mercoledì 10 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LE CICATRICI DELLA STORIA 



Ho sempre creduto a queste cose, intendo dire, alla premonizione, a ciò che sappiamo senza saperlo, ai segni… Ho sempre saputo che siamo qualcosa di più di un ammasso di cellule chimiche. Ho sempre saputo che esiste un mistero…

Olivier. Tredici anni. La sera prima ha baciato Caroline per la prima volta (e per giunta sulla bocca), e il giorno dopo... è il giorno del trasloco. La famiglia si sposta a 600 chilometri di distanza, segue il padre per un incarico temporaneo. Certo, solo per 10 mesi, poi si torna. Ma è quanto basta per aprire una breccia nella vita di Olivier, dentro la quale prende posto lo sconosciuto, l’inconoscibile, il mistero.
Un corto circuito nella linea del tempo. Lo spazio giusto per i fantasmi, che possono tornare a chiedere giustizia. É questa la storia di Olivier. Una storia che lo segnerà per tutta la vita come una cicatrice. Uno sfregio ben visibile sul volto. E un gran silenzio tutto intorno.
Solo lui lo sa quello che è successo. Solo lui e l’anziana signora Goret.
Una storia intrigante già dalla copertina saggiamente affidata a Maurizio A.C. Quarello: una bambina piccola e un cane grande ci guardano negli occhi ma con occhi vuoti. Sono sulla soglia di un cancello grigio di una casa grigia in un paese grigio.
Quello che è successo è accaduto sei anni prima e Olivier, ora ventenne, ce lo sta raccontando.
La sua è una voce pacata e a tratti ironica ma capace di tenerci costantemente in tensione. Così vicini all'invisibile da non poterci più staccare. Dunque Olivier incontra i fantasmi: una bambina e un cane. Scopriremo che furono vittime di un rastrellamento nazista, e più precisamente, dalla delazione che consegnò quella famiglia ebrea ai nazisti.
Solitudine, suspense, immaginazione, paura, ricerca, responsabilità personale, senso di giustizia, dare pace. Sono questi i passaggi che segnano il racconto di quei dieci mesi a cavallo tra i 13 e i 14 anni di Olivier. In quei dieci mesi, per non abbandonarsi alla follia, Olivier si impegna in una ricerca coraggiosa che mette insieme indizi, visioni, ricerche storiche, e tante palpitazioni, insieme a molto coraggio.
Ma pure molta solitudine: a chi lo dici che vedi una bambina e un cane che nessun altro vede? Non lo dici nessuno! La signora Goret, l’anziana e ruvida vicina, come s’è detto, è l’unica che sa quello che è successo. E menomale che c’è lei, la sola che può provare ad Olivier che non è matto, è solo che la Storia è venuta a trovarlo. Evidentemente ha ancora qualcosa da dire. Un senso di responsabilità da richiamare. Mourlevat ha davvero ben scritto questo breve romanzo di formazione che fa i conti con la Storia attraverso la dimensione del mistero, del “ciò che sappiamo senza saperlo”, del sogno, delle visioni, dei fantasmi. E Pension Lepic ha davvero ben fatto ad aggiungerlo alla sua collezione preziosa di piccoli libriccini. “La cicatrice” è la prima opera narrativa di Jean-Claude Mourlevat, che esce in Francia nel 1998. Dunque Olivier è il primo personaggio protagonista di un romanzo (prima l’autore aveva scritto per il teatro). È interessante rilevare come, dopo più di vent’anni da questa prima pubblicazione, durante una masterclass per la Bibliothèque nationale de France del 2022, Mourlevat riconosca: “A volte penso che i miei personaggi, i miei protagonisti e le mie protagoniste siano tutti in fondo lo stesso personaggio. Sono uomini, donne, giovani, ragazzi, ragazze, animali, ma sicuramente tutti hanno uno stesso profilo che io declino ogni volta in modi diversi. Sono sensibili, gentili, un po’ timidi, con un gran desiderio di giustizia… fanno del loro meglio.”
Ecco, è proprio così, già a partire da Olivier, che è proprio un ragazzino sensibile, gentile, un po’ timido, con un gran desiderio di giustizia. E fa davvero del suo meglio per attraversare la paura con molto coraggio. Una bellissima lettura per lettrici e lettori a partire dagli 11 anni.

