Visualizzazione post con etichetta creazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta creazione. Mostra tutti i post

mercoledì 4 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ALTRO CHE PARADISO TERRESTRE! LA CREATIVITÀ DELLA CREAZIONE 


È appena (ri)uscito per Mondadori questo volume che raccoglie trentadue racconti di Ted Hughes originariamente pubblicati in tre libri separati da Faber and Faber tra il 1963 e il 1995: How the Whale BecameTales of the Early World e The Dreamfighter e poi arrivati in Italia con Emme, nel 1981, e quindi con Mondadori nel 1992.
Si raccontano i giorni della creazione: quello che nella Genesi accade tra il quinto e il sesto giorno in maniera perfetta e definitiva, qui si dilata in una quotidianità brulicante di fatti e fatterelli che raccontano come ciascun essere vivente divenne ciò che oggi è; come è andata quando tutto cominciò. 
Gli esseri viventi “non avevano idea di cosa sarebbero diventati” e dio era impegnato a dare vita ad esseri di ogni sorta, dando prova di infinita ed ingovernabile creatività. Ingovernabile la sua creatività ed altrettanto ingovernabile il creato. Per esempio, la Balena. 
Lei spunta nell’orto di dio come un ortaggio sconosciuto allo stesso creatore che, curioso di vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, lo lascerà crescere. Ma l’ortaggio cresce e cresce raddoppiando e triplicando ogni giorno le sue dimensioni. Sai dirmi che razza di creatura sei? Lo sai o no? le chiederà. E lei: Sono la Pianta Balenina. Avrai sentito nominare la Rosa Canina e l’Erba Viperina. Bene, io sono la Pianta Balenina. La pianta balenina rischiava di ricoprire tutta la terra così dio raduna gli animali e dopo tre giorni di consultazioni, tra i suggerimenti di tutti, e con una presa in giro bella e buona, la pianta balenina fu sradicata e gettata in mare contro la sua volontà, con la promessa che un giorno, forse, sarebbe riuscita a tornare nel suo orto. 
Se nella Genesi il soggetto è il creatore, in questi racconti lo spazio dell’azione è condiviso: il creatore e il creato interagiscono alla pari. Alcuni esseri viventi, come si è visto per la balena, arrivano al mondo in completa autonomia. Un interessante punto di partenza per raccontare un divenire piuttosto caotico e assai divertente. Nessuna idea di perfezione, né di compiutezza traspare da questi racconti: il creatore è piuttosto un artigiano puntiglioso ma anche distratto, saggio ma a tratti ingenuo, onnipotente e allo stesso tempo sopraffatto egli stesso dalla creatività del creato. Ne vengono fuori dei racconti parecchio fantasiosi in cui gli esseri viventi si affannano a trovare il loro posto nel mondo. 
C’è quello che sarebbe diventato un cane selvatico, che però voleva tanto essere un leopardo, e lo seguiva e lo imitava in modo da diventare come lui. Ma alla fine di un lungo ed inutile apprendistato, sempre alle calcagna del leopardo, riuscirà soltanto a diventare la iena, che del leopardo mangia solo gli avanzi. 
Oppure l’asino, che voleva diventare Ogni Animale, e si esercitava a diventare ora l’uno, ora l’altro, e pure quando l’uomo lo assume per tirare l’aratro, l’asino pensa di allenarsi mentalmente durante le ore di duro lavoro. Presto si accorse di essere molto bravo a fare ciò. Poteva immaginare per ore e ore di essere tutti gli animali che desiderava (uno Stambecco, per esempio, che spicca salti tra le nuvole di balza in balza, o un Salmone che risale l’impetuosa corrente dei fiumi) soltanto nella sua testa. Per poi adattarsi ad essere proprio e soltanto un asino. “Dopo un po’ che gli animali erano sulla Terra, cominciarono a stancarsi di ammirare gli alberi, i fiori e il Sole e presero ad ammirare se stessi. Ogni animale era sempre più desideroso di essere ammirato e impiegava ogni giorno una parte del suo tempo a farsi bello. 
Ben presto cominciarono a tenersi delle gare di bellezza. 
Qualche volta il primo premio lo vinceva la Tigre, qualche volta l’Aquila e qualche volta la Coccinella.” Furbizia, vanità, invidia, solidarietà, vanno a comporre un universo parecchio rassomigliante al mondo degli umani. 
Quando il Gufo divenne Gufo, la prima cosa che scoprì fu che riusciva a vedere di notte. La seconda cosa che scoprì fu che nessun altro uccello ci riusciva. La terza cosa fu che trovò presto un modo per gabbare i suoi simili e poterseli mangiare a piacimento variando la dieta di topi, ratti e scarafaggi che gli erano toccati fino ad allora. Certo il suo piano dopo un po’ fallì, ma lasceremo ai lettori i dettagli di questo struggente racconto. 
L’Uomo e la Donna, anche loro vengono creati: l’Uomo con estrema facilità: Dio si limitò a plasmare l’argilla, ci soffiò dentro la vita e oplà! l’Uomo ne è saltato fuori, bello che pronto. Dopodiché non gli restava che fare la sua migliore metà. Dio si impegnò molto e fu compiaciuto di averla creata perfetta. Ma, ecco il problema! Non riusciva a soffiarle dentro la vita. Lei era lì, ancora calda nelle mani di Dio, perfettamente plasmata. Molto più perfetta dell’Uomo. Ma ancora senza vita. Lo sconforto di dio era grande ma quello dell’uomo si era tramutato presto in una crisi isterica: come poteva vivere infatti senza la sua migliore metà? (hi! hi! hiI! ndr). L’operazione si rivelava davvero impossibile tanto che dio chiese aiuto con un proclama da pubblicità: Ricompense divine per chiunque riesca a far vivere la Donna! 
Sarà la mamma di dio a trovare la soluzione: con precise indicazioni che coinvolgeranno in primis la luna, verrà alla luce un bambino umano e a custodirlo sarà posta una terribile tigre che spaventerà lo stesso onnipotente, come se quel bambino umano che aveva preso vita senza il suo soffio vitale fosse troppo per lo stesso dio. Non mancano i buchi neri, un Poltergeist, un demone responsabile della nascita dell’ape e certi alieni che si mascherano da incubi e che si insinuano nell’orecchio di dio togliendogli il sonno. 
Siamo di fonte a un’opera complessa che presenta molteplici livelli di lettura utilizzando una lingua piana e ariosa, facilmente godibile da orecchie piccole e curiose. Una lingua capace di mostrare caratteri e paesaggi di un mondo che risulta allo stesso tempo primitivo ed attuale. Racconti di metamorfosi che hanno molto a che fare col mito e ben poco con la ricerca della perfezione. 

