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mercoledì 1 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FACCIAMO CHE ERO UNA
MERAVIGLIOSA PRINCIPESSA? 


Ci sono bambini che in un orfanotrofio stanno in letargo. Si svegliano solo quando vengono adottati. Lei invece regna su quel piccolo mondo, si fa bastare quello che c’è. E c’è quasi tutto. Si può fare tutto. Essere tutto. Conoscere l’istituto a memoria. Ha imparato a muoversi come un fantasma, indisturbata, di giorno e di notte, di stanza in stanza, di piano in piano […]. 
Irene è stata accolta nell’Istituto delle Piccole Stelle di Gesù, sottratta a un padre violento lasciato dalla moglie.
Irene è un nome greco che significa pace; le suore glielo ricordano più volte, per esortarla a essere pacifica, ma soprattutto pacificata. Irene invece sembra covare una rabbia violenta, giustificata senza dubbio da un destino che le ha riservato l’abbandono materno e le violenze paterne. I suoi capelli rossi brillano della luce di questa forza che la ragazzina riesce a tenere a bada solo quando decide che ne vale la pena, ma mai per sottomissione. Il suo temperamento forte e carismatico fa di lei la più amata in un gruppo di altre tre bimbe, provenienti tutte da vicende diversamente dolorose. Irene è la grande, quella che, sprezzante, le allontana quando è infastidita, ma che al contempo le accoglie e le rende complici di giochi e segreti. 
Attraversano in quattro una vita che imparano non solo a gestire, ma soprattutto ad arricchire, perché possa essere meno dura e possa riservare anche a loro gioie e aspirazioni. Se il patrimonio di storie che le suore possono offrire è prevalentemente quello delle vite dei santi, allora Irene, La Piccola, Camilla e Hope attingeranno a quell’immaginario per costruire drammatizzazioni avventurose e ricche di sentimenti coinvolgenti. Irene conduce il gioco, legge, racconta, mette in scena vite tormentate di sante, ma anche storie di regine potenti e meravigliose che lei ovviamente impersona per la gioia delle sue piccole ascoltatrici. 
L’istituto dove si trovano costituisce un luogo labirintico che però Irene ha imparato a conoscere, sa bene che i corridoi e la disposizione delle stanze e la destinazione degli ambienti è stata pensata perché le piccole ospiti possano essere controllate e raggiunte anche con la voce di megafoni che diffondono preghiere alle quali obbligatoriamente unirsi. Eppure questo posto costituisce il mondo di qua, non perfetto, ma certamente migliore di quello di fuori che ha decretato la sorte infelice di tutte loro. Si pensa a un orfano come a un bambino che nutra il desiderio vivissimo di essere adottato, quella spinta che sola consente di vivere il presente in istituto come condizione temporanea e per questo sopportabile, per Irene è diverso, non solo non fa nulla per essere scelta da una di quelle famiglie che periodicamente visitano l’istituto allo scopo di valutare chi adottare, ma pretende anche dalle altre che giurino di comportarsi allo stesso modo, facendo sfoggio di gesti e atteggiamenti poco gradevoli. 
È chiaro che la ragazzina faccia i conti costantemente con una bestia che dentro di sé erode la sua serenità e che le impedisce di avere nei confronti della vita un atteggiamento accogliente e benevolo. La bestia, quella che secondo quanto lei stessa racconta alle altre, si aggira la notte per i corridoi tanto da impedire di muoversi liberamente. Ma quella bestia Irene la fronteggia senza subirla, è diventata nucleo di una narrazione, oggetto e momento di catarsi. 