Patrizia

La cicatrice”, Jean-Claude Mourlevat, trad. di Renato Poletti, Pension Lepic 2026
Podcast della Bibliothèque nationale de France BnF per il ciclo di incontri “En lisant, en écrivant” del 2022. Masterclasse Jean-Claude Mourlevat | En lisant, en écrivant 2022



lunedì 8 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL CITOFONO  

Il citofono. Sono Alice e amo una voce, Sara Piazza, dido 
Biancoenero 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"A un certo punto alzo gli occhi e vedo il citofono. Il citofono! 
Perché mi ci è voluto tutto questo tempo per arrivarci? Il citofono è esattamente quello che fa per me. Eccolo, il ponte nascosto verso l'esterno, una specie di buco per la serratura, per ascoltare senza essere visti né sentiti. 
Corro alla cornetta e con grande emozione la sgancio, curiosa di decifrare i suoni confusi che vengono da giù. 
Ogni rumore è interessante, come un indizio." 

Bloccata a casa dalla mononucleosi, Alice - che era in procinto di partire per il campeggio della parrocchia con la sua amica Lucrezia - vede sbriciolarsi la sua vacanza estiva. Finché c'è la febbre, deve restare chiusa in casa. Questa è la sentenza del medico. 
Il campeggio saltato, ma anche le successive due settimane al mare con i genitori sono in serio pericolo, e come se non bastasse, è stata affidata - dalle 9 alle 13 di ogni santo giorno - alla custodia della scontrosissima sorella maggiore diciottenne, Chiara. 
Alice cerca di dare un ritmo alle sue mattinate, ma obiettivamente il tempo non passa mai. Fino al momento in cui capisce che forse una soluzione alla sua noia potrebbe essere proprio il citofono: l'unico canale di comunicazione aperto verso l'esterno. Comincia così una sua esplorazione sonora dell'esterno, ma anche quella, dopo un paio di giorni, esaurisce il suo appeal, così Alice - ragazzina parecchio timida, ma determinata a far scorrere le sue giornate in modo dignitoso - decide di usare la sua voce come gancio che la tenga collegata con l'esterno che le è temporaneamente precluso. L'idea iniziale di recitare poesie a loop dà insperati frutti, tanto che davanti al suo portone si forma nel giro di pochissimo un piccolo ma entusiasta uditorio di vecchietti e vecchiette che ogni giorno dalle ore 9.30 alle ore 10, con puntualità assoluta, si riunisce intorno al suo citofono per ascoltare una o due delle Favole al telefono di Rodari, che con grande maestria Alice legge a voce alta. 
Al gruppo, improvvisamente e inaspettatamente, si aggiunge un uditore 'anomalo', ma altrettanto appassionato che, a lettura terminata e a vecchietti ormai andati, chiacchiera con lei: Tommaso un ragazzino suo coetaneo, la cui voce caratterizzata da una esse blesa, diventa per Alice come un bicchierone d'acqua quando si ha sete. 
Questa è l'estate indimenticabile di una ragazzina schiva che si innamora di una voce... 

