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martedì 19 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FOTOGRAFIE D’ESTATE 


La prima evidenza che colpisce immediatamente nel nuovo romanzo di Chiara Carminati è che è un romanzo di Chiara Carminati e di Massimiliano Tappari. 
Carminati-Tappari hanno già alle spalle una bella storia editoriale congiunta: da A fior di pelle del 2018 a Segui la stella del 2025, tutti editi da Lapis, i due autori hanno proposto libri per bambini molto piccoli dove le parole poetiche di Carminati accompagnano e sono accompagnate dalle fotografie di Tappari. 
In Mare mosso la sfida si alza di età e di livello: un romanzo per ragazzi, corredato da fotografie. Ogni capitolo, infatti,  inizia con una foto a cui più o meno implicitamente il testo tende. 
La protagonista del romanzo è la giovane Salicornia, Sal per gli amici, che con la madre e le due sorelle Tamerice e Posidonia, approda a San Gaudenzio, isola piccina e spersa del Mediterraneo. Sal non è felice di questo suo sbarco, tant’è che il capitolo si apre con questa immagine


Per Sal sull’isola c’è troppo caldo, troppa sabbia, troppo mare. Lei vorrebbe solo leggere fumetti di Lucky Luke e ripassare francese, ma pare che tutto congiuri contro queste due ipotesi. Non bastasse il caldo, l’isola è attanagliata dalla mancanza di acqua, motivo per cui saltuariamente si è costretti a fare la doccia con le bottiglie comprate nell’unico alimentari del paese. Il sindaco provvede in qualche modo ad accertarsi che tutti gli ospiti siano a loro agio, mantenendo i contatti con la nave cisterna che approda, se il mare lo permette. 
Sal è una ragazzina che sta bene con sé stessa, non cerca agganci con l’isola, ma è l’isola che gliene procura continuamente. Conosce così Glauco, un ragazzino con cui si scontra, è proprio il caso di dirlo, lungo un sentiero. Glauco ha al collo una macchina fotografica e inquadra pezzi di realtà incomprensibili agli occhi di Sal: delle rocce, il cielo, il mare. Cosa cerca Glauco? 
Dal mare appare anche la dottoressa Angela, che viene chiamata d’urgenza mentre prende il sole, per soccorrere la povera Tam caduta dagli scogli. 
Quello che pare un romanzo di formazione su un’estate inaspettata, piano piano diventa anche un romanzo sulla cura delle persone e dei luoghi. Succedono incendi improvvisi, la dottoressa denuncia il degrado sanitario, l’orizzonte del libro si annuvola piano piano. 


Come si riuscirà a comprendere la realtà dell’isola? Come si capirà cosa è successo? 
Guardando. Osservando, magari attraverso un obiettivo.
Il primo aspetto interessante del libro è il lavoro sulle immagini. Le fotografie di Tappari non sono mero strumento al servizio delle parole di Carminati (tutti i loro libri precedenti si basano sulla fusione creativa di parole e foto), ma aprono all’esplorazione del mondo. 
La mamma delle tre ragazze dipinge tutto il giorno: osserva, prepara i colori, disegna. Glauco fotografa. Sal legge fumetti che del rapporto simbiotico e creativo con le parole sono i capostipiti. Le domande che nascono dalle inquadrature, siano esse quelle di Tappari o quelle dei personaggi del libro, sono tante e profonde: cosa vuol dire rappresentare una porzione di realtà? Quanto cambia la percezione della realtà? La fotografia è solo una rappresentazione? Quanto posso cambiare osservando attraverso un mirino? 
Le fotografie lavorano su un doppio binario (come la nuotata citata dei ragazzi!): arricchendo la trama del libro facendo immaginare luoghi, suoni, profumi, ma anche aprendo il testo a mille significati.
Le fotografie a inizio capitolo allargano le possibilità della scrittura, arrivano dove le parole finiscono, o forse cominciano dando loro possibilità di dire. 


Il secondo aspetto che ho molto amato del libro è quello della lentezza. Non c’è un’esatta collocazione temporale nel libro, ma riconosco gli anni della mia giovinezza, gli anni ’80. Le foto di Glauco sono su pellicola, niente telefoni. Le giornate sono scandite da routine lente. Le fotografie non le vedi subito e per non sprecare pellicola, prima di scattare, ci pensi bene, poi le mandi a sviluppare e tornano giorni dopo. La fotografia analogica offriva uno spazio più lento nel suo rapporto con la realtà. 
Alla questa lentezza si aggiunge il fascino travolgente delle isole, soprattutto quelle piccole, in cui la natura talvolta decide al posto nostro. Se c’è mare mosso, tutto si ferma: non sbarcano turisti, non c’è acqua, non puoi andartene. Anche di questo parla il libro, del sottile confine tra noi e la natura, dell’imparare ad accogliere ciò che offre e, se non lo trovi, a cercarlo, perché da qualche parte un dono c’è. 
Ultime due considerazioni. La prima è che il personaggio della dottoressa Angela è ispirato alla storia vera della dottoressa Caterina Arena che nel 1975 aveva segnalato le scarse condizioni igieniche dei serbatoi comunali di Salina, motivo per cui era stata sollevata dall’incarico. La seconda riguarda la parte finale del romanzo, intitolata Album di fototraduzioni. È un gioco nel gioco. Io l’ho vissuto come un regalo al lettore e poi ho pensato che Glauco esiste. 

Valentina 

 Mare mosso di Chiara Carminati e Massimiliano Tappari, Mondadori

lunedì 2 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INFANZIE

Toy Stories
, Gabriele Galimberti 
OTM Company 2024 


ILLUSTRATI 

Si tratta di un libro quadrato, poco più di 23 cm per lato. Cartonato. 
Non ha titolo in copertina, ma la foto di un ragazzino ritratto nella sua camera, in piedi su una seggiolina, con le mani in tasca e un sorriso appena accennato. Pare assediato dai suoi giocattoli che occupano per intero il pavimento circostante della sua camera. 
Chi sia questo bambino lo si scopre girando la pagina. Si chiama Leon, ha sei anni e vive a Vienna. 
Il titolo del libro arriva nella pagina successiva, dove si apprende chi sia l'autore, Gabriele Galimberti, dove il titolo, Toy Stories, ha anche un sottotitolo: Un mondo di giochi
Il libro è fotografico e l'unico testo che accompagna i singoli scatti si compone del nome del soggetto fotografato, riporta la sua età al momento della foto e, importantissimo, il luogo dove è stata fatta. 


