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lunedì 20 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A DOMANI!

Via da qui, Tamara Bach (trad. Claudia Valentini) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 
 
"Solo quando mamma bussa allo stipite della porta, Kaija si rende conto di essere rimasta lì a guardare il soffitto per un'eternità. 
'Ehi' le dice mamma. 
Si avvicina al letto, le si siede accanto e le chiede di farsi un po' più in là. 
Poi si sdraia di fianco a lei. 'Hai trovato la cassettiera' dice. 
Annuisce. 
'Tutto ok?' chiede. 
'Mmh' fa Kaija. 
'E tu?' 
'Mmh'. 
Se ne restano sdraiate lì per un po', fuori il brulichio della natura, dentro il loro silenzio. 
Restano lì un altro po'. 
Finché mamma non si tira su e guarda Kaija. 
'A domani' dice. 'A domani' dice Kaija."

Da pochi giorni, con il resto della famiglia - madre, padre e la zia della madre - Kaija è andata ad abitare nella vecchia casa materna. In una cittadina di provincia, dove a lei tutto è estraneo. Nuova scuola, nuove persone intorno, nuovi luoghi, nuovi percorsi e - giocoforza - nuove abitudini. 
Si sta lasciando alle spalle la vita precedente, con un bel po' di nostalgia e un vuoto e silenzio intorno che non si aspettava. I suoi vecchi amici tacciono e la chat - ultimo filo che la lega a loro - si interrompe all'improvviso. 
Ora è davvero sola, ossia gli unici punti di riferimento sono la sua famiglia: una vecchia zia bisbetica e non proprio in salute, un padre affettuoso e spesso ai fornelli, una madre molto occupata che in qualche modo di quel 'ritorno a casa' patisce in silenzio i possibili esiti. 
Questa è la loro storia, o forse sarebbe più giusto dire le loro tre storie, quella di Kaija, quella della madre Ruth e quella della vecchia zia Josepha, che si intrecciano reciprocamente in un continuo andirivieni tra passato, presente e futuro. Tutte e tre le donne di questo romanzo devono fare i conti con le loro scelte e confrontarsi, anche a distanza, con il difficile guado cui l'adolescenza ti sottopone. 

Se si superano le prime venti pagine in cui la protagonista piomba nella sua nuova classe e viene fatta oggetto di scherno da parte di alcuni compagni, e si supera quindi l'idea di avere per le mani l'ennesimo libro, un po' stereotipato, sul bullismo, si atterra in una letteratura di altissima qualità: densa, intelligente, sensibile, sofisticata e sottile, costruita con grande sapienza. 
Le cose che colpiscono sono molteplici. 
Innanzi tutto la scrittura (ed evidentemente anche la felice traduzione), che scorre piacevolmente per 180 pagine, senza mai perdere la sua energia, la sua coerenza: profonda, brillante, ironica, esatta e capace di raccontare anche il dettaglio senza mai diventare pedante. 
Spesso e volentieri si potrebbe pensare di avere davanti una sceneggiatura in cui ogni minimo gesto o movimento dei protagonisti viene descritto, per poi diventare guida per gli attori. L'effetto che ne sortisce è davvero visivo: noi siamo lì, come davanti a un film, e vediamo questa famiglia che si muove principalmente nello spazio della vecchia casa e del giardino: li guardiamo mentre tacciono o mentre si scambiano veloci battute. E, come succede al cinema davanti a un buon film, partecipiamo anche noi  all'azione. 
Ah, come è vero il suggerimento di Saunders: show don't tell! 
Colpisce altrettanto la sapiente costruzione dei personaggi che si approfondisce cammin facendo. 
La metà di ogni buona storia sta in questo: a parte il plot in sé, che sicuramente deve essere ben architettato, risiede nella convincente credibilità dei singoli personaggi. 
Nessuno di quelli che qui compaiono - saranno in tutto una decina tra comprimari e comparse - passa inosservato. 
Di ciascuno si percepisce il carattere, l'indole: le forze e le debolezze, i pregi e i difetti, simpatie e antipatie e su tutto la complicità reciproca, fatta di non detti. Fino all'ultimo rigo il lettore è chiamato in prima persona a capire chi sia veramente Kaija, il suo buffo papà americano, oppure Ruth, sua madre,o la zia Josepha, oppure Emily o sua madre Sina. 
Il plot, in qualche modo è stato già detto, non ha nulla di avventuroso e rocambolesco, pur tuttavia tiene il lettore incollato alle pagine, a seguire le varie e diverse voci che il racconto mette a fuoco di volta in volta, attraversando con noncuranza ben tre generazioni di ragazzine, tenute insieme dalla sola genealogia. 
Ultimo ma non ultimo è il grande e complesso ragionamento su quello che è il senso dell'andarsene via e del tornare, il senso ultimo di ogni essere umano nel riconoscere un luogo e chiamarlo casa. 
E ancora, la ricchezza emotiva di una squadra che si può chiamare famiglia. Magnifiche le tantissime pagine costruite sui sottintesi tra loro, fatte delle loro tacite complicità. 
Attraverso le tre età delle protagoniste, il loro presente, ma anche e soprattutto il loro passato, siamo davanti a un perpetuo movimento in avanti o indietro negli anni. Le loro storie si costruiscono intorno a quello che è la delicatezza e l'intensità della vita quando si è adolescenti: le aspettative, i progetti, le fragilità di vedere legami che si spezzano, e l'insopprimibile bisogno di costruirne altri e nuovi. 
Finalmente un gran bel libro: da non perdere, per nessuna ragione al mondo!