La mancanza che queste bambine vivono è soprattutto quella di riconoscersi in una storia, intesa come biografia, la propria e quella di chi le ha amate e per questo generate. Di fronte a un vuoto del genere anche un indizio può essere prezioso e contribuire a consegnare al presente un barlume di senso. 
Irene scopre in cima all’edificio una stanza dove un mobile racchiude nei numerosi cassetti, ognuno dei quali contraddistinto da un nome, ovvio immaginare l’eccitazione provata delle piccole nello scorgere il proprio. Ilaria Gradassi riferisce nelle note di essere rimasta molto impressionata quando, visitando il Museo degli Innocenti di Firenze, ha scoperto “la sala dei segnali”, ossia un ambiente nel quale centoquaranta cassetti custodivano i piccoli oggetti che spesso le famiglie nascondevano tra le fasce dei bambini che abbandonavano alle balie, nella speranza che un domani quegli oggetti li avrebbero aiutati a identificare il bambino. C’era sempre, cioè, l’idea che un giorno condizioni migliori consentissero di riprendere il bambino in famiglia (purtroppo questo non accadeva praticamente mai). 
Ma in quella stanza in cima all’edificio le bambine scoprono anche un altro tesoro: una casa e delle bambole. Una dimensione domestica e familiare ricostruita in miniatura e nascosta alla vista di tutti, quasi fosse un segreto, non un gioco che può rompersi, ma uno squarcio su una vita che è appartenuta a una di loro e che, così bella e curata, rappresenta una nota difficilmente accordabile con tutto il resto. Giocare con quella casa e quelle bambole diviene ben presto il momento rubato alle mansioni quotidiane e soprattutto diventa la cassa di risonanza di pensieri e sogni che fino ad allora non avevano trovato forma. 
Per crescere ogni bambino ha bisogno di ascoltare la propria storia e quando il racconto riferito avviene da parte di un poliziotto dei servizi sociali o da parte di una suora che per vocazione e ambizione assume il compito di raddrizzare ciò che vede storto e sbagliato, ecco che i bambini si ingegnano e si inventano la propria di storia, negando il presente e osteggiandolo nelle sue manifestazioni ipocrite. Il romanzo che costruisce in modo convincente il ritratto di ognuna delle quattro piccole protagoniste, facendocele amare tutte e favorendo l’immaginazione dei loro visi e dei loro giochi, si muove come una matassa intorno proprio alla questione della storia e dell’importanza che assume nella costruzione di ogni identità. Ad eccezione de la Piccola, tutte le altre hanno avuto una vita prima di quella nell’istituto, ma tutte per ragioni diverse hanno motivo di volersi lasciare alle spalle la parte più cupa, tutte reclamano un filo che le riporti oltre quello che di doloroso hanno attraversato e che le ricongiunga con un futuro diverso.
Ma non è solo la storia intesa come vicenda biografica a costituire il nerbo del romanzo, è piuttosto la pratica della narrazione, del racconto orale e condiviso, della drammatizzazione come messa in vita, quella pratica che i bambini rincorrono nei loro giochi del facciamo finte che ero, e nei momenti in cui reclamano una voce che li affianchi nel del passaggio delicato dalla veglia al sonno. 
 Questa di Ilaria Gradassi è una bella storia di forza collettiva, raccontata senza cedere a formule di prevedibile sentimentalismo, ma accettando le asperità e contraddizioni delle protagoniste, accogliendo dell’infanzia quegli elementi che la caratterizzano in ogni caso, qualunque sia il destino che le viene riservato. 

