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mercoledì 27 agosto 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CONNESSIONI AUTOMATICHE LIBERE 


" 'Lo sai che ci sono otto milioni di persone in città?' disse Magnolia. 'Come ti aspetti che troviamo quelle giuste?' 
'Vedila così: ogni calzino è uno scorcio sulla personalità di qualcuno' disse Iris."

Estate, New York. Magnolia ha nove anni e vorrebbe averne dieci per sfidare il mondo… in realtà le basterebbe anche solo qualcosa di diverso dalla prospettiva di un tempo prossimo da trascorrere in solitudine nella lavanderia di famiglia. I suoi genitori sono arrivati anni prima dalla Cina e si guadagnano da vivere con questa attività che gli assorbe completamente. 
Magnolia non ha amici. Raccoglie i calzini dimenticati, che spesso finiscono sotto la lavatrice, e li appende a una bacheca, nella speranza che i loro legittimi proprietari tornino a riprenderli. Ma questo non accade mai. 
Poi arriva Iris, bambina di origini vietnamite che si è appena trasferita dalla California. Dopo l’iniziale diffidenza, tra le due nasce una salda amicizia e insieme decidono di dedicarsi alla ricerca dei proprietari di quei calzini. 
Magnolia è nata a New York, conosce bene almeno il suo quartiere e le persone che frequentano regolarmente la lavanderia, ma non immagina come si possa risalire ai proprietari dei calzini, ma qui interviene Iris che suggerisce il metodo CAL, ossia connessioni automatiche libere, in pratica di fronte al calzino ognuna lascia libero spazio a pensieri ed elementi che le caratteristiche dell’oggetto stimolano. Ovvio che nessuna delle deduzioni alle quali arrivano si dimostra immediatamente esatta, ma consente loro di ottenere l’indicazione di un punto dal quale partire.  
E di calzino in calzino le due bambine risalgono in primis alle storie che ognuno di questi cela, perché nelle fantasie, nelle tessiture, si nascondono vicende umane non sempre note. 


Magnolia e Iris imparano ad avvicinare i ragazzi che fanno battere il loro cuore, come quelli che invece sono solitamente evitati a causa del loro comportamento scorretto. E sia l’uno che l’altro rivelano loro desideri, aspirazioni, ma anche dolori non confessati. Chi l’avrebbe mai detto che il calzino con i fenicotteri rosa potesse appartenere ad Aspen, bullo che perseguita Magnolia? Si scopre che si rifugia abitualmente in biblioteca e che nei fenicotteri ha scoperto una chiave di resistenza alle brutture che si consumano nelle mura domestiche, ma soprattutto si scopre che la sua aggressività nei confronti di Magnolia è dettata solo da paura. 
Come questo, anche gli altri calzini di cui le due protagoniste riescono a rintracciare il legittimo proprietario rivelano qualcosa di assolutamente insospettato. A un piccolo pezzo di stoffa indossato quotidianamente, in maniera forse inconscia ognuno di loro consegna una porzione importante della propria vita. L’abilità deduttiva, e non meno la fortuna, permettono a Magnolia e Iris di accedere anche a sogni e desideri serbati per timore di non essere accettati. Ma una volta venuti alla luce acquistano legittimità e diritto di essere coltivati. La maniera poi in cui le due piccole investigatrici arrivano alla soluzione diventa ogni volta parte fondamentale del processo di svelamento ma anche di consapevolezza: è grazie al calzino fatto ai ferri e riconsegnato ad Alan che il ragazzino troverà il coraggio di confessare la sua segretissima passione, così come è grazie a un calzino dal forte profumo di cocco che il custode racconterà della sua passione per il pattinaggio e la danza. 


Ma ovviamente cercare il proprietario di un oggetto partendo dai suoi gusti e abitudini significa anche affinare una pratica di empatia con la principale conseguenza di mettersi in gioco fino al punto di rivelare la propria parte nascosta. E questo sarà vero sia per Magnolia che chiederà conto per la prima volta a sua madre di come riesca a gestire i numerosi episodi di avversione, sia per Iris che nasconde una ferita profonda e che trova nell’altra ragazzina e nell’impresa che hanno messo in piedi la maniera per riuscire a sanarla. 
E a chiudere il cerchio in questo modo Chanel Miller ci arriva confezionando una storia non banale, che manovra argomenti anche scivolosi come quello della discriminazione verso gli immigrati. La famiglia di Magnolia e quella di Iris hanno una storia molto diversa, ma entrambe sono testimonianza di tenacia. Le bambine elaborano personali strategie di sopravvivenza in un mondo non sempre facile. Eppure imparano presto che sì, è vero in quanto immigrate partono da una condizione di svantaggio, ma non sono le uniche a vivere condizioni di disagio. 
Otto milioni di abitanti sono tantissimi, ma anche le più grandi realtà urbane sono costituite di porzioni più piccole in cui le persone riescono a ritagliarsi momenti e occasioni di sostegno reciproco. E in fondo, se le due ragazzine camminano da sole per le strade della Grande Mela, è perché possono contare sulla presenza di una comunità di individui che si conosce e si supporta. 
Non è difficile intravedere, nei modi in cui questa umanità e questa brulicante realtà metropolitana viene descritta uno sguardo ironico dell’autrice, nutrito non meno di profondo affetto. 
Un romanzo per giovani lettori a partire dai 9 anni. 

Teodosia 

"Magnolia Wu e la missione dei calzini smarriti", Chanel Miller (trad. Loredana Baldinucci), Mondadori 2025 


mercoledì 9 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’AMICA MIGLIORE DI TUTTE


“Non ci saremmo mai dimenticate l’una dell’altra ovvio, ma la mancanza si sarebbe affievolita e le cose non sarebbero mai tornate come prima, perché quel periodo era finito.” 

