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mercoledì 26 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

...(R)ESISTERE ALLA PIOGGIA 


Criniera arruffata, serrande abbassate, cappuccio nero calato in testa, Zebrina affronta giorni un po’ tristi. Meno male che la zia piccola decide di mandarle un regalo di compleanno in anticipo. E siccome zia è un po’ pazzerella, il suo non è un regalo qualsiasi, ma un armadio magico, capace di fornire ogni giorno un completino diverso che Zebrina potrà indossare con una certa soddisfazione. 
Certo dovrà avere cura di lavare i vestiti ogni sera e fare attenzione alla pioggia, ma cosa vuoi che sia, a confronto della possibilità di indossare nuovi vestiti? 


Il mattino successivo Zebrina schiude le antine con la dovuta eccitazione e indossa con gran gusto i vestiti che il magico mobile le fa trovare pronti. E, sarà che la salopette ha sempre fatto tanto campagna, vuoi che ogni vestitino (tanto più se non devi fare la fatica di assemblare combinazione e modelli) ha il potere di trasformarci un po’: ecco che Zebrina decide, dopo molto tempo di casa e oscurità, di uscire per una passeggiata. A sera, le raccomandazioni della zia si concretizzano: gettati nell’acqua saponata, i vestiti si sciolgono come fossero fatti di zucchero. Le conclusioni di Zebrina sono semplici quanto ficcanti: essi possono essere indossati una volta sola. 


Stimolata e sostenuta dalle più svariate combinazioni di camicette, abiti, scarpe e foulard, Zebrina attende con nuova eccitazione i giorni successivi. La gonna a palloncino chiama la sala da tè, i pantaloni arancioni a zampa di elefante ispirano una gita in bicicletta, una camicetta di flanella introduce delle approfondite pulizie, un abito in lino color carbone fa subito pittrice; e quando dall’armadio spunta un grembiule…beh, Zebrina passa immediatamente a progettare la torta di cinque piani per il suo compleanno pregustando, oltre al dolce, la specialissima sorpresa del magico armadio. 


Il fatidico giorno, però, Zebrina trova soltanto un cappellino di carta. Disdetto in fretta e furia il festeggiamento, Zebrina si rifugia sotto le coperte. E lì, nell’oscurità, può sognare un risveglio tra i più attesi, quello in cui le sue strisce nere e il suo muso dentuto e un po’ sgraziato si tramutano nel manto opalescente di un unicorno, con tanto di criniera lucente e un corno lunghissimo piantato in fronte. Peccato per la pioggia…


Un paio di questioni mi hanno fatto tremare durante la lettura di quest’ultimo, denso lavoro di Baek. 
Primo: la rappresentazione dell’ombra come parte costituente dell’interezza di Zebrina. La campitura nera con cui apre l’albo, il passamontagna scuro calato sul viso, le inquadrature della protagonista, catturata spesso di spalle o in penombra…la mestizia di certi giorni incerti – che non sono certo esclusiva dell’adultità – viene raccontata con la delicata naturalezza di uno sguardo capace di abbracciare e restituire anche questo aspetto della quotidianità come fisiologico. Necessario, addirittura.


Nello stesso pacchetto stanno alcuni segnali di irriducibilità di Zebrina. 
La presenza del cappuccio a terra qui e là, ad esempio, ma anche l’inaudito coraggio di smantellare la festa di compleanno già organizzata: un atto passibile di maleducazione ed egoismo, ma che va letto qui come segnale preciso di rispetto del proprio sentimento non soltanto quando questo è roseo, zuccheroso, bello e accettabile, ma anche quando comporta spinosità ed allontanamento degli altri. 
Per molti, esercitare questa libertà sarebbe una conquista. 


Secondo: l’introduzione del concetto di irripetibilità come occasione di rivelazione di ciò che irripetibile non è. 
Attraverso i vestiti, la loro intercambiabilità, il loro potere di costruire e consolidare identità – senza tuttavia arrivare al vero e proprio mascheramento – si manifesta il sottile legame tra ciò che della persona è modificabile e ciò che invece è costante. Il cappuccio nero e lo smarrimento che rappresenta si rivelano essere il ponte da attraversare per ricongiungere due aspetti integrati dell’identità. 
I vestiti si sciolgono, i sogni si interrompono, ma Zebrina, con il suo manto a righe, la sua energia, esiste sempre. Non solo, è il suo corpo a riempire i vestiti, la sua dimensione spirituale a dare spazio a desideri, visioni e sogni. A volte capita la tristezza, è vero, ma anche questo fa parte del gioco.


Buon Compleanno! non è solo una storia sul tempo e sugli effetti che esso provoca su grandi e piccoli di giorno in giorno. È forse soprattutto un racconto che mette a fuoco il punto di equilibrio dove si toccano mutamento e identità. Perché l’infanzia è tradizionalmente il momento dello stupore assoluto, ma anche il tempo in cui quello che è certo muta repentinamente. Ed è questo che Baek riesce a raccontare in questo albo traversale: quel mischiarsi agrodolce di emergente consapevolezza e residuo incanto tipico di ogni momento di crescita. 
Uno spazio liminale dove si sperimenta, tra grazia e sconcerto, quel delicato equilibrio tra ciò che è momentaneo e ciò che invece rimane, imparando a (r)esistere se non addirittura ad apprezzare entrambi gli stati: i momenti irripetibili e i vestiti di sempre, quelli che non scompaiono mai, nemmeno quando piove. 


Giorgia 

Noterella a margine: che Baek sia autrice di una consolidata raffinatezza e sensibilità lo abbiamo già potuto notare in Le caramelle magiche , e in La fata dell’acqua e in Io sono un cane
Tuttavia fa sempre piacere potersi soffermare a gustare quei dettagli che amplificano la dimensione del racconto restituendo con discrezione gli strati della storia e dei personaggi. I pattini di Zebrina, cechovianamente appesi al muro con una certa indifferenza, i suoi sogni da unicorno, mai declamati, ma da scorgere lentamente, nella seconda o terza lettura, sullo sfondo del cellulare o nei quadretti appesi al muro riescono ad alludere a storie e personaggi che travalicano il confine della pagina e dell’albo stesso. Raro e bello. 


 “Buon compleanno!” Heena Baek, (traduzione di Dalila Immacolata Bruno), 
Terre di Mezzo Editore 2025 

mercoledì 29 ottobre 2025

ECCEZION FATTA!

