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lunedì 21 agosto 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

 

BAD CASTRO


Kevin Books, scrittore inglese noto soprattutto per ‘Bunker diary’, ma il cui capolavoro è, secondo me, ‘L’estate del coniglio nero’, ritorna in libreria con un romanzo pubblicato da Giralangolo: ‘Bad Castro’. Secondo i canoni dei precedenti romanzi, Brooks ci propone una storia ambientata nei sobborghi di Londra, dominati dalle gang di ragazzini. Questo binomio, gang e giovanissimi votati alla violenza più cieca, è la principale chiave di lettura di una storia avvincente, che inchioda il lettore in un crescendo di colpi di scena.
Il romanzo comincia con l’assalto di una gang ad una macchina della polizia, al cui interno, oltre a due agenti, si trovano una giovane poliziotta, Judy Ray, e un ancor più giovane delinquente, Bad Castro. Quest’ultimo è un leggendario capo della gang dei CTK, che però gli dà la caccia perché lo considera responsabile della morte di un altro boss. L’assalto è stato proprio organizzato per chiudere i conti, in una notte di rivolta, in cui il sobborgo di Cane Town viene messo a ferro e fuoco.
Judy e Ray, sopravvissuti all’imboscata, fuggono in un quartiere devastato dai saccheggi e dalle violenze in cui tutti sono contro tutti; cercano di nascondersi e di trovare una via di scampo, mentre le strade e i vicoli del quartiere sono percorsi dalle scorribande delle gang rivali.
Nei rari momenti di pausa, fra i due ragazzi si fa strada una sorta di complicità: anche Judy viene da quel quartiere, ne conosce bene le spietate leggi della strada. Mentre attendono l’alba, si rivelano reciprocamente verità impreviste e inconfessabili, scoprendosi più simili di quanto avrebbero potuto immaginare.
‘Bad Castro’ è una storia dura, violenta, che non lascia molto margine per qualsiasi idea di giustizia che non sia quella tribale delle gang, o quella dei legami di sangue. La morale disperata del personaggio principale viene esplicitata : ‘E il mondo reale è per lo più un ginepraio incasinato di cose ingarbugliate e annodate tra loro, e se abbia un senso oppure no non ha la minima importanza’.
Il predominio della violenza appare come una necessità inevitabile, n un mondo dominato da leggi brutali e immutabili: ‘...gang nemiche, nazioni nemiche...qual’è la differenza? Combattono tutti per le stesse cose, in fondo: territorio, potere, reputazione, vendetta.’
La linea di demarcazione fra bene e male non è così netta; ci sono poliziotti corrotti e un’idea di giustizia che poco ha a che fare con i tribunali.
Si tratta di una visione del mondo rassegnata al peggio, in cui gli attori sono destinati a svolgere ruoli immutabili e predefiniti. Si tratta più che altro di scegliere il lato della barricata, anche ribaltando il proprio punto di partenza.
In questo romanzo, Kevin Brooks esplicita, attraverso l’enigmatico personaggio di Bad Castro, ragazzino straordinariamente acuto sia nelle riflessioni che nella capacità di interpretare il suo mondo, un punto di vista forse troppo semplificato e privo di un reale contraltare: non abbiamo solo la rappresentazione, durissima, del mondo delle gang, ma anche una visione senza alternative del presente. Il mondo delle periferie urbane degradate, controllate dalle gang e da ben più temibili organizzazioni malavitose, ci viene rappresentato così, come un mondo chiuso, regolato da leggi tribali, in cui non può sopravvivere l’innocenza. Ai giovani lettori e lettrici il difficile compito di farsi un’opinione in merito.
Come ogni romanzo di Brooks, la lettura è avvincente, sostenuta dal ritmo incalzante e dai colpi di scena. Ne consiglio la lettura a lettori e lettrici maturi, con almeno quindici anni.

