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venerdì 11 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

THE BOOK OF WONDER

Monsterium
, Junaida (trad. Asuka Ozumi) 
L'ippocampo 2024 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Sin dall’alba dei tempi, il Monsterium era in viaggio per monti e per valli con a bordo le più strane creature. 
In una notte calma e silenziosa, mentre il Monsterium russava della grossa, la strana combriccola sgattaiolò via nel mondo di fuori. 
Cammina cammina, i mostri giunsero in una bella città e si misero a gironzolare per le strade. 
A quella vista grandi e piccini corsero a rifugiarsi in fretta e furia dentro casa." 

I genitori rapidi portano i loro bambini al sicuro e chiudono a chiave le porte delle case. 
Uscire è loro proibito. Le strade della città sono molto pericolose, a detta dei grandi. 
Quei tre fratellini però non ci stanno volentieri rinchiusi dietro i vetri di una finestra, dietro il legno di una porta. 


Il fatto è che per giorni e giorni i mostri vagano lenti lenti per le vie. 
I tre piccoli sono davvero stufi e quindi decidono di "evadere" con gli strumenti che hanno: uno scatolone di cartone sembra proprio una corriera che li porterà in un salto fuori di lì. 
Poi un palloncino potrebbe diventare una mongolfiera che dal cielo fa vedere loro il mondo dall'alto. Comincia così il loro viaggio tra cielo e terra, tra arcobaleni e alberi altissimi. 
Poi una voce molto terrena urla: il bagno è prooontooo! Ma il viaggio prosegue. Adesso li spinge ad arrivare fin negli abissi più profondi dove, un rumore sordo e indecifrabile, una sorta di bisbiglio costante attira la loro attenzione... 

Ecco. Gli abissi più profondi sono - quasi inevitabilmente - il luogo ideale per entrare in contatto con il mistero che avvolge la storia di questa città, invasa pacificamente da una schiera di mostri che ciabattano sul selciato delle vie cittadine. Da giorni e giorni. 


Complice il cambio di scenario nella giornata di quei tre solari bimbetti, che adesso devono farsi il bagno, i due mondi, che i grandi hanno cercato di tenere separati con ogni mezzo, si toccano, si incontrano e si piacciono. 
Va da sé che ciò che è mostruoso per un adulto lo è molto di meno per un bambino di larghe vedute... 
Questo è il primo libro che approda in Italia. Junaida, artista giapponese, verrebbe da dire un esteta della carta stampata, dal 2011 - anno più anno meno - pubblica delle vere meravigliose fantasmagorie visive. 
La maggior parte delle quali out of print. 
Il libro Monsterium viene pubblicato in Giappone nel 2020. 
A giudicare dai libri che lo seguono e da quelli che lo hanno preceduto, sembra rappresentare una piccola eccezione nello schema piuttosto consueto di Junaida: è un libro con un testo e una narrazione, seppur molto misteriosa e suscettibile di diverse chiavi di lettura, ma pur sempre una narrazione. 
A partire da Undarkness del 2021 fino a risalire a ritroso fino al 2011 con Train Rain Rainbow (un magnifico titolo per un leporello che lascia davvero senza fiato e che nelle sue figure fa esattamente la stessa cosa che fa con il titolo: le trasforma) i suoi libri sono piuttosto silenziosi. 
Si tratta - nella stragrande maggioranza dei casi - di veri e propri cataloghi, repertori di figure, ossia sequenze di immagini che occupano la singola pagina o la doppia e sono tenute insieme da un filo rosso tematico: da Lapis - Motion of the Silence (2015) fino a Home (2013) o Hug, di un anno precedente. Tutti, ma proprio tutti potrebbero stare perfettamente sotto un paio di titoli che ha dato già a 2 suoi libri: The Book of Wonder (2011) e Imaginarium (2019). Quest'ultimo è anche oggetto di una sua mostra personale. Tutti infatti raccontano un ricchissimo, strabordante, immaginario e tutti sono libri della meraviglia, Imaginarium e Book of Wonder, appunto. 
Monsterium, ammesso che si possa parlare di debolezza, ha nel testo il suo tassello meno robusto. Al contrario, le immagini sono in linea con gli altri libri precedenti in cui Junaida costruisce un fittissimo intreccio di forme che sembra avere radici nel Surrealismo, ma anche in autori con Escher, soprattutto per il suo gusto per la costruzione impossibile, assurda eppure riconoscibile nei singoli dettagli che la compongono. Il piano e lo spazio spesso si confondono. 
Anche qui è di nuovo un repertorio di forme, capaci di alludere a immaginari anche molto diversi tra loro.
Alcune sue costanti ritornano: il gusto per la visione dall'alto che è una sua cifra anche in Monsterium compare per dare corpo al silenzioso e lento corteo dei mostri. Il gusto per le architetture impossibili.
E ancora: grande manovratore del colore, gioca sul nero per la copertina irresistibile, e per "il fuori", ossia il cielo della città invasa e per il mare. 
A questo corrisponde una sorta di technicolor per le scene del "dentro", gli interni in cui i protagonisti danno vita al loro viaggio immaginato. 


Ma in assoluto la parte migliore è un altro suo Leitmotiv,  il "catalogo" di mostri che, in un primo momento, sono nascosti nel loro Monsterium, sorta di grande palazzo su sei zampe (la baba jaga qui non credo sia casuale citarla) e poi, fuggiti alla chetichella mentre il loro palazzo su zampe dorme, si snodano in un corteo composito come una variopinta sfilata di carnevale. 
Nessuno di loro inquieta, nessuno di loro fa paura, nessuno di loro è orrendo. Al contrario, il sentimento che generano nel lettore è quello della curiosità mescolata a una diffusa tenerezza.  


