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lunedì 28 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRAZIA

Il compleanno dello scoiattolo
, Toon Tellegen, Kitty Crowther 
(trad. Laura Draghi Salvadori) 
Feltrinelli Kids 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Un po' più in là, in un angolo dove lo scoiattolo non andava quasi mai, c'era attaccato un altro biglietto, ma era così distante che lo scoiattolo lo leggeva solo una volta l'anno. Sopra c'era scritto: 'Il mio compleanno' . 
Una mattina, dopo aver letto per due volte il biglietto con la scritta 'Ghiande di faggio' e meditato davanti a quello con la scritta 'Essere allegro', lo scoiattolo rivide il terzo biglietto. 'Il mio compleanno' lesse. Allora si batté la fronte, strinse gli occhi e disse: - È vero! me n'ero quasi scordato! Il mio compleanno... Il cuore gli batteva forte. 
 Era quasi il suo compleanno." 

Per non dimenticarsi le cose Scoiattolo si appunta dei bigliettini sulle pareti di casa. Su uno c'era scritto La formica su un altro Ghiande di faggio...


Quello su cui era scritto Il mio compleanno gli fece venire in mente di organizzare una grande festa. Tutti invitati. Proprio tutti ricevettero la succinta lettera di invito scritta sulla corteccia di betulla. E tutti risposero entusiasti all'invito con un bel sì. 
A questo punto lo scoiattolo cominciò a curare l'organizzazione: preparò torte a non finire. Ognuna pensata in base ai gusti degli invitati. E lavorò alacremente e finì solo quando la festa era in procinto di iniziare. 
Nel frattempo gli invitati dalla loro parte preparavano regali: ognuno il proprio. Grandi o piccoli o minuscoli era tutti confezionati con cura. Poi passarono a pensare cosa indossare. A una festa non si può andare vestiti con ciò che si indossa ogni giorno... Tutt'al più lo si mette al rovescio! 
Poi si misero in cammino, uno dietro l'altro. 
Il primo ad arrivare (e meno male che arrivò perché lo scoiattolo era già lì che temeva di restar solo) fu l'orso che si informò delle torte... 
A ruota arrivarono tutti gli altri. 


Tutti, felici, consegnato il regalo e fatti gli auguri, mangiarono allegri e poi ballarono fino ad essere esausti, ma proprio in uno stato di grazia. 
Proprio una gran bella festa, nessuno avrebbe potuto dire il contrario. Quando si fece l'ora di tornare a casa, tutti, con i piedi stanchi, si rimisero in cammino, non prima di aver ringraziato e salutato con affetto sincero lo scoiattolo. Seduto nel silenzio sotto il faggio, sotto la luna si guardò intorno e concluse che era stata proprio una bella giornata... Poi si arrampicò sul faggio con tutti i regali che erano una pila. E poi si sedette sul tavolo con le gambe a penzoloni. Ed è proprio in questo momento, quando la notte arriva, dopo una giornata così importante, che nel cuore dello scoiattolo nasce un nuovo sentimento... 
E intanto la notte prosegue nel suo cammino. 

Un altro libro meraviglioso di Toon Tellegen, qui illustrato da Kitty Crowther. 
Si potrebbe chiedere di più? 
Pochi giorni fa, parlando con una amica, ho detto: a mio parere, tutto quello che è stato scritto finora, potrebbe essere assolutamente sufficiente per soddisfare l'intera umanità dei lettori. Per millenni si potrebbe campare di rendita. 
E lo penso davvero: a me, in tutta sincerità, basterebbero una trentina di libri del genere, di autori e autrici come questi due, per potermi sentire appagata come lettrice. Fino all'ultimo mio giorno, non credo di aver bisogno di altro. 
Forse non sono l'unica a pensarla così, visto che Feltrinelli adesso lo ripubblica, dopo averlo fatto uscire per la prima volta nel 2003. 
Toon Tellegen e Kitty Crowther, chi mi conosce lo sa, sono due stelle che hanno illuminato e guidato e ancora oggi fanno una bella luce nel mio firmamento personale. E mi indicano la rotta. 
In queste nove storie che hanno a che fare con il festeggiare e che sono abitate dai suoi magnifici animali del bosco si ritrovano i toni propri di tutti gli altri racconti di questo straordinario autore. 
Nel suo piccolo mondo brulicante di animali tra loro anche molto diversi - in cui il grande assente è l'uomo, mentre molto presenti sono i suoi sentimenti - c'è la consueta atmosfera piena di grazia. 
Ciascuno di loro ha caratteristiche proprie: ci sono i golosi, ci sono i timidi, ci sono gli affettuosi, ci sono i curiosi, ci sono i quieti e i festaioli, ci sono quelli che abitano sotto terra e quelli che si illuminano, volando. 
Ma tutti proprio tutti vivono in armonia, perché tra loro c'è comprensione e rispetto reciproco. 


Tutti sanno godere della propria gioia come di quella degli altri. 
E chi legge avverte chiara e forte la loro voglia di essere lì con gli altri, in quel preciso momento. 
Scoiattolo, uno dei personaggi di punta dell'immaginario di Tellegen, è pieno d'affetto per i suoi amici e li vuole tutti intorno a sé, prepara torte per tutti, conoscendo e assecondando i gusti di tutti. E tutti contraccambiano il piacere di stare con lui. Ognuno a modo proprio. Ed è in questo che Tellegen dà il meglio di sé: nel portare il proprio lettore in giro a vedere cosa significhi vivere bene, in una comunità, tra tanti e così diversi: una gioia leggere i differenti tipi delle torte - quelle pesanti che sprofondino all'occorrenza nel terreno, quelle di miele, quelle di erba, quelle color sangue per la zanzara. 
E ancora le varie mise che ciascun invitato sceglie per sé - dalle giacchettine rosse agli spolverini, dai berrettini lilla o verdi ai papillon gialli del tricheco. 
E ancora il confezionamento dei regali - grandi piccoli, rossi caldi o freddissimi. 
Una gioia profonda andargli dietro, pagina dopo pagina, nella costruzione di un mondo di pace e armonia... Un mondo di creaturine e creaturone, un mondo luminoso ma anche nero come la pece, di notte, un mondo assolutamente ideale per Kitty Crowther che le corrisponde fin nel profondo.
 

Insieme sono uno dei rari casi di binomio felice, oppure di assoluta perfezione raggiunta nella vicinanza: come pane e burro... 
E questa era solo la prima delle nove... 

Carla

Noterella al margine. Per saperne di più circa la mia passione per Tellegen e Crowther si può fare anche solo una ricerca qui in Lettura candita...

mercoledì 18 giugno 2025

FAMMI UNA DOMANDA !