Due parole sulla storia editoriale di Toy Stories: prima pubblicazione negli Usa nel 2014, a dieci anni di distanza in Francia con Les grandes personnes e nello stesso anno in Italia per merito di Otm, che da Cortona di fotografia si occupa in diverse direzioni, tra cui anche l'edizione di libri fotografici. 
Quindi anche questo. 
Il fatto che OTM abbia le sue radici a Cortona e che anche Galimberti da lì arrivi e viva parte del suo tempo a Castiglion Fiorentino a una decina di chilometri in linea d'aria potrebbe far pensare che questo libro si esaurisca nella cornice di un progetto locale. Ma non è assolutamente così. 
Galimberti, che ha delle bellissime idee e che è fotografo di grande talento, è sempre in giro per il mondo a fotografare. 


E anche per Toy Stories ha attraversato una cinquantina di paesi per realizzarlo. 
Non volendo seguire le sue piste legate alla committenza del National Geographic, né tanto meno i suoi scatti per le più importanti riviste mondiali, o le sue campagne di moda, si scopre che c'è un filo rosso che tiene insieme i suoi progetti fotografici, che lo tengono occupato per anni. 
Quello che gli è valso il World Press Photo Award nel 2021, nella categoria Portrait, The Ameriguns, per esempio lo ha portato a collezionare 45 scatti di signori e signore che vivono negli Usa e che si sono fatti fotografare circondati da tutte le armi di cui dispongono a casa propria. 
Lo stesso schema tassonomico, ossia classificatorio, lo ha usato, per citare solo alcuni suoi libri, in In Her Kitchen (foto a sinistra di nonne di varie zone del mondo davanti a ingredienti di ricette cui segue la foto del piatto realizzato e ricetta scritta) o ancora per Your Couch is my Couch (foto dei singoli divani che lo hanno ospitato nella sua esperienza biennale di Couchsurfing). 
Toy Stories non fa eccezione: si tratta di un catalogo di bambini fotografati in ambienti diversi delle loro case circondati dai loro giocattoli preferiti.


La costruzione dello scatto però prevede che i bambini scelgano i loro giocattoli preferiti, e secondo me anche l'abbigliamento, ma la scelta dell'ambientazione e la disposizione dei giocattoli e dei bambini stessi sono farina del sacco di Gabriele Galimberti. 
L'effetto è stupefacente, stimolante e allo stesso tempo straniante. 
Davvero quei bambini e quelle bambine hanno pochissimo margine di azione - sostanzialmente solo la loro espressione è libera dal controllo del regista - e diventano nelle sue mani oggetti essi stessi al pari dei loro giocattoli, dei divani, dei lettini, dei pavimenti su cui si fanno ritrarre. 
Potrebbe sembrare una mancanza di sensibilità, ma no: è esattamente il contrario. 


In questo grande silenzio, in questo ordine ossessivo, in questa simmetria geometrica escono fuori così tante domande e risposte ipotetiche su di loro, sul contesto che li contiene, sulle loro esistenze, e più in generale sull'infanzia, che il libro, una volta chiuso lo riapri, spinto da un insoddisfatto desiderio di saperne di più (per esempio sulla somiglianza del divano in Brasile e della poltrona in Lettonia), di ciascuno di quei bambini, di ciascuna delle vite che conducono. 
La riflessione più immediata e più superficiale è quella relativa alla quantità (questa è la chiave di lettura per esempio in The Ameriguns). 
Qui, al contrario, alcuni bambini o bambine hanno messo in campo legioni di bambole o di macchinine, di aerei, orsi, pentoline, mentre altri si sono concentrati su un unico giocattolo - sia una console di videogioco, una bambola o un peluche. 
E questo non è solo sintomo di una penuria di partenza... Ah, no no. 


Troppo facile e scontato. 
Il bello sta in questa relazione tra contesto, abbigliamento e numero e tipo di giocattoli esposti. Guardandoli con attenzione si possono immaginare infinite risposte a chi siano effettivamente questi bambini e queste bambine. 
Queste foto sono una palestra molto interessante per allenarsi a leggere i segni. 
L'osservazione dei dettagli, così come della composizione generale, sono piste percorribili per arrivare a raggiungere un ipotetico traguardo. 
Bella idea! Davvero bella. 

Carla

venerdì 7 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN'ARCHITETTURA LEGGERA

Ossa che Cantano. Immagini ispirate alle fiabe dei fratelli Grimm
Shaun Tan (trad. Omar Martini) 
Tunué 2024 



NARRATIVA ILLUSTRATA 

"I DUE VIANDANTI 
Le montagne e le vallate non si incontrano mai, mentre le persone lo fanno spesso, soprattutto quelle buone e quelle cattive. Così accadde che le strada di un calzolaio e di un sarto si incrociassero durante i loro viaggi. Il sarto era un uomo bello e piccolo, sempre allegro e di buon umore. Quando vide il calzolaio arrivare dall'altra direzione, capì dai suoi attrezzi quale fosse il suo mestiere e decise di cantare una breve filastrocca per prenderlo in giro. Però il calzolaio non sapeva stare agli scherzi e fece una faccia accigliata come se avesse appena bevuto dell'aceto. Di sicuro sembrava che volesse afferrare il piccolo sarto per la collottola." 

Per sapere come quei due andarono avanti insieme, dovete leggervi l'intera fiaba. Ma preparatevi, non sarà una passeggiata... 
Questo libro è fatto di settantacinque frammenti di settantacinque fiabe dei Grimm. Alcune molto conosciute, altre - come questa - molto meno. 
Per ciascuna di loro, Shaun Tan ha realizzato come "illustrazione" un vero e proprio piccolo set teatrale in cui una piccola scultura viene fotografata, con tanto di fondali e luci di scena.
 

Va precisato che l'immagine, ossia la fotografia della scultura, si riferisce solo alle poche righe prescelte in testi molto più lunghi e complessi, pieni di magie, trabocchetti, trasformazioni. Insomma quello che di solito è nelle fiabe. 
Il libro ha una genesi lontana. 
Nasce in Gran Bretagna con sole 50 fiabe riscritte da Philip Pullmann, in occasione del bicentenario della prima pubblicazioni delle Fiabe del focolare. Poi l'anno successivo in Germania, Aladin decide di comprare i diritti e viene chiesto a Shaun Tan di illustrarle tutte e cinquanta. E lui decide di costruire per ognuna di esse una scultura. 
Anna Patrucco Becchi le intercetta e ne scrive
Ma la cosa non si ferma all'edizione di Aladin. 