Patrizia 

 “Com’è nata la balena e altre storie”, Ted Hughes, trad. Riccardo Duranti, ill. Fabio Visintin, 
Mondadori 2025 
 

lunedì 7 marzo 2022

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

LA OXENBURY CHE C'E' IN MEZZO
 
Foto di gruppo con autore è il titolo di una serie di incontri di approfondimento su alcuni autori o autrici che hanno lasciato un segno importante, indelebile, nel panorama dell'editoria per l'infanzia. 
Le modalità degli incontri sono sostanzialmente sempre le stesse: 3 ore fitte fitte in cui si parte dal principio e si arriva alla fine, ossia si attraversa, quanto più possibile per intero, la vita e le opere dell'autore o dall'autrice in questione per riuscire a capirne a fondo la poetica. 
Non un libro in particolare, ma possibilmente l'intera carriera, le svolte, le conferme, i cambi di stile, le costanti che ne hanno segnato il percorso. Questa modalità, che è mia personale, è tale perché ho imparato a scuola che si fa così per poter conoscere e capire il più a fondo possibile l'arte di un autore e la poetica che ne è alla base. 
Domenica 6 marzo, protette dal vento teso, al sicuro in una libreria bella bella di Bari, sotto il microscopio c'era Helen Oxenbury. 
Con l'intento fermo di dimostrare quello che lei in persona ha cercato di sostenere e difendere nel corso della sua lunga e variegata vita artistica, ovvero il suo ruolo di donna serenamente determinata a dare forma e seguito alle proprie scelte umane e artistiche, fossero queste la maternità, la vita familiare o la sua carriera di autrice e illustratrice, abbiamo attraversato almeno una ventina di titoli. 
E quello che ne è risultato è quanto di più lontano esiste dall'etichetta di 'grazioso' che troppo superficialmente e troppo spesso si trova attaccato alle sue illustrazioni. Due libri, in particolare: uno che segna quasi gli esordi della sua carriera di illustratrice e uno che arriva nella maturità della sua carriera, a sessantaquattro anni. 


Due libri che non hanno visto la luce in Italia: Meal One sul fantasmagorico testo di Ivor Cutler datato al 1971 (Heinemann) e Big Momma Makes the World del 2002 (Walker Candlewick) sul testo vulcanico di Phyllis Root.
 

Cosa li tiene insieme, questi due libri tra loro formalmente così diversi? 
Una medesima idea di donna e di madre. 
Esattamente quella donna e quella madre che la Oxenbury ha sempre cercato di essere. 
Siamo al principio degli anni Settanta, in una temperie londinese davvero molto scoppiettante e in questo contesto si muove Ivor Cutler: che fu uno dei più assidui frequentatori della casa ad Hampstead di Helen Oxenbury e di John Burningham. Poeta, insegnante, umorista e performer scozzese, ebreo ortodosso: era famoso per le sue canzoni dal testo surreale e per le sue performances sempre sul filo dell'assurdo, di rado usciva dal suo personaggio anche quando beveva un tè a casa loro, ancora meno quando con estrema solennità si posizionava agli angoli della strada a distribuire adesivi d'oro su cui erano stampati i suoi Cutlerismi, come Diventa amico di un batterio, La vera felicità è sapere che sei un ipocrita, Per piacere ignora quanto c'è scritto
Elvis Costello o Bertrand Russell erano suoi grandi estimatori, così come i Beatles che gli chiesero di fare la parte del conducente di autobus nel loro film televisivo The Magical Mistery Tour
Cutler fece la sua parte in quel film, ma non amò mai la fama e come scozzese ed ebreo ortodosso, a Londra condusse una vita strana e volle sempre mantenere una sua personalissima e originale visione delle cose, circostanza questa che si rivelò vincente nel momento in cui decise di scrivere libri per bambini. 
Proprio nel fermento degli anni Settanta ne scrisse diversi e l'editore con cui pubblicava la Oxenbury già da qualche anno, ne pubblicò ben tre, illustrati da lei. Sebbene spesso potesse essere definito una presenza ingombrante, Ivor Cutler in qualche modo intercettò l'assoluto bisogno della Oxenbury di non avvertire nessuna ingerenza nel suo lavoro di illustratrice dei suoi testi. 
E quando lei, ancora temendo il peggio, alla fine gli mostrò il lavoro finito per la loro prima opera insieme Meal One, fu immensamente sollevata nel vedere che lui aveva messo via il suo essere burbero ed era pronto, invece, a congratularsi con lei per come aveva svolto bene il suo lavoro. 