Chissà se davvero a Sara Piazza l'idea è venuta pensando di giocare con il titolo di Rodari, Favole al telefono, e riconvertirlo in un più insolito Favole al citofono... E poi costruirci questa bella storia intorno... 
Una serie di cose mi paiono molto divertenti e, soprattutto, piacevolmente insolite. 
La prima è proprio il citofono: strumento ormai desueto che però in modo ostinato continua ad avere una sua residuale funzione e quindi a esistere - per i più ansiosi nella sua forma televisiva di videocitofono - accanto alle porte delle case di ciascuno. Sono rari quelli che ti passano a prendere e ti dicono, ti citofono e tu scendi. Molto più spesso ti senti dire: ti faccio uno squillo e tu scendi. 
La seconda è l'idea di passare del tempo ad ascoltare il mondo fuori, in un modo molto discreto, e nel contempo di provare a leggerlo con le orecchie. Altra esperienza insolita, quanto utile: imparare a leggere i suoni che ci circondano e che di solito tendiamo a ignorare. 
La terza è il passaggio successivo, ovvero quello di dare vita a delle letture condivise e di farlo in un modo del tutto imprevisto: attraverso un gracchiante citofono. 


La quarta è quella di mettere una ragazzina che ha del tempo a disposizione al servizio di una piccola comunità, ossia il gruppetto di vecchietti che gironzolano nel quartiere. E l'idea di metterla lì a leggere storie - seppure solo attraverso un citofono - mi pare vincente. Intendo dire, vincente in assoluto, nonostante l'insolito assortimento delle età dei partecipanti. Ho sempre pensato che mettersi a leggere ad alta voce da una panchina di un parco avrebbe avuto un effetto catalizzante e aggregante per quella popolazione che non ha grande premura e che fa dell'attenzione verso le piccolezze del quotidiano una necessaria occupazione: gli umarel della letteratura. 
La quinta è la deriva tenera che la storia a un certo punto prende. Sulla quale tacerei... 
Ma non posso esimermi dal dire, in assoluto accordo con Sara Piazza, che la voce rappresenta l'ottanta per cento del fascino di una persona (insieme alle mani, ma questo lo dico solo io).

Carla 

Noterella al margine: io, il libro che si 'beve' in un'ora, l'ho letto due volte, ma continua a rimanermi oscura la fine che fa la esse (effe) blesa di Tommafo...

venerdì 5 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CRIMINI DI GHIACCIO

Pia, Pepe e i ladri di biciclette, Marie Hüttner (trad. Valentina Freschi) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER MEDI (dai 10 anni) 

" 'Santo cielo, avrò chiamato Lore sul cellulare almeno dieci volte, ma non risponde. E cinque volte sul numero di casa. Hai idea di quanto fossimo preoccupati? State bene? È successo qualcosa? Perché hai risposto tu al telefono e non Lore?' 
Era una buona domanda. Un'ottima domanda. Dovevo dire la verità? Ovvero che nonna Lore era sparita senza lasciare traccia? Cosa sarebbe successo? Papà e Tanja avrebbero fatto subito dietrofront e sarebbero sfrecciati dalle Alpi fino a Klein Funkenwalde e, quando sarebbero arrivati, probabilmente la nonna sarebbe saltata fuori già da un pezzo. Ma ormai sarebbe stato troppo tardi e io avrei dovuto ripartire con loro e salutare nonna Lore dal lunotto posteriore e guardarla diventare sempre più piccola davanti alla sua bellissima casetta gialla." 

Breve antefatto: Pia, undici anni, è appena arrivata nel paesino dove vive sua nonna per trascorrere con lei un po' della sua estate. Sua madre è irraggiungibile in una delle sue settimane di digital detox (da cellulari e altri device). Suo padre è in vacanza con la sua nuova fidanzata che Pia detesta. 
Il problema è che alla stazione non c'è nessuna nonna Lore ad aspettarla, e anche a casa sembra non esserci. 
Così Pia, dopo quattro lunghe ore di attesa nella sala d'aspetto, si fa coraggio e cerca di arrivare da sola alla casa della nonna. Con un po' di scaltrezza, entra e l'unico ad accoglierla è il gatto Sbaffo. Della nonna, appunto, nessuna traccia. Scatta in questa ragazzina la sindrome da detective (della serie Crimini di ghiaccio lei non si perde neanche un episodio) e, con il taccuino e una buona dose di capacità deduttive, ma soprattutto facendosi coraggio da sé, prova a trovare una logica per quella insolita situazione. 
E - ancor di più - cerca di salvare la sua idea di vacanza lontano da mamma e papà e addentelati, mentendo alla grande. E anche un po' rubando.
Questa è la sua rocambolesca, avventurosissima e bugiardissima settimana, in cerca di sua nonna. Ma è anche una storia gialla, in cui lei, con il pedante ragazzino vicino di casa, prova a risolvere l'intricato caso delle bici rubate, che con ogni probabilità è alla base di tutta questa inarrestabile baraonda. 