E questo lo sanno molto meglio i bambini dei grandi.
Come spesso succede. 

Carla

mercoledì 21 agosto 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MOSTRO SARAI TU! 


Cominceremo a dire di questo libro affiancando la prima con l’ultima pagina che, con massima sintesi ed evidenza, lo contengono. 
Dunque questo l’incipit: 


 Questo l’epilogo: 


Si parte da una solitudine per arrivare a una compagnia. 
Nel mezzo c’è un’aria di grigio e intenso mistero che pagina dopo pagina accompagna chi legge verso un completo capovolgimento di sguardo. 
A raccontare è il bambino. Pur vivendo con Ma e Pa, il bambino è solo. Abita nell’ultima casa dell’ultima strada di 

un paese che si trova alla fine del mondo. 
Proprio alla fine del mondo. 
Oltre non c’erano che l’ombra delle montagne, un oceano di alberi scuri e muscosi e laghi profondi come la notte.” 

Un giorno, tra tutti i rumori straconosciuti di quel silenzio di sempre, il bambino sente nuovi suoni e intuisce che qualcosa di straordinario sta per accadere: ben presto, sotto il suo naso appiccicato alla finestra, passerà un’intera carovana da circo: IL CIRCO DE’ ISOGNI. 
Otto, il nostro giovanissimo narratore, non ne conosceva affatto l’esistenza. 
Siamo arrivati a pagina 11 e abbiamo già letto ben 5 pagine completamente disegnate; curiosiamo tra quelle successive e capiamo che ci aspetta un romanzo illustrato. E anche molto bene. In effetti, alle illustrazioni è affidata un’intera parte del racconto che non viene narrata a parole (in realtà si tratta di un canto che noi possiamo “ascoltare” leggendo le immagini) consegnandoci a un interessante esercizio di lettura: parole e immagini per raccontare due storie che si incontrano e si riconoscono. 
Anche chi legge, a poco a poco comincia a mettere insieme le informazioni: Otto è un bambino solo, diverso e sbeffeggiato dagli altri perché troppo mite, troppo diverso da loro: lo chiamano Otto Cuor di Passerotto. Sua madre gli racconta che prima che nascesse, un uccello si posò sulla pancia gravida e scambiò il suo cuore di uccello con quello del nascituro. 

“Per questo sei speciale - gli dice - Perché hai un pezzetto di cielo lì nel petto”

Ma per tutti lui è un mostro. 
Intanto il domatore non fa che chiamare all'appello: 

“Signore e signori, cari e teneri bambini 
(che già teneri bambini fa venire un brivido lungo la schiena)
avvicinatevi, avvicinatevi!”


Il circo dispiega tutto il suo catalogo di personaggi straordinari, ma soprattutto c'è il Mostro

"Signore e signori, cari e teneri bambini. Eccolo. Sotto questa stoffa. In questa gabbia. (...) Ultimo superstite di un popolo primitivo. Né uomo né bestia. Grottesco e spaventoso. Davanti a lui, i re e le regine sono svenuti. I saggi sono diventati pazzi e i pazzi sono diventati saggi. Ecco colui che il mondo intero ci invidia. Colui che tutti temono. Il solo e l’unico…. il Mostro de’ Isogni!” 

Siamo stati avvisati, qui tutto comincia a capovolgersi, cadono re e regine, pazzi e savi si confondono e chi legge è disorientato mentre procede in questa storia buia.
A poco a poco il disegno svela meglio volti e dettagli e a capovolgersi è la nostra definizione stessa di Mostro, fino a chiederci, una volta entrati nello chapiteau, se il mostro sia quello dentro o quello fuori dalla gabbia. 


L’uno di fronte all’altro risultano avere tutti sbarre davanti agli occhi. Allora il Mostro è quello dentro o quello fuori? O sono tutti mostri tra i mostri? E Mostri per chi? 
Il capovolgimento è compiuto. 
Da qui in avanti la vicenda si andrà dipanando: il Mostro de’ Isogni, quello che a noi sembrerà un bambino “normale”, fuggirà e Otto, accompagnandolo, scoprirà che 

“i mostri ci assomigliano, a volte. E che le gabbie sono fatte per essere spezzate.” 

Ecco una storia che funziona a patto che chi legge sia disposta/o a lasciarsi andare a una esperienza di spaesamento, sapientemente costruito dagli autori. 
Sarà inevitabile infatti farsi catturare dal tono del testo di Stéphane Servant: laconico, con l’uso di un imperfetto che dà l’idea di qualcosa che è già accaduto ma non ancora completamente; come dal tono delle illustrazioni di Nicolas Zouliamis: un’infinità di grigi, immagini scontornate che incombono sul testo come la notte dopo il tramonto, dettagli appena abbozzati e che solo pagina dopo pagina andranno a definire i personaggi. 
E un bosco e un lago da attraversare, di notte, insieme, per uscirne più coraggiosi e consapevoli. 


Una bella esperienza di lettura dai 10 ai 13 anni. 

