venerdì 4 giugno 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL LUMINOSO MEDIOEVO

Il trionfo della Morte, Matteo Gubellini
Scomodincanti, 2021


ILLUSTRATI
 
"Mentre l’esercito gaudente se ne stava in ammollo nel turchese, una figura sottile sbirciava nascosta tra gli alberi.
Era la Morte, scura scura. Davanti a lei un esercito beato tramortito dal vino, e soprattutto disarmato!
La Morte quel giorno era ancora a digiuno, neanche un cadavere aveva raccolto nel suo paniere, e guardando l’esercito pensò: 'che boccone prelibato per un re in vena di conquiste!' E si rammentò che in una città non troppo distante regnava un sovrano crudelissimo, e altresì ambizioso: Re Crudo."


Così la Morte che per metter gente nel suo paniere ha bisogno che le cose vadano in un certo modo - insomma ci devono essere le giuste condizioni per per poi intervenire con la propria falce - pensa che sia Re Crudo il suo compare ideale. Lui è cattivo e assetato di potere e non si tirerà indietro all'idea di avere vittoria facile sull'esercito ubriaco di Re Luciano che festeggia la recente vittoria, sguazzando disarmato nel laghetto.
 
 
Purtroppo però, proprio quel giorno l'esercito del perfido sovrano è in libera uscita e la Morte non solo non ottiene la carneficina sperata, ma addirittura viene cacciata in malo modo perché ha osato declinare l'invito a pranzo del permaloso sovrano, che a ben vedere, sarà pure re, ma è anche pieno di difetti.
Sconsolata, si aggira per i colli, ormai convinta che la giornata è persa. E allora, persa per persa, tanto vale accettare l'invito dei soldati ubriaconi a godersi anche lei una bottiglia di buon vino e un bel bagno al lago. Saranno stati i pensieri foschi, o forse sarà stato il vino, ma la Morte per un attimo si dimenticò di un particolare non del tutto irrilevante: se ti tuffi in un laghetto turchese, è meglio sapere come stare a galla...


Sciocchi e frettolosi si dimostreranno tutti coloro che pensano che la Morte possa davvero finire i suoi giorni così. D'altronde è cosa risaputa che la Morte (e il Peggio) non muoiono mai! Le cose andranno come devono andare, ma da questa parte è doveroso che sull'argomento il silenzio cali.
Al contrario, è altrettanto doveroso dire almeno un paio di cose su questo nuovo libro di Matteo Gubellini, che esce dalla sua 'officina' di Scomodincanti.
La prima e la più evidente di cui parlare è il tono scanzonato, picaresco della storia.
 
 
L'intero impianto si regge su un grande equivoco che ruota intorno alla parola 'trionfo'. Nell'immaginario e nel senso comune il trionfo è sinonimo di vittoria schiacciante. E quello della Morte, in particolare, allude alla sua inevitabile supremazia nei confronti di tutto ciò che è vivo. Senza esclusione di colpi e senza riguardi: e sotto a chi tocca.
Le immagini che lo raffigurano sono spesso in collegamento con i Giudizi Universali, sulle grandi pareti affrescate, le controfacciate delle chiese del Medioevo (così quando esci dopo la funzione religiosa, te ne vai con questo bel memento mori negli occhi...).
La Morte, ritratta spesso a cavallo, ma sempre scheletrica con il suo mantello e il suo cappuccio e l'immancabile falce, diventa di grande attualità alla metà del Trecento, dopo la Peste nera del 1348, per ovvie ragioni. In questi affreschi o tele sono tre le costanti: un grande parapiglia brulicante di persone su cui la Morte e i suoi soldati trionfano, un evidente interclassismo delle vittime e un diffuso gusto per il macabro, il comico e il grottesco.
 

Matteo Gubellini a questo sapore irriverente non rinuncia, giustamente, e si allinea anche nei toni del testo che sono quelli dell'oralità, del 'cunto'. Circostanza questa che rende questa storia 'perfetta' per essere letta - o meglio recitata - a voce alta. Una collana di piccole parole/perla sono sparse qui e là con sapienza e arguzia.
Dalla tradizione arriva anche l'iconografia della Morte, a cavallo, secca secca, con un bel teschio sul collo, il mantello e la falce d'ordinanza. 
 

Ma anche in questo caso, Gubellini non può fare a meno di aggiungere una serie di dettagli comici e grotteschi, che chi vuole se li trova.
I personaggi, tanto i soldati dell'esercito, quanto i sudditi di Re Crudo, brulicano in modo scomposto sulle rive del lago e in città al comparire della Morte, e ricordano parecchio i loro omologhi dipinti da Brugel, ma anche quelli un po' raffazzonati che Enrico Maria Salerno, con lo sguardo profetico, invitava a transitare in fila longobarda sullo cavalcone.
Matteo Gubellini è però Matteo Gubellini quindi non può per questo rinunciare all'altra sua cifra, quella metafisica, e così colloca tutta questa varia umanità entro scenari che, se svuotati del movimento, restituiscono volumi puri per le architetture, non importa se disseminate nelle morbide colline, o in città. Non è forse questo un altro modo di tenersi legato a quel 'luminoso' Medioevo, ovvero alla pittura dei maestri, di Piero in particolare?
Detto tutto questo, resta un fatto incontrovertibile: Matteo Gubellini ha sempre qualcosa da raccontare e qui lo fa divertendosi, forse anche più del solito. 
 
 
 
E noi, con lui.
 
Carla

 

 


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