Il punto di partenza di questa storia contiene in sé tutti gli ingredienti di una buona storia avventurosa: l'imprevisto, ossia qualcosa che non accade come pianificato; l'età della protagonista, undici anni è età perfetta;  il suo essere da sola in un luogo conosciuto, ma non del tutto, e neanche tanto grande; la agognata lontananza dei genitori e soprattutto la grande difficoltà a essere raggiunta da uno di loro nell'immediato; l'impossibilità di fare marcia indietro e tornare al punto di partenza. 
Su questo intreccio di fattori si appoggia l'intraprendenza della protagonista. 
"So che posso farlo" è il motto di Harusha Mikaro, una famosa scalatrice, uno dei miti indiscussi di Pia. Così, vista la situazione, lo fa diventare all'istante anche il suo (e di sua nonna), di motto: spegni la paura, accendi il coraggio! 
Come da canone, a Pia si affianca dopo poche pagine un socio, e come da copione si tratta di un suo coetaneo, maschio e lievemente pedante, che altri non è che il vicino di casa della nonna. Con lui, sebbene non goda - almeno non subito - della fiducia della ragazzina, Pia condivide la passione per risolvere i misteri. Ma, come da canone, se al principio i due si guardano con sospetto, dopo un altro po' di pagine si alleano, pur non smettendo mai del tutto di battibeccare tra loro. 
Altrettanto canonico è l'animale, il gatto della nonna, Sbaffo, che funziona come una sorta di transfert nei confronti della signora, assente ingiustificata. 
Intorno a tutto questo ruotano come satelliti due fattori. 
Il primo: un'evidente passione da parte della protagonista per gli stereotipi da kolossal cinematografico, cui lei attinge appena può per immaginarsi finali della sua storia pieni di pathos: tramonti indimenticabili, addii lacrimevoli... cose così. 
Il secondo: una certa tendenza a sfociare nell'inverosimile quando entriamo in contatto con l'immaginazione di Pia, per esempio per spiegarsi l'assenza della nonna. 
Se al principio si potrebbe rimanere basiti delle ipotesi che lei formula per dare un senso a questa inspiegabile assenza - nonna Lore è chiusa nel bagno del parrucchiere perché non le piace il taglio; si è dimenticata del mio arrivo ed è partita per i Caraibi; è caduta dal ciliegio e, con la mano rotta, va dal medico e rimane bloccata nello studio, dopo la chiusura... Ebbene, con l'andare avanti ci si fa l'abitudine e nulla o quasi ci sembra più tanto inverosimile. 
In questo alternarsi di realtà vera e fantasie spinte, fanno capolino un paio di cose interessanti.  
La prima: nonna Lore compare solo intorno a pagina 200, ma noi di lei sappiamo tutto grazie ai racconti di Pia. Divertente conoscere un personaggio attraverso gli occhi di un altro... 
La seconda: la lettura intelligente che detta nipote fa di ciò che la circonda. È una ragazzina nel contempo visionaria, ma anche molto attenta a leggere i dettagli e interpretarli: uno su tutti, le saponette asciutte nel bagno che per lei sono, giustamente, sintomo di qualcosa… 
La storia gialla, che si intreccia con la settimana 'in solitario' di Pia, è, in sé, poca cosa ed è lì solo come strumento per mettere alla prova i semplici ragionamenti e le successive deduzioni di due ragazzini piuttosto svegli, ma soprattutto è lì per far succedere ciò che succede e per dare modo alla tensione di non mollare mai del tutto. 
Ecco perché un libro fatto praticamente solo di cose che accadono sarà una lettura riposante da fare d'estate.