Patrizia

Noterella al margine. Di Stéphane Servant possiamo leggere altre belle storie: ‘La spedizione’, il racconto breve del viaggio epico di una giovane piratessa, illustrato da Audrey Spirye di recente pubblicato da L’Ippocampo; ‘Crocrò’ un albo illustrato (da Simone Rea) uscito nel 2021 per La Margherita dove un piccolo coniglio è proprio diverso da tutti gli altri, e ‘Mia madre’ per #Logosedizioni, del 2016, una poesia illustrata nientepocodimenoche da Emmanuelle Houdart. Di Nicolas Zouliamis troviamo in libreria ‘La strana bottega di Viktor Kopek'. Tutti titoli da non perdere. 

"Mostri" S. Servant, N. Zouliamis, trad. B. Capatti, Rizzoli 2024  

venerdì 3 marzo 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE QUESTIONE

Sentimento, Carl Norac, Rébecca Dautremer (trad. Francesca Mazzurana) 
Rizzoli 2023 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Il signor Stein costruiva marionette, ma non le faceva mai vedere ai bambini. 
Le creava per realizzare i propri sogni. A poco a poco, si ritrovò circondato da una strana famiglia. Le sue non erano marionette come le altre: il signor Stein le faceva muovere da sole, come per magia. All'inizio creò una bambolina innamorata. 
Le mise due minuscoli sassolini nel cuore. Sfregando tra loro, le pietre produssero scintille che la fecero risplendere tutta, illuminandole gli occhi. Ma non appena si fu accesa, la bambolina bruciò." 

Per consolarsi della perdita, il signor Stein decise di costruire un piccolo cane che gli fosse di compagnia. Ma anche questo non durò. Così accadde per un uccellino che però volò. 


Alla fine ebbe un'idea che gli sembrò molto buona. 
Avrebbe costruito una marionetta a sua immagine e somiglianza: un fratello a cui voler bene. 
Sacrificò, per costruirgli la testa, persino gli ingranaggi del suo orologio da polso; diversi carillon per la voce. 
Ma alla fine della serata questo piccolo automa non è ancora finito, mentre il signor Stein è sfinito. Continuerà il mattino seguente. 
Quella notte, però, la marionetta aprì gli occhi e lentamente si alzò. La mattina il signor Stein la trovò che guardava le nuvole dalla finestra. 
La marionetta, girandosi gli chiese, Sei tu mio fratello? Ma agli occhi esterrefatti e spaventati di Stein non era ancora conclusa, a vederla non era affatto somigliante: era solo un mostro da tenere lontano. 
E nonostante il fratello meccanico ne implorasse l'affetto, non arrivò a lui neanche uno sguardo di considerazione. 
E alla fine, all'alba, senza dire nulla, la marionetta se ne andò. 
Ed è così che comincia la meravigliosa storia di Sentimento, in cerca di amore. 

Come per incanto, un libro che si era dissolto con il tempo, riappare. Evviva. 
Pubblicato in Francia nel 2005 e poi in Italia l'anno successivo con Kite colpiva l'immaginario dei lettori, perché era uno dei primi libri della Dautremer a varcare il confine. 
Il testo di Carl Norac è un piccolo concentrato di riferimenti letterari, dal Golem a Shelley, da Ovidio a Collodi. 
Tutto ruota intorno alla grande questione: il rapporto tra un creatore e l'oggetto da lui creato. 


La richiesta di un nome, la necessità di essere amato, di essere riconosciuto, il rifiuto sociale contro il quale non ha difese, a tutto questo si aggiunge la sua evidente imperfezione, ossia la sua incompletezza e di fatto la sua autonomia che non può essere accettata se non come un fallimento da parte del suo creatore e signore e quindi per questo rifiutata. 
Il fatto che spetti a una bambina, un po' visionaria, il compito di scaldare quel cuore meccanico è anche quello un topos letterario ben consolidato. 
Non è roba da poco. Ma è una roba che pesca talmente indietro nel tempo e pesca altrettanto in profondità nel nostro immaginario, che si ha la sensazione di essere di fronte a un vero archetipo che appartiene a tutti. 
Questa è la materia, sorta di argilla che Norac e Dautremer vanno a plasmare per renderlo quel magnifico racconto che è. 
Siccome si sta parlando di Norac, il livello di qualità del testo si percepisce all'istante. Una serie di dettagli compaiono qui e là per definire il senso di tutto il racconto: sassolini che che fanno scintille per illuminare uno sguardo (la cui ombra la Dautremer trasforma in un cuore); l'ingranaggio dell'orologio preferito per il cervello; i carillon per la voce; la sciarpa per combattere il freddo di una marionetta; il nome di un circo che diventa un destino; i lampioni accessi che diventano occhi. 
Su questa sua innata capacità di essere immaginifico, visto che è poeta di professione, è in grado di affondare colpi potenti, veri e propri tagli che ci lacerano i sentimenti. Ma solo così si può arrivare in profondità. 


E a proposito di profondità, Rébecca Dautremer. A trentacinque anni illustra questo concentrato di umanità messa giù in poesia. Una volta Baricco, a proposito di Seta che lei ha voluto a tutti costi illustrare, ha detto che le sue tavole sono di bellezza accecante e che non sembrano passare attraverso mano umana, ma arrivare direttamente dall'immaginazione. 
Qui non c'è ancora la Rébecca accecante dei suoi libri più maturi, ma si vede già con molta chiarezza tutto quello che lei poi sarà. La palette di colori, la sua capacità di dare fisicità ai volumi e di torcerli a suo uso e consumo, la luce, oh la sua luce e la sua ombra, gli ambienti costruiti come veri e propri set fotografici, le texture, l'attenzione per i dettagli di cui dissemina i suoi disegni, i cambi di prospettiva spesso molto arditi nel loro essere obliqui, e, naturalmente le sconfinate profondità di campo. 


