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mercoledì 17 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LAGGIÚ, OVVERO PRENDERE UNA DIREZIONE


“Ogni eroe ha una storia [...] 
Tutti vogliamo vedere un eroe. 
Dargli una pacca sulla spalla, stringergli la mano e dirgli quanto è stato in gamba, quanto gli siamo grati. Vogliamo che sia coraggioso, ma non vogliamo sentire quanto quel coraggio gli è costato. Non vogliamo sapere che sotto tutto quel coraggio c’è la paura, profonda e fredda come il fiume Watauga dopo il primo disgelo di primavera. Non vogliamo sentire la sua storia. O, comunque, non la sua storia vera. Preferiamo raccontare una storia nostra. 
Era così quando i soldati partivano per la guerra e poi tornavano a casa. E fu così anche per Jack.” 

Una storia complessa e parecchio avvincente quella raccontata in prima persona da Danny che ha 13 anni nel 1943 e vive a Foggy Gap. Ci troviamo in una piccola cittadina sul fiume Watauga, al confine coi boschi, nel Nord Carolina. 
Gli Stati Uniti sono nel pieno della seconda guerra mondiale. 
Danny è un adolescente attento che si fa interrogare dagli eventi. 
E gli eventi sono due: la guerra e Jack Bailey. 
La guerra arriva a Danny con la retorica nazionale sull’eroismo nei “campi di battaglia della democrazia”, gli appuntamenti radiofonici con le “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt, le prime sussurrate notizie sui lager nazisti. Ma anche con il razionamento dei viveri, l’orto di guerra nel giardino di casa, la raccolta dei metalli per gli armamenti, qualche papà o fratello che si arruola, e qualcuno che già non torna, qualcuno che diserta. 
E poi c’è Jack: il suo migliore ed eroico amico, che però nasconde una storia difficile e una scomparsa misteriosa… compreso l’enigma di un posto chiamato Yonder. 
Il racconto parte da un prologo che apre già a una domanda: che cos’è un eroe? 
Forse quel ragazzo, Jack Bailey, di pochi anni più grande di lui, che quel giorno di qualche anno prima aveva salvato a nuoto le gemelle Coombs dal diluvio che fece esondare il fiume Watauga? L’unico ad avere il coraggio di tuffarsi mentre tutti gli altri del paese restavano immobili? Quel giorno, ci dice Danny, “tutti eravamo d’accordo sul fatto principale: Jack Bailey era un eroe. Nessuno però si soffermò a riflettere su cosa fossimo noi.”
La paura e il coraggio. 
Possiamo dire che è tutta qui la questione nella quale, insieme a Danny, ci imbattiamo attraversando questa storia, che comincia un venerdì di giugno del 1943, e comincia con la misteriosa scomparsa di Jack Bailey. A partire da quel venerdì, Danny cercherà di risolvere quel mistero e in sette giorni porterà avanti una vera e propria investigazione da detective story. 
Ma lasciamo momentaneamente da parte la trama per soffermarci sulla struttura del racconto. 
C’è un prologo in cui Danny ci parla da un tempo presente, quando tutto è già accaduto da un pezzo, poi ci sono i capitoli che narrano i giorni alla ricerca di Jack (da quel venerdì al successivo giovedì del giugno ‘43), e poi ci sono i capitoli -stampati su carta grigia - che intervallano i precedenti, e che raccontano singoli fatti pregressi. Una struttura narrativa ben studiata, costruita su diverse linee temporali che si richiamano e si collegano agganciandosi l’una con l’altra con precisi richiami (al modico prezzo di un leggero stordimento temporale per chi legge). 
Grazie a questo intreccio dei tempi del racconto accadono contemporaneamente due cose. 
La prima: chi legge ha modo di conoscere fatti e antefatti della vicenda narrata procedendo con informazioni aggiuntive che i continui flashback forniscono di volta in volta. 
La seconda: con questo flusso di pensieri e di eventi, con questo andare costantemente tra prima e ora, Danny pare proprio impegnato a stendere ponti tra due sponde che improvvisamente si aprono sotto i suoi piedi, due rive che sembrano allontanarsi sempre più: l’infanzia (prima) e l’adolescenza (l’ora). Grazie a questo andirivieni, Danny può mettere insieme i pezzi di una nuova consapevolezza come se quei flashback fornissero anche a lui delle informazioni aggiuntive su se stesso e sul mondo. Un fitto lavoro interiore che, sulle tracce dell’eroe scomparso, lo porta a cercare risposte a domande che non si era mai posto prima, a fare i conti con la propria paura, con la lealtà, con le violenze nascoste, con le apparenze, coi pregiudizi. Danny scopre che la guerra è dovunque, sui campi di battaglia, ma anche nel suo Paese (Foggy Gap come gli Stati Uniti d’America) ancora invischiato nella segregazione razziale, nella paura che diventa complicità di chi sa e non dice, nella prepotenza dei potenti. O semplicemente nell’indifferenza condivisa, come quel giorno delle gemelle Coombs e del diluvio che se le stava portando via. 
E così Danny, che già conosceva la paura, scoprirà il (suo) coraggio. 
Qualche passaggio didascalico di tanto in tanto (soprattutto nel finale) non toglierà il piacere della lettura di questa storia ben raccontata, con un adolescente attento che abbandona l’infanzia aprendo gli occhi sul mondo. 
Ma Yonder? A Danny gliene aveva parlato Jack, e a Jack lo raccontava spesso sua madre. 
Yonder – raccontava – è “una città perfetta […]. Dove non hanno mai neppure sentito parlare della guerra. Con una tavolata che si stende sulla via principale, così lunga che non riesci a vedere da un capo all’altro. Tutti mangiano insieme. Nelle notti fredde accendono fuochi e la città intera si siede al tavolo a cantare canzoni e raccontare storie. E quando fa caldo, dormono tutti su amache tirate fra gli alberi”. Yonder, in inglese, “laggiù”. Una direzione, un’indicazione verso un luogo dove non siamo ancora, una lunga tavolata ancora da imbandire. 