UNO SGUARDO SGHEMBO 


Ultimo arrivato in casa Cocai Books, Fuori luogo rappresenta una nuova tappa di un cammino intrapreso dai due autori Valentina Gottardi e Maciej Michno (fondatori anche della casa editrice) e costituito da una di una serie di cinque albi divulgativi. Gli aspetti della natura presi in considerazione in tutti e cinque i titoli sono quelli più semplici e, in Fuori luogo in particolare, si racconta di quella parte di flora e fauna che abita le nostre città, ma della quale non abbiamo sufficiente consapevolezza. Porzioni piccole di vita, animale e vegetale, che in vario modo e con esiti differenti, cercano di ritagliarsi uno spazio e di aggiudicarsi del cibo in un contesto che non ha tenuto conto della loro presenza se non in misura marginale e spesso soltanto quando costituisce un problema. 
“Fuori luogo” è un’espressione che in italiano ha un’accezione soprattutto negativa, in una conversazione è per esempio un intervento dai toni e dai contenuti non in linea con il resto. Fuori luogo è anche letteralmente qualcosa che non si trova nello spazio circoscritto. 
Il sottotitolo del libro recita: Gli altri abitanti delle città. Ecco quel fuori e quel altri indicano la direzione verso cui lo sguardo viene condotto, alla ricerca cioè di quello che è meno evidente, dei margini, degli interstizi, delle pieghe. Lo spazio cioè non è solo quello che possiamo ripercorrere per intero da lontano, ma è anche quello che si scorge se accettiamo per esempio di abbassarci fino a terra, a osservare le crepe del suolo e le fessure tra i mattoni. E che non esclude possibili incontri imprevisti. Il libro si divide in 15 capitoli corrispondenti ognuno a una doppia pagina. Il titolo assegnato si riferisce al luogo o a un gruppo di specie animali. Fanno eccezione due sezioni, contraddistinte dalla pagina di colore fucsia, che suggeriscono una serie di misure da adottare per rendere alcuni ambienti comuni più accoglienti per gli animali. 


Pagina dopo pagina, luoghi diversi vengono esplorati partendo proprio dalla casa (in ogni sua parte), per poi allontanarsi progressivamente e considerarne altri come i garage, le soffitte, i viali e gli edifici antichi. Costruzioni tutte differenti, ognuna con caratteristiche proprie che le diverse specie di insetti e animali hanno evidentemente esplorato e poi scelto. 


Si arriva poi a esplorare quelle porzioni di natura che l’uomo ha addomesticato e introdotto negli ambienti urbani, ossia i parchi pubblici. A confronto con gli stessi boschi di città, qui la natura appare “ordinata e pulita” e perciò inospitale per gli animali. Come nel precedente albo Caduto, si menzionano quelle situazioni che la logica umana non può che giudicare negativamente e che invece la natura gestisce come occasione di ulteriore risorsa. Per esempio, le foglie cadute dall’albero, prontamente raccolte in un parco, in un bosco sono riparo per molti piccoli roditori e luogo in cui proliferare per tanti insetti. Senza considerare il fatto che quelle foglie, una volta decomposte (ad opera di organismi che in questo modo riescono a sopravvivere) diventano nutrimento prezioso per il terreno.
 

Le immagini alternano stili diversi: al carattere pittorico e realistico di alcune (riservate per lo più ad animali e piante), si affiancano quelle realizzate con stile geometrico e fortemente grafico. La scelta in alcuni casi sembra giustificata dalla necessità di rimarcare la differenza di sostanza e di forma che i due mondi conviventi contengono; tuttavia la schematizzazione non è così netta e rigorosa, e sorge quindi il sospetto, diciamo, che la ragione di questa commistione sia di natura propriamente stilistica, che alla base ci sia piuttosto il gusto per la sperimentazione di nuovi accostamenti. 
Nelle ultime pagine del libro troviamo un glossario (presente, ad onore del vero, in molti altri libri divulgativi) e una bibliografia, consultabile inquadrando un QR code. E questa mi sembra cosa degnissima di considerazione, perché denota rispetto per l’intelligenza del giovane lettore e perché costituisce ulteriore riprova del rigore scientifico dei contenuti. 
La scommessa di questo libro e di tutta la collana è quella di reputare degno di approfondimento quello che riteniamo già conosciuto e il più delle volte inutile, se non detestabile. 
Questa scelta di campo comporta poi un ulteriore passaggio, di natura come dire “ideologica”: considerare ciò che si ostina a vivere, nonostante e in aperta opposizione all’apparente efficienza e perfezione inseguita dall’uomo, significa educare ad uno sguardo sghembo e soprattutto ammetterlo nel novero delle competenze auspicabili. Il contributo più significativo delle pubblicazioni di Cocai editore e di molti altri editori che non per vocazione iniziale hanno deciso di dedicarsi anche alle pubblicazioni scientifiche per ragazzi, è proprio nella scelta allargata degli argomenti, affrontati con un taglio narrativo originale. Se alla tradizione divulgativa per bambini e ragazzi appartengono libri per animali, piante e spazio, in quella attuale si affiancano a quei soggetti altri che hanno l’esplicito intento di problematizzarli, scoprendo il fianco a possibili contestazioni di quel sapere ritenuto granitico e indiscutibile. 
Certamente figli di un “movimento” che riguarda anche altri settori dell’editoria, questi riservati ai ragazzi hanno dimostrato forse uno spirito di iniziativa più spiccato e ci auguriamo che contribuiscano anche a una valutazione diversa del libro per ragazzi da parte di molti adulti. 
 Libro consigliato alle bambine e bambini a partire dagli 8 anni. 

Teodosia 

Fuori luogo di Valentina Gottardi e Maciej Michno, supervisione scientifica di Dario Miserocchi, Cocai books, 2025 

mercoledì 4 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ALTRO CHE PARADISO TERRESTRE! LA CREATIVITÀ DELLA CREAZIONE 