Nessun sorriso esplicito, ma occhi grandi e malinconici, lievemente a mandorla. 
Insomma, la Dautremer.

Carla

lunedì 30 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SEMPLICE COME BERE UN BICCHIER D'ACQUA

Il signor Filkins nel deserto, Quentin Blake (trad. Luigi Berio) 
Camelozampa 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

 "Si era messo in cammino per andare a festeggiare il suo novantesimo compleanno con la nipote Miranda e la sua famiglia. 
Si era mangiato tutti i tramezzini al formaggio, ma per fortuna nello zainetto aveva ancora una bottiglia con un po' di acqua minerale frizzante. 
Era una giornata molto calda e il viaggio sembrava davvero molto lungo. Ogni tanto si chiedeva se ce l'avrebbe fatta ad arrivare a destinazione. 
Sapeva che il deserto pullulava di creature poco piacevoli." 

Le creature spiacevoli sono lo Snervio, che mr Filkins evita nascondendosi dietro una roccia, quindi un Cianfrusaglio che schiva arrampicandosi su un albero stento. 
Ma è lo Zagoberto quello che lo terrorizza più di ogni altro. 
Ed effettivamente uno Zagoberto è sul suo cammino, ma a guardar bene sembra inoffensivo perché è a terra semi secco e con tre occhi già chiusi: sta morendo di sete. 
Per quanto uno possa essere spaventato, tuttavia di fronte a una così grande emergenza, il pensiero di tirare dritto e lasciarlo lì a finire di essiccarsi al sole cocente del deserto neanche lo sfiora. 
Quel po' di acqua minerale frizzante basterà per lui e lo Zagoberto. 
E così avviene: alzatosi sulle sue sette zampe, riaperti i suoi sei occhi, si mette in groppa Filkins e con lui attraversa tutte le asperità del deserto per arrivare in tempo alla festa di compleanno, dove tutti lo aspettano per brindare... con l'acqua minerale frizzante! 

Lunga vita a Mr Filkins e di conseguenza lunga vita a Sir Quentin Blake che, coetaneo del suo personaggio, ma guarda il caso..., prende china e pennelli e scrive e illustra la storia di Mr Filkins e la dedica a Dick Edwards e a l'Hastings Storytelling Festival nel 2016, di cui lui stesso è angelo custode e mecenate. 
Come nella migliore tradizione, anche qui si ritrovano i caratteri distintivi del Blake scrittore, ossia la semplicità di una storia, un buon sense of humor, una qual ricercatezza venata di follia nella nomenclatura di luoghi o personaggi, una gentilezza e un'allegria radianti e diffuse, un lieto fine. 


Tra tutte queste caratteristiche, trova posto il Blake illustratore con il suo segno a china che anche sessant'anni fa era così volutamente tremolante e solo apparentemente impreciso, con i suoi acquerelli ancora più anarchici del disegno, e con il suo dominio assoluto dello spazio del foglio. 
Come accade di norma quando si ha davanti una storia scritta e illustrata da Sir Quentin, così come accade anche in questa ultima, ci si diverte e si ride parecchio.

 
Un sensibile contributo alla risata qui lo porta Luigi Berio che, da grande e devoto conoscitore e cultore di Blake, capta al volo il tono giusto per tradurre lo Snerg in Snervio e il Clutterbunk in Cianfrusaglio, per poi arrendersi di fronte alla perfezione del nome dello Zagobert e dei suoi parenti, compresa la Emily-Francesca, tale e quale nell'originale. 
Ma torniamo alla semplicità delle sue storie. 
Per essere grandi non è affatto necessario essere complicati, anzi. 
E Quentin Blake è la prova vivente che una buona storia può essere fatta di pochi ingredienti, a patto che siano quelli giusti e il dosaggio sia corretto.
In fondo, a voler essere pignoli, qui tutto ruota intorno a mezza minerale. 
A partire dai risguardi decorati a bicchieri pirotecnici e scoppiettanti di bollicine di anidride carbonica.
Sorge quindi spontaneo il paragone tra una bottiglia di acqua minerale frizzante e il tipo di storie che Quentin Blake va raccontando da sempre: sia l'acqua sia le sue storie sono trasparenti, sono tutte e due di facile reperimento e molto ben riconoscibili da chiunque.
Entrambe vanno giù che è un piacere. 


Entrambe hanno la capacità di migliorare una condizione di partenza, perché entrambe sono in grado di soddisfare un desiderio, o forse sarebbe meglio dire, un bisogno. 
Entrambe hanno in sé un ingrediente misterioso che le rende scoppiettanti. 
Ma soprattutto, entrambe sono necessarie per vivere. 