Carla

venerdì 4 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA 

Troppo lunga, Nikola Huppertz, Regina Kehn, (trad. Claudia Valentini) 
Emons raga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'E tu che hai fatto oggi?' mi ha chiesto a un certo punto papà, non trovando più nulla da dire su Malve. Io mi sono stretta nelle spalle. Ho ripensato a Joël e alla Carina, al signor Krekeler che deve sforzarsi di andare a fare jogging (forse), a Snow che mi ha tirato in bici per otto chilometri lungo il canale, con una piccola pausa in mezzo in cui ci siamo seduti sulla riva e io per ringraziarlo gli ho sussurrato delle storie nell'orecchio appuntito e gli ho accarezzato il pelo morbidissimo che ha sotto il muso, e ho subito capito che mamma e papà non avrebbero saputo che farsene di questo racconto." 

Genitorialità consapevole, medico lui, insegnante lei, una sorella maggiore, Malve, sorella maggiore perfetta ed egocentrata, ora alle soglie della maturità, ma con tutt'altro in testa che mettersi sui libri a studiare. Per ora è attratta dalla meditazione, ma non durerà. 
Questo è il piccolo nucleo familiare di Magali Weill, tredicenne piuttosto alta (con la sua statura, 1.82, si colloca al 97esimo percentile) e piuttosto convinta che con questa statura esagerata nessuno avrà mai il coraggio di innamorarsi di lei, figuriamoci di baciarla, magari mettendosi in punta di piedi o, peggio, chiedendole di chinarsi per essere raggiunta... 
I suoi le hanno appena regalato un diario perché ci scriva di sé. Ma lei decide che quel diario è molto più utile per annotare tutto quello che le succede intorno: le vite degli altri.
Magali capovolge lo sguardo e sulle pagine riporta, giorno dopo giorno, quello che accade all'interno della sua piccola comunità condominiale. A parte le litigate tra genitori e figlia maggiore, Magali racconta delle sue passeggiate con Snow, l'husky dei vicini che per lui non hanno mai tempo, visti gli innumerevoli marmocchi che zampettano per casa. 
Magali racconta del suo elegantissimo vicino di casa che, novantottenne, ha ancora voglia di fare jogging ogni mattina. 
Magali racconta del suo amore nascosto per il suo vicino sedicenne, Joël, che non la degna di uno sguardo e trova solo il tempo di litigare sempre e solo in francese, con sua madre che, a sua volta con i gessetti, decora ad arte i marciapiedi intorno al palazzo. 
Questa routine che si ripete grossomodo ogni giorno con poche varianti si inceppa quando il signor Krekeler decide che è arrivato il momento di smettere di fare passeggiate salutari e incominciare a prepararsi alla morte (98 sei fürs Leben zu Lang, così in tedesco, da cui il titolo del libro). 
Con l'eleganza e il garbo di sempre convoca la sua famiglia, ovvero quel che ne resta: suo figlio Louis (tante compagne, molti figli e attualmente abitante in una comune) e il di lui figlio, ossia il nipote del signor Krekeler: Kieran, da adesso in poi KK, poco meno di un metro e sessanta, mingherlino e tutto cerotti. Louis ha il compito di ubbidire al padre in tutto e per tutto, con lo scopo di mettere ordine tra carte e oggetti, prima della prossima dipartita del vecchio. KK invece deve fare solo il nipote. E lo fa magnificamente. 
Questa è la cronaca di un paio di settimane di vita (e di morte) di tutta questa gente: dal 29 marzo al 12 aprile: una settimana di Pasqua indimenticabile. 

Andrebbe letto e poi riletto. Oppure andrebbe ascoltato e poi letto, oppure letto e poi ascoltato. La cosa necessaria da fare è entrarci più e più volte dentro per poterne apprezzare le tante qualità - dalla sceneggiatura - così ben costruita in cui si incastrano a perfezione le molte singole vicende: un piccolo capolavoro di cesello, come spesso sono le storie condominiali - alla scrittura garbata ed elegante che va - tra filosofia e vita di tutti i giorni - a passo sicuro. 
Ogni tanto ci si commuove e ogni tanto si sorride. 
Nonostante il libro abbia un titolo che fa l'occhiolino ai turbamenti di un'adolescente che non ha fatto pace con il suo corpo e la sua crescita, mette nero su bianco anche qualcosa di molto più universale, passeggiando tra grandi domande, grandissime domande. 
In questo l'originale tedesco gioca di più sull'ambiguità di questa lunghezza... le gambe di Magali o la vita del vecchio Krekeler? 
Torniamo alle domande. 
Una su tutte: qual è il senso della vita? Troviamolo e poi possiamo morire con dignità. La grande questione è lì che si affaccia nel momento in cui il signor Krekeler decide che basta: tocca prendere in considerazione l'idea di andarsene. Come ci si deve comportare di fronte alla morte? O per meglio dire, come ci si può organizzare per accettare l'evento con la necessaria naturalezza e dignità? E per chi resta? Quali sono i pensieri che chi vive si vede balenare in testa? Visto che la morte è qualcosa che inevitabilmente a un certo punto busserà alla porta, come ci si può organizzare per non farsi trovare impreparati, ossia quali sono le cose da fare per potersi dire al momento di aver vissuto una vita degna di questo nome? In fondo, la morte non è forse l'ultimo pezzetto della vita? Sì, lo è! 
Tra Seneca e i trenini di legno; tra Rimbaud e le uova da dipingere; tra Stravinskij e le tute da ginnastica; tra Uchermann e il verde pallido di una cameretta è un continuo e piacevolissimo rimbalzo tra la vita vera, quella apparentemente fatta di poco o niente, tra la quotidianità e i massimi sistemi. 
Uno dei libri sulla Grande Domanda, citando Elrbruch, più belli e intelligenti che mi sia capitato di leggere. 

