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venerdì 28 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

FUTURA 

Sulla luna, Fabian Negrin 
orecchio acerbo 2026
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Ci sarà una volta una bambina sulla Luna. 
Giocherà a golf e la pallina andrà sempre in buca. 
Troppo facile! Là è tutto pieno di crateri. 
Attenta! PATAPUNFETE! 
'Che sonno...!'" 

E questo è solo l'antefatto. 
La bambina, nella sua tutina da astronauta, dopo aver giocato a golf - sport molto stancante - troverà un cratere comodo per accoccolarsi e per dormire e quindi sognare. E' abbastanza probabile che la bambina sognerà conigli (vista anche certa somiglianza...). Per la precisione, molti conigli. 
I molti conigli, prima di addormentarsi, si stringeranno tutti intorno a lei per tenerle compagnia durante il sonno. I molti conigli, come molte altre creature, al risveglio, avranno molta fame e siccome loro mangiano carote e sulla luna non ce ne sono, piangeranno. 


La bambina dovrà partire in missione con la sua astronave per andare a rubarne un bel po'. Le troverà sugli anelli di Saturno. Lì ne crescono moltissime, ma tra le carote ci vive anche un lupo... 
Appena in tempo! Risalirà sulla sua astronave: questa volta, direzione Luna.
Lì ci saranno i molti conigli riuniti ad aspettarla. 
Evviva! Carote per tutti! 
La bambina, che, come tutte le bambine, sa il fatto suo, quelle avanzate le pianterà in un cratere, un cratere bello grande che non le impedirà di fare la sua quotidiana partita a golf. 
Come si sa, il golf è sport molto stancante, quindi il sonno per lei arriverà presto, non prima però di aver avuto l'accortezza di radunare i molti conigli in un cratere bello grande, tutto per loro. 


Buona notte, ragazzi! E vissero tutti felici e contenti. Sulla Luna. 

Potrebbe finire così la storia della bambina astronauta e giocatrice di golf e amica dei conigli? 
Magari anche, a patto che a concepirla non fosse stato proprio Fabian Negrin... 
Questa piccola astronauta ha tutte le caratteristiche che Negrin ha sempre riconosciuto alla categoria umana dei bambini. 
Tutti i bambini e le bambine che ci ha raccontato nei suoi libri finora sono: svegli (anche se lei, bisogna dirlo, dorme parecchio); sanno organizzarsi in autonomia per arrivare a risolvere i propri problemi (anche se qui il problema è effettivamente dei conigli); hanno un buon feeling con gli animali con cui si intendono alla perfezione (somiglianze stringenti, anche se la lingua dei conigli è quel che è); hanno una buona dose di coraggio e immaginazione nell'affrontare il futuro, con tutto il grande ignoto e mistero che gli ruota intorno... 


Riconoscere queste caratteristiche all'infanzia genera due conseguenze importanti se si vogliono scrivere buoni libri per loro. 
Un discorso a parte andrebbe fatto anche sul modo di illustrarli. Ma non qui e non ora. Però almeno godiamoci quei molti conigli immacolati!
Ma torniamo alle due conseguenze di cui sopra. 
La prima: riuscire a considerarli come abitanti di un mondo altro dal nostro. 
In sostanza, vedendo, accettando e quindi rispettando la loro diversità strutturale. 
La seconda: riuscire a dimenticare temporaneamente la logica stringente del mondo adulto per creare ad hoc per loro mondi sempre un po' surreali, fiabeschi spesso e volentieri, da attraversare in mille direzioni possibili, allegramente, come astronavi, palline da flipper, o da golf? lanciate alla massima velocità. 


Non credo sia necessario qui puntualizzare nel dettaglio in quali libri del passato questo si è verificato: basti però pensare ai cugini di Chiamatemi Sandokan! al figlio del pescatore di Come? Cosa? all'onesta bimbetta di Gambipiombo, fino al Gigante, salvatore e sposo della principessa, vicina di casa in canottiera... 
Per tornare a Sulla luna, parrebbe evidente, addirittura lo considero il senso ultimo della storia, che quella bimba lassù è davvero su un altro pianeta. 
Altrettanto chiaro mi pare il fatto che lei sappia cavarsela magnificamente in ogni situazione: scappare quando c'è da farlo, organizzarsi per avere sempre carote intorno, capire la difficile lingua dei conigli, amarli e circondarsene e partire quando sia necessario.
Altrettanto chiara è la capacità di chi ha inventato e scritto questa storia di darle il sapore di una fiaba, di darle quel tanto di magia e di follia che alla bambina serve per poter giocare e immaginarsi un domani. 


E proprio a proposito di futuro e di infanzia, Negrin non può che augurarsi che entrambe le cose possano un giorno viaggiare assieme e addirittura coincidere in un'unica creatura... 

Carla

venerdì 19 dicembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL DISEGNATORE DI DRAGHI

L'albero e il drago, Pierdomenico Baccalario, Chris Riddell 
Il Castoro 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Fu così che iniziò: tra i rami del vecchio albero, il piccolo drago imparò a volare, a cacciare, a dare un nome a tutte quante le stelle. 
Conobbe la pioggia, il sole e la neve. 
Non erano soli però: c'erano molti animali intorno a loro e, tra tutti, i più pericolosi erano le persone che costruivano le case con i tronchi e usavano la legna per scaldarsi. E tra tutte le persone, le più pericolose erano i cuccioli, che non stavano mai fermi. 
Al piccolo drago piacevano un sacco..." 

Nessuno lo può dire con certezza, ma pare che l'uovo che si trovò un giorno ai piedi dell'albero, fu rotto proprio da un bambino. l'albero stava lì e dava informazioni, consigli, suggerimenti. E il drago esplorava, talvolta bruciava e soprattutto collezionava oggetti. Il tempo passava e il drago cresceva e cambiava pelle, ma non abitudini, finché un giorno l'albero gli disse che era arrivato il momento di andare. Doveva volare lontano e lui, nel frattempo, avrebbe aspettato. 


Così il drago volò e andò per il mondo: solo, con solo l'ombra a seguirlo, non si voltò mai indietro. Quando era stanco si fermava e quando c'era da andare andava. Imparò molto: a difendere e ad attaccare ad avere amici di cui fidarsi e anche qualche nemico. Vinse e perse, fu felice e anche molto triste fino al giorno in cui capì che era arrivata l'ora: l'ora di tornare. 
E così fece, giusto in tempo... 

Mettete insieme una buona penna con una buona storia di draghi in testa e un illustratore che è un mostro di bravura in generale, ma in particolare quando si racconta di creature fantastiche, come per esempio un drago, dà il meglio di sé; ecco metteteli insieme e difficilmente verrà fuori un libro mediocre. 
L'albero e il drago è proprio una bella storia rotonda, ossia ha un preciso punto di partenza che diventa, come per incanto, anche punto di arrivo. Nel suo centro ne succedono diverse, ma la sua bellezza sta proprio in quel suo mordersi la coda. In quel suo acciambellarsi sul finale proprio nello stesso punto da cui tutto è nato. 