Eleonora


“Bad Castro”, K. Brooks, trad. B. Reale, Giralangolo 2023



venerdì 7 luglio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FARE LA COSA GIUSTA


Parafrasando un film di Spike Lee del 1989, il romanzo ‘Dear Martin’, di Nic Stone, pubblicato da Giralangolo, gira intorno proprio al dilemma espresso da un giovane afroamericano: qual è la cosa giusta da fare se il mondo che ti circonda ti discrimina (ed è un eufemismo).
Il protagonista, Justyce, è un brillante studente liceale, apprezzato dalle ragazze, con grandi ambizioni per gli studi universitari. Ma. Il suo problema è essere nero e come tale presunto colpevole in qualunque situazione.
Viene infatti ammanettato brutalmente da una coppia di poliziotti che mal interpretano un suo gesto durante un controllo.
Questo episodio apre gli occhi a Jus, spalleggiato da Sarah-Jane, detta SJ, una ragazza ebrea, segretamente innamorata di lui. Durante le discussioni in classe Jus deve affrontare il vero nocciolo della questione: quando si è neri, non basta essere bravi, rispettare le leggi, fare una vita normale. Il colore della pelle è di per sé una motivazione alla presunzione di colpevolezza.
Per affrontare questo problema Justyce scrive una sorta di diario, sotto forma di lettere dirette al reverendo Martin Luther King: a lui si rivolge per capire cosa deve fare, come deve comportarsi.
Accanto a lui, l’amico Manny frequenta senza turbamenti un gruppo di amici bianchi e sembra non comprendere le inquietudini dell’amico. D’altra parte, un cugino dello stesso Manny fa parte di una gang di afroamericani decisi a prendersi con la forza quel rispetto che nessuno sembra voler riconoscergli.
La vicenda prende una piega drammatica e la non violenza di Martin Luther King sembra un’arma spuntata nei confronti della sopraffazione sistematica e violenta che i neri subiscono.
La tematica è di strettissima attualità e riguarda non solo gli Stati Uniti, con gli scontri violentissimi fra comunità afroamericana e polizia, ma anche l’Europa, laddove l’apparente integrazione copre segregazioni non scritte eppure efficientissime.
Attraverso il corollario dei personaggi secondari, che circondano il protagonista, si rivela uno spaccato della realtà americana che vede differenze anche forti all’interno delle comunità afroamericane: chi è più integrato, chi sceglie la strada, chi a fatica cerca un proprio percorso di vita, che sarà sempre e comunque condizionato dal colore della pelle. Il protagonista a un certo punto confessa: ‘Non riesco a capire qual è il mio posto’. E questo non avere un posto naturale da occupare nella società è la condizione straniante di chi appartiene a minoranze, di chi non ha un percorso già scritto all’interno della comunità dei pari.
Questa complessità è vista, nel romanzo, con gli occhi di un adolescente che vorrebbe avere solo problemi da adolescente, le ragazze, gli amici, la futura università, e invece deve confrontarsi con la violenza della polizia o farsi affascinare dal potere delle gang.
Nic Stone descrive tutto questo con realismo, cui si attiene anche la traduzione di Anna Rusconi, che cerca di rendere lo slang dei rapper, il gergo delle gang.
Strutturalmente semplice, ‘Dear Martin’ racconta la straordinaria complessità del nostro presente.
Probabilmente per questo è stato premiato quest’anno dalla giuria di Mare di Libri.
Consiglio la lettura a ragazze e ragazzi in cerca di risposte non banali a un tema quanto mai urgente, quello delle discriminazioni, la cui sedimentazione non può che produrre rabbia e violenza.
Lettura matura adatta a lettrici e lettori con almeno quattordici anni.

Eleonora

“Dear Martin”, N. Stone, trad. A. Rusconi, Giralangolo 2022




lunedì 19 giugno 2023

ECCEZION FATTA!

I BAMBINI E L'ANGELO

I bambini si rompono facilmente
, Silvia Vecchini, Sualzo 
Bompiani 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

 "Vogliono che non le manchi niente, le comprano le cose più costose, ha una bella libreria laccata bianca, un tavolo gigante dove può fare qualsiasi cosa le venga in mente. Può chiedere di cucinare, fare il tornio, costruire una capanna in salotto. Si sono dati un obiettivo, deve avere una lunga infanzia spensierata." 

