lunedì 31 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL DISEGNANTE D(E)I BREMA  

Voglio andare senza rotelle!, Tobias Giacomazzi 
Kalandraka 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Voglio andare in bicicletta senza rotelle! dice Ettore sbuffando. 
- Come fa il signor Renato, che è in grado di mantenere l'equilibrio anche con il giornale sotto il braccio. 
Voglio andare senza rotelle! 
- O come la signora Adelaide che carica di spesa non cade. 
Voglio andare senza rotelle!"

Ettore è un ranocchio. Un ranocchio con un bel caratterino, pantaloncini, maglietta e sandali tedeschi. E un ridicolo caschetto che tiene in equilibrio sulla testa. A cavallo della sua biciclettina rossa con rotelle, smania perché vede i grandi che, per una ragione o per l'altra, in bicicletta ci vanno con stile e sicurezza. 


E tutti senza rotelle: chi ci va a far la spesa, chi la usa per lavoro, chi per sport, chi pedala sul filo sotto il tendone di un circo. 
Tanto insiste e tanto frigna, che alla fine qualcuno toglie finalmente le rotelle alla sua biciclettina. Ma come tutti quelli che vanno in bici sanno, senza rotelle e senza sostegno non è proprio facilissimo andare senza cadere. E come sempre accade, dopo due pedalate, finisce zampe all'aria. Il tono della sua voce non è più lo stesso. Ora spiagnucolante e pieno di vergogna, chiede - per favore - l'aiuto di qualcuno. Di qualcuno o di tutti? 

Tobias Giacomazzi, al suo primo albo, è lì che si divide tra due passioni. 
Da una parte l'illustrazione (si è diplomato all'Accademia di Macerata, se non ho capito male con Maurizio Quarello) e dall'altra la musica (è padre fondatore della band indie-folk-rock I Brema di cui è voce e chitarra acustica). 
Questo "Brema" che appare nel suo lato musicale, a ben vedere, sembrerebbe riverberare anche nella storia di Ettore che sul concetto che è l'unione che fa la forza ha un po' il suo nocciolo di senso. 
Il libro è tra i finalisti del premio Compostela e Kalandraka lo pubblica. 
Come nella fiaba dei Grimm, anche qui ci sono quattro cose che, se prese singolarmente, poco possono contare, ma che se invece diventano parte di un progetto unitario, così come accade al vecchio gallo, al cane e al gatto e all'asino dei Musicanti, fanno crescere il valore e il risultato del progetto. 
La prima sta nel segno, la seconda sta nel colore, la terza sta nei dettagli la quarta sta nell'uso dello spazio immaginato e in quello che realmente che un albo concede. 


Il segno. La mano sinistra di Giacomazzi mi pare sappia ben disegnare. 
Ovviamente possono piacere più o meno nelle loro forme un po' caricaturali, un po' esagerati, tuttavia i personaggi sembrano convincenti, compreso il canarino in gabbia. 
Ognuno di loro prende il corpo di un animale, secondo una logica di buon senso - il postino è un piccione, il funambolo è un fenicottero, il ciclista un asciutto grillo. E la formosa massaia? - e di ciascuno la corporatura diventa elemento importante. Così come importante è il fatto che ciascuno di loro vesta panni presi dagli armadi delle persone. 
E qui entra in gioco il terzo elemento: i dettagli. 


Davanti a tutti, il primissimo piano della zampa di Ettore al momento della sua prima pedalata senza rotelle: con quei sandalini tedeschi o imitazione degli stessi, ma a minor costo. Ma a parte questo, Giacomazzi si diverte a mettere su ogni singola tavola piccoli personaggi che tra loro mettono in piedi scenette: il gatto con la coda nella trappola per topi, il topo sulla corda del funambolo sono tutti dettagli comici a uso e consumo di chi guarda con gusto le figure, ossia i bambini.
Lo spazio. Partiamo da quello reale che un libro offre. Il bordo della pagina e il giro della stessa: due limiti, ma anche due opportunità per chi illustra di mettersi alla prova. Tobias Giacomazzi cavalca la tigre e quindi, sul suo colpo di teatro finale decide di sfruttare al meglio il breve silenzio e il piccolo blackout visivo che si verifica puntuale a ogni giro di pagina. 


Per quanto riguarda lo spazio immaginato, parrebbe che Giacomazzi, oltre a saper ben disegnare, sia capace anche di costruire belle prospettive, scorci sempre un po' arditi, e architetture di un certo garbo, con finestre e portoni architravati e strombati. 
Ed è proprio in questa cura per il dettaglio architettonico, per i volumi squadrati, per la ricerca di movimento dei piani che azzarderei l'ipotesi che tra i suoi maestri ci sia stata anche Claudia Palmarucci che, sottilmente sottilmente, mi pare trasparire anche nella tecnica e nelle scelte cromatiche: le ombreggiature e i mezzi toni caldi dell'edilizia storica. Quella vera. 
Ma forse ho preso solo una cantonata. O forse no.

Carla

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