Ma come è giusto che sia, tanto è cambiato da quell'inizio con un drago cucciolo e goffo e un albero saggio, pieno di consigli e di suggerimenti. Ora alla fine della storia abbiamo un drago che si è fatto coraggioso e leale e un albero rimasto fedele alla sua consegna di fare da rifugio sicuro a chi vorrà sedercisi sotto. 
Che Baccalario sia una penna felice lo darei come fatto assodato. 
Qui in particolare si cimenta in una cadenza che non pratica di frequente: un albo illustrato. Una storia breve breve che deve essere costruita lasciando la giusta aria aperta, il giusto spazio all'altro racconto, quello fatto per immagini. 
E che Chris Riddell sia un pennino felice lo darei altrettanto per assodato. E a proposito di quello spazio che l'illustrazione deve pretendere per sé, parrebbe evidente che Riddell non se lo faccia dire due volte e si prenda una bel po' di libertà nel raccontare ciò che il testo solo accenna. 
Quattro pagine in cui le parole si ritraggono allo stretto necessario e il disegno che fino a un attimo prima era tavole a doppia pagina, ora accelera e si trasforma in panels, ossia vignette in cui quello che accade sono solo le immagini a raccontarlo e si appoggiano sulla giusta vaghezza del testo. 
Con lo stresso piglio da grande illustratore, Riddell conquista il finale del libro con una tavola che è lì a dire molto di più del finale del testo che, peraltro, è già bellissimo e pieno di senso. 
La tavola finale suggerisce un'apertura inaspettata, davvero una piccola capriola che fa dire al lettore: ah!. 
Come è saggio che accada in un buon libro illustrato, testo e immagini raccontano porzioni del racconto che non sempre coincidono, le due voci, quella di Baccalario e quella di Riddell, si alternano con una grazia rara e una velata ironia. 


E chi ne gode è il lettore che contemporaneamente legge con gli occhi e ascolta con le orecchie. Con la stessa generosità e vaghezza il testo lascia che sia Riddell a scegliere un contesto, un tempo preciso, un ambiente in cui dare casa all'albero e al drago. Sono davvero minuscoli gli indizi che suggeriscono un tempo e un luogo circoscritti: "era un tempo in cui le case si costruivano con i tronchi e la legna si usava per scaldarsi..." 


Ma Riddell, a parte il suo indubitabile talento, è inglese al mille per mille e il suo immaginario non può non avere radici nel mondo del fantastico tolkeniano e il Medioevo è il suo tempo ideale. A parte tutti i draghi della Terra di mezzo, ce ne è uno in particolare che con il drago di Baccalario condivide una certa indole guascona e bonaria che me lo fa amare più degli altri: Crysophylax, il drago scaltro ma anche a suo modo fedele che con il contadino Giles si contende il sorriso del lettore durante tutta la lettura del racconto Il cacciatore di draghi
E così da drago nasce drago... 

Carla

lunedì 27 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FRATELLINO E SORELLINA

Grillo
, Annet Schaap (trad. Anna Patrucco Becchi) 
La Nuova Frontiera junior 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Ogni storia a un certo punto comincia. 
Spesso è già cominciata prima di cominciare anche la storia di Eliza lo è, da tanto. 
Ma facciamo pure finta che cominci ora, qui: ora che lei sta guardando il mare con una coscia che brucia, lontano da casa, in un porto dove non è mai stata prima, in una cittadina dove non conosce nessuno."

Eliza, camuffata in un giaccone per lei molto grande e con un berretto in testa che ne nasconda i capelli lunghi, si fa passare per maschio. Adesso è con il suo fratello piccolo, Grillo. Insieme stanno cercando di sopravvivere in questo loro viaggio pieno di incognite verso le Bianche Scogliere. Lì vogliono andare perché lì c'è la soluzione alla loro solitudine perché è lì che ritroverà i suoi fratelli maggiori. 
Ma Eliza, con i suoi ultimi soldi, invece di comprare cibo per lei e Grillo si è fatta tatuare il nome degli altri suoi 5 fratelli, per l'appunto spariti un giorno nel nulla. Grillo non vuole più essere lasciato da solo e vuole essere rassicurato che tutto andrà bene. Ma è complicato per Eliza trovare un modo per raggiungere l'obiettivo: il mare è grande, grigio e sembra infinito. 
La prima cosa che va trovato è del cibo, ma l'unica possibilità è rubarlo. Poi va trovato un ingaggio su una barca con un capitano disposto a caricarsi due bambini male in arnese per andare così tanto lontano. 
Questa è l'avventurosa storia di una ragazzina che vuole ricomporre a tutti i costi la propria famiglia, salvandola dal sortilegio. Con lei c'è il piccolo Grillo, l'ultimogenito che lei ha allevato con amore fin dal giorno della morte di sua madre, che ha coinciso con la nascita di questo scricciolo balbuziente che nessuno tranne lei ha voluto con sé... 