Carla

venerdì 11 giugno 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

BAMBINE ‘CATTIVE’ E MOSTRI

C’è un rapporto speciale fra bambine e mostri, a partire da ‘Mostro peloso’, il capolavoro di Bichonnier e Pef; o nel meraviglioso, irriverente ‘Lo Yark’, di Gapaillard e Santini. In particolare c’è un potere nascosto nelle bambine ‘irregolari’, che emerge soprattutto nei duelli con i mostri più cattivi; a questa regola non scritta non sfugge nemmeno ‘Bethany e la Bestia’, scritto da Jack Meggitt-Phillips e illustrato da Isabelle Follath.
All’inizio della storia si pone il connubio fra Ebenezer Tweezer e la Bestia, che nasconde al quindicesimo piano della sua casa. Ebenezer ha centoundici anni e l’aspetto di un ragazzo di vent’anni, grazie al diabolico patto stipulato, centinaia di anni prima, con la Bestia, entità repellente e vorace che lo ricambia dei suoi sordidi servigi con un siero di eterna giovinezza.
La Bestia, come tutte le Bestie che si rispettino, ha una fame insaziabile, placata dai più stravaganti bocconcini, oggetti, animali domestici e animali rari.
Ebenezer nei fatti è un procacciatore di prelibatezze, che scompaiono velocemente nella enorme bocca del mostro; in cambio, oltre al siero miracoloso, ottiene soldi a palate, oggetti d’arte, mobili e accessori della casa, tutto rigorosamente vomitato dalla puzzolente bocca del mostro.
A lui va decisamente bene così, non si è mai preoccupato più di tanto della sorte delle vittime, con la sola eccezione della volta in cui ha dovuto sacrificare il gatto di casa.
Ma arriva il momento delle scelte quando la Bestia gli chiede perentoriamente di portargli un bambino paffutello. Ebenezer all’inizio si pone solo il problema di come procurarsi un pargolo: va allo zoo, facendosi cacciare, poi in un orfanotrofio, gestito dall’immancabile orribile direttrice. Qui alla fine sceglie Bethany, un’orfana dal carattere insopportabile. Pensa così di non avere scrupoli a presentarla alla Bestia, che però gli impone di metterla all’ingrasso. I giorni passati insieme, fra litigate, scherzi diabolici e visite alla Bestia, fanno maturare a Ebenezer, nel frattempo divenuto vecchio, la decisione di disobbedire, per la prima volta, al mostro che l’ha tenuto in vita fino a quel momento e che in quel momento lo ricatta proprio con il siero.
Per fortuna c’è Bethany, con la sua furbizia e il suo coraggio, che affronta la Bestia e la batte sfruttando proprio la sua ingordigia.
Tutto finisce bene? Forse, perché il finale lascia aperta la possibilità di nuove avventure di questi nemici mortali, mentre Ebenezer riacquista la giovinezza e una piccola, si fa per dire, scorta di siero.
Se la Bestia incarna il prototipo del cattivo, mostro vorace e insaziabile, gli altri personaggi non sono proprio anime candide: Ebenezer ha fin lì assecondato le crudeli richieste della Bestia, in cambio dell’eterna giovinezza; Bethany è una bambina aggressiva, maleducata, amante delle più improbabili schifezze alimentari. Eppure dall’incontro fra questi due ‘cattivi’ deriva un cambiamento che coinvolge entrambi, li trasforma prima in alleati, poi in amici, con buona pace di una Bestia sempre più inferocita.
 
 
Si tratta di una trama non nuova, ma trattata con grande ironia, uno stile frizzante che accompagna il lettore e la lettrice in un crescendo di situazioni paradossali.
Si sorride molto, soprattutto delle imprese di Bethany, si ha qualche raro moto di disgusto per le nefandezze della Bestia, si chiude il libro con la certezza che la storia non finisce lì.
Anche la Bestia, così presa da se stessa da non vedere l’atroce inganno finale, un po’ fa sorridere, ma non raggiunge i livelli di simpatia dello Yark, mostro insuperabile nella sua determinazione a mangiare bambini buoni.
Lettura scorrevole e divertente per bambine e bambini a partire dai nove anni, ma adatta anche alla lettura condivisa con lettori più inesperti.
 
Eleonora
 
“Bethany e la Bestia”, J. Meggitt-Phillips, ill. di I. Follath, Rizzoli 2021



lunedì 5 ottobre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!

CHE MOSTRO E’ QUESTO?!


 
Sembra, a un primo sguardo, un normale libro sui mostri, di quelli che in questo periodo appaiono in libreria in attesa di Halloween. 
‘I mostri. Le avventure della scienza’, di Carlyn Beccia, pubblicato da Sonda, non lo è; è un geniale libro di divulgazione che proprio da lì, dall’attrazione provata da bambini e bambine nei confronti di mostruosità di tutti i tipi, parte per raccontare con il giusto livello di approfondimento diversi aspetti della scienza; il tutto raccontato con senso dell’umorismo, che alleggerisce le spiegazioni più complesse. 
Dunque, si parte dal cuore di tutta la faccenda, la paura: la giovane autrice ne spiega la fisiologia e la funzione evolutiva, come primordiale strumento di sopravvivenza in caso di pericolo. Chiarito questo punto, inizia una carrellata di mostri famosi, cui viene dedicato un capitolo per ciascuno. L’esposizione delle caratteristiche di ciascun mostro diventa lo spunto per parlare non solo della storia di quella creatura fantastica, ma anche e soprattutto per affrontare temi scientifici attinenti alle gesta della creatura di cui si sta parlando.
Si comincia con Frankenstein, per parlare, così, di elettricità e di esperimenti per far tornare in vita, con essa, vari animali, con risultati a dir poco deludenti. Di esperimenti crudeli è tappezzata la storia della scienza, che sull’altare della conoscenza ha spesso immolato numerosissime cavie, come nell’ingegneria genetica, di cui si dovrebbe parlare molto di più. 
Il conte Dracula, invece, rappresenta l’occasione di parlare di una fitta galleria di creature fantastiche che l’hanno preceduto e, alla fine, per capire come stanno davvero le cose, si parla di circolazione sanguigna e di animali che sono dei veri vampiri.  
 
