domenica 13 settembre 2015


GIAVENO, LUOGO DELLA MEMORIA

Siamo alle solite. Di nuovo le sette di sera, di nuovo il campanellino che mi avvisa di una nuova ricetta da Piccole Ricette in arrivo, di nuovo io che me ne innamoro all'istante. Ma questa volta la ragione per cui la ricetta è entrata nel mio cuore non è dovuta alla ricetta in sé, ma al nome che porta: focaccia di Giaveno.
Giaveno... oh, Giaveno, ma dai. Io non sono mai stata a Giaveno eppure per me è un luogo mitico che ha segnato tutta la mia infanzia. Nei racconti che mia madre mi faceva della sua vita durante la guerra, Giaveno c'era sempre. Sarda, trapiantata a Torino da ragazza, mia madre durante la guerra sfollò a Giaveno, dove molte cose le capitarono: fu inseguita da una mucca (da lì il mio insano terrore per quegli animali mansueti), organizzò una scuoletta per dei bambini ebrei scappati e nascosti anche loro a Giaveno. Furono giorni di guerra e di vita contadina vissuti da una ragazza di buona famiglia vissuta sempre in città. Credo che anche per lei Giaveno nella memoria di narratrice assumesse toni da leggenda. Insomma Giaveno per me divenne parola consueta, familiare e favolosa.


Ecco la ricetta, ecco la focaccia. Purtroppo vi è negato il profumo che ha gli stessi influssi meravigliosi di quei racconti.

Ingredienti
400 g di farina Manitoba
250 g di latte
10 g di miele
40 g di zucchero
i semi di mezza bacca di vaniglia
60 g di burro ammorbidito o margarina
3 tuorli d’uovo
7 g di lievito di birra secco
5 g di sale
la scorza grattugiata di due arance
(la ricetta originale prevede invece la scorza grattugiata di mezza arancia mezzo limone non trattati)

Mettete in una ciotola 300 gr di farina e versatevi sopra il latte intiepidito con dentro il lievito e il miele, ben sciolti entrambi. Mischiate e lavorate un po' per ottenere un impasto abbastanza sodo ma parecchio appiccicoso. Montate un po' i tuorli con lo zucchero in una ciotola, quindi aggiungeteli al composto con il resto della farina, i semi di vaniglia, la scorza delle arance. Lavorate questo impasto, su una tavola, aggiungendo una spruzzata di farina perché non si attacchi, quindi prendete la metà del burro, riducetelo a fiocchetti (o a pizzichi, come dico io) e aggiungetelo alla pasta che dovrete lavorare ancora fino a che il burro non si sia ben amalgamato. Proseguite nella lavorazione con l'altra metà del burro, seguendo lo stesso procedimento. Adesso l'impasto dovrebbe aver raggiunto la giusta consistenza, ovvero morbido ed elastico. Fate la prova, pizzicandolo, tenendolo fra due dita e poi allargando le due dita: se l'impasto si allunga e non si spezza subito, vuol dire che la consistenza ideale è raggiunta, altrimenti aggiungete altro burro o latte (a me è andata bene al primo colpo).
Quindi mettete la pallina in una ciotola ben unta di burro o olio e lasciate lievitare per due o tre ore, coprendola con la pellicola e mettendola in forno spento ma con la luce accesa. Deve triplicare il volume.
Passato questo tempo, togliete l'impasto che sarà soffice e gonfissimo e senza romperlo, stendetelo sulla leccarda del forno coperta di carta forno, così da ottenere una focaccia tonda alta grossomodo due centimetri. Rimettetela nel forno illuminato a riposare per un'altra mezz'ora abbondante. Quindi toglietela, accendete il forno a 220°. Con un dito bucherellatela e spolveratela in superficie di zucchero semolato. Quando il forno sarà caldo, infornatela e lasciatela cuocere per una dozzina di minuti finché non si dora e lo zucchero nei buchini comincia a sciogliersi.
Ideale per la colazione propria e degli amici più cari.

Carla


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