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venerdì 9 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ORLANDO, PIUTTOSTO FURIOSO

Il Gigante
, Fabian Negrin 
Emme Edizioni 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"C'era una volta un gigante grande come una montagna e forte come seimila orsi. 
A pranzo il gigante divorava quindici cosce di cinghiale e un intero bue arrosto, accompagnati da diecimila fiaschi di lambrusco. 
Dormiva un'intera settimana e il suo russare faceva tramare la terra fino all'orizzonte..." 

Tutto questo succedeva regolarmente fino al giorno in cui una piccola, capricciosa e viziata gigantessa si impossessò del castello del gigante. 
Lui, armato di tutto punto, a dorso di elefante si avventurò nella foresta e, sprezzante di ogni pericolo e monito alla prudenza, sconfisse un drago come nelle migliori fiabe e incontrò una principessa. Con lei si sposò, dopo averla liberata dalla torre dove era tenuta prigioniera. E al matrimonio andarono tutti, ma proprio tutti. 
E come succede in questi casi, gli sposi vissero felici e contenti. 
Almeno fino all'imbrunire... 

Negrin sa fare bene un mucchio di cose e ha un gran talento: ma tre gli riescono massimamente. La prima, raccontare fiabe, anche solo con una figura, oppure riraccontandole da un punto di vista non convenzionale. 
La seconda, raccontare l'infanzia. Con sincera stima, rispetto e lealtà nei confronti di quella categoria umana. 
La terza, giocare con le parole. 
Credo di averlo già detto altrove, ma - paradossalmente - con l'italiano lo aiuta il fatto di non essere un madrelingua. Non dipende da quanto una lingua tu la domini, quanto piuttosto dalla tua attenzione nello smontarla e nel guardarla con sense of humor e ironia, doti che a Negrin non mancano, per poterne cogliere il lato ironico, buffo, anomalo, assurdo. 
Spesso e volentieri, lui, con il suo retino da farfalle, ha catturato parole, ci ha giocato un po' e quindi ce le ha restituite con una sfumatura aggiunta, che a noi era sfuggita fino a quel momento. 
L'ultimo esempio è quel magnifico Caccapupuccetto Rosso, che compare nel suo libro dedicato a differenti riscritture dei Cappuccetti. Un'altra delle sue magnifiche ossessioni... 


Sebbene ne Il Gigante non giochi con le parole, il caso vuole che le altre due cose che fa massimamente bene siano in questo libro a fare bella mostra di sé. 
Il passo della fiaba lo prende fin dal primo rigo e, fino a cinque parole dalla chiusa, va avanti dritto per il suo sentiero. Tocca tutti i punti nevralgici, come piacerebbe a Propp: l'eroe, la sua forza, il suo coraggio, la sua sete di avventura, la rottura di un equilibrio, l'allontanamento e poi le sue peripezie e alla fine un lieto fine. La principessa, il drago, il gigante stesso ecc. 
Per capirci, la fiaba è il testo. Le illustrazioni sono l'infanzia. Ossia, nelle immagini racconta un pezzettino di vita di un bambino. Chi conosce Orlando, a cui il libro è - ovviamente - dedicato, ne riconosce i tratti, i ricci e certi atteggiamenti eroici e sorride un pizzico di più di chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo, tuttavia va detto che dietro quell'Orlando ,che è un bambino vero, ci sono tutti gli orlandi e le orlande del mondo. 
Si tratta qui di raccontare l'intera categoria umana. 