Dentro Grillo convivono diversi libri: un'avventura, un romanzo di formazione, una fiaba. 
C'è il ritmo battente dell'avventura che rende la lettura così coinvolgente che si sente il bisogno di girare la pagina e andare per un altro pezzo in avanti. 
E poi però si percepisce anche chiara la sensazione del troppo pieno in testa tanto da rendere necessarie delle pause di decompressione e digestione di quanto si è letto. 
La densità emotiva, la complessità sono attrezzi del mestiere che Annet Schaap usa sempre con grande maestria. E con altrettanta maestria maneggia il perturbante (e direi la fiaba come registro ideale) che anche qui, come aveva fatto in modo molto convincente in Ragazze, si percepisce nella profondità del racconto. 
Come si diceva, la storia di Eliza e Grillo è cominciata ben prima che lei con lui si trovasse a girovagare per questo villaggio sul mare in cerca di un passaggio verso le Bianche Scogliere. E questa prima parte è un continuo susseguirsi di fatti, di cui il lettore apprezza l'imprevedibilità, si gode la tensione, si bea nella sorpresa e capisce il giusto e poco si chiede le ragioni profonde per cui tutto accade. E intanto mette da parte piccoli frammenti per la ricostruzione finale. 
Cosa c'è alla Bianche Scogliere che la spinge a mettere a rischio la vita del suo fratellino e la propria? Da cosa stanno fuggendo qui due? Perché è più importante un tatuaggio che la cena di entrambi? 
Di sorpresa in sorpresa è possibile seguire questi due nel loro percorso a ostacoli: tra bottegaie arcigne e inflessibili, tra sceriffi in cerca di successo, e maestre zelanti che dialogano spesso e volentieri con Gesù. E le sorprese non mancano neanche ai due protagonisti che sono sempre pronti a cambiare la propria rotta. 
Capitolo dopo capitolo, oltre a costruirsi con sempre maggiore chiarezza il contesto, entrano in scena i diversi personaggi che non abbandoneranno la scena fino alla fine. Un mondo variegato di caratteri, alcuni forse un po' prevedibili per un lettore più scaltrito, che vanno ad aggiungere la loro voce in un canto corale. 
Così come Annet Schaap ci ha portato in avanti partendo da un punto ics della storia, non certo l'inizio, così come ci ha presentato un per uno i personaggi più laterali, ma non per questo meno importanti, che Eliza e Grillo incontrano sulla loro strada, così a un certo punto inverte la rotta e ci porta all'inizio di tutto. La vita felice di una famiglia numerosa - 5 fratelloni e una sorella, l'unica femmina - una madre amorevole, al momento incinta del settimo fratello, un padre imprenditore e grande costruttore di strade ferrate sul territorio, ricco e, a suo modo, affettuoso. E poi tutto si frantuma in un attimo: la morte della madre, durante il parto dell'ultimogenito James detto Grillo, spacca in due la famiglia. Da una parte, padre e fratelli che lo ritengono responsabile di quella morte, e dall'altra, la sola Eliza, che decide di salvarlo e di prendersene cura, come avrebbe fatto sua madre. 
Un secondo disastroso fidanzamento del padre manda tutti a zampe all'aria (!) 
Quindi arriva il dolore, il lutto, la solitudine che agiscono sotterranei a sfasciare il resto. E su questo, come per magia ma neanche tanto visti i suoi precedenti letterari, Schaap decide di innestare la fiaba. Il contesto nordeuropeo, la solitudine, il dolore, il coraggio, la sfida, la morte, la prova e il sortilegio e la condizione femminile sono gli ingredienti che Andersen, maestro assoluto della complessità di vedute, ha messo nella sua struggente I cigni selvatici. E uno a uno si ritrovano anche nel Grillo. Accompagnano il lettore in modo discreto, senza troppo parere all'inizio - fatta eccezione per l'aluccia tenuta nascosta di Grillo, che ovviamente è lì come una piccola luce che rischiara il percorso, ma è anche un elemento che perturba le consuetudini. Nelle fiabe accade. 
Poi sul finale il complesso racconto fiabesco dell'autore danese prende la scena e non la molla più. Capisco che sostenere che una fiaba del genere possa essere assimilata al concetto di romanzo di formazione è un po' dura da mandare giù, ma davvero Schaap è in grado di farlo accadere.
Spesso gli innesti, o forse dovrei dire gli ibridi, danno ottimi frutti! 

 Carla

lunedì 13 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NOMEN OMEN: LA SOLITUDINE DEI NUMERI ULTIMI 

Adelmo che voleva essere Settimo, Daniele Mencarelli 
Mondadori 2025 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Adelmo vorrebbe correre coi fratelli, ma il fiatone gli spezza il respiro, ha le gambe troppo corte per andare allo stesso passo degli altri, è uno scricciolo di bambino, perso dentro pantaloni tanto più grandi della sua taglia. Quei pantaloni hanno camminato assieme alle gambe di tutti e sette i fratelli, da Primo a lui. Consumati e rattoppati, allungati e poi riaccorciati, ne avrebbero di corse e di avventure da raccontare! 
Col mento che trema per il pianto trattenuto a fatica, con passo da soldatino arrabbiato, Adelmo rientra in casa. 
'Sempre la stessa storia'." 

La storia è questa: Settimo figlio di Evelina ed Ernesto, il piccolo Adelmo viene sempre lasciato indietro dai suoi fratelli: Primo, Secondo, Terzo, Quarto, Quinto e Sesto. Ogni due anni un figlio e solo all'ultimo Evelina decide di dare un nome che è un nome più che un numero al neonato. Forse è questo che lo rende diverso agli occhi dei suoi fratelli che come possono lo prendono in giro, lo lasciano solo e lo accusano di essere il cocco di mamma, perché è quello che ha bisogno di più cure degli altri. 
Nella casa di Ernesto, valente muratore, e di Evelina, valente madre e massaia, non si naviga certo nell'oro, ma anche di fronte a qualche digiuno i due genitori sono bravi a non far mai perdere il buon umore a quella masnada di ragazzini. E anche quando la crisi si diffonde nel Regno della Pianura Piccola dove loro abitano, Ernesto riesce a stare a galla onorevolmente con il suo mestiere. A tal punto da potersi permettere qualche anno di scuola per il piccolo Adelmo. 
La morte improvvisa di Ernesto, però, cambia tutto. Una morte sul lavoro. 
I sei figli partono per cercare, ognuno, il proprio posto nel mondo e a casa restano solo Evelina, consumata dal dolore e dagli anni, e il giovane Adelmo che, oltre a prendersi cura della madre, lavora in campagna dal sor Fiorenzo, si prende cura dei suoi animali. 
Questa è la sua storia, la storia del suo viaggio alla ricerca dei sei fratelli da riportare a casa, perché la vecchia Evelina non vorrebbe proprio dover morire senza riabbracciarli tutti almeno un'ultima volta... 
Ma è anche la storia di Adelmo che parte ragazzo e torna uomo. 
Ma è anche e ancora la storia di uno che combatte contro la solitudine e la sconfigge! 