ALL'INIZIO, IL CORPO E' UN LUOGO 
IN CUI NON SIAMO MAI STATI 



Non si può certo dire che avere un corpo, abitarlo, usarlo sia una faccenda che possa essere trattata in modo sistematico: questo è il luogo in cui primariamente si sperimenta la tridimensionalità. Se in un manuale anatomico il corpo può venire presentato con sistematicità, suddiviso per apparati coerenti, ognuno impegnato a gestire una concatenazione di funzioni sequenziali, ecco che nella vita, nell’esperienza, tutto si mescola e si sovrappone. 
Si rimane a lungo così, da piccoli, sospesi tra gambe troppo lunghe e gabbie toraciche che dolgono per il fiatone e la paura, tra cervello in confusione e stomaco in subbuglio, con il cuore accelerato e il fiatone a cavallo tra una corsa e l’amore. 


All’inizio, bisogna ammetterlo, il corpo è un luogo in cui non siamo mai stati. All’inizio, nel corpo tocca muoversi come farebbe un esploratore, tentando, lasciandosi guidare dalla curiosità e dalla fame, sbagliando e tornando indietro più volte prima di proseguire. All’inizio, il corpo è un’esperienza pionieristica in un territorio sconosciuto di cui a malapena si conosce l’estensione, ma che si ha la straordinaria occasione di visitare e percorrere dall’interno e in solitaria, raccogliendo informazioni sparse, talvolta grezze e materiche, provenienti da ogni dove: una messe personale e sconvolgente, che può apparire disarticolata, casuale, priva di direzione. E non è difficile immaginare – o ricordare – come questo andar vagando conduca con sé una certa dose di disorientamento che l’albo Dentro me cosa c’è? riesce a cogliere con grande sensibilità. 


Innanzitutto le immagini: le tavole raccolgono il concetto di corpo come spazio e lo traducono in territorio occupato da piante e forme incomprensibili, braccia che si allungano simili a strade, funghi e arborescenze multicolori, boschi, stelle e pianeti. Una cartografia primaticcia fatta di pezzi e frammenti che la pagina non può delimitare, bagliori di consapevolezza che si accendono in modo subitaneo e altrettanto velocemente si spengono. Ogni esperienza è collocata nella cornice definita del qui e ora tipico del tempo dell’infanzia o meglio, dell’esperienza esplorativa in territori sconosciuti, quando si è ancora incapaci di collocare le singole scoperte in un sistema organico più esteso.  


E poi c’è il testo. Non prova nemmeno a costruire una trama continua: si avvicina al corpo, poi se ne allontana, poi ci ricade dentro di colpo. 
Funziona per immersioni brevi, quasi a strappi. Registra ciò che succede, mette in fila sensazioni, domande, piccole rivelazioni. Così prende velocità emotiva, una sorta di vertigine che è il ritmo stesso di chi sta facendo esperienza per la prima volta: uno spaesamento ancora abbagliato dalla contingenza. 


Infine, il tema. Con la leggerezza esplosiva concessa dal linguaggio poetico, questo albo si permette di avvicinarsi a una questione delicata, di difficile nominazione. Il corpo non è solo un luogo intimo e segreto di unica pertinenza del singolo, ma anche una sostanza concreta e tangibile con cui quotidianamente ci presentiamo al mondo, dove siamo immersi in un contesto sociale e culturale che ha diretto controllo sulla legittimità e sul valore del modo in cui viviamo e nominiamo le cose. E tocca fare i conti con quello che gli altri vedono di noi. 


L’albo porta a galla con levità la questione del pervasivo e viscoso racconto che viene elaborato sul corpo dall’esterno, dagli altri, soffermandosi sui territori del fastidio, del disgusto e della sgradevolezza, sulle puzze e gli odori, sui gesti proibiti, quelli che non si fanno in pubblico pena essere considerati maleducati, inaccettabili, non corrispondenti a un modello, in altre parole, mostruosi.


Il fastidio del maglione sulla pelle, la fame che acceca, l'ebbrezza disgustosa delle dita nel naso, il parrucchiere che tira e strattona i capelli fino a trasformare il senso dell’identità. Si tratta di emozioni che mal tollerano anche i grandi, trasformazioni che non smettono di sbalordire, gesti esplorativi normati e contingentati dalla buona educazione, atti riprovevoli che vengono comunque praticati dai bambini in una zona liminare di esperienza da cui si viene distolti. Tuttavia, passando attraverso i territori del fastidio, mettendoli in scena, scardinandoli dall’innominabilità, le due autrici suggeriscono la possibilità di un contatto più profondo con l’immanenza del corpo, fatto di tenero realismo, perché se è vero che è di un luogo che stiamo parlando, allora è solo accogliendo tutti gli scorci, anche quelli meno interessanti, che possiamo pensare di vederne l’interezza. 


E questa è una cosa che fa bene a tutti. 
 

Giorgia

 “Dentro me cosa c’è?” Daniela Carucci, Giulia Pastorino, Terre di Mezzo 2022 

mercoledì 10 settembre 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

FACCIAMO CHE IO ERO… 


Stare, andare, essere, cambiare. Ritornare. 
Paradigmi dell’esistenza che si pongono solo apparentemente agli antipodi. La semplificazione conduce sempre a ragionare in modo binario, la divisione permette la differenziazione e una più rapida ed immediata individuazione delle caratteristiche. Questo non conduce però necessariamente a una comprensione approfondita. 
La scienza si è sempre mossa secondo assi, in alcuni casi verticali, in altri orizzontali, generando una ricchezza di nozioni che si sono sommate alle precedenti elaborate sulla base di un criterio stabilito. 
Che cosa succede però quando le ragioni con cui abitualmente giudichiamo un essere vivente, o un organismo in generale, vengono sbaragliate, quando cioè non ci avviciniamo al nostro oggetto di osservazione giudicandolo secondo le consuete classificazioni, ma cercando qualcosa che possa accomunarlo agli altri, anziché differenziarlo? 
Per accogliere una lettura di questo tipo occorre che ci si muova non più su uno spazio, ma sul tempo. Non ragionando più, o meglio non esclusivamente, su quello che può essere descritto in modo definitivo, ma su quanto ha ragione d’essere in relazione a un prima e a un dopo
Così la classificazione per specie non costituisce più il punto di partenza e quello dell’habitat è solo un aspetto che ci consente di comprendere meglio ciò che la natura è in grado tutte le volte di inventare; il sapere comune attribuisce alla scienza una grande capacità di osservazione, calcolo e deduzione, raramente di invenzione. 
Eppure la bibliografia in materia di scienziati e storia della scienza degli ultimi anni ci ha abituato a considerare come elemento essenziale per il lavoro di uno scienziato la sua capacità di immaginare. Se ci limitiamo a ipotizzare soluzioni unicamente logiche, a scegliere cioè solo quello che conferma il paradigma appreso in quell’ambito di indagine, probabilmente non andremmo molto lontano. Solo ammettendo che le soluzioni possono essere di gran lunga più estroverse possiamo riconoscere come plausibile ciò che apparentemente non lo è. E questo è un grandissimo esercizio di pensiero, perché spinge ad elaborare ipotesi al di fuori di un orizzonte esclusivamente umano. 
Se prendiamo ad esempio le età di alcune specie, ci rendiamo conto che quella che noi giudichiamo una fase iniziale della vita, accostabile all’infanzia, in alcuni casi può avere una durata di gran lunga superiore a quella della così detta età adulta. E dunque lo stesso valore attribuito ai concetti di infanzia e maturità sarà messo in discussione, vista la notevole differenza di durata rispetto a quello che accade nella specie umana. Vale allora per tutti riconoscere nella prima fase della vita una crescita progressiva e una preparazione al completamento della fase conclusiva? 


