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venerdì 31 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

HAI LE SCARPE CHE SCRICCHIOLANO! 


Avrò sufficiente cura delle parole per scrivere di un libro che si intitola
La cura delle parole? 
La domanda fa tremare i polsi e scricchiolare le scarpe...
Non so. 
Intanto però si può dire che questo strano libro funziona così: settantasette parole che diventano titolo e quindi spina dorsale di brevi racconti. I racconti, alcuni lunghi alcune pagine, altri fulminei, che si esauriscono in poche righe. Tutti rigorosamente autentici (tranne uno che spero, in tutta onestà, inventato a p. 198), che Cristina Bellemo ha collezionato e messo in ordine. 
I criteri con cui organizzare del materiale sono spesso molto interessanti, almeno per me. Qui la logica che li mette in sequenza sembra essere l'affinità fra le storie e anche - ma non ne ho certezza - un cammino lungo la linea del tempo: il tempo della sua vita. 
Nessun prevedibile ordine alfabetico in questo curioso dizionario (c'è la parola Dizionario, ovviamente), quanto piuttosto un piacere tutto interiore nel costruire un piccolo gioiello, creato dal semplice gesto di costruire una collana, mettendo assieme perlina dopo perlina lungo un unico filo, per il semplice gusto di dire: dopo questa ci starebbe bene quest'altra... Queste hanno qualcosa in comune, una segreta armonia che le tiene vicine. 
Per esempio: cicatrice e buchi... Molto divertente. 
Tutto parte da un ricordo di infanzia molto vivido; la scoperta in quarta ginnasio di una parola nuova: antropologico. Parola che ha a che fare con il lemma greco ἄνθρωπος, uomo. Rivelazione, illuminazione e successiva appropriazione della nuova arrivata: nel successivo tema in classe, la giovane Cristina ne ficca dentro almeno quattro, ad evidenza tutte a sproposito, visto che le ritornano segnate in rosso dal professore che, a scanso di ulteriori fraintendimenti e false speranze, le dà anche un voto basso. 
Eppure. Quel voto basso ha generato in lei, ragazzina studiosetta e riflessiva, la relativa conclusione: le parole non si possiedono mai. Di volta in volta, vanno sempre riconquistate, a ogni uso nuovo che se ne intende fare. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che, sulle orme della sua maestra Franca, su quelle di alcuni suoi professori, comincia a modellare la sua passione che da allora le attraversa la vita. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che mette lì perlina dopo perlina pezzettini della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua età adulta. 
Di ogni racconto non solo cura le parole, ma cura il senso che hanno per lei. Va da sé che molte di esse sono lo spunto per raccontare, attraverso nessi anche inaspettati, la creazione del proprio sé, del proprio scrivere - in versi e in prosa che sia. 
Ecco. I nessi. Ossia l'attitudine nel vedere fatti che potrebbero essere considerati insignificanti, il germe di qualcosa che mette invece radice solida per la solidità di un carattere, di una professione, di una persona. Per intenderci: che bella idea leggere a posteriori episodi semplici del proprio passato ed essere allo stesso tempo così tanto lucidi e altrettanto visionari nel voler attribuire loro il ruolo di semi fecondi. 
Questo succede molte volte in questo libro. 
L'altro grande valore, lasciatemi dire, vicino all'inestimabile è lo sguardo (che tanto trovo collimare con il mio) nei confronti dell'infanzia. E si concretizza in singoli incontri avuti con legioni di ragazzini e ragazzine. 
Ovviamente la parola Infanzia nel libro rappresenta una sorta di summa teologica di tutto quello sfrigolio di piccoli episodi. 
"I bambini sono capaci: sia nel senso dell'abilità al pensare e al fare, sia nel senso della capienza, cioè dello spazio vuoto e dunque ospitale, disponibile ad accogliere per slancio di curiosità." 
Grande verità.
Ora, come offrire loro occasioni di nutrimento di detta curiosità, è un altro fatto, che genera qui tra le pagine un appassionato j'accuse nei confronti di tutti quegli adulti che non sono, o non sono stati, in grado di vedere e quindi di rispettare e fermarsi a un passo dall'alterità dell'infanzia... ma questa è una storia annosa e triste e non mi va di scriverne ora. 
Ma di parole che raccontano bambini e bambine, ragazzi e ragazze ce ne sono un bel numero: Ragazzi e ragazze, ovvio, Ingenuità, Delusione, Talento, Lentezza... Tra loro, alcune possono essere utilizzate come guida (c'è anche la parola Guida) non richiesta su come provare a posare su di loro occhi affettuosi, accoglienti ed attenti. 
Poi ci sono delle vere e proprie perline rare e lucenti: dialogo tra sorelle alla parola Divertiti, oppure a pag. 205, il lemma è Segreto e ancora: la geniale domanda di una bambina che si legge alla voce Taccuino, Quaderno e, per chiuderla qui, il bel ragionamento di un ragazzino di quarta, consapevole di un'etimologia alternativa della parola Solidale... 
Intorno a tutto questo gran raccontare di Cristina e di ciò che le riempie giorni e notti, ci sono loro: le parole, ossia la loro disponibilità a farsi interrogare, analizzare e mettere sotto un vetrino di microscopio per poi eventualmente sgusciare verso una poesia. 
Un catalogo, ossia qualcosa di più complesso di un elenco (di elenchi si parla alla voce Elenchi...), in cui ciascuno può scegliere da dove partire, dove fermarsi, dove spiccare un salto o fare una capriola. 
Questo è per dire che questo è un perfetto livre de chevet, e che così va letto e setacciato con cura (!). 
Esattamente come è stato setacciato con cura (!) quando è stato scritto. 

Carla 

La cura delle parole, Cristina Bellemo Edizioni Messaggero di Padova 2023.

venerdì 17 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE A PEZZI

Il piccolo robot
, Joe Todd-Stanton (trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Nel profondo di una discarica... ... un piccolo robot rotto si risvegliò. 
Non ricordava come fosse finito laggiù, ma sapeva che non era dove avrebbe dovuto stare. 
Perciò iniziò a camminare. 
Camminò sotto pericolanti torri di spazzatura, superando cumuli di macchinari fuori uso e astronavi abbandonate... ... finché arrivò davanti a un muro. 
Nel muro c'era un'apertura..." 

Al di là del muro c'era il mondo, ovvero un sacco di persone che andavano e venivano lungo le strade. E nel vederle il piccolo robot comincia a ricordare. Anche lui aveva una persona, ma a ritrovarla proprio non riesce. Tuttavia passando davanti alle vetrine di un negozio di giocattoli, pieno di robottini simili a lui, ma soprattutto alzando lo sguardo su un manifesto pubblicitario torna a galla un altro pezzettino del suo passato: ricorda quando era stato regalato, ed era diventato così l'inseparabile compagno di giochi di un bambino. Ma ricorda anche che quando dopo un po' era arrivato un modello più evoluto di robot quello stesso bambino non ci aveva pensato due volte e da lui si era separato, senza grandi drammi. 
Ed è infatti con questo giocattolo nuovo che alla fine, ritrovata la sua antica casa, dai vetri delle finestre lo rivede, quel bambino. Ma è con la versione pro di se stesso che adesso passa il suo tempo libero. 
Come può lui, mezzo rotto com'è, competere con un robot più evoluto e soprattutto nuovo fiammante? 
Da qui, il passo verso il ritorno in discarica è breve.


