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mercoledì 11 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL MOSTRO E LA STELLA
 

Sirio è una ragazzina di 12 anni, ha un nome da maschio il cui significato ha ignorato fino ad ora. Il mistero di questo nome è tutt’uno con quello di un padre mai incontrato, del quale sente rabbiosamente la mancanza, un padre che viene continuamente evocato, ogni volta immaginato con un’identità diversa. Sì, perché Sirio ha una grande inventiva, diciamo pure che ha una particolare abilità nel confezionare bugie, il più delle volte utilizzate per raggiungere scopi precisi. Ha un carattere deciso, tanto che nella banda costituita da una manciata di ragazzetti, lei è indiscutibilmente il capo! Le bande si compongono e si fronteggiano tra di loro, e le ragioni per cui una banda si costituisce è perché ti permette di fare esattamente le cose che faresti, ma in compagnia, ha una forza maggiore e le contese diventano spesso lo scopo di lunghe e vuote giornate in un piccolo paese quale è Fiesole. 
Ma questo è vero fino a quando, il 3 settembre del 1943, non viene firmato l’armistizio. Fino a quel momento la guerra è stata un racconto o una serie di notizie che hanno scalfito solo in minima parte la spensieratezza di questi ragazzi, ma lo scenario cambia completamente e anche Fiesole smette di essere un luogo sicuro e tranquillo, per essere raggiunto dai fatti e dalle persone direttamente collegate al conflitto. Si apre così una cesura importante, tra un tempo che aveva tutte le caratteristiche e la leggerezza dell’infanzia, e un altro in cui anche ai più piccoli viene di fatto imposto di crescere, di guardare il presente e soprattutto di cominciare a farsi delle domande. 
Un incontro decisivo sembra mostrare ai ragazzi l’impossibilità di essere ancora bambini e soprattutto di credere che ci siano dei valori eterni e non negoziabili. La storia, con le sue contraddizioni laceranti, si presenta con le vesti di un soldato gravemente ferito, che Sirio e Giovacchino (suo piccolo e fedele compare) trovano in un castello situato nel folto di un bosco. 
Sono convinti che si tratti di un soldato inglese e, come tale, amico. Sirio scopre in un secondo momento che si tratta invece di un tedesco e questo la pone di fronte a un grande dilemma: continuare a prendersi cura di lui o abbandonarlo ad un destino di morte certa? È lecito anche solo porsi una domanda del genere o la vita umana va custodita e preservata in ogni caso? Sirio è naturalmente e spontaneamente convinta di quest’ultimo assunto, soprattutto non comprende (ancora) perché la guerra, che sta travolgendo ogni aspetto della vita, debba insinuare dubbi di questa natura e impedirle di prendere una decisione che lei reputa inevitabile. 
Il soldato ferito viene chiamato Il mostro, perché nel momento in cui viene ritrovato le sue condizioni sono molto critiche, vittima di un pesante pestaggio, l’uomo viene scambiato da Giovacchino per una creatura mostruosa e tale rimarrà nei racconti e nei riferimenti, anche quando sarà guarito e avrà ritrovato un aspetto umano. 
La scelta di non attribuirgli un nome diverso da quello di mostro conferisce un tono spaventoso alla relazione che Sirio costruisce pian piano con lui e l’esposizione dei fatti non manca mai di generare nel lettore uno stato di inquietudine mai sedata, come se fossimo sempre in attesa che la natura non umana di questa creatura venga prima o poi a galla. Oltretutto l’uomo non pronuncia alcuna parola, né in italiano, né nella sua lingua d’origine, e non sembra compiere alcuno sforzo per comunicare, tanto che sorge il sospetto che oltre che la parola, abbia perso la memoria. 
Il nodo del romanzo è tutto in questa questione che Nicoletta Verna non risolve nel modo più scontato, apparecchiando la tavola con valori chiari e facilitando così lo schieramento del lettore. Neanche la scelta della vita è la più scontata in tempo di guerra, semplicemente perché le tracce di umanità si fanno sempre più rare e il modo in cui occorre guardare al presente è tutto cambiato. La presa di coscienza del mondo, ma soprattutto del contributo determinante che si può fornire perché cambi in una direzione piuttosto che in un’altra, segna la svolta più importante nella vita di Sirio e di tutti i suoi giovani amici. Non più gruppo unico di vite che attendono la fine della giornata come un dono certo e dovuto, ma soggetti distinti e in grado di assumersi la responsabilità di una scelta, anche quando questa provoca delle conseguenze dolorose. 
L’impegno che Sirio, sola, decide di riservare alla guarigione dell’uomo le permette di rivendicare una sua autonomia e differenza rispetto a Dante, ragazzo più grande di lei, appartenente a una famiglia esposta politicamente e che ha nutrito l’educazione del ragazzo di una serie di valori che hanno poi determinato la sua naturale scelta di campo. Sirio è molto attratta da lui, ma la loro relazione è burrascosa, perché la costruzione di un’identità per la ragazza è il frutto di un percorso molto più difficile; lei parte da un contesto aspro e rude. L’approdo a un pensiero, a una convinzione, per lei sarà scelta totale e priva di compromessi: si dedicherà interamente e da sola alla salvezza del soldato, così come sarà completamente presa dalla realizzazione di una vendetta che, sola, può riscattare il suo errore. In uno scenario fosco e drammatico come quello di una guerra la luce non scompare del tutto, ma viene cercata con grande desiderio e trovata in piccoli ma preziosi momenti. La luce è quella delle stelle (Sirio scopre le stelle grazie al casuale incontro con una giovanissima Margherita Hack) che mute e imperturbabili in cielo assistono allo scempio umano e nutrono i sogni di pace. La luce è anche quella degli affetti sinceri, degli abbracci rassicuranti di una madre e di quelli forti come un terremoto di un nuovo amore. 
Nicoletta Vera ha costruito con questo romanzo una storia avvincente e un personaggio che difficilmente sarà dimenticato. 