La scelta del titolo credo non sia casuale: cambiare, e non per esempio cambiamenti o trasformazioni. Il verbo all’infinito potrebbe essere anche un invito rivolto a tutti i lettori e quindi contenere già in partenza una connotazione di valore, una sorta di let’s change! Quante possono essere le ragioni per cui si cambia? il libro le esplora tutte indicandoci per ognuna il nome scientifico preciso e soprattutto ragionando e mostrando come questa adottata sia una soluzione alla quale le specie sono pervenute dopo secoli di evoluzione. In pratica nessuna di queste rappresenta l’unica possibile, o quello che potremmo dire la migliore in assoluto, ma quella che ha consentito la sopravvivenza in un contesto naturale particolare. E soprattutto nessuna di queste appartiene in esclusiva a una specie, ma possiamo rintracciarla in tante e scoprire come ogni volta sia stata adeguata a una necessità differente.  


D’altro canto Darwin ci ha insegnato che non è l’individuo più forte che sopravvive, bensì quello che meglio degli altri è in grado di adattarsi. L’evoluzione è ancora sotto i nostri occhi e appartiene ad ogni specie, compresa la nostra! L’illusione dell’uomo probabilmente è tutta nella presunzione della scelta e nella convinzione che quella compiuta sia la migliore possibile.


Ciò che questo libro racconta e dimostra invece è che ogni cambiamento ha un costo e che il lungo tempo impiegato da ogni specie per metter a punto questo processo è servito in gran parte anche a renderlo più tollerabile. 
I cambiamenti sono di forma, di dimensione, di colore, di sesso, di luogo. La migrazione fa parte di questa casistica perché gli ambienti per primi sono soggetti a cambiamento e chi li abita deve adeguarsi, attrezzarsi, in alcuni casi spostarsi. 
A corredo di questi contenuti ci sono gli agili e quasi guizzanti disegni di Francesca Ballarini che bene si adattano ad illustrare proprio quello che non può restare fermo e immobile. Le sue tavole, che pure restituiscono una rappresentazione senza dubbio realistica, rivelano un certo gusto per il “non finito”, come schizzi veloci di una mano che non può indugiare a lungo sul soggetto. 


Sebbene l’uomo sia incluso tra le specie animali e sia stato ovviamente oggetto di evoluzioni e cambiamenti morfologici e funzionali, a lui il libro dedica le ultime pagine attribuendogli un tipo di mutazione differente da tutte le altre: quella culturale. Quella sola che consente di fatto di simulare, riprodurre, riformulare tutte le altre, di compiere quegli atti cioè che appartengono all’arte, alle religioni, alla scienza e non meno al gioco. 

Teodosia 

Cambiare. Trasformismi, metamorfosi, migrazioni nel regno animale di Federica Buglioni, illustrazioni di Francesca Ballarini, Topipittori 2025 


mercoledì 11 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CORPO - FORMA – NORMA 

Lorenzo Ghetti arriva al terzo volume di un ragionamento sviluppato a fumetti cominciato nel 2018 con “Dove non sei tu”, poi con “In alto abbastanza” (2021) e ora con “La forma che mi hai dato”. Tutti usciti per Coconino Press. Un ragionamento, si diceva, che sposta le questioni dell’oggi in un tempo futuro e in un contesto fantascientifico dove, attraverso storie agite da giovani protagonisti, Lorenzo Ghetti mette in scena le dinamiche e i temi della costruzione delle identità individuali e collettive. 
Una sorta di trilogia, dunque, che tiene al cento l’adolescenza, le relazioni, gli affetti, i desideri, i corpi, l’immagine di sé, le costruzioni sociali, la tecnologia, l’idea di futuro. 


L’Isola, in cui ci porta con quest’ultimo racconto, è divisa in due parti separate e in tutto e per tutto diverse: c’è un fuori e c’è un dentro. Tra loro c’è un confine che non deve essere attraversato. 
Fuori vivono gli Esploratori, il loro spazio è aperto, connotato da una specie di super esposizione alla luce, i colori sono caldi e accesi e vanno dal giallo all’arancio al rosso. Uno spazio brulicante di corpi celati, quasi del tutto coperti da stole, veli e stracci. Dentro vivono gli Esemplari, in una torre alta e algida: le loro vite sono regolate da una ferrea e gerarchica disciplina, comunicano tra loro in maniera funzionale. Il loro spazio è chiuso, colorato con colori freddi che vanno dal blu al verde. Gli Esemplari indossano tute aderenti che evidenziano la forma dei corpi, perfetti nella loro “normalità”. 