Marie ha concluso la scuola primaria, l’aspetta un nuovo ciclo che coinciderà anche con un trasloco in un’altra città, sua madre infatti per ragioni lavorative si sposta con la famiglia in un paese in fase di costruzione e per l’esattezza in un quartiere in cui molti lotti di case sono ancora da realizzare e gli abitanti attendono anche la costruzione di un primo supermercato. 
La prospettiva di un cambiamento di vita così importante spaventa Marie soprattutto perché significa allontanarsi dalla sua migliore amica, Zoe, con la quale ha condiviso fino ad ora giochi e pensieri da quando erano alla scuola di infanzia. Zoe per lei è la migliore amica quasi sorella, per lei che non ne possiede una di sangue. 
Ma la frustrazione e la tristezza per questo distacco forzato sembrano essere presto dimenticati quando Marie conosce un’altra ragazzina poco più grande di lei, Yente, che abita a pochi passi dalla sua nuova abitazione e che dimostra sin da subito di possedere una personalità molto diversa da quella di Zoe; il rapporto che instaurerà con Marie sarà turbolento, laddove quello con l’altra amica era segnato da momenti soprattutto di condivisione e gioco sereno. D’altro canto tra le due ragazzine ci sono tre anni di differenza che in questo momento della vita possono essere davvero tanti: se da un lato si vive ancora molto forte il desiderio del gioco scanzonato e sfrenato, dall’altro l’affacciarsi di nuove inquietudini e curiosità possono compromettere la tenuta di un rapporto. 
Yente è intrepida e coinvolge Marie in situazioni e giochi spesso anche molto pericolosi, il suo rapporto con i genitori è burrascoso e gli adulti si trovano nella difficile situazione di contenere una ragazzina vulcanica che spesso è preda di crisi di rabbia e accetta mal volentieri qualsiasi tipo di regole e limitazioni. Marie di contro proviene da un contesto familiare completamente diverso, i suoi genitori non si sono mai arrabbiati, lei si è sempre dimostrata attenta e rispettosa. Eppure la ragazzina minuta e dallo sguardo tagliente esercita sulla protagonista una forte attrazione. La relazione che si instaura è tutt’altro che rassicurante, Marie è continuamente messa alla prova, tanto che in più di un’occasione si chiede se debba continuare ad incontrarla. Ma i pomeriggi trascorsi in giochi e corse a perdifiato hanno tramutato un’estate che si prevedeva noiosa e vuota in una vacanza entusiasmante, Marie non riesce ad allontanare quella che è diventata di fatto la sua nuova migliore amica. Ma fino a quando questo avviene nei limiti della loro relazione esclusiva Marie non ne assume consapevolezza e i turbamenti vissuti vengono presto dimenticati e soppiantati da altri di grande allegria. 
Tutto cambia quando il cerchio del gioco si allarga, quando non sono più due bambine a confrontarsi con i fumetti e le caramelle consumate in una buca di esclusiva conoscenza e frequentazione. I nascondigli, che in infanzia rappresentano il baluardo contro il mondo esterno e rispetto al quale delimitano i confini di un tempo e di una vita speciale e fantastica, perdono completamente la loro eccezionalità quando vengono violati e una buca allora torna a essere semplicemente una zona scavata nel terreno che può essere svelata e aperta a tutti. 
Il patto tra amici si rompe, il mondo esterno irrompe gli amici non bastano più a sé stessi. 
L’equilibrio perfetto del gioco si incrina e allora per la prima volta si soffre davanti a un tradimento e l’esclusività di una relazione non è più possibile. Yente è una ragazzina inquieta, per sua natura instabile e che ora si affaccia su un momento della vita che di per sé coincide con la riscrittura della propria persona. E così oscilla tra un mondo infantile rappresentato da Marie (i giochi, le confidenze ingenue) e uno in cui vorrebbe riconoscersi come grande e frequentare anche ragazzi che la considerino come tale.
La sua irruenza non le consente trapassi morbidi, ma solo strattoni improvvisi che creano subbuglio e sofferenza. Ha bisogno di rilanciare continuamente la sfida, non abbassa mai la guardia. 
Sebbene questo personaggio riesca a coinvolgere il lettore e a tenere alta la tensione rispetto a quello che deciderà di fare e o di dire, la qualità più alta della scrittura di Enne Koens mi pare si misuri proprio nell’escludere qualsiasi forma di psicologismo. In un altro tipo di romanzo probabilmente assisteremmo a descrizioni che prendendo per mano il lettore con l’esplicito intento di condurlo verso una riflessione (commiserata) delle inquietudini adolescenziali rispetto alle quali val bene godersi le spiegazioni che in qualche modo vanno per la maggiore al momento.
Niente di tutto questo invece in un romanzo nel quale lo sguardo e la valutazione di un adulto riesce a tenersi a debita distanza, accostandosi e misurandosi invece con quello della protagonista che è stata opportunamente pensata più giovane dell’altra di qualche anno, giusto quello che occorre per godere di una fascinazione inevitabile e al contempo di una complicità ancora possibile. 
L’argomento affrontato è delicato e non esclude nella sua narrazione anche aspetti meno superficiali, tuttavia sceglie di rimanere un passo indietro rispetto a qualsiasi discorso conclusivo e lasciando invece al lettore il grande piacere di assistere a una costruzione della storia lacunosa nel senso buono del termine. 
 

Vale la pena annotare anche una scelta non comune, quella cioè di inserire un breve componimento in versi a introdurre ognuna delle tre parti in cui il romanzo è diviso che, stampata su una pagina di colore giallo (unico colore oltre al grigio), apre il sipario sul racconto di un’estate della quale introduce gli aspetti salienti senza anticiparne alcuno. Romanzo che farà piacevolmente compagnia a lettrici e lettori a partire dai dieci anni. 

Teodosia 

"Quell’estate con Yente" Enne Koens, Maartje Kuiper, (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2025 

mercoledì 7 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TOPO DI CITTÀ, RAGAZZO DI CAMPAGNA


Elwyn Brooks White era un tipo particolare. Lavorava al The New Yorker come redattore e nel 1945 decide di scrivere un libro per bambini che a una prima lettura aveva destato qualche preoccupazione all’editore, il titolo era Stuart Little – Le avventure di un topolino coraggioso
Questo è l’incipit del libro: 
“Quando la moglie del signor Federico Little mise al mondo il suo secondo figlio, tutti notarono che non era più grosso di un topo. E in verità di un topo aveva molte caratteristiche: non più alto di cinque centimetri, ne possedeva il naso aguzzo, la coda, i baffetti e le maniere timide e piacenti.” 
Si può ben capire cosa avesse fatto saltare sulla sedia l’editore, il quale cercò di convincere White a cambiare questo inizio brusco, che insomma forse non era cosa socialmente accettabile che un’amabile e benestante signora newyorkese facesse nascere un topo. Insomma, certe cose non si fanno. 
White allora lavorò un po’ di cesello sulle prime righe, tolse due parole là due parole qua e ricompose la frase in modo più sfumato, ma rimanendo ben saldo sulle origini del piccolo protagonista. 
D’altro canto, per decenni il suo manuale di grammatica fu usato da tutte le scuole di scrittura degli Stati uniti: diciamo che White sapeva come usare le parole. Addirittura uno dei più grandi scrittori americani, Kurt Vonnegut, disse che White era uno dei più ammirevoli litterally stylish che gli Stati Uniti avessero prodotto. 
Stuart Little, come si evince dall’incipit, racconta la vita di un piccolo topino educato di città: un topino colto, un po’ maniacale nella cura della sua persona e delle cose, vagamente nevrotico, amante dell’avventura, incapace di stare fermo, curioso, spiritoso, romantico, insomma un vero topino newyorkese. 
Le prime avventure di Stuart sono molto ordinarie direi, ossia sono esattamente quel tipo di avventure che se io fossi stata la madre del topino gli avrei senz’altro fatto provare: per esempio riprendere un anello caduto nel tubo di scarico della vasca da bagno, oppure far funzionare quel martelletto del pianoforte al momento giusto nel modo giusto, infilando il proprio figlioletto tra le corde. 
Ma per un giovane topo avventuroso, queste sono sciocchezze e così Stuart si concentra su Central Park dove finalmente può salire a bordo di un veliero (giocattolo) e salpare verso il mare (il laghetto) in burrasca. 
Ma la vera avventura si presenta con un’uccellina di nome Margalo. La descrizione del primo incontro con Stuart ci dà l’idea della grande capacità narrativa di White, tanto elogiata da Vonnegut:
“Il mio nome è Margalo – rispose l’uccellina con una voce morbida e musicale – Vengo da dolci pasture tenere, da campi folti di grano zecchino, da boschi ricchi di capelvenere, da prati sparsi di cardo turchino; vengo da valli con acque chiare, amo la vita e adoro fischiare.” 
Ma Margalo a New York è solo di passaggio e così un giorno vola verso nord. Questo dà l’occasione al nostro topino per nuove avventure: con un’auto nuova fiammante (una macchinina, sempre giocattolo) andrà finalmente alla scoperta del mondo. 
E. B. White amava molto New York, le era riconoscente, ma era anche un ragazzo di campagna, adorava gli animali, era un tipo timido e riflessivo. Queste due sue anime di riversano perfettamente in Stuart. Penso anzi che lui volesse avere di Stuart la sfrontatezza unita alla più franca gentilezza. Appena Stuart vede qualcuno in difficoltà, senza nemmeno pensarci, si ferma e chiede e ascolta, quasi che le sue fattezze e la sua statura (poco più di cinque centimetri, ripete orgoglioso) non segnassero una differenza col mondo. 
Stuart intende vivere al massimo, occupare ogni secondo: si innamora senza pregiudizi di qualsiasi forma di essere vivente, aiuta grandi omoni seduti a bordo strada, affronta onde gigantesche di laghetti in apparenza placidi. Ma Stuart sa anche fermarsi e gustarsi il momento, come quando, giunto in un placido villaggio all’ombra degli olmi, si ferma a gustarsi un bicchiere di salsapariglia, in un brano narrativo di una bellezza cristallina. 
Stuart è un (piccolo) paradosso, è un bambino cresciuto in fretta – si sa che l’infanzia dei topini dura un zic – in un mondo di adulti alti che però del mondo sanno molto poco. E la dimostrazione della sua precoce saggezza la dimostrerà tutta nel suo breve lavoro di supplenza in una scuola elementare. Con uno stile elegante ma semplice, con una cesellatura magistrale sulle parole, White ci racconta del piccolo Stuart che affronta tutte le avventure in cui sulla carta dovrebbe uscire perdente, come un vero eroe, ma senza l’arroganza che a volte accompagna i vincenti. Lui non si accorge di essere uno di loro, tanto è impegnato a vivere, a guardare, a risolvere i problemi, ad amare. 
Libro perfetto dai 9 anni in poi.

