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venerdì 17 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE A PEZZI

Il piccolo robot
, Joe Todd-Stanton (trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Nel profondo di una discarica... ... un piccolo robot rotto si risvegliò. 
Non ricordava come fosse finito laggiù, ma sapeva che non era dove avrebbe dovuto stare. 
Perciò iniziò a camminare. 
Camminò sotto pericolanti torri di spazzatura, superando cumuli di macchinari fuori uso e astronavi abbandonate... ... finché arrivò davanti a un muro. 
Nel muro c'era un'apertura..." 

Al di là del muro c'era il mondo, ovvero un sacco di persone che andavano e venivano lungo le strade. E nel vederle il piccolo robot comincia a ricordare. Anche lui aveva una persona, ma a ritrovarla proprio non riesce. Tuttavia passando davanti alle vetrine di un negozio di giocattoli, pieno di robottini simili a lui, ma soprattutto alzando lo sguardo su un manifesto pubblicitario torna a galla un altro pezzettino del suo passato: ricorda quando era stato regalato, ed era diventato così l'inseparabile compagno di giochi di un bambino. Ma ricorda anche che quando dopo un po' era arrivato un modello più evoluto di robot quello stesso bambino non ci aveva pensato due volte e da lui si era separato, senza grandi drammi. 
Ed è infatti con questo giocattolo nuovo che alla fine, ritrovata la sua antica casa, dai vetri delle finestre lo rivede, quel bambino. Ma è con la versione pro di se stesso che adesso passa il suo tempo libero. 
Come può lui, mezzo rotto com'è, competere con un robot più evoluto e soprattutto nuovo fiammante? 
Da qui, il passo verso il ritorno in discarica è breve.


Lui è a pezzi, anche nel senso letterale, ma deve rassegnarsi... 
O no? 

Uno dei più bei libri che io abbia letto e che magicamente mi si è stampato nella memoria è Kosmos di Matteo Meschiari e Roger Olmos. Oggetto molto diverso da questo: un libro per lettori più grandi: 120 pagine di racconto che all'epoca mi parve corretto definire epico.


Nonostante questa grande diversità di linguaggio e di forma Kosmos di Meschiari/Olmos con Il piccolo robot condivide un bel po' di cose. 
Se li lego come due sottili cavi elettrici, i due libri fanno scorrere dentro di sé la medesima corrente e producono entrambi la medesima energia luminosa che li fa splendere. 
In primo luogo l'ambientazione di partenza, come pure i due personaggi guida che potrebbero essere "fratelli" di sventura: entrambi sono ravatti abbandonati su un cumulo di ferraglia apparentemente inservibile, come lo sono loro, e giacciono lì, legati da un destino comune, nell'ultimo dei luoghi del mondo civile: la discarica. 
Sono due robot, anche se nelle fattezze sono differenti. 
Tuttavia entrambi non condividono - se non in parte - la condizione umana. 
Mi spiego, sono capaci di provare emozioni e sentimenti, ma nessuno dei due può considerarsi umano al cento per cento... 


E a proposito di umanità, qui come lì se ne può cogliere un interessante spaccato antropologico: da persone che sono sempre in cerca di qualcosa di nuovo da avere per le mani a persone che invece del rottame sanno riconoscere il valore e sanno apprezzarne ancora un senso, una possibile esistenza. 
Tanto lì come qui si attraversa la fine per arrivare a un nuovo principio... 
Tanto lì come qui si fanno bei ragionamenti su questioni come quella della memoria che si fa ricordo. Tanto lì come qui molto ruota intorno al concetto di amicizia. 
Tanto lì come qui il tono è quello di un racconto frutto dell'immaginazione, che però nasconde un nocciolo di senso che arriva con la giusta lentezza. 
Tanto lì come qui la stratificazione dei significati e delle questioni che il mero racconto pone davanti ai propri lettori è palpabile. Il che li accomuna sotto il medesimo grande ombrello delle buone storie. 
E ancora: tanto lì come qui si percepisce una grande ventata di potenziale futuro, che dentro libri per bambini e ragazzi non fa mai male. 
Dal punto di vista visivo, i due libri non sono paragonabili. Ma è anche corretto che sia così. 