Meal One ha rappresentato per lei un'ottima occasione di poter ragionare su un tema nodale, anche a livello personale: la maternità e le relazioni interpersonali che nascono all'interno di un nucleo familiare. E di poterlo fare in un contesto narrativo che affonda le sue radici, è proprio il caso di dirlo, nel fiabesco, nel magico. 
La trama è presto detta: un bambino, Helbert MacHerbert, vive con la sua mamma single. Una mattina il bambino si sveglia con una succosa prugna in bocca che la sua scherzosa madre, da sotto il letto dove è nascosta, confessa ridendo di avergli messo sulle labbra, quando lui si chiede questo frutto da dove arrivi.


Insieme decidono all'istante di piantare il nocciolo facendo un buco nel pavimento di legno, esattamente sotto il letto. Ma nulla sembra crescere fino a che i due, sempre più complici nel progetto, non pronunciano la seguente frase: O stone, O mighty plum! Send forth roots and shoots. Grow with our love into a plum tree, with lots of plums! In quello stesso momento, un massiccio albero sbuca con rami che vanno in tutte le direzioni, dal pavimento, ingolfando la casa. 


Ciò nonostante i due riescono a vedere il lato positivo: il bambino scavalcando i rami riesce a tornare a sdraiarsi. Ma, nel frattempo, si è fatta l'ora di colazione - il
Meal one del titolo. Arrivati al piano di sotto, Helbert a cavacecio della sua mamma tanto grassa quanto strepitosa, arriva la tremenda sorpresa: le radici dell'albero si stanno sbafando tutto quello che hanno trovato sul tavolo apparecchiato e stanno mandando all'aria la loro colazione. 


Si tratta di una situazione insostenibile, considerando quanta fame abbiano entrambi e soprattutto come si sia trasformata la loro casetta, fino a un minuto prima linda e pinta. 
Tutto sembra perduto fino al momento in cui quella mamma scherzosa ma molto volitiva non escogita in un batter d'occhio, ossia in un giro di pagina, una soluzione per uscire entrambi dai guai, con un trucchetto che il lettore fino a quel punto non ha potuto prevedere (perché la pagina non l'ha ancora girata!)
La cosa che convinse la Oxenbury a illustrare il testo folle di Cutler fu la relazione scanzonata che tiene insieme madre e figlio. 
Quella madre così complice con il suo bambino alla Oxenbury piacque molto, al punto da volere identificarsi in qualche modo in lei (anche se non fisicamente), visto che il viso del piccolo protagonista Helbert MacHerbert è un ritratto di Bill, il suo secondogenito. 
I disegni della madre, coraggiosa, resa come un donnone imponente e robusto, sono il frutto di una sua precisa intenzione di andare contro lo stereotipo di genere e più in generale di opporsi anche figurativamente a quello legato alla maternità in voga in quel momento. Il mensile femminista Spare Rib premiò il libro Meal One per il suo modo solidale di descrivere le capacità di una madre single: nessuna calamità, neppure la più terribile, sarebbe stata in grado di metterla in difficoltà e di farle rallentare il passo. 
Nel suo ruolo di madre lavoratrice e con una carriera in ascesa, la Oxenbury non avrebbe potuto avere modello migliore a cui ispirarsi! 


Dal punto di vista della costruzione prospettica il libro è un assoluto capolavoro, realizzato a china e colorato a matita con le ombre e i volumi ottenuti a tratteggio, porta in sé già tutto quello che sarà la sua esplosiva capacità di raccontare per immagini. Ci sono in nuce qui tutti quelli che saranno i suoi caratteri distintivi. Un piacere autentico per gli scorci arditi, per la costruzione degli interni, per l'alternanza di tavole a colori a piena pagina, oppure disegni in bianco e nero, primissimi piani che si alternano a grandi fughe prospettiche. 
Come madre lavoratrice lei stessa, Helen Oxenbury apprezza grandemente la resistenza della madre di Meal One, una eroina tenace. 
A distanza di trent'anni esatti, ormai diventata un'autrice di culto a livello mondiale, a Helen Oxenbury venne proposta una ulteriore occasione di cucire un legame con questo suo libro degli esordi. L'occasione arrivò da un testo che David Lloyd, il magnifico editor di Walker, in uno dei suoi pranzi al ristorante con la Oxenbury, ebbe modo di leggerle ad alta voce per convincerla a illustrarlo. 
Lei è reduce dalla grande fatica della Alice nel paese delle meraviglie e quindi è in cerca di qualcosa di meno faticoso, ma di sufficientemente stimolante per rimettersi con la necessaria energia ed entusiasmo al tavolo da disegno. 
Il testo, Big Momma Makes the World, di questa straordinaria autrice americana - Phyllis Root - in sostanza è una riscrittura in chiave femminile della creazione. 
Una giovane madre, di nuovo single, con il suo bebè al seguito, si prende l'impegno di creare il mondo. 


Il Creatore è adesso una Creatrice, una giovane donna lavoratrice con un piccolino da accudire. Big Momma ricorda molto la mamma di Meal One però in chiave divina. 
Il testo è gustoso, potente, esplosivo. Costruito come se fosse parlato, gioca su tutta una serie di modi di dire del migliore slang americano. 
Testi come There was water, water everywhere, and Big Momma saw what needed to be done all right. She rolled up her sleeves and went to it. Wasn't easy, either, with the little baby on her hip. Didn't stop Big Momma, though. Not for a minute. 'Light' said Big Momma. And you better believe there was light! avrebbero potuto creare qualche problema nel pubblico più 'ortodosso', ma la Oxenbury non si tira indietro e pensa che comunque ne possa valere la pena. 
Già, ma la difficoltà per lei sta nel cercare di ottenere nell'illustrazione la stessa potenza del testo. Helen Oxenbury ha una felice intuizione: umanizzare tutto e far passare


ogni cosa attraverso i due personaggi, in particolare il bambino, e per di più semplificando lo sfondo, riducendolo in una scala più accessibile anche visivamente a dei bambini piccoli. 
Dipinte con luminosa gouache, le illustrazioni sono un inno all'infanzia ma anche rappresentano un tributo alla maternità e all'amore per un figlio. E tutto questo si legge attraverso una prospettiva personale, ma anche archetipica. 
Oxenbury mette al centro del libro della creazione, proprio la maternità e la grande energia che una donna è capace di sprigionare. 


