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venerdì 31 luglio 2026

ECCEZION FATTA!

HAI LE SCARPE CHE SCRICCHIOLANO! 


Avrò sufficiente cura delle parole per scrivere di un libro che si intitola
La cura delle parole? 
La domanda fa tremare i polsi e scricchiolare le scarpe...
Non so. 
Intanto però si può dire che questo strano libro funziona così: settantasette parole che diventano titolo e quindi spina dorsale di brevi racconti. I racconti, alcuni lunghi alcune pagine, altri fulminei, che si esauriscono in poche righe. Tutti rigorosamente autentici (tranne uno che spero, in tutta onestà, inventato a p. 198), che Cristina Bellemo ha collezionato e messo in ordine. 
I criteri con cui organizzare del materiale sono spesso molto interessanti, almeno per me. Qui la logica che li mette in sequenza sembra essere l'affinità fra le storie e anche - ma non ne ho certezza - un cammino lungo la linea del tempo: il tempo della sua vita. 
Nessun prevedibile ordine alfabetico in questo curioso dizionario (c'è la parola Dizionario, ovviamente), quanto piuttosto un piacere tutto interiore nel costruire un piccolo gioiello, creato dal semplice gesto di costruire una collana, mettendo assieme perlina dopo perlina lungo un unico filo, per il semplice gusto di dire: dopo questa ci starebbe bene quest'altra... Queste hanno qualcosa in comune, una segreta armonia che le tiene vicine. 
Per esempio: cicatrice e buchi... Molto divertente. 
Tutto parte da un ricordo di infanzia molto vivido; la scoperta in quarta ginnasio di una parola nuova: antropologico. Parola che ha a che fare con il lemma greco ἄνθρωπος, uomo. Rivelazione, illuminazione e successiva appropriazione della nuova arrivata: nel successivo tema in classe, la giovane Cristina ne ficca dentro almeno quattro, ad evidenza tutte a sproposito, visto che le ritornano segnate in rosso dal professore che, a scanso di ulteriori fraintendimenti e false speranze, le dà anche un voto basso. 
Eppure. Quel voto basso ha generato in lei, ragazzina studiosetta e riflessiva, la relativa conclusione: le parole non si possiedono mai. Di volta in volta, vanno sempre riconquistate, a ogni uso nuovo che se ne intende fare. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che, sulle orme della sua maestra Franca, su quelle di alcuni suoi professori, comincia a modellare la sua passione che da allora le attraversa la vita. 
Ed eccola lì, Cristina Bellemo che mette lì perlina dopo perlina pezzettini della sua infanzia, della sua adolescenza e della sua età adulta. 
Di ogni racconto non solo cura le parole, ma cura il senso che hanno per lei. Va da sé che molte di esse sono lo spunto per raccontare, attraverso nessi anche inaspettati, la creazione del proprio sé, del proprio scrivere - in versi e in prosa che sia. 
Ecco. I nessi. Ossia l'attitudine nel vedere fatti che potrebbero essere considerati insignificanti, il germe di qualcosa che mette invece radice solida per la solidità di un carattere, di una professione, di una persona. Per intenderci: che bella idea leggere a posteriori episodi semplici del proprio passato ed essere allo stesso tempo così tanto lucidi e altrettanto visionari nel voler attribuire loro il ruolo di semi fecondi. 
Questo succede molte volte in questo libro. 
L'altro grande valore, lasciatemi dire, vicino all'inestimabile è lo sguardo (che tanto trovo collimare con il mio) nei confronti dell'infanzia. E si concretizza in singoli incontri avuti con legioni di ragazzini e ragazzine. 
Ovviamente la parola Infanzia nel libro rappresenta una sorta di summa teologica di tutto quello sfrigolio di piccoli episodi. 
"I bambini sono capaci: sia nel senso dell'abilità al pensare e al fare, sia nel senso della capienza, cioè dello spazio vuoto e dunque ospitale, disponibile ad accogliere per slancio di curiosità." 
Grande verità.
Ora, come offrire loro occasioni di nutrimento di detta curiosità, è un altro fatto, che genera qui tra le pagine un appassionato j'accuse nei confronti di tutti quegli adulti che non sono, o non sono stati, in grado di vedere e quindi di rispettare e fermarsi a un passo dall'alterità dell'infanzia... ma questa è una storia annosa e triste e non mi va di scriverne ora. 
Ma di parole che raccontano bambini e bambine, ragazzi e ragazze ce ne sono un bel numero: Ragazzi e ragazze, ovvio, Ingenuità, Delusione, Talento, Lentezza... Tra loro, alcune possono essere utilizzate come guida (c'è anche la parola Guida) non richiesta su come provare a posare su di loro occhi affettuosi, accoglienti ed attenti. 
Poi ci sono delle vere e proprie perline rare e lucenti: dialogo tra sorelle alla parola Divertiti, oppure a pag. 205, il lemma è Segreto e ancora: la geniale domanda di una bambina che si legge alla voce Taccuino, Quaderno e, per chiuderla qui, il bel ragionamento di un ragazzino di quarta, consapevole di un'etimologia alternativa della parola Solidale... 
Intorno a tutto questo gran raccontare di Cristina e di ciò che le riempie giorni e notti, ci sono loro: le parole, ossia la loro disponibilità a farsi interrogare, analizzare e mettere sotto un vetrino di microscopio per poi eventualmente sgusciare verso una poesia. 
Un catalogo, ossia qualcosa di più complesso di un elenco (di elenchi si parla alla voce Elenchi...), in cui ciascuno può scegliere da dove partire, dove fermarsi, dove spiccare un salto o fare una capriola. 
Questo è per dire che questo è un perfetto livre de chevet, e che così va letto e setacciato con cura (!). 
Esattamente come è stato setacciato con cura (!) quando è stato scritto. 