Al centro della storia, al centro esatto del libro, scopriamo il Motore, un nucleo centrale che dà forma all’intero sistema sociale come ai singoli abitanti dell’Isola: un nucleo piatto, tondo, bianco, perfettamente vuoto, uno spazio che si legge per sottrazione in una doppia pagina densa di cavi, elettrodi e varia tecnologia. Quando i primi coloni arrivarono sull’Isola erano un unico equipaggio e furono gli Esploratori ad allontanarsi per primi dal Motore. I loro corpi mutarono a contatto col nuovo ambiente. Da quel momento l’esigenza primaria, per gli uni come per gli altri, sarà quella di preservare la normalità originaria. Gli Esploratori lavoreranno al servizio degli Esemplari per nutrirli e difenderli da eventuali e fantomatici attacchi esterni all’Isola. Gli Esemplari vigileranno sulla propria normalità tenendosi alla larga dal contatto con l’esterno. Un rito ciclicamente ripetuto, la “cerimonia del corpo”, servirà a rinsaldare il legame con la forma originaria dei corpi esemplari, quelli giusti. Nessun dubbio, nessun interrogativo, nessuna eccezione sarà ammessa. Nessuna rivolta. Nessun affetto dovrà mettere in discussione lo status quo. Ciascuno al suo posto, ciascuno schiavo della perfetta normalità, posseduta o anelata. 
Il passato, l’origine, diventerà l’unico motore del futuro. 


Ma… 
È davvero possibile vivere perché nulla cambi? Cosa è normale e cosa non lo è? Chi è il nemico e di chi lo è? Cosa fa di uno schiavo, uno schiavo e di un padrone, un padrone? Esiste una purezza contrapposta alla contaminazione? Cos’è che tiene insieme una società? E cosa tiene insieme un’identità? Le storie di Lorenzo Ghetti sono sempre generative di domande alle quali fortunatamente l’autore non dà risposte univoche. Ci pensa la storia stessa ad esplorare eventi e conseguenze. In questa storia arriveranno due personaggi: Mari, una Esemplare che tempo prima aveva deciso di abbandonare l’Isola e Figura, la cui forma non assomiglia a quella di nessuno, o meglio, può somigliare a quella di tutti perché può diventare come chiunque voglia che lui/lei sia. 


Mari è colorata in scala di Grigi. Figura è dello lo stesso bianco del Motore. Sono loro i personaggi che ci portano nella parte più enigmatica e ricca della storia: Mari ha cercato il coraggio di andare a guardare oltre l’Isola al di là delle forme date e conosciute; Figura non ha una forma propria ed è la capacità di totale contaminazione, il vuoto che può trasformarsi in ogni pieno. La forza del coraggio e la forza della trasformazione saranno deflagranti ed apriranno alla possibilità di un nuovo futuro: una nuova “coppia originaria”, se così possiamo dire, attraverserà un mare giallo e si inoltrerà fuori dalla pagina, nel mondo sconosciuto. 
Insomma una storia ricca di una complessità che trova corrispondenze nei contenuti come nella forma grafica: la scelta dei colori che identificano i personaggi e i contesti, la ripartizione delle vignette che crea un ritmo ogni volta diverso anche nel senso di lettura. Particolarmente interessante è il ragionamento grafico sulle forme geometriche: il cerchio che già appare in copertina ritagliato nella sovracoperta è inscritto sia in un quadrato che in un poligono. Anche la successione dei capitoli è segnata da forme geometriche inscritte in un cerchio: per il primo capitolo vi è solo una retta, per il secondo le rette diventano due incidentali, al terzo si chiuderanno in un triangolo e via via fino a costruire, capitolo dopo capitolo, un poligono con un numero sempre maggiore di lati… che nell’ultimo capitolo disegneranno un cerchio. Pure al centro del petto di Figura c’è un cerchio, vuoto, che con l’andare della storia, con l’avvicendarsi degli eventi sarà segnato, ogni volta di più, da rette che ne disegneranno spicchi. 
Trasformazione, conflitto, complessità, alterità, futuro. 


Una storia che scandaglia, su diversi piani, la costruzione dell’identità individuale e collettiva, il ciclo innovativo delle nuove generazioni e il conflitto che ne deriva, la potenza della ricerca interiore e della sperimentazione. Il tutto in uno scenario distopico, a cui Lorenzo Ghetti ci ha abituato già nei due titoli precedenti, caratterizzato da un segno grafico arrotondato che riesce a tratteggiare personaggi e ambienti familiari eppur futuristici. 
La ricchezza delle metafore, la molteplicità dei punti di vista, lo spessore dei profili individuali, la contrapposizione -niente affatto semplificata- tra individualità e normatività, la costruzione grafica del racconto che incastra vignette che zoomano e vignette che allargano lo sguardo con grande libertà nell’ingombro della pagina, l’originale utilizzo dei balloon, sono gli aspetti che, insieme agli altri che la sensibilità di chi leggerà potrà ritrovare, rendono questa graphic novel molto interessante e adatta alla lettura e alla riflessione di lettori e lettrici a partire dai 14 anni. 

 Patrizia 

 “La forma che mi hai dato”, Lorenzo Ghetti, Coconino Press - Fandango 2025 


lunedì 23 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SGRANARE GLI OCCHI

Ö
, Guridi 
Kite edizioni 2024 


ILLUSTRATI  

"Per i miei figli, 
i figli dei miei figli 
e tutti quelli che verranno... 
Non c’è un pianeta B." 

Guridi 

Queste sono le uniche parole di un libro senza parole. 
Fa eccezione questa dedica, appunto, e la breve frase della quarta di copertina. Neanche il titolo è una parola vera e propria: è un segno grafico che, se capito a dovere, non è quello che sembra, ovvero non è (solo) una o con la dieresi... 
In bianco e nero, a parte la palina segna neve - bianca e rossa - e un sacchetto di plastica giallognolo abbandonato e pieno di scarti di un picnic. Forse. 
Il resto è neve e un orso che ci passeggia dentro e fa cose in un inverno senza ibernazione per lui. Si dirige verso le rocce. Annusa e scruta un ramo su cui c'è una spruzzata di neve, scuote l'albero perché la neve gli cada addosso. 
Gioca a far il cervo. 
Fa le nuvole col fiato. 
Si specchia nell'acqua. E più in là vede il ghiaccio incrinato. 
Si sdraia e fa il gioco dell'angelo nella neve... e poi raccoglie il sacchetto abbandonato per buttarlo nell'apposito cestino. 


Quindi si dirige verso la sua caverna invernale. Ma... 

Guridi è una fortuna che esista e che faccia così il mestiere che fa. 
I suoi libri italiani non sono poi moltissimi, lui ne ha pubblicati una sessantina, tuttavia non ce n'è neanche uno che non lasci una traccia forte dopo il suo passaggio editoriale. 
Quando lavora in solitario si percepisce con ancora più chiarezza la potenza del suo disegno. 
E nel silenzio e da solo come qui, ovviamente, dà il meglio, ovvero può essere Guridi fin nel midollo. 
Per esempio, da grafico, lui sa bene che il silenzio gli permette di essere ambiguo, quel tanto necessario perché il lettore si trovi spaesato, si guardi intorno, si interroghi, si attivi e cerchi punti di riferimento per ancorarsi e capire quel che c'è da capire. 