Lui è a pezzi, anche nel senso letterale, ma deve rassegnarsi... 
O no? 

Uno dei più bei libri che io abbia letto e che magicamente mi si è stampato nella memoria è Kosmos di Matteo Meschiari e Roger Olmos. Oggetto molto diverso da questo: un libro per lettori più grandi: 120 pagine di racconto che all'epoca mi parve corretto definire epico.


Nonostante questa grande diversità di linguaggio e di forma Kosmos di Meschiari/Olmos con Il piccolo robot condivide un bel po' di cose. 
Se li lego come due sottili cavi elettrici, i due libri fanno scorrere dentro di sé la medesima corrente e producono entrambi la medesima energia luminosa che li fa splendere. 
In primo luogo l'ambientazione di partenza, come pure i due personaggi guida che potrebbero essere "fratelli" di sventura: entrambi sono ravatti abbandonati su un cumulo di ferraglia apparentemente inservibile, come lo sono loro, e giacciono lì, legati da un destino comune, nell'ultimo dei luoghi del mondo civile: la discarica. 
Sono due robot, anche se nelle fattezze sono differenti. 
Tuttavia entrambi non condividono - se non in parte - la condizione umana. 
Mi spiego, sono capaci di provare emozioni e sentimenti, ma nessuno dei due può considerarsi umano al cento per cento... 


E a proposito di umanità, qui come lì se ne può cogliere un interessante spaccato antropologico: da persone che sono sempre in cerca di qualcosa di nuovo da avere per le mani a persone che invece del rottame sanno riconoscere il valore e sanno apprezzarne ancora un senso, una possibile esistenza. 
Tanto lì come qui si attraversa la fine per arrivare a un nuovo principio... 
Tanto lì come qui si fanno bei ragionamenti su questioni come quella della memoria che si fa ricordo. Tanto lì come qui molto ruota intorno al concetto di amicizia. 
Tanto lì come qui il tono è quello di un racconto frutto dell'immaginazione, che però nasconde un nocciolo di senso che arriva con la giusta lentezza. 
Tanto lì come qui la stratificazione dei significati e delle questioni che il mero racconto pone davanti ai propri lettori è palpabile. Il che li accomuna sotto il medesimo grande ombrello delle buone storie. 
E ancora: tanto lì come qui si percepisce una grande ventata di potenziale futuro, che dentro libri per bambini e ragazzi non fa mai male. 
Dal punto di vista visivo, i due libri non sono paragonabili. Ma è anche corretto che sia così. 


Chissà se farà sorridere molti dei lettori adulti che lo leggeranno l'iconografia che Todd-Stanton ha voluto evocare nelle due cercatrici di rottami e nel loro habitat? 
Personalmente, essendo stata testimone e anche parte di quell'era geologica passata, mi sono intenerita parecchio a guardarle: loro davvero sopravvissute come due rarissimi esemplari di dodo. 

Carla

lunedì 13 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I - CONICO! 

Cose perse, Paolo Valsecchi, Guridi 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Mi sono perso 
Dimmi di più 
Ho perso la strada 
Punta alla meta 
Ho perso la bussola 
Segui le stelle 
Ho perso gli occhiali 
Ti guido io 
Ho perso tempo 
Hai fatto bene 
Ho perso la testa 
Bello, vero?" 

Perdere la pazienza, perdere la ragione, perdere il filo del discorso, perdere le parole, la voce, il sonno...E anche il treno. 
Questo è quello che racconta una delle due voci. Alla quale risponde, in una sorta di controcanto, una seconda. Al malessere della prima si offre un secondo punto di vista, che ogni volta risponde, rassicurante, suggerendo con garbo un diverso modo possibile di attraversare la situazione e lasciarsi alle spalle la pesantezza. Un diverso modo di vivere il distacco: un'opportunità differente di vedere le cose. Nella quarta di copertina, c'è la risposta a ogni lamento per essersi smarriti, per essersi persi per strada gli altri o anche pezzi di noi stessi. 

Perdere, qualcuno qualcosa, e perdere anche sé stessi crea smarrimento, mancanza, disagio, dolore. Non mi riesce proprio di vederla diversamente. Dipenderà, personalmente, dal fatto che perdo malvolentieri.


Perdere qualcosa e qualcuno in linea di principio e nell'accezione comune della parola è un'esperienza negativa, ma non si potrà non essere d'accordo con la seconda voce che ha il merito di spostare sempre un po' la prospettiva. E tutto sommato, se le si dà ascolto, l'orizzonte si potrà aprire in modo che possa diventare qualcosa di diverso. Quello che poteva ridursi a essere una sottrazione, una mancanza, un vuoto diventa una speranza, un'occasione, una possibilità. 
Un nuovo inizio. 
In questa chiave, un mucchio di anni addietro, faceva bene Antonella Abbatiello a consolarmi perché avevo perso qualcosa di mio, perché mi si era rotto qualcosa - neanche più ricordo che cosa - e avevo dovuto per forza separarmene. 
Le sue parole di allora - quelle sì, mai dimenticate - mi ricordano quelle di Valsecchi ora. 

Per vedere quanto un libro con le figure valga veramente, si può fare la prova di come testo e figura dialoghino (o battibecchino) tra loro. E per farlo, può avere senso "leggerli" in modo separato. 
Valsecchi, è chiaro fin da subito, crea un dialogo serrato tra due voci: una scoraggiata e l'altra piena di fiducia. Una delle due voci, pare di sentirla, è sommessa, l'altra è solida. Uno dei due protagonisti guarda in basso, l'altro spazia lontano. 
E cosa fa Guridi per dare forma a questo difficilissimo dialogo? 
Sceglie un oggetto i-conico (!), ossia un imbuto.



Anzi due, anzi tanti. E li colora di arancione. Ancora una volta, l'arancione. 
E li sposta sulla pagina. E li mostra da angolazioni ogni volta diverse. E li moltiplica e poi li nasconde. Li rimpicciolisce e li rende enormi. 