Carla 

La cura delle parole, Cristina Bellemo Edizioni Messaggero di Padova 2023.

venerdì 7 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CI SONO COSE CHE FANNO PAURA

Cinque minuti prima dell'estate. E altre storie horror
Davide Calì, Isadora Bucciarelli 
Biancoenero 2025 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Antonio suonò e qualcuno aprì. Entrò. Cercò subito l'ascensore della scala C, ma era guasto. Sarebbe dovuto salire per le scale...
Antonio inspirò profondamente, poi cominciò la scalata. Primo piano, secondo, terzo, quarto, quinto, ed ecco il sesto. Antonio riprese fiato poi vide che c'erano due corridoi: uno a destra e uno a sinistra. Si diresse verso il corridoio di sinistra ma era quello sbagliato. Da quel lato c'erano le porte dispari, 21 e 23. Andò dall'altra parte ma... qual era il numero? Ah sì, 36. Ma non c'era una porta numero 36. C'erano soltanto 22 e 24. 
Aveva sbagliato piano." 

Finita la scuola, Antonio deve restituire a una sua compagna di classe un libro che lei gli ha prestato: l'indirizzo è Palazzina A, portone B, scala C, sesto piano, porta 36. 
Facile. Difficile perdersi. 
Eppure. 
Una volta capito di aver sbagliato piano, Antonio sale a quello successivo, ma no: lì ci sono solo le porte dal 25 al 28 e a quello ancora successivo non ci sono più porte di appartamento, ma un'unica porta di metallo che porta forse sul terrazzo del condominio. 
Forse è la scala quella che ha sbagliato. Ridiscende, ma controllando le cassette della posta capisce che anche tutte le altre scale si fermano prima del 36. 
Risale e comincia a suonare ai campanelli delle case, ma nessuno risponde. 
Forse è la palazzina che ha sbagliato. Ridiscende, ma i piani che fa sono ben più numerosi di quelli fatti in salita. Forse è arrivato nei sotterranei? Risale, ma i piani che fa sono uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette... 
Possibile? 

Un piccolo quanto perfetto incubo. Attraversare in lungo e in largo, in su e in giù, un luogo che non si conosce e vederlo trasformarsi, modificarsi attraverso la percezione che proviamo. Scale che non finiscono, corridoi che si allungano, porte che si moltiplicano. Unico scopo dell'incubo: non farci arrivare all'obiettivo. E mentre questo accade avere la netta sensazione che il tempo passi mentre ti arrabatti e annaspi senza esito. Quindi l'incubo può raddoppiare: non solo non raggiungere l'obiettivo, ma invecchiarci dietro e ritrovarti solo e pieno di rughe... 
Questo è l'esordio della piccola raccolta di racconti horror. 
Tutto sommato, un avvio soffice. 
Inequivocabile il fatto che le storie che seguono sono di paura. Ma anche la paura può prendere direzioni diverse. 


L'inquietudine che si genera nel momento in cui si capisce di non avere più la situazione chiara sotto gli occhi, quando si capisce che ci sta sfuggendo di mano ciò che pensavamo di essere capaci di dominare... Cose del genere le ho lette in uno dei più bei libri che mi siano capitati tra le mani e che si intitola: Ci sono cose che fanno paura ed è scritto e illustrato da due geni, Florence Parry Heide e Jules Feiffer. 
La cosa che mi aveva colpito all'epoca era questa: le paure che venivano messe in elenco non alludevano a mostri a molte teste, ma al contrario andava a pescare piuttosto nel grande pentolone delle piccole e sottili inquietudini che ci riguardano tutti e che quotidianamente sono in agguato: vedere un cartellone con un avviso importante e non capire cosa c'è scritto; essere l'ultimo rimasto quando nessuno ti ha ancora scelto per la sua squadra; tenere la mano di qualcuno pensando che sia tua mamma e invece non lo è; giocare a nascondino e non trovare nessuno; cercare le tue scarpe sotto al letto e toccare qualcosa che non sai cos'è... 
Calì, nei suoi otto racconti, questo fa.


A parte un omaggio finale alla preistoria dove i ragazzini amanti del genere potrebbero apprezzare l'attraversamento dei vari habitat ricostruiti nel museo da parte di un loro coetaneo sempre più atterrito da triceratopi e da maestre arrabbiate, Calì va a pescare anche lui nel torbido, nell'ambiguo, perfino nel politicamente scorretto. 
Evviva! 
Gioca su questioni importanti e nel racconto ne tende, estremizzandole, a tal punto le possibilità che al lettore non resta altro che saltare sulla sedia e dire: ah, però, fino a qua si può arrivare! 


Come si suol dire: Calì non fa prigionieri, ovvero i protagonisti delle sue storie vanno diritti per la loro strada, hanno nel mirino il loro obiettivo finale e se questo prevede che loro si facciano spazio a spese di qualcuno, beh, lo faranno! 
Evviva! 

Carla 

Noterella al margine. Isadora Bucciarelli alle illustrazioni si inventa ancora un nuovo percorso di ricerca, che si va ad aggiungere a quelli già intrapresi finora. Qui direi che si tratta di immagini fotografiche in bianco e nero, rielaborate e quasi bruciate, tese ed estremizzate al pari dei racconti, per arrivare a quell'effetto di straniamento assolutamente necessario in chi guarda. Non vorremmo mica tranquillizzare il lettore, attraverso le immagini, vero? Evviva!

lunedì 15 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CUCÙ. Con le storie nascono i fiori

La scuola degli animali
, María José Ferrada, Issa Watanabe 
(trad. Marta Rota Núñez) 
Topipittori 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Per una settimana, la bambina ha fatto quel che si fa con i semi appena comprati: piantarli, annaffiarli, raccontargli qualche storia. Ed è successo che dalla terra sono spuntati dei germogli da cui, dopo un'altra settimana di acqua e di storie, sono spuntati dei fiori. 
La cosa normale sarebbe stata che, a quel punto, dalla casa in cui abita la bambina uscisse la nonna e dicesse: 'Che bei fiori, li metterò in un vaso'. Ma non è andata così, ed è giunta la notte." 