Tutti, ma proprio tutti, parlano di questo libro di Daniele Mencarelli come del suo esordio nel panorama dell'editoria per ragazzi. 
Le cose non stanno esattamente così. 
Più o meno un anno fa, a Natale, usciva il primo testo di Daniele Mencarelli per ragazzi: C'era questa donna. Un testo breve, illustrato magnificamente da Beatrice Bandiera, che quindi è diventato un albo illustrato. 
In quell'occasione Daniele Mencarelli, su suggerimento di Goffredo Fofi se non erro, aveva scritto e proposto un testo a orecchio acerbo. In quel caso, una natività di una donna africana in un bagno di un'area di servizio, sola e spaventata. Una santissima nascita annunciata - come quella ben più nota - non da angeli, ma da un uomo, anche lui di pelle scura che tutti considerano un matto, ma che non si è risparmiato di correre ai quattro angoli del mondo ad annunciare la lieta novella: è nato un bambino... Decisamente nelle corde di Mencarelli, se si conoscono i suoi magnifici romanzi con storie di persone che vivono, per ragioni diverse, sempre ai margini. Altri due 'invisibili' di Mencarelli. 
Se è pur vero che non si tratta di un esordio in piena regola, è pur vero che Adelmo che voleva essere Settimo è il primo romanzo di Mencarelli e quindi Mondadori che lo pubblica, lo annuncia come un grande evento. 
A parte queste spigolature, qui Mencarelli si cimenta effettivamente in un ambito che non è il suo: ossia decide di scrivere una storia che ha il passo della fiaba. 
Non esordisce con il consueto "C'era una volta", ma decide di cancellare ogni punto di riferimento cronologico, ambientando le vicende in un passato indefinibile con certezza, dove ci sono regni rivali, dove arrivano le carestie, dove si va a dorso di mulo, dove a raccontare è una giovane cantastorie. 
Come nel canone della fiaba anche qui c'è l'eroe (o l'antieroe, visto che a scrivere è Mencarelli) che ha una precisa missione da compiere, e per questo deve attraversare territori e superare prove per poi tornare al punto di partenza vittorioso e, naturalmente, cambiato! 
Quasi del tutto assente è l'aspetto magico: non ci sono fate o streghe, non ci sono oggetti fatati, c'è solo un fiume che si personifica per aiutarlo. Il magico, come sostiene la piccola Evelina, è proprio lui, Adelmo. 
Robusto è l'impianto: con uno schema che si ripete per quattro volte, sostanzialmente senza grandi variazioni: ricerca del fratello, incontro con il fratello, partenza con il fratello in cerca dell'altro fratello, prova diversa da superare, prova superata senza troppa fatica. 
E chiusura perfettamente rotonda tra inizio e finale. 
A onor del vero, va detto che tutto decolla e diventa meno routinario proprio a un terzo dalla fine, quando smettono i fratelli e arriva una prova di coraggio che ad Adelmo lo stende per bene. 
Forte è soprattutto il lato 'umano' della vicenda. Il protagonista, il piccolo Adelmo, che fin dalla nascita è segnato da un gesto di affetto materno, quel nome diverso dagli altri gli si ritorce contro come uno stigma. Lo rende, suo malgrado, un estraneo, tenuto lontano dai suoi fratelli maggiori, cui lui invece tende sempre le braccia. 
Io l'ho visto accadere e d'istinto ho preso le parti del più fragile: i più piccoli di un gruppo, gli ultimi in ordine di età e di altezza, sono sempre lasciati indietro dai più grandi. Devono sgomitare per farsi accettare. E qui il canone è perfettamente rispettato: snobbato dai fratelli, protetto dalla madre. 
Adelmo combatte la solitudine. Questo è il punto di partenza. Ma ha bisogno di armi per arrivare in fondo e vincerla. Così Mencarelli lo dota, per contraltare la sua apparente debolezza, di una serie di qualità, veri 'attrezzi' del mestiere, che lui - talvolta inconsapevolmente - usa per andare avanti nel mondo. 
In primo luogo è parecchio intelligente ed è più istruito degli altri. Ha in dotazione una forte dose di empatia, in particolare con gli animali (altri subalterni come lui), di cui capisce al volo i pensieri e che riempie di attenzioni, ricambiato nel momento del bisogno. E possiede un senso del dovere più alto di lui: più e più volte capita di vederlo farsi carico del peso del mondo o, quanto meno, del rischio in cui lui ha messo i suoi fratelli che decidono di seguirlo. 
Il senso del dovere e l'intelligenza gli offrono su un piatto d'argento la terza sua dote: il coraggio. Non è esattamente vero che lui parta fifone e torni coraggioso, perché già il solo fatto di decidere di incamminarsi verso l'ignoto a dorso d'asino in cerca di ben sei fratelli di cui non sa più nulla da tempo, lo si può considerare già una bella prova di coraggio.
Allora se da una parte sono la struttura e la costruzione psicologica del personaggio a convincermi, dall'altra ci sono invece un pugno di cose che mi hanno lasciata perplessa. 
E tutte hanno in qualche modo a che fare con la prudenza. 
Troppo a freno è tenuta la possibilità di 'sterzare' da un sentiero sicuro e benevolo. 
Sulla ragione per cui questo accada, provo dopo a fare un'ipotesi. Ma alla fine. 
Torno al colpo di sterzo: credo che lo scrivere debba muoversi in molte direzioni diverse e lo debba fare per costruire spessore, complessità e quindi senso. Una trama robusta che si riempie di eventi inaspettati, di prospettive differenti, di molteplicità di letture dei fatti sono elementi che tengono alta l'aspettativa e l'attesa, la curiosità e lo stupore, l'emozione e quindi l'attenzione nel lettore. 
Nel momento in cui Mencarelli decide di farlo accadere, uscendo dal sentiero, creando problemi seri all'eroe, oppure facendo entrare in scena qualcuno che un fratello non è, puntualmente il racconto lievita e si gonfia. 
Prudenza nei confronti dei personaggi: in particolare i fratelli che, a parte i diversi mestieri che svolgono, a parte la loro storia personale, sono agli occhi di chi legge quasi interscambiabili. E tutti molto - troppo - condiscendenti. È vero che loro - nell'economia della morale della storia - sono un blocco unico, ossia il tesoro da riportare a casa, tuttavia Mencarelli è uno che sa scrivere, sa osare e sa raccontare molto bene la complessità umana, quindi perché negarselo in questa occasione? Sarebbe stato bello vederli interagire tra loro nella diversità: giocare, litigare, prendersi in giro, volersi bene, discutere. Insomma, vedere un pugno di fratelli un po' più autentici e un po' meno ingessati nel loro ruolo di stazioni di passaggio lungo il percorso di maturazione del piccolo Adelmo. 
E adesso l'ipotesi sul possibile perché questo sia successo. 
Non è che per caso, tutto è dipeso dall'aver pensato troppo al lettore finale? 
Come se qualcuno, più avvezzo di Mencarelli a conquistare il pubblico dei più piccoli, gli avesse suggerito di non perderlo mai di vista il suo lettore bambino. Suggerendogli che forse i bambini è meglio tenerli lontani, un po' all'oscuro, dalla complessità del mondo e dalla difficoltà dei rapporti interpersonali, dalle troppe cattiverie, dalle troppe ingiustizie, da troppi inciampi, cercando invece di fargli solo vedere, come in una fiaba (!), dove sia il Bene, per farlo trionfare, per pacificare gli animi in cerca della tanto anelata morale della storia?
Forse.

Carla

lunedì 6 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RICAMO INTORNO AD ANDERSEN 

Il rospo. E altre storie di Hans Christian Andersen
Valentina Pellizzoni, Silvia Molteni 
Topipittori 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Andersen racconta in un modo che ai suoi tempi era più vicino al parlato che allo scritto: ricorre a modi di dire, costruisce le frasi in modo strano, usa parole quasi dialettali. 
Per questo le sue fiabe cambiano molto da una traduzione all’altra. 
Un’altra grande scrittrice ha molto amato Andersen: Rumer Godden. Era certa che Andersen, prima che uno scrittore di storie, fosse un poeta e che le sue fiabe siano le sue poesie. Per questo, dice, “a volte potrebbe succedere che ai bambini sfugga il significato complessivo”. Quando leggiamo delle poesie, in effetti, non sempre capiamo proprio tutto, ci lasciamo catturare dall’atmosfera che creano con le parole, dal ritmo, le facciamo depositare dentro di noi, per poi farle riaffiorare pian piano. Questo cercava di fare Andersen con le sue fiabe, scritte in modo poetico, quasi cantando: che tutti i bambini le amassero. «Presto, crescendo, avrebbero capito; fermarsi per spiegare – come fanno le madri coscienziose – significa rovinare il ritmo, l’intera emozione» ha scritto Godden. 
Ho cercato di riportare questa musicalità nelle mie riscritture, di adeguare il linguaggio più a quello parlato che allo scritto, ho anche tolto là dove Hans aggiungeva, perché oggi i racconti sono più veloci che alla sua epoca, più lenta della nostra." 