Teodosia 

L’inverno delle stelle di Nicoletta Verna, Rizzoli 2025 


venerdì 16 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"UNA FORMA NUOVA"

127 giorni, Andrea Rivola 
(adattamento e collaborazione ai testi di Federico Appel) 
Parapiglia 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni) 
 
"GIORNO 1 
Riolo dei Bagni sorge lungo il fiume Senio, sulle prime colline della Romagna, a metà strada fra l'Appennino e la via Emilia. 
Un paese tranquillo, orgoglioso delle proprie acque termali, abitato da gente sincera e laboriosa. Anche ora, nell'autunno del 1944, la guerra ha intaccato solo parzialmente la tranquillità di Riolo. Se si esclude l'assenza di uomini in età di leva, impegnati al fronte o chissà dove, qualche famiglia ebrea nascosta da qualche parte, qualche sfortunato incappato nei rastrellamenti nazifascisti. Ma le cose stanno per cambiare." 

Se da una parte la popolazione di Riolo dorme tutto sommato sonni tranquilli perché gli alleati stanno arrivando, dall'altra i tedeschi decidono di bloccare l'avanzata degli inglesi in arrivo da sud e lo fanno concentrandosi su un ponte che attraversa il Senio e vogliono anche sfruttare le montagne intorno a Riolo come postazioni difensive. 
Quindi Riolo, che fino a quel giorno era stata ai margini della battaglia ne diventa il centro. La prima conseguenza ricade sulle donne, sui bambini e sui vecchi che cercano rifugio in un paese che non è preparato e non è attrezzato. Veramente anche le persone non sono preparate: per loro in qualche modo la vita di tutti i giorni, quella fatta finora, deve continuare. Il signor Galli continua imperterrito nella sua passeggiata quotidiana, e pazienza per le bombe. Le esplosioni distanti sono i fuochi d'artificio per Battista. Ognuno di loro sembra diviso a metà tra la consapevolezza della guerra e la necessità di continuare la vita di sempre. Nessuno di loro dimentica del tutto, nessuno di loro annichilisce la propria indole: e quindi le ragazze insidiate dagli ufficiali fascisti non si fanno scrupolo del pericolo e li prendono a male parole, costi quel che costi, e il vecchio Maciulì riesce nell'intento di consegnare un gruppo di soldati tedeschi senza che nessuno si faccia male... 
Questa è la storia di un pugno di persone coraggiose, di un piccolo paese di collina romagnolo che per 127 giorni è diventato il bersaglio degli ultimi colpi di quella guerra insensata. 


E ha saputo resistere, nonostante tutto, fedele al proprio ideale di libertà.  