Ma soprattutto li mette in dialogo con uno, anzi con entrambi i personaggi. Due uomini. E anche loro, li colora. Ma di nero e di grigio. Ancora di nero e di grigio. Spesso è uno solo ad occupare il foglio. Ed è lì che si flette, si sdraia, si accuccia, si siede, si guarda l'ombelico. 
Ma con gli imbuti fa anche di più. Ci gioca, ovvero se ne serve. Guridi, come potrebbe fare un bambino, di quell'oggetto ne studia la forma, il profilo e ne riconosce molte altre letture: diventano occhiali, diventano amplificatori, diventano megafoni, diventano clessidre, diventano grandi e poi piccoli, diventano tanti da uno che era. Si capovolgono, si orientano nelle mani di quegli uomini in nero. 
E il lettore è chiamato a ogni giro di pagina ad aspettarsi qualcosa di inatteso, è chiamato a leggere l'oggetto messo in relazione con il testo, il suo gioco di forma poliedrica che può essere capita in molti modi diversi. 


Ma nei risguardi, ovvero nella loro sequenza, nel loro segnare un prima e un dopo, nella loro differenza sulla quale è necessario tacere, c'è il senso che Guridi parrebbe voler cogliere, dopo aver ascoltato quei due dialogare. Una sorta di sua morale della favola... 
Come sempre, lui è il gigante che è! 

Carla

lunedì 30 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

KANT e TOPOLINO

Il sogno del gigante, Jon Fosse, Akin Düzakin (trad. Eva Valvo) 
Iperborea 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Mi chiamo Kristoffer. Ho otto anni e faccio la terza. La sera quando vado a letto, spesso rimango sveglio a pensare. Quando non penso, spesso leggo Topolino. 
Adesso penso. Sento mio padre muoversi in soggiorno. Se viene in camera so già che mi dirà di mettermi a dormire, perché domani devo andare a scuola, dirà. E io gli risponderò che prima voglio leggere un po’ di Topolino. D’accordo, dirà lui, ma tra poco devo mettermi a dormire, altrimenti domani sarò troppo stanco a scuola. 
Mi chiamo Kristoffer e ho otto anni. Stavo giusto pensando all’universo. L’universo è una cosa che non capisco." 

Urge la presenza di papà, perché pensare all'universo - come diceva anche Charlie Brown - schiaccia sempre un po'. 
La questione che preoccupa Kristoffer è complessa e altamente speculativa: l'universo ha una fine? E cosa c'è al di là dell'universo? Il niente? Eh già, ma cosa è il niente? E se invece l'universo una fine non ce l'ha, come è possibile pensarlo, poterlo immaginare? 
Pensare una cosa e il suo contrario è dunque possibile. E la cosa fa paura. 
Urge la presenza di papà. 
E se da qualche parte nell'universo c'è un gigante così grande che nessuno può vederlo e che ognuno di noi esiste solo nel sogno di questo gigante? E se lui si sveglia, che fine facciamo tutti noi, che esistiamo solo nei suoi sogni? 
Anche questa idea fa paura. 
Urge la presenza di papà. 
La paura di questo bambino nasce proprio da questo suo non capire. 
Le cose che non si capiscono fanno paura. 
Urge la presenza di papà. 
"Papà!" "Sì, Kristoffer, che c'è?

In questo dialogo tra padre e figlio, alle soglie della notte, si mettono giù un bel po' di questioni di carattere filosofico e nello stesso tempo le si incornicia in un pezzettino di vita vera. 


Sulle pagine c'è un bambino che si interroga nel momento in cui capita a tutti di lasciar correre i pensieri - prima di addormentarsi. 
Lui è lì sdraiato nel suo letto, con una lucina accesa, un giornalino di Topolino sulla pancia e guarda nel vuoto. E quel vuoto si riempie di universo e di giganti e di domande... 
Nella camera accanto c'è invece un papà seduto in poltrona che legge un libro. 
Chiamato, interpellato, risponde. 
Il suo ruolo è quello di provare a ragionare con quel bambino senza mai perdere di vista il suo obiettivo: domani c'è scuola e non ci possiamo permettere una notte di ragionamenti sui massimi sistemi...


Questo è per dire che il "quadro" di questa storia è altrettanto interessante quanto la sua "cornice". 
La cornice deve la sua bellezza all'intensità emotiva e all'onestà intellettuale di quel padre. Dietro di loro c'è Jon Fosse, ovviamente. Queste due caratteristiche fanno di Jon Fosse uno scrittore da non perdere di vista. 
Colpisce la sua capacità di raccontare, qui riassunta in poco più di una frase, un'abilità, per la verità tutta infantile: quella di saper passare da Topolino ai massimi sistemi con un semplice switch. 
Bel colpo! 
E altrettanto colpisce la capacità di profilare il padre che ogni bambino si meriterebbe: onesto nelle risposte, capace di restituire con parole semplici il profilo di una grande questione: la relatività delle cose, la finitezza del pensiero umano di fronte alle molteplici possibilità, l'impossibilità di avere risposte per ogni domanda... Questo è già parte del quadro. 


Alle domande filosofiche che il bambino si pone lui risponde con affetto e con una frase che non ci si aspetterebbe, ma che invece pare essere l'unica accettabile e comprensibile: "pensarci non serve a niente, perché comunque non puoi capirlo... Ci sono tante cose che non si possono capire." (E comunque domani devi andare a scuola...) 
Quindi anche la paura dell'essere nel sogno del gigante si sbriciola perché la cosa che conta non è essere nel sogno di qualcuno, ma essere lì assieme a chiacchierarne, e del sogno e del gigante. (E comunque domani devi andare a scuola...) 


Avere immaginazione è cosa buona e giusta, al pari di saper tenere i piedi nella realtà. 
Si tratta di un percorso da grandi equilibristi: mettersi su un filo ad alta quota, ma avere sempre chiara la percezione che passa attraverso le piante dei nostri piedi sul cavo sospeso. 

Carla

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbero le immagini. Rendere visivamente un testo così complesso senza cadere nella didascalia, nell'ovvio o nell'oscuro ha il sapore della grande sfida. 
Vinta, anche questa.

mercoledì 11 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL MOSTRO E LA STELLA
 