È appena (ri)uscito per Mondadori questo volume che raccoglie trentadue racconti di Ted Hughes originariamente pubblicati in tre libri separati da Faber and Faber tra il 1963 e il 1995: How the Whale BecameTales of the Early World e The Dreamfighter e poi arrivati in Italia con Emme, nel 1981, e quindi con Mondadori nel 1992.
Si raccontano i giorni della creazione: quello che nella Genesi accade tra il quinto e il sesto giorno in maniera perfetta e definitiva, qui si dilata in una quotidianità brulicante di fatti e fatterelli che raccontano come ciascun essere vivente divenne ciò che oggi è; come è andata quando tutto cominciò. 
Gli esseri viventi “non avevano idea di cosa sarebbero diventati” e dio era impegnato a dare vita ad esseri di ogni sorta, dando prova di infinita ed ingovernabile creatività. Ingovernabile la sua creatività ed altrettanto ingovernabile il creato. Per esempio, la Balena. 
Lei spunta nell’orto di dio come un ortaggio sconosciuto allo stesso creatore che, curioso di vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, lo lascerà crescere. Ma l’ortaggio cresce e cresce raddoppiando e triplicando ogni giorno le sue dimensioni. Sai dirmi che razza di creatura sei? Lo sai o no? le chiederà. E lei: Sono la Pianta Balenina. Avrai sentito nominare la Rosa Canina e l’Erba Viperina. Bene, io sono la Pianta Balenina. La pianta balenina rischiava di ricoprire tutta la terra così dio raduna gli animali e dopo tre giorni di consultazioni, tra i suggerimenti di tutti, e con una presa in giro bella e buona, la pianta balenina fu sradicata e gettata in mare contro la sua volontà, con la promessa che un giorno, forse, sarebbe riuscita a tornare nel suo orto. 
Se nella Genesi il soggetto è il creatore, in questi racconti lo spazio dell’azione è condiviso: il creatore e il creato interagiscono alla pari. Alcuni esseri viventi, come si è visto per la balena, arrivano al mondo in completa autonomia. Un interessante punto di partenza per raccontare un divenire piuttosto caotico e assai divertente. Nessuna idea di perfezione, né di compiutezza traspare da questi racconti: il creatore è piuttosto un artigiano puntiglioso ma anche distratto, saggio ma a tratti ingenuo, onnipotente e allo stesso tempo sopraffatto egli stesso dalla creatività del creato. Ne vengono fuori dei racconti parecchio fantasiosi in cui gli esseri viventi si affannano a trovare il loro posto nel mondo. 
C’è quello che sarebbe diventato un cane selvatico, che però voleva tanto essere un leopardo, e lo seguiva e lo imitava in modo da diventare come lui. Ma alla fine di un lungo ed inutile apprendistato, sempre alle calcagna del leopardo, riuscirà soltanto a diventare la iena, che del leopardo mangia solo gli avanzi. 
Oppure l’asino, che voleva diventare Ogni Animale, e si esercitava a diventare ora l’uno, ora l’altro, e pure quando l’uomo lo assume per tirare l’aratro, l’asino pensa di allenarsi mentalmente durante le ore di duro lavoro. Presto si accorse di essere molto bravo a fare ciò. Poteva immaginare per ore e ore di essere tutti gli animali che desiderava (uno Stambecco, per esempio, che spicca salti tra le nuvole di balza in balza, o un Salmone che risale l’impetuosa corrente dei fiumi) soltanto nella sua testa. Per poi adattarsi ad essere proprio e soltanto un asino. “Dopo un po’ che gli animali erano sulla Terra, cominciarono a stancarsi di ammirare gli alberi, i fiori e il Sole e presero ad ammirare se stessi. Ogni animale era sempre più desideroso di essere ammirato e impiegava ogni giorno una parte del suo tempo a farsi bello. 
Ben presto cominciarono a tenersi delle gare di bellezza. 
Qualche volta il primo premio lo vinceva la Tigre, qualche volta l’Aquila e qualche volta la Coccinella.” Furbizia, vanità, invidia, solidarietà, vanno a comporre un universo parecchio rassomigliante al mondo degli umani. 
Quando il Gufo divenne Gufo, la prima cosa che scoprì fu che riusciva a vedere di notte. La seconda cosa che scoprì fu che nessun altro uccello ci riusciva. La terza cosa fu che trovò presto un modo per gabbare i suoi simili e poterseli mangiare a piacimento variando la dieta di topi, ratti e scarafaggi che gli erano toccati fino ad allora. Certo il suo piano dopo un po’ fallì, ma lasceremo ai lettori i dettagli di questo struggente racconto. 
L’Uomo e la Donna, anche loro vengono creati: l’Uomo con estrema facilità: Dio si limitò a plasmare l’argilla, ci soffiò dentro la vita e oplà! l’Uomo ne è saltato fuori, bello che pronto. Dopodiché non gli restava che fare la sua migliore metà. Dio si impegnò molto e fu compiaciuto di averla creata perfetta. Ma, ecco il problema! Non riusciva a soffiarle dentro la vita. Lei era lì, ancora calda nelle mani di Dio, perfettamente plasmata. Molto più perfetta dell’Uomo. Ma ancora senza vita. Lo sconforto di dio era grande ma quello dell’uomo si era tramutato presto in una crisi isterica: come poteva vivere infatti senza la sua migliore metà? (hi! hi! hiI! ndr). L’operazione si rivelava davvero impossibile tanto che dio chiese aiuto con un proclama da pubblicità: Ricompense divine per chiunque riesca a far vivere la Donna! 
Sarà la mamma di dio a trovare la soluzione: con precise indicazioni che coinvolgeranno in primis la luna, verrà alla luce un bambino umano e a custodirlo sarà posta una terribile tigre che spaventerà lo stesso onnipotente, come se quel bambino umano che aveva preso vita senza il suo soffio vitale fosse troppo per lo stesso dio. Non mancano i buchi neri, un Poltergeist, un demone responsabile della nascita dell’ape e certi alieni che si mascherano da incubi e che si insinuano nell’orecchio di dio togliendogli il sonno. 
Siamo di fonte a un’opera complessa che presenta molteplici livelli di lettura utilizzando una lingua piana e ariosa, facilmente godibile da orecchie piccole e curiose. Una lingua capace di mostrare caratteri e paesaggi di un mondo che risulta allo stesso tempo primitivo ed attuale. Racconti di metamorfosi che hanno molto a che fare col mito e ben poco con la ricerca della perfezione. 

Patrizia 

 “Com’è nata la balena e altre storie”, Ted Hughes, trad. Riccardo Duranti, ill. Fabio Visintin, 
Mondadori 2025 
 

venerdì 30 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GIOIELLO 

Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare 
(trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli otto anni) 

"Allora non ci sarebbero stati né il fresco venticello primaverile né il caldo torrido e odoroso di fieno dell'estate. Lollo Mollo non avrebbe potuto arieggiare la casa e lo scheletro sarebbe rimasto nell'armadio per un altro anno. 
Questi pensieri gli fecero venire mal di pancia. Bisognava fare le cose per bene e tirare fuori lo scheletro dall'armadio, proprio come ogni anno. Eppure l'ansia continuava a graffiargli il petto. E se la primavera fosse arrivata dappertutto tranne in quel posticino solitario, lasciandolo immerso nell'alito gelido e ostile dell'inverno? Cosa avrebbe fatto?" 

La questione è complessa. Lollo Mollo ogni anno si prefigge questa incombenza: tirare fuori l'armadio da casa, pesante e scomodo, ma con le fette di patata sotto le zampe ce la fa, e dopo averlo caricato sulla carriola, arrivare sulla collina isolata e solo lì tirare fuori lo scheletro dall'armadio per spolverarlo a dovere, togliere gli eventuali ragni che si sono annidati tra le costole, mettere due palline di antitarme nell'armadio (non si sa mai).
Tutto questo richiede una bell'aria di primavera un bel sole, una collina isolata, appunto, dove nessuno lo veda. 
Questa incombenza va svolta in assoluta solitudine: è sempre stato così e così sarà per sempre. 
Ma quella mattina tutti i segnali, compreso l'entusiastico vociare di Gracchio che annuncia in giro la primavera, confermano che il sole e il caldo sono arrivati. 
Si può procedere. 
Portata a termine la consueta procedura, Lollo Mollo si siede soddisfatto e comincia a pensare quando quello scheletro era apparso per la prima volta nel suo armadio... E mentre è lì che pensa si chiede anche che cosa sarebbe potuto succedere se gli altri abitanti del bosco avessero saputo del suo scheletro nell'armadio... Certo potersi confidare gli sarebbe piaciuto, ma come farlo? E gli sarebbe anche tornato utile che gli altri gli dessero una mano nel trasporto dell'armadio. Ma no! 