Teodosia 

La torre, le bambole e lo sgabuzzino di Ilaria Gradassi, Pelledoca 2026 


lunedì 26 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PUNTARE IL DITO

Accadde a Salem
, Jonah Winter, Brad Holland (trad. Guia Risari) 
Settenove 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli otto anni) 

"Potrebbe accadere ovunque, in qualsiasi momento. 
Sai di cosa parlo. 
Si inizia col mormorare delle cose su una persona, cose che fanno male, che sai che metteranno questa persona nei guai, cose false che pian piano, nella tua testa, diventeranno vere. 
E non lo fai di nascosto... Lo fai con la protezione del gruppo. 
Vi ritrovate e puntate il dito contro qualche malcapitato di cui ora avete l'assoluta certezza che se lo meriti, felici di non essere voi al suo posto..." 

Il gioco sta appunto nel non essere mai da soli, nell'accusare qualcuno. Se rimani nel gruppo di quelli che puntano il dito, ti sentirai al sicuro. Il gruppo ti protegge e nessuno quel dito lo punterà su di te. 
Questo è quello che accadde per esempio nel 1692 in un piccolo centro del Massachusetts: Salem. 


Due ragazzine cominciarono a dare segni di inquietudine: straparlavano e facevano gesti inconsulti. Crisi convulsive e grida e contorcimenti. Erano rispettivamente la figlia e la nipote del predicatore del villaggio, il reverendo Parris. 
Nessuno si spiegava cosa fosse loro accaduto. Anche i due dottori convocati non trovarono una vera ragione che spiegasse tutto ciò: il primo non riscontrò in loro nulla di fisiologico, mentre il secondo fu colui che piantò il seme da cui poi crebbe la pianta che sconvolse quella comunità: parlò di influenza malefica. 
La voce che corse da quel momento nel villaggio fece come il vento: qualcuno aveva colpito entrambe con un maleficio. Qualcuno, imputabile quindi del reato di stregoneria, avrebbe pagato. Ma chi? 
La prima a essere accusata fu naturalmente una schiava afroamericana Tituba, che sotto tortura decise di confessare il suo reato mai commesso. 
Il gioco al massacro era stato avviato. 
Il numero delle false accuse crebbe di giorno in giorno: era facile. Bastava puntare il dito contro una persona e dichiarare il falso. In molti lo fecero e nessuno si oppose. Solo uno si rifiutò di mentire, ma fu anche lui ucciso per questo. 
Nessuno, nella piccola comunità, si interrogò sull'eventualità che quelle ragazzine stessero mentendo e che le loro stranezze fossero costruite ad arte. Per loro avere finalmente così tanto potere in mano da poter esercitare sulle vite degli altri era un modo facile per arrivare ad avere una grande visibilità e attenzione, che in altro modo non avrebbero mai ottenuto. 
Una dopo l'altra furono condannate 19 persone. Numerose donne e diversi uomini furono processati per stregoneria e condannati all'impiccagione. 
Questa è la storia vera di uno dei più eclatanti esempi di follia collettiva. Non il primo e non l'ultimo. 

La cosa che succede in questo libro è l'intreccio di due discorsi, fatti al medesimo lettore. Anzi, i discorsi sono tre. 


Nel primo lo si mette in guardia. Nel secondo gli viene raccontata una storia vera. 
La storia vera è propedeutica al primo discorso sul pericolo che esiste ogni volta che si accusa qualcuno, lo si taccia di qualche colpa e lo si emargina e lo si addita e lo si esclude e poi lo si condanna.
La storia dei processi che hanno interessato la comunità di Salem sono un emblema di quello che oggi si chiama per convenzione 'caccia alle streghe'. 
L'intento di Jonah Winter è quello di raccontare come trecento anni fa sia davvero bastato pochissimo perché in una piccola comunità prendesse l'avvio e poi si scatenasse in tutta la sua violenza un vero e proprio fenomeno di frenesia di massa. E di come ci siano voluti ben più di tre secoli perché le figure di queste persone accusate di un reato di fatto inesistente - la stregoneria, la magia nera - fossero ricordate e riabilitate in un monumento e i loro nomi elencati, come quelli di vittime innocenti dell'ignoranza e della superstizione. 
Jonah Winter sente come imprescindibile il bisogno di connettere il passato al presente: e lo fa nelle poche righe iniziali in cui il lettore è chiamato dentro e nella domanda che chiude il libro. 
Il fatto che nei processi di Salem le prime accusatrici siano due ragazzine di nove e dodici anni, se da un lato è una patata bollente da mettere in un albo, dall'altra è assolutamente necessario a rendere il racconto modellabile sulla contemporaneità anche per chi quell'età e quel problema lo sta vivendo o facendo vivere ad altri.
Setacciare la complessità dei fatti che accaddero a Salem fino a farli diventare un concentrato che abbia un senso per dei piccoli lettori è stata quindi una bella sfida. Ma evidentemente, necessaria.
A mio parere, però è il terzo discorso, quello visivo, che fa Brad Holland, paradossalmente a rivelarsi il più necessario e quindi efficace (e il più alto per qualità) dei tre, perché una immagine, se vuole, più di qualsiasi parola va dritta al punto, come una freccia.
Uno sguardo che non molla in copertina, due bocche che parlottano sottovoce prima che anche il libro cominci, un uomo alla gogna e siamo ancora al frontespizio. 