La bambina delle fate ha tutto quello che può desiderare, compresa una stanza tutta rosa con le sue foto incorniciate. Sta crescendo e forse tutte queste attenzioni, ma ancora peggio il mondo di fatine dei denti e di gnomi, di befane che arrivano sul balcone la notte tra il 5 e il 6 gennaio, deve appartenere al passato. Lei è da un bel po' che ha scoperto essere suo padre a uscire per un finto impegno di lavoro, a travestirsi per poi rientrare in casa alla chetichella e mettere bastoncini di zucchero nella calza che le hanno chiesto anche quest'anno di appendere in cucina. Ma con sua madre l'unica cosa che può fare è reggere il gioco e andare a dormire con lei nel lettone. 
Lei lo sa che nella notte di Natale sono loro a mangiare i biscotti e a bere il latte che lasciano ogni anno sul tavolo in soggiorno. 
Lei vorrebbe tanto fare come fanno le sue amiche o i suoi compagni che tutto questo lo hanno ormai passato e forse anche un po' dimenticato. Vorrebbe che la loro vita facesse un passetto avanti, una "casellina" nuova nel loro avanzare sul grande gioco dell'oca che è la loro vita assieme. 
Ma ha paura di ferirli, di deluderli. Loro che rispettivamente si tingono i primi capelli bianchi con il pennellino in bagno e di tanto in tanto indossano l'abito da sposa e poi si guardano tra i due specchi delle ante dell'armadio. Così, per verificare che segno hanno lasciato gli anni su un corpo che sta infiacchendosi. Non ce la fanno proprio ad accettare all'idea di invecchiare e lei, la piccola di casa, deve rimanere tale, la piccola di mamma e papà. Così diventa suo malgrado la prova vivente che la vita in fondo forse ti dà modo di cristallizzarsi nell'attimo che si giudica il migliore. Basta crederci. O meglio basta illudersi.

Venti tra bambini e bambine che nello spazio di una o due pagine sono lì a raccontare la loro fragilità, le incrinature, talvolta i cocci in cui si rompono, ma nello stesso tempo la loro resistenza nella convinzione che la vita che pulsa in loro è più forte di qualsiasi mazzata che la vita gli riserva. 
Due parole sul libro e altre due sull'anomalia che se ne parli qui. 
Silvia Vecchini ha raccolto con la delicatezza e la cura che mette sempre nelle sue relazioni umane i racconti, le storie, frasi, disegni, allusioni di bambine e bambini che ha avuto "l'onore" di incontrare lungo la sua strada. Lo ha fatto perché ne ha avvertito la necessità e l'urgenza di non lasciare cadere nel silenzio racconti del genere. Li ha rimodellati, credo il minimo indispensabile, per renderli frecce da scoccare. Li ha messi insieme. 
Sualzo, con una lingua altrettanto lieve, per ognuno ha fatto un disegno a china, cui si aggiunge una copertina con il timido coniglio che ha il compito di raffigurare la fragilità dei bambini, ma anche quello di essere il protagonista dell'ultimo racconto. Ognuna di queste storie è una storia vera cui Silvia Vecchini dà voce e, alla fine di ciascuna, la distilla in versi che diventano il necessario seme di tarassaco da far volare ancora e ancora. 
Tutto questo diventa un libro necessario che Bompiani pubblica. 
È un libro di piccoli per i grandi. 
È un libro che dietro una voce poetica, rarefatta, riesce a dire tanta di quella dura verità che non poteva non essere scritto e aggiungerei non può non essere letto. 
Ed ecco la seconda cosa che ha a che fare con l'anomalia di mettere in questo blog pensieri su un libro che parla dei piccoli, ma è scritto perché lo leggano i grandi. 
Il caso vuole che io stia partendo per Cagliari per un progetto di formazione che ha come fulcro la questione dei legami di famiglia, in altri termini sono chiamata a elaborare un discorso sensato -spero - attraverso una bibliografia di libri che abbiano dentro principalmente genitori e figli, ma anche qualche zia e un certo numero di fratelli. Ma. C'è un ma. 
Il registro richiesto è quello comico. Insomma, storie che facciano ridere. Per come sono abituata a orientarmi, decido di partire dai libri perché come sempre vorrei che fossero a parlare al posto mio, elaboro una bibliografia e su questa costruisco un discorso, ma mi rendo conto che c'è una zoppia evidente. 
Come si fa a parlare di libri spassosi su genitori e figli letterari, quando su genitori e figli veri c'è ben poco da ridere? Come faccio a ignorare l'urgenza di rimboccarsi le maniche e prendere quanto meno coscienza del fatto che tra adulti e bambini - non tutti si intende, ma molti - c'è un problema grosso un bel po'? Come faccio a ignorare questa situazione? Come posso solo guardarne il lato ironico, comico, sarcastico, senza risalire alle radici di tutto questo? 
Ed ecco che le due giornate formative si sdoppiano e diventano un pomeriggio serissimo, quasi drammatico, e una mattina esilarante. 
E mentre sono lì che scrivo pagine di appunti sulla condizione di fragilità in cui si trovano bambini, adolescenti, giovani adulti e persino adulti giovani, mentre sono lì che leggo le riflessioni che molti specialisti registrano come segnali ben oltre l'allarme, intercetto I bambini si rompono facilmente. 
Bene. Sobbalzo e in silenzio gioisco a leggere le pagine iniziali di Silvia Vecchini a proposito di un angelo, perché so che a Cagliari farò vedere una tavola di Heidelbach con una bambina che l'angelo custode se lo è costruito da sola... 