La cosa migliore era continuare a conservare il proprio segreto. E mentre lo pensa, temendo la pioggerella primaverile, si sincera che nessuno sia in vista per ricaricarsi l'armadio e rimetterlo a posto in casa. Con lo scheletro dentro. 
Intanto Occhiolungo e Gracchio, non lontano da lì, decidono di non andare al mare perché se Lollo Mollo ha rimesso dentro l'armadio con il suo scheletro, vuol dire che la pioggia sta davvero per arrivare... 

Se un libro di racconti (il genere e passo narrativo che amo di più) esordisce così, con un piccolo gioiello perfetto, da lì in poi la voglia di proseguire nella lettura schizza a mille. E infatti è quello che accade. Due parole sul gioiello. 
Molto giusto che dia il titolo all'intero libro, se lo merita. 
Il ritmo pacato. 


La scrittura esatta al millimetro. 
L'ambientazione che è quella di un gruppo di case tra bosco e mare, tra fiaba e realtà. 
Ed è un contesto che ricorda molto quello di altri potentissimi libri: il migliore tra tutti, Lettere dal bosco di Tellegen. 
Il gioco linguistico che dà l'avvio all'intero racconto e che ne costituisce l'ossatura, lo riempie di una sana follia. Lo scheletro nell'armadio è contemporaneamente metaforico e letterale e su questo si regge l'intero dialogo tra i due significati e di fatto l'intera storia. Bella idea, non l'unica. 
La piacevolezza della lingua delle due traduttrici lo illumina possibilmente ancora di più: una lingua curata, parola per parola. 
Il colpo di teatro finale che ti lascia lì, stupito, sorridente e intenerito. 
Da qui in poi, tutto quello che viene dopo questo gioiello iniziale. 
Siamo piombati nel mezzo di una piccola comunità pacifica di animali diversi - e alcuni piuttosto inconsueti - e una ragazzina, di nome Sipriki, che vale uno come tutti gli altri. 


Vivono insieme, condividono con grazia e gentilezza lo spazio e il tempo comuni. 
Non tutti loro agiscono all'unisono. Ci sono storie a due, per esempio quella di Leprotto e Lupo di mare (!) - sono io che stravedo o potrebbe essere una allusiva declinazione del mito della donna foca? Ci sono storie più corali in cui si impara a conoscere la personalità dei singoli protagonisti. Alcuni di loro portano nel nome la loro fragilità: Goffofredo o Sperperina, per esempio. 
E alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie: Stridulone che non vuole lasciar andare la giornata perfetta. L'inadeguatezza di Farfalla che, per la sua ala a cui manca un pezzetto, non si sente vera e completa...Riccio e il suo problema di misantropia, o Pigolino non proprio convinto che nella vita il traguardo sia tutto.... 
A ben vedere si tratta di grandi questioni che si pongono, tra gli altri, un gatto, Occhiolungo, un corvo, Gracchio, un lumacone, Lollo Mollo, un leprotto, Leprotto, un lupo, Lupo di mare... 


E poi c'è lei: la traduzione, ossia la lingua scritta che tutto tiene insieme. 
Studiata e limata per essere perfetta nel suo essere rispettosa dell'intreccio fittissimo di doppi significati, di allusioni lessicali. 
Tanto per dire: la brillante scelta dell'onomastica dei singoli personaggi è un raffinato lavoro di cesello, che in un gioiello, appunto, ci sta perfetto. 
Libro necessario, da tenere stabile per mesi o anni sul comodino, per leggerlo e rileggerlo ogni sera, prima di fare bei sogni. 

Carla

venerdì 23 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LO CHOC ESTETICO

Luise
, Nikolaus Heidelbach (tad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 



ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Luise trova il ragazzino molto interessante e gli si arrampica addosso. 
Dal canto suo Louis stenta a credere che dal mare possa arrivare una cosa tanto bella. 
 'Sono scappata di nascosto da mia madre' dice Luise. 'E se se ne accorge?' chiede Louis. 'Potrebbe volerci un po'' risponde Luise e si arrampica ancora più in alto. 
'Ehi, che cos'hai lì?' chiede la mamma di Louis. 'Niente' dice Louis 'solo delle alghe'. 
Poi si mette Luise sulla testa la ricopre di alghe e si dirige verso il telo da mare."

Luise ce la fa e, trasportata nel secchiello, arriva nella casa delle vacanze di Louis. Dormono vicini. Al principio lei nel secchiello lui nel letto. Poi lei si infila di soppiatto solo le coperte, ma la mattina dopo, al suo risveglio Louis la trova di nuovo nel secchiello con l'acqua. Ma sulle lenzuola si legge chiaramente un messaggio: vorrei venire con te. Il polpo Luise sa dunque scrivere e sa anche fare l'inchiostro. Il polpo Luise rimane con loro. Almeno per un po'.
Comincia così la loro allegra convivenza, sotto gli occhi condiscendenti della madre di Louis. Della madre di Luise invece si sono perse le tracce. 
Lasciata sul fondo del mare dal giovane polpo fuggiasco, starà ancora accudendo il resto della prole? O si sarà accorta che una manca all'appello? I polpi sono animali perspicaci, così la madre di Luise, non avendola trovata in mare capisce di doverla cercare sulla terraferma e per farlo va verso la più vicina stazione ferroviaria. 
Comincia così il suo viaggio, seguendo il suo fiuto, per ritrovare la giovane Luise... 

Come disse una volta Nicolas Jolivot, parlando di una parete verde di foglie su cui spiccava un convolvolo bianco fiorito, siamo di fronte a uno "choc estetico". 
I libri di Heidelbach sono davvero esperienze estetiche prima di qualsiasi altra cosa. 
Si rimane con gli occhi rapiti da quelle tavole piene di silenzio e piene di una perfezione formale davvero fuori dal comune. Non si tratta però di un realismo perfetto. A colpirci in tutta la sua perfezione è l'atmosfera che si respira in ogni pagina. 