Appena esce negli Usa vince un prestigioso premio e quando lei lo va a ritirare condivide con il pubblico un po' delle riflessioni fatte durante la lavorazione. Per esempio, il colore della pelle dei due personaggi: non voleva che fossero bianchi o neri, così sceglie una terza via; la loro pelle prende il colore di ciò che li circonda: via via il colore dell'acqua, del fango, della luce o dell'erba... 
Per la Hoxenbury Big Momma è la rappresentazione della complessa condizione della donna. Sono troppe le cose che ci si aspetta lei faccia: i bambini, tutto ciò che li riguarda, il loro nutrimento e magari anche un lavoro da svolgere e in più, a livello sociale, devono essere splendide. 
La creatrice, dopo aver creato, nell'ordine, l'acqua, la luce, il buio, il cielo, crea il sole e la luna per avere una sorta di orologio naturale per regolarsi quando mettere a dormire il suo bambino. Poi arriva la terra per poterci appoggiare i piedi quand'è stanca e, visto che la terra è dura, crea un po' d'erba e almeno due alberi per la sua amaca. Poi è la volta di pesci e uccelli con cui il bambino può giocare con pezzettini di legno che ottiene dai molti altri alberi che lei ha nel frattempo creato. Poi è la volta degli animali che arrivano tutti insieme con il Big Bang. Ma la solitudine che lei sente su di sé perché gli animali non parlano e il bimbo sa fare solo goo-goo-ga-ga la spinge a creare some folks to keep me company, un po' di gente per tenermi compagnia, magari sotto il portico di casa, al tramonto, a raccontare storie.
 

E con questa gente il lavoro sembra davvero essere terminato. Lei si riprende il suo bambino e dice a tutta quella bella gente di avere cura di tutto ciò che lei ha appena creato, perché lei adesso se ne ritorna sulle nuvole con lui e perché ha anche assoluto bisogno di prendersi una pausa. 
E mentre è lì che fa fare il ruttino al piccolo e inforna biscotti al cioccolato si gira e con l'aria corrucciata, guardando giù, dice Better straighten up down there! 


E' meglio se rigate dritti, laggiù! Ma, di questi tempi, sembra proprio che in parecchi  non la stiano a sentire... 

Carla

lunedì 2 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IO NON SONO SOLTANTO (UN) CANE

Il cane dal cuore giallo, o la storia dei contrari, Jutta Richter
(trad. Bice Rinaldi)
Beisler, 2019


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"È una porta bella alta. La targa con su scritto D.O deve stare lì in cima. E una cosa è certa: dove c'è una targa ci vive qualcuno, e se ci vive qualcuno c'è qualcosa da mangiare. Come minimo c'è un bidone della spazzatura. Come minimo. E infatti mi appoggio alla porta e non è chiusa. Cigola un po'. Si apre una fessura. Mi ci infilo dentro e sono nel giardino di D.O."

Così racconta il cane parlante che i due fratelli, Lotta e Prinz Neumann, stanno ospitando nel capanno degli attrezzi, fintanto che il nonno Schulte è fuori. Il cane è nero, magro e con il pelo sporco. E parla, non con tutti, ma solo con chi gli va a genio; conosce molte lingue e ha girato parecchio; ha incontrato gente diversa e ha belle storie da raccontare. La migliore, quella che racconta ai bambini, è quella che lo ha portato da D.O, il grande inventore. Nel suo giardino bellissimo, ha conosciuto la pace assoluta. In armonia con gli altri animali e con la natura circostante, con il cielo sempre sereno, ha passato la miglior parte della sua esistenza. In quel giardino che tanto sembra un 'paradiso terrestre' -continua il suo racconto - ha incontrato anche Lobkowitc, all'epoca collaboratore stretto di D.O e suo interlocutore privilegiato per quel che riguarda gli aspetti creativi che deve affrontare un grande inventore. Lobkowitc, una creatura inquieta. A tal punto insoddisfatto da decidere di andarsene per la sua strada, sebbene da D.O. si stesse 'da dio'.
Così è la vita: un cane è spesso randagio e ancora più spesso si fa pastore. E così è finita che diventa compito di quel cane narratore recuperare la pecorella smarrita, Lobkowitc, anche a costo di riprendere la porta del giardino, questa volta in uscita. Come ci ha insegnato Peter Pan, però, non sempre le finestre (o le porte) restano aperte per sempre. Una volta andati via dal giardino, sembra impossibile tanto per il cane, quanto per Lobkowitc, potervici tornare.
E a entrambi non resta che trovarsi un proprio angolino nel mondo e un briciolo di amore da coltivare nel cuore.
E questa è la storia di tanti, ma sopratutto di quel cane nero, goloso di pelle di galletto.