Carla

venerdì 4 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"FARE IL PRESENTE PIÙ CHE PERFETTO"

Non si dice sayonara, Antonio Carmona (trad. Mirta Cimmino) 
Emonsraga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Un evento inaspettato veniva a scombussolare la nostra monotona quotidianità: qualcuno ci telefonava. Papà ha espirato a lungo, poi ha sollevato con forza il telefono. 
Ha impostato una voce sicura per esclamare:
'Pronto?' 
Poi si è fatto piccolo piccolo. 
Un demone o un'arpia gli stava urlando contro. 
Non capivo, ma sentivo una voce che sbraitava con tutta la sua forza all'altro capo del filo. Mio padre ha resistito alla pioggia di rimproveri, e ha assentito con dei piccoli suoni gutturali. 
Quando ha riagganciato, la sua mano è rimasta appoggiata sul telefono. Era frastornato." 

Dopodomani sarebbe arrivata dal Giappone, Sonoka, un'anziana vedova che, per combinazione è la madre della sua moglie morta nonché nonna della sua figlia lì presente. Ed è molto, ma molto arrabbiata. Da quattro anni, ossia dalla morte improvvisa di sua moglie, lui non è stato capace di chiamarla nemmeno una volta e, men che meno, di andarla a trovare in Giappone con la nipotina. 
Il dolore per la morte improvvisa e prematura della sua amatissima pianista giapponese, madre della sua piccola Elise, l'ha reso un pezzo di pietra. Ha smesso di vivere pur continuando a farlo. In casa ho posto delle regole ferree, divieti insormontabili: nominare la mamma, parlare giapponese, leggere manga e guardare anime ed entrare nella stanza del pianoforte. Poi ha smesso di annaffiare il ciliegio portato dal Giappone per essere piantato in quel giardinetto francese da sua moglie, ha buttato tutti i suoi spartiti, tutta la musica, tutte le foto. Così vive, inebetito dal dolore, e per la sua bambina che lo guarda sempre nella paura che anche lui si rompa del tutto fa lo stretto necessario: principalmente cucina torte di cipolle, che forse possono diventare la giustificazione di qualche lacrima che sfugge a tanto rigore. Poche parole e vaghe, lo sguardo spesso assente. Così è dunque l'accordatore di pianoforti che aveva fatto innamorare la giovane pianista giapponese a tal punto da seguirlo fino in Francia e con lui mettere su famiglia. 
Ma poi il dopodomani dell'arrivo della nonna da Giappone diventa oggi. 
E lei, dopo averlo preso ad ombrellate sulla porta di casa, entra nella vita di genero e nipote e, una a una infrange tutte le regole... 
Questa è la storia di bambina brava a fare i puzzle, di un uomo triste e apparentemente inconsolabile, di una signora anziana che è ancora capace di guardare avanti e soprattutto decisa a purificare quella casa così piena di mestizia e silenzio. E tra loro tre splende Stella, bambina decisamente sopra le righe, ma magnifica nell'essere la migliore amica di Elise. 

Il nocciolo della questione intorno a cui ruota questo bel romanzo d'esordio di Antonio Carmona (già pluripremiato in Francia in procinto di diventare soggetto per un film) sono le diverse modalità che hanno le persone per superare la perdita di una persona cara. 
Questione universale su cui sono stati versati fiumi di inchiostro. Ma quello che succede qui sembra prendere una strada imprevedibile, nel suo essere terribilmente concreta. E anche allegra!
In altre parole, a me pare che l'abilità di Carmona sia quella di far accadere (o non accadere) le cose e quindi fermarsi sempre un passo prima di ogni riflessione teorica o peggio di ogni giudizio morale o soluzione d'accatto.
Sembra dirci: ora ti faccio vedere come, di fronte a un lutto, si reagisce in due angoli molto lontani del mondo, poi sarai tu lettore, eventualmente, a elaborare una teoria in merito. Ammesso che tu lo reputi necessario. 
Il suo bello è che c'è un gran silenzio di giudizio, mentre sono i sentimenti, ma soprattutto i fatti e le azioni a farsi avanti. 
E allora se da lettrice mi si chiede di elaborare un pensiero sulla questione, la prima cosa che mi pare interessante è per l'appunto il differente approccio del francesissimo padre di Elise rispetto a quello della giapponesissima nonna Sonoka. 
Si assiste a uno scontro tra culture, tra Occidente e Oriente, che è davvero interessante e degno di ulteriore riflessione. 
A tal proposito, tutto l'immaginario che la piccola Stella, con la sua passione per il mondo dei cartoni giapponesi, porta con sé è un buon terreno per i lettori più giovani a cui effettivamente il libro è diretto. Io, come assoluta ignorante di manga e anime, mi sono astenuta dall'andargli dietro per non perdere il bandolo della matassa. 
Comunque, manga a parte, percepisco chiaro lo scontro, o incontro che sia, tra due modi di stare al mondo. Due culture agli antipodi convivono sotto lo stesso tetto per le due settimane di permanenza della nonna in Francia. 
Le cose stanno così: il padre di Elise non riesce a vedere altro che l'assenza. 
Ed è tutto rabbia, rancore, silenzio, dolore solitario, distacco, lontananza e rimozione.
La nonna, invece, è tutta tesa a cercare di percepire in ogni angolo la presenza della sua giovane figlia: tra le mura di casa, nell'aria, negli oggetti, nel ricordo. 
In mezzo a questa collisione culturale c'è lei, l'io narrante della storia: Elise.
Una ragazzina che finora ha vissuto l'assenza della madre sostanzialmente solo attraverso lo sguardo del padre; almeno fino al momento in cui, il loro menage doloroso ma consueto, non si inceppa con l'arrivo della vecchia Sonoka. 
A quel punto l'aria per la bambina davvero si purifica un bel po' (incensi a parte). 
Si riappropria di uno spicchio significativo di libertà e affettività che, ovvio, fa bene a tutti, padre compreso. 
Forte di questa riconquistata autonomia di sentimenti e di sguardo sulle cose, lungi dal soccombere, anzi con la voglia di scavalcarle, diventa sempre più urgente per Elise la domanda chiave. 
Per lei è come l'aria, sapere. 
E quando tutto è detto, allora davvero si può ricominciare. 