© N. Heidelbach, Luise, #Logosedizioni

Nulla è mai fuori posto, tutto appare cristallizzato in un istante, e la cura per ogni dettaglio toglie il fiato. Gli occhi scorrono sugli ambienti, sui pochi arredi, sui vestiti, sulle capigliature di chi abita quegli spazi e a ogni occhiata si ha la percezione di essere attirati all'interno della pagina, perché possa essere capita e apprezzata fino in fondo. Ammesso che si possa. 
Nulla di esornativo o di meramente decorativo. Men che meno ci sono parti che potrebbero distrarre dalla focalizzazione. Al contrario, tutto sembra convergere in un punto solo, che è nello stesso tempo il nocciolo del senso e il fuoco visivo. 
Nella regolare alternanza delle tavole su Luise e sulla madre in cerca, l'immagine si fa densa e consistente e tutto assume un suo preciso significato, dando così spessore alla complessità del mondo e all'interpretazione che se ne vuole dare. 
Tanta perfezione non è esercizio di stile, ma assomiglia di più a una seduta di psicanalisi in cui il flusso dei pensieri deve muoversi in libertà per poi convergere su un punto. 
A ciascuno il proprio. 
Per questo i libri di Heidelbach non sono mai passeggiate di salute, ma sono strumenti narrativi esatti e complessi, con bei tuffi da fare nelle profondità di contenuto. 
Visivamente, negli scenari spariscono personaggi che potrebbero essere lì semplicemente in transito. La spiaggia dell'incontro è deserta; in lontananza solo una chiatta, un molo, un faro due ciabattine e un lembo di asciugamano. Nel mare solo la grande madre circondata dai piccoli polpi e solo un paio di attinie che segnano il movimento delle acque. Lo stesso per la tavola di madre e figlio (e polpo) in macchina o per quella che ritrae il polpo nel taxi... 
Il superfluo semplicemente sparisce. 
All'ordine sovrano che regna nelle immagini, corrisponde il corto circuito mentale che Heidelbach impone ai suoi lettori. 
La lingua di Heidelbach è spesso quella dell'ironia. 

© N. Heidelbach, Luise, #Logosedizioni

Infatti in Luise il punto di partenza è assurdo di per sé: un polpo cucciolo, una femmina fuggiasca, decide di far amicizia, o sarà già amore?, con un solitario ragazzino che è sulla battigia che guarda il mare, perché non sa ancora nuotare. Sua madre è pochi metri più indietro sul suo asciugamano. Se questo è l'assunto di partenza, tutto quelle che viene dopo è invece orchestrato secondo una logica più che stringente. Un po' lo stesso gioco - o corto circuito - che si verifica a ogni giro di pagina di Cosa fanno le bambine? e di Cosa fanno i bambini? 
Lì l'assurdo sta nella relazione tra il pochissimo testo e la grande immagine. 
Ma come accade lì, anche qui - intorno all'assurdo - ruota un meccanismo di assoluta logica: per cui, per esempio, il pacco di sale e la latta con le sardine perennemente con Louis e Luise (dalla vasca da bagno al picnic nel prato). Oppure le, seppure stringate, chiacchiere tra madri a tavola sulla loro condizione familiare, o ancora le sottoscrivibili parole dell'una e dell'altra circa il progetto educativo che entrambe hanno in mente per i loro rispettivi figlioli. Se la loro storia deve andare avanti, lui dovrà imparare a nuotare e lei dovrà imparare altre misteriose cose importanti per la vita di un polpo. 
E a questo punto l'assurdo, che ci fa sorridere e anche ridere e assaporare il grande mistero, ci è lievitato nelle mani e dobbiamo accettarlo come norma. 
Anzi è la norma. Il ragionamento messo in piedi da Heidelbach non fa una piega. 
Brevi approfondimenti su chi sia Louis e chi sia Luise e, soprattutto, quale sia la relazione che li tiene insieme, lo percepiamo quando lei scrive sulle lenzuola (!) la sua volontà di restare, quando incontrano i bulli per strada. Quale sia la relazione affettiva tra le due madri con la prole la apprendiamo cammin facendo. Capiamo quanto il polpo madre tenga alla fuggiasca, capiamo quanta autonomia di scelta sia data al piccolo Louis da parte della madre, capiamo anche che Luise è contenta di vedere che sua madre la ama (quello sfioramento di tentacoli sotto la tovaglia... o quella borsetta data in prestito).
Come per incanto, siamo di fronte a una bella storia d'amore o di amicizia tra un ragazzino piuttosto solo con una bella madre e un polpo femmina molto volitivo (!) con una madre altrettanto determinata ad amare la prole e a volerla proteggere.

© N. Heidelbach, Luise, #Logosedizioni

Siamo in un libro di Heidelbach quindi non possiamo dimenticare di andare a goderci i molti dettagli che mette a disposizione del vissuto di ogni lettore perché nel trovarli si accenda un ricordo personale e quindi un'emozione forte. 
A puro titolo accademico, il mio dettaglio ha a che fare con un tendaggio...

Carla

lunedì 19 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAR DI NECESSITÀ VIRTÙ 

L'amico perfetto, Jon Agee (trad. Alessandro Zontini) 
Il Castoro 2025


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Benvenuta al rifugio per animali Valle Felice. 
Sei alla ricerca di un porcospino? Di una donnola? 
Ho un armadillo davvero adorabile. 
No, grazie. 
Vorrei un cane." 

L'elegante quanto allampanato gestore del rifugio per animali comincia così una lunga trattativa con questa bambinetta vestita di giallo che gli arriva sì e no al ginocchio. 
Nonostante la sua chiara richiesta, l'allampanato signore comincia a proporle una serie di animali piuttosto insoliti: dal formichiere, al babbuino al pitone. Persino un pesce rosso, morto! 
La bambina è piccola ma granitica nella sua scelta. Lei vuole un cane.


All'allampanato signore non resta che il sotterfugio, ovvero propinarle come cane un'iguana travestita. 
La piccola ha capito l'antifona: contrariamente a quanto si potrebbe pensare, in quel rifugio non ci sono cani da adottare, ma solo animali esotici. E quando lei è ormai sulla porta con l'intenzione di andarsene, il signore allampanato le chiede che cosa effettivamente un cane abbia di tanto speciale. La risposta è immediata: un cane è leale, affettuoso, intelligente, coccoloso, divertente, coraggioso, insomma è l'amico perfetto... 
Ma allora forse lui ha tra i suoi animali qualcosa che possa soddisfare il desiderio di quella bambina vestita di giallo... 

Ci sono un paio, in realtà almeno quattro, caratteristiche che si ripresentano con una certa regolarità negli albi di Jon Agee. Qualità del disegno, a parte. 
Abitati da un'infanzia gagliarda. 
La relazione grandi e piccoli. 
L'assurdo che prorompe nel consueto. 
I loro testi che sono per voce tonante. Impossibile esimersi dal leggerli ad alta voce. 
Partiamo dai bambini e dalle bambine che mette in scena. 
Qui come già in Papà è un albero vediamo due piccoline impastate di determinazione che hanno le idee molto chiare sul da farsi e su cosa volere per sé. Altrettanto tetragoni sono stati il piccolo B che ha salvato la sua famiglia e ha deciso di non partire con loro per la Florida per rimanere invece tra le renne, la neve e gli elfi, oppure il piccolo astronauta che su Marte va cercando la vita, e la trova. 
Direi che Jon Agee è schierato. E questo lo si vede ancora di più quando, accanto a questi bambini gagliardi, mette degli adulti che sono sottomessi, come nel caso del papà di Maddy che nel giardino apre le braccia e fa l'albero, con qualsiasi tempo, o come questo insistente quanto inadeguato gestore di rifugio per animali. Il suo ruolo è quello di rilanciare con le carte (animali) che ha in mano (nel retrobottega), cercando di turlupinare la sua caparbia cliente.
 