Sirio è una ragazzina di 12 anni, ha un nome da maschio il cui significato ha ignorato fino ad ora. Il mistero di questo nome è tutt’uno con quello di un padre mai incontrato, del quale sente rabbiosamente la mancanza, un padre che viene continuamente evocato, ogni volta immaginato con un’identità diversa. Sì, perché Sirio ha una grande inventiva, diciamo pure che ha una particolare abilità nel confezionare bugie, il più delle volte utilizzate per raggiungere scopi precisi. Ha un carattere deciso, tanto che nella banda costituita da una manciata di ragazzetti, lei è indiscutibilmente il capo! Le bande si compongono e si fronteggiano tra di loro, e le ragioni per cui una banda si costituisce è perché ti permette di fare esattamente le cose che faresti, ma in compagnia, ha una forza maggiore e le contese diventano spesso lo scopo di lunghe e vuote giornate in un piccolo paese quale è Fiesole. 
Ma questo è vero fino a quando, il 3 settembre del 1943, non viene firmato l’armistizio. Fino a quel momento la guerra è stata un racconto o una serie di notizie che hanno scalfito solo in minima parte la spensieratezza di questi ragazzi, ma lo scenario cambia completamente e anche Fiesole smette di essere un luogo sicuro e tranquillo, per essere raggiunto dai fatti e dalle persone direttamente collegate al conflitto. Si apre così una cesura importante, tra un tempo che aveva tutte le caratteristiche e la leggerezza dell’infanzia, e un altro in cui anche ai più piccoli viene di fatto imposto di crescere, di guardare il presente e soprattutto di cominciare a farsi delle domande. 
Un incontro decisivo sembra mostrare ai ragazzi l’impossibilità di essere ancora bambini e soprattutto di credere che ci siano dei valori eterni e non negoziabili. La storia, con le sue contraddizioni laceranti, si presenta con le vesti di un soldato gravemente ferito, che Sirio e Giovacchino (suo piccolo e fedele compare) trovano in un castello situato nel folto di un bosco. 
Sono convinti che si tratti di un soldato inglese e, come tale, amico. Sirio scopre in un secondo momento che si tratta invece di un tedesco e questo la pone di fronte a un grande dilemma: continuare a prendersi cura di lui o abbandonarlo ad un destino di morte certa? È lecito anche solo porsi una domanda del genere o la vita umana va custodita e preservata in ogni caso? Sirio è naturalmente e spontaneamente convinta di quest’ultimo assunto, soprattutto non comprende (ancora) perché la guerra, che sta travolgendo ogni aspetto della vita, debba insinuare dubbi di questa natura e impedirle di prendere una decisione che lei reputa inevitabile. 
Il soldato ferito viene chiamato Il mostro, perché nel momento in cui viene ritrovato le sue condizioni sono molto critiche, vittima di un pesante pestaggio, l’uomo viene scambiato da Giovacchino per una creatura mostruosa e tale rimarrà nei racconti e nei riferimenti, anche quando sarà guarito e avrà ritrovato un aspetto umano. 
La scelta di non attribuirgli un nome diverso da quello di mostro conferisce un tono spaventoso alla relazione che Sirio costruisce pian piano con lui e l’esposizione dei fatti non manca mai di generare nel lettore uno stato di inquietudine mai sedata, come se fossimo sempre in attesa che la natura non umana di questa creatura venga prima o poi a galla. Oltretutto l’uomo non pronuncia alcuna parola, né in italiano, né nella sua lingua d’origine, e non sembra compiere alcuno sforzo per comunicare, tanto che sorge il sospetto che oltre che la parola, abbia perso la memoria. 
Il nodo del romanzo è tutto in questa questione che Nicoletta Verna non risolve nel modo più scontato, apparecchiando la tavola con valori chiari e facilitando così lo schieramento del lettore. Neanche la scelta della vita è la più scontata in tempo di guerra, semplicemente perché le tracce di umanità si fanno sempre più rare e il modo in cui occorre guardare al presente è tutto cambiato. La presa di coscienza del mondo, ma soprattutto del contributo determinante che si può fornire perché cambi in una direzione piuttosto che in un’altra, segna la svolta più importante nella vita di Sirio e di tutti i suoi giovani amici. Non più gruppo unico di vite che attendono la fine della giornata come un dono certo e dovuto, ma soggetti distinti e in grado di assumersi la responsabilità di una scelta, anche quando questa provoca delle conseguenze dolorose. 
L’impegno che Sirio, sola, decide di riservare alla guarigione dell’uomo le permette di rivendicare una sua autonomia e differenza rispetto a Dante, ragazzo più grande di lei, appartenente a una famiglia esposta politicamente e che ha nutrito l’educazione del ragazzo di una serie di valori che hanno poi determinato la sua naturale scelta di campo. Sirio è molto attratta da lui, ma la loro relazione è burrascosa, perché la costruzione di un’identità per la ragazza è il frutto di un percorso molto più difficile; lei parte da un contesto aspro e rude. L’approdo a un pensiero, a una convinzione, per lei sarà scelta totale e priva di compromessi: si dedicherà interamente e da sola alla salvezza del soldato, così come sarà completamente presa dalla realizzazione di una vendetta che, sola, può riscattare il suo errore. In uno scenario fosco e drammatico come quello di una guerra la luce non scompare del tutto, ma viene cercata con grande desiderio e trovata in piccoli ma preziosi momenti. La luce è quella delle stelle (Sirio scopre le stelle grazie al casuale incontro con una giovanissima Margherita Hack) che mute e imperturbabili in cielo assistono allo scempio umano e nutrono i sogni di pace. La luce è anche quella degli affetti sinceri, degli abbracci rassicuranti di una madre e di quelli forti come un terremoto di un nuovo amore. 
Nicoletta Vera ha costruito con questo romanzo una storia avvincente e un personaggio che difficilmente sarà dimenticato. 

Teodosia 

L’inverno delle stelle di Nicoletta Verna, Rizzoli 2025 


venerdì 24 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL VECCHIO E IL BAMBINO...

Il libro delle domande-Libro de las preguntas
, Pablo Neruda, Paloma Valdiví
(trad. Giuseppe Bellini) 
Edizioni Lapis, 2025 


POESIA ILLUSTRATA 

"Perché per attendere la neve 
s'è svestito l'albero ?

Le foglie d'inverno vivono 
in segreto con le radici? 

Dove lasciò la luna piena
il suo notturno sacco di farina?" 

Dónde dejó la luna llena 
su saco nocturno de harina? 

Questo è l'ultimo verso della prima poesia della versione originale in spagnolo de il Libro de las preguntas. Neruda non lo vide mai pubblicato. Morto nel 1973, il libro fu pubblicato in Argentina nel 1974. 
Nella sua forma originale si tratta di 74 poesie che si compongono tutte, ma proprio tutte, di domande. Ogni poesia è a sua volta composta da un numero variabile di versi, da tre a sei distici, mai in rima, ben inteso. 
In tutto sono 320 domande, che Neruda ha collezionato nel corso della sua vita e che ha ordinato in forma poetica poco prima di morire. 
Circostanza questa che ha fatto dire che il Libro de las preguntas fosse una sorta di suo testamento poetico e giocoso. 
Ecco. Giocoso, forse è una sua chiave di lettura. 


O quanto meno è la molla che ha fatto pensare a due importanti e illuminati editori di pubblicarlo nella loro collana per bambini. 
Il primo di questi editori è Media Vaca, pazzesca casa editrice spagnola, che lo affida alle illustrazioni di Isidro Ferrer e lo fa uscire nel 2006. Il testo è integrale e le illustrazioni sono, se possibile, un valore aggiunto al testo. 
Il secondo di questi editori è Enchanted Lion, altrettanto interessante casa editrice diretta da Claudia Zoe Bedrick. Ed è questa l'edizione che arriva anche in Italia con Lapis.
Claudia, in quanto editor,  ne pubblica solo una selezione, 39 poesie contro 74, 70 domande contro 320. Decide di cogliere letteralmente fior da fiore dalle domande e le riorganizza in un ordine che non ha quasi più niente a che fare con la suddivisione fatta da Neruda all'epoca. E decide di lasciare, accanto all'inglese, anche il testo originale. Cosa che Lapis, per le troppe difficoltà di acquisizione dei diritti del testo originale di Neruda, purtroppo non fa. 
L'editor di Enchanted Lion lo sottopone all'illustratrice, Paloma Valdivía, sperando che accetti. 
E così succede. 