Carla

venerdì 14 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VERO

Mal di nebbia
, Nicoletta Gramantieri 
Emonsraga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ho raccontato dell'altra guerra, dell'omicidio, degli annegati, della vita triste del paese. Di come i ragazzi stessero ancora su in montagna, di come, dopo la morte della nonna, mi fossi ritrovata ad avere due case, quella del babbo e della mamma e quella della Madrina. Di come io e Celso fossimo diventati amici e di come mi avesse raccontato di quella nebbia che nascondeva il paese, della Bocca dell'Orco, del fiume, della strega e delle morti dei bambini. Di come trovassi consolazione in Vero e nella Iolanda. E anche di tutta la rabbia che mi aveva portato a disubbidire alla mamma..." 

L'Albertina sa come si costruiscono le storie. Vero, l'amico di suo fratello Vittorio che dalla montagna non è più sceso, glielo ha spiegato. 
Prima bisogna raccontare il prima, poi bisogna raccontare un po' dei personaggi e poi si può partire con l'adesso. E adesso è adesso. 
Lei, dodici anni, è appena scappata dalla fredda e misera casa dove vive con le sue sorelle più piccole, la sua sorella maggiore, la Marcella, che arriva solo alla sera perché è a servizio, e con il suo fratellino piccolo, Cecchino, e la sua mamma e il suo papà. Sono poveri, ma molto poveri: poco da mangiare e poca legna per scaldarsi, tanto che la notte ci si deve vestire col cappotto per prendere sonno. L'Albertina, ancora lattante, era stata portata dalla nonna che l'ha allevata con amore e latte di capra. E l'Albertina con lei è cresciuta felice, ma adesso la nonna è morta e lei ha dovuto lasciare la casa sulla collina e tornare in paese da mamma e papà. 
Solo di rado può andare dalla sua madrina, che invece la copre di premure e di cose buone da mangiare. Quando anche quella mattina sua mamma è uscita di casa per andare a mettere in croce due soldi, e le ha affidato le sorelle e il piccolo Cecchino, i mestieri da fare e gli scapini da lavorare a maglia, lei non ce l'ha fatta più: ha buttato in terra lana e ferri, ha infilato la porta e di è diretta verso il campanile dove ha intenzione di nascondersi, per lasciar passare la notte per poi fuggire indisturbata e non vista, al sorgere del sole, prima che il borgo si svegli. 
Vuole andare in città dove forse troverà un lavoro presso una qualsiasi signora ricca che la accoglierà come una figlia e la riempirà di affetto e attenzioni. 
Questo è il principio della storia dell'Albertina, che un giorno perderà la voce: un racconto che dura il tempo di una Quaresima molto piovosa e dove, complice la nebbia, ciò che accade non è affatto come sembra. 

Come un vestito che ti dimentichi di avere e lasci appeso per anni in un armadio, pare, credo, mi sembra di aver letto che questa storia abbia stazionato a lungo nel silenzio, al buio. Forse in un cassetto o forse in una cartella di un computer. E pare anche che, una volta riemersa, così come sarebbe capitato al vestito appeso e dimenticato, abbia avuto diversi interventi di adattamento per il suo debutto. 
Una volta presa la sua forma attuale, accorciato un po' lì, allargato là in alto, la storia ha cominciato a viaggiare ed è andata - credo, forse, mi pare di ricordare leggendo qui e lì - da Davide Morosinotto che, complice tutta quella nebbia e pioggia e quel paesino sul fiume, complice quell'intrigo bello sodo che si dipana solo alla fine, quella lingua così scorrevole e felice, la apprezza.
Da lì a farla diventare libro, mi pare ci sia metta Book on a Tree e poi Emons.
E questo è il prima, credo, forse, mi pare. 
Ma come ci insegna Vero ora dunque è il caso di dire due cose sui personaggi. Quelli del romanzo ma anche quelli fuori: prima fra tutte l'autrice. 
Di professione bibliotecaria, ma anche scrittrice come seconda o terza professione, di sicuro esperta di letteratura e simpatica compagna di passeggiate cagliaritane, città che frequenta da anni perché spirito-guida con Bruno Tognolini del festival Tuttestorie. 
Del suo spessore tutti quelli che la conoscono ne hanno netta la percezione, quindi forse ha più senso parlare dei personaggi che lei si è inventata per Mal di nebbia
Perché sono proprio loro a dare forza ed energia a questa storia. 
A renderla vera.
Ben inteso non rappresentano l'unico pregio del libro, ma di certo uno di quelli che più mi hanno colpito. A ben vedere sono i legami, le relazioni che li tengono insieme che irrobustiscono una storia che ha l'intento di spaziare tra un po' di generi differenti. È un po' un romanzo in cui la Storia è importante e parla di sé, è un po' anche fiaba nel meraviglioso che alimenta le leggende e le credenze che attraversano quel paese e l'immaginario dei suoi abitanti, è un po' anche giallo per il grande mistero che lo attraversa e, infine, sembra avere anche un po' il passo di un romanzo di fine Ottocento-primi Novecento, con quel mondo contadino fatto di tanta fatica e pochi affetti. 
Ribadire il fatto che per scrivere buone storie bisogna averne lette tante, mi pare quasi ridondante, visto chi l'ha scritta. Ma credo che questo sia un caso di specie. 
Lo stesso si potrebbe dire per la robustezza dell'impianto. 
Anche in questo caso, la cosa che colpisce è la consapevolezza - peraltro esplicitata in una sorta di meta racconto - di quali siano le norme del ben raccontare. 
Nicoletta Gramantieri affida a Vero, uno dei miei personaggi preferiti, il ragionamento teorico sulle regole della buona scrittura. E l'Albertina che di lui si fida, lo segue e poi, se non proprio distratti, lo imparano anche i lettori e verificano che il "come" si scrive è già una buona metà del valore di un libro. 
Dunque, la galleria dei personaggi, da Minghinì il matto del paese, cui quasi nessuno crede, che ha una sua lingua incomprensibile, la Fosca che attraversa silenziosa e scura il paese avvolto nell'umidità e che ha un odore addosso che vien su sulla pagina, le ricamatrici intorno alla Iolanda, tra le poche sorridenti e per questo invise da chi ne invidia l'allegria in tempi cupi. E Giusto, il macellaio, sorta di aruspice fuori tempo massimo. E poi Cecchino, fantolino febbricitante, e la Marcella in cerca di amore e Vittorio in cerca di riscatto... Bene, tutti loro costituiscono il contesto allargato intorno a cui si intrecciano invece i rapporti umani stretti stretti tra l'Albertina, la sua nonna, la sua mamma, la sua Madrina, e poi Celso e poi Vero. 
Tutti loro son lì un po' autentici e un po' no, ma con il preciso intento di porgere una mano gentile al lettore per farlo entrare nella storia e poi accompagnarlo affettuosamente attraverso tutti i passaggi anche quelli più impervi. Dove i rumori, gli odori, il tempo è tutto piuttosto vero.
E per questo, un' unica accortezza, prima di entrarci: un cappello di panno, un pastrano e scarponi impermeabili, perché lì dentro piove sempre. O quasi. 