Carla

mercoledì 3 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

KLINGE REGALA ALL’UMANITÀ DOMANDE DAVVERO INTRIGANTI 


La follia è quella condizione mentale che si può incontrare in alcune fasi della vita, magari si supera e si torna a una sana normalità, magari invece si conservano alcuni aspetti di quella modalità stramba di guardare le cose e le persone che possono risultare utili. Forse le fasi della vita in cui si è maggiormente disposti ad accettarla di buon grado sono l’adolescenza e la terza età, in modo certamente diverso: nel primo caso, la follia è uno stratagemma che può essere necessario al fine di distanziare un mondo (quello adulto) che non si vuole accettare come approdo inevitabile; nel secondo caso, per rimarcare una presunta superiorità a quello stesso mondo dal quale ci si sente esclusi e rifiutati. 
L’adolescente e l’anziano condividono uno spazio a latere, marginale, rispetto al quale inventano, progettano soluzioni e forme d’essere originali. Il primo rincorre un corpo che vorrebbe adulto e che fatica invece ancora a riconoscere; il secondo quel corpo cerca di superarlo in tutti i modi, cercando di dimenticarne i limiti di forza e di decoro. 


Sono tanti i libri per ragazzi che raccontano della spontanea complicità tra nonni e bambini, più rari sono quelli in cui l’affinità si instaura tra un anziano e un adolescente. Forse perché una relazione di questo tipo prevede la costruzione di una zona di convivenza decisamente più problematica, i due soggetti, infatti, mettono in campo forze ed energie che si sviluppano in direzioni imprevedibili. 
La scrittura allora deve fare leva su alcune qualità come il senso dell’ironia e dell’assurdo, portare all’estremo elementi comuni ma che, esasperati, diventano decisamente interessanti e aiutano a fare luce sulla quotidianità dall’aspetto altrimenti sbiadito. 


Il romanzo di Dita Zipfel, autrice tedesca molto amata in patria, mette in campo una ragazza quasi adolescente e un anziano con qualche rotella fuori posto. La giovane Lucie conosce l’uomo grazie a un suo annuncio in cui cercherebbe un dogsitter. Lucie sta cercando disperatamente di racimolare i soldi che le consentirebbero di andare a Berlino. Questa offerta di lavoro sembra perfetta e quindi si reca a casa dell’uomo per proporsi. Peccato che poi questo cane a cui l’annuncio faceva riferimento in realtà non esista e che l’uomo anziano abbia cercato solo qualcuno disposto a trascrivere le sue ricette. 
Klinge, così si chiama l’uomo, appare da subito una persona fuori dal comune, tratta Lucie in maniera sgarbata, si ostina a chiamarla “ragazzina” e non con il suo nome, perché lei dovrebbe sceglierne un altro e non accontentarsi di quello che i genitori hanno deciso per lei. È convinto che ci sia qualcuno lo stia segretamente seguendo e spiando per rubargli quelle ricette; lui ritiene in realtà pozioni magiche. 