 
E, così, di seguito, la nostra Carlyn ci parla di zombie, e di quello che realmente succede ad un cadavere, di King Kong, del Kraken, di Big Foot e del più grande di tutti, Godzilla. 
Le curiosità su queste creature fantastiche sono moltissime; le storie che li raccontano spesso affondano le radici in fenomeni reali, osservazioni compiute, cui si è attribuito un senso diverso e che col tempo sono diventate leggenda. Spesso il confine fra questa produzione immaginifica e la scienza non è così netto come sembrerebbe. Conoscere come sono nate queste leggende aiuta sicuramente a relativizzare, a guardare con occhio critico, e meno impaurito, a queste creature.
Smontare i mostri nelle loro singole componenti, reale, fantastica, letteraria, li rende maneggiabili anche dai più paurosi; nello stesso tempo ciascuno di questi personaggi diventa lo spunto per parlare di lupi e di predatori, di polpi e della loro intelligenza, di orsi, di dinosauri e di leggi della fisica, che rendono implausibili, per non dire impossibili, le prestazioni attribuite a questa o quella creatura. Le assunzioni implicite in questo approccio sono due: si può parlare seriamente di tutto, anche di quello che sembra assurdo; ma questa analisi è razionale e cerca di separare i dati di fatto dalle impressioni e dalle leggende. 
 
 
Serpeggia molto illuminismo in questo libro, ed è un gran bene in un mondo che tende a credere a chi ripete tante volte una bugia fino a farla diventare vera. Il lume della ragione aiuta a scostare il velo della superstizione, a distinguere fra leggenda e ricerca scientifica, senza per questo perdere il sorriso e la consapevolezza che sappiamo meno di quanto vorremmo.
Il libro di Carlyn Beccia  è un libro corposo, con un linguaggio rigoroso e divertente nello stesso tempo. Le immagini , della stessa autrice, sono in perfetta sintonia con l’ironia del testo. E come ogni buon libro di divulgazione, finisce con pagine di bibliografia, il glossario e i riferimenti del caso. Davvero un libro ben fatto, originale e con un’idea di partenza a dir poco geniale.
Per lettrici e lettori avidi di conoscenza, a partire dai dieci anni.

Eleonora

“I mostri. Le avventure della scienza”, C. Beccia, Sonda edizioni 2020



 

venerdì 15 novembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


WHERE THE WILD THINGS ARE

L'isola schifosa, William Steig (trad. Daniela Magnoni)
Rizzoli 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"C'era una volta un'isola bruttissima, brullissima, schifosissima. Era ricoperta a perdita d'occhio di pietre aguzze e vulcani che ruttavano fumo e fiamme, vomitavano lava bollente, sputavano dardi velenosi e rane a due teste.
Sulle piante sbilenche, deformi e spinose dell'isola non sbocciava mai neppure l'ombra di un fiore."

E questa isola brulla era squassata da terremoti e da eruzioni di vulcani, tempeste di sabbia, cicloni. Durante la notte, tutto ghiacciava, per poi ricominciare a muoversi il mattino seguente.


Su quest'isola, circondata da un mare infestato da ogni genere di animale orribile e pericoloso, compresi i granchi dalle chele giganti, vivevano altrettante creature terribili. Con forme tra loro molto diverse: rachitici o giganteschi, con speroni, artigli e tentacoli, con occhi e altre parti sistemate a casaccio sui corpi. Gli insetti erano grandi come barracuda e il loro aspetto era terribile. Le creature cenavano l'una con l'altra, ovvero si divoravano a vicenda e ogni volta che si incrociavano sputavano, sibilavano. Tra loro non c'era simpatia reciproca: al contrario erano invidiose e gelose della loro bruttezza. Vivevano nei vulcani oppure nuotavano inquinando le acque del mare con il loro veleno. 


La sofferenza degli altri generava in loro puro piacere. Le creature schifose vivevano felici, facendosi del male a vicenda. In qualche modo quell'isola era il loro paradiso.
Finché un giorno dal terreno roccioso sbocciò qualcosa di mai visto: un fiore bellissimo. Tutti lo guardarono con sospetto, quindi paura e poi rabbia. Fu subito guerra: serpeggiava il dubbio che fossero gli altri a piantare qui e lì fiori magnifici per diffondere il terrore. C'è chi andò fuori dai gangheri, chi fuori di testa e fu scontro totale di tutti contro tutti. Questo provocò l'estinzione dei mostri sull'isola che, fiore dopo fiore, pioggia dopo pioggia, smise di ghiacciare la notte e cominciò invece a essere un luogo meraviglioso, circondato da un bel mare blu.