Patrizia 

 “Yonder. Per sognare un mondo senza guerra”, Ali Standish, trad. di Anna Carbone, Mondadori 2025 


venerdì 30 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CORAGGIO DI AVER PAURA

L'aranceto, Larry Tremblay (trad. Fabio Regattin) 
Beisler 2022 



NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Se Ahmed piangeva, piangeva anche Aziz. Se Aziz rideva, rideva anche Ahmed. Per prenderli in giro la gente diceva: 'Un giorno si sposeranno'. La loro nonna si chiamava Shahina. Con quei suoi occhi malandati li confondeva sempre. Li chiamava 'le mie due gocce d'acqua nel deserto'. Diceva: 'Smettetela di tenervi per mano, mi sembra di vederci doppio'. Diceva anche: 'Un giorno non ci saranno più gocce, ci sarà soltanto acqua e basta'." 

Ahmed e Aziz sono fratelli. Gemelli. Ahmed sente le voci nella sua testa, Aziz è molto malato. 
Vivono nel deserto, con i genitori, Zahled e Tamara. Non lontano dalla loro povera casa, quella dei nonni e l'aranceto - un'oasi di colori e profumi - che suo padre coltiva con ostinazione. 
C'è la guerra. Una guerra che ha distrutto la loro scuola e ha appena ridotto in macerie la casa dei nonni. Il giorno in cui li seppelliscono, il padre riceve una strana visita che mette in grande allarme Tamara Dalla jeep avvolta nella polvere scende Soulayed che instilla nel cuore di Zahled il seme della vendetta. Le bombe che hanno ucciso i vecchi genitori provengono dalla montagna, dietro cui si nasconde il nemico. 
Occorre reagire e portare la morte tra gli avversari, anche se questo comporterà il sacrificio di una giovane vita: quella di Ahmed o quella di Aziz. Uno di loro due, questo è il piano che Soulayed espone a Zahled, dovrà arrivare sull'altro versante del monte e farsi esplodere per portare la morte a casa del nemico. 
Un sacrificio enorme che sembra avere il sapore dell'eroismo e della gloria. 
Un dilemma enorme per un padre: quale dei due figli mandare al sacrificio. 
Un estremo tentativo di opporsi a un destino ingiusto per una madre: quale dei due figli salvare. 