Lucie, dopo un’iniziale perplessità, accetta l’incarico (non fosse altro perché non ha un’alternativa); è certa di trovarsi di fronte una persona che lei deve semplicemente assecondare e accontentare nelle richieste a volte bizzarre. Ma sebbene dimostri di essere una ragazza assolutamente giudiziosa e che procede cercando di comprendere tutto della vita riducendo ogni situazione a uno schema chiaro e inoppugnabile, le follie di Klinge finiscono per coinvolgerla realmente. Così, messa a conoscenza delle proprietà di quello che sembra essere un pomodoro in barattolo, ma che Klinge sostiene trattarsi di un cuore di drago, Lucie deciderà di sottrarlo all’uomo e di utilizzarlo come base per una pozione magica che faccia innamorare di sé il ragazzo più corteggiato della classe. 
Ovviamente le cose prenderanno un’altra piega e di qui in avanti gli eventi ai quali assistiamo hanno dell’assurdo e vengono raccontati in prima persona da Lucie in modo da risultare comunque plausibili e giustificabili. Lucie abita alternativamente il mondo di Klinge fatto di draghi e fenici, di cospirazioni e inseguimenti segreti, e quello della sua famiglia sulla quale si infrange tutta la sua fragilità e rabbia. 
Ha una madre gentile e premurosa che ha però compiuto agli occhi di sua figlia l’errore di unirsi a un uomo insopportabile che non riesce in nessun modo a collimare con il resto della famiglia. C’è poi un fratello che sta crescendo e con il quale Lucie non riesce più a trovare la stessa complicità di un tempo. Rispetto al contesto familiare, quello del folle creatore di pozioni magiche, appare un mondo non solo più divertente, ma sicuramente più facile da accogliere, nonostante conservi margini oscuri e indecifrabili. 
Ed è qui il nocciolo della questione: per capire il mondo cosa occorre in fondo? Un approccio analitico e deduttivo, che è quello di cui Lucie è naturalmente dotata (costruisce facilmente griglie ed elenchi che sintetizzano pregi e difetti di ognuno) e che sicuramente rappresenta un approdo rassicurante; o piuttosto qualcosa che dal reale invece è completamente sganciato e che soprattutto non ha alcuna pretesa di esaurirlo in una descrizione o in precise soluzioni? 


Il mondo di Klinge e quello di Michi, compagno della madre, mieloso, sdolcinato, appiccicoso, falsamente accogliente, sono entrambi agli antipodi di quello al quale Lucie è ancorata. Lei compirà il grande passo di riuscire a guardarli da lontano, godendo dell’eredità di cui ognuno di loro riesce a farle dono, quando ammetterà che possa esserci anche nel secondo un po’ della follia presente nel primo. E dunque quando riconoscerà che esistono le sfumature e non solo i bianchi e neri. È quello che la maggior parte degli adolescenti fatica a vedere. 
Il racconto di questa crescita è affidato a una scrittura sempre molto misurata che fa dell’ironia la sua nota più evidente, supportata non poco dalle felici illustrazioni di Rán Flygenring: bicromatiche, dal forte gusto grafico, anch’esse sintetiche e sicuramente divertenti, non costituiscono solo un rinforzo, ma spesso accolgono parti di testo, come fossero pagine di un diario della protagonista. La scrittura in prima persona e le illustrazioni proposte come disegni della stessa protagonista contribuiscono a conferire a questo romanzo il sapore di una confessione leggera ma mai banale, di una confidenza sincera e in alcuni casi timorosa, come quella di chi fatica a riconoscersi ma non per questo rinuncia a prendersi anche un po’ in giro. 
Una storia che ragazze e ragazzi a partire dai 10 anni troveranno divertente e stimolante. 

Teodosia 

Come la follia mi ha spiegato il mondo, Dita Zipfel, Rán Flygenring, (trad. Claudia Valentini), Rizzoli 2026 


lunedì 1 giugno 2026

ECCEZION FATTA! (gli amici immaginati di altri)

Poi ne sono arrivati altri...