Steig al suo quarto libro, pubblicato per la nascente casa editrice Windmill. Siamo nel 1969 quando esce per la prima volta con il titolo The Bad Island (il titolo fu poi cambiato, in una edizione successiva, in Rotten Island).
Steig non è certo agli esordi della sua carriera di vignettista del New Yorker per il quale lavora già dal 1930, ma sta muovendo i primi passi, per nulla incerti, nel mondo dell'editoria per bambini. Ha già all'attivo CDB! - un capolavoro di scrittura criptata, intraducibile- Roland the Minstrel Pig e soprattutto Sylvester, ovvero Silvestro e il sassolino magico, forse il suo capolavoro che lo ha fatto entrare nell'empireo degli autori classici e che gli ha fatto vincere la Caldecott Medal, l'anno successivo.
L'isola schifosa è per certi aspetti un unicum nella sua produzione, ma ha in sé anche molti dei caratteri della sua poetica. Un unicum forse per il fatto che è una storia corale e forse anche perché attinge a un immaginario di creature inventate e non fa riferimento al più consueto e frequentato mondo degli animali parlanti che popolano la stragrande maggioranza dei suoi bellissimi libri.
Altra caratteristica che la rende unica è l'uso del colore e del disegno che sembra non volere confini o limitazioni. In questo senso, la storia che comunque ha una sua morale interna, sembra essere terreno fertile per far crescere un disegno sempre più incalzante e sempre più divertito e folle. 

 
Lo stesso accade con il linguaggio. Ma in questo caso, la vulcanica atmosfera offre spunto per un racconto carico ed esuberante, costruito spesso sull'elencazione e sull'accumulo di dettagli raccontati.
Tuttavia Steig conferma il sapientissimo uso della sua lingua, leggerlo in inglese fa la differenza, che nonostante la follia raccontata non perde mai il proprio rigore, la propria esattezza e sincerità. La sua lingua, non sempre rispettata in questa traduzione, sa essere immaginifica e precisa allo stesso tempo: gioca con i suoni, ma mai bamboleggia con parole inventate o diminutivi o accrescitivi che avrebbero lo scopo di blandire, fare l'occhietto a chi legge.
Non è impresa facile tradurre bene Steig, ovvero trovare e rispettare la vena lirica che compare talvolta e quella più concreta che però ha il merito di renderla unica e indimenticabile (per intenderci la balena Boris che giace sulla spiaggia è 'breaded', impanata. Il più asettico 'spiaggiata' così come è arrivato a noi, perde parecchia della originaria corporeità).


E a proposito di espressività, L'isola schifosa, è uno straordinario repertorio di disegni totalmente folli, che tanto ricordano quelli dei bambini che inventano davanti a un foglio bianco di carta e che per questa ragione forse sono stati di ispirazione per quelli che ha disegnato nel 1989 Quentin Blake per il testo di Russel Hoban, Mostri).
Il lavoro che Steig fa con il disegno e il colore ha radici profonde. Se il colore è meraviglia pura -e non sembrerebbe un azzardo pensare che dai fauves, dalle belve, dai selvaggi, abbia preso a prestito la gamma cromatica e l'uso da Braque - per quanto attiene al disegno ci sono tracce di un gusto per la scomposizione che deriva dal suo amore dichiarato per Picasso,ma anche una freschezza creativa di un'infanzia mai dimenticata.

Carla

lunedì 21 ottobre 2019

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


IL LATO UMANO DEL MOSTRO


Guillaume Duprat, autore francese conosciuto per i suoi accuratissimi libri dedicati alla mitologia e all’universo, questa volta sceglie un lettore più giovane. In ‘Nella mente dei mostri’, pubblicato da L’ippocampo, racconta i pensieri dei mostri delle più diverse tradizioni, il lato nascosto e imprevedibile di creature che popolano l’immaginario.
Ogni doppia pagina presenta il personaggio, che nell’illustrazione della pagina di destra viene raffigurato nel suo aspetto minaccioso e orribile. Solo che, sollevando la finestrella che ne copre il capo, si svela un’espressione diversa, descritta dal breve testo. E allora ne emerge un ritratto sorprendente.


C’è il verde Kraken che detesta gli umani, Cerbero, che si lascia incantare dalla musica di Orfeo, il drago di Enoshima, che si innamora della dea venuta ad ammansirlo. C’è anche Polifemo, il mostro del dottor Frankestein, ed altri ancora per finire con extraterrestre, che ci ammonisce sul futuro dell’umanità. 


E’ un meccanismo narrativo semplice che nasconde un interessante viaggio nelle mitologie di vari popoli, dagli abitanti della foresta amazzonica a noi, passando per la cultura cinese, giapponese, nordica e così continuando. Quello che stupisce, nella resa delle belle illustrazioni, è l’imprevedibile umanizzazione, i sentimenti che emergono dai volti di queste creature nate per infondere terrore: la rabbia, la paura, la delusione per gli umani inganni, lo stupore, il dolore, come quello del povero King Kong, ormai conscio della fine prossima.
Come non immedesimarsi in questa umana mostruosità, specchio evidente delle nostre illusioni e paure?
La consueta struttura della pagina, con le finestrelle che svelano e spiegano in questo caso il lato nascosto, attira sicuramente un lettore più giovane, rispetto alle precedenti opere di Duprat: dai sei anni in poi bambine e bambini possono sbizzarrirsi nello scoprire il lato umano della mostruosità, scoprendone aspetti che sicuramente non conoscono.
Al lettore adulto piace di certo il gioco intellettuale del confronto con le tradizioni mitologiche, nostre e altrui, rappresentate in modo del tutto originale.


Lo stile descrittivo delle illustrazioni rende perfettamente il doppio livello, il visibile e l’immaginabile, con un repentino passaggio dal fuori al dentro, dalla superficie alla profondità. Richiama, ma molto alla lontana ‘A che pensi?’, ma con intendimenti del tutto diversi.
Qui non si invita ad inventare, a giocare con la rappresentazione del pensiero: abbandonando il mondo reale, quello trattato in ‘Zoottica’  o in ‘Universi’, si rappresenta il mondo simbolico delle mitologie in modo semplice, come se quella realtà, dei pensieri alieni dei nostri mostri, fosse lì in attesa di essere scoperta.
Bel libro, bella edizione, come sempre molto curata sul piano grafico ed editoriale.