Chissà se farà sorridere molti dei lettori adulti che lo leggeranno l'iconografia che Todd-Stanton ha voluto evocare nelle due cercatrici di rottami e nel loro habitat? 
Personalmente, essendo stata testimone e anche parte di quell'era geologica passata, mi sono intenerita parecchio a guardarle: loro davvero sopravvissute come due rarissimi esemplari di dodo. 

Carla

mercoledì 21 febbraio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RACCONTARE STORIE PER DOMANI

Kosmos, Matteo Meschiari, Roger Olmos 
#Logosedizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Non preoccuparti, disse una voce nella sua testa. 
Fu allora che vide una piccola ombra staccarsi dalla collina e coprire per un attimo il fuoco. Poi l'ombra avanzò lungo il viale e a un certo punto si fermò, come se volesse lasciare tra sé e Barra Tre uno spazio abbastanza ampio per battere in ritirata. 
Allora, disse la voce nella sua testa, mi presento, io sono Caliban, e no, non sono una cosa da mangiare. Sono un cane, e anche se tu non sai che cos'è un cane, e ci sono certamente dei cani terribili, e c'è anche chi i cani se li mangia, io non voglio farti niente di male e tu non ne farai a me. Adesso avvicinati al fuoco che ti presento gli altri." 

Barra Tre, questo è il diminutivo del suo nome completo che è CSU 956.072/3, ossia l'acronimo di Corpo Sostitutivo Umano, è sopravvissuto al veleno che doveva eliminare lui (o lei) e molti altri CSU buttati nella Grande Vasca. Relitti, ormai erano inservibili, che erano stati 'spenti' dalla fabbrica che li aveva progettati e poi costruiti. 
Barra Tre non soccombe come gli altri e la mattina successiva, sempre sotto una pioggia incessante, si alza in piedi e, con le poche forze che ha, si fa guidare dalla voce che sente nella testa, quella di un cane, Caliban, telepatico. Cane vecchio e un po' sciancato che lo conduce dagli altri che con lui vivono sulle colline del Cimitero delle Macchine. Ad aspettare Caliban ci sono infatti Je Rin, un vecchio clochard dalla lunga barba bianca e dall'incedere regale, nonostante sia vestito di stracci, in quel preciso momento occupato ai fornelli, e AP, un robot dalla forma di grande uovo metallico che fluttua a mezza altezza, smagliante nella conoscenza e nel pensiero, nonostante sia ormai molto scrostata la sua originaria verniciatura rossa. 
© Roger Olmos

Loro tre formano già un piccolo nucleo, una Compagnia Miracolosa, cui Barra Tre si aggiunge, felice di riempirsi un po' la pancia e soprattutto di non sentirsi più solo (o sola) per quel poco che gli resta da vivere. 
Questa è la loro storia. Questo è il loro viaggio, un paio di mesi dell'anno 2520, attraverso luoghi del pianeta, ormai quasi irriconoscibili se non per piccole tracce che affiorano qui e lì nella memoria di chi racconta e di chi legge. 

Il valore profetico - e quindi in qualche modo salvifico - di questa parabola ti aggancia e non ti molla fino alla fine. 
Un lungo racconto illustrato, o un breve romanzo, che mette insieme una sequenza di belle idee che, attraverso una altrettanto bella scrittura per parole e immagini, costruisce uno scenario complesso e articolato, che implica un bel po' di ragionamenti. 
Su tutto questo però si impone un ulteriore elemento, particolarmente interessante. 
Esiste, fin dalla prima pagina, un doppio valore della narrazioni, sia iconica sia testuale: da una parte si tratta di pura letteratura, pura finzione, ma dall'altra il lettore è messo di fronte a una riflessione antropologica alla quale non può sottrarsi. Toccando corde profonde, aggiunge in chi legge e in chi guarda inquietudine alla propria inquietudine. 

© Roger Olmos

Guai se non fosse così. Tuttavia, nello stesso tempo, tanto le immagini quanto il testo hanno la capacità di rischiarare possibili percorsi per uscirne incolumi. 
Le buone storie lo fanno!
La scrittura di Meschiari - che qui ancora una volta mette in campo le sue competenze professionali insieme a quelle più creative - fa una continua operazione di connessione tra il racconto in sé e il senso profondo di cui è intriso. 
All'unisono si muove Olmos, che non perde occasione di raccontare la finzione attraverso una realtà potenziata, ma riconoscibile in tutto e per tutto.
 