Carla

domenica 31 dicembre 2023

ECCEZION FATTA!

  

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO
CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, un anno di ragionamenti,   
un anno di recensioni su Lettura candita 
Per ogni libro, il nostro perché
(BUM!) 


Luglio 2023




perché

"Molteplici le ragioni per apprezzare questo libro. 
In ordine sparso sono: testo pieno di profondità, pensato per pubblico di lettori più grandi cui non sottrarre l'illustrazione, plot molto robusto, illustrazioni mozzafiato, scrittura letteraria e, last but not least, felicissima sintonia tra due autori. Qui alla loro sesta collaborazione in cui la felice intesa si declina in modi espressivi anche tra loro molto diversi: un esempio per tutti il bellissimo La mer et lui
Il valore 'filosofico' di questo racconto lo si intuisce (nel libro italiano, fin dal titolo, a scanso di equivoci) ben presto. 
Da una parte la solitudine del pastore: di chi ha deciso di fermarsi a metà di un sentiero, che verso valle porta all'abisso, e verso l'alto verso l'ignoto. Di chi ha deciso di tenersi lontano da tutte le cose, belle o brutte che siano, perché questo è il modo che conosce per vivere. 
Dall'altra quella di chi questo isolamento lo ha rotto, cambiando di fatto l'esistenza di una persona, anche solo con la sua presenza lì. 
Dentro la testa del pastore si forma l'idea, una delle tante, che assume subito il suo valore universale: non posso far finta che tu non esista e quindi per me niente sarà più come prima e dovrò misurare me stesso con questo... "


perché

"Luisa Mattia coglie in questo romanzo, scritto con uno stile scorrevole e solo all’apparenza ‘oggettivo’, un punto che contraddistingue gli adolescenti di oggi: la solitudine. Apparentemente circondati dal benessere, e questo non vale certo per tutti, non hanno in realtà chi presti loro ascolto: spesso non la famiglia e nemmeno la scuola."


Agosto 2023




perché

"Volendo sintetizzare al massimo si possono notare alcuni elementi di interesse solo in apparenza laterali. 
Il primo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farla disegnare e concepire un albo in questo modo. l secondo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farle prendere le sembianze di una autrice di classici per l'infanzia. Chessò, una come Beatrix Potter, tanto per dirne una. 
Il terzo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farla essere così sottilmente ironica nel raccontare una storia che altrimenti rischierebbe di essere mielosa un bel po'...."



perché

"Il mondo delle periferie urbane degradate, controllate dalle gang e da ben più temibili organizzazioni malavitose, ci viene rappresentato così, come un mondo chiuso, regolato da leggi tribali, in cui non può sopravvivere l’innocenza."


Settembre 2023



Di corvi e cornacchie, Britta Teckentrup (trad. Mara Carla Dallavalle) 

perché

"Il tono discorsivo che si allontana dalla mera informazione e indaga verso altre direzioni - dalla tradizione letteraria con corvi come protagonisti, alla mitologia che li ha sempre circondati  - assume il tono più confidenziale della narrazione orale permette al lettore di bersi in un fiato tutti i suoi libri del genere, e quindi a lettura ultimata, di richiuderli soddisfatto per aver sentito molte storie e per aver imparato anche un bel po'. 
Questa particolare direzione che certa divulgazione ha preso pare davvero interessante e ricca di stimoli per riflettere e ragionare su quale sia la strada migliore da fare per imparare e far imparare. Affrontare un argomento e osservarlo girandogli intorno per coglierne la complessità e lo spessore, non può che essere efficace. Permettere a teste differenti di interessarsi ad aspetti differenti mi sembra una bella idea."



perché

"Dunque due storie, con un finale inevitabilmente segnato, raccontano la vita di due giovanissimi nell’ambiente ostile di una tribù germanica dell’età del ferro. La Lowry fornisce ai giovani lettori e lettrici un esempio calzante delle modalità con cui l’intuizione di una scrittrice rende vivida e presente l’esperienza di ragazzi vissuti quasi due millenni fa. Lo fa proiettando volutamente le aspirazioni che lei stessa ritiene insopprimibili: l’aspirazione alla libertà e alla conoscenza. Nello stesso tempo fornisce un esempio di rigore, raccontando, nelle introduzioni ai due racconti, come ha raccolto i dati, le fonti storiche, le ricostruzioni fornite via via da archeologi e antropologi."