Come accade spesso in Negrin, anche in questa storia il piccolo protagonista deve combattere e prendere le misure rispetto al mondo dei grandi. 
Si ricorderà la faccia del bambino che in Come? Cosa? che sente i suoi genitori sproloquiare di bonaccia di vento, nell'ultima pagina di quel libro in cui quello stesso povero ragazzino è stato sbatacchiato da continue raffiche crescenti, in lungo e in largo. 
O la frase dei due fratelli, incorniciati nel lunotto posteriore della Fulvietta azzurra in Bestie che, una volta rabboniti i genitori, non possono non concordare sul fatto che a volte i genitori sono proprio delle bestie. 
Ne Il Gigante l'ultimo misfatto che hanno commesso i grandi agli occhi del protagonista consiste nell'avergli dato una sorella e, a causa sua, di aver distolto da lui parte dello sguardo e dell'attenzione... 
Come ogni fratello maggiore - che che se ne dica - è piuttosto furioso del nuovo arrivo che non era nei suoi piani e così fugge a cercare altrove qualcuno che lo consoli, lo ami, lo trastulli, lo intrattenga. 



E chi meglio di una ragazzina in canottiera, vicina di casa, potrebbe distrarlo dal suo patire di gelosia? Tanto importante è quest'incontro che anche il peluche passa in secondo piano e può essere dimenticato nell'erba del giardino. 
Dunque ancora una volta Negrin racconta un'infanzia a cui viene riconosciuta alterità rispetto al mondo degli adulti, e quindi anche legittimità e autonomia di pensiero e azione rispetto a loro. Almeno fino a sera. 
Nessuna morale della fiaba, ovvero le sorelle neonate appena arrivate vanno all'istante amate! 
Dunque il testo di fiaba ci parla di un gigante, di una partenza avventurosa, di una principessa e via andare, mentre le figure ci parlano di un bambino che rassomiglia a Orlando. 
Quindi tra testo e immagine c'è un bel contrasto che si percepisce fin da subito e che crea un inevitabile quanto gradito (azzarderei, necessario), perché divertente, cortocircuito durante la lettura, per cui le parole vanno in una direzione e le immagini in tutt'altra. 
Ed ecco di nuovo il magnifico contrappunto, di cui si parlava che non è tanto
Qui, non solo è il sale della storia, ma ci offre spunti su un sacco di altri piccoli dettagli e lo fa, con noncuranza, tra le righe e tra i colori.


Uno su tutti: i bambini sono giganteschi e luminosi. 

 Carla

lunedì 27 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FRATELLINO E SORELLINA

Grillo
, Annet Schaap (trad. Anna Patrucco Becchi) 
La Nuova Frontiera junior 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Ogni storia a un certo punto comincia. 
Spesso è già cominciata prima di cominciare anche la storia di Eliza lo è, da tanto. 
Ma facciamo pure finta che cominci ora, qui: ora che lei sta guardando il mare con una coscia che brucia, lontano da casa, in un porto dove non è mai stata prima, in una cittadina dove non conosce nessuno."

Eliza, camuffata in un giaccone per lei molto grande e con un berretto in testa che ne nasconda i capelli lunghi, si fa passare per maschio. Adesso è con il suo fratello piccolo, Grillo. Insieme stanno cercando di sopravvivere in questo loro viaggio pieno di incognite verso le Bianche Scogliere. Lì vogliono andare perché lì c'è la soluzione alla loro solitudine perché è lì che ritroverà i suoi fratelli maggiori. 
Ma Eliza, con i suoi ultimi soldi, invece di comprare cibo per lei e Grillo si è fatta tatuare il nome degli altri suoi 5 fratelli, per l'appunto spariti un giorno nel nulla. Grillo non vuole più essere lasciato da solo e vuole essere rassicurato che tutto andrà bene. Ma è complicato per Eliza trovare un modo per raggiungere l'obiettivo: il mare è grande, grigio e sembra infinito. 
La prima cosa che va trovato è del cibo, ma l'unica possibilità è rubarlo. Poi va trovato un ingaggio su una barca con un capitano disposto a caricarsi due bambini male in arnese per andare così tanto lontano. 
Questa è l'avventurosa storia di una ragazzina che vuole ricomporre a tutti i costi la propria famiglia, salvandola dal sortilegio. Con lei c'è il piccolo Grillo, l'ultimogenito che lei ha allevato con amore fin dal giorno della morte di sua madre, che ha coinciso con la nascita di questo scricciolo balbuziente che nessuno tranne lei ha voluto con sé... 