Paloma, a sua volta, ricevuta la selezione di Claudia, lo stravolge ulteriormente per arrivare a un ordine ancora diverso che però abbia per lei un significato potente e in qualche modo anche "narrativo". 
Lei ha due esigenze fondamentali: segnare come forte il principio e la fine. E se si guarda l'immagine che apre il libro e quella che chiude, si percepisce con grande chiarezza cosa lei vada cercando. 
Inoltre, appunto, Paloma Valdivia vuole creare all'interno del libro una sorta di narrazione che attraversi tre diversi scenari: l'acqua, la terra e il cielo. E se si guardano i risguardi (!) si percepisce con grande chiarezza cosa lei vada cercando. 
E così succede. 
Claudia quindi dà carta bianca (sarebbe più corretto dire carta nera) a Paloma Valdivia (che detto per inciso su questo libro da piccola ha imparato a leggere... poteva rifiutare di illustrare il libro della sua infanzia???), dicendole di fare il libro più bello mai fatto finora e dicendole anche di progettarlo senza porsi limiti, perché poi Enchanted Lion avrebbe fatto di tutto per realizzarlo. 
Su un'unica cosa è molto determinata: Paloma Valdivia nelle illustrazioni non dovrà mai cercare di dare risposta alle domande. 
E così succede. 
Una volta deciso il suo proprio ordine di apparizione delle domande, Paloma Valdivia comincia a ragionare e a studiare: legge tutto Neruda, va mille mila volte a visitare la sua casa e le sue collezioni per capire da dove arrivino queste domande. E poi legge von Humboldt e Darwin, perché pensa che Neruda proprio in quell'ottica si sia posto nell'averle concepite nel corso di una vita. 
Come uno scienziato che va alla scoperta di ciò che non conosce, che esplora il mondo, la natura che lo circonda, capendo una cosa fondamentale: in natura tutto sta insieme. 


E, postasi in questa condizione mentale, Paloma comincia a disegnare. 
E la prima scelta che fa è quella di immaginare spesso il fondo nero, appunto: il colore dell'universo, il colore del mistero, il colore che contiene in sé le cose ignote che sono il grande motore di tante domande. Poi gioca anche visivamente sulle connessioni tra le parti, legando, senza parere, le linee di una pagina con le linee di quella successiva... Vanno cercate, sono lì. Basta seguirle con il ditino. 
Paloma ha anche bisogno di più spazio per tenere insieme più di due o tre domande di fila; secondo lei sono forti i legami che le uniscono. Per accoglierle, nascono per questo le pagine a bandella, là dove necessarie. Questo -detto per inciso- accentua il senso di scoperta, di sorpresa che ogni volta si crea in occasione delle sei pagine doppie, inaspettate e irregolari nell'impaginato. 
Il colore verde dell'inchiostro è l'ennesimo riferimento che Paloma ha voluto nel libro per rendere omaggio a Pablo Neruda che solo di verde ha scritto ogni suo rigo (chi ha letto il magnifico libro sull'infanzia di Neruda, la storia del piccolo Neftalì, ricorderà che verde era anche li colore della stampa e delle illustrazioni del bellissimo Il sognatore, scritto da Pamela Muñoz e illustrato da Peter Sís). 
Tanta cura nel fare un libro, lo studio mattissimo e profondo su Neruda - studio che è durato per tre anni o forse cinque - di Paloma Valdivía hanno avuto un esito: il libro negli Stati Uniti, nel 2022, ha vinto premi prestigiosissimi. 


Per chiudere il cerchio, forse però vanno dette due parole in più sul fatto che un libro del genere abbia solleticato due editori - e adesso tre - per bambini. 
Se dovessi sintetizzare direi che le domande sono la chiave della loro scelta. E con esse, quello sguardo stupito di fronte a tutto quello che non si conosce. Succede un po' così: lo sguardo incuriosito di un bambino non credo sia poi molto diverso da quello di un poeta, ormai vecchio e saggio. 
Le domande sono roba da gente curiosa, roba da gente che immagina per mestiere: sono roba adatta ai bambini e ai poeti. I bambini, loro, per prendere la misura del mondo, ne devono fare in continuazione. Peccato poi che tale sana abitudine di interrogarsi si perda, nella maggioranza dei casi, con il crescere 
Di questo libro i bambini possono reggere il passo e lo sguardo, sguardo che è nello stesso momento attento e meravigliato, esatto e vago... 


E così spero succeda. 

 Carla

venerdì 17 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SMUOVERE LE SFERE UNIVERSALI

Se dormo con gli occhiali, vedo meglio i sogni? I grandi quesiti dei bambini, Claude Ponti (trad. Giorgia Arnaldi, prefazione Maura Gancitano) 
Babalibri 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni) 

"Apolline, otto anni, chiede: PERCHÉ ALCUNI ANIMALI DEPONGONO LE UOVA E ALTRI NO? SE ANIMALI COME GLI ELEFANTI, GLI UMANI O LE GIRAFFE DEPONESSERO LE UOVA, DOVREBBERO PRIMA COVARLE… 
MA SAREBBERO TROPPO PESANTI E I GUSCI SI ROMPEREBBERO! QUINDI SERVIREBBERO GUSCI RESISTENTISSIMI, MA A QUEL PUNTO I PICCOLI NON RIUSCIREBBERO A ROMPERLI PER USCIRNE… E NASCERE. 


Leïla, cinque anni e mezzo, dice: A QUANTO PARE SONO NATA IL GIORNO DEL MIO COMPLEANNO… 
SÌ. IL CHE SI SPIEGA PERCHÉ IERI VIENE PRIMA DI DOMANI CHE ARRIVA SUBITO DOPO OGGI CHE SCOMPARE APPENA ARRIVA DOMANI E CHE DIVENTA IERI E COSÌ VIA, AVANTI E INDIETRO. ALLORA, PER NON DIMENTICARE IL GIORNO IN CUI SEI NATA, IERI, SI FESTEGGIA OGNI ANNO LO STESSO GIORNO DELLA TUA NASCITA, IL CHE SIGNIFICA CHE HAI UN ANNO IN PIÙ E UNO STRATO IN PIÙ SULLA TUA TORTA DI COMPLEANNO QUANDO È OGGI. ECCO. 


Caroline, tre anni e mezzo, chiede: MAMMA, IO HO UN DESTINO? SÌ, DA QUELLA PARTE!" 