Sotto il castagno sono riuniti la farfalla, il colibrì e il coniglio. 
Sono lì per discutere assieme di un fatto strano: quello della semina della bambina. Con loro c'è pure il gallo che è arrivato al castagno con un altro intento, ovvero discutere del fatto che la volpe il giovedì arrivi a scuola volando. In verità spetterebbe a lui volare, perché dotato di piume e alette. Ma questa è un'altra storia che a coniglio, colibrì e farfalla non interessa al momento. Loro sono lì per capire cosa sia veramente accaduto con i semi piantati dalla bambina. Lei li ha presi al negozio del signor González pagandoli cento soldi immaginari, poi è tornata a casa e poi ancora è andata nell'orto e li ha piantati. Fin qui tutti concordano. Su quello che è successo dopo, invece, non c'è chiarezza: c'è chi dice - il coniglio - che i germogli siano diventati così alti che quando hanno toccato il cielo sono spuntati dei frutti luminosi, che lassù sono restati. C'è chi sostiene invece - il gallo - che siano stati i fiori a staccarsi e, una volta in cielo, siano rimasti splendenti e immobili. Farfalla e colibrì non concordano con nessuno dei due. Loro pensano che, per la sua proverbiale distrazione, il signor González non abbia dato alla bambina veri semi, ma bei bottoni bianchi. 
Il tempo passa e tra loro non c'è accordo, ma poi quando arriva l'ora di rincasare, ognuno di loro torna sui propri passi. 
La bambina, che ha sentito tutto, guarda dalla finestra e nel cielo blu scuro vede le stelle, una dopo l'altra accendersi. Lei sa che succede da sempre, però ogni volta sembra incredibile... ve'? 

A me di Ferrada incantano le poesie. E di Watanabe, i colori. 
Bene: qui Ferrada scrive brevi racconti e Watanabe disegna in un bianco e nero che farebbe venir voglia a chiunque di prendere in mano le proprie matitine per colorare i suoi animaletti. E non è detto che non accada.


In questi racconti, sette e brevi, mi pare si ritrovi tanto della poesia che mi aveva incantato: lì erano cose e mobili di una casa, qui una piccola comunità di animali che abitano tutti vicino in un paese, il loro (due umani, almeno: la bambina, forse una nonna, e il signor González) dove ci sono alcune case, un sentiero, un fiume, un grande tiglio (ma anche altri alberi) e degli orti. 
Situazione ideale per far partire qualsiasi storia. E infatti. 
Tutto nasce da un dato di realtà, ben riconoscibile da ogni bambino lettore, e mentre lui è lì che si adagia tra le cose conosciute, María José Ferrada lo prende per mano e se lo porta in giro e gli fa vedere l'incredibile come se nulla fosse. 
Nella Scuola degli animali, per esempio, si studia matematica (2 fiori + 3 fiori = 5 fiori), oppure scienze e si impara che alberi, trifogli o fiori - non fa differenza - tutti sono sostenuti dalle loro radici... Nella scuola degli animali tutti i giorni, si esce alle 10 per fare ricreazione e mangiare la merenda, ma poi un giorno a settimana - è il giovedì - accade l'imponderabile: la volpe arriva in classe volando. Nella stessa scuola si studia Futuro e ognuno degli animali che la frequenta ha il suo momento per raccontare alla classe cosa farà da grande... il gatto farà l'autobus, quello delle sette del mattino, mentre il gufo sarà una torcia, per salutare come si deve la notte. 
Questa è la piccola meraviglia che accade a ogni nuova frase: non poter prevedere neanche un po' la direzione che le sue piccole storie prenderanno. 
Bello così, farsi portare un po' qui un po' là: celebrare la Festa della Grande Cipolla, andar dietro alle oche che hanno scoperto un sentiero che comincia alla fine del ponte e si inerpica su fino alla luna, un sentiero di aria pieno di stelle. Necessaria sarà la scala.


Cucù! Lo stupore per l'inaspettato è la molla che ha messo in moto tutto; in ognuno dei piccoli racconti trova forme diverse: dal cilindro, o forse dovrei dire dal cerchio in fondo all'armadio, non escono solo conigli... e dai cavolfiori di cartone escono invece agnellini, ma fanno cucù anche oche, galli, volpi e bambine con questo passo saltellante e incerto attraversano il libro per intero. 


E noi lì a guardare, imbambolati! 
Non riesco a pensare ad altro scopo nello scriverlo, che far sgranare gli occhi e spalancar bocca e orecchie di chi lo legge (o se lo fa leggere). Che poi è cosa buona e giusta che una storia dovrebbe fare, oltre a far nascere i fiori.

Carla

venerdì 30 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GIOIELLO 

Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare 
(trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli otto anni) 

"Allora non ci sarebbero stati né il fresco venticello primaverile né il caldo torrido e odoroso di fieno dell'estate. Lollo Mollo non avrebbe potuto arieggiare la casa e lo scheletro sarebbe rimasto nell'armadio per un altro anno. 
Questi pensieri gli fecero venire mal di pancia. Bisognava fare le cose per bene e tirare fuori lo scheletro dall'armadio, proprio come ogni anno. Eppure l'ansia continuava a graffiargli il petto. E se la primavera fosse arrivata dappertutto tranne in quel posticino solitario, lasciandolo immerso nell'alito gelido e ostile dell'inverno? Cosa avrebbe fatto?" 

La questione è complessa. Lollo Mollo ogni anno si prefigge questa incombenza: tirare fuori l'armadio da casa, pesante e scomodo, ma con le fette di patata sotto le zampe ce la fa, e dopo averlo caricato sulla carriola, arrivare sulla collina isolata e solo lì tirare fuori lo scheletro dall'armadio per spolverarlo a dovere, togliere gli eventuali ragni che si sono annidati tra le costole, mettere due palline di antitarme nell'armadio (non si sa mai).
Tutto questo richiede una bell'aria di primavera un bel sole, una collina isolata, appunto, dove nessuno lo veda. 
Questa incombenza va svolta in assoluta solitudine: è sempre stato così e così sarà per sempre. 
Ma quella mattina tutti i segnali, compreso l'entusiastico vociare di Gracchio che annuncia in giro la primavera, confermano che il sole e il caldo sono arrivati. 
Si può procedere. 
Portata a termine la consueta procedura, Lollo Mollo si siede soddisfatto e comincia a pensare quando quello scheletro era apparso per la prima volta nel suo armadio... E mentre è lì che pensa si chiede anche che cosa sarebbe potuto succedere se gli altri abitanti del bosco avessero saputo del suo scheletro nell'armadio... Certo potersi confidare gli sarebbe piaciuto, ma come farlo? E gli sarebbe anche tornato utile che gli altri gli dessero una mano nel trasporto dell'armadio. Ma no! 