Il racconto di Ahmed, quello di Aziz e in ultimo quello di Sony. Tre voci per un'unica storia. 
Una storia che è contemporaneamente il racconto verosimile di un percorso di crescita, difficile, attraversato dalla guerra, da separazioni, rimorsi, e tentativi di riscatto. 
Ma è anche lo spunto per porre in essere una tragedia - attraversata da un dilemma, come accade in quella classica o in quella shakespeariana. 
E ancora: è una parabola dal tono universale per ragionare sul male che incarna la guerra, senza remissione, senza redenzione. 
Ed è anche una galleria di una umanità diversissima nelle sue sfumature. Al suo interno si riconoscono la debolezza di un padre e la forza di una madre, l'indissolubilità di un legame tra fratelli, la spregiudicatezza di chi decide del destino di altri, l'incertezza e l'ingenuità di chi non sa, di chi della guerra - per sorte - ne ha solo sentito parlare... 
Un libro che dimostra una grande originalità nella struttura e nel suo punto di osservazione che, solo sul finale, arriva a coincidere con gran parte dell'esperienza creativa di chi lo ha scritto: Tremblay non è solo un romanziere, ma anche un drammaturgo di calibro. 
La prima parte del romanzo, quella raccontata con la voce e lo sguardo di Ahmed, è decisamente quella che inchioda il lettore alla pagina e lo bombarda di quesiti interiori di rilevante importanza: lo mette di fronte alla guerra, alla sua insensatezza. Per come è congegnata, è proprio difficile ignorare i termini della questione. E diventa necessario prendere posizione: per questa volta è davvero impossibile potersi consolare con l'idea che sia solo 'finzione'. 
E altrettanto impegnativo è districarsi nelle ragioni dell'uno o dell'altro, nello scegliere tra il coraggio e la paura, tra il sacrificio e il senso di colpa. 
Non è difficile constatare che alla radice della guerra ci sia l'uomo, la sua sete di vendetta e odio, mentre parrebbe che spetti alla donna il coraggio di fare una scelta che abbia in sé, seppur dilaniante, un nocciolo di futuro. Ed è proprio questo slancio verso il domani che porta il lettore alla seconda parte, quella raccontata dalla voce di Aziz.
Sono passati dieci anni, lo scenario è del tutto diverso: negli Stati Uniti, sulle tavole di un palcoscenico durante le prove di uno spettacolo che sta per debuttare. Tutto il passato che ha arrovellato il lettore, adesso si intreccia con il presente, lo appesantisce, o per meglio dire, gli dà la giusta profondità e complessità di visione e lettura. 
Un dialogo serrato tra un professore che mette in scena un racconto di guerra, una guerra raccontata per sentito dire, e un ragazzo che sulla propria pelle la guerra e le sue conseguenze le ha incise in modo indelebile. 
L'impossibilità da parte sua di accettare le approssimazioni e le ingenuità del professore, porta il ragazzo lontano dalla scena, salvo poi tornarci, inaspettato, a chiudere il cerchio. 
A dimostrare a se stesso e a tutti che forse proprio attraverso la finzione, attraverso un palcoscenico di un teatro, ma verrebbe da dire anche attraverso le pagine di un gran bel libro come questo, si prende coscienza di quello che si è. 
Con l'auspicio che leggerlo possa contribuire alla crescita del 'fragile albero della convivenza', per usare le parole di Giuseppe Cederna che questa storia la chiude con un suo pensiero tanto accorato quanto pieno di speranza. 


Carla

venerdì 23 settembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ANCORA SCUOLE PER GIOVANI SPECIALI