Il perché Andrea Rivola abbia risposto con entusiasmo alla richiesta del Comune di Riolo di celebrare gli ottant'anni della Liberazione con un libro illustrato è facile da capire: lui vive lì. 
La storia di Riolo è la sua storia. 
Nelle poche righe che questo spiegano prima che il libro cominci si legge: provare a raccontare, in una forma nuova, eventi tanto importanti. 
A prescindere dall'importanza dei fatti, dalla bellezza delle persone che questa storia l'hanno vissuta, di fatto l'hanno creata, la cosa che colpisce è davvero quella "forma nuova". 
Intendo dire il modo in cui Rivola, con il supporto ai testi di Federico Appel, ha deciso di raccontarla. 


Il materiale da cui gli autori hanno attinto è un altro libro, scritto da Leonida Costa - Le 127 giornate di Riolo - che risale al 1962. Già in quella fase la storia viene ricostruita attraverso le testimonianze orali. Ma Rivola e Appel hanno fatto un passo ulteriore, integrando il racconto attraverso anche i diari fondamentali di due testimoni riolesi, Vincenzo Cavara, all'epoca sedicenne, e Clara Zanotti, diventata staffetta partigiana. 
Questa diversità di voci trova un suo corrispettivo nella concezione del libro. 
Non lo si può chiamare un fumetto, e non è neanche un diario illustrato. Non è neppure un albo o una storia con le figure, come siamo abituati a vedere. 


C'è un calendario che segna i giorni, ci sono i panel, le vignette, che arrivano dal fumetto, e del fumetto ci sono anche i balloon, ma ci sono anche consistenti blocchetti di testo. Ci sono tavole a doppia pagina, ma ci sono anche sequenze di tavole più piccole che hanno il compito di dare velocità maggiorata rispetto a un respiro più lento e cadenzato. 


Insomma, è una polifonia di voci, di ritmi e anche di spessore dei fatti, che - mi pare evidente - corrisponde alla pluralità delle fonti e delle voci narranti. Su tutto si espande il disegno di Rivola che, fedele alla consegna, tiene tutto assieme e mantiene un suo tono ben preciso, pur diversificandosi in molti e diversi rivoli (!) con l'esito rassicurante di essere sempre un piacere vederlo. 

Carla

martedì 2 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL TESORO DELLA MAGHIARGIA


Il romanzo di Alessandro Q. Ferrari, ‘Quando raggiungeremo il sole’, pubblicato da De Agostini, ha notevoli spunti di originalità, ma anche una certa prevedibilità.
L’autore, che aveva già firmato ‘Le ragazze non hanno paura’, pubblicato con lo stesso editore e che ha avuto un discreto successo, ci propone, ora, un romanzo d’avventura con un’ambientazione molto particolare.
Siamo in Sardegna, ad Argias, nome di fantasia che forse si riferisce ad Argiolas, ma nello stesso tempo a un ragno velenoso, chiamato argia, con una mitologia simile alla tarantola e ai suoi riti.
In ogni caso, un paesino, in cui vivono quattro ragazzini: Radi, il più grande, Geli, Basma e Ulisse, il più piccolo, di undici anni.
Come tutti i piccoli paesi, anche Argias ha i suoi misteri, ospita, in particolare, una strega, la Maghiàrgia, che ispira timore in tutti i ragazzini. Radi, che è un involontario promettente giocatore di calcio, coglie l’occasione del ricovero della Maghiàrgia, per introdursi nella sua casa alla ricerca di un tesoro; invece di questo, trova un album con delle foto e degli appunti relativi ad un treno.
Per fortuna nel gruppo c’è Geli, una ragazzina che parla in modo forbito e conosce molto bene la storia del nazismo e della seconda guerra mondiale; grazie a lei, i ragazzi capiscono che in quell’album ci sono le indicazioni relative ad un treno carico di oro, di pietre preziose ed altro, nascosto in una grotta in Polonia. Infatti, la strega altri non era che Antioca Porrà, compagna del capo della famigerata banda di Pietro Koch, complice solerte dei carnefici di Hitler in Italia.
I quattro ragazzi vedono la possibilità di dare una prospettiva diversa alla propria vita e, nello stesso tempo maturano il desiderio più grande che un ragazzino possa coltivare: partire per una grande avventura.
Con grande determinazione, anche con l’aiuto della stessa Maghiàrgia, racimolano tutti i soldi che possono e si mettono in viaggio: prima la corriera, poi il traghetto fino a Civitavecchia, poi il treno che li deve portare a Vienna e poi in Polonia. Naturalmente quasi niente va come avevano previsto, vengono derubati e più volte devono ricorrere ad espedienti per poter continuare il viaggio. Nelle campagne di Tarquinia vengono aiutati da una ragazzina che vive in un ghetto di immigrati, schiavizzati da un caporale che i nostri quattro eroi riescono a derubare.
Il resto del viaggio sarà soprattutto una fuga da questo criminale, ma anche dai genitori che nel frattempo si sono organizzati e hanno compreso le intenzioni dei ragazzi.
Non posso svelare la serie di colpi di scena che contraddistingue il finale, ma posso dire che ricalcano i topoi più classici del romanzo d’avventura.
Il romanzo non è solo questo, racconta con realismo la vita di questi ragazzi, le difficoltà dei figli d’immigrati, che sono dentro e fuori dalla nostra società. Ci sono ritratti di situazioni familiari ‘tipiche’, in cui si rappresenta la sostanziale solitudine dei più giovani.
Più di questo sono validi i ritratti dei quattro ragazzi: Basma, la brava ragazza musulmana, Ulisse il ragazzino dal cuore tenero che vuole liberare in mare l’aragosta rubata ad un ristorante; Radi , il campione recalcitrante, e infine Geli, forse la meno credibile dei quattro.
Mi è sembrata anche molto interessante l’idea di partenza di tutta la storia, che mette insieme la Sardegna delle tradizioni antiche alle vicende tragiche dell’occupazione nazista in Italia, con la partecipazione dei repubblichini.
La lettura è coinvolgente, scorre con grande facilità ed è consigliata a ragazze e ragazzi a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Quando raggiungeremo il sole”, A. Q. Ferrari, de Agostini 2023