Il libro si legge di un fiato, lo studio, e la prosa e i versi, e ne sottolineo a matita tutto ciò che conferma la mia griglia cagliaritana: "stare vicini ai bambini è stare accanto a un mistero" oppure "la cieca distrazione degli adulti" o ancora "la traccia che i bambini lasciano sempre indirizzati al bene, anche quando non si vede, la loro fedeltà alla vita anche se ferisce". 
Bambini fatti a pezzi. Bambine a cui si nega di poter crescere - e non a caso ho issato quel racconto come bandiera. Bambini inascoltati. Bambini che sanno salvare i grandi. Bambine sirene. Bambini in lutto. In trasparenza si vede bene anche il mondo degli adulti. 
Il libro viene a Cagliari con me. 

Carla

venerdì 2 dicembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL LATO OSCURO DEL NORD


C’è una vulgata che vede nella letteratura nordeuropea rivolta ai ragazzi un’impronta libertaria e ottimista, che segnerebbe, ad esempio, gli scritti della Lindgren, della Parr, della Woltz, per fare solo dei nomi. Si tratta, appunto, di una vulgata, di una visione se non altro limitata della produzione letteraria dei paesi nordici, senza nulla togliere, naturalmente, alle bellissime storie e ai personaggi di queste autrici.
Un esempio di scrittura molto diversa è data da ‘Quando arrivano i cani’ che Camelozampa porta in Italia con la traduzione di Samanta K. Milton Knowles. L’autrice svedese, Jessica Schiefauer, ha ricevuto per questo romanzo l’August Prize, come miglior libro per ragazzi nel 2015.
‘Quando arrivano i cani’ è una storia dura, urticante, che interroga drammaticamente su cosa è mancato nel passaggio generazionale; costringe a confrontarsi con un livello di violenza che vorremmo rimuovere dai nostri pensieri e con quei rigurgiti di ideologie naziste che sembravano sepolti dalla Storia.
E, dunque, la trama: i personaggi sono in fondo pochi, i due fratelli Isak e Anton, le due amiche Ester e Veronica, le rispettive famiglie; e poi Simon e Ruben.
L’azione si svolge nell’arco di dodici mesi, a partire da marzo: Isak ed Ester sono due solitari, due persone poco popolari, si incontrano e fra loro nasce un amore adolescenziale, fatto all’inizio di scoperte emotive e sessuali. Anton, il fratello minore di Isak, un quindicenne taciturno, che ama soprattutto i cani, incontra Ruben, un teppista di quartiere con uno strano tatuaggio su una mano; anche qui, in un certo senso, nasce una storia d’amore, un incontro emotivo molto sbilanciato fra una personalità dominante, che trasuda violenza da ogni poro, e un ragazzino sbandato.
Anton subisce il fascino perverso di Ruben, lo imita, cerca di anticiparne i desideri, fino ad un giorno in cui Simon, il ragazzo più bello della scuola, va a pescare vicino a loro sulla spiaggetta del lago. Secondo Ruben, Simon è gay e va punito per questo: lui e Anton lo pestano a morte, senza che ci sia una vera ragione.
Qui si individua un punto importante: è il cuore nero di queste società apparentemente perfette, solidali, paritarie, in cui però si nascondono i germi delle peggiori ideologie naziste o forse solamente una rabbia talmente grande da non conoscere limiti.
I due sono arrestati e processati, Anton parla, Ruben no. La famiglia di Anton è devastata, assediata dai media, incredula e costretta a difendersi dalle violenze di chi li considera responsabili. Il rapporto fra Isak ed Ester diventa sempre più intricato e morboso: lei che vuole salvarlo e per fare questo rinuncia a tutto, la scuola, gli amici, la famiglia; lui che a mala pena la sopporta, ma non riesce a staccarsene. I cani da guardia comprati dalla famiglia di Isak percepiscono questa ambivalenza e non accettano Ester.
Anton viene aggredito in cella, è un ‘messaggio’ di Ruben: a mala pena sopravvive e forse in questo si vede un accenno di speranza.
La violenza, dunque, è al centro di questo romanzo: la violenza fine a se stessa, così come è espressa da Ruben, che, al di là di qualsiasi ideologia, irrompe nelle vite ‘normali’ e le travolge; una violenza non contemplata nell’immagine che ha di sé una società evoluta e democratica.
Ma non è solo questo aspetto a essere interessante: anche la descrizione di un amore adolescenziale, come tante ragazze sognano, che diventa progressivamente un amore tossico, che annulla Ester in un supremo sacrificio e congela Isak in una soffocante dipendenza, è estremamente interessante. L’autrice, che analizza quasi chirurgicamente questo rapporto, suggerisce una via d’uscita, quando tutto sembra perduto.
La narrazione è tutta al presente, come una telecamera che riprende in tempo reale quello che succede fra i personaggi. Sembra una narrazione oggettiva, distaccata, ma non lo è affatto e credo l’autrice condivida lo sgomento di chi ha assistito a fatti di sangue simili a quelli raccontati nel romanzo. Il lettore e la lettrice percepiscono fin dall’inizio l’incombere della tragedia, nei suoi vari aspetti, con un lento progredire, pagina dopo pagina, verso un inevitabile baratro.
La lettura richiede maturità, la consiglierei a partire dai quindici anni a lettrici e lettori che amino confrontarsi con le storie forti e che siano in grado di riflettere su di esse.