E poi il serpente, le bocche spalancate nell'urlo, le donne accusate nascoste nelle loro cuffie, le donne che accusano nascoste altrettanto nelle loro cuffie, le donne che pendono dai patiboli e le tante dita accusatrici, che segnano il crescendo delle accuse, fino a quello finale, cambio di passo, una sorta di simbolica spirale in bianco e nero dopo tanto colore, che tutto riassume. 
Questo è per dire che, come accade quando si è di fronte a tanta qualità e bellezza, quella che in ogni tavola di Brad Holland si può percepire con forza, non è possibile distogliere gli occhi. 


Ma questo è anche per dire che, come accade quando si è di fronte a una voce così potente, come è quella di Brad Holland e delle sue figure, non è possibile far finta di non sentirla, o peggio non voler capire cosa ci stia dicendo. 
Quel dito e quegli occhi accusatori in copertina non lasciano scampo: ragazzi, ci siamo tutti dentro fino al collo. 

Carla

lunedì 4 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL DEBUTTO IN SOCIETÀ 

Vietati i tuffi a bomba, Hulrich Hub, Jörg Mühle (trad. Bérénice Capatti) 
Rizzoli 2024 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"In fondo alla fila si trova una gallina cieca con un paio di occhiali da sole accanto a un'anatra zoppa, che è costretta a reggersi su una stampella. 
'Perché facciamo la fila?' chiede la gallina cieca con voce sorprendentemente profonda. 'Magari qui vendono salsicce, e lo sai che io non le digerisco, anche se per il resto io mangio tutto..' 
'Non parlare così forte' sibila l'anatra zoppa. 'Gli altri ci guardano in maniera strana...' 
Al che un'anatra più avanti si volta. 'Di qui si va in piscina' dice con voce annoiata. Ma perché non avete gli asciugamani?'.
'In piscina?' All'anatra zoppa brillano gli occhi." 

Lei non è mai stata in acqua e muore dalla voglia di provare. Naturalmente la gallina è di parere contrario: lei non sa neppure nuotare. Tra le due, diligentemente in fila, nasce una discussione. 
Diamo solo un'occhiata veloce è l'argomento dell'anatra, che da sola non se la sente proprio di andare... In fondo, e questo è un colpo diretto ai sentimenti della gallina, loro due sono amiche... 
E così la gallina, pensando che nella vita tocca fare anche qualche sacrificio per amicizia, acconsente. Però si fa a modo suo: si supera l'intera coda in nome della zoppia e della vita grama dell'anatra, che l'unica cosa che riesce a fare è arrossire piena di vergogna.... 
Superata la fila, già si profila il prossimo intoppo: nelle piscine le galline non hanno accesso, in quanto galline. A meno che non sia quella gallina lì dalla faccia di tolla che supera comunque il tornello con la sua amica zoppa, proprio in nome del suo ruolo di accompagnatrice. Il fatto che lei sia cieca, è solo un dettaglio trascurabile... 