Tanto più lui tira fuori, con il sorriso dell'imbonitore, animali improbabili e molto diversi dal cane che lei cerca, tanto più crescono nel lettore la stima per la ragazzina e la commiserazione per quel poveretto. Questo conferma la posizione di Agee nei confronti della classe degli adulti, che dai suoi libri escono sempre un po' malconci. Salvo poi essere ripescati proprio all'ultimo con un guizzo narrativo, una sorta di colpo di scena che ha il compito di far nascere una bella risata liberatoria, alla e vissero tutti felici e contenti! 
E a proposito di comicità e risate Jon Agee dimostra di sapere molto bene quali ingredienti usare perché i suoi libri siano sempre divertenti. Il surreale, l'assurdo che si infila in assoluta scioltezza in un contesto del tutto "normale". E una capriola sul finale. 
Pensiamo all'abitante di Marte, o agli elfi al polo, o ancora al muro che divide la scena ed è in corrispondenza esatta della cucitura della legatura del libro, in Il muro in mezzo al libro.
Qui c'è questo improbabile omone elegante che propone alla ragazzina animali ancora più improbabili di lui, comparendo, ovvero entrando in scena, per esempio con un pitone come sciarpa o un pesce rosso in verticale nella sua boccia di vetro. 
Impossibile non ridere a ogni giro di pagina, così come era impossibile non ridere a ogni giro di pagina di Papà è un albero con l'entrata in scena di gufetti, pettirossi, cinciallegre ecc. ecc. che si andavano accumulando. Qui ad accumularsi, nel crescendo consueto, sono le proposte di possibili adozioni. 


Salvo poi, nel colpo di scena finale, concludere con una risata in cui si dimostra che i bambini sanno fare meglio di altri di necessità virtù. 
A parte tutto ciò, ogni bambino sarà lì a fremere nell'attesa del nuovo animale e sarà impossibile, per chi legge, non assecondare con il tono di voce l'assurdità crescente della situazione. 
E così si arriva al quarto punto: la scrittura per voce tonante. 
Prima cosa: nessuna voce narrante, ma solo dialoghi serrati e, appunto, sempre crescenti in fatto di pathos. Almeno per quel che riguarda i poveri adulti. Al contrario, le bambine con cui discutono hanno come arma una calma serafica, dovuta alla loro serenità interiore. 
I bambini sanno quel che vogliono, spetta agli adulti districarsi. 
Almeno nei libri di Agee. 

Carla 

Noterella al margine. Più che in altri suoi albi, almeno in quelli tradotti in Italia, qui mi pare di notare una grande consapevolezza nel rendere il linguaggio corporeo dei due personaggi, parlante a sua volta e anche una capacità compositiva nell'alternanza delle tavole doppie, quelle singole, quelle al vivo e quelle con cornice. E meraviglioso è, come sempre, il rigone nero che tutto definisce.

venerdì 16 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PER VOCE ANIMALE 

I desideri degli animali, Chiara Carminati, Pia Valentinis 
Aboca Kids 2025 


POESIA ILLUSTRATA 

Il gabbiano 

Non si ingabbia un gabbiano 
si sa. Siamo simbolo 
di vita in libertà.
 
La sola gabbia in cui entrerei 
l'unica dove vorrei 
stare rinchiuso

è quella dell'artista che cattura 
il mio volo 
nella sua pittura. 

Ed è esattamente quello che accade. 
Gli altri dodici desideri sono del riccio, della salamandra, del granchio, della gallina... Questa parrebbe desiderare il volo, invece la sua massima aspirazione è quella di restare a terra. Altro che vento sotto l'ala: meglio un lombrico che si affaccia dalla terra. Il riccio, che, nonostante il nome è bello liscio e irsuto, sogna e desidera svegliarsi al mattino con un bel boccolo. E lo scoiattolo con la sua noce più bella tra le zampe non desidera di conservarla per la sua fame dell'inverno, ma per piantarla e mettere a dimora un nuovo albero. 

Tredici poesie. Una sul desiderio, parola che contiene in sé la mancanza delle stelle, e altre dodici sui desideri, vari e inaspettati, di altrettanti animali, da loro espressi in prima persona. 
Capita, talvolta, che arrivi in fondo al libro e ne vorresti almeno altrettanto. 
Ecco, qui è successo. 


Chissà che non dipenda dalla piacevole sensazione che si prova nell'attraversarlo, ma davvero non vorresti finisse così subito. 
Questo libro, nonostante la sua brevità, è pieno di fili che si intrecciano intorno a un bel po' di cose da scoprire. 
Per intenderci: non è il "solito" albo. 
Il primo intreccio è tra Pia Valentinis e Chiara Carminati. 
Stesse radici, si vogliono bene, si stimano e piace a entrambe lavorare con l'altra. E quelle volte in cui questo è capitato, Viaggia verso, la loro sintonia era lì sulla pagina e sotto gli occhi di tutti. Un po' come pane e burro stanno bene insieme. Entrambe sono lì che cesellano e lavorano su piccoli suoni o su piccoli segni, lavorano togliendo, una con le parole e l'altra con il pennino per arrivare a una composizione più grande e armonica. 
E quando suono, senso e tratto sono lì a dialogare con gioia, è una certezza che tutto funziona a meraviglia. 
Altro intreccio di fili è quello con l'editore. Aboca sta dimostrando un bello sguardo alto che tiene d'occhio quella zona di confine, sempre meno definito, sempre più valicato e di qua e di là, tra la fiction e la non fiction, ossia tra la letteratura di invenzione e la saggistica su aspetti di realtà. 
Per intenderci: non è il "solito" albo che racconta di animali, di etologia. 
In verità, ogni poesia ha un riferimento al comportamento dell'animale e in questo il rigore è d'obbligo. 
E questo spiega Aboca Kids. 
Ma è anche un libro che dei singoli animali va a raccontare i desideri e quindi vuole esplorare una sfera che con l'immaginazione per forza deve avere a che fare. E allora la formica, animale sociale per eccellenza, desidera stare un momento tutta sola, un momento di vuoto. O ancora la medusa, così pallida ed evanescente, non desidera altro che prendere un po' di tintarella sotto la sua mantella... 