Cose che questo bel libro, datato 1998!, non è.
La prima, non è un libro semplice. Denuncia immediatamente la sua complessità nell'articolazione e intreccio della narrazione. Un racconto nel racconto nel racconto. Vi si accede dalla storia che il cane riporta ai due bambini che lo accolgono. Si tratta dell'avventura migliore che gli sia capitata: quella che lo ha portato a conoscere D.O (G.Ott in originale!). A questo racconto si intreccia quello che il cane ascolta da D.O su Lobkowitc, e di cui diventa a sua volta narratore in seconda.
Intorno ai due racconti che si intersecano, si sviluppa una sorta di storia cornice, che riferisce della condizione attuale dei personaggi: due bambini, un cane, un gatto, dei topi cattivi e un nonno di ritorno.
Questo continuo passaggio da una narrazione all'altra prevede una cronologia stratificata che fortunatamente funziona come un orologio (ammesso che un orologio lo sia sappia leggere).
Da qui la seconda cosa che questo libro non è: non è un libro sciatto.
Al contrario è la risultante di un attento lavoro di precisione, paragonabile a quello di un orologiaio che sta operando con la sua lente su uno strumento di precisione. Basterebbe solo ragionare sulla nomenclatura, così piena di ulteriori significati.
La terza cosa: questo libro non è un libro che opti per un registro unico. Al contrario, è costruito su continui passaggi tra una realtà riconoscibile e il meraviglioso. È un susseguirsi di simboli che generano una grande metafora di come potrebbero essere andate le cose all'inizio del mondo.
E di come ancora oggi per certi versi vadano.
Fin dalla prima riga, la meraviglia di un cane parlante diventa la normalità per quei due bambini e per i lettori. Si tratta di un tacito patto di fiducia, di un dialogo, che chi scrive stabilisce con chi legge. È una felice alternanza tra detto e non detto, tra evidenza e ombra. Non è forse il libro dei contrari?
La voce di chi narra prevede che chi legge ci metta tanto del suo per entrare nelle pieghe del racconto per capirne fino in fondo il senso.
Chi conosce la Richter, la ama anche per questo.
La quarta cosa, che è un po' la risultante delle precedenti: non è un libro liquido. Al contrario è pastoso e denso, carattere che prevederebbe, lo si è detto, un consumo lento, ponderato, misurato e attento. Se lo si vuole leggere tutto d'un fiato, come bere un bel bicchier d'acqua, nulla osta. Ma sarebbe un vero Peccato...
La quinta cosa che questo libro non è: 'manicheo'.
Mai esserlo, soprattutto con i bambini. Suggerire loro che il mondo non si può dividere in buoni e cattivi, anche se sarebbe tanto più facile, è cosa buona e giusta.
Nonostante tutta la storia affronti la questione degli opposti, dei contrari, per quel che riguarda il Bene e il Male, non ne riconosce mai il valore assoluto, checché se ne scriva.
Il racconto si costruisce invece sulla consapevolezza che il mondo non è l'arena dove i contrari si combattono. La bellezza di questa architettura narrativa, leggera e allo stesso tempo articolata e profonda, che Jutta Richter monta per i suoi piccoli lettori sta proprio nella sua sensibilità e attenzione alla complessità della natura umana.
La Richter quindi decide di lavorare sulle sfumature di tono, più che su colori assoluti. D.O, più che un Creatore, si comporta come un vecchio padre saggio (che affinità con nonno Schulte!) e Lobkowitc non è il Diavolo, ma un figlio fragile che sbaglia, inciampa.
A tale proposito è impossibile non ricordare un altro suo grande libro, piuttosto ignorato, purtroppo, che intorno alla questione si interroga ancora e ancora.
Giusto per completare lo scenario.

Carla


lunedì 26 novembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL BAMBINO CHE TUTTO PUÒ

La mia magia, Gaia Guasti, Simona Mulazzani
Camelozampa 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"La mattina il sole sorge per scaldarmi.
La mucca fa il mio latte.
Il fornaio cuoce il pane per me.
Le mie nuvole corrono in cielo.
Il gatto mi fa le fusa.
Chiamo. Una voce risponde."

Ha due grandi occhi scuri, i capelli biondo-rossicci, di giorno indossa una maglietta a righe e di notte un pigiama a pois: è un bambino-creatore del mondo, dei mondi. Fa colazione con pane e marmellata. Quando chiama c'è sempre qualcuno che arriva: ha una mamma che gli legge, un gatto con cui giocare. Quando fa tramontare il sole e venire la notte, la sua casa si addormenta e il bambino che tutto può, chiude gli occhi, non prima di aver acceso stelle e luna, e poi finalmente anche lui prende sonno. 


E con lui che dorme anche il mondo intorno svanisce per rinascere l'indomani, quando i suoi occhi si apriranno di nuovo.

Pensare grande, non vedere limiti, creare tutto, concepire il mondo e farlo obbediente sono tutte attitudini dell'infante: altro che privo di parola (in-fari)! Un bambino è un piccolo dio onnipotente in grado di fare e disfare nello spazio di un istante.
Questo è il pensiero che Gaia Guasti dedica all'infanzia. 
Un'attestazione, una presa d'atto, che le cose stanno così tra i piccoli.
Uno (in verità, due) dei migliori libri che raccontano l'infanzia sono stati scritti e illustrati da Nikolaus Heidelbach e in Italia pubblicati con scarso seguito da Donzelli rispettivamente con i titoli: Cosa fanno i bambini? e Cosa fanno le bambine? Nel suo catalogo di bambini e bambine, Heidelbach disegna la bambina che vuole fare carriera negli abiti di una papessa, mentre si guarda allo specchio, con un paralume in testa e una tovaglia per mantello; mentre il bambino che fa uno scambio, ai bordi di una sabbiera in cui gioca un bebè, sta vendendo l'anima del fratellino al diavolo, passandogli il ciuccio del piccolo.
Onnipotenti entrambi.