Valentina


"Stuart Little – Le avventure di un topolino coraggioso”, E.B. White, ill. Garth Williams, trad. Dino Segre, Nord Sud Edizioni, 2025

mercoledì 23 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NESSUNA STREGONERIA, SOLO LETTERE E PAROLE. 

“Consegnò tali ricordi alla febbre. Offrì in dono l’oblio per avere in cambio una via d’uscita, una via per sopravvivere. 
E quando la febbre scese, quando alla fine si risvegliò nel mondo reale, portò con sé un’unica cosa: il suo nome. 
Beatrice.” 
 

Una bambina viene ritrovata raggomitolata da Fratello Edik, accanto alla capra Answelica nel fienile di un monastero. 
La capra in questione non è una qualunque, è temuta infatti da tutti i monaci dell’Ordine delle Cronache del Cordoglio per le sue violente testate e non viene abbattuta solo per il sospetto che il suo fantasma possa essere più pericoloso dell’animale in carne e ossa. Lo stupore di Fratello Edik è quindi grande quando si accorge che la capra protegge quella bambina che si rivela subito in pessime condizioni. Il suo nome è Beatrice e, a parte questo, non ricorda niente altro. 


Fratello Edik decide di accogliere la bambina e di camuffarla da monaco rasandole i capelli e coprendola con un saio. La verità sulla bambina si svelerà progressivamente e, a lui come a tutti i monaci timorosi, risulterà chiaro che potrebbe trattarsi di quella bambina che, secondo una profezia contenuta nelle Cronache del Cordoglio e che si è rivelata allo stesso monaco, sarà l’artefice di un grande cambiamento che porterà allo spodestamento dell’attuale re. 
Un racconto ambientato in un medioevo non precisato, in un periodo di tempo lontano in cui alle bambine era proibito imparare a leggere e a scrivere (invece Beatrice stranamente dimostra di possedere queste competenze) e in cui alle profezie veniva accordata grande importanza. 
Al centro di questo romanzo ci sono soprattutto due elementi: la parola e l’amore. A loro volta poi fortemente correlati. 
Le parole sono quelle lapidarie di una profezia che per quanto si voglia contestare e giudicare inattendibile, creano una tensione sottile ma resistente che si dipana lungo tutta la storia. Quelle parole affiancano anche quelle di un’altra storia, quella che Beatrice racconta al brigante e poi al re, la storia di una sirena con la coda ingioiellata, la stessa storia che ritorna come una promessa fatta a Fratello Edik e rimasta in sospeso. E ancora, quel racconto che ha i toni di una fiaba è poi incarnato dalla voce della bambina che in questo modo riesce a ritrovare la madre, il cui destino era rimasto sconosciuto.
La parola (l’incanto della storia) viene proposta come antidoto a un mondo che si è piegato alla barbarie e all’ignoranza. Beatrice rappresenta la vita che si rivela pian piano e solo grazie all’amore, quello di una capra a dir poco singolare, di un monaco sensibile alla bellezza e poco considerato dal resto dell’Ordine, di un ragazzino destinato a una vita di stenti e di un re che ha rinunciato alla propria corona.
I personaggi di questo romanzo costituiscono un gruppo assortito di reietti (per destino o per scelta) che hanno però intravisto in Beatrice una grande luce e per questo sono disposti ad accompagnarla nel viaggio che dovrebbe riportarla a casa, che si rivela molto complesso perché deve passare per prima cosa proprio dal luogo dal quale si fugge: ossia il castello di quel re che la insegue e che vorrebbe vederla morta. 
Beatrice non sa cosa potrà ricavare da questo incontro, ma sa bene che deve incrociare lo sguardo di quell’uomo che ha ucciso i suoi fratelli, non è la profezia a muovere i suoi passi, ma un destino che la chiama e che ha a che fare più con la sua dimensione umana e morale. 
Beatrice avrebbe voluto dire a quell’uomo: 
“Avete ucciso i miei fratelli. Avete cercato di ammazzarmi, ma avete fallito. 
Ora sono dinnanzi a voi. Avete fallito.” 
Ma non lo disse. Invece Beatrice aprì la bocca e disse soltanto: “C’era una volta”. 
C’era una volta.” 
Come affrontare a mani nude un uomo che si è fatto artefice di morte? Beatrice non lo sa, ma quando arriva quel momento non sa fare altro che raccontare. 


La profezia come parola nutrita di una sostanza che non può che essere l’amore, come dire che le storie se non affondano nell’animo di chi le genera e racconta sono destinate a essere lettera morta. Quelle stesse lettere, invece possono rivelare una grandissima potenza se sono sostanziate da uno slancio autentico che muove la stessa vita. Beatrice ha imparato le lettere e le parole, le ha a sua volta insegnate al giovane Jack Dory per il quale sono diventate la chiave di accesso al mondo, rispetto al quale era avido di conoscenza. 
Di questo romanzo è difficile non amare la scrittura, prima ancora che la storia, quello stile narrativo caratterizzato a parole sempre molto misurate, periodo brevi come incisi, spesso anche ripetuti a sottolineare la pregnanza di quelle singole parole e la necessità di sceglierne senza abusarne. Anche i capitoli sono brevi e, sebbene quella narrata sia un’avventura che comporta spostamenti, viaggi, cambi di compagnia e di scenario, il ritmo non è mai concitato e la scrittura ha sempre un respiro ampio e disteso. 
Questo modo di scrivere permette di assistere allo spiegamento della storia come se fosse in un grande quadro, come se si disponesse in ampiezza più che nella linearità di un percorso. In questo grande affresco, le avventure raccontate hanno il sapore di un racconto incastonato in un’epoca sospesa e non collocabile cronologicamente. Qui, come in altri scritti di Kate DiCamillo, il contesto storico è solamente evocato nei suoi aspetti noti che contribuiscono a comporre un immaginario funzionale alla storia. La conclusione dichiara apertamente che la vicenda potrebbe essere ambientata anche in un tempo che deve ancora venire, potremmo addirittura parlare allora di un romanzo distopico, più che vagamente storico. Le iniziali miniate di ogni capitolo rimandano alle scritture realizzate dai monaci amanuensi, ma la scelta di utilizzarle sembra rimandare ancora una volta al valore delle lettere come forma di conoscenza e al contempo di contemplazione e godimento del bello. Non a caso è Fratello Edik ad avere il compito di realizzarle, quell’uomo dotato di un occhio ballerino che gli conferisce forse la capacità di vedere la bellezza ovunque. Meritano una menzione le illustrazioni che, sebbene in bianco e nero, arricchiscono ulteriormente il piacere della lettura. Sono di Sophie Blackall, autrice di fama internazionale e vincitrice per ben due volte della prestigiosa Caldecott Medal. Il suo tratto elegante e morbido restituisce luoghi silvestri dal sapore magico che non mancano però mai di sobrietà, così come gli elementi decorativi all’inizio di ogni capitolo impreziosiscono le pagine senza risultare mai stucchevoli. 
Un romanzo che saprà deliziare bambine e bambini a partire dai 10 anni. 