La cosa migliore era continuare a conservare il proprio segreto. E mentre lo pensa, temendo la pioggerella primaverile, si sincera che nessuno sia in vista per ricaricarsi l'armadio e rimetterlo a posto in casa. Con lo scheletro dentro. 
Intanto Occhiolungo e Gracchio, non lontano da lì, decidono di non andare al mare perché se Lollo Mollo ha rimesso dentro l'armadio con il suo scheletro, vuol dire che la pioggia sta davvero per arrivare... 

Se un libro di racconti (il genere e passo narrativo che amo di più) esordisce così, con un piccolo gioiello perfetto, da lì in poi la voglia di proseguire nella lettura schizza a mille. E infatti è quello che accade. Due parole sul gioiello. 
Molto giusto che dia il titolo all'intero libro, se lo merita. 
Il ritmo pacato. 


La scrittura esatta al millimetro. 
L'ambientazione che è quella di un gruppo di case tra bosco e mare, tra fiaba e realtà. 
Ed è un contesto che ricorda molto quello di altri potentissimi libri: il migliore tra tutti, Lettere dal bosco di Tellegen. 
Il gioco linguistico che dà l'avvio all'intero racconto e che ne costituisce l'ossatura, lo riempie di una sana follia. Lo scheletro nell'armadio è contemporaneamente metaforico e letterale e su questo si regge l'intero dialogo tra i due significati e di fatto l'intera storia. Bella idea, non l'unica. 
La piacevolezza della lingua delle due traduttrici lo illumina possibilmente ancora di più: una lingua curata, parola per parola. 
Il colpo di teatro finale che ti lascia lì, stupito, sorridente e intenerito. 
Da qui in poi, tutto quello che viene dopo questo gioiello iniziale. 
Siamo piombati nel mezzo di una piccola comunità pacifica di animali diversi - e alcuni piuttosto inconsueti - e una ragazzina, di nome Sipriki, che vale uno come tutti gli altri. 


Vivono insieme, condividono con grazia e gentilezza lo spazio e il tempo comuni. 
Non tutti loro agiscono all'unisono. Ci sono storie a due, per esempio quella di Leprotto e Lupo di mare (!) - sono io che stravedo o potrebbe essere una allusiva declinazione del mito della donna foca? Ci sono storie più corali in cui si impara a conoscere la personalità dei singoli protagonisti. Alcuni di loro portano nel nome la loro fragilità: Goffofredo o Sperperina, per esempio. 
E alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie: Stridulone che non vuole lasciar andare la giornata perfetta. L'inadeguatezza di Farfalla che, per la sua ala a cui manca un pezzetto, non si sente vera e completa...Riccio e il suo problema di misantropia, o Pigolino non proprio convinto che nella vita il traguardo sia tutto.... 
A ben vedere si tratta di grandi questioni che si pongono, tra gli altri, un gatto, Occhiolungo, un corvo, Gracchio, un lumacone, Lollo Mollo, un leprotto, Leprotto, un lupo, Lupo di mare... 


E poi c'è lei: la traduzione, ossia la lingua scritta che tutto tiene insieme. 
Studiata e limata per essere perfetta nel suo essere rispettosa dell'intreccio fittissimo di doppi significati, di allusioni lessicali. 
Tanto per dire: la brillante scelta dell'onomastica dei singoli personaggi è un raffinato lavoro di cesello, che in un gioiello, appunto, ci sta perfetto. 
Libro necessario, da tenere stabile per mesi o anni sul comodino, per leggerlo e rileggerlo ogni sera, prima di fare bei sogni. 

Carla

mercoledì 9 ottobre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

NUOVI LIBRI NUOVE PAROLE NUOVI SPAZI 

Come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Come si fa a pensare fuori dagli schemi appresi, fuori dalla cultura che determina il nostro ragionamento senza che sia quasi possibile accorgersi della sua presenza? È una questione nevralgica quella che si pone, poiché è destino di ogni infanzia quella di essere intrisa, ancor prima che educata, di assorbire, ancor prima che imparare. 


Uno degli albi in cui è possibile sperimentare la forza della mentalità che ci permea è Aleph, della grafica Janik Coat. Come suggerisce il titolo, siamo di fronte a un abbecedario, una elencazione degli elementi basilari di un contesto conosciuto e condiviso: a partire dal cerchio per passare ad altre forme geometriche, le tavole quadrate si dispongono una dopo l’altra, pezzettini ancora sospesi, disancorati uno dall’altro, blocchi di un gioco nuovo che ancora non è stato sufficientemente sperimentato per sviluppare un senso. 


Aleph mi è rimasto impresso fin dalla sua prima apparizione per l’esperienza cognitiva che offre al lettore adulto: nello sbigottimento di non saper riconoscere immediatamente, in una narrazione sequenziale, un ordine culturalmente codificato, e non potendone applicare uno già rodato altrove, lo smarrimento si amplifica. Non è infatti confermatorio, l’alfabeto di immagini proposto, fatto per persone che conoscono già la lingua e le parole, quanto piuttosto una giustapposizione di forme e oggetti apparentemente casuale o forse piuttosto riferita, nel suo dispiegarsi, a un ordine più grande che ancora non si è completamente manifestato e di cui noi non siamo a conoscenza. 


Le aspettative narrative, quel senso di percorrere una strada già un po’ vista, di sapere insomma dove si sta andando presenta, ahimè, lo svantaggio di ottundere l’atteggiamento esplorativo e di rendere un po’ ciechi. Cosa c’entra il cerchio con il triangolo, i quadrati coi pallini? Un rombo e un albero?! E perché dopo un bacio viene un girasole?!? 





Per un occhio adulto, la sperimentazione reiterata della sorpresa è, a lungo andare, disorientante. Forse si trasformerà in un senso di fastidio, quasi un’irritazione. È un’emozione da gustare con coraggio, senza posare il libro da parte: superato questo scoglio, si potrà provare a stare, di fronte alle immagini, come forse un bambino sta davanti al mondo, e intendo: con lo sguardo libero da connessioni, registrando le cose per le cose, senza smarrirsi nella loro evidenza casuale, svincolati da un prima e da un dopo, da simbologie, dall’approvazione di chi sta intorno. Poi, e qui sta la vera forza di questo albo, sarà possibile apprezzare l’allentamento della tensione e il piacere che danno invece il riconoscimento, la prevedibilità, la disposizione consueta delle cose per come ce le aspettiamo.
 