Quello che Guridi vuole succeda è che il lettore nel silenzio di parole-guida - che se ci fossero privilegerebbero un senso e uno solo - da solo debba trovarsi una strada, e fino alla fine non sappia mai se ha imboccato il sentiero giusto. Ammesso che ce ne sia uno solo. 
Il gioco che Guridi mette in atto è quello di "parlare" figura dopo figura con la dovuta lentezza perché il lettore abbia il tempo di percorrere a ritroso la strada fatta fin lì e confermare a sé stesso di non essersi sbagliato. 
L'esempio del titolo è dirimente: lo si capisce solo a libro letto. E solo a quel punto che si smette di vedere la O con la dieresi. Guridi qui si è preso tutto lo spazio necessario: bravo! 
Neanche la quarta di copertina viene in aiuto con una freccia di segnalazione - per di qua o per di là - è mistero puro. Dalla parte del lettore c'è solo quella dedica di cuore. Che non è poco. 
Se si procede nella lettura si incontra la palina nella neve, primo elemento a colori a comparire con lo scopo di accendere i sensori... 
Non è lì a caso. Perché? 
Silenzio. Pausa. La pagina gira. 
La nostra testa attenta ha comunque registrato l'informazione , ovverosia l'incertezza resta, ma quando si segue l'orso nel suo incedere lo si osserva con uno sguardo lievemente più consapevole. 


L'orso si ferma davanti a un ramo e guarda verso l'alto. Perché? 
Silenzio. Pausa. La pagina gira. 
Scrolla il tronco e si fa cadere addosso la neve che si è posata sui rami. 
La palina segna neve, l'orso che si fa la doccia con la neve scossa... L'orso poi si traveste da cervo... 
E pensare che credevo di procedere nella giusta direzione... Si va da un'altra parte? O serve solo a dare un cuore pulsante a quell'orso insonne?
E' uno dei molti gesti espressivi di quella silhouette nera. Che si impara a conoscere. Inevitabile l'empatia.


Insomma la lettura è un incedere cadenzato tra molte domande e ancora più numerose possibili risposte. Si procede con circospezione e sempre maggiore affezione. 
Si tiene conto di tutto, e bisogna essere disponibili anche a tornare indietro e ritrattare. 


La cosa che va fatta è osservare. Esattamente come fa l'orso. 
Poi bisogna partecipare. Esattamente come fa l'orso. 
E solo alla fine, sgranare gli occhi. Esattamente come fa l'orso. 
Per questo motivo forse val la pena fermarsi qui per non mettere parole dove Guridi non vuole ce ne siano. 
Però una cosa va assolutamente detta: l'editore francese, Cot Cot Cot, l'editore coreano, Namumalmi, l'editore italiano, Kite, e modestamente Lettura candita, hanno annotato lungo il cammino dettagli diversi e quindi hanno deciso di prendere sentieri distinti per arrivare sulla vetta di questo gran libro. 
Sgranare gli occhi per credere! 

Carla
 
Noterella al margine."No quiero que mis imágenes hablen por mi, sólo que acompañen mis pensamientos, mis palabras, para dejar que los demás encuentren los suyos". Guridi

mercoledì 24 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'IMPRONTA DELL'AUTORE  

Grande, bro!, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Forse gli era arrivato addosso lo skate? Arretrai di un altro passo e mi preparai a tornare a razzo al portoncino dopo aver contato fino a tre. Uno, due... Ah già, il portoncino si era chiuso! Rimasi immobile. Lui sputò a terra, si strofinò il mento e imprecò di nuovo. 
 'Porca di quella merda!' 
Aveva un repertorio di imprecazioni notevole, e suonavano anche parecchio dure. 
Poi tacque. Si avvicinò. Mi fissò. Dall’alto in basso. Aveva gli occhi marroni, ma dentro, vicino alla pupilla, intravidi un luccichio dorato. I capelli erano scuri, quasi neri, e ricci. La guancia era attraversata da una cicatrice che somigliava a una J, anzi, più che altro a un amo. Continuò a fissarmi, riuscendo a sembrare incazzato e perplesso nello stesso tempo. Poi mi premette forte lo skate contro il petto e disse qualcosa che, nonostante l’accento scanese, mi sembrò un «ci si vede». E non sapevo se fosse una minaccia o una promessa. 
'Mi chiamo Måns', dissi tendendo di colpo la mano per stringergli la sua." 

Måns e Mikkel si sono conosciuti così. 
Måns, 12 anni, è temporaneamente a Malmö con sua madre, che fa la doppiatrice di cartoni animati: deve registrare per quattro settimane e lui la segue. Contento di andarsene da Stoccolma e di cambiare aria per un po'. Si insediano nella casa di un vecchio amico materno e Måns comincia ad esplorare i dintorni. Un grande cortile interno potrebbe essere un buon posto per sgranchirsi con lo skate. Perché Måns è un drago sullo skate. Eccezion fatta quando gli sfugge da sotto i piedi per eccesso di spericolatezza e finisce sul mento di Mikkel, poco più grande di lui e completamente coperto di tatuaggi, che ha avuto la sfortuna di trovarsi nel cortile del palazzo nel momento sbagliato. 
Nonostante questo rovinoso esordio, Måns e Mikkel cominciano a frequentarsi, seguiti a debita distanza da Nora, che la madre gli mette alle calcagna come babysitter. Lei è la figlia diciassettenne dell'amico che gli affitta la casa. Si forma così una curiosa banda costituita da due ragazzini e due ragazzi di poco più grandi: Nora e Simpson, quest'ultimo il fratello maggiore di Mikkel, eccellente tatuatore. 
Questo è il racconto delle loro giornate estive, tra grandi sfide con lo skate, tra ferite e patti di sincerità e lealtà eterna, una fratellanza siglata con il sangue, gelati e bagni al mare, tra grandi chiacchierate e tatuaggi temporanei. Måns e Mikkel diventano inseparabili. Prendono un buon ritmo quei due. Vanno veloci e sicuri con gli skate e nella loro grande amicizia, fino al momento in cui un 'sassolino' li fa inciampare e cadere... 