© Roger Olmos

Per poi chiudere con una tavola finale che si lascia indietro tutto il disastro fatto di macerie fin lì per offrire uno scenario di una Terra tutta nuova: luminosa, primordiale. 
Lo si può definire dunque parabola, fiaba, racconto epico, ma si lo si potrebbe chiamare anche e soprattutto mito: Kosmos ha la capacità di 'far vedere' le cose, senza per questo mai cadere nella didascalia. Il processo di passaggio da un'apocalisse a una genesi, da una fine a una nuova nascita, è palpabile. 

© Roger Olmos

E qui entrano in gioco ancora una volta l'antropologia di Meschiari e l'arte di Olmos. 
Da antropologo e narratore di storie, Meschiari riesce a mantenere quella necessaria lucidità di pensiero che fa diventare il suo racconto qualcosa che va ben oltre la pura distopia. Lo trasforma davvero in una narrazione che con il mito condivide chiarezza e luminosità. 
Da artista, Olmos dà forma a un immaginario che inquieta per quanto reale appare. E lo fa, nonostante le distorsioni. Per poi sciogliersi invece dentro uno scenario primigenio, che è aria pura. 
Mi pare di aver letto in una intervista a Meschiari che questa sua scelta di riflettere in chiave antropologica attraverso la letteratura di invenzione sia una sua modalità per indirizzare il pensiero scientifico verso una dimensione dichiaratamente immaginativa. Questo gli permette di raggiungere il suo obiettivo primario, ovvero l'esplorazione di ciò che è ancora ignoto. Ma mette in pratica anche il suo contrario, ovvero Meschiari è capace di permeare la letteratura di riflessioni antropologiche per dare ai suoi lettori una possibile chiave di lettura del mondo e del modo di starci dentro. 
Ed è forse in questa prospettiva che la lettura di Kosmos diventa strumento nelle mani di un lettore. Lettori di oggi, ma forse ancora di più di domani, visto il nome dato alla collana: La capsula del tempo.
Da una parte, le grandi questioni quali la terra come matrice comune, l'importanza dell'altro da noi, la necessità del mutuo soccorso, l'affermazione della propria identità, la lotta contro l'ingiustizia e la prevaricazione, il potere e le sue nefandezze, l'amicizia, l'affetto, la perdita e il suo superamento, la memoria... e potrei continuare. Tutte queste cose sono lì sulla pagina, intrecciate in un racconto che sa essere anche avventuroso e al tempo stesso sottilmente ironico. 

© Roger Olmos

Dall'altra parte irrompe l'immaginario di Roger Olmos che ha il potere di rendere su quella stessa pagina tutto drammaticamente visibile e indelebile. 