Eleonora

“Quando arrivano i cani”, J. Schiefauer, trad. S. K. Milton Knowles, Camelozampa 2022






mercoledì 24 novembre 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TARTARUGA OSCURA


Una trama inconsueta caratterizza il romanzo che Luigi Ballerini firma per i tipi delle Edizioni San Paolo, ‘La case del tempo nascosto’.
Inizia come una ‘normale’ storia di fantasmi, per poi evolvere in tutt’altra direzione, affrontando un tema difficile.
In breve la trama: il protagonista è un ragazzino di nome Marco che ci racconta in prima persona una giornata passata insieme alla madre, agente immobiliare, visitando diverse case in vendita.
Già dalla prima comincia a manifestarsi una strana presenza: un bambino, un po’ più piccolo di Marco, ed una vetrinetta illuminata contenente le miniature di diversi animali. Il bambino è spaventato da una gigantesca tartaruga, molto aggressiva. Marco la identifica come una tartaruga alligatore.
Ma anche nella casa successiva, e poi nelle altre, il bambino si manifesta e Marco viene sempre più risucchiato nelle sue vicende: quando scappa lo segue, nello stesso modo quando si rifugia dalla zia. Ad ogni passaggio compaiono nuovi animali, un’upupa, un cucciolo di ippopotamo, alla fine un alce dall’udito finissimo.
La vita del nostro protagonista è, all’apparenza, una vita normale: i giochi online con gli amici, il primo timidissimo amore per la giovane barista cinese, che incontra ogni giorno. Ma la sua vita non è stata affatto normale.
Le apparizioni che tanto lo coinvolgono non sono che reminiscenze di un passato drammatico, legato ad un padre violento; gli animali scelti nella sua maniacale collezione rappresentano le diverse persone coinvolte in questo dramma, per finire con l’alce, ovvero l’analista che lo sta aiutando ad affrontare il suo passato.
Mi dispiace dover svelare il colpo di scena che cambia il senso di tutta la storia, ma capire di cosa l’autore ci sta raccontando è indispensabile per sottolineare quanto questo sia un argomento rimosso: al di là della retorica, raramente ci si chiede cosa succede ai bambini che sono stati testimoni o che sono stati coinvolti direttamente in episodi di violenza familiare. Discorso sicuramente difficile, volentieri evitato proprio perché ci mancano le parole per dirlo; mancano in primo luogo ai bambini, ma mancano anche agli adulti che con loro hanno a che fare.
Eppure proprio la parola, la parola che cura, è indispensabile per poter elaborare un vissuto traumatico. Quanto di tutto questo può entrare in un romanzo? La forma scelta dall’autore, una grande metafora del processo di guarigione, è forse una delle poche vie percorribile per rendere accettabile, agli occhi di lettrici e lettori, una storia molto più ‘oscura’ di quel che sembra.
Lettura non facile, ma certamente utile a illuminare un aspetto della vita dei bambini cui non pensiamo.
Se il romanzo ha un centro emotivo, rappresentato dalla storia di Marco, è anche interessante per la cura con cui sono descritte le case, gli stili, gli arredi, le epoche: l’architettura dev’essere una passione che accomuna l’autore al suo personaggio, descrivendoci Milano con un occhio particolarmente attento alle sue diverse facce.
La lettura è adatta a ragazze e ragazzi sensibili alle vite degli altri, a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Le case del tempo nascosto”, L. Ballerini, Edizioni San paolo 2021