E dunque sì, continua a estendersi il filone che ruota intorno alle più o meno occulte scuole per giovani dotati di particolari capacità. Il richiamo che vedo più vivo è con l’universo Marvel, gli X-men, anche loro dotati di una scuola speciale e di un mentore, in sedia a rotelle. La serie di fumetti, degli anni ‘80, si interseca con quella degli Avengers, che la precede di una ventina d’anni. Ma non credo che il fascino di questi supereroi colpisca i giovani lettori e lettrici di oggi attraverso le loro storie disegnate, quanto con la trasposizione cinematografica. Questo forse spiega la fortuna, più o meno duratura, di libri e film che ruotano attorno a questo nodo narrativo: ragazzi e ragazze particolari, che siano mutanti o semplicemente super dotati, soli nel mondo, adottati da un mentore che li accoglie e li forma per svolgere, in modi diversi, la loro missione, salvare il mondo. Su questa falsa riga sono usciti fumetti, romanzi, serie televisive, film, un fortunato filone con molte sfaccettature e grande successo di pubblico.
Dunque è un tema che affascina particolarmente i più giovani: l’avventura, l’unicità dell’eroe, o del gruppo di eroi, il mondo che assiste stupito alle gesta di queste persone ‘speciali’. Il male è un male assoluto, il bene ha le sue fragilità, ma alla fine vince sempre, o quasi sempre.
Su questa lunghezza d’onda è anche la trilogia dello scrittore americano Trenton Lee Stewart, pubblicata fra il 2021 e il 2022 da Mondadori; la serie si intitola ‘La misteriosa Accademia per Giovani Geni’ e racconta le avventure di quattro ragazzini, due maschi e due femmine, selezionati dal misterioso signor Benedict, affetto da narcolessia. Nel primo romanzo, quello in questione, che introduce i personaggi principali e lo scheletro della serie, i quattro eroi si devono introdurre come spie nella inquietante scuola di Ledroptha Curtain: il Venerabile Istituto per i Veri Illuminati.
Qui si costruiscono trame occulte per condizionare il comportamento delle persone attraverso i messaggi veicolati da bambini e bambine. Innumerevoli colpi di scena e disvelamenti portano al prevedibile finale, che annuncia le successive avventure.
Siamo di fronte, quindi, a una classica produzione seriale, frutto di quell’onesto artigianato che riempie gli scaffali delle librerie. Narrazione scorrevole e trama avvincente rendono questi libri apprezzabili anche da lettori non troppo esperti. Nel nostro caso, c’è anche qualcosa in più: i personaggi appaiono credibili, nella loro particolarità e con la loro goffaggine, o impulsività suscitano nel lettore simpatia: Reynie Muldoon, Sticky Washington, Kate Wetheral e Constance Contraire sono ‘anomali’, ma anche credibili come ragazzini soli, troppo strani per essere capiti, anche se la loro diversità risiede solo nelle particolari capacità.
La lettura è adatta a quei giovani lettori e lettrici che apprezzino in particolare l’avventura, con un robusto risvolto fantastico e un pizzico di essenziale ironia. Età di lettura consigliata, dagli undici in poi.

Eleonora

“La misteriosa Accademia per Giovani Geni”, T. Lee Stewart, Mondadori 2021



lunedì 23 marzo 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


RAGAZZI CORAGGIOSI

Il giorno degli eroi, Guido Sgardoli
Rizzoli 2014


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"Moretti è Silvio, soldato semplice, 84° reggimento fanteria, brigata Venezia. Scava la terra secca per fare una trincea. 'Lo sai cos'è la trincea, Moretti?' gli hanno chiesto appena arrivato al fronte. 'La trincea è la tua tomba. Prima te la scavi e poi finisce che ci muori dentro. La tua umida tomba.' Lo dicono per mettere paura ai nuovi arrivati, ma non sono tanto lontani dalla verità."

I 'nuovi arrivati' sono i ragazzi del '99 quelli che hanno dovuto aspettare e che sono finiti in trincea solo al compimento del loro diciottesimo compleanno: nel 1917, quando oramai la Grande Guerra si combatteva già da due anni.
Questa è la storia di uno di loro, Silvio Moretti.
La partenza, quel mattino del luglio del 1917, segna una cesura tra quello che era il prima e quello che è stato il dopo. Inevitabilmente.
Il suo prima è una famiglia contadina del Piave. Tanti fratelli, un padre, Nane, di poche parole, un mulo sui campi, e una madre, Ada, friulana devota a Dio e alla famiglia. Su sette, tre i fratelli rimasti: Carlo, Aldo e la piccola Lina. Gli altri, angioleti, dice Ada.
Da sempre convinta che sia l'aratro e non la politica che porta il pane, la famiglia Moretti conduce una vita povera, fatta di solo lavoro dalla mattina alla sera quando, finalmente riunita intorno al tavolo, può fare musica con l'armonica di Carlo mentre la vocina di Lina canta vecchie romanze. Scemenze, le definisce il padre, mentre la madre sorride e si riempie gli occhi dei suoi quattro figli rimasti.
La guerra incombe ed è lì a due passi. Nel 1915 è Carlo il primo ad arruolarsi, lo seguirà Aldo, nonostante il suo piede torto e, a distanza di un anno, è il turno di Silvio.
E qui comincia il dopo. La sua vita in trincea, con i compagni con cui condivide la fame, il freddo, i pidocchi e la paura. Silvio comincia a vedere una guerra ben diversa da quella che gli avevano raccontato, da quella che aveva letto sui giornali. Una guerra fatta di lunghe attese, di battaglie perdute per la conquista di poche centinaia di metri. Un nemico a due passi, molto meglio armato, ma altrettanto fiaccato dalla fatica e dalla disillusione di questa guerra che ogni giorno che passa appare a chi la combatte in prima linea sempre più inutile.
I sogni di gloria, lo slancio patriottico che aveva mosso tutti al principio, si sbriciola. E, per chi è al fronte, non resta altro che aspettare che finisca e sperare di riportare a casa la pelle. E per chi è restato a casa, non resta altro che aspettare e sperare che chi è partito torni.