Ottobre 2023


In fuga con la flebo, Josephine Mark

perché

"Storie che hanno un bel nocciolo al loro interno. Un nocciolo che abbia in sé onestà e urgenza. Una storia che sappia raccontare lo spessore, la complessità della vita. Una storia che sappia raccontare diversi punti di vista. Una storia che sappia raccontare senza spiegare, ma semplicemente facendo vedere. Una storia che non abbia la pretesa di risolvere nulla, ma semmai quella più saggia di saper guardare dentro le cose. Una storia che, proprio perché onesta, sappia creare autentica emozione. 
E che faccia tutto questo con la necessaria leggerezza, ossia attraverso quella sottrazione di peso che per esempio di ottiene spesso e volentieri con l'ironia o attraverso la metafora. 
Lupo e coniglio leggerissimi nella loro struttura, così come leggerissimo è il loro linguaggio (a tal proposito un encomio andrebbe fatto a chi lo ha così tradotto con tanta levità). 
Alla faccia di tutti quei libri che si appesantiscono e si arrovellano per cercare di 'curare' la malattia e la paura che essa porta con sé con storie cucite intorno alla retorica, quella sì davvero insopportabilmente pesante, del tema."




perché

"Quello che trovo più apprezzabile in questo libro illustrato è la capacità di mostrare l’intreccio, nel corso concreto della Storia, fra la scienza, le sue frontiere, i suoi limiti, la politica degli Stati, la coscienza delle persone. Storia delle idee, rivoluzioni che hanno attraversato in moltissimi ambiti la cultura e la vita reale di generazioni. La scienza, dunque, non solo come scontro e incontro di idee, rivoluzionarie o meno, ma anche come espressione di una rinnovata visione del mondo."

Novembre 2023



Storie quasi di paura, Kotryna Zilė (trad. Adriano Cerri) 

perché

"Tutti e dieci i racconti sono scritti e tradotti con sapienza e grazia. 
Tutti e dieci racconti toccano questioni ancestrali. 
Ciascuna storia parte da un nucleo originario rappresentato dai racconti che il padre di Kotryna, un signore dai lunghi baffi spioventi, le faceva quando lei era piccola. Presumibilmente, turbandola quel tanto da renderne il ricordo indelebile. 
E infatti, a distanza di anni, ciascun racconto paterno è poi diventato a sua volta qualcosa d'altro: una storia del tutto diversa, spesso ambientata nel contemporaneo ma che con il nocciolo originario condivide l'atmosfera ombrosa, misteriosa, magica. Continuando a turbare e a rimanere altrettanto indelebile. 
Insomma, quel "quasi" che anticipa la parola paura, non rilassi nessuno. Anzi, abbia il compito di accentuare il senso di incertezza che, a ben vedere, è quello che si rivela più perturbante di qualsiasi orrendo mostro o strega crudele."

exequo



perché

"La complessità delle relazioni interpersonali. Tutti ma proprio tutti i libri di cui è autore unico ruotano inevitabilmente intorno a i rapporti che tengono assieme le persone tra loro. Una varia gamma di legami interpersonali che ognuno di noi - dai bambini fino agli adulti - può facilmente riconoscere. Non c'è suo libro in cui - con ironia ma anche con grande onestà - non vengano fuori le fragilità o le nostre buone pratiche di comportamento. La cura, il rispetto, l'invidia, la vendetta, la gelosia, la menzogna: pesci ladri, granchi spia, lepri bugiarde, tartarughe redente e tartarughe in cerca di affetto, armadilli pazienti e accoglienti. 
E qui? Un teschio ospitale e rispettoso e una ragazzina coraggiosa, generosa e misteriosa si fanno compagnia e condividono un pezzo di strada assieme. Lo spessore umano di entrambi i personaggi esce dunque dalla dimensione della fiaba e irrompe in quella che è la sfera emotiva."
 



perché

"Come sempre un testo denso, anche se in questo libro espresso con un linguaggio semplice, corredato dal necessario glossario, comprensibile anche da lettori e lettrici più giovani; un viaggio sintetico ed essenziale attraverso tematiche scientifiche e antropologiche, con lo sguardo multidisciplinare tipico dell’autore francese. Una sfida non indifferente nel coniugare semplicità e correttezza dei temi trattati."

Dicembre 2023



perché

"Ancora una volta le loro due teste si sono messe a giocare, spedendo le loro idee all'altro come fossero palline da tennis durante una partita. Da una parte Barnett e dall'altra Klassen, nel vederle arrivare, hanno dovuto trovare la risposta adatta. Uno con il testo e l'altro con le immagini. Chi ha vinto tra i due? Il terzo, ossia il libro, la storia, ovviamente. 
Possiamo immaginarci Barnett e Klassen che, seduti uno di fronte all'altro, si lanciano idee reciprocamente. Non sarebbe la prima volta. Sam e Dave così è nato e così è diventato quel perfetto meccanismo narrativo che è. Quel perfetto dialogo tra figura e testo..."




perché

"La storia della scienza è percorsa dall’aspirazione a trovare la legge universale, la regolarità assoluta che plachi l’incertezza di noi umani, persi nell’immensità del cosmo; e tuttora i fisici, in modo particolare, inseguono questo obbiettivo.
Per fortuna, di tutti questi dubbi non c’è traccia nel testo, che invece sollecita a coniugare la ricerca del bello con la ricerca dei suoi modelli, che indubbiamente anche i bambini cercano nel mettere in relazione oggetti anche diversi."