Il libro funziona così: ci sono dei bambini e delle bambine che per età variano dai 3 anni ai 10 e ciascuno di loro si presenta con una domanda. Solo in rarissimi casi, con delle affermazioni. A ciascuna di queste questioni sollevate è dedicata una pagina e un disegno - un fumetto in verità - che in qualche modo cerca di dare una risposta o di giocarci su e aprire ulteriori scenari di indagine. Alle domande ci sono i piccoli, alle "risposte" illustrate c'è un grande (in tutti i due sensi), che è per l'appunto Claude Ponti con i suoi innumerevoli topi. 
La qualità e la varietà delle domande lasciano davvero senza fiato. 
E si potrà notare facilmente come spetti ai più piccoli - treenni, quattrenni e cinquenni - la capacità di smuovere con i loro quesiti le sfere universali. 
Tanto più i bambini e le bambine crescono, tanto più le loro domande si fanno specifiche, indirizzate ad ambiti più particolari, ma non per questo meno fulminanti. 
Per esempio: cosa vuol dire artificiale? Il mondo potrebbe funzionare senza i soldi? Pesiamo di più quando pensiamo a un cervo piuttosto che a un gatto? Ecco, cose così. 
Le domande, che sono state raccolte per 7 anni nelle pagine della rivista Philosophie Magazine, sono dei giganteschi inneschi per la creazione di mondi a sé stanti che possono essere brevemente esplorati per andare nella direzione di una possibile risposta. 
Fa bene Maura Gancitano, la filosofa cui è stata affidata la prefazione, a intitolarla Piccoli teatri dell'immaginazione perché Ponti - così ho imparato - per tutta la sua vita di autore di libri per l'infanzia non ha fatto altro che creare mondi. Mondi immaginari che si spalancano una volta superata una fatidica soglia. 
Qui, ancora una volta, questa sua modalità di raccontare storie si ritrova quasi tale e quale. 
Il quasi dipende proprio dal respiro più affannato di dover rispondere in una sola pagina alla singola questione posta. Il grande respiro dei suoi libri più famosi - da Biagio a La mia valle, passando per il Catalogo dei genitori - qui non ci può essere. 
Rimane intonsa invece la sua capacità di offrire scenari - da cui i piccoli teatri, cui allude Maura Gancitano, che mettono in scena spazi sconosciuti da andare a esplorare. Ecco, forse la chiave è proprio questa: quella di non voler dare una risposta 'chiusa' a domande così tanto ariose, ma invece mettersi in gioco e provare a rilanciare. 


Mettersi in gioco e rilanciare prevedono due condizioni necessarie da parte di un adulto: da un lato mettersi lì ad ascoltare con attenzione la domanda per poterne cogliere per intero la grandezza e dall'altro lato dimostrare di avere la capacità di spingere il ragionamento nella direzione dell'immaginazione, ossia del possibile. Ma sono pochi gli adulti che lo fanno di default quando dialogano con i bambini... 
Ma Ponti sì. Lui lo fa.
Per questo, alla bambina che chiede se Babbo Natale crede in Dio, lui risponde con la chiarezza inoppugnabile che suona come un sillogismo, seppur folle. 
E ancora, a Shilo, che pone una questione apparentemente facile e logica, Ponti gli dà una risposta che fa davvero saltare sulla sedia per quanto trasversale e inafferabile si dimostra! 
Sono certa che tanto la filosofia (o se preferite le grandi domande) quanto autori come Ponti siano cibo necessario all'infanzia per crescere bene! 
Qui, insieme! 

 Carla

venerdì 3 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (iibri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA

Sta dormendo?
, Olivier Tallec (trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Prendiamo il sentiero del prato giallo, per andare ad ascoltare il nostro uccello preferito, il merlo. Ma oggi non c’era. 
Lo abbiamo cercato dappertutto, anche vicino al torrente. Non era da nessuna parte. 
Alla fine l’abbiamo trovato sul sentiero. Era sdraiato, tutto tranquillo. 
Non avevamo mai visto un uccello così da vicino." 

Lo scoiattolo e Pok amano molto sedersi sul vecchio ceppo per vedere gli uccelli che passano ad alta velocità sulle loro teste, ma quando arriva la noia si spostano e vanno a sentire il merlo. 


Non vedendolo, lo vanno a cercare. Lo trovano steso sul sentiero. 
E la domanda sorge spontanea: sta dormendo? In questo caso loro dovranno aspettare che si svegli e dovranno fare silenzio. Ma se fanno troppo silenzio, il merlo indisturbato continuerà a dormire e quindi i due decidono di chiamarlo, ma niente. Allora fanno un po' di rumore, ma niente. 
Allora fanno un bell'urlo, ma niente. 


Oh, oh. Hanno finito le idee, quindi è il caso di andare a cercare Günther per capire come svegliarlo. Günther pensa che sollevandolo in alto lui avrebbe avuto modo di spiccare di nuovo il volo. Ma loro sono troppo piccoli per riuscirci: essere troppo piccoli per una cosa troppo grande per noi. Ecco che nelle loro teste si insinua il dubbio che il merlo lì steso non stia dormendo, ma sia morto. Günther non lo crede perché chi canta così bene non muore mai... Come dargli torto? 
Visto che i vivi sono caldi e i morti sono freddi, e il merlo adesso è tiepido, forse allora è solo mezzo morto? 
Ma i mezzi morti prima o poi si alzano... Il merlo, no. 
I morti non si possono lasciare lì per terra, con una foglia secca accanto... 
Questa è la storia del suo funerale! 

Tallec non perde una gara! 
Attraversa sempre grandi questioni senza mai prescindere da due fattori: da un lato vederne il lato leggero, teneramente ironico, che spesso e volentieri è un aspetto pratico che riguarda l'intera faccenda e dall'altro far sì che il lettore, proprio in nome di questa prospettiva, possa riconoscere e riconoscersi in ciò che accade. Sorridendone con affetto. 
Per intenderci, cogliere il lato comico e un po' goffo di come si attesta il trapasso del merlo e tutto il rovello che quei tre mettono in piedi, significa alleggerire il tema. 
Per forza. Parlare di un mezzo morto o pensare di issarlo per farlo di nuovo volare fa sorridere e quindi come per magia stiamo sorridendo davanti a un morto e per come i vivi lo trattano. Ed è in questo che Tallec dimostra di ricordare o di sapere come un bambino si pone di fronte all'evento della morte: quale bambino non prova la curiosità di toccare un piccolo animale morto, verificarne con i sensi il suo diverso stato. Per capirci, il merlo freddo caldo o tiepido...