Comincia così questa "giornata particolare", anche dal punto di vista emotivo, di gallina e anatra. 
Come succede sempre quando si leggono i libri di Hub, da collezionare, si ride parecchio e altrettanto si pensa. 
Mai i suoi libri rischiano di cadere nell'indifferenza. 
La prima sensazione che trasmettono, leggendoli, è quella di essere copioni di un film, o meglio di uno spettacolo teatrale (l'unità di luogo, tempo e di azione sembra per Hub un canone). 
Nessuno stupore per questo, perché è proprio il modo più consueto che ha Hub per raccontare le sue storie. Non a caso, è anche un bravo drammaturgo e spesso i suoi libri diventano spettacoli, messi in scena.
Questo suo modo di raccontare il mondo gli è particolarmente congeniale ed è molto efficace. 
L'impegnativo compito di Jörg Mühle, nel quale peraltro si dimostra assolutamente a suo agio, è proprio quello di creare un repertorio espressivo di quanto viene messo in scena. 


La piccola pièce che mettono in atto ruota, come sempre nei libri di Hub e Mühle, sulle fragilità umane che, di volta in volta, pinguini, anatre, pecore e altri animaletti, hanno il compito di incarnare. Secondo la regola aurea dei favolisti classici. L'unica cosa che distingue la scrittura di Hub - fortunatamente - dai grandi classici è l'assoluta e programmatica assenza di giudizio e quindi di morale. 
Quando abbiamo conosciuto queste due buffe creature, tutto ruotava intorno alla grande diversità che le distingueva: una codarda, l'altra intraprendente fino alla sfacciataggine. 
E come se questo non fosse stato sufficiente, Hub esplorava il limite, la paura e la menzogna. 
L'idea che ci siamo portati dentro per tutto questo tempo era quella che l'anatra fosse una dolcissima creatura, un po' fifona e lievemente bugiarda, ma alla fine dei conti molto leale nei confronti della sua amica gallina. 
La ritroviamo ancora una volta impacciata e goffa nel suo modo di affrontare la vita. Qui, pur di accattivarsi le simpatie delle altre anatre, non si fa scrupolo di prendere le distanze dalla gallina: la rinnega per ben tre volte (dove l'abbiamo già sentita una storia così?) senza neanche un po' di esitazione. E mentre lei è lì a cucire errore dopo errore, umanamente parlando, goffata dopo goffata - senza peraltro raggiungere nessun risultato a lei propizio - la gallina, come l'abbiamo conosciuta, conferma il suo savoir faire naturale: la vediamo su una sdraio (lei che non avrebbe dovuto avere accesso nella piscina per sole anatre), che chiacchiera amabilmente con altre anatre che la trovano maledettamente interessante, nel suo essere così 'esotica'. 


Tanto è il suo successo, che diventa addirittura bagnina della piscina e vera guida carismatica di tutte le anatre presenti, grazie a un frigorifero pieno di bibite fresche... Costruito con millimetrica precisione su quelle che sono le nostre debolezze, le nostre aspirazioni, i nostri vizi, le nostre storture, le nostre ingenuità nei confronti del prossimo, nel nostro desiderio di volersi sentire rassicurati dal gruppo e parte 'integrata' di una comunità, abbiamo uno spaccato esilarante quanto drammaticamente autentico, di quello che siamo capaci di fare dire ed essere quando siamo in mezzo agli altri. 


Questo divertente alternarsi di fortune e sfortune in quello che è, di fatto, il loro doppio debutto in società si riverbera nei loro battibecchi (!!): vediamo accadere piccole cattiverie, rivalse, gelosie, sconsideratezze e atti di coraggio che fanno sì che chi non voleva andare in piscina adesso non se ne voglia più andare e chi non vedeva l'ora di entrare adesso non aspetti altro che di prendere la via di casa... 
Noi che siamo lì e le vediamo e le ascoltiamo in questo loro serrato dialogo, in questo articolato gioco di incontri e scontri, ridiamo e riflettiamo un bel po' su due tra le più difficili e complesse arti umane: saper stare in mezzo agli altri e saper coltivare un'amicizia... 


 Carla