Questi otto - e più - sono gli amici immaginati di altrettante otto persone che con me hanno condiviso da tre anni a questa parte, in una piccola e gagliarda libreria di Pisa, chiacchiere piacevoli intorno alla buona letteratura per l'infanzia... 
Alcuni degli amici immaginati di queste otto persone, come è capitato anche ai miei, ora abitano solo in biblioteca per lasciare che nelle librerie abitino i più giovani. Ma gli amici immaginati, come quelli immaginari, non sono sempre lì. E non basta desiderarli, perché compaiano. Occorre sempre una bella storia dentro cui trovarli e solo in questo modo si può seguirli per un po', il tempo di farci amicizia. Può succedere che gli amici di carta ritornino. A ogni nuova storia, si rinnova il piacere di incontrarli proprio come succede con quelli in carne e ossa: in vacanza, o al parco, o nel cortile di scuola. Gli amici immaginati, che siano raccontati a parole o disegnati, la prima volta li troviamo quasi per caso, ma poi succede che li andiamo proprio a cercare, perché senza di loro si sta peggio! Si riapre il libro, si rilegge la storia e tutto ricomincia. Proprio perché sono immaginati, possono essere di tanti tipi. Alcuni sono creature umane, con difetti e pregi che conosciamo, con desideri e paure che proviamo anche noi. Alcuni sono altissimi, altri minuscoli. Possono esser pelosi o piumati e hanno un numero variabile di zampe o di ali. Spesso hanno il dono della parola e comunque sanno sempre come farsi capire. Tutti loro hanno per noi un "qualcosa" che li rende speciali e rende indimenticabile il tempo passato assieme, volendo loro un gran bene. 

Carla


A TUTTI SARÀ CAPITATO...

...di vedere la mancuria.
Dietro un mobile di legno, sotto l'orlo di un tappeto. 
Tutte le volte che cercate qualcosa che vi sembra di avere sotto tiro... allora sicuramente l'ha sgraffignata la mancuria. Sì, perché questo buffo animale peloso che nessuno riesce mai a cogliere in flagrante si trova nelle case di ognuno di noi. Amante dei traslochi in particolare, si intrufola tra scatoloni aperti, buste traboccanti, pile di libri, sempre pronta ad arraffare qualcosa. 
Cercate lo scotch? 
Avete perso gli occhiali? 
Le chiavi non sono sulla mensola dell'ingresso? 


È sempre colpa della mancuria. Animale da appartamento, tanto tenace quanto sfuggente, si mimetizza qua e là alla ricerca delle vostre dimenticanze. Il calzino spaiato che da secoli vi illudete di trovare nel fondo dell'ennesimo bucato, la vite di un orecchino che ha fatto mille piccole capriole per poi scomparire sotto il divano, la lista della spesa che un attimo fa era lì accartocciata vicino alla tazzina del caffè che vi supplicava “prendimi!”... tutto svanito. Ma potete esserne certe: tutto è diventato bottino della mancuria. 
Da quando ne ho trovata traccia nel Bestiario scritto da Andrea Sottile, lei mi fa sempre compagnia, è lei che nomino spessissimo quando la mia disattenzione mi porta sull'orlo del baratro: è colpa della mancuria! Grido disperata quando non trovo qualcosa... 


Questo minuscolo animaletto da anni fa parte della mia disordinata esistenza; è il mio signor capro espiatorio per eccellenza, mi salva dal panico dello smarrimento. E quando a scuola, nel disordine allegro e variopinto che accumulo su varie superfici piane disponibili, non trovo appunti, fotocopie, compiti corretti o ciancicati posti it ... ecco che a salvarmi da qualche retrovia arriva l'urlo di un alunno che mi urla: “Prof, è stata la mancuria!” Io sorrido, e metto a tacere lo smarrimento per lo smarrimento. 
Perché la mancuria l'ho condivisa, l'ho presentata alle mie schiere di alunni, ho letto il Bestiario e quindi anche loro sanno, sanno e sono sollevati quanto me di poter alzare le spalle e dire, “non trovo il quaderno, sarà stata la mancuria!”. Ecco, la mancuria ci salva, allevia il dolore della scomparsa, perché, come dice la poetessa Elisabeth Bishop, perdere qualcosa con leggerezza è pur sempre un'arte. 

Stefania L.

Urbuq, Bestiario portatile per giovani lettori, Andrea Sottile – illustrazioni di Lucia Scuderi, Rizzoli 2009