Il sassolino in questione è un passaporto, quello di Måns, in cui è scritto a chiare lettere il nome con cui è registrata all'anagrafe, il nome che gli hanno dato i suoi genitori quando è nata: Michelle. 
A una persona che nella sua più profonda profondità sa di essere maschio è toccato in sorte un corpo da femmina. Ad accettare questo fatto alcuni hanno fatto molta fatica, primo fra tutti proprio suo padre che, all'idea che Michelle richieda da sempre e a gran voce di essere trattata da Måns, non vuole abituarsi. Lo stesso, la nonna giustifica le stranezze di Michelle, poi Michi quindi finalmente Måns, considerandole solo una fase... 
Del tutto diverso è il percorso che fa sua madre, la prima che prova a districarsi e a trovare una corretta postura, al principio solo 'formale', esteriore, ma poi sempre più intima e profonda. E in lei lentamente radica la sicurezza che Michelle davvero non sia mai nata, non esista, mentre è Måns il suo bambino. Ed è lui quello che le sta crescendo davanti. 
Bella questione. 
Centoventi pagine che, come sempre è successo con i libri italiani della Jägerfeld, si bevono a grandi sorsate. A libro chiuso, si percepisce la stessa sensazione di appagamento che si prova quando si ha tanta sete e si manda giù dell'acqua. 
Ma la grandezza della Jägerfeld non sta solo nello spessore delle questioni che pone, ma anche nella leggerezza della sua architettura per raccontarle. 
Di queste centoventi pagine decide di dedicarne una prima cinquantina a costruire personaggi e contesto. Quello di partenza, ovvero Stoccolma, traspare qui e là, ma è soprattutto quello di Malmö a prevalere. Riguardo ai personaggi, conosciamo un padre goffo che si comporta da imbecille, sarà lui stesso ad ammetterlo, e una nonna, quella della fase, sullo sfondo. 
A spiccare, invece, è soprattutto la madre e la gente nuova di Malmö. Sono loro i riferimenti della voce narrante, in questa prima parte. Rappresentano l'alternativa a una Stoccolma in cui essere se stessi è faticoso. 
Su tutti loro, giganteggia lui, Måns: un ragazzino che se chiude l'occhio sinistro i colori li vede molto più intensi, mentre se chiude l'altro sono molto più sbiaditi. 
Dov'è la verità? A quale occhio credere? si chiede sul treno che lo sta portando a Malmö. 
Bella domanda. 
Queste cinquanta pagine le sono sufficienti per costruire uno scenario solido, autentico e come sempre attraversato da un grande senso dell'umorismo. 
Poi, nello spazio di due pagine, avviene la grande sterzata. 
Tutto si ferma sul bordo della fontana dove Måns è seduto con un bel taglio in testa, procuratosi contro lo stelo della grande rosa di lamiera (!). 
Lì tutto si blocca perché Mikkel, nel stringere con lui un patto di sangue, lo ha appena definito 'bro' - fratello. 
A parte la bellezza intrinseca del gesto tra i due, che trasforma un'amicizia normale in una fratellanza "epica", Mikkel - inconsapevole come il lettore - attesta di fronte al mondo che Måns sia suo fratello. Un fratello maschio. 
Questo rende oltremodo felice Måns, nonostante il buco in testa. 
In poche righe, la scena è congelata come in un fermo immagine, Måns esce dalla trama, dalla sequenza degli eventi, e ci dice che lui effettivamente è un maschio, ma in un corpo femminile. Un maschio con la vagina. 
Altro che sberla contro la rosa di lamiera! La nostra visione d'improvviso si fa chiara. La Jägerfeld con la naturalezza, il garbo e la leggerezza che la rende strepitosa, ci costringe a fare il gioco dell'occhio sinistro che vede in un modo e dell'occhio destro che vede in un altro e ci illumina su come stanno in realtà le cose. 
Da grande autrice, ancora una volta si fa attraversare dalla vita vera e poi la trasforma in scrittura. 
"Parafrasando" Capasso, si potrebbe parlare qui dell'impronta dell'autore? 
Ora che è tutto molto più chiaro, il fermo immagine non ha più senso di esistere e la storia riparte. Ma con una differenza: noi come quasi tutti i protagonisti del libro adesso sappiamo. L'unico che non sa è Mikkel. 
Ritorna il racconto, ma si fa strada anche il rovello di Måns che non riesce a trovare il coraggio di essere per lui un fratello di sangue come si deve: sincero fino in fondo. 
Ma è davvero così? Ha davvero mentito a Mikkel? 
Arriva la scena del passaporto e tra i due amici si crea la frattura. Måns non riesce a spiegarsi con Mikkel, ma riesce a farlo una volta per tutte con suo padre, che, nel frattempo, lo ha raggiunto a Malmö. Un padre che finalmente pare aver capito. 
Tra rimorsi e malinconie, si torna a casa, alla vita di prima. La scuola e le solite fatiche riprendono. 
Ma a un pizzico dalla fine, mancano una decina di pagine, il ritmo cambia di nuovo. 
Madre e figlio ritornano a Malmö, per ultimare il doppiaggio e la Jägerfeld accende un grande faro per fare di nuovo luce. Mette in mano a Måns una matita rossa e gli fa scrivere un efficace riepilogo della questione. Si tratta di una lettera per Mikkel che Måns, con una inaspettata sicurezza, gli legge sulla porta della camera. 
Ebbene: la purezza delle parole scelte rende questo breve monologo un piccolo capolavoro di semplicità e chiarezza e quindi di efficacia. 
Non solo per Mikkel, ma per tutti. Si potrebbe stampare e diffondere ai semafori. 
Ecco, a proposito di diffusione. Accanto all'impronta dell'autore, ma pare si veda chiarissima anche l'impronta dell'editore. Editore che decide di continuare lungo la propria strada - coraggioso, fiero e ambizioso - nello stampare e diffondere libri così importanti. Necessari. 
E, a proposito di ambizione, torno a Calasso quando sostiene che un buon editore deve "fare bene quello che in precedenza era stato fatto meno bene e fare per la prima volta quello che prima era stato ignorato." 
Mi pare che con Iperborea ci siamo. 

Carla

lunedì 19 giugno 2023

ECCEZION FATTA!