In queste tre ultime righe c'è l'intento di questo libro. 
L'antefatto invece contiene in sé tre cose. 
La prima: una passione di Valentina Pellizzoni per le fiabe di Andersen. 
La seconda: una sapiente propensione di Valentina Pellizzoni al racconto orale, al far diventare storia degli accadimenti, detta a voce.
La terza: un pugnetto di buone amiche intorno a Valentina Pellizzoni. La prima, Giovanna Zoboli, stima giustamente Valentina Pellizzoni per molte cose, ma anche e soprattutto, per quella sapiente propensione di cui sopra. La seconda, Silvia Molteni, con Valentina Pellizzoni condivide gli stessi prati, gli stessi boschi, la stessa amata terra e la natura intorno a casa. 


A Giovanna Zoboli che incidentalmente pubblica libri spetta invece il merito di aver offerto ai due fili di questo ricamo intorno ad Andersen, la Vale e la Silvia, la possibilità di unirsi e chiudersi in un centrino perfetto. 
Così accade che Valentina Pellizzoni scelga fra le più di centocinquanta fiabe quelle sei che possono stare meglio di altre nelle orecchie dei bambini di oggi e che siano adatte alle matite e ai pennelli di Silvia Molteni. Lei, da biologa appassionata, disegna di preferenza la natura circostante e dà il meglio di sé: piante e piccoli animali, come topolini e convolvoli, galli e galline, rospi e rane, cavolfiori ed esili piselli odorosi, chiocciole, bruchi che si fanno poi farfalle, convolvoli e farfaraccio. Tanto farfaraccio.
Se si torna all'intento, ossia ridare ad Andersen quel che è di Andersen, si può dire con una certa sicurezza che l'obiettivo sia stato raggiunto. 
Andersen e la sua scrittura, i suoi temi e i suoi ascoltatori. Le tre cose viaggiano di concerto. 
Andersen era ben consapevole di avventurarsi in un terreno instabile: la fiaba è per antonomasia orale, quindi metterla su carta prevedeva di farlo attraverso una scrittura che fosse scorrevole, consueta e riconoscibile, piena di dialoghi ripresi dal parlato popolare, addirittura dialettale. Solo in questo modo, Andersen lo aveva ben chiaro, avrebbe potuto raggiungere il suo pubblico, i suoi ascoltatori. Ma fa anche un'altra cosa che lo distingue dalla tradizione precedente: i suoi racconti lasciano indietro maghi e fate e streghe, ma hanno invece tanta vita comune, tanti personaggi presi a prestito dal mondo circostante: dagli oggetti agli animali da cortile. 


Se si conosce un po' Andersen, si saprà bene che i bambini rappresentano solo una porzione del suo pubblico ideale. Ed è per questo che, spesso e volentieri, non si risparmiano crudezze e finali drammatici, ma anche lezioni di morale (in questo parrebbero più favole che fiabe...), così come ironiche prese in giro della società sua contemporanea. 
Ed ecco il contemporaneo che ritorna. 
Era stata un'esigenza di Andersen e oggi diventa esigenza anche di Valentina Pellizzoni: rendere quei racconti - non credo sia un caso quella parola 'storie' nel sottotitolo - di nuovo attuali, svecchiare le sue ottocentate (e con esse tutto il lato religioso è saltato via) e mettere di nuovo in circolazione altro materiale che attesta una volta di più la potenza di un autore 'scomodo' agli occhi di un pubblico che ha cercato di fare di tutto per travisarlo. A partire dallo scempio fatto alla Sirenetta e al suo finale autentico, e alla scelta di selezionare solo ciò che non avrebbe urtato troppo i pensieri dei più piccoli: I vestiti nuovi dell'imperatore, Il brutto anatroccolo, Il soldatino di stagno, La piccola fiammiferaia
In tutte queste è chiara la morale, ma non fa loro mai troppo male. 
Valentina Pellizzoni ci dice che la sua scelta è stata dettata dal desiderio di sintonia con l'immaginario di Silvia Molteni, ma non è solo questo. 
Il motivo dell'ottima scelta di queste sei fiabe sta anche nel loro essere così sorprendentemente attuali e leggibili, a chi se la sentisse, da diventare fondanti moniti riguardo a questioni giganti.
Pur raccontando di maggiolini, formiche o moschini, baccelli maturi o giocattoli vecchi. E rospi.


Dietro come al solito ci siamo noi. 

Carla 

Noterelle al margine. Non ferire troppo i piccoli lettori sembra aver lasciato una lieve traccia anche nella riscrittura di Valentina Pellizzoni, visto che sceglie di addolcire con parole studiate una 'crudezza' di Andersen nei confronti del suo rospo. Cuore di mamma. 
E poi c'è quella "questione  del picchio", nella fiaba I fidanzati.


Il 'picchio' che compare in diverse traduzioni mi sono persuasa che potrebbe aver creato qualche problema. Mi immagino un rovello per trovare una parola maschile - la traduzione perfetta, trottola, è femminile quindi sarebbe stata foriera di altri guai, visto che cerca di fidanzarsi con una palla... - che traducesse il termine toppen
La parola 'picchio' però in italiano ha un doppio significato, altrettanto pericoloso. Forse valeva la pena di scegliere il rischio di un impatto con un vezzeggiativo 'musicalpopolare', e chiamare quindi il vecchio giocattolo nel cassetto, 'trottolino', confidando nel fatto che il dududu dadadà sia ormai retaggio solo dei più anziani. Oppure strummolo, alla napoletana? 
Si fa per gioco.

mercoledì 30 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OGGI ERA OGGI 


Se uno scrittore scrive un libro per ragazzi e ragazze dagli undici anni che proprio nel momento più determinante e spaventoso del racconto, proprio quando Hex, uno dei protagonisti, ha la possibilità di salvarsi la vita, se questo scrittore dicevo non gli fa trovare l’oggetto magico perché Hex lo ha dimenticato nei pantaloni e i pantaloni li ha buttati da lavare e sono lì puliti e profumati sulla sua scrivania e quindi addio oggetto magico, se uno scrittore scrive tutto questo, per me è già nell’empireo. 
Se inoltre tale scrittore, che ha già scritto un romanzo riuscito e piacevole, si affianca a un illustratore della caratura di Levi Pinfold, beh, allora il suo libro è sicuramente da leggere. 
Racconterò della trama solo l’inizio, perché una delle caratteristiche più piacevoli di questo romanzo sono senz’altro i colpi di scena.