In cima al gesto di girare la pagina sta la portata esatta del vuoto che precede la comprensione, e si può per contro prendere la misura di quanto coraggio serva per estendere la mano nell’abisso a raccogliere un significato non già sperimentato. Soprattutto, in Aleph è possibile capire che dietro alla boccata di ossigeno del riconoscere sta, ben nascosta, la minaccia di non saperci più togliere dai confini consueti ed asfittici, quasi tossici, della realtà per come l’abbiamo assorbita quando (ancora) non potevamo opporci. 
Per questo torno a dire: come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Perché succede nell’infanzia, il primo chiudersi. È nell’infanzia e attorno a essa che i modelli hanno più potere: calano attorno all’identità per sostenerla, ma si trasformano presto in cortine difficili da individuare e oltrepassare. Gli schemi appresi ci pervadono, inquinano lo sguardo, corrompono la percezione di quello che sta intorno. Talvolta sfocano persino la percezione della persona che siamo. Questo è anche ciò che accade negli strepitosi racconti di formazione Fenicotteri in orbita, una serie di gemme taglienti la cui ripubblicazione e diffusione sarebbe assolutamente necessaria, di questi tempi. I racconti di Fenicotteri in orbita funzionano esattamente come le immagini di Aleph, per giustapposizioni e abbinamenti che stordiscono perché disattendono le aspettative e i codici di una rappresentazione dell’infanzia cauta, pigra, a volte persino compiaciuta. Essi contribuiscono alla restituzione di un’interezza di visione impossibile da maturare se non opportunamente alfabetizzata.


Philip Ridley è stato a buon titolo paragonato a Roald Dahl, e in effetti la sua visione d’infanzia si presenta del tutto priva di sconti e buonismi: rifiuta nettamente con empatia cristallina l’idea del bambino buono come quella altrettanto grossolana del bambino cattivo, ribalta con cognizione di causa l’idea di innocenza, fornisce una versione dolente e piena di contraddizione dell’animo umano, che esiste in nuce, udite udite, già da nei cuccioli della nostra specie, 


Ridley è uno di quegli autori che sembrano non aver dimenticato. Con uno sguardo fulminante e una forma mai banale, Ridley riscrive con autorevolezza e compassione la grammatica e la portata dell’idea d’infanzia, rappresentandola come territorio vergine tanto connesso con l’universo e l’immensità quanto progressivamente invaso dal contesto socio-culturale.


 

I racconti sono ambientati perlopiù in contesti disagiati, miseri e violenti, in cui con facilità è individuabile il braccio di ferro tra la voce interna della persona piccola e tutto ciò che gli ruota attorno, una tenzone che coinvolge grandi e piccoli, incessante e indispensabile poiché dalla sua riuscita dipende tutta la sopravvivenza. 


In questi racconti vengono descritti sentimenti che non siamo abituati ad ammettere nel cerchio delle cose nominabili: menzogne dette con la leggerezza di cui solo chi non sa cosa sta facendo è capace, misfatti compiuti in virtù della propria ignoranza, colpe terribili agite per innocenza, in piena innocenza, errori a cui si va incontro in piena coscienza, solo per salvarsi…
 

Con feroce lucidità, Ridley mette sulla pagina una complessità raramente attribuita a bambini e adolescenti; lavora per loro e per noi a realizzazioni impensabili in solitudine, rendendo praticabili territori ridotti al silenzio, in cui altrimenti non ci saremmo inoltrati mai. Fa insomma quello che a sentire certi filosofi dovrebbe fare l’abisso quando lo si guarda fisso, che più ci sporgiamo per intravedere il fondo, più il fondo ci viene incontro.


Bontà e innocenza ci esplodono tra le mani e nella deflagrazione si dissolve quel velo che abbiamo innalzato a nostro vantaggio, per proteggerci forse dal ricordo di quei sentimenti terribili e quelle violenze sottili a cui nell’infanzia si è irrimediabilmente esposti, senza difese e che senza difesa vengono assorbiti e assimilati e perpetuati, come fossero un preciso veleno costitutivo impossibile da evitare.


Innocenza e sensibilità hanno la tendenza a disporsi nel nostro immaginario appiattite prepotentemente al positivo, riducendo spesso i principali portatori di queste caratteristiche – i bambini e le bambine e i ragazzini e le ragazzine – a macchiette in pieno sole, di cui così è difficilmente possibile intravedere la profondità. Concepire per loro l’ombra, la sfumatura, comporta la presa d’atto di territori inesplorati in cui è invece salvifico entrare per dare la possibilità alle persone piccole – ma anche a quelle grandi - di poter essere viste interamente. 


Nulla di più grande e difficile può esservi, se non l’attenzione, lo sguardo veramente aperto, capace di registrare, affiancate, la bellezza e l’orrore, l’innocenza e la colpa. Nulla apre territori nuovi più che il coraggio di affondare la mano nell’ignoto, senza tregua, per recuperare, dal silenzio, ogni ultima parola che serve, per raccontare tutta intera, la persona. 

Giorgia

Noterella al margine. Philip Ridley ha girato anche un film. Si intitola Riflessi sulla pelle e dispiega a piene mani la poetica di questo scrittore. Non vi resta che guardarlo, se ne avete il coraggio…




“Aleph”, J. Coat, Gallucci 2018 
“Fenicotteri in orbita”, P. Ridley, (trad. di A. Ragusa), Salani 2009 
“Riflessi sulla pelle”, scritto e diretto da P. Ridley 1990 

venerdì 12 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ISTINTO DI NARRARE 

La prima storia che abbiamo raccontato, Rafael Yockyeng, Jairo Buitrago 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Trattenne nella memoria gli animali che avvistava fugacemente lungo il cammino. Si macchiò le mani, prima con il carbone, quindi con minerali, rossi, ocra; approfittava della superficie liscia o ruvida delle pareti. Usò minerali triturati, petali, pollini e bacche. 
Lasciò trasudare la roccia, trasformò la caverna in una cattedrale. Osservò la luce, si perse nella luce, disegnò la luce. Con il passare del tempo, quando il freddo crebbe e poi si calmò di nuovo, loro, i sopravvissuti di ogni notte, cercavano rifugio lì per riconoscersi, per cantare, per raccontarsi storie, per tornare a essere sé stessi." 