Il contributo di Sgardoli alla causa di celebrare un anniversario importante, il centenario della Grande Guerra, appare lontano dalla retorica e attento a dare di questo conflitto un'immagine autentica e complessa. In una soluzione narrativa insolita, il libro è costruito secondo un punto di vista unico, di Silvio Moretti appunto, ma visto contemporaneamente negli anni prima della sua partenza, e in quello trascorso lungo la linea del Piave. I due flussi narrativi, divisi e alternati, finiscono per intrecciarsi l'uno nell'altro dando così a chi legge la percezione della complessità di un processo storico, raccontato nei suoi presupposti e nelle sue conseguenze. Bella idea.
Il secondo grande merito di questo libro sta nell'aver creato un contesto, anzi due, particolarmente autentici. Il lavoro nei campi accanto ai fratelli, la città dove scappa con Aldo a far borsa nera, l'osteria del Neri dove per molti avviene l'iniziazione all'età adulta, la cucina fumosa della cascina, il davanzale con le castagne di Natale sono 'visibili' e se ne percepisce addirittura l'odore. Lo stesso può dirsi per quella fossa di terra secca, scavata a fatica e in cui cercano riparo quei tanti ragazzi arrivati da ogni parte di Italia con il sogno di difendere la patria. La carrellata sull'umanità che circonda Silvio è altrettanto tangibile. Dal Nane senza una mano, al Sapienza che gira in bicicletta portando notizie, al Rame che porta sul petto il cartellino Fermati indirizzato al proiettile, alla Lina che si innamora di un soldato fuggiasco. Tutti loro sono, ad evidenza, il risultato di una appassionata ricerca fatta di testimonianze, di storie più che di Storia. E questo la allontana da ogni appiattimento e da ogni trappola didascalica e retorica. Il terzo elemento di valore sta nell'aver raccontato l'eroismo dei piccoli, di quelli che non hanno contato nulla, nell'aver mostrato la forza invincibile dell'illusione di coloro i quali hanno creduto che, sventolando il fazzoletto bianco di una madre, tutto potesse finire.

Carla

giovedì 22 gennaio 2015

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


STORIA, DI GLORIA E DI RIBELLIONE


Un po' sottovalutata, forse anche per qualche limite nella presentazione, la collana Celacanto dell'editore Laterza continua a proporci testi interessanti dalla formula originale, che coniuga narrativa e divulgazione, ovvero racconti dal solidissimo sfondo storico, redatti con accuratezza e precisione.
Spartaco, scritto dalla brava Carola Susani sui testi dello storico Barry Strauss, racconta le gesta dello schiavo ribelle, simbolo di ogni successiva rivolta di plebi oppresse.


Spartaco è uno schiavo originario della Tracia, prima soldato nelle truppe ausiliarie, poi condannato a fare il gladiatore. Era in Campania, quando il vaticinio di una donna tracia, dedita al culto di Dioniso, gli predice un futuro glorioso. Fugge con i suoi compagni e così inizia una storia lunga ben due anni, in cui organizza scorribande nelle campagne italiche, mettendo in scacco il glorioso esercito romano. Roma, all'inizio, non dà credito a quel manipolo di straccioni, è questo l'incauto pensiero che guida le scelte del senato romano, convinto di poterlo sconfiggere in qualsiasi momento.


Non è così: Spartaco, con il suo esercito di schiavi traci, germani, celti, va verso sud, aumenta i suoi seguaci, fino ad avere migliaia di combattenti: combatte, vince, saccheggia, respinge gli attacchi delle legioni romane, ad ogni passaggio altri schiavi ingrossano le sue fila. Torna indietro, immaginando di scavalcare le Alpi e trovare rifugio in Gallia. Inspiegabilmente, quasi giunto alla meta e dopo essersi diviso da alcuni suoi seguaci, ritorna verso sud, fino a Reggio Calabria, ma viene fermato dal mare infido di Scilla e Cariddi. Nella valle del Sele affronta l'ultima definitiva battaglia, quella che lo vedrà sconfitto dall'ambizioso Crasso, l'unico capace di fermare quest'armata d'invincibili.