Carla

lunedì 27 luglio 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


ROBOT ALLE PRIME ARMI


Freschissimo di stampa e già entrato nel cuore dei giovani lettori, ‘Norby. Il robot scombinato’ è la nuova traduzione, firmata da Davide Morosinotto, di un romanzo scritto nel 1983 da Isaac Asimov e dalla moglie, Janet Opal Asimov.
Nell’essere un testo chiaramente orientato ai lettori più giovani, ‘Norby’ presenta tutti gli ingredienti dei grandi romanzi che Asimov ha dedicato al tema dell’intelligenza artificiale: dalle tre leggi della robotica ai dilemmi etici e cognitivi connessi al ‘diverso da noi’, all’immagine di un mondo in cui le macchine hanno un ruolo sempre più importante.
Norby è in realtà uno scarto, che il protagonista Jeff, un quattordicenne che sta affrontando in modo non brillante gli studi dell’Accademia, trova da un rigattiere. Ha l’aspetto di un barattolo d’acciaio, da cui emergono, alla bisogna, gli arti e una buffa testa con quattro occhi, due davanti e due dietro; dovrebbe essere il robot professore di Jeff, ma in realtà ha potenzialità molto maggiori, solo che non sempre sa come usarle. Nei primi passi nella sua nuova vita, risulta un po’ maldestro e molto suscettibile, tanto da costringere Jeff a elaborati esercizi di diplomazia. Le sue doti nascoste, d’altra parte, diventeranno decisive nel corso dell’aspra battaglia che contrappone buoni e cattivi.
Nella nostra storia c’è, infatti, un impero che si estende per il sistema solare, legato ancora alla madre patria, la Terra; c’è, ovviamente, un cattivo cospiratore che vuole sovvertire l’ordine democratico, proclamandosi imperatore. In modo altrettanto ovvio, ci sono i buoni, capitanati dal fratello più grande di Jeff, Fargo. Lo svolgimento dello scontro è piuttosto prevedibile, così come lo è il ruolo centrale del buffo robot, che riesce a muoversi nell’iperspazio, mentre gli umani ancora non lo sanno fare, limitandosi al teletrasporto. Forse le sue doti sono dovute ai pezzi che il suo creatore, uno spaziale, aveva assemblato, prendendoli da un’astronave aliena trovata su un lontano asteroide. Il dato di fatto è che ne è uscita fuori una creatura molto ‘umana’, sicuramente meccanica, ma non priva di sentimenti e di senso dell’umorismo.
Molto di questo personaggio è pensato per catalizzare le simpatie del giovane lettore e giovane lettrice, che possono avvicinarsi al libro già dai nove anni. Ma fra le righe, ecco emergere qua e là i dilemmi della robotica: se la mente artificiale esprime una sua soggettività e se questa dimensione la accomuna a tutti i viventi, di questo e di altri pianeti. Nel qual caso noi, inteso come noi umani, saremmo solo una delle manifestazioni di un’unica realtà vivente.
Ma non c’è solo questo, che pure è già moltissimo, se pensiamo anche solo alle produzioni letterarie e cinematografiche che su questo argomento si sono esercitate e che ho più volte citato. C’è anche l’interrogarsi sulla natura dell’universo, su cosa siano spazio e tempo, che è anche spingersi ai confini della conoscenza, tensione intimamente connessa alla fantascienza. Il bello di questa e di molte altre storie che potrebbero essere proposte ai ragazzi sta proprio nell’esplorazione del possibile e dell’improbabile, immaginando limiti, paradossi, contraddizioni del futuro che ci attende, ma anche del nostro presente.
Lettura divertente, anche emozionante, per lettrici e lettori, dai nove anni in poi, che non temano di esplorare le galassie.

Eleonora

“Norby. Il robot scombinato”, J. e I. Asimov, Mondadori 2020






martedì 18 novembre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


"IL CATALOGO È QUESTO"
 
Robot, Bruno Tognolini, Marco Somà
Rizzoli 2014



ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni)

"Sono Tatanko, l'antico primo dio Bisonte Bianco.
Con grandi corna curve sulla testa, sapessi che mal di testa!
Ti parlo da un mondo futuro, che è la tua Terra tornata alla selva.
Ah, sì, solo immense foreste coprono la vecchia palla!
E steppe, deserti e ghiacciai.
Vedessi, è più bella che mai!"


Bambino che leggi, ascolta la parola di Tatanko: Niente città, niente case o casipole (la lingua di Tatanko è colta). Tutto è stato cancellato. Sulla Terra tutta nuova girano solo due branchi di scimmioni armati di bastoni. E animali piccoli e grandi. Tatanko ti racconta di aver trovato qualcosa sfuggito alla distruzione: un taccuino che raccoglie l'elenco degli attrezzi che l'umanità aveva inventato per sé. È un catalogo di robot. Sfoglialo, è molto interessante. Di robot ce n'è per ogni esigenza: per portare a passeggio i cani gli uomini avevano progettato Rescican®, per le questioni legate all'apprendimento c'era Sekkio®, Fiokko® per allacciarsi le scarpe, Griffo® per consigliare l'abbigliamento più adatto, e Kunto® per leggere una fiaba la sera. Per ognuno di loro, in detto catalogo, sono elencate le caratteristiche tecniche, le abilità e le precauzioni da osservare nell'uso, nonché gli optional e gli accessori.