Nell'albo di Gaia Guasti il registro è meno tagliente e 'scomodo', ma altrettanto correttamente si descrive una condizione che l'umanità attraversa: l'infanzia, l'età d'oro in cui tutto è possibile.
Se la 'scomodità' in Heidelbach è tutta per gli adulti che colgono immediatamente l'irriducibilità dell'infanzia a un canone di 'civilizzazione' o di educazione, o di contenimento in La mia magia tutto è virato attraverso un filtro di 'tenerezza' nello sguardo dell'adulto. Condiscendente, entra in scena, nei panni di una madre, a rispondere ai bisogni, a esserci quando interpellata. 
Da Heidelbach, invece, i grandi non hanno accesso sulla pagina, salvo l'eccezione dei due genitori mostri meccanici con cui il bambino condivide la cena. Da qui forse deriva lo scarso successo delle vendite...
Al contrario, in La mia magia, sebbene la Guasti, nella stringatezza del testo, non senta il bisogno di dare aspetto a una figura affettiva nei confronti del bambino onnipotente - si limita a un 'Chiamo. Una voce risponde' - ci pensa Simona Mulazzani a contestualizzare il senso e a rassicurare lettori piccoli e grandi, che va tutto bene. 


Il panettiere ha fatto il pane, la torta è nel forno, abbondante cibo è sulla tavola, gli animali sono devoti e qualcuno anche al guinzaglio, i giocattoli giacciono numerosi sparsi sul pavimento e un morbido letto con coperta a losanghe - la stessa che avvolge i risguardi - è testimone muta e accogliente per il sonno di gatti, bambini e persino della luna.
In conclusione si potrebbe riassumere così: grazie alla potenza che si scatena in qualsiasi dialogo, in un albo illustrato esso nasce tra testo e disegno, da una parte Gaia Guasti osserva e riporta il senso di onnipotenza di un bambino, in un racconto in prima persona, ritmato e asciutto; dall'altro Simona Mulazzani, si infila, colmando i silenzi lasciati dal testo, declinandolo in una chiave tenera e rassicurante. Tutto così diventa più morbido, più rotondo e avvolgente. 


Per questo, non è difficile immaginare una lettura intima tra un grande e un piccolo, con ogni probabilità prima del sonno notturno al sicuro e al caldo nel proprio letto, tra i propri giochi, nella propria camera, nella propria casa. 


Per quanti sforzi possa fare, però, non riesco a non pensare che sebbene tutti i bambini del mondo naturalmente tendano all'onnipotenza, non a tutti essa è concessa, sebbene tutti i bambini del mondo dovrebbero addormentarsi al sicuro, non a tutti è concesso.
Ecco.

Carla

domenica 11 dicembre 2016

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Cara Formica...
Non ho saputo tenere a freno la mia curiosità e non posso aspettare per scriverti.
Odaer è finalmente riuscito a realizzare il suo sogno di bellezza.
Nessuna regola della Creazione è stata violata. “È un fiore che vola!”, dice Asum. “È un piccolo uccello", dice Rotnip.
È una farfalla, ti dico io. Eccola lì, che vola e palpita, incerta e vibrante, ondeggia nell’aria, con la dignitosa fiducia della vita appena nata. E fremendo, palpitando, ignara della sua bellezza e della sua fragilità, batte le ali per abbandonare la testa di Odaer e andare a sfarfallare in cima al suo antennino.
Hai ragione: le cose belle sono fragili, e a volte possono sembrare anche effimere e inutili, ma per Odaer la sua farfalla è tutto.
Anche lui freme e palpita.
Hai visto quanto movimento c’è nel libro? I corpi di Erlbruch sono davvero buffi, così molli, quasi senza ossa, completamente snodabili e privi di rigidità. 




Assieme alle mani, che sono consistenti e disegnate con tratti sintetici e svelti, non rinunciano a essere espressivi fino all’ultima falangetta.
Ad esempio guarda come braccia e gambe di Odaer siano disponibili a diramarsi in tutte le direzioni così come lui è stato disponibile a ogni cambiamento di rotta necessario per il suo progetto? Sai cosa mi ricorda? Mi ricorda un neurone che allunga le sinapsi per svilupparsi ed evolversi... 
E Odaer è stato davvero capace di evolversi per la sua farfalla, ed ora è arrivato il momento di mostrarla a tutti quanti!
Odaer fa grandi progetti: vuole chiedere un Laboratorio solo per lui e per i suoi amici. E mentre loro si chiudono lì  a disegnare farfalle, Odaer convince la Grade Custode a convocare in udienza tutti i Disegnatori Maggiori, che arrivano e sono davvero una moltitudine: ci sono Disegnatori di Grandi Animali e i Disegnatori della Vita Marina, i Disegnatori di Cani e quelli di Gatti, i Disegnatori degli Alberi e le Disegnatrici dei Fiori, i Disegnatori di Metalli e le Disegnatrici di Mondi e di Astri. E sono così importanti che occupano tutta la pagina, come se oltre loro non ci fosse spazio per niente altro.


Non c'è da stupirsi se Odaer e i suoi compagni siano nervosi.
In effetti, anche se si sono tanto preparati stanno per compiere un salto nel vuoto.


Ed è proprio così che ce li mostra Erlbruch, mentre con le grandi casse piene di meravigliose farfalle percorrono un tappeto che sembra un pericoloso trampolino.
Formica, io a stare in alto ci sono abituato, eppure questa immagine mi dà il capogiro: vanno, sorridenti e fiduciosi, sì, contro il procedere naturale della scrittura, vanno contro il procedere della pagina, contro il procedere della storia.
Questo è il movimento del nuovo che chiede l’approvazione a ciò che è già codificato.
È il movimento del bambino che prima di fare un passo si gira e cerca lo sguardo della madre.
Già, Formica ... forse la Creazione procede come il camminare...se un piede vuole alzarsi dal terreno per portarsi avanti l’altro deve rimanere fermamente piantato al suo posto...
Ma ora basta, non voglio toglierti il piacere , non voglio svelati il finale...
Piuttosto, come mio solito, invitarti ad alzare lo sguardo dalle parole che ami tanto e guardare, guardare, guardare....