 

mercoledì 18 gennaio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MEMORIA


Pubblicato per la prima volta in Italia nel 2001, poi ristampato, insieme agli altri tre romanzi collegati, nel 2014 nel volume dal titolo ‘L’isola lontana. Quadrilogia della memoria’, esce ora nella nuova collana Universale economica Feltrinelli ragazzi col titolo ‘Un’isola nel mare’, pubblicato dall’autrice svedese Annika Thor nel 1996.
Ispirato alle vicende della madre dell’autrice, il romanzo è ambientato su un’isola svedese di fronte a Göteborg che nel 1939 ospitò diversi bambini ebrei per sottrarli ai rastrellamenti che avvenivano nell’Europa occupata dai nazisti. La protagonista è l’undicenne Steffi, che, con la sorellina Nelli, si trova catapultata in un mondo completamente diverso dal suo: figlie di ebrei benestanti di Vienna, dove il padre esercitava la professione medica e la madre era cantante d’opera, si trovano nelle case modeste di famiglie di pescatori, dove tutto è dignitosamente povero, dal cibo ai vestiti.
Le due bambine sono convinte che si tratti di passare un’estate lontane dai genitori, ma mese dopo mese diventerà sempre più evidente che per i genitori sarà difficile se non impossibile espatriare.
Nelli, la più piccola, non ha difficoltà ad ambientarsi, inserita in una famiglia numerosa guidata da ‘zia’ Alma. Steffi va a vivere da zia Marta, una donna matura, poco loquace e fervente cristiana.
L’autrice mostra tutta la sua abilità nel mostrarci la vicenda attraverso gli occhi di una bambina, che poco comprende delle tragiche vicende che stanno sconvolgendo l’Europa: sa che i nazisti rappresentano il Male in Terra, ma crede che non sia troppo difficile sfuggirgli per espatriare tutti insieme in America.
Passano le settimane e i mesi e Steffi si sente sempre più abbandonata, non riesce a legare con le sue coetanee, che, per altro, la scherniscono. Anche la famiglia che generosamente la ospita non sembra in grado di colmare il vuoto affettivo che affligge la bambina, anche se il marito di Marta, il pescatore Evert, cerca di rassicurarla e proteggerla. La guerra si fa sempre più vicina, la Germania invade la Norvegia, la speranza di rivedere i propri genitori diventa sempre più flebile; nonostante questo s’intravede un briciolo di futuro da cui poter ripartire.
L’autrice, che attinge alle memorie familiari, riesce a dar conto del punto di vista ingenuo di una ragazzina e con grande abilità guida l’evoluzione dei personaggi, il loro arco narrativo, rendendoli via via più credibili: con gli occhi di Steffi, il lettore scopre i drammi, i legami, le piccole miserie di un mondo semplice, ma capace di grande generosità. Nello stesso tempo, lo straniamento della protagonista prende corpo in una lingua, in una religione diverse da quelle di partenza, così come sembrano all’inizio inaccettabili le durezze di una vita povera.
Lontano da qualsiasi retorica, lontano dalle tragedie più estreme provocate dall’affermazione del nazismo in Europa, il romanzo rende conto delle storie drammatiche di chi, seppur sfuggito ai campi di sterminio, ha visto stravolta la propria vita e il proprio futuro, ha sperimentato sulla propria pelle l’antisemitismo strisciante presente ben oltre i confini tedeschi.
La tetralogia de ‘L’isola lontana’ ha vinto lo ‘Jugendliteraturpreis’ in Germania.
Vale la pena riprendere in mano questo romanzo, e i suoi seguiti, per la delicatezza e l’intelligenza con cui sono trattati le grandi tragedie della Seconda Guerra Mondiale, gli eroismi e le crudeltà, la difficoltà di crescere in un contesto dominato dall’incertezza e dalla paura.
Lettura adatta a lettrici e lettori che abbiano almeno undici anni.

