - a parole e a figure - è così poco retorico, così lontano da ogni melensaggine, o peggio da ogni compassione. Mai letta storia così piena del verbo vedere e piena di doppi significati delle parole! Sotto a chi tocca! nello scovarli. 
A proposito di parole, mi vengono in mente quelle sentite in un'intervista a Sidney Smith alle prese con le illustrazioni di Io parlo come un fiume, una storia di difficoltà nel parlare senza incepparsi nelle parole, storia vera e ricordo di infanzia di Jordan Scott, oggi grande poeta e autore del testo. 
Sidney Smith era di fronte a un compito difficilissimo, ovvero trovare un tono per i suoi disegni che fosse altrettanto autentico e onesto come quello delle parole. Sapeva di non volere che i lettori prendessero le distanze dalla storia (io non balbetto, quindi questo racconto non mi riguarda personalmente) e nello stesso tempo voleva che si sentissero esattamente come il bambino narratore, e quindi non avessero pena di lui. 
Doveva, nelle sue tavole, trovare conferma nello sguardo dei lettori che essere balbuziente - e qui essere cieca - è una condizione di assoluta normalità: doveva far coincidere le emozioni. 
Lì, come qui, questo è accaduto.

Carla

mercoledì 18 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MATRICE E L'AMATRICE

Calvianiana. Per un verso o per l'altro, Teresa Porcella, Andrea Calisi 
Telos 2023 


POESIA 

"Mi piace mescolare le carte dei tarocchi 
Perché sbocciano storie usando solo gli occhi 
perché per ogni bivio ci sono mille sbocchi 
perché a sorti fauste s'alternano malocchi 
perché anche la morte, a volte, la impapocchi 

Mi piace mescolare le carte dei tarocchi" 

Una geometria perfetta nella costruzione. Una geometria che gli corrisponde. Ossia che è specchio della sua scrittura e della sua poetica. Una geometria che Porcella nasconde per esempio nei versi che si fanno eco e si specchiano fra loro. Oppure nei piccoli scarti di senso che variano anche solo per un apostrofo.


Quattro stagioni. In ciascuna di queste trovano posto tre titoli di opere di Italo Calvino. 


Dodici titoli a cui corrispondono i cinque riferimenti alle Lezioni americane, cui si aggiungono altri sei o sette titoli per altrettante lezioni potenziali: comicità, musicalità, in-finitezza, chiarezza, cominciare e finire. 
Resta da dimostrare se dietro la Densità che Teresa Porcella connette con Il sentiero dei nidi di ragno si possa leggere la sesta lezione, quella mai scritta da Calvino, ma che porta il titolo emblematico di Consistency. In tal caso l'amor di simmetria si appagherebbe. 
Ma anche se un filo resta solo, appeso lì, può avere la sua ragion d'essere. 
Magari ci torniamo se parleremo della in-finitezza.


A ciascun titolo citato corrisponde una poesia che di quella storia scritta da Calvino evoca il senso, forse anche un po' la trama. Insomma, accade un po' come in natura: da un seme nasce qualcosa, una creatura che porta in sé un piacevole miscuglio tra i DNA dei suoi artefici: e Calvino e Porcella. 
Questo è quello che succede tra le parole del libro, ma qualcosa d'altro succede sulle pagine. Andrea Calisi evoca il proprio immaginario calviniano. Quale illustratore non ne ha uno, magari tenuto in un cassetto? E questo succede, va detto, in alcuni casi davvero in modo felice. Molto felice. 
Credo che per tutto il 2023 l'editoria, in modo più o meno strumentale, abbia pensato fosse necessario rendere omaggio a Italo Calvino. 
Giusto. Se non altro per ribadire due fatti acclarati. Il primo: le sue storie ci hanno riempito la testa di pensieri e di gioia e bellezza. Il secondo: l'essere sparito così all'orizzonte, un po' come Cosimo, ci ha riempito di rabbia, dolore vero e silenzio. 
Quindi in questo centenario, saggi, nuove edizioni di, riflessioni su, conferenze e convegni intorno. E libri, tanti nuovi libri che intorno a Calvino ronzano e ragionano. 
Giusto. Si suppone che la molla che ha mosso Teresa Porcella a concepire un libro così originale e tutto sommato così personale sia proprio il bisogno di trovare un modo per tenerlo con sé, in sé. Bisogno che ognuno di noi cova nei confronti di chi è caro ed è lontano. E Calvino lo è, caro.
In questo senso l'idea del preludio poetico, in postfazione, non è che io la trovi così convincente. Perché dover trovare dei precisi destinatari, studenti e insegnanti, oltre agli appassionati di poesia e di buone storie? L'idea di preludio, perché? Invertirei la direzione: i versi di Porcella stanno su da soli, ma il loro senso profondo lo stanano, come segugi, sulle tracce di Calvino. 
Insomma va fatta salva la matrice e l'amatrice: in questa precisa sequenza e non viceversa. 

Se una notte d'inverno un Viaggiatore
diventasse uno Scrittore-Narratore
e poi anche un Lettore-Investigatore
che incontra un'amabile Lettrice
(che ci sia ognun lo dice,
dove sia nessun lo sa)
ecco che allora, di ogni storia ipotizzata,
noi avremmo la matrice e l'amatrice.

Per spiegare il mio pensiero tornerei all'in-finitezza. Ossia all'idea che ogni scrittore di valore, Calvino in primis, è a suo modo infinito, perché lascia dietro di sé dei fili penduli. Le sue opere diventano giocoforza l'unico appiglio che noi lettori abbiamo per non perderli. E se, come nel caso di Italo, la fuga è repentina, questi fili penduli diventano simulacro di qualcosa di ancora inespresso, di infinitezza, ma nel suo caso di in-finitezza. 


Questo fa Teresa Porcella: recupera fili penduli e li intreccia a sé e il risultato non è un retino per acchiappare lettori novelli di Calvino.  
Calviniana dunque a me pare dovrebbe essere due cose principalmente: un omaggio, e in tal senso gratuito e pieno di affetto, di Porcella a Calvino. E lo è. Moltissimamente. E in secondo luogo dovrebbe essere una piacevole lettura per tutti coloro, grandi e piccoli, che Calvino lo hanno attraversato e percorso in lungo e in largo: lo hanno letto, lo conoscono e lo tengono con sé. Solo così mi pare si renda merito e al genio di Calvino e a quello di Teresa Porcella che lo racconta in versi. E lo attraversa, non lo spiega: lo evoca. 
Solo così di questo libro se ne possono apprezzare le moltissime pieghe piene di senso, solo così i disegni di Calisi assumono profondità di sguardo. Solo così.
E mi pare già moltissimo. 

Carla