[fine]
 

mercoledì 22 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DELL'INQUIETUDINE

Storie quasi di paura, Kotryna Zilė (trad. Adriano Cerri) 
Emons Edizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni)

"Avanzava lentamente, con la testa sollevata. Le corna era due tronchi ripartiti in tanti rami sui quali gli uccelli stavano appollaiati. Sembrava enorme. E in effetti lo era. Sulla fronte, lo spazio tra le corna risplendeva d'una luce accecante, come se vi avessero piazzato la lampada di un faro. O il potente fanale di una jeep. 
'Elzè?' 
'Lo vedo.' 
Si fermarono entrambe. Parlavano con gli occhi piantati su quel superbo Cervo. Dovevano proteggersi gli occhi dalla luce emanata dalla fronte dell'animale. 
'Cos'è quello?' 
'Che ne so?' 
'Caspita, però, quant'è grande!' 
'Già'." 

Elzè, tredici anni e sua sorella Greta, otto, da sole, stanno facendo quello che una tradizione lituana della vigilia di Natale richiede: girare per tre volte, sempre a sinistra, intorno alla propria casetta. La loro non è propriamente una casetta, ma un palazzone di dodici piani. E mentre son lì che girano in tondo, al freddo e allo scuro, incrociano questo grande animale che cammina, altero. Enorme a tal punto da finire con le sue corna a toccare fili dell'alta tensione dei filobus. L'elettricità dei due cavi fulmina il grande cervo che prima si ferma e poi stramazza al suolo in un sussulto. Gli uccelli restano lì. Le due bambine si avvicinano con cautela per vedere se sia morto. E mentre si avvicinano e sembra loro di vederlo respirare, sentono anche una voce: un uomo sta correndo verso di loro e verso il cervo a terra. E' il guardiano del deposito, Barnardas... 
Questa è la loro storia: natalizia e magica quanto basta. Quella di due bambine che, sole alla vigilia di Natale, trascorrono un Natale diverso e magnifico, insieme a quel guardiano premuroso e abile riparatore di molte cose oltre ai filobus, e a un cervo che potrebbe star meglio. E forse ci riesce. 

Il deposito dei filobus è una delle dieci storie, ammantate di scuro e attraversate da un brivido gelato. Tutti e dieci i racconti sono tenuti insieme da un nesso che li lega alla tradizione lituana, tra mito e leggenda, tra fiabe popolari e racconti favolosi. 


Tutti e dieci i racconti sono scritti e tradotti con sapienza e grazia. 
Tutti e dieci racconti toccano questioni ancestrali. 
Ciascuna storia parte da un nucleo originario rappresentato dai racconti che il padre di Kotryna, un signore dai lunghi baffi spioventi, le faceva quando lei era piccola. Presumibilmente, turbandola quel tanto da renderne il ricordo indelebile. 
E infatti, a distanza di anni, ciascun racconto paterno è poi diventato a sua volta qualcosa d'altro: una storia del tutto diversa, spesso ambientata nel contemporaneo ma che con il nocciolo originario condivide l'atmosfera ombrosa, misteriosa, magica. Continuando a turbare e a rimanere altrettanto indelebile. 
Insomma, quel "quasi" che anticipa la parola paura, non rilassi nessuno. Anzi, abbia il compito di accentuare il senso di incertezza che, a ben vedere, è quello che si rivela più perturbante di qualsiasi orrendo mostro o strega crudele. 


Qui siamo in quella dimensione ambigua, dell'inquietudine, in cui tutto potrebbe accadere. La trepidazione, il turbamento, nelle narrazioni, spesso e volentieri, si genera camminando su un sottile filo tagliente che segna il confine tra la realtà e il possibile. E' una cosa diversa dalla paura, che tutto sommato, funziona come un interruttore 'salvavita' che mette un persona nella condizione di autoconservarsi. O almeno nel tentare di farlo. 
E per rimanere ancora un momento sulla questione del filo, non si può non dire due cose sulle illustrazioni del lato 'grafico' della medesima Kotryna. 
Rigorosamente in bianco e nero, va da sé, sono disegni in cui, con un preciso programma, nulla appare con chiarezza e precisione: un segno tremante, un filo appunto, a prima vista poco più che uno scarabocchio che si muove come il volo di un insetto, spesso punta verso una direzione per poi sterzare brusco e prenderne tutt'altra. Ma è quanto di più lontano ci sia da uno scarabocchio, perché nel frattempo crea magicamente profondità di campo e nessi di senso. E non solo. 
Figurine mai troppo regolari che sembrano uscite da una mano incerta di bambina di talento, per poi invece mostrarsi in tutta la loro sapiente resa tridimensionale: le mani, le caviglie ossute, le planimetrie di un appartamento o la profondità degli armadietti in una palestra... 