Eleonora

“Un’isola nel mare”, A. Thor, Feltrinelli 2023



mercoledì 9 novembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

BOMBER

‘Bomber. Quando il cielo cade a pezzi’ è il romanzo di Paul Dowswell, pubblicato in questi giorni dall’Editrice Equilibri. Racconta le vicende di un gruppo di aviatori americani, mandati, con le loro ‘fortezze volanti’, in supporto dell’aviazione inglese.
Harry Friedman è un giovane ebreo americano, ha diciassette anni, e si è arruolato, nascondendo l’età, come aviatore. Dopo l’addestramento in patria, viene trasferito in Gran Bretagna, a Kirkstead, dove ha sede il suo squadrone di bombardieri, in aiuto all’aviazione inglese. Siamo nell’agosto del 1943, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale e i cieli dell’Europa sono solcati dagli aerei da guerra, i bombardieri micidiali che annientano, oltre le postazioni militari e le infrastruttura strategiche, anche le città.
Di tutto questo Harry sa poco o niente: della guerra vede il lato avventuroso, eroico; il bombardiere, su cui si imbarcherà, si chiama Macey May e lui dovrà posizionarsi nella torretta sottostante il corpo dell’aeroplano, come mitragliere ventrale.
Già il primo volo di prova mette alla prova l’equipaggio, coinvolto in un fortunoso ammaraggio; ma le prime missioni vere e proprie aprono gli occhi del giovane aviatore su quello che significa realmente la guerra: l’attacco dei caccia tedeschi, la contraerea, l’esplosione in volo di altri velivoli, tutto concorre a scatenare la paura, quella immediata, di non riuscire a sopravvivere, e quella più strisciante, che rende evidente la precarietà della vita dei combattenti.
Spesso la sopravvivenza è dovuta al caso: l’aviatore tedesco che decide di non colpire il Macey May, che ha già un motore in fiamme, consente ai sopravvissuti dell’equipaggio americano di tentare la sorte lanciandosi con il paracadute in territorio francese.
Harry ce la fa e si ricongiunge, per puro caso, a un commilitone, Stearkley; entrambi sono raccolti da un contadino francese che li mette in contatto con la Resistenza. L’obiettivo è riuscire a rientrare in Gran Bretagna, ma non dirigendosi verso la Manica, quanto a sud, passando il confine con la Spagna, sui Pirenei, per poi raggiungere il Consolato inglese a Bilbao. In questo pericoloso percorso, Harry si rende conto di un altro aspetto della guerra, quello dei civili dei paesi occupati dai nazisti, quello della Resistenza, quello delle città bombardate.
Senza svelare altro della trama, vorrei sottolineare come ancora una volta Dowswell mostra la sua innegabile abilità di narratore di storie di guerra: in primo luogo, la ricostruzione storica, ma anche tecnica, è accuratissima e dettagliata, tanto da far rivivere aspetti poco conosciuti della vita dei militari e dei civili coinvolti nel conflitto; in secondo luogo, l’autore inglese imposta la sua narrazione con un punto di vista ‘dal basso’, cioè di chi esegue gli ordini, o fa la propria parte nell’organizzazione clandestina, non riuscendo a coglierne, spesso, gli obiettivi strategici. Si tratta di una realtà fatta di coraggio, di tradimenti, di crudeltà e di grande generosità espressi da persone qualunque. Quello dei personaggi è il terzo punto di forza: in questo romanzo seguiamo le vicende di Harry, che da ragazzino idealista si trasforma in pochi mesi in un reduce che ha visto la morte in faccia più di una volta. C’è poi la giovane partigiana francese, Natalie, la sua necessaria durezza e le contraddizioni che la realtà della guerra inducono nelle persone migliori. Infine, la figura del traditore, dell’americano spia dei nazisti, testimone della presenza non esigua di formazioni filo naziste in America.
‘Bomber’ è un romanzo complesso, che affianca alla dimensione avventurosa, che contraddistingue le scelte stilistiche di Dowswell, un intreccio che connette diversi aspetti di un brevissimo lasso di tempo, dall’agosto al dicembre del ‘43: le battaglie nei cieli, la vita nelle città sotto attacco, la guerra combattuta dai civili, dagli eserciti regolari e irregolari. La narrazione scorre veloce, con un linguaggio che ben rende l’idea dell’asprezza delle vite raccontate nel romanzo, con una grande attenzione ai dettagli, ai paesaggi, agli odori, ai cibi offerti, al freddo e alla fame.
Piacerà sicuramente ai lettori e alle lettrici che amano i romanzi storici e le storie di guerra; suggerisco caldamente la lettura a partire dai tredici anni.