Certo che per Tatanko, che esiste dall'inizio dei tempi, deve essere stato appassionante seguire l'evoluzione del genere umano. Al principio gli umani erano scimpazoni e avevano solo l'ingegno dalla loro eppure di strada ne hanno fatta parecchia: dal bastone come prolunga del braccio, alla scheggia di ossidiana che taglia e ferisce si arriva, per tappe, alle macchine per fare quello che le mani non vogliono più fare. Si dimezza la fatica e si arriva alla costruzione delle macchine che generano altre macchine. E il tempo sembra correre più veloce. Milioni di anni per evolversi da scimmione a uomo, e un giorno per trasformare il mondo con macchine che non hanno un freno. Attenti, uomini, che vanno più veloci dello stesso cervello che le ha pensate.
Troppe macchine, troppo veloci, distruggono la Terra e Tatanko ha detto basta. Con un bel Diluvio si ritorna al Via. L'onda è partita, e il mondo è andato sotto.
Niente più macchine, niente più gente. Sulla Terra ora ci sono di nuovo solo gli scimmioni. Chissà che questa volta abbiano imparato la lezione!


Tognolini e Somà, l'umanità e il suo catalogo.
Il punto di partenza è un topos caro a molta letteratura:il mondo dopo la fine del mondo. Un dio originario, Tatanko o Bisonte, preso a prestito dalla cultura dei nativi americani, con il giusto distacco di spazio e tempo osserva l'umanità e la sua evoluzione. Vede e punisce i grandi errori che essa ha commesso, ma nello stesso tempo, affettuosamente, come un buon padre, le offre una seconda possibilità. Gli uomini hanno esagerato, hanno superato il limite di guardia, hanno distrutto per sete di progresso tutto ciò che di buono era stato loro affidato. E allora, per salvare il salvabile, occorre cancellare il passato e ripartire da zero.
Questo il suo racconto, dal principio alla caduta. E in esso, intrecciato sapientemente, si insinua il catalogo delle macchine che l'uomo ha creato per il suo benessere. Attraverso le sue invenzioni, l'uomo racconta di sé.

Un enorme tema, che ci facciamo qui?, teso come una rete, su cui poggia un elenco ordinato e sistematico -un catalogo, appunto- di cosa sia l'uomo, 'letto' in chiave meccanica.
Un elenco geniale, immaginifico, allusivo e sommamente arguto.
E così, robot dopo robot, ridendo, ci si rivolge a un bambino ideale, un bambino che è tutti i bambini, parlandogli di amicizia, di solitudine, di doppio, di apparenza, di egoismo, di affetto e di molto altro ancora.
In una lingua che suona.
Marco Somà, all'altezza della grande sfida, le dà magnifica forma. Pieno di riferimenti e citazioni, il disegno cattura lo sguardo nell'accuratezza del dettaglio. La consonanza tra il racconto e le immagini mi fa supporre che i due abbiamo lavorato, in fase creativa, gomito a gomito. E se lo hanno fatto si sono contaminati l'uno con l'altro, al punto di risultare coincidenti.
Il risultato finale è denso di senso.


Se fossi maestra, lo porterei in classe e, giorno dopo giorno, passerei in rivista un robot dopo l'altro. Si riderebbe sui processori Mentina®, sugli optional, sui niconomi e nel contempo, come ogni buon catalogo, ci aiuterebbe a sistematizzare la conoscenza. Solo cose buone ne uscirebbero.
E Tatanko, che ora danza lontano, approverebbe.

Carla

giovedì 30 agosto 2012

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


AGAPITA, BERENGUER Y WENCESLAO: ¿DE QUÈ OS REÍS?, Rafael Barceló, Aitana Carrasco



"Berenguer y Agapita tienen un secreto que no cuentan ni siquiera a Miguel Ángel: a veces, les visita un robot del espacio exterior que se llama WNCL-1. Ellos le llaman Wenceslao, porque es más fácil."