Harrold racconta la storia di Hex e Tommo, due amici per la pelle, che un pomeriggio si vedono inseguiti dalla piccola Sasha che vuole giocare con loro. I giochi dei ragazzini sono turbolenti e pericolosi il giusto, sta di fatto che Sasha cade e si rompe malamente un braccio. Panico. I due amici chiamano i soccorsi e tutto rientra, ma il giorno successivo Hex le prende dalla sorella maggiore di Sasha; mentre scappa il ragazzino trova rifugio in un antico cottage, che non aveva mai notato, dove vive la vecchissima signora Missus con la sua gigantesca cagnolona Leafy. Missus offre a Hex una ghianda: se vorrà vendicarsi di Maria, la sorella di Sasha, dovrà soltanto romperla e così lei e Leafy faranno in modo che Maria non esista più, la faranno scomparire, nessuno avrà mai memoria di lei. 
Hex ammutolito prende la ghianda ma sul più bello si accorge appunto che è sparita col risciacquo della lavatrice. 
Non vado oltre nell’anticipare la trama di questo romanzo pieno di colpi di scena incredibili. Dico solo che non riuscirete a staccarvi e che il libro diventerà sempre più complesso e i personaggi sempre più interconnessi, raggiungendo la profondità delle fiabe antiche. 
D'altronde delle fiabe ha diverse caratteristiche: l’oggetto magico, come abbiamo visto. La strega e l’animale aiutante. Il bosco: piccolo, come ci viene spesso detto nel libro, eppure così vasto da poter cambiare il mondo. Il divieto e l’infrazione del divieto. La lotta. 
Harrold però aggiunge un passaggio esplicito, una riflessione nel romanzo che riecheggia in tutte le pagine: cos’è la vendetta? Siamo sicuri che sia univoca la colpa? Ci farà stare meglio vendicarci? Nomina la vendetta, la circoscrive. Non la lascia nell’indeterminatezza tipica delle fiabe, vuole che i lettori ci pensino: “Aveva archiviato la propria vergona e l’aveva sostituita con l’astio”, scrive Harrold dopo la consegna della ghianda. 
A.F. Harrold è un poeta e si vede, si sente mentre con profondità riflette attraverso i pensieri dei giovani protagonisti, sempre in biblico tra come si sentono loro e come li vedono gli adulti, si vede da come maneggia i pensieri dei due ragazzini protagonisti, Tommo e Hex. 
Che splendore. 


A tutto questo si aggiunge la maestria di Levi Pinfold, che deve avere un rapporto speciale con i cani neri, ma direi con gli animali maestosi di ogni genere. 
Le sue illustrazioni viaggiano proprio in una terra di mezzo che è quella che mi immagino esista tra il torrente dove Sasha si rompe il braccio, e il cottage che solo i ragazzini vedono. In questa terra del limite le sue illustrazioni nascono dal nero del bosco, tratteggiano i ragazzini spesso di spalle e in movimento, lasciando più spazio alla vecchia Missus e a Leafy, che tanta parte hanno nelle dinamiche del libro. I ragazzini e le due creature d’altro canto parlano una stessa lingua, perché le ghiande vengono messe nelle tasche dei jeans e non lasciate nel cottage. 
La cittadina scarna e desolata dove vivono fa da contraltare al bosco scuro e nodoso di alberi millenari, le macchine vecchie, le finestre che anticipano il dentro o che riflettono il fuori. Tutti temi di Pinfold rafforzati dalla trama. A tratti pare che Harrold abbia pensato proprio a Pinfold nello scrivere. 
Con molta maestria lo scrittore inglese intesse una trama solida e avvincente a una riflessione profonda, fino a portarci a un finale di quelli che piacciono a noi, quelli che finiscono con una domanda. Dopo tutto quel combattere e pensare e addolorarsi e dimenticare, come sarà la vita dopo? 
C’è una frase verso la fine che dovrei scrivere e tenere sulla mia scrivania: 
“Oggi era oggi, e l’unica cosa da fare con i giorni è viverli.” 

Valentina

"Era tutto il nostro mondo”, A. F. Harrold, ill. Levi Pinfold, trad. Manuela Salvi, Mondadori, 2025 

lunedì 16 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIETRO LA STUFA DI MAIOLICA 

Il piccolo troll e la grande pioggia, Tove Jansson (trad. Alessandro Storti) 
Salani 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Mamma Mumin raccontava storie. Parlò di quando era piccola, all'epoca in cui i Mumin non dovevano attraversare spaventose foreste e acquitrini per trovare un posto in cui abitare. A quei tempi abitavano insieme ai troll domestici, nella case degli esserei umani, generalmente sul retro della stufa di maiolica. 
 'Qualcuno di noi è ancora là' disse Mamma Mumin. 'Cioè nei paesi in cui la gente usa ancora la stufa di maiolica, dico. Con i riscaldamenti centralizzati non ci troviamo bene,' 'A quell'epoca gli esseri umani sapevano della nostra esistenza?' le chiese il troll Mumin. 'Alcuni sì' rispose la sua mamma. 'Di solito ci percepivano come uno spiffero freddo sul collo, quando erano soli in casa'." 

Mamma Mumin e il piccolo troll Mumin sono in viaggio da un bel po'. Stanno attraversando una foresta fitta e buia, in cui spesso si sono formati profondi acquitrini dopo la grande alluvione, perché Mamma Mumin sta cercando un posto adatto per costruire la loro nuova casa. 


Papà Mumin è partito prima della tempesta al seguito di un gruppo di Fungarelli e di lui si sono perse le tracce. In compenso con mamma a figlio, ora sono in cammino anche Tulippa, una bambina dai capelli turchini, uscita dalla corolla di un tulipano, e un animaletto piuttosto fifone e con un grande desiderio di compagnia. 
Mamma Mumin e il piccolo Troll Mumin non hanno moltissimo tempo perché la casa deve essere necessariamente pronta per l'inizio dell'inverno, dato che i Mumin non sopportano il freddo e vanno in letargo. In questa fase del loro viaggio verso un luogo soleggiato e asciutto sono a casa di un anziano signore, il cui giardino pensile è davvero uno splendore, una sorta di Eden in cui da gli alberi pendono caramelle e negli alvei dei torrenti scorrono succhi di frutta o latte. Sarebbe il posto ideale dove mettere radici, ma purtroppo essendo illuminato da un sole artificiale che il vecchio signore si è costruito da solo, la squadra guidata da Mamma Mumin prosegue, non prima però di aver fatto scorpacciata di leccornie. 