E ancora, parlare di morte con tenerezza, attraverso l'ironia e l'esito pratico di come organizzare le meritate esequie significa tirare uno solo dei mille fili di un intreccio ben più complesso e ben più profondo e doloroso. Ma, combinazione, quel filo "funeralizio" ha qualcosa in sé di così tanto tangibile, tattile, pratico, quotidiano, che rende il grande pensiero, le grandi emozioni che la morte porta con sé, percorribili con meno sforzo. Attraversabili, con addirittura il sorriso in faccia. 
Ed è qui che con grande falcata il suo libro supera tutti quelli che sono solo lacrimevoli. E cercano di trovare soluzioni al dolore di una perdita, affidandole a un albo illustrato. 
Tallec trova il modo di farci sorridere e soprattutto non dà soluzioni preconfezionate. Fa accadere cose semplici, cose che hanno a che fare con la quotidianità e le mette lì in mostra. Spetta a ciascun lettore fare il passo successivo per trovare da sé le proprie ragioni. 
E quello che accade è che attraverso una storia semplice, accogliente, in cui tutti ma proprio tutti possono accomodarsi senza troppa fatica, in cui tutti riescono a trovare il proprio posto, attraverso i dialoghi di personaggi che sono 'umani' nel loro essere pieni di difetti e fragilità, ci confrontiamo senza lacrime, anzi sorridendo, con una delle più grandi questioni dell'umanità, anzi forse proprio la grande questione dell'umanità. 


Come non accettare che arrivi la fine? Come constatare che la vita invece ha un termine? Come superare il distacco? Come provare a far restare con noi chi non c'è più? Come dare un nuovo senso alla vita di chi prosegue? 
Domande di tale portata sono nella testa di ciascuno, grande o piccolo che sia. 
Ed ecco quindi un nuovo libro universale e aperto, e quindi magnifico di Olivier Tallec. 

Carla

venerdì 26 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ELOGIO DELLA BUGIA 

Il bello di Kerstin, Helena Hedlund, Katarina Strömgård 
(trad. Samanta K. Milton Knowles) 
La Nuova Frontiera Junior 2025 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Lotten la sta fissando e Kerstin lascia il tubo e sposta lo sguardo verso il foglio. È bianco e vuoto, non vi ha tracciato neanche una riga. Se fosse stata invisibile sarebbe stato un bell’autoritratto. Ma lei non è invisibile. È visibile quanto tutti gli altri, anzi, forse di più. La mamma dice che quando il sole le illumina i capelli, si vede da lontano un miglio." 

In classe, tutti devono disegnare il proprio autoritratto. Tutti saranno poi attaccati alla parete. Un bel modo per dire io ci sono... 
Il problema di Kerstin, ossia quello che le sta rallentando il lavoro, è la mancanza del pennarello giusto per colorare i suoi capelli che sono color oro. Lei lo sa, e anche la sua mamma glielo dice sempre... 
La maestra Lotten il pennarello oro non lo ha e cerca di convincerla che il colore dei suoi capelli è tra il rosso e l'arancio. Ma quando uno ha la fortuna di avere i capelli d'oro non ci rinuncia facilmente. 
Kerstin su questo ha le idee molto chiare e altrettanto chiaro che la sua amicizia esclusiva con Fatima proprio non decolla. Fatta di pura routine: tutti i pomeriggi viene invitata da lei per pettinare assieme un tappetto rosa e bello peloso e quando Fatima si stufa si alza e la lascia sola per andare a giocare con i suoi videogiochi. Non è proprio il massimo del divertimento per la povera Kerstin. Eppure non riesce a sottrarsi, forse anche perché a star da soli potrebbe essere ancora peggio. Il tran tran quotidiano si interrompe all'improvviso quando Kerstin, grande collezionista di cose "d'oro", beh, quanto meno luccicanti, vede e raccoglie da terra nel corridoio di scuola una fedina d'oro. Bel colpo, altro che vetrini scintillanti! 
Da questo momento in poi, o meglio, dal momento in cui capisce che l'anello appartiene alla sua maestra, decide di tacere per non doverlo restituire e soprattutto per non essere additata come una ladruncola. 
Come spesso accade nelle situazioni difficili, la strada si fa tortuosa e tutto quello che al principio sembrava una passeggiata adesso diventa un percorso a ostacoli, faticoso e complicato. 
Nella testa di Kerstin si accumulano pensieri foschi, qualche bugia, parecchi dubbi sull'amicizia, svariati momenti di solitudine e un certo numero di scelte considerate obbligate.
Questa è la storia di una bimbetta che con le sole sue due manine fatica a sciogliere i bei nodi in cui si è intrecciata la sua vita, ma quando le manine diventano quattro... tutto cambia e - magia! - tutto torna a posto! 

Sono figlia di un bugiardo. Non un bugiardo cattivo, ma di un magnifico inventore di panzane. 
Quindi fin da piccola ho fatto grandi riflessioni sull'argomento e le conclusioni a cui sono arrivata sono le seguenti: 
- mentire, nel proprio piccolo - per mitomania può essere SPASSOSO 
- mentire per salvarsi all'ultimo passo prima del burrone può essere NECESSARIO 
- mentire (o tacere) per poter essere lasciati soli a sbagliare in santa pace, SI FA 
- mentire per salvare qualcuno in pericolo, È GIUSTO 
- mentire per approfittarsi della fiducia di un amico e farlo fesso, È DISGUSTOSO! 
E a mia volta sono stata una bugiarda e anche un po' gazza ladra, come Kerstin e Gunnar. 
Capisco i piccoli ladri e i piccoli bugiardi perché io stessa ci sono passata, da normale bambina quale mi sono sempre considerata. Tanto basta. 
Chi non è d'accordo, almeno in parte, con la mia scala di valori, forse potrebbe fermarsi qui nel leggere e forse non apprezzerà neanche Il bello di Kerstin
Il bello di Kerstin è che è bugiarda e - inconsapevolmente - anche ladra. E si auto assolve e si macera il giusto. 
Il bello di Kerstin è che ha una bella confusione in testa e nell'anima, adesso come adesso. 
Il bello di Kerstin è il suo saper bene quale sia la teoria, ma nella pratica le capita di inciampare più e più volte. E non è la sola. 
Il bello di Kerstin è che sa fare squadra con chi è più in difficoltà di lei. 
Il bello di Kerstin è che si è andata a incastrare da sola in una situazione che con il passare del tempo le scoppia tra le mani e diventa sempre più complicato per lei uscirne illesa. Ma ci riesce con la complicità di un amico vero, un paio, anzi tre, bravi genitori e un buon piano! 
Il bello di Kerstin è che è meravigliosamente piena di difetti: nulla di incorreggibile, s'intende. Tuttavia, in questo suo ribollire emotivo fa tutti quegli errori "previsti dal codice" che la fanno essere "doppia" e che le permettono di essere accettata senza troppo sforzo dagli altri. Compresi alcuni adulti che, anche da grandi, continuano a inciampare, esattamente come lei, davanti a lei. 
Insomma, questi sono solo un po' dei belli della bambina Kerstin. 
Si riconoscono come belli perché sono maledettamente veri. 