E per di più a Shaun Tan due vincoli stanno stretti in quel 2011, anno in cui realizza le sculture per il libro Grimms Märchen del 2013. Il fatto che il libro sia solo in lingua tedesca e che le sculture siano solo cinquanta. Quindi dal 2011 al 2013 ne realizza altre venticinque e decide per un'altra strategia narrativa, che gli corrisponde di più: non riscrive le fiabe prescelte, sa di non essere Gaiman o Pullmann, ma lavora per sottrazione, ossia inventa come al solito un'architettura leggera: ne tira fuori solo le parti che in qualche modo corrispondono alla sua illustrazione. O forse si potrebbe dire meglio: ne estrae solo quella parte, capace di rappresentare la fiaba per intero, e che per questo diventa per lui spunto ideale per creare l'immagine. 
Quel che ne nasce è un libro possibilmente ancora più interessante. 
Non solo perché le fiabe adesso sono settantacinque, e quindi anche le magnifiche sculture di corredo, ma perché in quel silenzio che si avvolge intorno alle due o tre frasi di ciascuna si nasconde un intero mondo da esplorare. 
La cosa che succede è che la fiaba non c'è, ma c'è la sua evocazione. 
E non a caso è lo stesso Shaun Tan che suggerisce ai suoi lettori di accettare la sfida e usare quelle poche parole come spunto di partenza per la creazione di un proprio racconto.
Un gioco non troppo dissimile da quello che fece Chris Van Allsburgh con Le cronache di Harris Burdick, altro libro - capolavoro, al pari di questo.
La magnanimità dell'editore australiano che lo ha pubblicato nel 2015 è stata quella di mettere in coda al libro settantacinque brevi sinossi che non superano mai le dieci righe. 
Inoltre Allen and Unwin concorda sulla scelta di prendere in squadra Neil Gaiman e Jack Zipes, nel frattempo diventati grandi amici di Shaun Tan. Loro costituiscono in questo libro le due sostruzioni imprescindibili quanto solide, che hanno permesso a Shaun Tan di avventurarsi in un terreno tutto sommato, inesplorato, e di poterlo fare con la sua consueta semplicità e profondità.


Non va sottovalutato il fatto che lui, da australiano, era obiettivamente un po' lontano dall'orbita europea dei Grimm. Cenerentola o Raperonzolo lui, all'epoca,  le ha conosciute solo attraverso le trasposizioni cinematografiche disneyane. 
Così è successo che Zipes si è preso l'incarico di fare luce sulla vicenda letteraria dei due fratelli e della loro raccolta - credo di non sbagliare dicendo che è il massimo esperto vivente dei Grimm; Gaiman invece - che è nello stesso tempo uno dei massimi scrittori viventi - si è assunto il compito di riflettere sul senso che la tradizione del racconto popolare o della fiaba abbia in una prospettiva antropologica. Nel mettere in fila una serie di incontrovertibili fatti, dà senso al grandissimo lavoro di Shaun Tan. Ne nota la capacità di essere nel contempo straniante e accogliente, di essere parsimonioso di parole e anche di forme. Un po' come succede nelle fiabe stesse: pochi tratti per definire i protagonisti. Di fatto sono i dettagli a dare spessore. 


Per essere chiari: Il sarto era un uomo bello e piccolo, sempre allegro e di buon umore [...] 
Però il calzolaio non sapeva stare agli scherzi e fece una faccia accigliata come se avesse appena bevuto dell'aceto. 
Ad evidenza realizza con una curva l'incedere e con un'altra curva le due opposte espressioni.
Ecco fatto!
Giustamente, a tal proposito, Gaiman nota il valore primordiale che hanno i testi delle fiabe e quindi sa perfettamente che ogni raffigurazione delle stesse porta con sé anche il suo limite.
Per questo, di Shaun Tan apprezza la capacità di togliere, riassumere, di sintetizzare in un gesto, in un dettaglio il senso ultimo del tutto. 
A tal proposito, suggerirei di guardare il lavoro fatto da Negrin quando ha illustrato le molte fiabe, da quelle siciliane a quelle danesi, per Donzelli. Delle poche prescelte, ha sempre tirato fuori una suggestione e non una descrizione di personaggi o fatti. Anche lui ha scelto la strada di evocare lo spirito dell'intera fiaba e non altro. 


Ma torniamo a Gaiman. Di queste singole immagini lo affascina la qualità tattile, nonostante la loro bidimensionalità. Il desiderio che lui esprime - e che tutti provano nello sfogliare il libro - è quello di poterle tenere in mano, toccare. 
Ed è forse questa il filo comune che tiene insieme queste magnifiche settantacinque perle. 
Due cose sono a mio parere importanti da sapere. 
La prima: Shaun Tan finalmente si riconnette con la sua infanzia appassionata per la scultura (molto più che per il disegno o la pittura...). Tornano a galla i suoi ricordi di bambino levigatore di pietre, con l'intento di riuscire a cogliere una figura all'interno di una forma già data, quella della pietra che ha in mano. 
Quasta condizione gli ha insegnato a lavorare sulla semplicità, sul profilo evocativo. 
La seconda cosa ha a che fare con la scultura precolombiana e con quella inuit, che nei suoi viaggi ha avuto modo di conoscere e apprezzare.
Il fatto che indubitabilmente le due tradizioni si assomiglino nonostante la distanza è per Shaun Tan motivo di riflessione: l'arte dei primordi condivide qualcosa con le fiabe, che sono quanto di più diffuso al mondo ci sia. In fondo l'arte primitiva e le fiabe sono espressione di un archetipo
Il loro essere straordinariamente semplici e allo stesso tempo molto evocative, ha fatto il resto, nel ragionamento di Tan. 
E il risultato è questo libro pazzesco. 

Carla 

Noterella al margine. Va da sé che Shaun Tan nel 2015 ha messo in mostra a Melbourne le sue sculture. Ma siccome l'allestimento non è stato affatto semplice all'epoca, adesso è semplicemente impossibile riproporlo. Sculture a tutto tondo, non più alte di 40 cm, realizzate con materiali diversi: carta, argilla, vernice, cera, zucchero, sabbia, spago, fil di ferro, ramoscelli, fiori, bacche, tessuto, chiodi, legno, decorazioni da dolci... 
Quindi chi le ha viste allora, sappia di aver vissuto una esperienza irripetibile. Accidenti!

venerdì 4 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

MOOOOOLTO PERICOLOSA

La litigata, Victoria Scoffier, Alain Laboile (trad. Caterina Ramonda)
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Stamattina Nil si ritrova di fronte una palla di pelo magrolina e un po’ sudicia, leggera come una mela: un gattino! 
La bimba se ne innamora all’istante. Lo chiama Nocciolino. 
I due diventano subito inseparabili. Già di primo mattino, pregustano con gioia i mille e più giochi da provare durante la giornata." 