Teodosia

"La profezia di Beatrice", Kate DiCamillo, illustrazioni di Sophie Blackall, traduzione di Anna Patrucco Becchi, San Paolo 2024 


venerdì 11 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PRIMA È, MEGLIO È...

La valle dei Mumin
, Alex Haridi, Cecilia Davidsson, Cecilia Heikkilä 
(trad. Alessandra Scali) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Poi Mamma Mumin si mise a raccontare di quando era piccola, dei tempi in cui i Mumin vivevano nelle case degli esseri umani - preferibilmente dietro le loro stufe di maiolica. 
'Magari qualcuno di noi ci vive ancora' disse 'nelle case che hanno mantenuto le stufe di una volta. I termosifoni non fanno proprio al caso nostro'. 'Ma a quei tempi gli umani lo sapevano che c'eravamo anche noi?' chiese Mumin. 
'Sì, alcuni sì.' rispose Mamma Mumin. A volte se erano da soli e sentivano un brivido sulla nuca, allora capivano che eravamo lì con loro.'" 

Ora la vita dei Mumin è molto diversa. 
Per esempio, adesso come adesso, il piccolo Mumin, per mano a Mamma Mumin sta camminando ormai da giorni nella grande foresta in cerca di un luogo adatto dove costruire una casa che li accolga entrambi per il loro letargo invernale. Con i piedi a mollo per la grande inondazione dovuta alla grande pioggia, avanzano a fatica. 


Loro non sopportano il freddo (per questo le stufe di maiolica), ma fortunatamente Mamma Mumin nella sua borsetta ha sempre quattro cose essenziali: zucchero, caffè, polverina contro il mal di pancia e calzini asciutti. Mentre avanzano a fatica, papà Mumin non è con loro perché è partito per uno dei suoi viaggi ed è scomparso da un bel po', non restano soli a lungo: sul cammino incontrano Sniff, che al loro invito, decide con entusiasmo di seguirli. 


Saranno loro tre a incontrare nella palude il Serpente Gigante, e poi Tabacco che, con la sua musica, ammalia il Serpente. Intorno a fuoco, i quattro girovaghi bevono assieme un bel caffè, ma all'invito a unirsi al piccolo gruppo, Tabacco rifiuta: lui è uno spirito troppo libero per farsi coinvolgere nella ricerca di un posto asciutto e di una casa. Magari si ritroveranno più in là. Magari. 
Il loro viaggio prosegue, tra alti e bassi - è proprio il caso di dirlo. Attraversano giardini in cui il latte scorre e lo zucchero filato è al posto della neve e i fili d'erba sono caramelle, vengono poi sbattuti sulle rive di un fiume impetuoso fino al momento in cui trovano tracce importanti di Papà Mumin, nonché un paio di occhiali persi dal vecchio Marabù che per gratitudine... Basta! 

In questo libro succedono molte cose inaspettate. 
La prima e la più eclatante: sopra il titolo La Valle dei Mumin non compare il nome Tove Jansson come autrice, ma tre cognomi differenti. Due autori del testo e una illustratrice. Il suo nome è "solo" il punto di partenza...
La seconda e altrettanto eclatante: un romanzo dei Mumin si è trasformato in un racconto illustrato.
Breve spiegazione di quello che sta capitando in Svezia: sotto l'occhio vigile e attento degli eredi di Tove Jansson (la sua nipote in testa, che firma una sorta di attestato di affetto nei confronti di Tove e della sua opera, auspicando che tutti i bambini che ci sono e che verranno ne possano godere) tre autori si sono metaforicamente messi sulle spalle la grande mole dei suoi romanzi per bambini (in originale: 9 romanzi) e li hanno trasformati in qualcosa di molto simile a un lungo albo illustrato (il testo è ben più lungo), perché appunto possa accedere quello che Sophia Jansson auspica nella letterina iniziale, A te che stai leggendo...: più Mumin ci sono, meglio è. 


Breve spiegazione di quello che sta succedendo nel versante italiano è diretta conseguenza di quello che accade in Svezia: i romanzi di Tove Jansson stanno in casa Salani, ma questi lunghi racconti illustrati per più piccoli hanno trovato la loro 'stufa di maiolica' a casa Iperborea. 
E in perfetta armonia, come piacerebbe ai Mumin, creaturine gentili per eccellenza, accade che Salani pubblichi proprio ora il romanzo finora inedito in Italia, Il piccolo Troll e la grande pioggia, che è anche il primo che Tove Jansson abbia scritto, e che Iperborea pubblichi il racconto di Haridi, Davidsson, e Heikkilä alle matite, che è di fatto il racconto illustrato del romanzo suddetto, e che, per ovvie ragioni è pensato per lettori più piccoli. 
La terza cosa inaspettata e felicissima è averci pensato e, mi verrebbe da dire, aver osato. Da questa terza cosa scaturiscono tutta una serie di considerazioni più generali. 
La più istintiva, in quanto amante dei Mumin, è valutare che più Mumin ci sono in giro, meglio sarà per l'intera comunità dei lettori. E ancora: prima si entra in contatto con il loro magnifico mondo pieno di gentilezza e pace e armonia meglio sarà per la suddetta comunità. In questo senso, quando si svela l'operazione editoriale che c'è a monte viene proprio da pensare che questi 'alboni' illustrati siano propedeutici ai suoi romanzi. Si comincia a frequentare queste creature fin dalla prima infanzia, ci si affeziona, e poi dopo tre o quattro anni che sono stati lì a sedimentare negli immaginari di ciascuno, li si ritrova in un libro di più di centocinquanta pagine, che racconta per filo e per segno quello che qualcuno ci aveva letto ad alta voce, rannicchiati....(cfr la letterina di Sophia Jansson). Va da sé che anche il romanzo può essere letto ad alta voce, e ascoltato rannicchiati, ma questa è un'altra storia. 
Una ulteriore considerazione che viene da fare riguardo a questi racconti illustrati concerne la loro struttura. In questa loro forma abbreviata, così rispettosa del loro genitore, è possibile cogliere ancora più evidente la capacità di Tove Jansson di costruire, attraverso un continuo gioco di tensione e rilassamento, una piacevolezza e uno spessore emotivo davvero magnifico.