Eleonora

“Nella mente dei mostri”, G. Duprat, L’Ippocampo Edizioni 2019


mercoledì 1 agosto 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


BUONANOTTE, BUONA NOTTE!

C'è un rinofante sul tetto!, Marita Van Der Vyver, Dale Blankenaar
(trad. Virginia Portioli)
LupoGuido 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)


"Daniel va a dormire per la prima volta a casa dei nonni. Il nonno gli legge la storia di un soldato valoroso. La nonna gli canta la canzone di un topolino coraggioso che corre sopra un orologio. Adesso è ora di addormentarsi.
Il letto però non è comodo come il suo. La stanza gli sembra più buia della sua. E sente uno strano rumore sul tetto..."

Potrebbero essere rinofanti suggerisce Daniel al nonno accorso alla sua invocazione. Il nonno sa che dai rinofanti non c'è nulla da temere e con un paio di colpi di bastone sul soffitto mette in fuga quelle bestie. Uscito il nonno dalla camera, un altro rumore, dietro la tenda della doccia, spaventa quel bambino. È la nonna a far scappare il coccopotamo dalla vasca: basta fare bu. Ma nel buio della stanza da quello spiraglio aperto tra le ante dell'armadio brillano gli occhi di una dragoraffa. Il nonno bussa sull'armadio e poi lo apre all'improvviso per scoprire che nessuna dragoraffa si nasconde lì, sul ripiano solitario il maglione della nonna con i suoi bottoni luccicanti.
La notte di Daniel è piena di paure. Sotto il letto c'è qualcosa...e sopra il letto cosa ronfa?

Per Goya il sonno della ragione genera mostri, per un bambino il buio della notte genera mostri. È capitato a tutti, una prima volta di dormire nella casa dei nonni, diversa per forme e per odori dalla propria. 


Ed è capitato a tutti di immaginare, in quel luogo inconsueto, in una penombra tutta diversa presenze sconosciute. Scomode e inquietanti.
Il buio - va detto - fa paura ovunque, ma laddove i profili degli oggetti e dei luoghi sono la consuetudine, l'immaginazione va più lentamente e il sonno, quando deve arrivare, arriva. E anche se i nonni sono garanzia di protezione, tuttavia la loro casa avvolta nell'oscurità può far paura anche al più coraggioso dei nipoti.
Scritto più di vent'anni fa per la prima volta, quindi ripubblicato in anni più recenti, C'è un rinofante sul tetto! di Marita Van Der Vyver, prolifica scrittrice afrikaans, è un sapiente concentrato di topoi dell'immaginario, infantile e non solo, legati al mistero e all'inquietudine. Non direi che sia necessario citare esempi eclatanti per la letteratura e per il cinema in cui tetti, armadi socchiusi, tende e coperte nascondono un pericolo imminente e potenzialmente fatale.


Ognuno di noi ha i propri, così come ognuno di noi ha ricordi ben precisi della casa dei nonni, per la prima volta in notturna.
Ulteriore merito di questo albo risiede nella costruzione del testo e nella sua musicalità: se da un lato il turbamento per rumori e ombre ha qualcosa di spaventoso, dall'altro trova una sorta di antidoto nel divertente elenco di mostri, frutto della fusione tutta fantastica di animali effettivamente esistenti e quindi come tali riconoscibili. 
A questo si aggiunga un ritmo di narrazione equilibrato e ben cadenzato, a tal punto da creare nel lettore una immediata aspettativa, il più delle volte riconfermata.
Fatta eccezione per il colpo di coda finale che spariglia le carte del gioco.
In questa seconda vita di C'è un rinofante sul tetto! l'illustratore è cambiato, ma un filo rosso lo lega al primo, dato che nella sua carriera è stato suo mentore e maestro: il grandissimo Piet Gobler è l'illustratore dell'edizione del 1996, mentre il giovane Dale Blankenaar di quella attuale.
Giovane illustratore e designer sudafricano, Blankenaar da Gobler dice di aver ereditato quel sottile senso dell'oscuro che parla a grandi e piccoli. A me non pare di ritrovare in queste tavole sempre sull'orlo del macabro i temi cari a Gobler, che ricordo come autore solare e coloratissimo. Mi pare che siano piuttosto le atmosfere lacombiane o goreyane a caratterizzare il suo disegno. Originale, qui più che altrove, nell'uso di una tecnica mista mi pare felice nella costruzione spaziale degli interni asfittici, e nei tagli prospettici arditi. 


Certamente più originali rispetto all'iconografia dei mostri. Divertimento nella scoperta dei dettagli, moltissimi, e nell'impaginazione così mutevole che testimonia una dimestichezza da grafico nell'impostare il rapporto tra immagine e testo.


Tuttavia, a prenderlo in mano, non riesco a non pensare a una somiglianza con i libri di Jeremy Holmes e in particolare, forse per il formato (anche se decisamente meno complesso), al bellissimo C’era una volta una vecchia signora che ingoiò una mosca (Aliberti 2010), che all'epoca vinse il Bologna Ragazzi Award. A ben vedere, il piccolo Daniel con i suoi occhi sgranati di paura sembra il cugino dei mitici gemelli John e Abigail Templeton (Gallucci, 2013; 2014). Solo un po' più fifone di loro.



Carla