Lei è una bambina preistorica, del Pleistocene. Con la sua famiglia e con il suo piccolo clan e qualche animale che lungo il percorso si aggiunge allo sparuto gruppo, attraversa luoghi e tempi di un mondo nuovo nuovo. Per tutti loro, ma soprattutto per lei, è pieno di scoperte.
 

Per gli altri anche di incognite e di pericoli. La lotta per poter sopravvivere in condizioni così primordiali è davvero dura. Alcuni di loro non ce la fanno a sopravvivere, ma per quelli che restano, la scoperta di quella grotta, segna davvero un punto di svolta. 
E per lei diventa il primo grande spazio naturale per narrare tutto quello che il suo sguardo (al pari di bambini e animali), ben più attento di quello degli adulti a cui mancano del tutto gli occhi, la sua immaginazione più fervida, il suo pensiero più acuto di quello degli altri, nell'atto di farsi memoria, diventa immagine. 
Tutto si trasforma in figura che, a sua volta, dà l'avvio al primo racconto dell'umanità. 
 
Un libro senza parole per raccontare di come le prime storie che l'uomo ha raccontato a se stesso e ai suoi simili siano state quelle per immagini. 
Il grande silenzio del testo - fatta eccezione per la nota conclusiva - trova nelle grandi tavole a doppia pagina, in bianco e nero, il segno della grafite, un suo preciso significato. 
Il fatto che il libro sia senza parole non significa affatto che la storia che contiene possa variare di molto da lettore a lettore. Ciascun lettore, piccolo a grande che sia, avrà agio di mettere secondo una personale e quindi diversa sequenza i dettagli, i particolari, potrà seguire i singoli rametti narrativi, ma il nocciolo di senso intorno a cui ruotare, la radice da cui tutto si sviluppa, non cambierà di molto. 


Qui si sta dicendo una cosa molto ben chiara: il nostro essere umanità ci distingue dagli altri viventi per la capacità che abbiamo di narrare storie. Capacità che - in accordo con Jonathan Gottschall - ha tutte le caratteristiche dell'istinto (L'istinto di narrare, Bollati Boringhieri 2014). E come tale è necessario al pari di respirare. Capacità che ci dovrebbe rendere comunità: vedi la penultima e l'ultima immagine, per capire cosa si intende. 
Il secondo grande nodo intorno a cui tutto ruota ha appunto a che fare con la lingua delle immagini. Che detto da due che di mestiere fanno libri illustrati per bambini, sembra piuttosto prevedibile e comprensibile. 
Calvino, nella sua lezione sulla Visibilità, metteva in guardia dal pericolo di non saper più mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, perdere la capacità di raccontare per immagini. La questione è anche un po' questa. 
Lui, che è stato maestro assoluto del racconto fantastico, ha dichiarato che ogni racconto partiva da una immagine visuale: un uomo tagliato in due, un'armatura vuota, un ragazzino che sale su un albero e continua viverci sopra per sempre, fino al decollo definitivo in mongolfiera verso chissà dove: a proposito di immaginazione... 


In qualche modo anche Rafael Yockyeng e Jairo Buitrago ci stanno dicendo la stessa cosa: se voglio raccontare una storia, sarà una figura il mio primo punto di partenza. Come dargli torto? 
La parola arriverà dopo. Non è forse questo il processo della nascita del mito? Un'immagine con della storia intorno. 
E la storia senza parole che abbiamo davanti non ricalca in qualche modo il senso del mito che - ci hanno raccontato - è all'origine di chi siamo? 
A mio avviso si può fare qui anche un ulteriore passo nella direzione del ragionamento di Calvino. Alludo al punto in cui lui dà dell'immaginazione la definizione seguente: essa è il 'repertorio del potenziale, del possibile'.


Se è pur vero che quella bambina fa il primo passo mettendo in connessione la memoria, anche quella collettiva, la memoria del reale appunto (la caccia, la morte, le fughe sugli alberi, gli incontri con animali feroci e con animali che invece sono in cerca di domesticazione in cambio di cibo e protezione) con le sue mani e i pigmenti che si inventa, e sulle pareti di roccia rappresenta ciò che ha visto, è altrettanto vero che su quelle stesse pareti di fatto il racconto che lei fa, o meglio decide di fare, è solo una delle tante storie possibili che avrebbe potuto raccontare. 

Nessuna illusione: in questo gran bel libro ci sono comunque almeno tre cose che non mi convincono. 
La prima riguarda il titolo che, a quel che vedo, ha mandato in confusione tutti gli editori non ispanici che di Ugh! Un relato del Pleistoceno, ossia Uff! una storia del pleistocene, hanno dato versioni diverse. TdM, come è tradizione, ci ha tenuto a spiegare tutto in anticipo, gli anglosassoni hanno puntato invece sul fattore tempo: Afterward, Everything was Different
La seconda riguarda la spiega finale che pecca di retorica oltre che essere ridondante rispetto alle figure. Più apprezzabile sarebbe stato invece sottolineare che, non è solo per un fatto di parità di genere l'aver messo una ragazzina ai pigmenti, ma dipenderebbe -stando a quanto si legge negli studi per esempio di Dean Snow- da una nuova acquisizione scientifica: spetterebbe effettivamente soprattutto alle donne la gran parte delle pitture rupestri. 
La terza. Un verbo che si sarebbe potuto tradurre con più estro: "Lei aveva capito come approcciarsi alla roccia..." 