Ma anche queste notizie di pura invenzione poetica spiegano Aboca Kids, per quanto detto sopra. 
In realtà intorno a questi tre fili ce n'è un quarto, francese. Quello dell'editore Grandir che nel 2009 questo libro, ma con un formato tutto diverso e con il gatto di copertina che va in direzione opposta al gatto "italiano", lo ha pubblicato per la prima volta.
Poi c'è un altro filo ancora che contribuisce all'intreccio: quello tra Pia Valentinis e la ceramica e più precisamente tra lei e il laboratorio di Maria Cristina Di Martino e Salvatore Farci, a Cagliari. Almeno per questo libro. In ogni modo, si tratta di una sua passione, un suo percorso espressivo, come il fumetto e l'illustrazione, che va ben indietro nel tempo. 
Per intenderci: non è il "solito" albo disegnato. 



Le illustrazioni sono, sì certo, illustrazioni, ma anche qualcosa d'altro: sono mattonelle di ceramica, so per certo non 5x5! Poco meno di due righine nella pagina dei crediti svelano quello che un occhio distratto potrebbe anche non cogliere immediatamente: ciascuna tavola del libro non è in realtà un disegno su carta ma, appunto, la magnifica fotografia di una mattonella di ceramica. 
Solo impercettibilmente si nota quella insolita lucentezza della superficie e del blu, quel riflesso che si coglie appena. Ma soprattutto è quello spessore volutamente incluso negli scatti della fotografa Nelly Dietzel, anche sapiente grafica, che racconta all'occhio la vera verità. 
 E il suo è ancora un altro filo che va a intrecciarsi.

 Carla

mercoledì 7 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TOPO DI CITTÀ, RAGAZZO DI CAMPAGNA


Elwyn Brooks White era un tipo particolare. Lavorava al The New Yorker come redattore e nel 1945 decide di scrivere un libro per bambini che a una prima lettura aveva destato qualche preoccupazione all’editore, il titolo era Stuart Little – Le avventure di un topolino coraggioso
Questo è l’incipit del libro: 
“Quando la moglie del signor Federico Little mise al mondo il suo secondo figlio, tutti notarono che non era più grosso di un topo. E in verità di un topo aveva molte caratteristiche: non più alto di cinque centimetri, ne possedeva il naso aguzzo, la coda, i baffetti e le maniere timide e piacenti.” 
Si può ben capire cosa avesse fatto saltare sulla sedia l’editore, il quale cercò di convincere White a cambiare questo inizio brusco, che insomma forse non era cosa socialmente accettabile che un’amabile e benestante signora newyorkese facesse nascere un topo. Insomma, certe cose non si fanno. 
White allora lavorò un po’ di cesello sulle prime righe, tolse due parole là due parole qua e ricompose la frase in modo più sfumato, ma rimanendo ben saldo sulle origini del piccolo protagonista. 
D’altro canto, per decenni il suo manuale di grammatica fu usato da tutte le scuole di scrittura degli Stati uniti: diciamo che White sapeva come usare le parole. Addirittura uno dei più grandi scrittori americani, Kurt Vonnegut, disse che White era uno dei più ammirevoli litterally stylish che gli Stati Uniti avessero prodotto. 
Stuart Little, come si evince dall’incipit, racconta la vita di un piccolo topino educato di città: un topino colto, un po’ maniacale nella cura della sua persona e delle cose, vagamente nevrotico, amante dell’avventura, incapace di stare fermo, curioso, spiritoso, romantico, insomma un vero topino newyorkese. 
Le prime avventure di Stuart sono molto ordinarie direi, ossia sono esattamente quel tipo di avventure che se io fossi stata la madre del topino gli avrei senz’altro fatto provare: per esempio riprendere un anello caduto nel tubo di scarico della vasca da bagno, oppure far funzionare quel martelletto del pianoforte al momento giusto nel modo giusto, infilando il proprio figlioletto tra le corde. 
Ma per un giovane topo avventuroso, queste sono sciocchezze e così Stuart si concentra su Central Park dove finalmente può salire a bordo di un veliero (giocattolo) e salpare verso il mare (il laghetto) in burrasca. 
Ma la vera avventura si presenta con un’uccellina di nome Margalo. La descrizione del primo incontro con Stuart ci dà l’idea della grande capacità narrativa di White, tanto elogiata da Vonnegut:
“Il mio nome è Margalo – rispose l’uccellina con una voce morbida e musicale – Vengo da dolci pasture tenere, da campi folti di grano zecchino, da boschi ricchi di capelvenere, da prati sparsi di cardo turchino; vengo da valli con acque chiare, amo la vita e adoro fischiare.” 
Ma Margalo a New York è solo di passaggio e così un giorno vola verso nord. Questo dà l’occasione al nostro topino per nuove avventure: con un’auto nuova fiammante (una macchinina, sempre giocattolo) andrà finalmente alla scoperta del mondo. 
E. B. White amava molto New York, le era riconoscente, ma era anche un ragazzo di campagna, adorava gli animali, era un tipo timido e riflessivo. Queste due sue anime di riversano perfettamente in Stuart. Penso anzi che lui volesse avere di Stuart la sfrontatezza unita alla più franca gentilezza. Appena Stuart vede qualcuno in difficoltà, senza nemmeno pensarci, si ferma e chiede e ascolta, quasi che le sue fattezze e la sua statura (poco più di cinque centimetri, ripete orgoglioso) non segnassero una differenza col mondo. 
Stuart intende vivere al massimo, occupare ogni secondo: si innamora senza pregiudizi di qualsiasi forma di essere vivente, aiuta grandi omoni seduti a bordo strada, affronta onde gigantesche di laghetti in apparenza placidi. Ma Stuart sa anche fermarsi e gustarsi il momento, come quando, giunto in un placido villaggio all’ombra degli olmi, si ferma a gustarsi un bicchiere di salsapariglia, in un brano narrativo di una bellezza cristallina. 
Stuart è un (piccolo) paradosso, è un bambino cresciuto in fretta – si sa che l’infanzia dei topini dura un zic – in un mondo di adulti alti che però del mondo sanno molto poco. E la dimostrazione della sua precoce saggezza la dimostrerà tutta nel suo breve lavoro di supplenza in una scuola elementare. Con uno stile elegante ma semplice, con una cesellatura magistrale sulle parole, White ci racconta del piccolo Stuart che affronta tutte le avventure in cui sulla carta dovrebbe uscire perdente, come un vero eroe, ma senza l’arroganza che a volte accompagna i vincenti. Lui non si accorge di essere uno di loro, tanto è impegnato a vivere, a guardare, a risolvere i problemi, ad amare. 
Libro perfetto dai 9 anni in poi.

Valentina


"Stuart Little – Le avventure di un topolino coraggioso”, E.B. White, ill. Garth Williams, trad. Dino Segre, Nord Sud Edizioni, 2025

mercoledì 23 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NESSUNA STREGONERIA, SOLO LETTERE E PAROLE. 