Una vera goduria, i tagli prospettici. 
Bell'intreccio, bel ricamo con il testo, bello davvero. 
E se al testo infine si torna, va detto forte e chiaro che nei dieci racconti di Kotryna Zilė questo gusto per il non detto fino in fondo, questo senso di magico e di mistero sempre latente fanno la differenza. E costituiscono un buon gancio per il lettore che con difficoltà deciderà di chiudere il libro anzi tempo. Non prima di aver cercato di capire ben bene cosa gli è stato appena raccontato. In questo dimostra una bella dimestichezza nel costruire l'architettura del racconto senza dire, se non sul finale, come stanno davvero le cose. 
Un po' come capita quando si svela la sembianza di un nuovo monumento cittadino: un grande telo lo copre, poi qualcuno ne prende una cocca e con un gesto plateale lo mostra a tutti. E partono gli applausi del pubblico stupefatto e pieno di meraviglia. Ecco, qualcosa del genere accade spesso anche qui. 
Così succede in Latte, La piscina, Prossima fermata, per citarne tre, tra i miei preferiti. 


Poi arrivano i racconti ispiratori, quelli del papà e allora, come per incanto, tutto va a comporsi in un quadro chiaro, anche se spesso ben pieno di magia. 
Essi hanno il dono di fare luce, appunto, hanno il tono della chiacchiera tra amici e l'obiettivo non dichiarato di stemperare tutta la tensione. Per poi riaccenderla al racconto successivo. 
Gran finale: in qualsiasi sequenza di racconti nasce spontanea la gara per il preferito. E anche questa volta è andata così. 
Su tutti ce n'è uno che mi sembra brillare più di ogni altro, per profondità di sguardo e per umanità, parola da intendersi qui nella sua doppia accezione: L'armadio


Su questo, per altrettanto profonda disumanità, tacerò. 

Carla

venerdì 4 novembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

GABBIE


Il tema del progresso scientifico, del conflitto fra fede e ragione, già posto dai due autori, Guido Quarzo ed Anna Vivarelli, è riproposto nel nuovo romanzo che i due scrittori firmano insieme: ‘Gabbie’, pubblicato da Uovonero. Come ne ‘La danza delle rane’ lo sfondo storico era quello del Secolo dei Lumi , qui l’intreccio narrativo si sviluppa a partire dal violento scontro culturale provocato dal darwinismo nell’ambiente accademico e non solo, che ha mobilitato passioni contrapposte nel nome della scienza o della fede: nulla di più scandaloso che sottrarre la creazione dell’uomo all’intervento divino, sostituendogli l’azione dell’evoluzione e della selezione naturale.
Nel romanzo di Quarzo e Vivarelli, ambientato a Torino nel 1879, nella prestigiosa Accademia delle Scienze, un gruppo di accademici discute se assegnare un premio, per le sue ricerche di botanica, proprio a Charles Darwin. Fra i preziosi volumi della Biblioteca e i reperti del Museo si aggirano vari personaggi, ciascuno delineato con accuratezza: il direttore Bonaccorsi, maestro della diplomazia, un fattorino, Ausonio, e un inserviente, Pietro che in realtà, nottetempo, ruba su commissione diversi volumi rari. A turbare le attività illecite di Pietro interviene l’arrivo nel Museo di Stefano, nipote del direttore ed ex degente dell’Ospedale Psichiatrico di Collegno. In realtà il ragazzo, che immaginiamo essere autistico, alle sue difficoltà sociali, affianca doti intellettuali significative: impara a leggere da solo ed ha una memoria prodigiosa.
Nel frattempo, Pietro viene in contatto, grazie ad un cugino, con un predicatore che aizza i suoi seguaci proprio contro il darwinismo, contro l’idea che uomo e scimmie possano avere un antenato comune. Così nasce, fra pochi congiurati, l’idea di rapire la scimmia di un circo, per lasciarla provocatoriamente all’interno del Museo. L’incursione ha un esito imprevisto, la scimmia muore e viene ritrovata, pochi giorni dopo, riversa sul corpo senza vita di uno degli Accademici.
Le indagini sono condotte da un poliziotto dalla dubbia moralità e, non a caso, i suoi sospetti ricadono su Stefano, difeso solamente dallo zio, da Lisa, della trattoria in cui mangia tutti i giorni il ragazzo, e dalla giovane scienziata Ida Stoppani.
Di più non posso svelare dell’intreccio, vorrei però sottolineare alcuni punti di forza di questo romanzo: innanzitutto la perfetta integrazione fra le diverse tematiche che lo attraversano, la ricostruzione del clima culturale, la diffusa ignoranza, i pregiudizi nei confronti delle donne ‘colte’ e, ancor di più, le segregazione dei cosiddetti ‘alienati’, spesso considerati un peso per le famiglie, che ben volentieri li facevano rinchiudere nei manicomi.
In secondo luogo, è rilevante l’accuratezza della descrizione del clima culturale, la singolare avversione che i settori più retrivi della società nutrivano nei confronti dell’evoluzionismo, avversione che, come ho detto più volte, non si è mai del tutto sopita. Ma anche la precisione con cui viene descritto l’ambiente accademico, con le sue diatribe e le rivalità personali.
Infine, l’umanità dei personaggi, spesso coinvolti loro malgrado in una storia di cui non comprendono la portata.
Il titolo, ‘Gabbie’, fa un evidente riferimento alle gabbie fisiche, quella che rinchiude lo sfortunato scimpanzé Chocolat, quella che delimita i percorsi di vita dei ‘matti’, e mentali, fatte di pregiudizi e superstizioni che inevitabilmente si contrappongono alle nuove visioni del mondo che la scienza di volta in volta suggerisce.
Il testo vien proposto anche in formato audio, in collaborazione con l’editore Emons, dando vita ad una nuova collana, i Geodi sonori, pensata proprio per supportare chi ha difficoltà di lettura.
Consiglio caldamente la lettura, così ricca di spunti di approfondimento, a ragazze e ragazzi di almeno dodici anni.

Eleonora

“Gabbie”, G. Quarzo, A. Vivarelli, illustrazioni di Peppo Bianchessi, Uovonero 2022