Dentro Grillo convivono diversi libri: un'avventura, un romanzo di formazione, una fiaba. 
C'è il ritmo battente dell'avventura che rende la lettura così coinvolgente che si sente il bisogno di girare la pagina e andare per un altro pezzo in avanti. 
E poi però si percepisce anche chiara la sensazione del troppo pieno in testa tanto da rendere necessarie delle pause di decompressione e digestione di quanto si è letto. 
La densità emotiva, la complessità sono attrezzi del mestiere che Annet Schaap usa sempre con grande maestria. E con altrettanta maestria maneggia il perturbante (e direi la fiaba come registro ideale) che anche qui, come aveva fatto in modo molto convincente in Ragazze, si percepisce nella profondità del racconto. 
Come si diceva, la storia di Eliza e Grillo è cominciata ben prima che lei con lui si trovasse a girovagare per questo villaggio sul mare in cerca di un passaggio verso le Bianche Scogliere. E questa prima parte è un continuo susseguirsi di fatti, di cui il lettore apprezza l'imprevedibilità, si gode la tensione, si bea nella sorpresa e capisce il giusto e poco si chiede le ragioni profonde per cui tutto accade. E intanto mette da parte piccoli frammenti per la ricostruzione finale. 
Cosa c'è alla Bianche Scogliere che la spinge a mettere a rischio la vita del suo fratellino e la propria? Da cosa stanno fuggendo qui due? Perché è più importante un tatuaggio che la cena di entrambi? 
Di sorpresa in sorpresa è possibile seguire questi due nel loro percorso a ostacoli: tra bottegaie arcigne e inflessibili, tra sceriffi in cerca di successo, e maestre zelanti che dialogano spesso e volentieri con Gesù. E le sorprese non mancano neanche ai due protagonisti che sono sempre pronti a cambiare la propria rotta. 
Capitolo dopo capitolo, oltre a costruirsi con sempre maggiore chiarezza il contesto, entrano in scena i diversi personaggi che non abbandoneranno la scena fino alla fine. Un mondo variegato di caratteri, alcuni forse un po' prevedibili per un lettore più scaltrito, che vanno ad aggiungere la loro voce in un canto corale. 
Così come Annet Schaap ci ha portato in avanti partendo da un punto ics della storia, non certo l'inizio, così come ci ha presentato un per uno i personaggi più laterali, ma non per questo meno importanti, che Eliza e Grillo incontrano sulla loro strada, così a un certo punto inverte la rotta e ci porta all'inizio di tutto. La vita felice di una famiglia numerosa - 5 fratelloni e una sorella, l'unica femmina - una madre amorevole, al momento incinta del settimo fratello, un padre imprenditore e grande costruttore di strade ferrate sul territorio, ricco e, a suo modo, affettuoso. E poi tutto si frantuma in un attimo: la morte della madre, durante il parto dell'ultimogenito James detto Grillo, spacca in due la famiglia. Da una parte, padre e fratelli che lo ritengono responsabile di quella morte, e dall'altra, la sola Eliza, che decide di salvarlo e di prendersene cura, come avrebbe fatto sua madre. 
Un secondo disastroso fidanzamento del padre manda tutti a zampe all'aria (!) 
Quindi arriva il dolore, il lutto, la solitudine che agiscono sotterranei a sfasciare il resto. E su questo, come per magia ma neanche tanto visti i suoi precedenti letterari, Schaap decide di innestare la fiaba. Il contesto nordeuropeo, la solitudine, il dolore, il coraggio, la sfida, la morte, la prova e il sortilegio e la condizione femminile sono gli ingredienti che Andersen, maestro assoluto della complessità di vedute, ha messo nella sua struggente I cigni selvatici. E uno a uno si ritrovano anche nel Grillo. Accompagnano il lettore in modo discreto, senza troppo parere all'inizio - fatta eccezione per l'aluccia tenuta nascosta di Grillo, che ovviamente è lì come una piccola luce che rischiara il percorso, ma è anche un elemento che perturba le consuetudini. Nelle fiabe accade. 
Poi sul finale il complesso racconto fiabesco dell'autore danese prende la scena e non la molla più. Capisco che sostenere che una fiaba del genere possa essere assimilata al concetto di romanzo di formazione è un po' dura da mandare giù, ma davvero Schaap è in grado di farlo accadere.
Spesso gli innesti, o forse dovrei dire gli ibridi, danno ottimi frutti! 