Bambina, Nil, e gattino, poi gatto inspiegabilmente cresciuto in un soffio, da lei battezzato Nocciolino, diventano amici inseparabili. 


Sono entrambi piuttosto selvatici e liberi nella natura che circonda la casa. Giocano nel fango (a dire il vero lei gioca e lui si tiene a distanza e la guarda scettico). E la sera dormono (una fa finta e l'altro ha proprio gli occhi sgranati) entrambi in una scatola di legno che li contiene appena. Ma questa bellissima amicizia si interrompe un po' bruscamente quando Nocciolino, dopo aver segnato per l'intera notte le meraviglie dell'essere gatto libero (raffigurate da un gatto seduto nell'erba con occhi attenti) decide di esserlo, un gatto libero, e segue le orme di un suo simile che è passato nei paraggi. 
Nil non è affatto d'accordo e lui usa l'unica arma che ha, la graffia. 
Lei, a sua volta, usa la sua unica: gli urla contro che non lo vuole vedere mai più! 
Le loro strade si dividono. Con tutti i pochi pro e i molti contro che ci sono nella solitudine dell'una e dell'altro. Per non parlare del pelo bagnato e della pancia vuota... 
Più dell'orgoglio poté il digiuno? 

Per anni e anni di libri fotografici in Italia non se ne pubblicavano. O per lo meno ce n'erano pochi pochi (Munari a parte). Chi li voleva, doveva andarli a cercare altrove. I primi ad arrivare sono stati quelli concepiti per i più piccoli, immagine - oggetto o animale; immagine - espressione di un sentimento; immagine - colore di un oggetto. Poi con la consueta lentezza sono arrivati anche quelli, decisamente più impegnativi, che usano le fotografie per illustrare una vera e propria narrazione. 


Tra i rarissimi nati in Italia non va dimenticato il lavoro di Massimiliano Tappari che, ormai un bel po' di tempo fa, ci ha fatto vedere cose diverse da quello che era il soggetto della foto e ci ha costruito storie intorno: delle chiavi sono lo spunto per Parole chiave (Despina 2003) e i particolari di una moka diventano Coffee-break (Corraini 2013, 2024). Poi ha continuato la sua ricerca e i molti dei suoi libri, con i testi poetici di Chiara Carminati, sono diventati un canone. 
Alcuni cercano di seguirne il percorso, ma con risultati un po' fiacchi. 
In questi ultimi anni, la svolta. 
Si diffondono i libri per bambini in cui le foto diventano le illustrazioni. 
La casistica di come nascano libri del genere si esaurisce sulle dita di una mano. 
1) Chi fotografa per professione decide di costruire una storia e scatta foto ad hoc- come potrebbe fare un qualsiasi illustratore. 
2) Chi fotografa per professione decide di costruire una storia guardando il suo patrimonio di foto - come potrebbe fare un qualsiasi illustratore, aprendo un cassetto di suoi schizzi e bozzetti. 
3) Chi scrive e chi fotografa si conoscono e condividono una medesima idea di libro e decidono di convogliare i loro rispettivi talenti per dargli forma - come potrebbe capitare a scrittori e illustratori qualsiasi.  
4) Un editore chiede di fare foto ad hoc a un fotografo per illustrare una storia scritta di un altro autore. 
5) Chi scrive decide di costruire una storia ad hoc sulle immagini conosciute e apprezzate di chi fotografa. Questa categoria, a mio avviso, si dimostra la più pericolosa di tutte. A questa categoria appartiene La litigata


Victoria Scoffier, giornalista ed editrice, si innamora delle foto di un grande artista dell'immagine, Alain Laboile. Lei lavora nella rivista 6Mois che le pubblica. Come darle torto: sono pazzesche quelle foto di ragazzini bradi e mai in posa, rigorosamente in b/n. E lei è encomiabile per questo, perché lui è un assoluto talento con la macchina fotografica in mano. Anche se ci è arrivato quasi per caso nel 2004. 
La sua carriera di fotografo parte dalle foto in macro di insetti per poi passare a raccontare per immagini la crescita della sua numerosa famiglia, che razzola, sguazza, si diverte e si riposa (tra gatti e altri animali) nella casa di campagna che hanno nelle campagne intorno a Bordeaux. Le sue foto girano, in particolare in Francia e negli Stati Uniti, e il resto è storia: singoli scatti pubblicati su importanti riviste, libri di cui è unico autore dal 2012, mostre dal 2013 in poi. 
E nel 2017 Victoria Scoffier decide di scrivere e pubblicare con la sua casa editrice il libro La dispute, ossia un testo che lei scrive ad hoc, scegliendo come illustrazioni le foto di Laboile (o, viceversa, sceglie le foto che le piacciono di più e le tiene insieme con una storia). 
E così nella mia testa tornano a galla le poche parole che ho scambiato qualche giorno fa con Bernard Friot proprio sulla modalità n. 5. E su questa, per sua esperienza diretta, lui conveniva sul fatto che sia mooooolto (la sua o era molto ripetuta mentre lo diceva) difficile e pericolosa, per la qualità del risultato finale. 
Tornano anche a galla i miei pensieri espressi da qui sul delicatissimo rapporto di armonia, equilibrio e dialogo che deve esistere tra testo e immagine in un albo illustrato. Il pericolo che il testo diventi didascalia delle immagini o che queste non siano capaci di aggiungere nulla alle parole è sempre in agguato. Ragione per cui non tutti gli albi illustrati sono bei libri. 
Le cose che succedono in questo libro sono molteplici. Provo a elencare le principali. 


- La qualità delle foto è indiscutibile. A parte un paio di foto che paiono sgranarsi con l'ingrandimento eccessivo (ma forse è voluto e io sto prendendo una cantonata). 
- Testo e immagine fra loro fanno frizione più volte. Non si tratta però di quel meraviglioso gioco del contrappunto (immagine che smentisce testo o viceversa) che sfrutta il silenzio che esiste tra l'una e l'altro, ma piuttosto attestano un curioso disallineamento, una sorta di eco distorta tra i due codici. 
Non si contraddicono platealmente, il che sarebbe un bel gioco per il lettore, ma le parole (che arrivano per seconde nella fase di creazione) sono sempre un po' imprecise, rispetto a quello che l'occhio vede. 


- E poi il nocciolo della questione non convince. Il lettore riconosce la rabbia di quella bambina che si vede sfuggire il gatto. Riconoscerà altrettanto la ricerca di libertà del suddetto gatto. Riconosce forse anche i goffi tentativi di Nil di trovarsi amici alternativi e riconoscerà che avere uno scarabeo per amico non sia proprio il massimo per lei. Riconoscerà anche il fastidio di un gatto di avere pancia vuota e pelo bagnato. Ma poi cosa accade? Il gatto, essendo gatto, decide di tornare per fame e per freddo (la noia, perché aggiungerla?). E quindi la questione dell'amicizia ricercata e voluta da entrambi non sta tanto su.