Lo giuro sul mio onore 
Lo giuro sul mio dolore. 
Sul mio... odore 
Sul mio sudore. 
 Su tutti gli ore del mondo! 
Lo giuro! 
[op.cit. e applauso a Samanta K. Milyon Knowles] 

Chi è in cerca di un libro con bambini ben confezionati che facciano i buoni, che righino diritto, che siano esempio edificante per gli altri, lo lasci giù: Kerstin non è nulla di tutto questo.
Chi invece è in cerca di un libro abitato da bambini un po' difettosi, ossia che siano sia ombrosi sia luminosi, onesti e bugiardi, indifesi e robusti, affettuosi e opportunisti, lo legga. 
Subito! 

Carla

lunedì 25 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

LA RAGAZZA È IL MASSO 

La ragazza e il masso, Kristien In-'t-Ven, Martha Verschaffel (trad. Valentina Freschi) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Sembrava un masso. Un pezzo di montagna. 
Era così anche al tatto. Ruvido e duro come granito. 
Grande e impossibile da spostare. 
Cosa doveva farsene, di un masso che non aveva nemmeno chiesto? 
Proprio niente, pensò. Decise di posarlo e di tornare dentro. Ma non ci riuscì. 
Per quanto ci provasse, il masso non si smuoveva." 

Un fattorino lo ha appena depositato nel vano della porta di casa sua. Lei non ha ordinato nulla, men che meno un masso più grande di lei, eppure su quell'enorme pietra c'è il suo nome e per il corriere non ci sono alternative: è a lei che lo deve consegnare. 
Il masso ovviamente non passa dalla porta ed è maledettamente pesante. 


La ragazza, che un minuto prima era lì che impastava il pane, ora si ritrova fuori di casa con un pietrone da gestire. 
In tutte le maniere lei prova a spostarlo, ma senza successo. Più cercava un modo per liberarsene, più quello si appesantiva... 
La soluzione per lei è trascinarlo in qualche modo fin sull'orlo di un precipizio dove di solito la gente getta le cose che non vuole più avere fra i piedi. 
Il tragitto è faticosissimo e intervallato dai consigli e i giudizi delle persone che la vedono passare. Ma nell'atto di spingerlo al di là del ciglio cade anche lei dietro al masso che rotola in profondità, fino ad arrivare sul fondo, di fatto salvandola da un urto che per lei sarebbe stato fatale. 
Dei bambini si accorgono di quello che è successo e, con un buon lavoro di squadra, tirano su lei e il masso. Ormai è chiaro anche a lei che non ha senso cercare di separarsene. 
Dopo non essere morta, ma dopo aver toccato il fondo ed essere anche tornata a galla grazie ai bambini, si rende conto, forse per la prima volta, che tutti hanno con sé un masso. Piccoli o grandi, portati come zaini sulle spalle o al guinzaglio come cagnetti, i massi fanno parte della vita di molti, di tutti. 
Imparare a conviverci forse è la soluzione? 

Questo libro ha la caratteristica di generare giudizi tra loro contrastanti, in alcuni casi agli antipodi. Alcuni non ne hanno colto subito il senso profondo e la grande metafora che lo attraversa, altri lo hanno considerato "a tema", essenzialmente perché pone una grande questione (cosa altro dovrebbero fare i buoni libri, se non generare domande e mettere in moto le menti dei lettori, spostandoli di un po' dalle loro posizioni iniziali?). Altri ancora lo hanno reputato un libro bellissimo e quindi necessario. Tra questi, gli editori che l'hanno pubblicato nei Paesi Bassi e in Italia. 


Tra i molti che lo hanno considerato un gran libro, con una grande storia raccontata, sono nate interpretazioni molteplici. In sostanza tutti hanno cercato, in base alla propria esperienza, in base al proprio modo di leggere il mondo e la realtà, di dare un senso e un nome a ciò che si nasconde dietro (o forse sarebbe più corretto dire dentro) quel masso. 
Diciamo che, per come ce lo raccontano Kristien In-'t-Ven nelle parole così taglienti e necessariamente ambigue, e Martha Verschaffel nei disegni spigolosi, rigorosamente a matita, e quindi in bianco e nero, il masso è una roba "pesante", "ingombrante" e necessariamente "consistente" o sarebbe più giusto dire "esistente". 
Quindi, già solo l'idea di avere un masso con cui fare i conti significa mettere la protagonista in una condizione di svantaggio. Infatti al principio è proprio un fastidio: le impedisce di tornare al suo impasto, le sottrae l'accesso a casa e di fatto le nega la possibilità di tornare alla sua zona di conforto. 
Eppure. 
Il masso, però, è stato letto non tanto come un fastidio, un guaio arrivato tra capo e collo, ma come qualcosa che ha la facoltà di cambiare lo status di una persona e dal quale non ci si deve separare, al contrario bisogna imparare a tenerne conto. 
 Detto fra noi, se fosse così, troverebbe ancora maggiore senso la circostanza che la ragazza riemerga dal burrone con il masso...


Se così è, e io mi schiero tra coloro che così lo interpretano, il masso è lì a segnare davvero il passaggio da uno status a un altro. 
Sebbene sia pur vero che questo passaggio, spesso improvviso e repentino, avviene perché una sofferenza ti tocca, un dolore ti colpisce, tuttavia le cose potrebbero essere lette anche in altro modo. Faccio esempi concreti: libraie hanno visto in quel masso l'arrivo di un figlio, ragazzi di seconda media lo hanno definito "senso di responsabilità", che in qualche misura con il diventare grandi, o appunto con maternità/paternità ha parecchio a che spartire. 
Altri lo hanno considerato la presa di coscienza di sé stessi. 
Se dovessi dare una mia lettura personale direi: il masso è prima di tutto un impegno che la ragazza si prende, e non è affatto o non solo una difficoltà con cui imparare a convivere. 
O forse, ancora meglio, il masso è lì a dire che lei esiste nel mondo. 
Illuminante per me è stato il ragionamento di un filosofo, uno dei rari esponenti del genere maschile che questo libro lo ha fin da subito apprezzato (tanto da presentarlo alla Fiera di Bologna ad aprile scorso), secondo cui l'arrivo del masso segna un fondamentale passaggio tra quello che è il reale e quello che è la realtà. Laddove il reale è la proiezione che noi abbiamo di ciò che ci aspetta e la realtà è ciò che capita: inaspettata, inattesa, imprevedibile come un corriere che ci consegna un pacco che non avevamo mai richiesto... 


In altre parole, quel masso è lì non solo per salvare la vita di quella ragazza, ma addirittura per attestarne l'inizio dell'esistenza. E quel pane che l'aspetta per essere impastato, cotto e poi mangiato sembra proprio sottolinearlo. 
Noi cominciamo a essere nell'istante in cui il sasso ci trova e diventa parte di noi. 
Il masso è lì a dare misura e peso di ciò che è reale, trasformandolo - malgrado i nostri affanni e le nostre aspettative - in realtà! 

Carla