 Carla

lunedì 13 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NOMEN OMEN: LA SOLITUDINE DEI NUMERI ULTIMI 

Adelmo che voleva essere Settimo, Daniele Mencarelli 
Mondadori 2025 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Adelmo vorrebbe correre coi fratelli, ma il fiatone gli spezza il respiro, ha le gambe troppo corte per andare allo stesso passo degli altri, è uno scricciolo di bambino, perso dentro pantaloni tanto più grandi della sua taglia. Quei pantaloni hanno camminato assieme alle gambe di tutti e sette i fratelli, da Primo a lui. Consumati e rattoppati, allungati e poi riaccorciati, ne avrebbero di corse e di avventure da raccontare! 
Col mento che trema per il pianto trattenuto a fatica, con passo da soldatino arrabbiato, Adelmo rientra in casa. 
'Sempre la stessa storia'." 

La storia è questa: Settimo figlio di Evelina ed Ernesto, il piccolo Adelmo viene sempre lasciato indietro dai suoi fratelli: Primo, Secondo, Terzo, Quarto, Quinto e Sesto. Ogni due anni un figlio e solo all'ultimo Evelina decide di dare un nome che è un nome più che un numero al neonato. Forse è questo che lo rende diverso agli occhi dei suoi fratelli che come possono lo prendono in giro, lo lasciano solo e lo accusano di essere il cocco di mamma, perché è quello che ha bisogno di più cure degli altri. 
Nella casa di Ernesto, valente muratore, e di Evelina, valente madre e massaia, non si naviga certo nell'oro, ma anche di fronte a qualche digiuno i due genitori sono bravi a non far mai perdere il buon umore a quella masnada di ragazzini. E anche quando la crisi si diffonde nel Regno della Pianura Piccola dove loro abitano, Ernesto riesce a stare a galla onorevolmente con il suo mestiere. A tal punto da potersi permettere qualche anno di scuola per il piccolo Adelmo. 
La morte improvvisa di Ernesto, però, cambia tutto. Una morte sul lavoro. 
I sei figli partono per cercare, ognuno, il proprio posto nel mondo e a casa restano solo Evelina, consumata dal dolore e dagli anni, e il giovane Adelmo che, oltre a prendersi cura della madre, lavora in campagna dal sor Fiorenzo, si prende cura dei suoi animali. 
Questa è la sua storia, la storia del suo viaggio alla ricerca dei sei fratelli da riportare a casa, perché la vecchia Evelina non vorrebbe proprio dover morire senza riabbracciarli tutti almeno un'ultima volta... 
Ma è anche la storia di Adelmo che parte ragazzo e torna uomo. 
Ma è anche e ancora la storia di uno che combatte contro la solitudine e la sconfigge! 