E poi c'è da chiedersi: è proprio indispensabile dire così tanto, e dirlo con quel tono così "dolce" (un tantino dissonante con i contrasti del bianco e nero, dei fuori fuoco e con quel bel piglio selvatico di Nil)? Ed è altrettanto necessario dire e ridire a chiare lettere che Nil dovrà lasciare maggiore libertà a Nocciolino, per rispettare la sua natura di gatto? Perché l'amicizia non passa per il possesso? 
Il libro, quando fu concepito e pubblicato in Francia, presumo avesse l'intento di parlare a bambini piccoli, non a bambini incapaci di capire (ma poi ne esistono?). 

Carla 

Noterella a margine. L'idea di scrivere questo post nasce dall'esigenza di mettere in ordine i pensieri su questo libro. Libro, che ha raccolto tra amici di cui mi fido pareri controversi. Da entrambe le parti - gli entusiasti e i delusi - mi è stato chiesto di argomentare il mio punto di vista ed è quello che con sincerità ho cercato di fare. Mi scuso di averlo fatto pubblicamente da qui.

mercoledì 7 agosto 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

IN QUALI ALTRI MODI LA FOTOGRAFIA POTRA' SORPRENDERCI? 


Si può parlare di fotografia ai bambini in vari modi, ma ce ne vengono in mente soprattutto due: il manuale tecnico (e in commercio ce ne sono già) oppure il racconto della sua storia, dai primi tentativi agli ultimi straordinari esiti della tecnica. Cosa non facile quest’ultima, considerata la distanza siderale che intercorre tra le origini della fotografia e quello che oggi siamo abituati a maneggiare in grande quantità e con estrema disinvoltura, tanto che si fa fatica ad ammettere che si stia parlando della stessa cosa. 
Allora come colmare questo grande gap? 
Sarà sufficiente raccontare cosa hanno fatto F. Talbot e L. J. M. Daguerre nel diciannovesimo secolo e come questi tentativi siano stati di volta in volta elaborati? Evidentemente no, se ci sono dei bambini che potrebbero sapere poco di quello che nell’Ottocento in generale accadeva e soprattutto, potrebbero essere poco interessati a saperlo. 
Le autrici di questo libro, Elisa Lauzana e Irene Lazzarin, scelgono di fare entrare i bambini nel racconto storico, e non bambini in senso astratto, ma proprio quelli che hanno realmente contribuito alla realizzazione del libro, partecipando ai giochi che le due autrici hanno proposto e mettendo in scena un dialogo immaginato con i pionieri della fotografia. Aprendo le bandelle della copertina infatti si possono vedere i ritratti fotografici degli alunni della classe seconda con i quali le autrici hanno condotto questo divertente esperimento. 


I piani su cui la conversazione si sviluppa sono due: quello del dialogo tra i bambini che hanno partecipato a questo esperimento e le autrici, e quello aperto e mai concluso tra i protagonisti della storia della fotografia e i lettori di oggi. Ma non esiste una distinzione netta e i due piani, che si relazionano senza soluzione di continuità, contribuiscono a fornire a chi apre le pagine del libro la sensazione di prendere parte attiva alla costruzione dell’intreccio. 
Diversamente da quanto solitamente accade, il laboratorio non è stato progettato partendo dal contenuto del libro, ma è stato quest’ultimo a venire alla luce sulla scorta dalle suggestioni e stimoli provenienti dalle esperienze laboratoriali. 
Infatti le domande e i commenti riportati sono precisamente quelli che hanno formulato i giovani partecipanti, tanto che, come le autrici riportano nell’introduzione rivolta agli adulti, possono considerarsi a tutti gli effetti co-autori del libro. 
Il testo si snoda attraverso quattro capitoli: La camera oscura: dal disegno alla fotografia, Ritratti e costumi: dal dagherrotipo alla “carte de visite”, Raccontare la realtà: la fotografia come documento, Non solo realtà: la fotografia come arte. 
Nel primo, il racconto si svolge tutto a partire da una scatola dipinta di nero (la camera buisssima appunto) e sulle indicazioni precise di come costruirne una. Raccogliendo l’eredità rinascimentale degli studi sulla prospettiva e gli escamotage che Canaletto nel Settecento adottava per riprodurre fedelmente il paesaggio che vedeva dalla sua finestra, J. N. Niépce ha tentato i primi esperimenti di scrittura con la luce. I bambini hanno riprodotto quella situazione (utilizzando però della carta fotografica), i loro elaborati sono stati inseriti nelle pagine del libro e costituiscono, per ogni giovane lettore, degli esempi di stimolo per fare altrettanto. D’altro canto sfido chiunque a non provare meraviglia di fronte alla proiezione capovolta di un’immagine reale sulle pareti di una camera oscurata. Le suggestioni che possono nascere da una simile esperienza sono tantissime e vale davvero la pena provare insieme magari a un gruppo di piccoli curiosi. 
Il secondo capitolo mostra un passaggio importante. La fotografia si distacca dall’elaborato grafico e diviene mezzo autonomo di conservazione della memoria: il ritratto fotografico, così come lo è stato per secoli quello pittorico, rappresenta un nuovo incredibile mezzo per superare il tempo e consegnare ai posteri un’immagine realistica. Ma scoprire come venivano realizzati questi ritratti è altra cosa che semplicemente osservali. Perché, per esempio, le pose dei soggetti era tutte così somiglianti? Soprattutto come mai quelle persone assumevano atteggiamenti così rigidi e statici?


L’esposizione a quelli ingombranti apparecchi fotografici era estremamente lunga, si arrivava anche a venti minuti, durante i quali il soggetto doveva sforzarsi di rimanere immobile, pena una foto mossa. Quanto può essere bello allora proporre ai bambini di vestire i panni di uomini e donne vissuti più di un secolo fa e far provare loro a posare per una foto! Il gioco del travestimento non manca mai di suscitare entusiasmo, ma proposto in questo modo permette di riflettere anche su un aspetto della fotografia, il tempo di esposizione, che gli attuali sistemi per lo più regolano in automatico. 


Con la messa in scena dei bambini, la fotografia diventa già racconto; superare la staticità di una posa è già immaginare una situazione in divenire, una premessa e uno sviluppo. Le autrici hanno quindi invitato i bambini a scegliere degli scatti, ad accostarli con un criterio narrativo o espositivo e così facendo gli hanno coinvolti nella composizione di un racconto per immagini. E le storie possono essere quelle reali o possono essere quelle inventate che nascono semplicemente dalla suggestione di una immagine.