“Consegnò tali ricordi alla febbre. Offrì in dono l’oblio per avere in cambio una via d’uscita, una via per sopravvivere. 
E quando la febbre scese, quando alla fine si risvegliò nel mondo reale, portò con sé un’unica cosa: il suo nome. 
Beatrice.” 
 

Una bambina viene ritrovata raggomitolata da Fratello Edik, accanto alla capra Answelica nel fienile di un monastero. 
La capra in questione non è una qualunque, è temuta infatti da tutti i monaci dell’Ordine delle Cronache del Cordoglio per le sue violente testate e non viene abbattuta solo per il sospetto che il suo fantasma possa essere più pericoloso dell’animale in carne e ossa. Lo stupore di Fratello Edik è quindi grande quando si accorge che la capra protegge quella bambina che si rivela subito in pessime condizioni. Il suo nome è Beatrice e, a parte questo, non ricorda niente altro. 


Fratello Edik decide di accogliere la bambina e di camuffarla da monaco rasandole i capelli e coprendola con un saio. La verità sulla bambina si svelerà progressivamente e, a lui come a tutti i monaci timorosi, risulterà chiaro che potrebbe trattarsi di quella bambina che, secondo una profezia contenuta nelle Cronache del Cordoglio e che si è rivelata allo stesso monaco, sarà l’artefice di un grande cambiamento che porterà allo spodestamento dell’attuale re. 
Un racconto ambientato in un medioevo non precisato, in un periodo di tempo lontano in cui alle bambine era proibito imparare a leggere e a scrivere (invece Beatrice stranamente dimostra di possedere queste competenze) e in cui alle profezie veniva accordata grande importanza. 
Al centro di questo romanzo ci sono soprattutto due elementi: la parola e l’amore. A loro volta poi fortemente correlati. 
Le parole sono quelle lapidarie di una profezia che per quanto si voglia contestare e giudicare inattendibile, creano una tensione sottile ma resistente che si dipana lungo tutta la storia. Quelle parole affiancano anche quelle di un’altra storia, quella che Beatrice racconta al brigante e poi al re, la storia di una sirena con la coda ingioiellata, la stessa storia che ritorna come una promessa fatta a Fratello Edik e rimasta in sospeso. E ancora, quel racconto che ha i toni di una fiaba è poi incarnato dalla voce della bambina che in questo modo riesce a ritrovare la madre, il cui destino era rimasto sconosciuto.
La parola (l’incanto della storia) viene proposta come antidoto a un mondo che si è piegato alla barbarie e all’ignoranza. Beatrice rappresenta la vita che si rivela pian piano e solo grazie all’amore, quello di una capra a dir poco singolare, di un monaco sensibile alla bellezza e poco considerato dal resto dell’Ordine, di un ragazzino destinato a una vita di stenti e di un re che ha rinunciato alla propria corona.
I personaggi di questo romanzo costituiscono un gruppo assortito di reietti (per destino o per scelta) che hanno però intravisto in Beatrice una grande luce e per questo sono disposti ad accompagnarla nel viaggio che dovrebbe riportarla a casa, che si rivela molto complesso perché deve passare per prima cosa proprio dal luogo dal quale si fugge: ossia il castello di quel re che la insegue e che vorrebbe vederla morta. 
Beatrice non sa cosa potrà ricavare da questo incontro, ma sa bene che deve incrociare lo sguardo di quell’uomo che ha ucciso i suoi fratelli, non è la profezia a muovere i suoi passi, ma un destino che la chiama e che ha a che fare più con la sua dimensione umana e morale. 
Beatrice avrebbe voluto dire a quell’uomo: 
“Avete ucciso i miei fratelli. Avete cercato di ammazzarmi, ma avete fallito. 
Ora sono dinnanzi a voi. Avete fallito.” 
Ma non lo disse. Invece Beatrice aprì la bocca e disse soltanto: “C’era una volta”. 
C’era una volta.” 
Come affrontare a mani nude un uomo che si è fatto artefice di morte? Beatrice non lo sa, ma quando arriva quel momento non sa fare altro che raccontare. 


La profezia come parola nutrita di una sostanza che non può che essere l’amore, come dire che le storie se non affondano nell’animo di chi le genera e racconta sono destinate a essere lettera morta. Quelle stesse lettere, invece possono rivelare una grandissima potenza se sono sostanziate da uno slancio autentico che muove la stessa vita. Beatrice ha imparato le lettere e le parole, le ha a sua volta insegnate al giovane Jack Dory per il quale sono diventate la chiave di accesso al mondo, rispetto al quale era avido di conoscenza. 
Di questo romanzo è difficile non amare la scrittura, prima ancora che la storia, quello stile narrativo caratterizzato a parole sempre molto misurate, periodo brevi come incisi, spesso anche ripetuti a sottolineare la pregnanza di quelle singole parole e la necessità di sceglierne senza abusarne. Anche i capitoli sono brevi e, sebbene quella narrata sia un’avventura che comporta spostamenti, viaggi, cambi di compagnia e di scenario, il ritmo non è mai concitato e la scrittura ha sempre un respiro ampio e disteso. 
Questo modo di scrivere permette di assistere allo spiegamento della storia come se fosse in un grande quadro, come se si disponesse in ampiezza più che nella linearità di un percorso. In questo grande affresco, le avventure raccontate hanno il sapore di un racconto incastonato in un’epoca sospesa e non collocabile cronologicamente. Qui, come in altri scritti di Kate DiCamillo, il contesto storico è solamente evocato nei suoi aspetti noti che contribuiscono a comporre un immaginario funzionale alla storia. La conclusione dichiara apertamente che la vicenda potrebbe essere ambientata anche in un tempo che deve ancora venire, potremmo addirittura parlare allora di un romanzo distopico, più che vagamente storico. Le iniziali miniate di ogni capitolo rimandano alle scritture realizzate dai monaci amanuensi, ma la scelta di utilizzarle sembra rimandare ancora una volta al valore delle lettere come forma di conoscenza e al contempo di contemplazione e godimento del bello. Non a caso è Fratello Edik ad avere il compito di realizzarle, quell’uomo dotato di un occhio ballerino che gli conferisce forse la capacità di vedere la bellezza ovunque. Meritano una menzione le illustrazioni che, sebbene in bianco e nero, arricchiscono ulteriormente il piacere della lettura. Sono di Sophie Blackall, autrice di fama internazionale e vincitrice per ben due volte della prestigiosa Caldecott Medal. Il suo tratto elegante e morbido restituisce luoghi silvestri dal sapore magico che non mancano però mai di sobrietà, così come gli elementi decorativi all’inizio di ogni capitolo impreziosiscono le pagine senza risultare mai stucchevoli. 
Un romanzo che saprà deliziare bambine e bambini a partire dai 10 anni. 

Teodosia

"La profezia di Beatrice", Kate DiCamillo, illustrazioni di Sophie Blackall, traduzione di Anna Patrucco Becchi, San Paolo 2024