I BAMBINI E L'ANGELO

I bambini si rompono facilmente
, Silvia Vecchini, Sualzo 
Bompiani 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

 "Vogliono che non le manchi niente, le comprano le cose più costose, ha una bella libreria laccata bianca, un tavolo gigante dove può fare qualsiasi cosa le venga in mente. Può chiedere di cucinare, fare il tornio, costruire una capanna in salotto. Si sono dati un obiettivo, deve avere una lunga infanzia spensierata." 

La bambina delle fate ha tutto quello che può desiderare, compresa una stanza tutta rosa con le sue foto incorniciate. Sta crescendo e forse tutte queste attenzioni, ma ancora peggio il mondo di fatine dei denti e di gnomi, di befane che arrivano sul balcone la notte tra il 5 e il 6 gennaio, deve appartenere al passato. Lei è da un bel po' che ha scoperto essere suo padre a uscire per un finto impegno di lavoro, a travestirsi per poi rientrare in casa alla chetichella e mettere bastoncini di zucchero nella calza che le hanno chiesto anche quest'anno di appendere in cucina. Ma con sua madre l'unica cosa che può fare è reggere il gioco e andare a dormire con lei nel lettone. 
Lei lo sa che nella notte di Natale sono loro a mangiare i biscotti e a bere il latte che lasciano ogni anno sul tavolo in soggiorno. 
Lei vorrebbe tanto fare come fanno le sue amiche o i suoi compagni che tutto questo lo hanno ormai passato e forse anche un po' dimenticato. Vorrebbe che la loro vita facesse un passetto avanti, una "casellina" nuova nel loro avanzare sul grande gioco dell'oca che è la loro vita assieme. 
Ma ha paura di ferirli, di deluderli. Loro che rispettivamente si tingono i primi capelli bianchi con il pennellino in bagno e di tanto in tanto indossano l'abito da sposa e poi si guardano tra i due specchi delle ante dell'armadio. Così, per verificare che segno hanno lasciato gli anni su un corpo che sta infiacchendosi. Non ce la fanno proprio ad accettare all'idea di invecchiare e lei, la piccola di casa, deve rimanere tale, la piccola di mamma e papà. Così diventa suo malgrado la prova vivente che la vita in fondo forse ti dà modo di cristallizzarsi nell'attimo che si giudica il migliore. Basta crederci. O meglio basta illudersi.

Venti tra bambini e bambine che nello spazio di una o due pagine sono lì a raccontare la loro fragilità, le incrinature, talvolta i cocci in cui si rompono, ma nello stesso tempo la loro resistenza nella convinzione che la vita che pulsa in loro è più forte di qualsiasi mazzata che la vita gli riserva. 
Due parole sul libro e altre due sull'anomalia che se ne parli qui. 
Silvia Vecchini ha raccolto con la delicatezza e la cura che mette sempre nelle sue relazioni umane i racconti, le storie, frasi, disegni, allusioni di bambine e bambini che ha avuto "l'onore" di incontrare lungo la sua strada. Lo ha fatto perché ne ha avvertito la necessità e l'urgenza di non lasciare cadere nel silenzio racconti del genere. Li ha rimodellati, credo il minimo indispensabile, per renderli frecce da scoccare. Li ha messi insieme. 
Sualzo, con una lingua altrettanto lieve, per ognuno ha fatto un disegno a china, cui si aggiunge una copertina con il timido coniglio che ha il compito di raffigurare la fragilità dei bambini, ma anche quello di essere il protagonista dell'ultimo racconto. Ognuna di queste storie è una storia vera cui Silvia Vecchini dà voce e, alla fine di ciascuna, la distilla in versi che diventano il necessario seme di tarassaco da far volare ancora e ancora. 
Tutto questo diventa un libro necessario che Bompiani pubblica. 
È un libro di piccoli per i grandi. 
È un libro che dietro una voce poetica, rarefatta, riesce a dire tanta di quella dura verità che non poteva non essere scritto e aggiungerei non può non essere letto. 
Ed ecco la seconda cosa che ha a che fare con l'anomalia di mettere in questo blog pensieri su un libro che parla dei piccoli, ma è scritto perché lo leggano i grandi. 
Il caso vuole che io stia partendo per Cagliari per un progetto di formazione che ha come fulcro la questione dei legami di famiglia, in altri termini sono chiamata a elaborare un discorso sensato -spero - attraverso una bibliografia di libri che abbiano dentro principalmente genitori e figli, ma anche qualche zia e un certo numero di fratelli. Ma. C'è un ma. 
Il registro richiesto è quello comico. Insomma, storie che facciano ridere. Per come sono abituata a orientarmi, decido di partire dai libri perché come sempre vorrei che fossero a parlare al posto mio, elaboro una bibliografia e su questa costruisco un discorso, ma mi rendo conto che c'è una zoppia evidente. 
Come si fa a parlare di libri spassosi su genitori e figli letterari, quando su genitori e figli veri c'è ben poco da ridere? Come faccio a ignorare l'urgenza di rimboccarsi le maniche e prendere quanto meno coscienza del fatto che tra adulti e bambini - non tutti si intende, ma molti - c'è un problema grosso un bel po'? Come faccio a ignorare questa situazione? Come posso solo guardarne il lato ironico, comico, sarcastico, senza risalire alle radici di tutto questo? 
Ed ecco che le due giornate formative si sdoppiano e diventano un pomeriggio serissimo, quasi drammatico, e una mattina esilarante. 
E mentre sono lì che scrivo pagine di appunti sulla condizione di fragilità in cui si trovano bambini, adolescenti, giovani adulti e persino adulti giovani, mentre sono lì che leggo le riflessioni che molti specialisti registrano come segnali ben oltre l'allarme, intercetto I bambini si rompono facilmente. 
Bene. Sobbalzo e in silenzio gioisco a leggere le pagine iniziali di Silvia Vecchini a proposito di un angelo, perché so che a Cagliari farò vedere una tavola di Heidelbach con una bambina che l'angelo custode se lo è costruito da sola... 


Il libro si legge di un fiato, lo studio, e la prosa e i versi, e ne sottolineo a matita tutto ciò che conferma la mia griglia cagliaritana: "stare vicini ai bambini è stare accanto a un mistero" oppure "la cieca distrazione degli adulti" o ancora "la traccia che i bambini lasciano sempre indirizzati al bene, anche quando non si vede, la loro fedeltà alla vita anche se ferisce". 
Bambini fatti a pezzi. Bambine a cui si nega di poter crescere - e non a caso ho issato quel racconto come bandiera. Bambini inascoltati. Bambini che sanno salvare i grandi. Bambine sirene. Bambini in lutto. In trasparenza si vede bene anche il mondo degli adulti. 
Il libro viene a Cagliari con me. 