Eleonora

“Bomber. Quando il cielo cade a pezzi”, P. Dowswell, trad. A. Martelli e E. Beccalli, Editrice Equilibri 2022





 

lunedì 24 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CIELO SOPRA CRACOVIA

L'aquilone di Noah, Rafael Salmerón (trad. Daria Podestà, Sante Bandirali) 
Uovonero 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Nacque piccolo, magro, come un coniglio scuoiato; ma con gli occhi grandi e neri, talmente aperti che in loro si potevano vedere la vita e la morte. Non pianse. Non pianse mai, neppure quando sua madre , cercando di svegliarlo da quell'angosciante silenzio, lo faceva aspettare ore e ore prima di attaccarlo al suo grande e straripante seno. E quando, passato il tempo, arrivò il momento di farfugliare, di strillare, di ripetere le sillabe in continuazione, il piccolo Noah continuò a mantenere il più profondo dei silenzi." 

Per sua madre, fin dalla nascita, è sempre stato un peso, qualcuno di cui vergognarsi, mai un pensiero affettuoso nei suoi confronti. E così è anche per la sua sorella maggiore, Hannah, che come sua madre Dora, di lui non vuol nemmeno sentir parlare. 
Il suo piccolo e misero padre, Leopold l'orologiaio ebreo, non ha le forze per potersene occupare, pieno solo della sua frustrazione, maturata nel corso di una intera vita accanto a una moglie che non lo ha mai amato, ma sempre disprezzato. Per questo omino contano solo i meccanismi minuscoli degli orologi che ripara. 
L'unico che si prende cura di lui è il fratello maggiore, Joel; con lui condivide la maggior parte del tempo, con lui si sente al sicuro e protetto, perché Joel è l'unico che i suoi silenzi li accetta, i suoi sguardi li intende. 
Nella loro misera casa di Cracovia, la famiglia ebrea dei Baumann conduce un'esistenza sempre uguale: madre e figlia si vergognano della loro povertà, che imputano alla ignavia dell'orologiaio, che da parte sua, evita i contatti con il mondo esterno, rifugiandosi nei sui ingranaggi; Joel accudisce il suo fratellino fragile che ha un'unica grande passione: far volare il suo aquilone. 
Appena un refolo di vento glielo permette, Noah parte per la collina al di là della Vistola, un po' troppo lontano dal suo quartiere di Kazimierz, e con le sue manine ossute e sapienti dimostra al mondo intero di quanto sia bravo e capace a governare il volo di quell'incrocio di stecche di legno su cui è fissato un rombo di stoffa. 
Essere ebrei a Cracovia, come in moltissimi altri luoghi, non è mai stato facile, ma alla fine dell'estate del 1939, lo diventa ancora di più. 
Il primo di settembre, la Germania di Hitler, lo si apprende dalla radio, ha appena invaso il paese e, sebbene i polacchi pensino che cacciare i tedeschi sarà solo questione di giorni per il governo, la situazione sembra andare in tutt'altra direzione. 
A meno di una settimana anche per le strade di Cracovia l'esercito tedesco sfila trionfante. 
Come sono andate le cose è storia nota. 
Sullo sfondo dell'occupazione della Polonia, di una guerra alle porte, di un popolo che in parte si allea con l'invasore, di una guerra che diventerà presto mondiale, di una persecuzione capillare di tutti gli ebrei, prima privati di ogni diritto o libertà, chiusi nei ghetti, poi deportati nei campi, si compone la storia di questa famiglia, i Baumann, le loro poche amicizie, il loro incontro con gli Hiller, la famiglia con cui devono condividere una stanza nel ghetto: due finestre e un numero di letti nemmeno sufficiente a ospitarli tutti. 
Questa è la loro storia, ma è anche la storia di tutti. 