Gli ultimi due capitoli del libro narrano del grande salto compiuto dalla fotografia nel momento in cui la pratica è uscita dai limiti angusti dello studio ed è diventata portavoce di fatti ed eventi anche molto lontani. Diventata testimonianza e documentazione di popoli e luoghi sconosciuti, contribuisce ad allargare l’universo del conosciuto e di conseguenza dell’immaginato.


Nelle ultime pagine il racconto si sviluppa intorno a quel dialogo tuttora aperto tra un’immagine fedele alla realtà e una che allontanandosi prova a reinventarla. Si può facilmente intuire che il dibattito tra le autrici e i bambini sia stato molto acceso e a dimostrazione di questo ci sono le numerose riflessioni riportate in una conversazione intavolata, tra gli altri, con Julia Margaret Cameron, donna pioniera di una fotografia audace, di una sperimentazione impavida, che considera l’errore un’occasione più che un inciampo. Muovendo dai tentativi della Cameron il libro invita i bambini a sperimentare, a provare a utilizzare materiali diversi come vetri, plastiche imballaggi che possano modificare la visione degli oggetti, a lavorare sulla deformazione e sulla rielaborazione. 
La strada che si vuole indicare è quella della ricerca di uno sguardo differente e che si eserciti a trovare modi e sentieri non ancora battuti. 
Il libro può essere proposto a partire dai 6 anni.

Teodosia  

"La camera buisssima. Viaggio alle origini della fotografia tra storie, invenzioni ed esperimenti" E. Lauzana, I. Lazzarin, Quinto Quarto 2023

venerdì 5 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VOCE FUORICAMPO

Come me, come te, Carolina Zanier 
Camelozampa 2024 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI 

"Ti svelo una cosa... 
ti osservo sempre 
sin dall'inizio 
sei unico..." 

Una voce fuoricampo si rivolge presumibilmente a un bambino e, in una sorta di forma poetica, una pagina un verso, gli racconta le cose così come si snocciolano nella sua vita: custodire sogni che aspettano di diventare realtà, il cammino si svolge in equilibrio, anche se talvolta si può cadere, ma ci sarà qualcuno da cui andare in cerca di conforto. Poi si cambia e si riparte anche se adesso è più chiaro che la caduta potrebbe essere dietro ogni angolo e ci si potrebbe far male ancora una volta... ma tu sei come me. E così il cerchio si chiude. O quasi. 

Questo è un libro fotografico che, con la regolarità di un metronomo, mette accanto a uno scatto della natura - che fosse sua la voce fuoricampo? - una foto di bambini o umani diversi, immortalati in contesti ogni volta molto differenti. 
Il gioco, tutto visivo, è il seguente: la somiglianza, il richiamo di una forma con l'altra. Come a dire, appunto, io e te siamo uguali.


Si comincia con una bignonia sbocciata accanto alla bocca socchiusa di una bambina. Così per incanto i suoi denti bianchi trovano un corrispettivo nello stame giallino del fiore in cui rosso richiama quello delle labbra. Così come un germoglio di lenticchia è accanto a un fotogramma di una ecografia e i cerchi di un tronco segato sono vicini ai cerchi non esattamente concentrici di un polpastrello. E via andare. 


In alcuni casi il confronto fra la fotografia di sinistra - animale o vegetale che sia - fa più fatica a trovare un suo corrispettivo perfetto dal punto di vista puramente formale, e per questo il loro senso di essere affiancate sta piuttosto nelle poche parole di accompagno. 
Ecco. Le parole. Sono loro quelle che creano la grande perplessità di un libro del genere. 
Sebbene i libri di fotografia, forse anche per il fatto che in Italia sono sempre troppo pochi, accendano il mio immediato interesse, qui c'è qualcosa di troppo e qualcosa di mancante. 
Cerco di spiegarmi. 
Il troppo sono le parole che, come spesso accade, sono ben al di sopra di ogni testa, e quindi orecchio, di bambino possibile. Sono rivolte all'infanzia tutta, ma la voce che le dice parla una lingua tutta adulta per adulti. E anche un po' retorica. 
L'altro inceppamento che creano, loro malgrado, è che sembrano a tutti costi voler rubare la scena alle fotografie. In qualche modo si avverte che sono loro la spina dorsale. Costituiscono un testo che ha una sua precisa tesi da dimostrare e quindi tutto sembra piegarsi, sottomettersi a questo. 


E qui arriva la cosa che mi pare mancante: lo stupore che richiederebbe intorno a sé una fotografia. Ancora di più lo richiederebbe se l'immagine vuole essere allusiva. 
Io credo che il merito del fotografo, di quello che ha la capacità di vedere cose diverse da quelle che sono, di vedere oltre, il fotografo che segue il magnifico istinto dato dalla pereidolia, lo debba assecondare questo istinto, senza chiedere nulla in cambio, senza voler dimostrare qualcosa. 


Solo così sarà efficace il suo scatto e solo così il lettore, come il fotografo nel momento della scoperta, si stupirà di vedere qualcosa che va al di là del soggetto fotografato in sé. 
Credo che il gioco sia questo: guardare un pavimento e vederci un mare, guardare una narice e vederci un igloo, guardare un picciolo di banana e vederci un delfino o nelle dita di un guanto vederci le orecchie di un lupo. E ancora saper cogliere l'attimo in cui la luna è dentro una lanterna o quella screpolatura sul muro che è anche un bel picchio. E lasciare lì il tutto a decantare negli sguardi che verranno dopo: quelli dei lettori. 
Ecco, cose così.  
Accanto ai libri di Tappari, appunto, dove l'occhio passa da uno stupore a una meraviglia a ogni giro di pagina, penso a libri in cui alla fotografia si aggiunge il guizzo del segno o la costruzione a tre dimensioni: da Miramuri ai libri di Voltz fino ai più recenti di Balducci. 
Di tutti questi ne conservo un ricordo indelebile perché mi hanno stupito, fatto ridere ed emozionato. 
In nessuno di questi si coglie il desiderio da parte degli autori di prendere per mano il lettore: dirgli come funziona, spiegargli. 
Ci si sente liberi di entrare nel loro gioco un po' folle.