Carla

mercoledì 30 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PRETEND THAT YOU'RE GOOD AT IT! 

La mia morte gloriosa col botto, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Quando Sixten e Karl-Johan ti rivolgevano la parola, ascoltavi. Si piazzarono vicinissimi a me, uno su ciascun lato, e in qualche strano modo riuscirono a farmi allontanare dal campo di gioco solo premendo e spingendo leggermente. Mi conficcai le unghie nei palmi e sentii accelerare il battito mentre un vago senso di nausea mi risaliva in gola. Era l'ansia. Cos'avrebbero fatto? Cosa potevano fare?" 

Gemelli, uguali come due gocce d'acqua, considerati da tutti i reucci della classe: agli occhi di Sigge avevano qualcosa che li rendeva superiori alla media, e non solo per come si vestivano e per i loro cellulari costosi. 
Sigge, che vive a Skärblacka nella casa-albergo della nonna dove si è trasferito con sua madre, le sue sorelle e il cane Einstein già da 4 mesi, ha un ristrettissimo gruppo di amici: una sola, in verità, Juno. 
Di certo i gemelli, pensa lui, non è roba per me, per lui che ama la 'penombra' sociale, lui non è al loro livello e non può essere di nessun interesse per loro. 
A meno che non siano lì per maltrattarlo e prenderlo in giro, come faceva Budde e gli altri a Stoccolma. 
Sigge è totalmente fuori strada; al contrario, loro sono lì perché lo vogliono con loro: il terzo elemento della nuova band. Loro sono convinti di essere due rapper di grande talento, ma Sigge è abile in un paio di cose che loro non sanno fare e che hanno bisogno assoluto di imparare, da qui la necessità di averlo nella crew. 
Due cose necessarie per un rapper: saper andare sullo skate (in realtà Sigge è un appassionato pattinatore artistico che si è appena comprato un ciondolo per il collo con un pattino d'argento, ma di skate non ne sa nulla e nemmeno lo possiede) e seconda cosa, sa disegnare da dio (non esattamente fare graffiti, ma sono sottigliezze). E - per di più - lui viene dalla grande città (in realtà dalla periferia, che è meglio ancora se sei un rapper della old school, e i gemelli lo sono). 
Comincia così questo strano e imprevisto sodalizio e nello stesso momento un ineludibile conto alla rovescia per Sigge dei giorni che mancano alla loro esibizione sul palco durante spettacolo natalizio della scuola. 
Sullo sfondo, il progetto con Juno di un app per animali in cerca di compagnia, una app di incontri che si sarebbe chiamata FortunaBestiale, una sorella scritturata - e molto in parte - come Gesù nella recita di Natale, la solita nonna anticonformista, la solita madre schiacciata dal superlavoro per raggiungere una propria indipendenza economica, il solito Krille Meringa che, accantonata per il momento la regia, è stato scritturato per recitare in un paio di spot pubblicitari. 
Di nuovo, all'orizzonte, una nuova conoscenza: Adrian. 
Questo, il racconto di poco più di 60 giorni dell'imperdibile tredicenne Sigge, sempre più consapevole e determinato a trovare un posto 'comodo per sé' nel mondo. 

Seconda parte di tre (in Svezia è uscito un mese fa: Min storslagna kärlek) romanzi che hanno in Sigge il loro perno. 
I tre titoli parlano chiaro, la vita, la morte e l'... 
Tutto quello di bello e interessante che è stato notato nel primo romanzo si riconferma con puntualità anche qui: qualità della scrittura (e della traduzione), leggerezza nel raccontare cose importanti, un plot a prova di botto, ironia e comicità, come se non ci fosse un domani. 
A tutto questo si aggiunge, nella complessità delle relazioni che legano i singoli personaggi, una sua capacità di far maturare le situazioni: si assiste infatti a uno scatto ulteriore che Sigge fa verso la ricerca della propria identità e verso una consapevolezza personale sempre più solida. Per non parlare della sua amicizia con Juno, ancora una volta a rischio. 
Messi in riga tutti pregi, seppur brevemente visto che se ne è già parlato, si riconferma uno dei valori più grandi che Jenny Jägerfeld dimostra di avere (lei e una nutrita schiera di altri scrittori del Nord): la capacità di non essere mai retorica, o didascalica, e men che meno prescrittiva (nonostante o forse grazie alla sua formazione), di essere capace di mettersi sempre in un'ottica che è quella dei più piccoli, cercando di non far prevalere il suo ruolo di adulta, pur mai dimenticando di esserlo. 
Per fare un esempio, si guardi con quanta grazia e sapienza Jenny Jägerfeld modelli i caratteri delle due sorelle di Sigge nel loro essere rispettivamente amanti del silenzio a oltranza e della parola ad alto volume e soprattutto si noti come metta questi due caratteri a confronto con il mondo degli adulti e di come questo mondo sia capace di mettersi in relazione con loro in modi tanto diversi. Tra parentesi, la varietà e complessità di sfumature che caratterizzano i singoli adulti di riferimento di questi ragazzini è davvero magnifica e fruttuosa, a partire dal sognante Krille che, in questo caso particolare, condivide con Sigge un vecchio consiglio ricevuto da Charlotte "pretend that you're good at it". 
Tornando alla prospettiva di osservazione della Jägerfeld, sembra quasi che il suo pensiero adulto le permetta, sia capace anche di pensare con testa e parlare con voce di bambino: l'invettiva di Majken - tutta in maiuscolo, come sempre, visto il volume consueto della sua voce - a proposito del croccante mancato per Bobo durante il rinfresco per la festa di Santa Lucia può essere considerato un paradigma del valore cui si alludeva poche righe fa. 
Si guardi anche con quanta sana distanza metta in scena il pensare e l'agire di Charlotte da una parte e quello della figlia Hannah dall'altra: i teatrini tra madre e figlia su come vestire Bobo e sulle candele vere a Santa Lucia sono emblematici. Due modi opposti di essere adulti, eppure due modi di amare altrettanto efficaci. 
E ancora, quanto sia brava, anche solo attraverso dettagli come dei regali di compleanno, a creare per i piccoli un 'porto' sicuro e conosciuto, seppure molto poco convenzionale, in cui approdare ogni sera dopo aver navigato in acque nuove e sconosciute per tutta la giornata. 
Ma brava, you're good at it!

Carla