Neanche un briciolo delle caratteristiche proprie dei romanzi dei Mumin qui è andato perduto: c'è lo spirito della scoperta, dell'avventura, c'è il piacere di fare comunità, famiglia, famiglia allargata, c'è il rispetto e la fiducia reciproci, c'è la magia dei luoghi, c'è una natura forte, c'è la dolcezza diffusa e l'accoglienza programmatica nei confronti di chiunque, c'è la gentilezza, c'è il gusto per la libertà sopra ogni vincolo e convenzione; c'è l'ignoto del fuori e la pace delle case, c'è la giusta dose di freddo e di calore. 
 Nulla è rimasto indietro, c'è proprio tutto: anche i calzini asciutti. 
Lunga vita ai Mumin! 

 Carla

venerdì 28 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN'AGENTE SEGRETO

Niente di straordinario, Fabrizio Silei 
Il Castoro 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 
 
"A te, che non te l'aspettavi." 
F. S. 

Di schiena, alla scrivania, risponde al telefono che squilla nella sua agenzia di spedizioni internazionali. Segnata su un foglietto la prossima destinazione, non resta che attrezzarsi del minimo indispensabile e partire: cappello, lunga sciarpa, maschera per mantenere l'anonimato e nella tasca del cappottone un bel po' di biscottini saporiti per felini, probabilmente quelli del gatto che sta dormendo sul divano della sala d'attesa. 


Sulle sue tracce si mettono tre loschi individui: bassi goffi e decisamente poco atletici. Sebbene a fatica, non perdono mai di vista l'agente in missione. 
Moto, mongolfiera, paracadute, giungla - utilissimi i biscotti da gatto... Quindi canoa, ruspa per raggiungere il picco, al secondo bradipo a destra, in America latina, a giudicare dal condor irritato per la ruspa pericolosamente vicina alle sue uova. 
E quei tre ometti, sempre dietro. Ma sempre più affaticati. 
Sul picco c'è il villaggio di una bambinetta, quella che ha richiesto il servizio, che consegna il suo pacchetto all'agente della società di spedizioni. 
Metà della missione è compiuta! 


Ora bisogna solo portarlo a destino: giù dal picco, abissi, deserto, un tratto sul tetto dell'Orient-Express, biplano, paracadute , la solita moto chopper KTM e poi su fino al sessantesimo piano con l'ascensore guasto. 
Ed è lì che avviene la consegna: a un bimbetto occhialuto, molto contento di ricevere il suo regalo di compleanno da parte di Piccola Felce. 
Ora l'intera missione è compiuta! 
E quei tre ometti, sempre dietro. Beh, non proprio, ormai parecchio fuori uso, come l'ascensore, arrancano per le scale. 
Conclusa così la giornata di lavoro dell'agente, non resta che tornarsene a casa, al solito tran tran. Non prima di aver fatto un po' di spesa, però.
Ecco: questo è il racconto della sua giornata tipo. 

Quasi un silent book.
Uniche eccezioni: frase finale da non svelare neanche sotto tortura e un gentile "Buonasera" sussurrato, scendendo per le scale. 
Per chi è arrivato a leggere fino a qui, senza aver avuto in mano il libro, rimane da sciogliere un bel mistero su chi sia veramente quest'agente. 
Chi invece il libro lo ha sfogliato, saprà - beninteso solo alla venticinquesima tavola - la vera identità di un'agente (occhio all'apostrofo) che in giornata è in grado di compiere una missione di tale portata. 
E come se non bastasse, chiuso l'ufficio, va al supermercato, riempie un carrello di roba, si carica le due buste, prende un autobus, dimostra la propria disponibilità e generosità verso una vecchietta e verso un mendicante e finalmente arriva a casa, dove c'è la sua famiglia che l'aspetta con la cena in forno (almeno quella). 
La dedica del libro, dettaglio che ai bambini poco interessa mentre i grandi se non altro la notano, parrebbe illuminante. 
Siamo davanti a un omaggio sperticato e grato nei confronti di una persona (che non se l'aspettava?) unica, ma anche di una categoria umana: le donne, e in particolare quelle che lavorano! 
E se poi, visto che sono anche mamme, il cerchio diventa perfetto e si chiude. 
Detto questo, che non è poco, fin qui si è parlato di ciò che ha il fine di coinvolgere emotivamente in particolare gli adulti lettori e lettrici. 
Sì vabbè, ma ai bambini cosa resta? 


Parecchio: il lato comico della vicenda. Ossia il crescendo delle difficoltà del viaggio, i diversi modi di uscire illesa dalle situazioni sempre più complicate e, per converso, la goffaggine dei tre inseguitori maschi (!) che, messi uno sull'altro, non raggiungono neanche l'altezza della gagliarda protagonista. I bambini rideranno dei loro impacciati e dolorosi atterraggi di fortuna, rideranno sulla scena degli alligatori o delle peste in cui finiscono al momento del condor e, come se non bastasse, saranno loro debitori dell'aver smascherato, nel senso più letterale del termine, la vera identità della protagonista assoluta dell'intera vicenda.
 

Ma c'è un ulteriore piccolo seme che potrebbe e dovrebbe aver attecchito nelle loro testoline: una mamma che lavora, in casa o in ufficio, anche senza dover andare e tornare in giornata in Amazzonia o sulle Ande, ha alcuni tratti che la rendono speciale: nel suo essere sempre pronta, sempre capace di soddisfare desideri, di dare risposte, di diffondere gioia e amore, e di fornire servizi essenziali e superflui alla piccola comunità familiare, gatto compreso. 
E di farlo, considerandolo niente di straordinario. 

Carla

Noterella al margine. Silei, senza parere, nel disegno imprime un ritmo da fumetto più che da albo e lo rende allegramente indisciplinato - con oggetti che escono dalle rigide cornici oppure concede molta liberà all'acqua e i rampicanti che, come accade nella vita vera, quando decidono di andare, vanno.

mercoledì 26 febbraio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NON MALE PER UN PASSEROTTO DOMESTICO, NON MALE



“Esistono quarantanove tipi di passeri. Il passero domestico non è che uno dei tanti. Un uccellino insignificante. […] Fino a quando non lo guardi da vicino. Allora vedi che è anche particolare, che ha una striscia più scura sul petto, nella ali ha piume gialle, nere e marroni. […]
I passerotti volano via dal nido dopo diciassette giorni. Diciassette.
A Luvi quelle parole piacciono: volare via.”