Il viaggio va avanti, di luogo in luogo, di incontro in incontro. 
C'è chi decide di aver trovato il proprio luogo perfetto e si ferma, c'è chi invece continua a camminare. Tanta acqua, troppa acqua rende il loro spostarsi sempre pieno di insidie e sorprese, tra queste ce n'è una bellissima, anzi due! 

La cosa che mi pare stia succedendo è che i Mumin stanno vivendo una loro seconda primavera, o forse si dovrebbe dire una loro nuova Mezza Estate. 
Ci sono estimatori della piccola famiglia di troll che non li hanno mai persi di vista, hanno fatto di Tove Jansson (la loro mamma) un'icona della letteratura del Nord e hanno continuato a leggere i romanzi, i fumetti, ce li hanno attaccati al loro portachiavi, hanno tazze che li raffigurano, borse di tela in cui compaiono in effigie. E da poco hanno gioito anche una loro riscrittura sotto forma di albo illustrato. Salani, con questo breve racconto, si mette finalmente in pari e completa la pubblicazione in italiano di tutte e otto le storie della Jansson. 
E con l'occasione mi par di capire che voglia ripubblicare anche i sette titoli che già esistevano e che Donatella Ziliotto all'epoca aveva voluto fermamente nel catalogo, visto che sono già in circolazione Caccia alla cometa e Magia d'inverno
Resta anche in questa nuova edizione, come una sorta di sigillo di ceralacca che ne attesta l'autenticità, la pagina in cui Ziliotto racconta ai suoi lettori chi siano i Mumin, nel caso ce ne sia bisogno. 
Speculare alla brevissima introduzione "storica" di Ziliotto, c'è una sorta di appendice finale in cui sono riportati gli appunti della stessa Tove Jansson, scritti probabilmente in occasione della realizzazione dei film di animazione, tra gli anni Cinquanta e Settanta - scrive così chi li ha tradotti, ossia Francesco Spagnol. 
Sono dei buffi profili "antropologici" dei singoli protagonisti: il libertario Tabacco, il socievole troll Mumin. Papà Mumin corrisponde a quella tipologia di adulto cresciuto suo malgrado: lui conosce le sue responsabilità ma un po' le patisce e quindi appena può ricomincia a vivere senza pensieri. In questo senso la fuga dietro ai Fungarelli e il relativo abbandono del tetto di famiglia parla chiaro, salvo poi impegnarsi a costruire per loro una magnifica casa azzurra. Lui è così. Infatti se lo può permettere perché ha sposato Mamma Mumin che è forse il personaggio con meno difetti di tutti: accogliente, affidabile (lei), tollerante, paziente, un'educatrice magnifica (mai autoritaria, ma sempre autorevole) che lavora perché tutti possano trovare la propria strada verso la felicità. Sa dedicarsi agli altri per senza mai dimenticare di coltivare la proprie passioni. Nella sua borsetta c'è sempre l'occorrente per ogni evenienza. La piccola Mi, bisbetica e libera da ogni regola del vivere comune. Grugnina è un po' svampita, capace di grandi affetti, ma sempre molto interessata a ogni piccolezza che potrebbe possedere. E poi c'è Sniff, che in questa prima storia non ha ancora questo nome, è solo l'animaletto, ma che già denuncia un personalità spiccata: piuttosto egocentrico, ma senza mai esagerare, sa anche adeguarsi alle situazioni per convenienza. 
Qui, per esempio, fraternizza con il piccolo troll Mumin, ma quando c'è da andare dietro a Mamma Mumin lo fa, e zitto. Ha una passione insopprimibile per cercare e trovare tesori, possibilmente luccicanti. 
La cosa che colpisce in questo primo racconto è l'energia e il passo più accelerato della Jansson nello scriverlo. È buffo ma parrebbe che lei la stia considerando una sorta di prova generale. 
Scritto nel 1939 con l'idea di farne una fiaba - il suo primo lieto fine -, per allontanare quello che stava succedendo in Finlandia, ma una fiaba senza principi e principesse, è stato poi pubblicato nel 1945, su suggerimento di un amico che in questo materiale era stato capace di vederne la grande potenzialità. 
Però Il Piccolo Troll e la grande pioggia per noi che lo leggiamo per la prima volta, pur sapendo già moltissimo dei Mumin, oltre a essere un racconto magnifico in sé, ha davvero il valore inestimabile del preludio. Il preludio di una sinfonia.


In trasparenza si vedono infatti i segni, i temi, del processo di creazione, le ragioni che Tove Jansson vuole alla base del mondo dei Mumin: sono i segni, i suoni, di quello che verrà: la natura prorompente, la bellezza e la pace della valle, di quella unica valle soleggiata, i primi quattro personaggi e soprattutto lei, quella stufa di maiolica.... 

Carla

venerdì 17 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BRILLANTE COME UNA STELLA

Stella, Gerda Dendooven (trad. Olga Amagliani) 
Camelozampa 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Ogni mattina l'uomo pescava una rete piena di pesci che il pomeriggio la donna vendeva al mercato. Da anni andava così. 
Ma una rosata giornata d'estate l'uomo trovò nelle sue reti qualcosa di strano. Era più grande di un grande pesce e per di più aveva molti capelli. 
'Moglie' chiamò l'uomo, 'vieni subito, vieni a vedere! 
Qua. là. Guarda.' 
La donna scrutò l'acqua. 
 'Santo cielo' esclamò. 'Che cos'è? Tutto così rosa. E quanti capelli! È davvero un pesce?'" 

Moglie e marito, con fare circospetto, mantenendosi a distanza, addirittura con un bastone in mano per difendersi in caso di pericolo, issano a bordo della loro barchetta Gran Fortuna quella strana creatura. Con loro c'è il cane di sempre, Bruno che scodinzola nell'annusarla: la sua coda sembra dire buo-no buo-no. È enorme, ma dalle alghe che l'avvolgono esce un piedino e poi una manina con i suoi bei ditini...
Non è un pesce, ma un bambino, anzi per la precisione una bambina. Una bambina viva con un sacco di capelli. Che sia caduta da una barca o che qualcuno l'abbia volontariamente gettata in mare? Nessuno lo sa.


L'unica cosa giusta da fare è tenerla con sé. Così carina, la naufraghina, che però di lì a poco apre i suoi grandi occhi e comincia a frignare come una sirena. Fame? A giudicare da come butta giù tutti i pesci pescati, si direbbe proprio di sì. 
Approdati a riva, nessuno degli interpellati lamenta la scomparsa di una bambina e nessuno la reclama per sé. 