E credo che, nei suoi laboratori con i bambini, anche Carolina Zanier abbia lo stesso intento: mostrare loro una foto di una zolla arida e chiedere cosa d'altro fa loro venire in mente, oppure il tracciato di un battito cardiaco a cosa potrebbe assimilarsi? E poi fare silenzio e lasciarli liberi di meravigliarsi e di giocare con le proprie immaginazioni. 
Qui in Come me, come te, a partire dalla copertina e dal titolo scritto confidenzialmente a mano, fino all'ultima pagina si avverte invece una presenza che non vede l'ora di dire cose e di mettere tutti al corrente di tutto. 
Ogni cosa è spiegata, fin nel minimo dettaglio: dall'agave blu alla guttazione 
E io così però non riesco proprio a stupirmi, tranne in un pugnetto di occasioni, e men che meno a giocare e divertirmi. 

Carla

venerdì 31 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'OCCHIO LADRO 

Teresa, Gek Tessaro, Massimiliano Tappari 
Lapis 2024 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"MIA CARA MAMMA DICE TERESA 
OGGI IO VADO 
A FARE LA SPESA 

PARTO TRA POCO 
QUESTA MATTINA 
VADO COL GATTO 
E LA GALLINA...

Ed è così che bambina, gatto e gallina si mettono in cammino. 
Il gatto suggerisce la diligenza per fare prima e, soggiunge gallina, per fare meno fatica. Ma a questo punto è il cavallo a protestare: e tutta sua la fatica di tirare la carretta. Meglio dunque un elefante, ma forse è lento anche se da lassù il panorama è uno schianto. Meglio la moto, suggerisce Teresa, o la macchina, oppure ancora il treno. Ma con la barca c'è più poesia, ma c'è da remare e il gatto, che per indole è il più furbo e pigro di tutti, suggerisce il veliero... 
Da un mezzo a un altro quei tre vanno avanti, fino ad arrivare a progettare una spesa in Cina per risparmiare. 
Peccato che a casa tra chi li aspetta serpeggi il dubbio che l'intenzione di quella squadretta di volenterosi si riveli un gran buco nell'acqua... e nello stomaco. 

Mi sono fatta persuasa che a progettare un libro con Massimiliano Tappari resti comunque un angolino di incognita e sorpresa. L'autore del testo può discuterne con lui fino allo sfinimento, ma poi i suoi scatti fotografici alla fine generano sempre una reazione sorpresa. 


E anche in Teresa stento a credere che sia andata diversamente: Tessaro, quando ha visto le illustrazioni composte dai suoi personaggi di cartone/colla/tempera e le ambientazioni che Tappari ha pensato per loro, ha avuto la sua dose di meraviglia.
Si narra che Tappari sia stato visto in una stazione ferroviaria italiana con un veliero sottobraccio perché era andato chissaddove a rintracciare proprio quel marmo, e non un altro qualsiasi, per appoggiarci il veliero e fotografarlo, perché proprio quel marmo con le sue 'marezzature' alludeva così bene all'acqua mossa e ondosa. 
Quel marmo che allude e poi illude l'occhio... 


A quanto mi consta, a Tessaro spetta il cimento di aver costruito in cartone colla e tempera i tre personaggi (anzi cinque) e i loro diversi e bellissimi mezzi di locomozione. 
Sempre sua è l'idea di coglierli in momenti precisi della narrazione, proprio come se fossero disegni, pur non essendolo affatto. Sempre a lui credo vada attribuito il testo che è in quartine dalla rima buffa ABCB, un po' baciata ma anche un po' no. 
A lui, presumo, si deve il percorso narrativo che diventa anche un gioco in crescendo, laddove appunto dalla carrozza si arriva al razzo nelle canoniche 32 pagine. 
A lui credo spetti anche il finale, un po' a sorpresa, in cui questo voler a tutti i costi andare a fare la spesa - una bambina, un gatto e una gallina assai intraprendenti - si risolve in un nulla di fatto. 
Bene. Una bella quantità di belle cose. 
Eppure a me viene da pensare che la qualità del solo apparentemente 'piccolo' contributo di Massimiliano Tappari sia fondamentale. Intanto perché nella scintilla iniziale di quella bambina, e non di un'altra qualsiasi, Teresa, c'è un bel po' di lui, almeno un 50%. Ma questa è un'altra storia. 
E poi perché l'idea visiva di questa assurda passeggiata si qualifica e prende spessore in una serie di dettagli. E come diceva un vecchio libro di Germano Zullo e Albertine, "i dettagli sono tesori". 
Primo dettaglio: la porta di casa che è tale per la sua buca per le lettere. 


Secondo dettaglio: la veduta ottocentesca davanti alla carrozza (da queste parti ne era transitata una simile Playmobil che tanto me la ricorda...) 
Terzo dettaglio: usare il legno di un pannello OSB per simulare una foresta in cui l'elefante sgambetta. Quarto dettaglio: un frammento di rotaia di tram dismessa che allude ai binari di un locomotore ferroviario. 
Ma soprattutto quel bel marmo, diventato grandi lastroni di pavimento, che costituisce un pattern importante nel catalogo visivo di Tappari, 'rubato' e poi messo da parte in memoria, tanto da andarlo a ritrovare per metterci sopra il veliero di Tessaro perché possa navigare in acque perigliose. 
Ecco. Credo che la chiave sia proprio lì, in quel vedere oltre, e poi in quel 'navigare'. 


In quella conquista avventurosa e sempre un po' imprevista di una visione della realtà e nello stesso tempo di uno spazio che il libro disegnato fatica sempre un po' a raggiungere in concreto. 
In quest'ottica (!) anche la scelta di Tessaro trova il suo fuoco: voler abitare dei luoghi, uscendo dalla bidimensionalità di un disegno. Affidare le immagini sulla pagina al volume delle figure di cui i nostri occhi percepiscono, seppure ancora "solo" fotografate, la tanto agognata terza dimensione. 
Poi arriva l'occhio ladro di Tappari e tutto diventa ancora altro.
Bell'idea. 

Carla

venerdì 1 marzo 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DARE CORPO AL CORPO 


Heena Baek è entrata, direi con una certa eco, anche nell'orizzonte della letteratura illustrata italiana. Non c'è che da esserne contenti. Per varie ragioni. 
In primo luogo perché è tanto tanto brava nel creare ciò che crea, in secondo luogo perché ha delle buone idee per le sue piccole e magnifiche storie, poi perché ha un modo di concepire l'illustrazione parecchio originale e non convenzionale e, ancora, perché racconta un mondo abbastanza inconsueto per il panorama cui siamo abituati. E lo fa senza veli. 
Tutte ragioni, queste, che le vengono riconosciute a livello internazionale, visto che vince nel 2020 l'Astrid Lindgren Memorial Award. 
Andiamo con ordine. 
Tanto tanto brava nel creare quello che crea. 