Carla

lunedì 8 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VIA MAESTRA

La fidanzata del fantasma
, Malika Ferdjoukh, Édith (trad. Maria Bastanzetti) 
Babalibri 2024 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Papà Reginald infilò una chiave enorme in una serratura altrettanto enorme. 
Proprio in quel momento esplose un tuono, e un lampo spense le stelle. 
Dall’interno della casa, una luce filtrò attraverso i vetri a losanghe e la porta chiodata si aprì rivelando una signora grassottella, imbacuccata in uno scialle di tartan. 
«Per san Giorgio e sant’Uberto!» mormorò. 'Entrate, entrate!' La famiglia March, Miss Noah e Jim si riversarono nel salone di Forest Lodge." 

La famiglia March (ma guarda il caso di questo cognome...) si compone di Horace, nove anni, sua padre Reginald, il nonno March, la cugina Olivia, una giovane fanciulla dalla voce di seta e dai modi garbati. Con loro viaggia l'istitutrice Miss Noah e temporaneamente Jim, un ragazzetto locale che li sta scortando, suo malgrado, per l'ultimo tratto di strada verso Forest Lodge, in quella notte di tempesta. 
Sbattuti dal vento, arrivano finalmente nella avita dimora scozzese, dove ad attenderli - nonostante l'ora tarda - c'è la servitù. In testa miss Cook, la cuoca che, con fare bonario, li accoglie con una tazza di tè ancora caldo. Jim, che non vede l'ora di svignarsela da quel lugubre maniero nella brughiera, riprende la sua carrozza e torna indietro con il suo kilt svolazzante, non prima però di aver incrociato lo sguardo di Olivia che, nonostante la dolcezza, a lui ghiaccia ancora di più il sangue... 
Cosa tiene a distanza il giovane Jim da Forest Lodge? Quello che tra un po' anche i nuovi inquilini apprenderanno. La dimora, come spiega a mezze parole miss Cook, è abitata dal fantasma di Lord Aloysius Mac Bligh. Oggi più irrequieto del solito. Perché? 
Questa è proprio una vera e propria storia di fantasmi! 

Le storie di fantasmi di norma prevedono alcune costanti. 
La prima: il fantasma di solito è fantasma, ossia spirito vagante e inquieto, perché qualcosa nella vita terrena gli è andato storto e quindi, da morto, non potendo trovare consolazione e pace, le cerca a ogni costo. Tra la vendetta e il risarcimento danni... 


La seconda: i fantasmi sono immateriali e di solito invisibili, o per meglio dire, sono in grado di dare segni precisi della loro presenza: rumori di vario genere, dallo scricchiolio in su, oggetti che si spostano senza apparente ragione, venticelli, sussurri.. Olivia o Oh, Livia? Talvolta voci cupe e lugubri fuori campo. Cose così. 
La terza: la notte è il loro momento preferito per presentarsi. 


La quarta: è difficile trovare fantasmi al settimo piano di un condominio affollato di una grande metropoli. Amano piuttosto i luoghi isolati e un po' lugubri (ammesso che anche il condominio non lo sia, lugubre). Di sicuro i luoghi che per loro hanno un preciso significato e legame con la vita passata. Dato che molti dei migliori autori di storie di fantasmi sono anglosassoni (esiste una significativa tradizione che arriva dall'Estremo Oriente, ma...) i castelli o le dimore avite nella brughiera sono i loro contesti preferiti. Ma non disdegnano anche i cimiteri (a km zero). 


La quinta: stando alle costanti 1, 2, 3 e 4 le storie di fantasmi sono spesso nate per far paura. Ma non sempre. Diciamo meglio, esiste fior di letteratura in cui il fantasma inquieta e perturba, visto il suo arrivo da un passato irrisolto, ma esistono anche esempi nati per far ridere, da Wilde a Jerome K Jerome. 
Tuttavia il perturbante resta la via maestra. 


Ecco. Anche in questa storia 'canonica' le prime quattro costanti ci sono tutte. 
Il suo bello però sta nell'aver rispettato anche la quinta, che in un libro per bambini che stanno imparando a leggere lo stampato minuscolo - quindi tra i sei e gli otto anni - non è poi così scontato. 
La cosa che colpisce qui è il buon lavoro che Malika Ferdjoukh  ha fatto sulle cinque costanti di appartenenza a un genere: contesto, lessico, l'iconografia, Shakespeare che è fonte di ispirazione dall'Amleto a Romeo e Giulietta. E molto altro, volendo spigolare. E poi quel bel nero anche in copertina di Édith. 
E il finale. Quel finale senza aggiustamenti inutili o peggio pacificatori.


Ormai moltissimi anni fa quando lessi per la prima volta Le streghe di Dahl fui colpita dalla storia, ma soprattutto dal finale. E da quella lealtà enorme dimostrata da Dahl nei confronti dei propri lettori nel dichiarare che le cose alle volte prendono una strada imprevista da cui non si può fare ritorno. 
Questo è solo per dire che Malika Ferdjoukh, un po' come Dahl, quando scrive storie, le scrive bene.

Carla

venerdì 14 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TOCCARE IL SOFFITTO CON UN DITO

Oscar e io (e tutti i nostri posti), Maria Parr, Åshild Irgens (trad. Alice Tonzig) 
Beisler 2024 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"In casa abitano due bambini, Oscar e io. Condividiamo la stanza nel seminterrato. Nel letto a castello io dormo sopra e sono il capo. Oscar dorme sotto e crede di essere il vicecapo, ma in realtà sono io a decidere tutto. Decido quando dobbiamo spegnere la luce, e decido che Oscar si deve alzare per farlo. Decido se dobbiamo tenere socchiusa la porta o la finestra. E decido io quando parliamo e quando dormiamo. Vorrei essere io a decidere anche il momento in cui Oscar deve smettere di russare, perché quando attacca sembra un aspirapolvere rotto. Ma l’unico modo per farlo smettere è svegliarlo, e non è che allora ci sia tanto più silenzio, volendo essere gentili." 