Luvi è una bambina cresciuta insieme alla nonna, donna a servizio da sempre di due persone che non hanno mai dimostrato rispetto e affetto per lei. Così quando l'anziana muore, è naturale che Luvi prenda il suo posto e che continui a fare quello che la nonna ha fatto per un'intera vita: servire.
Ma Luvi decide di fuggire, senza un piano, senza alcuna prospettiva di miglioramento, lo fa solo sulla base di un forte istinto che la spinge ad allontanarsi da quella casa dove ormai non ha più nulla che la tenga legata. Conoscerà lungo il percorso una banda composta di tre bambini che come lei hanno compiuto questa scelta fuggendo da un orfanotrofio, incontrerà poi un maresciallo dal quale deve guardarsi e soprattutto conoscerà un barbiere gentile che l'accoglierà e sarà disposto ad accettare che si sveli pian piano a lui, come a se stessa prima di tutto, le sue doti speciali.
Il libro inizia dalla fine, ossia dal momento in cui si celebra il funerale della protagonista. In questo brevissimo primo capitolo che ha appunto il titolo Iniziamo dalla fine lo scrittore si rivolge direttamente al lettore svelandogli (parte) della conclusione della storia, ma soprattutto tranquillizzandolo sul fatto che non si tratta di una storia triste, come l'episodio in questione potrebbe far pensare. Ma se così non è, dunque viene da chiedersi cosa davvero accade e come Luvi giunga a inscenare (forse?) il suo funerale.
Comincia così la storia di una bambina che si pensa un passerotto domestico e come tale sa di essere assolutamente anonimo e privo di particolari talenti. Un passerotto che è cresciuto sempre in gabbia e che quindi non conosce i rischi, ma neanche i vantaggi, di una vita libera.
Come può pensare di affrontare una vita in autonomia una bambina di undici anni che ha conosciuto l'affetto solo di una persona e che ora può fare conto solo su stessa? Probabilmente saranno le privazioni e le frustrazioni trascorse che possono rappresentare la spinta a procedere. Luvi infatti impara ben presto a utilizzare nella pratica tutte quelle competenze domestiche acquisite, ma è soprattutto pensando a quello che non vuole più essere e a quello che non vuole più fare che troverà la forza per continuare. Quasi per caso Luvi (che continuamente si ripete di essere solo un uccellino domestico e una ladra per necessità) scopre di avere un grandissimo talento: salta così in alto che sembra volare. Il suo fisico esile le facilita l'impresa, ma la spinta importante le arriva dalla rabbia: Luvi ha bisogno di essere insultata, umiliata e quindi di alimentare una forza rabbiosa per poter spiccare il volo.
In questa prima esplorazione di sé e delle sue potenzialità la bambina conosce quelle parti che si fanno largo a furia di sgomitate, è ancora un uccellino che non è riuscito a spezzare completamente la corda che lo lega alla gabbia, ma le sta tentando tutte per poterci riuscire e le risorse arrivano proprio da dove non si crede, da quella parte deprecabile di noi alla quale non penseremmo.
Ci vuole tempo perchè Luvi comprenda che si può lavorare sui propri talenti, perché quello che ci viene concesso in dono va gestito e alimentato. Ma una persona, e un bambino in particolare, cresce e riesce a esprimersi al meglio se ha di fronte qualcuno disposto ad accoglierla e a lasciarle spazio. Persino l'identità sessuale viene negata, la fragilità che può derivare dal dichiararsi bambina viene nascosta, taciuta in attesa di un tempo in cui non generi più vergogna. Un tempo in cui i voli si possono tentare anche senza che la spinta provenga dalla rabbia, ma unicamente dalla capacità di attingere alle proprie forze.
Luvi è un romanzo lieve scritto in terza persona, ma con una focalizzazione interna, con un punto di vista cioè che corrisponde a quello del protagonista. I pensieri di Luvi, le sue riflessioni spesso tormentate, gli interrogativi che rivolge alla nonna, gli insulti al signor e alla signora Simmer responsabili della sua reclusione, sono sempre il fulcro attorno a cui si costruisce la narrazione. Così lo sguardo che la piccola posa sul mondo e sulle cose è da principio timido e timoroso, per poi aprirsi e diventare progressivamente più ampio, fino a includere persone, affetti e desideri che in origine temeva anche solo formulare.
Non stenteranno lettori a partire dai 10 anni a stringere un legame empatico con questa bambina, nonostante, anzi, in virtù proprio del fatto che le prove che affronta sono molto lontane da quelle che potrebbero incontrare loro. Stefan Boonom sceglie ambientazioni e tempi sospesi come quelli di una fiaba e dalla fiaba attinge anche topoi ed elementi fortemente evocativi: la stessa protagonista, orfana povera e vittima di individui crudeli, il bosco che lei attraversa durante la fuga e le permette di conoscere altri fanciulli come lei reietti dalla società, elementi magici che, pur non essendo centrali, contribuiscono a collocare l'intera vicenda in un contesto sempre sospeso tra il possibile e l'irreale, fino ad arrivare alle figure buone, nascoste come sempre tra i più umili (un barbiere, la figlia di un becchino).
Un romanzo da stringere forte al petto.

Teodosia

"Luvi. Storia di una ladra e di un uccellino" Stefan Boonen, illustrazioni di Dieter De Schutter (trad. di Laura Pignatti), Mondadori 2025





venerdì 17 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BRILLANTE COME UNA STELLA

Stella, Gerda Dendooven (trad. Olga Amagliani) 
Camelozampa 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Ogni mattina l'uomo pescava una rete piena di pesci che il pomeriggio la donna vendeva al mercato. Da anni andava così. 
Ma una rosata giornata d'estate l'uomo trovò nelle sue reti qualcosa di strano. Era più grande di un grande pesce e per di più aveva molti capelli. 
'Moglie' chiamò l'uomo, 'vieni subito, vieni a vedere! 
Qua. là. Guarda.' 
La donna scrutò l'acqua. 
 'Santo cielo' esclamò. 'Che cos'è? Tutto così rosa. E quanti capelli! È davvero un pesce?'" 

Moglie e marito, con fare circospetto, mantenendosi a distanza, addirittura con un bastone in mano per difendersi in caso di pericolo, issano a bordo della loro barchetta Gran Fortuna quella strana creatura. Con loro c'è il cane di sempre, Bruno che scodinzola nell'annusarla: la sua coda sembra dire buo-no buo-no. È enorme, ma dalle alghe che l'avvolgono esce un piedino e poi una manina con i suoi bei ditini...
Non è un pesce, ma un bambino, anzi per la precisione una bambina. Una bambina viva con un sacco di capelli. Che sia caduta da una barca o che qualcuno l'abbia volontariamente gettata in mare? Nessuno lo sa.


L'unica cosa giusta da fare è tenerla con sé. Così carina, la naufraghina, che però di lì a poco apre i suoi grandi occhi e comincia a frignare come una sirena. Fame? A giudicare da come butta giù tutti i pesci pescati, si direbbe proprio di sì. 
Approdati a riva, nessuno degli interpellati lamenta la scomparsa di una bambina e nessuno la reclama per sé. 


Così a moglie marito non resta altro da fare: tenerla come una figlia arrivata dal mare e darle un nome, anzi un bel nome: Stella maris. 
Questa è la sua storia di bambina che arriva da chissadove, che prima è piccola, poi grande e poi anche enorme. Tanto grande da non avere più neanche un letto e neanche un tetto adatto e sufficiente per coprirla. 
Tanto grande da spingerla a partire per il mondo a cercare un posto che faccia proprio per lei. 

Ci sono storie che sono proprio diverse dalla media. 
Si alzano sulla superficie dell'editoria e brillano per lucentezza. 
Stella, ironia del titolo, è una di queste. 
Scritta nel 2016, vince in patria premi importanti, diventa anche uno spettacolo teatrale (Gerda Dendooven è tanto scrittrice, quanto illustratrice, quanto donna di teatro. Quindi ci sta.) 
Siccome il mare è grande ci mette otto anni ad arrivare sulle nostre coste, ma arriva. 
Le cose belle che questo libro dimostra di avere sono tre, e non sono da poco. 
E' proprio una bella storia: bello è ciò che racconta, bello è come lo racconta e bello è come la illustra. 
Comprensibile dai piccoli, riconoscibile dai grandi e maledettamente chiara per tutti, universale. 


Con ordine. La storia in sé attraversa questioni così profonde che la fanno assomigliare a una fiaba, ma nello stesso tempo la rendono di stringente attualità. Un po' come a dire che della contemporaneità Gerda Dendooven ha lasciato indietro ogni retorica, e ha portato in superficie il seme universale - il mito, il simbolo, la metafora - che inevitabilmente ha radici in tutti noi. Che lo si voglia vedere o no. 
Un bambino che galleggia solo nel mare... Non credo vada aggiunto altro. 
Come in una vera fiaba tocca la questione degli erranti. Dei senza terra, dei rifiutati. 
Come in una vera fiaba tocca la questione della maternità/paternità inaspettata e poi voluta. 
Come in una vera fiaba tocca la questione dell'essere grande, ma proprio grande. Un outsider, un fuori misura. 
Come in una fiaba tocca la questione della partenza in cerca di fortuna. 
Come in una fiaba tocca la questione della partenza in cerca di una appartenenza.