La composizione delle sue illustrazioni passa attraverso la realizzazione di scenari in miniatura entro cui agiscono i suoi personaggi che sono realizzati a mano come modellini plastici e tridimensionali. Ogni tavola è rappresentata dalla fotografia di tutto ciò. 
La tecnica, vicina alla stopmotion, è ancora poco diffusa nell'ambito della letteratura illustrata per bambini, ma non la si può dire una assoluta novità, ma certamente ha un suo appeal molto forte. 
(Io sono cresciuta sui libri di Topo Gigio, pupazzino fatto a mano e poi fotografato nei vari scenari. In televisione veniva animato con un telo nero di fondo per oscurare le mani di chi lo stava manovrando... Era l'alba.) 
Spesso Heena Baek viene ritratta davanti al suo tavolo da lavoro dove compaiono dozzine di personaggi dei suoi libri: cani, bambini, uomini, donne, giovani o vecchi, magri o ciccioni, vestiti o nudi. 
Ciascuno di loro è lo specchio dello stato d'animo che lo attraversa in quel preciso momento. 


Un cane che aspetta dietro una porta, oppure che si spulcia, una bambina che tiene il fiato e sta con gli occhi chiusi sul fondo di una piscina. Un'anziana nonna che prima di uscire si mette il rossetto allo specchio o una donna in là con gli anni che, nuda, galleggia nell'acqua oppure succhia dalla cannuccia uno yogurt con lo sguardo in estasi e le labbra a 'culo di gallina', quello che in gergo si chiama una duck face.
 

Un uomo con la barba incolta, una donna con il cestino per i lavaggi pieno di spazzole e saponi, una bambina con il bambolotto in mano, oppure con il moccio verde che le cola dal naso. 
Questo è per dire che, oltre a essere brava con le mani nel creare scenari, ma soprattutto personaggi, Heena Baek è un portento nel ritrarre il vero. Ma ci torniamo. 
Passiamo alle buone idee. La migliore, perché forse è anche la più complessa delle tre pubblicate in Italia, è quella che sta alla base di Le caramelle magiche. Tuttavia anche in Io sono un cane (sorta di prequel, visti i personaggi) dimostra di saper raccontare con onestà il pensiero di un cane, i suoi opportunismi, le ossessioni, i suoi slanci di gioia e soprattutto la sua assoluta 'fratellanza', empatia profonda, amore incondizionato nei confronti dell'altro piccolo di casa (i risguardi del libro parlano chiaro). 
L'idea in sé, ossia di un cane che scelga come amico per la pelle il bambino e i grandi li 'usi' per le sue esigenze non è di nuovo un'assoluta novità. Il colpo di genio però sta nel ritmo sincopato (che una nonna fatica a reggere), che lei ha saputo cogliere in un cane di quel genere: qualcosa di molto simile a un Jack Russell iperattivo, come tutti i Jack Russell che mi è capitato di incrociare.
 

Ma la sua bravura sta anche nella capacità di muoversi su piani diversi, passando dal racconto di una routine quotidiana a quello di una fantasmagoria, una magia improvvisa del tutto inaspettata e stupefacente. Come se nulla fosse. 
Sicura del fatto che un bambino lettore della coesistenza di questi due piani in apparenza tanto distanti non si preoccuperebbe affatto, anzi. A parte il caso più evidente di Le caramelle magiche in cui la magia è il Leitmotiv che porta quel bambino lontano dalle sue solitudini, essa compare anche in La fata dell'acqua, dove la quotidianità di una mamma e una figlia alle vecchie terme della città per la loro igiene personale si trasforma in un vero incontro magico con una vecchia fata, brizzolata. 
Quale bambino non ci crederebbe all'istante, o quanto meno lo considererebbe plausibile? E solo in cambio di uno yogurt... 
La terza sua grande qualità attiene al medium scelto che le permette di esprimere in tre dimensioni quello che di norma siamo abituati a vedere sulla pagina in una perenne illusione ottica. 
Dare corpo al corpo è la sua carta vincente. 
Ciò la rende diversa da un panorama tutto sommato piuttosto uniforme in tale prospettiva. Neanche il miglior libro fotografico può valersi di un quid tale. 


I suoi modelli le permettono di giocare con gli effetti luminosi, con le ombre, con i fuori fuoco e le inquadrature di cui è assoluta sovrana. Ma anche e soprattutto le offrono l'opportunità di dare forma alle emozioni, agli stati d'animo, in un modo così immediato e autentico che è impossibile non esserne entusiasti. 
In altre parole Heena Baek riesce a restituire, seppure con quella sua vena ironica inconfondibile, un tipo di espressività che è prossimo alla nostra percezione del reale. 
Molti autori, tra i grandissimi penso a Shaun Tan o ancora a David Wiesner o Chris Van Allsburg, si sono mossi in questa direzione; ossia, per realizzare le loro migliori tavole, hanno costruito modellini per aiutarsi con le proporzioni, con le luci per raggiungere l'armonia compositiva. Ma tutti e tre hanno poi 'tradotto' tutta questa sperimentazione tridimensionale in un linguaggio che di dimensioni ne ha pur sempre solo due, seppure di altissimo livello, si intende. 
Ultima ma non ultima sua dote è quella di non essersi mai troppo curata del mainstream occidentale. Racconta con molta disinvoltura storie che hanno come scenario il mondo, le abitudini e la cultura orientali. Solo per fare un esempio: andare settimanalmente ai bagni pubblici per darsi una bella lavata profonda, così come fanno mamma e figlia, nella Fata dell'acqua. O ancora nell'uso dei nomi propri dei suoi personaggi, da Dong-Dong in poi. Ma così come non recede di fronte a queste scelte insolite, altrettanto fa di fronte alla rappresentazione dei suoi magnifici personaggi -  in canottiera, in ciabatte - e dei loro corpi: spesso anche nudi, talvolta cadenti, spesso sformati, pieni di rughe o di altri segni del tempo. 


Sempre mette in scena situazioni molto veraci come per esempio un cane e un bambino che si sbafano un intero pacchetto di patatine e poi stramazzano addormentati e satolli, o un padre in pigiama che lava i piatti in cucina, o una madre in gonna e reggiseno nello spogliatoio delle terme. 
Insomma, sempre ma proprio sempre è la vita vera che va in scena. 
E questo sembra essere una sorta di suo imperativo categorico. 
D'altronde, non è nella vita vera che noi viviamo? 

Carla

Heena Baek, Le caramelle magiche (trad. Dalila Immacolata Bruno), Terre di Mezzo 2022
Heena Baek, Io sono un cane (trad. Dalila Immacolata Bruno), Terre di Mezzo 2023
Heena Baek, La fata dell'acqua (trad. Dalila Immacolata Bruno), Terre di Mezzo 2024