venerdì 14 febbraio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


VICOLO CIECO


Tra le tante proposte editoriali che cercano di raccontare il mondo giovanile, l’ultimo romanzo di Gabriele Clima, ‘Black Boys’, pubblicato da Feltrinelli, credo abbia più di un motivo per essere segnalato.
Com’era già avvenuto con ‘La stanza del lupo’,  si ha a che fare con la materia incandescente del disagio giovanile, comunque lo si voglia definire, riuscendo a evitare i rischi delle storie ‘a tema’, spesso intrise di retorica.
Se è interessante l’intento, va detto che anche questa volta l’autore riesce nella difficile impresa di tenersi alla larga dai facili moralismi e dagli happy end scontati. Si tratta, infatti di una storia molto dura, che descrive, e qui un altro merito del libro, la galassia dei gruppi dell’estrema destra che si formano fra le curve degli stadi e i raid razzisti contro gli immigrati.
In breve la trama: il protagonista, Alex, è ossessionato dall’incidente automobilistico in cui è morto il padre e di cui ritiene responsabile un uomo di colore. Alex è stato due mesi in coma e quando si riprende vuole farsi in qualche modo giustizia e si mette sulle tracce di Moussa. Per aiutarlo, l’amico Teo lo fa incontrare con Ferenc, capo di una banda di neonazisti, ossessionato dagli immigrati e cultore della violenza politica. Alex un po’ per la sua ossessione, trovare il nero che reputa responsabile della morte del padre, un po’ per inerzia, si trova coinvolto con le azioni criminali del gruppo dei Black Boys. E’ proprio con la sua iniziazione che si apre il romanzo, e questo è un altro merito del libro, farci entrare direttamente nel dramma: il ragazzo deve dare una ‘lezione’ a un immigrato che dorme in un vecchio birrificio, ma le cose non vanno per il verso giusto, l’uomo rotola giù per un pendio proprio mentre un barca passa lì vicino e illumina col proprio faro il terzetto di teppisti.
Cosa muove realmente questo ragazzino tramortito dal lutto e dalla difficoltà a prendere atto di ciò che è realmente successo? Penso che qui Gabriele Clima riesca nell’obbiettivo più difficile, dar conto di quel mix, di potenziale drammaticità, che nella testa degli adolescenti mescola rabbia, solitudine, incapacità di comunicare col mondo adulto. Il dolore per la perdita porta Alex a perdere il senso del limite fra ciò che accettabile e ciò che non lo è, la dimensione etica viene distorta nella chiave della subalterna partecipazione a un gruppo, che fornisce identità e motivazioni a chi non riesce a costruirsele da sé.
Di bande criminali di ragazzi si sente parlare sempre più spesso nella cronaca nera, più o meno rivestita di motivazioni politiche. Mi è capitato di assistere, agghiacciata, alla conversazione di due giovani che parlavano di una spedizione punitiva contro un ragazzo di colore, colpevole solo di esistere, così come sono assurti agli onori della cronaca romana i ‘bangla tour’, i raid perpetrati contro persone provenienti dal Bangladesh, garantiti, i criminali, dalla certezza che le vittime non avrebbero sporto denuncia. Questo è quanto.
In questo putrido terreno di coltura può smarrirsi il ragazzo che, come il protagonista del romanzo, ha perso punti di riferimento e insegue confusamente un’idea personale di giustizia.
Il finale chiarisce e mette in ordine una storia che, raccontata in soggettiva dal protagonista, oscilla fra ricordo e ossessione e non fornisce, ed è un gran merito, soluzioni consolatorie. I personaggi sono tutti tragicamente credibili ed è di particolare intensità al figura della madre del protagonista, che incarna un’idea di forza del tutto diversa dalla muscolarità perdente di Ferenc e compagni.
‘Black Boys’ è certamente una lettura impegnativa, che può dire molto sul nostro presente a ragazze e ragazzi a partire dai quattordici anni.

Eleonora

“Black Boys”, G. Clima, Feltrinelli 2020