A tutto questo si aggiungono un paio di felici intuizioni, che a me personalmente la rendono ancora più lucente, se possibile: bambini e cani si intendono a meraviglia (vedi la capacità di Bruno di starle sempre intorno) e bambini con altri bambini si sanno organizzare (vedi le due diverse prospettive - adulta e infantile - rispetto alla crescente dimensione della Stella in questione). 
Ancora più splendente la rendono due altre cose: il testo, ovvero la sua traduzione, che è davvero un piccolo capolavoro di sensibilità, un misto di ironia e tenerezza, di profondità e leggerezza; e due inevitabili confronti con autori cardine per l'editoria: Kitty Crowther e Wolf Erlbruch. 
Direi che il libro Mère Meduse di Kitty Crowther ha più di qualche tangenza con Stella. A tal punto che mi parrebbe quasi naturale che Gerda Dendooven lo abbia letto e così tanto amato da averlo fatto suo per sempre. 
Due gigantesse che condividono la patria e il senso più profondo dell'essere madre... 
L'altra tangenza che mi fa sobbalzare è con l'uso del collage e più ingenerale con il disegno di Erlbruch, ovvero con la sua iconografia con cui le tangenze diventano molte e in alcuni casi così forti e precise da spaesare lo sguardo: il cane Bruno, i tessuti tra quadretti e righine, le proporzioni dei corpi, le guance rubizze, i grandi occhi dietro le lenti rotonde... 


Carla

venerdì 25 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ANCORA"SHOW, DON'T TELL". E SAUNDERS

Nonnamatta e la caccia ai mostri, Moni Nilsson, Anna Fiske 
(trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Vado in punta di piedi nella mia camera per chiamare Nonnamatta con l'iPad. Dopo il papà, è la migliore che ci sia, perché è bravissima a giocare e a parlare e non si tira mai indietro davanti a nulla.
Nonnamatta è mia nonna e il suo vero nome è Marta, ma quando mio cugino Tarzan era piccolo diceva 'Matta' e da allora si chiama Nonnamatta per tutti. La chiamano così anche i suoi amici, cioè Fatima e quel musone di Ohlsson. Loro però sono barbosissimi, almeno a sentire lei. Dice che non hanno mai voglia di fare cose divertenti o spericolate. Preferiscono stare sempre in cortile a parlare di malattie, acciacchi e altre cose che li preoccupano. Nonnamatta ha paura di una sola cosa: di diventare noiosa e fifona come loro." 

Frasse non ha ancora sei anni e di paure, invece, ne ha parecchie. Quella che lo inchioda ogni notte è il terrore dei mostri. Si sveglia ogni volta urlando in faccia al suo papà che gli dorme accanto che un mostro lo insegue per farlo fuori... E come se non bastasse anche a scuola circola, nelle mani dei suoi più acerrimi nemici/amici, un librone in cui in ogni pagina c'è un mostro in bella mostra. 
E poi c'è la questione della festa da Pollicione: tipo pigiama-party, si dorme tutti da lui, ma come riuscirci con quel problema dei mostri nel sonno? Come può farcela il povero Frasse che dorme solo accanto al suo papà? L'unica soluzione è non andarci. Però è un vero peccato, no? 
Fortunatamente, però, nella vita di Frasse, c'è il giovedì, il giorno in cui Nonnamatta lo va a prendere (sempre un po') prima all'asilo per passare con lui il resto della giornata. 


Anche questo giovedì compare a scuola, ma questa volta non c'è un tranquillo pomeriggio di partitelle a carte e merende sulla coperta nel prato. Ascoltate le confessioni del nipote atterrito dai mostri, decide addirittura di fare con lui un viaggio di un paio di giorni per andare a visitare questo famoso bosco mostruoso, dove ogni creatura tremenda alberga. Davanti a Frasse si prospetta terrore e avventura in pari misura. 
Fatto lo zaino, si parte in treno, in cuccetta, e si arriva il mattino dopo in un luogo sconosciuto con un bosco bello fitto, al di là del quale... 

Nulla è mai fermo in questa storia. Tutto si muove e accade senza troppe spiegazioni. 
Già solo il fatto che sia diviso in capitoli che hanno, di due in due, scenari molto diversi tra loro crea questa costante sensazione di essere sempre un po' spostati di qua e di là. 


Poi come accade nella buona letteratura tutto si va a ricomporre in un unico quadro e altrettanto improvvisamente si esce dall'osservazione dei singoli fatti e si comprende il senso più profondo di tutto quello che è accaduto fin lì. 
In letteratura il motto anglosassone "Show, don't tell" trova un sacco di sostenitori, me compresa. Soprattutto quando mi interrogo su quali possano essere buoni ganci perché la lettura di un libro da parte dei più piccoli non sia vista come una delle peggiori condanne che vengono loro inflitte dai più grandi. Questa tendenza teatrale, ma forse meglio dire cinematografica, e aggiungerei poetica, applicata alla letteratura, funziona, soprattutto nei confronti dei primi lettori. Chissà che, in qualche misura, serva ad attutire il passaggio da quell'oggetto multiforme e multiparlante che è il libro illustrato, dove "il vedere" è previsto di default? George Saunders a proposito del tip "show, don't tell", scrive diverse cose molto sensate - tra le tante bellissime che ha scritto, scrive e scriverà. 
La prima: attenzione a non farne un dogma che ti prende la mano e si trasforma in un pilota automatico! 
La seconda: il "far vedere" - lo showing - ha il merito di tener lontano i concetti e le intenzioni palesi. Se facciamo accadere le cose senza troppe spiegazioni, stiamo per forza prendendo le distanze dai risultati overdetermined, sovradeterminati. 


Se non capisco male, questo modo di raccontare tiene lontano, guardando di fatto altrove, la didascalia sotto la figura, il messaggio. Che non viene escluso, ben inteso, ma allontanato almeno per un po'. 
Si confronti quanto detto all'inizio. 
Terza cosa: Saunders, che di sponda cita John Mcgahern, concorda su questo: "Penso che tutta la cattiva scrittura sia un giudizio e un’affermazione e che tutta la buona scrittura, in un modo o nell’altro , sia invece un suggerimento. Perché lasci da soli i personaggi e, attraverso le suggestioni e le immagini, metti nella mente del lettore la loro vita completa... e di conseguenza, ci sono tante versioni del romanzo quanti sono i lettori." (molto vicino a quanto detto a proposito del libro "L'occhio della montagna", o no?). 
Quarta cosa, che poi è un rilancio. Saunders suggerisce che per lui la soluzione che rende una scrittura interessante, stia piuttosto nella specificità. Quindi sia nel telling, quanto nello showing la tensione deve essere verso la specificity. 
E qui, in Nonnamatta, la si trova? Secondo me sì: in un nodo principalmente. Anzi, due. 
Prego riavvolgere il nastro ancora una volta fino alla frase di inizio. 
Dunque. Il primo riguarda la paura che diventa 'specifica' quando si declina - accanto a quella principale di Frasse per i mostri - con quella sotterranea della nonna, una paura che dopo i sessanta anni è abbastanza universale. Paura che arriva, bum, in un vagone o in cima alla scala, e che peraltro continua per molto tempo su altre scale, fino alla sua catarsi. 
E non direi una parola in più. 
Il secondo nodo ha a che fare con il concetto di mutuoaiuto tra un grande e un piccolo. 
Questione questa che nella letteratura del Nord, di norma, si dipana partendo da una visione assolutamente paritaria tra grandi e piccoli. Un adulto e un bambino valgono lo stesso, pesano lo stesso, se messi sui due piatti della medesima bilancia. La differenza tra loro è data dai ruoli. Uno fa il grande e custodisce e cura e mette cerotti, uno fa il piccolo e si sbuccia esplorando. 