Berenguer e Agapita sono fratello e sorella e hanno un segreto in comune, che non rivelano a nessuno ad eccezione del loro pappagallino Michelangelo: ogni tanto ricevono la visita di un robot che viene dallo spazio. Si chiama WNCL-1, ma per comodità loro lo chiamano Venceslao.
Il piccolo robot, può stare in una tasca, ha una serie di poteri straordinari: il raggio laser che ha un una consistente potenza distruttrice; sa apparire e scomparire nel nulla, ma si annuncia sempre con un suono inconfondibile, più o meno così: frrrrrrrgiunnnnnnpop!
La sua missione sulla terra è scoprire le abitudini degli umani, informazioni che poi prontamente manda (scrivendole su carta e poi facendo del foglio, un missiletto) sul suo pianeta.
La domanda che ha posto ai due fratelli sembra in apparenza semplice, ma la risposta non pare così scontata.
PERCHÉ RIDETE VOI UMANI?
La risposta immediata di Berenguer è stata: rido perché sento una parola divertente, tipoooo puzzetta, pipì, cacca e al solo dirlo entrambi i fratelli si mettono a ridere (avrete sicuramente provato a dire le tre parole tre volte di fila davanti a un bambino di 5 anni e sfidarlo a non ridere. Impossibile).
Tutto chiaro, pensa Venceslao, così trasmette l'informazione nello spazio intergalattico: gli umani ridono quando sentono le parole delle cose che si fanno in bagno. Come per esempio, lavarsi le mani...ma no, Venceslao, questa non fa ridere...
Allora Venceslao rettifica, e scrive: ridono solo per alcune tra le cose che si fanno in bagno.
Ma gli umani ridono anche per il solletico. Così il povero Venceslao trasmette nello spazio: gli umani ridono quando uno mette le dita sulla pancia di un altro e le muove. Ma non mi fa ridere così Venceslao...
La mamma, invece, sostiene che gli umani ridano per le barzellette, come questa: Mamma, le olive hanno le zampe? No! Oh, allora mi sono mangiato uno scarafaggio! E la mamma giù a ridere.



L'informativa che parte però è la seguente: gli umani ridono quando si raccontano storie molto corte su come si mangiano gli scarafaggi. Ma Venceslao, non fa ridere...
Il padre, che è sempre lì a cercare di far quadrare i conti, interpellato anche lui sulla questione, sostiene che gli uomini ridano per non piangere. E giù a ridere anche lui, tra bollette e fatture da pagare.
Così Venceslao trasmette: gli umani ridono di ciò che non devono. Ma non mi fa ridere...
Oh, oh, ho dato un'informazione che non informa...questo sì che mi fa ridere un'informazione che non informa, un'informazione che non informa ah ah ah (anzi pang pang pang, così ride un robot, rumore di cucchiaino su latta di tonno vuota).
Nel suo pianeta non si rideva mai perché erano tutti così intelligenti e avanzati, ma anche così logici e noiosi...logici e noiosi come una moltiplicazione, comenta Agapita. E tutti giù a ridere!

Ultima tappa del mio viaggio 'spagnolo'.
Questo piccolo albo illustrato è di una piccola ma valente casa editrice spagnola: A buen paso (da tenere sotto controllo, perché pubblica bei libri davvero). Agapita, Berenguer y Wenceslao è un albo che ragiona su un tema per nulla scontato. Come ho già detto, la ragione del riso non è così facile da trovare ed è una caratteristica che ci distingue dagli altri animali (tranne il mio nuovo cane che è stato visto sorridere, molte volte, ormai).
Questo libro fa ridere in sé, a guardare le illustrazioni di Aitana Carrasco e a leggere la storia, ma a ben vedere è anche un buon generatore di ulteriore pensiero.
Ho appena finito di leggere Twain che del riso e del senso dell'umorismo ha fatto la sua cifra e a tal proposito fa dire a Satana in persona:
"Voi (umani n.d.r) avete una percezione assolutamente approssimativa dell'umorismo, null'altro; moltissimi di voi la posseggono. Costoro vedono il lato comico di migliaia di cose triviali e meschine: in genere incongruenze enormi, assurdità, cose grottesche che suscitano la risata cavallina; i diecimila lati veramente comici che esistono al mondo rimangono irrimediabilmente fuori dalla loro ottusa percezione. Verrà mai il giorno in cui la razza umana scoprirà la comicità di queste manifestazioni di infantilismo, ne riderà e, ridendone, riuscirà a distruggerle? Perché la vostra razza, nella sua pochezza, possiede indubbiamente di un'arma infallibile: il riso. Il potere, il denaro, la persuasione, le suppliche, le persecuzioni: tutto questo può, nel corso dei secoli, intaccare un'impostura colossale, respingerla un poco, indebolirla un poco, ma solo il riso può, come in un attimo, ridurla in brandelli, in atomi. Nulla resiste agli assalti del riso. Voi seguitate ad agitarvi ed a battervi con le vostre altre armi. Ricorrete mai a quella? No, la lasciate lì inerte, a coprirsi di ruggine."

Si può dunque solo migliorare. Buona risata a tutti.

Carla