I due sono a letto e come di consueto discutono. Oscar ha 5 anni e paura dei mostri, dei mostri nell'armadio. Sua sorella, che è di ben tre anni più grande, sa molto bene che i mostri non esistono e quindi lo prende in giro, ma di fatto lo tranquillizza e lui si riaddormenta. Tuttavia quell'anta dell'armadio non perfettamente chiusa genera in lei una piccola paura, che magari cresce: se i mostri non esistono, i ladri invece ci sono, eccome. 
Quindi, non resistendo, scende dal letto e va a controllare. Ma un rumore sospetto la mette ancora più in allarme, afferra al volo l'atlante e si nasconde nel buio tra attaccapanni e vestiti. Quando poi l'anta si apre all'improvviso, lei - ed è a questo punto terrore puro - scaglia l'atlante in testa a chi ha di fronte.  
Tutto precipita in un baleno: Oscar si sveglia urlando, il papà dal piano di sopra irrompe nella stanza, brandendo la miglior padella di casa, e quel che trova è sua figlia a occhi sgranati che è davanti all'armadio spalancato, sua moglie a terra che si tiene la fronte dolorante, colpita da un pesante atlante e il piccolo Oscar, bianco di paura. 
E poi? Mamma si sdraia accanto al piccolo di casa per consolarlo, qualcuno nel letto superiore questa volta farebbe volentieri a cambio con il fratello, il padre riporta in cucina la padella. 
E come va a finire? Che nella penombra della camera in quel lettino adesso sono in tre: uno dorme come se nulla fosse successo e le altre due chiacchierano con un fil di voce su cosa sia la paura... 

Credo di non sbagliare optando di mettere sotto la lente solo uno degli undici episodi che costituiscono il nuovo e atteso libro di Maria Parr. 
Non vorrei togliere a nessuno il gran gusto di leggerlo senza spifferi esterni, vocine che ti dicono qui succede questo, là succede quello... ma soprattutto lo faccio perché in questo, che apre il libro e si intitola L'armadio, ci sono già tutti gli ingredienti per capire che si tratta di un gran bel libro e punto. 
Nel sottotitolo c'è il filo rosso che tiene insieme i racconti: sono undici luoghi che costituiscono la mappa, ovvero i diversi scenari dell'infanzia di due bambini, fratello e sorella, con contorno di adulti. 
A essere più precisi, si potrebbe dire che è proprio lei, l'infanzia, a essere in questo libro un luogo prima ancora di essere un tempo. 
E come spesso accade, i suoi contorni, via via sempre più nitidi, si ricavano attraverso i fatti che si susseguono. Sono principalmente loro a raccontare, in un continuo gioco delle parti tra piccoli e grandi. 
Nessuna morale, nessun insegnamento. 
Ma andiamo con ordine: prima i bambini e poi gli adulti. 
Resto sempre basita quando riconosco, ovvero sento risuonare come suono conosciuto, le infanzie raccontate dai grandi ai bambini. 
La Parr non si smentisce neanche stavolta: come già nei precedenti suoi libri, cuce fatti, azioni, accadimenti con pensieri profondi, talvolta profondissimi, che tengono insieme le parti per dare spessore, profondità e senso alle cose. 
Pensieri che passano veloci, quelli dei suoi bambini, perché è così che pensano i ragazzini: vanno a fondo e poi scartano verso qualche altra cosa... Invece, i pensieri che hanno avuto modo di decantare, sono quelli dei suoi adulti. 
La domanda a questo punto si impone: perché solo alcuni adulti, tra cui la Parr, sanno raccontare i bambini meglio di altri? 
Forse perché vanno a pescare in quella regione emotiva che non li ha mai abbandonati, ossia raccontano di cose che un adulto e un bambino hanno in condivisione, pur essendo tra loro diversissimi? 
Per esempio qui, parlando di paure, è difficile che un grande creda ai mostri, ma la paura di un ladro che violi il nostro rifugio è roba che non ci abbandona mai... E Ida, la sorella "più matura" è lì a dircelo, chiaro e tondo. 
E come sono gli adulti di Maria Parr? 
Come a spesso accade nei libri del Nord, gli adulti sono gran belle persone, anche nei loro limiti: più volte ci si commuove, e altrettante si piange dalle risate. 
La loro bellezza risiede nella grande onestà di presentarsi per quello che si è, nel rispettarsi per quello che si è e nel volersi bene per quello che si è. 
Senza mai sottrarsi al loro ruolo di curatori di piccoli in crescita, qui vediamo genitori e zii che si muovono disinvolti tra una gamma molto varia di sentimenti. 
Soffrono, ridono, amano, sbagliano, vanno in profondità o galleggiano spensierati davanti a figli e nipoti con una integrità, lealtà, una trasparenza interiore, una consapevolezza di sé così profonda che è davvero difficile non notarla e non apprezzarla. 
Faccio anche qui un esempio: madre e figlia chiacchierano sottovoce, prima di separarsi e prendere ognuna - alla pari - la strada verso il proprio sonno. La cosa che è appena accaduta, ossia la paura di un mostro che è diventata la paura di un ladro, nasconde dentro di sé una grande verità che quella "matura" bambina esplicita con estrema chiarezza: "quando smettiamo di avere paura di qualcosa, il cervello scova qualcos'altro di cui avere paura, qualcosa di più pericoloso, e così più diventiamo grandi, peggio è". 
Incontrovertibile, ma il modo per andare oltre lo sa solo chi ci è passato attraverso. E non è un caso che ci sia lì una figlia che sulla questione in qualche modo interroga una madre. E così accade che la "grande" racconti alla "piccola". 
E come lo fa? 
Senza giri di parole, va dritta verso quello che è: nessuna ipocrisia, ma piuttosto affetto, rispetto e tanta vita vera... 
E cosa le dice? 
Questo: «Quando diventiamo grandi, dobbiamo spesso prenderci cura di qualcuno. E allora va meglio.» «Ah, sì?» «Sì. Se ci si deve prendere cura di qualcuno più piccolo di noi, qualcuno che è più spaventato, non rimane così tanto spazio per le nostre paure. Per questo quando ero piccola volevo un fratellino o una sorellina», ha aggiunto. E poi ha raccontato che zio Øyvind, suo fratello maggiore, la sera doveva sempre accompagnarla su per le scale della mansarda, perché lei credeva che dietro la carta da parati abitasse un fantasma che quando era buio veniva fuori attraverso una fessura. Io mi sono messa a ridere.«Ma adesso devo prendermi cura di te e Oscar, così ho il coraggio di salire le scale da sola. Senza problemi.» 
Ecco. 
Moltiplicate tanta bellezza per enne volte e otterrete questo libro magnifico! 

Carla