E' una storia epica, raccontata, nella finzione letteraria, da uno schiavo che presumibilmente ha partecipato a quell'incredibile impresa, repressa poi ferocemente nel sangue.
Il racconto rende bene l'idea della vita degli schiavi nella Roma repubblicana, siamo circa nel '70 a.c., quella dei gladiatori, solo apparentemente ammantati di gloria; rende ancor meglio la figura dell'eroe, figura tragica che porta in sé il segno della gloriosa sconfitta, che si trasforma in emblema, in simbolo eterno dell'anelito alla libertà, forte abbastanza da essere vivo ancora nel Novecento.
Potenti le immagini di Paolo d'Altan, che riprende l'iconografia classica che vuole i traci dotati di chiome ramate e di occhi blu: ci racconta le battaglie, la fierezza di genti mai completamente domate, il potere arrogante dei romani, la solitudine dell'eroe.


Eleonora

“Spartaco”, B. Strauss, C. Susani, P. D'Altan, Laterza 2014



giovedì 3 aprile 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


RICORDANDO GIORGIO PERLASCA



Nutro sempre una certa diffidenza nei confronti delle storie esplicitamente 'a tema', che raccontano vicende storiche e che vogliono essere in qualche modo esemplari. Rischio che si corre soprattutto nella letteratura per ragazzi, anche perchè in questo caso c'è un evidente scopo educativo.
Il romanzo 'storico' è spesso a rischio di inautenticità o di retorica; qui, però, in L'eroe Invisibile, di Luca Cognolato e Silvia Del Francia, il rischio è stato ben evitato, svolgendo la narrazione sul filo sottile della ricostruzione obbiettiva, ma anche della grande emozione che la vicenda di Giorgio Perlasca può ancora suscitare.
La storia è nota: Perlasca era un commerciante di carni che, durante la guerra, si è ritrovato a Budapest; essendo stato volontario nella guerra di Spagna, godeva di particolare protezione dall'ambasciata spagnola. Nel '44, quando le ultime frontiere dell'umanità sembrano destinate a sbriciolarsi di fronte agli orrori della guerra e della Soluzione Finale, Perlasca utilizza la protezione spagnola per salvare gli ebrei che riesce a far entrare nelle case protette dell'ambasciata iberica. Invece di cercare di mettersi in salvo, l'eroe invisibile mette a disposizione quello che ha, coraggio, sfrontatezza, capacità di mercanteggiare anche con i peggiori personaggi dell'esercito tedesco occupante. Partito l'ambasciatore spagnolo, costruirà un immenso bluff, fingendosi l'ultimo diplomatico rimasto in Ungheria. Sul filo del rasoio, sempre sul punto di essere scoperto, non smetterà, fino all'arrivo dell'esercito russo, di proteggere i poveri disperati che avevano trovato rifugio in quelle case. Perlasca fu rintracciato alla fine degli anni ottanta da alcune superstiti, che resero nota questa vicenda, tanto che nel Giardino dei Giusti c'è un albero che porta il suo nome.
E' possibile raccontare l'orrore, rispettando la sensibilità dei ragazzi? E' possibile farlo senza nascondere la sostanza di quell'orrore, la soluzione finale, le deportazioni, i rastrellamenti, le esecuzioni sommarie e tutto il contorno di crudeltà e di disperazione? Mi sembra che Cognolato e Del Francia ci siano riusciti, scegliendo uno stile asciutto, non retorico, descrivendo il minimo indispensabile che renda però conto del Male assoluto che nella Seconda Guerra Mondiale ha avuto modo di prendere forma evidente.
Ovviamente è una lettura che richiede una certa maturità e anche qualche nozione storica, quindi lo consiglierei a partire dai dodici anni, con la speranza che sia una lettura accompagnata dal confronto con quegli adulti che devono, su questi temi, essere un sicuro riferimento.
Mi sembra in particolare sia importante ricordare la figura di un uomo, Perlasca, che non aveva nessuna intenzione di essere un eroe, ma che è stato capace di trovare il coraggio, la determinazione, la creatività per affrontare il Male. Ai ragazzi vorrei dire, si può dire di no e ci sono momenti in cui è necessario farlo per salvare la propria umanità e con essa la vita e la dignità di altre persone. Perlasca ne ha salvate migliaia.

Eleonora


“L'eroe invisibile”, L. Cognolato e S. Del Francia, Einaudi Ragazzi 2014