Così a moglie marito non resta altro da fare: tenerla come una figlia arrivata dal mare e darle un nome, anzi un bel nome: Stella maris. 
Questa è la sua storia di bambina che arriva da chissadove, che prima è piccola, poi grande e poi anche enorme. Tanto grande da non avere più neanche un letto e neanche un tetto adatto e sufficiente per coprirla. 
Tanto grande da spingerla a partire per il mondo a cercare un posto che faccia proprio per lei. 

Ci sono storie che sono proprio diverse dalla media. 
Si alzano sulla superficie dell'editoria e brillano per lucentezza. 
Stella, ironia del titolo, è una di queste. 
Scritta nel 2016, vince in patria premi importanti, diventa anche uno spettacolo teatrale (Gerda Dendooven è tanto scrittrice, quanto illustratrice, quanto donna di teatro. Quindi ci sta.) 
Siccome il mare è grande ci mette otto anni ad arrivare sulle nostre coste, ma arriva. 
Le cose belle che questo libro dimostra di avere sono tre, e non sono da poco. 
E' proprio una bella storia: bello è ciò che racconta, bello è come lo racconta e bello è come la illustra. 
Comprensibile dai piccoli, riconoscibile dai grandi e maledettamente chiara per tutti, universale. 


Con ordine. La storia in sé attraversa questioni così profonde che la fanno assomigliare a una fiaba, ma nello stesso tempo la rendono di stringente attualità. Un po' come a dire che della contemporaneità Gerda Dendooven ha lasciato indietro ogni retorica, e ha portato in superficie il seme universale - il mito, il simbolo, la metafora - che inevitabilmente ha radici in tutti noi. Che lo si voglia vedere o no. 
Un bambino che galleggia solo nel mare... Non credo vada aggiunto altro. 
Come in una vera fiaba tocca la questione degli erranti. Dei senza terra, dei rifiutati. 
Come in una vera fiaba tocca la questione della maternità/paternità inaspettata e poi voluta. 
Come in una vera fiaba tocca la questione dell'essere grande, ma proprio grande. Un outsider, un fuori misura. 
Come in una fiaba tocca la questione della partenza in cerca di fortuna. 
Come in una fiaba tocca la questione della partenza in cerca di una appartenenza.


A tutto questo si aggiungono un paio di felici intuizioni, che a me personalmente la rendono ancora più lucente, se possibile: bambini e cani si intendono a meraviglia (vedi la capacità di Bruno di starle sempre intorno) e bambini con altri bambini si sanno organizzare (vedi le due diverse prospettive - adulta e infantile - rispetto alla crescente dimensione della Stella in questione). 
Ancora più splendente la rendono due altre cose: il testo, ovvero la sua traduzione, che è davvero un piccolo capolavoro di sensibilità, un misto di ironia e tenerezza, di profondità e leggerezza; e due inevitabili confronti con autori cardine per l'editoria: Kitty Crowther e Wolf Erlbruch. 
Direi che il libro Mère Meduse di Kitty Crowther ha più di qualche tangenza con Stella. A tal punto che mi parrebbe quasi naturale che Gerda Dendooven lo abbia letto e così tanto amato da averlo fatto suo per sempre. 
Due gigantesse che condividono la patria e il senso più profondo dell'essere madre... 
L'altra tangenza che mi fa sobbalzare è con l'uso del collage e più ingenerale con il disegno di Erlbruch, ovvero con la sua iconografia con cui le tangenze diventano molte e in alcuni casi così forti e precise da spaesare lo sguardo: il cane Bruno, i tessuti tra quadretti e righine, le proporzioni dei corpi, le guance rubizze, i grandi occhi dietro le lenti rotonde... 


Carla

mercoledì 17 gennaio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL POTERE DELLA NARRAZIONE


Un interessante esperimento, che intreccia la realtà storica a un romanzo d’invenzione, è firmato da Simone Saccucci per i tipi di Edt Giralangolo: si tratta di ‘L’ultima ferita’, pubblicato nell’autunno dello scorso anno.
L’elemento storico del racconto è rappresentato dal personaggio di Marie-Catherine d’Aulnoy, autrice, nel 1690, della prima fiaba pubblicata in Francia e poi, nel 1697, di una importante raccolta di fiabe in quattro volumi dal titolo Les Contes des Fées.
La sua vita avventurosa è contrassegnata da un matrimonio combinato con un uomo di gran lunga più vecchio di lei, da tradimenti, congiure, fughe attraverso l’Europa, per poi tornare in Francia per trovarvi finalmente la pace.
Si tratta di un personaggio singolare, dotato di grande carattere e di capacità letterarie, che non ha mai mancato di rimarcare, nelle sue opere, miseria e disgrazia di un matrimonio combinato.
Come entra nel romanzo di Saccucci? Come creatura magica, una fata capace di viaggiare nel tempo e di intervenire nel destino delle persone: è così che intercetta la vita della protagonista, la giovane Maya che noi incontriamo nel momento del suo trasferimento da Parigi a Barneville, in Normandia, dove vivono i nonni.
Maya è una ragazzina infelice, consapevole del vuoto delle sue relazioni sociali, alla ricerca di una via di fuga. A indicargliela è il nonno, che la porta da una guaritrice, la nostra fata; qui si ferisce con le sue forbici magiche, che le aprono la porta dei viaggi nel tempo: si ritrova, infatti, nei panni della dama di compagnia di Marie-Catherine d’Aulnoy, proprio al tempo del suo infelice matrimonio.
Così comincia il faticoso viaggio alla ricerca di se stessa, volando da un secolo all’altro, imparando il piacere dell’avventura e dell’innamoramento e di quell’incantesimo particolare che è rappresentato dalla narrazione. Filo conduttore, in questo continuo movimento temporale, sono i libri e le storie che contengono, ancoraggio sicuro, ma anche strumento di fuga da una realtà che sembra soffocante.
In questo modo trovano senso e composizione le dinamiche familiari, in cui i genitori appaiono distanti, mentre i nonni rappresentano il vero punto di forza della protagonista; in questo modo, doloroso quanto le ferite fisiche che richiede, la ragazza riesce a ritrovare il senso del suo stare al mondo. Il passaggio da un mondo all’altro richiede, infatti, delle ferite sanguinanti, che la protagonista si infligge senza paura.
Con una struttura complessa, non sempre accessibile per le lettrici e i lettori meno formati, e con una componente metaforica che pervade ogni passaggio, il romanzo si segnala per l’originalità con cui affronta due tematiche principali: il disagio giovanile e il potere della narrazione, che riesce a trovarvi rimedio, quasi ne fosse una specifica terapia. Raccontare e raccontarsi, con tutti gli strumenti che la narrazione suggerisce, dal realismo all’invenzione poetica, diventa la via maestra per costruirsi e trovare posto nel mondo.
Proprio la complessità della struttura narrativa e dei temi trattati richiede lettrici e lettori già collaudati, di almeno dodici anni.

Eleonora

“L’ultima ferita”, S. Saccucci, Edt Giralangolo 2023