Il bello che accade qui è, appunto, la reciprocità nel venirsi incontro a darsi un mano, ossia anche qui, come già molti altri fulgidi esempi di autori/trici nordeuropei, un piccolo può essere decisivo nel superamento di un ostacolo da parte di un grande, perché ha anche lui le sue personali fragilità e limiti.


E, bum, li ammette. 

Carla 

Noterella al margine. Sulla traduzione. Che io mi fidi e apprezzi Laura Cangemi, è roba nota. Dipende in larga misura dalla scorrevolezza che mette, dalla capacità di beccare i registri - e ne bazzica parecchi - ma anche, ed è qui il caso: carampana (nell'acc. 2 della Treccani), nell'uso di parole che sono nel mio lessico famigliare e che, sbagliando evidentemente, sento solo mie. 
Questi incontri mi stupiscono sempre, ma mi fanno subito sentire la Cangemi come una di famiglia. 

Noterella al margine². Sull'illustrazione. Dopo questo postone (post/pippone) non c'è stato il cuore di scrivere neanche una riga sul lavoro pazzesco di Anna Fiske. Ma lo avrebbe meritato. Magari, spero, non mancherà altra occasione...

venerdì 11 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

THE BOOK OF WONDER

Monsterium
, Junaida (trad. Asuka Ozumi) 
L'ippocampo 2024 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Sin dall’alba dei tempi, il Monsterium era in viaggio per monti e per valli con a bordo le più strane creature. 
In una notte calma e silenziosa, mentre il Monsterium russava della grossa, la strana combriccola sgattaiolò via nel mondo di fuori. 
Cammina cammina, i mostri giunsero in una bella città e si misero a gironzolare per le strade. 
A quella vista grandi e piccini corsero a rifugiarsi in fretta e furia dentro casa." 

I genitori rapidi portano i loro bambini al sicuro e chiudono a chiave le porte delle case. 
Uscire è loro proibito. Le strade della città sono molto pericolose, a detta dei grandi. 
Quei tre fratellini però non ci stanno volentieri rinchiusi dietro i vetri di una finestra, dietro il legno di una porta. 


Il fatto è che per giorni e giorni i mostri vagano lenti lenti per le vie. 
I tre piccoli sono davvero stufi e quindi decidono di "evadere" con gli strumenti che hanno: uno scatolone di cartone sembra proprio una corriera che li porterà in un salto fuori di lì. 
Poi un palloncino potrebbe diventare una mongolfiera che dal cielo fa vedere loro il mondo dall'alto. Comincia così il loro viaggio tra cielo e terra, tra arcobaleni e alberi altissimi. 
Poi una voce molto terrena urla: il bagno è prooontooo! Ma il viaggio prosegue. Adesso li spinge ad arrivare fin negli abissi più profondi dove, un rumore sordo e indecifrabile, una sorta di bisbiglio costante attira la loro attenzione... 

Ecco. Gli abissi più profondi sono - quasi inevitabilmente - il luogo ideale per entrare in contatto con il mistero che avvolge la storia di questa città, invasa pacificamente da una schiera di mostri che ciabattano sul selciato delle vie cittadine. Da giorni e giorni. 


Complice il cambio di scenario nella giornata di quei tre solari bimbetti, che adesso devono farsi il bagno, i due mondi, che i grandi hanno cercato di tenere separati con ogni mezzo, si toccano, si incontrano e si piacciono. 
Va da sé che ciò che è mostruoso per un adulto lo è molto di meno per un bambino di larghe vedute... 
Questo è il primo libro che approda in Italia. Junaida, artista giapponese, verrebbe da dire un esteta della carta stampata, dal 2011 - anno più anno meno - pubblica delle vere meravigliose fantasmagorie visive. 
La maggior parte delle quali out of print. 
Il libro Monsterium viene pubblicato in Giappone nel 2020. 
A giudicare dai libri che lo seguono e da quelli che lo hanno preceduto, sembra rappresentare una piccola eccezione nello schema piuttosto consueto di Junaida: è un libro con un testo e una narrazione, seppur molto misteriosa e suscettibile di diverse chiavi di lettura, ma pur sempre una narrazione. 
A partire da Undarkness del 2021 fino a risalire a ritroso fino al 2011 con Train Rain Rainbow (un magnifico titolo per un leporello che lascia davvero senza fiato e che nelle sue figure fa esattamente la stessa cosa che fa con il titolo: le trasforma) i suoi libri sono piuttosto silenziosi. 
Si tratta - nella stragrande maggioranza dei casi - di veri e propri cataloghi, repertori di figure, ossia sequenze di immagini che occupano la singola pagina o la doppia e sono tenute insieme da un filo rosso tematico: da Lapis - Motion of the Silence (2015) fino a Home (2013) o Hug, di un anno precedente. Tutti, ma proprio tutti potrebbero stare perfettamente sotto un paio di titoli che ha dato già a 2 suoi libri: The Book of Wonder (2011) e Imaginarium (2019). Quest'ultimo è anche oggetto di una sua mostra personale. Tutti infatti raccontano un ricchissimo, strabordante, immaginario e tutti sono libri della meraviglia, Imaginarium e Book of Wonder, appunto. 
Monsterium, ammesso che si possa parlare di debolezza, ha nel testo il suo tassello meno robusto. Al contrario, le immagini sono in linea con gli altri libri precedenti in cui Junaida costruisce un fittissimo intreccio di forme che sembra avere radici nel Surrealismo, ma anche in autori con Escher, soprattutto per il suo gusto per la costruzione impossibile, assurda eppure riconoscibile nei singoli dettagli che la compongono. Il piano e lo spazio spesso si confondono. 
Anche qui è di nuovo un repertorio di forme, capaci di alludere a immaginari anche molto diversi tra loro.
Alcune sue costanti ritornano: il gusto per la visione dall'alto che è una sua cifra anche in Monsterium compare per dare corpo al silenzioso e lento corteo dei mostri. Il gusto per le architetture impossibili.
E ancora: grande manovratore del colore, gioca sul nero per la copertina irresistibile, e per "il fuori", ossia il cielo della città invasa e per il mare. 
A questo corrisponde una sorta di technicolor per le scene del "dentro", gli interni in cui i protagonisti danno vita al loro viaggio immaginato. 


Ma in assoluto la parte migliore è un altro suo Leitmotiv,  il "catalogo" di mostri che, in un primo momento, sono nascosti nel loro Monsterium, sorta di grande palazzo su sei zampe (la baba jaga qui non credo sia casuale citarla) e poi, fuggiti alla chetichella mentre il loro palazzo su zampe dorme, si snodano in un corteo composito come una variopinta sfilata di carnevale. 
Nessuno di loro inquieta, nessuno di loro fa paura, nessuno di loro è orrendo. Al contrario, il sentimento che generano nel lettore è quello della curiosità mescolata a una diffusa tenerezza.  


E questo lo sanno molto meglio i bambini dei grandi.
Come spesso succede. 

Carla