Scoiattolo


Ps. A volte la libreria mi restituisce libri che non sapevo di avere...figurati che ne ho trovato uno dove un buffo animale con un lungo naso viene esortato a fare il suo primo passo fuori casa proprio quando vede un milione di farfalle...1




Caro Scoiattolo
 arriva il gran finale e tu mi chiedi di alzare lo sguardo. A me non viene tanto naturale: io sono una formica, e le formiche lavorano sodo e guardano sempre davanti a loro. Non possono far troppo girare gli occhi in qui e in là perché distrarsi non è nella loro indole....
Il gran finale ora vola variopinto nel cielo, ma è anche radicato nel profondo buio della nostra anima.
E a tal proposito, una cosa l'ho chiara in testa: Odaer è stato capace di essere allo stesso tempo caparbio come una formica e visionario come uno scoiattolo che fa concerti.
A dirla tutta, è stato un caparbio visionario. Ha saputo tenere la testa bassa sul foglio e la testa tra le nuvole per immaginare.
Tutto sta convergendo verso il gran finale: le finestre del Salone delle Udienze sono state chiuse, una enorme quantità di farfalle vola in alto, costruendo attraverso il diverso colore delle loro ali, un arcobaleno.
Quello stesso arcobaleno che è stato proprio il nonno di Odaer a creare per la prima volta.
Come lui, anche il giovane nipote ha dato vita a qualcosa di effimero, ma dalla forma audace, dai colori indimenticabili.
E questo è la prova provata che noi siamo il frutto di ciò che altri sono stati prima di noi...
Per tutti coloro che sono riuniti in quel salone, vedere i cieli del mondo pieni di quelle farfalle meravigliose è una gioia per gli occhi e per l'anima.
Anche Odaer è felice, ma lui - al contrario di altri - sa quanta fatica tutto questo è costato.
I sogni sono materia leggera, realizzarli è lavoro pesante. 


E per non dimenticare mai il suo sforzo e per avere sempre a mente che il raggiungimento della bellezza costa fatica decide che ogni nuovo esemplare di meravigliosa farfalla nascerà da una larva bruttina.
Una cosa di certo Odaer la ha imparata: inseguire i propri sogni richiede impegno e perseveranza. Talvolta essere 'inguaribili' sognatori porta alla solitudine e talvolta arriva l'incomprensione degli altri. Ma sta alla costanza di ciascuno, alla fiducia che ciascuno ripone in sé stesso, superare tutto questo per arrivare a vedere realizzato il progetto tanto sognato.
E noi, caro Scoiattolo, noi cosa ci portiamo a casa dopo questo fitto dialogare, dopo aver guardato a fondo ogni figura di questo vecchio libro?
Che Erlbruch ama Dürer e ama le donne come le ama Gioconda Belli; che la sapienza dei vecchi si riverbera sull'utopia dei giovani, che la vita va vissuta intensamente, che anche le cose piccole e fugaci possono portare grande e duratura letizia.
Ma soprattutto che nella vita bisogna crederci!


Formica


"L’importante, me ne rendo conto ora, non è vedere tutti i propri sogni realizzati, ma continuare ostinatamente a sognarli."2



1 Edward van de Vendel, Carll Cneut, Un milione di farfalle (trad. S. De Waal), Adelphi 2007 
2 Gioconda Belli, Il paese sotto la pelle (trad. M. D'Amico), Edizioni E/O 2002 


sabato 10 dicembre 2016

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Ah, Scoiattolo! Che libro, che libro!
Il cane è andato via ma i pensieri di Odaer sono sempre lì. D'altronde fino a che dalla sua matita non uscirà la giusta bellezza a cui aspira, dubito che vorrà darsi per vinto.
Infatti anche con la sua amica Etra la discussione che era cominciata con il cane prosegue.
A onor del vero nel frattempo la mente fervida di Odaer ha creato qualcosa di effimero e bellissimo allo stesso tempo, ovvero la libellula. Nonostante sia veloce come il colibrì non è ancora così tanto bella quanto lui vorrebbe.




Ah, che brutta faccenda è l'insoddisfazione. Anche Etra, che al contrario del cane, conosce a fondo Odaer, non può non dirgli che forse un po' di umiltà non guasterebbe di fronte alla bellezza del creato.
Che delusione, quando anche chi ti è così vicino non riesce a capire la necessità di perseguire a ogni costo un sogno...
Cara Etra, non è abbassando la linea del salto e non è avvicinando il traguardo che si diventa campioni!! La grande forza di Odaer sta proprio nell'ostinata, quasi caparbia, volontà di andare avanti.
Sai cosa scriveva Gioconda Belli in un suo libro da grandi? 1


Ora che ho vissuto la mia vita fino a questo punto posso affermare che non c’è niente di donchisciottesco né di romantico nel voler cambiare il mondo.
È possibile.
È il mestiere al quale l’umanità si è dedicata da sempre.
Non concepisco una vita migliore di quella vissuta con entusiasmo, dedicata alle utopie, al rifiuto ostinato dell’inevitabilità del caos e dello sconforto.
Il nostro mondo, ricco di potenzialità, è e sarà il risultato dello sforzo che noi, i suoi abitanti, gli consacreremo.