Una storia di tutti. È forse questo il tratto che più colpisce durante la lettura di questo romanzo: a prescindere dall'ovvia necessità di Salmerón di testimoniare nel racconto di un pezzo di storia che come umanità non dovremmo ignorare, men che meno dimenticare, e che, al contrario, dovrebbe riguardarci tutti, esiste un ulteriore registro narrativo che dal contesto storico si allontana per andare in una direzione molto più intima, direi personale, e si insinua e scava, scava e va giù nelle profondità dell'emotività di ogni lettore. E forse risiede in questo la sensazione di piacevole aspettativa che si crea ogni volta che si riprende in mano il libro per proseguirne la lettura.
Fatta salva la ricostruzione di un contesto che già di per sé non può e non deve lasciare indifferenti, io credo che la qualità migliore di questo libro si costruisca, pagina dopo pagina, nel racconto della varia umanità che agisce tra le maglie della Storia. E, in particolare, nella capacità di Salmerón di dare spazio alla complessità di pensiero e azione dei tanti piccoli e grandi personaggi che abitano il romanzo e che, fatta eccezione per quelli che rappresentano il Male assoluto, non sono mai facilmente classificabili come completamente buoni o completamente cattivi. 
L'intreccio di relazioni che tiene insieme questa piccola comunità è un affresco davvero commovente, profondo e talvolta anche scomodo da guardare. 
Il piccolo Noah, sebbene per lunghi tratti della storia lo si veda conquistare silenziosamente lo sfondo, non perde mai il suo ruolo di perno intorno a cui tutto in qualche modo ruota: conosciamo suo fratello Joel, sua sorella Hannah, suo padre e sua madre, nonché i genitori Hiller e sopratutto la loro figlia Sarah, attraverso il loro modo di interagire o costruire un rapporto personale con lui. 
In qualche modo anche il vecchio giocattolaio Rosemfeld, in questo senso, a lui deve molto. Per paradosso anche alcuni ufficiali e soldati dell'esercito tedesco prendono profondità nel confrontarsi con i suoi silenzi e il suo sguardo che 'buca' le uniformi. 
A parte la tenera bolla d'amore che racchiude al suo interno Joel e Sarah e che farà felici tutti coloro che nelle storie hanno bisogno anche di questa valvola di sfogo - bolla che per un lungo tratto fluttua senza troppe scosse - tutte le altre relazioni interpersonali sono riconoscibili, anche quando sono scomode. 
Il riferimento all'anaffettività di Dora Baumann nei confronti dei maschi fragili della sua famiglia è difficile da accettare, quasi quanto la viltà del marito che pare derivarne, ma è lì a dimostrare che la mente umana non è cosa piana. Al contrario l'incrollabile, o quasi, volontà propositiva, la potente affettività della seconda famiglia al di là del lenzuolo che divide lo spazio, quella degli Hiller, è lì a dimostrare che anche nella peggiore delle situazioni è possibile trovare un gancio per tentare di uscirne. Accanto a questi nove protagonisti, ai loro continui aggiustamenti di pensiero e di emozioni nei confronti di ciò che accade, ruotano alcuni personaggi 'satellite' che non devono per nessuna ragione al mondo, passare in secondo piano o, peggio, essere trascurati. 
Il primo dei quali, ma attenzione non è il solo, è il signor Ezra Maisel, cui Salmerón dedica un intero capitolo, la cui lettura può valere da sola l'intero libro. 
Da non perdere.

Carla

mercoledì 12 gennaio 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NEL NOME, UN DESTINO

‘Dopo la notte. In fuga dall’Olocausto’ è un libro illustrato dall’autore, Uri Shulevitz, e pubblicato da Einaudi Ragazzi. Racconta con semplicità esemplare le vicissitudini di una famiglia ebrea polacca, durante la Seconda Guerra Mondiale e poi nel dopo guerra.
Si tratta di un racconto del tutto privo di retorica, di enfasi, di sottolineature emotive anche dove descrive situazioni estreme, disperate.
Uri ha quattro anni quando inizia il calvario della sua famiglia, come di tante altre, nel 1939, anno in cui la Germania invade la Polonia. La prima reazione è la fuga nella Russia sovietica ed è per puro caso che al padre di Uri viene impedito di tornare indietro; così come per puro caso avviene che l’intera famiglia non riesca ad ottenere documenti sovietici. Così vengono internati in un durissimo campo di detenzione nel nord della Russia, per poi arrivare a Turkistan, in Kazakistan. Ovunque lavori durissimi e fame, una fame senza rimedio, malattie.
La permanenza in Unione Sovietica è contrassegnata da questa costante precarietà, in cui si alternano momenti migliori, in cui magari il padre di Uri può sfruttare le sue doti di decoratore e scenografo, a momenti di assoluta disperazione. Tutta la famiglia è consapevole che la permanenza nell’Unione Sovietica ha consentito la loro sopravvivenza, ma non vogliono certo rimanere lì alla fine della guerra. Comincia così un lunghissimo viaggio di ritorno, che li porta a Varsavia, la loro città, in cui però l’accoglienza è apertamente ostile. E dunque è necessario ripartire, fino ad arrivare a Parigi, dove finalmente possono abbracciare un fratello del padre, anche lui scampato all’Olocausto. Qui le cose vanno meglio, ma è qui che Uri rischia davvero la vita, ammalandosi di difterite e a salvarlo è quella penicillina da poco entrata nella medicina, o forse, come ironicamente chiosa l’autore, sono state le preghiere di un rabbino a salvargli la vita.
Uri a Parigi cresce, studia, coltiva il suo naturale talento artistico; emigra con i genitori in Israele e poi va a studiare a New York, dove si fermerà, diventando uno dei più apprezzati autori di libri illustrati per ragazzi, vincitore di numerosi riconoscimenti, fra cui la Caldecott Medal.


Questa è la trama, per pochi accenni, che possono far pensare ad una di quelle uscite editoriali di rito, che ricordano con maggiore o minore efficacia l’Olocausto. Questo libro, però, non ha niente di rituale. Racconta le vicende di una famiglia ebrea polacca durante la guerra da un punto di vista particolare: non i campi di concentramento, ma le vicende drammatiche di chi è riuscito a sfuggire alle strette maglie della Soluzione Finale. E quindi conosciamo la vita da rifugiati nella Russia sovietica, tutt’altro che accogliente ed essa stessa travolta dalla povertà e dalla fame. Conosciamo delle condizioni di vita che ci sembrano inimmaginabili e che pure hanno consentito di sopravvivere ai pochi sfuggiti ai nazisti. E l’antisemitismo che sembra pervadere ogni angolo dell’Europa dell’est, compresa quella Polonia che ha dato un così grande tributo di sangue alla macchina infernale dell’Olocausto. Qualcosa che dovrebbe farci riflettere attentamente quando parliamo di Europa e dei suoi valori.


In tutto questo, lo sguardo di Uri, con la sua ingenuità, la sua semplicità, è uno sguardo limpido, lucido, consapevole di aver fiancheggiato la tragedia, senza esserne totalmente travolto.
Lui, bambino pieno di talento, che disegnava sui muri con pezzi di carbone, che annotava caratteri e personaggi incontrati sulla sua strada, salvato dalla sua arte e dalle storie, prima solo ascoltate, poi lette nei libri.
Perché non si perda la memoria delle tragedie patite da milioni di persone durante la Seconda Guerra Mondiale, questo è un libro necessario, uno di quelli che metterei in ogni casa, in ogni scuola, per la sua semplicità e il suo rigore. Adatto a lettrici e lettori dai dodici ai novantanove anni.

Eleonora

“Dopo la notte. In fuga dall’Olocausto”, U. Shulevitz, Einaudi Ragazzi 2021