Povero Odaer! Ormai è rimasto da solo: tutti lo considerano un superbo, lo deridono e lo criticano. Anche il vento gli sussurra che la bellezza è fragile: lui spazza via petali e foglie, il vulcano brucia tutto ciò che ha intorno alla sua bocca ardente. Tutto vero, pensa Odaer, ma la bellezza è nonostante tutto. La bellezza, come il sogno, ogni giorno rinasce dalle sue stesse spoglie.
La bellezza, e questo lo dice anche quel famoso architetto ligure che con il bello ha un dialogo serrato, non si può spiegare. Nell'istante stesso che cerchi di raccontarla, lei si sbriciola in mille frammenti...
E proprio a proposito di frammenti, caro Scoiattolo, penso al sogno che fa Odaer. Quel sogno in cui sogna il nonno che soffia su un arcobaleno che si frantuma in mille particelle colorate che si alzano in volo tutte assieme. Ecco, sono forse i frammenti di un arcobaleno, sono forse loro ciò che resta della bellezza andata in pezzi? O sono essi stessi rimasugli di una bellezza appena svanita?
Sia come sia, Odaer si sveglia di soprassalto, al momento giusto per percepire un fruscio di ali così veloci che né l'occhio né l'orecchio riescono a distinguere. È un uccello. Non ti svelo quale, ma lo avrai già capito, se hai saputo leggere il presagio... Un uccello che succhia il nettare come un'ape, e la cui ombra sull'acqua diventa di colori iridescenti con la luce del crepuscolo.




Gli ingredienti ci sono tutti: da un sogno che arriva dal suo passato, e da un'ombra che nel presente gli colpisce lo sguardo, Odaer riesce finalmente a impastare la sua creazione...

Ma questo è affar tuo Scoiattolo!

Nel frattempo, vado a sfogliarmi i libri che parlano di Dürer, che mi hai messo addosso una tale frenesia...






Carissima Formica...
Vedi perché ti scrivo?
Tu, con la tua attenzione alle parole, porti sempre nuova luce sulle immagini che io non mi stanco mai di guardare.
Ho letto e riletto il frammento di Gioconda Belli, soprattutto il punto in cui parla del rifiuto ostinato del caos.
Sai, è come se queste parole descrivessero le illustrazioni di Erlbruch.
Non vi è angolo in cui si possa posare l’occhio senza trovarvi piccoli particolari che presto si accordano con tutto il contesto, diventando grandi simboli.
Nulla è lasciato al caso: le macchie di inchiostro, i cubi, le carte numerate, il continuo cambiamento di tecniche, i timbri stampati qua e là. Non sono forse questi tutti muti segni del pensiero dell’illustratore, che è un po’ anche il pensiero di Odaer...in fondo, sono o non sono colleghi?






E non pensare, Formichina, che gli animali che si incontrano nelle figure facciano eccezione! No, no! C’è la Scimmia che rappresenta la distinzione dell’uomo tra gli altri esseri viventi, c’è il Pipistrello, ossia il misuratore dell’oscurità per eccellenza. Ci sono il Cane ed il Serpente di cui ti ho già parlato. Tutti loro formano un codice segreto, un alfabeto simbolico estremamente puntuale che Erlbruch usa con discrezione quasi volesse integrare nella sostanza dell’immagine tutto quello che Gioconda Belli sottintende nel racconto a parole.
Ecco allora ancora la Capra per la stolida visione delle cose della montagna, e la Tigre. La Tigre istintiva e maestosa che aspetta diligentemente seduta dietro le sbarre di bambù, così come forse l’irriducibile Odaer sta aspettando l’arrivo di qualche idea con cui perseguire ostinatamente la realizzazione del suo Sogno.





Già perché se c’e qualcosa che l’aspetto esteriore non racconta di Odaer, questa è la sua ostinazione. Che poi è po’ simile a quella della mano di Erlbruch, che sembra disposta a tutto purché ogni gesto abbia una valenza ben precisa nella tessitura dell’immagine.
Prendi i fiori e la frutta..hai visto come il tratto si fa preciso, quasi da botanico?
Prendi le pelurie, ad esempio quella del cane , di cui sembra di poter sentire la consistenza sotto le mani o i capelli di alcuni disegnatori, che sebbene radi (o forse proprio per quello) vengono tratteggiati uno per uno...
Prendi le stoffe degli abiti! Guarda con quale dovizia di particolari e con quale spontaneità si susseguono instancabili le righe di diverso colore, le pennellate batuffolose, i quadretti leziosi, i fiorellini, i melanges più ruvidi, gli scozzesi eleganti, i rombi più eccentrici...
Tutta questa varietà sembra voler suggerire il lavoro nascosto che si cela dietro ogni forma compiuta e che anche attraverso la trama più fitta (a chi è capace di guardare attentamente) si svela. 


Già, cara amica mia, se da un lato Odaer ha compreso che il sogno dà una direzione ai milioni e milioni di piccoli passi che compongono il cammino verso la sua realizzazione, dall'altra credo che Erlbruch sappia che la Visione conferisce direzione ai milioni e milioni di piccoli tratti, di minuscoli gesti e impercettibili variazioni che compongono un disegno.
Anzi, sono proprio loro che lo rendono vibrante eppure immobile...

Proprio come il colibrì ...





Scoiattolo

P.S. Mi sembra di ricordare la storia di due vecchini che sognavano di
scegliere tra milioni e milioni di gatti quello più adatto. È buffo perché loro fecero fare al caso gran parte del lavoro...2










1 Gioconda Belli, Il paese sotto la pelle (trad. M. D'Amico), E/O 2002
2 Wanda Gàg, Milioni di gatti, Elliot 2016