Tutti, ma proprio tutti, parlano di questo libro di Daniele Mencarelli come del suo esordio nel panorama dell'editoria per ragazzi. 
Le cose non stanno esattamente così. 
Più o meno un anno fa, a Natale, usciva il primo testo di Daniele Mencarelli per ragazzi: C'era questa donna. Un testo breve, illustrato magnificamente da Beatrice Bandiera, che quindi è diventato un albo illustrato. 
In quell'occasione Daniele Mencarelli, su suggerimento di Goffredo Fofi se non erro, aveva scritto e proposto un testo a orecchio acerbo. In quel caso, una natività di una donna africana in un bagno di un'area di servizio, sola e spaventata. Una santissima nascita annunciata - come quella ben più nota - non da angeli, ma da un uomo, anche lui di pelle scura che tutti considerano un matto, ma che non si è risparmiato di correre ai quattro angoli del mondo ad annunciare la lieta novella: è nato un bambino... Decisamente nelle corde di Mencarelli, se si conoscono i suoi magnifici romanzi con storie di persone che vivono, per ragioni diverse, sempre ai margini. Altri due 'invisibili' di Mencarelli. 
Se è pur vero che non si tratta di un esordio in piena regola, è pur vero che Adelmo che voleva essere Settimo è il primo romanzo di Mencarelli e quindi Mondadori che lo pubblica, lo annuncia come un grande evento. 
A parte queste spigolature, qui Mencarelli si cimenta effettivamente in un ambito che non è il suo: ossia decide di scrivere una storia che ha il passo della fiaba. 
Non esordisce con il consueto "C'era una volta", ma decide di cancellare ogni punto di riferimento cronologico, ambientando le vicende in un passato indefinibile con certezza, dove ci sono regni rivali, dove arrivano le carestie, dove si va a dorso di mulo, dove a raccontare è una giovane cantastorie. 
Come nel canone della fiaba anche qui c'è l'eroe (o l'antieroe, visto che a scrivere è Mencarelli) che ha una precisa missione da compiere, e per questo deve attraversare territori e superare prove per poi tornare al punto di partenza vittorioso e, naturalmente, cambiato! 
Quasi del tutto assente è l'aspetto magico: non ci sono fate o streghe, non ci sono oggetti fatati, c'è solo un fiume che si personifica per aiutarlo. Il magico, come sostiene la piccola Evelina, è proprio lui, Adelmo. 
Robusto è l'impianto: con uno schema che si ripete per quattro volte, sostanzialmente senza grandi variazioni: ricerca del fratello, incontro con il fratello, partenza con il fratello in cerca dell'altro fratello, prova diversa da superare, prova superata senza troppa fatica. 
E chiusura perfettamente rotonda tra inizio e finale. 
A onor del vero, va detto che tutto decolla e diventa meno routinario proprio a un terzo dalla fine, quando smettono i fratelli e arriva una prova di coraggio che ad Adelmo lo stende per bene. 
Forte è soprattutto il lato 'umano' della vicenda. Il protagonista, il piccolo Adelmo, che fin dalla nascita è segnato da un gesto di affetto materno, quel nome diverso dagli altri gli si ritorce contro come uno stigma. Lo rende, suo malgrado, un estraneo, tenuto lontano dai suoi fratelli maggiori, cui lui invece tende sempre le braccia. 
Io l'ho visto accadere e d'istinto ho preso le parti del più fragile: i più piccoli di un gruppo, gli ultimi in ordine di età e di altezza, sono sempre lasciati indietro dai più grandi. Devono sgomitare per farsi accettare. E qui il canone è perfettamente rispettato: snobbato dai fratelli, protetto dalla madre. 
Adelmo combatte la solitudine. Questo è il punto di partenza. Ma ha bisogno di armi per arrivare in fondo e vincerla. Così Mencarelli lo dota, per contraltare la sua apparente debolezza, di una serie di qualità, veri 'attrezzi' del mestiere, che lui - talvolta inconsapevolmente - usa per andare avanti nel mondo. 
In primo luogo è parecchio intelligente ed è più istruito degli altri. Ha in dotazione una forte dose di empatia, in particolare con gli animali (altri subalterni come lui), di cui capisce al volo i pensieri e che riempie di attenzioni, ricambiato nel momento del bisogno. E possiede un senso del dovere più alto di lui: più e più volte capita di vederlo farsi carico del peso del mondo o, quanto meno, del rischio in cui lui ha messo i suoi fratelli che decidono di seguirlo. 
Il senso del dovere e l'intelligenza gli offrono su un piatto d'argento la terza sua dote: il coraggio. Non è esattamente vero che lui parta fifone e torni coraggioso, perché già il solo fatto di decidere di incamminarsi verso l'ignoto a dorso d'asino in cerca di ben sei fratelli di cui non sa più nulla da tempo, lo si può considerare già una bella prova di coraggio.
Allora se da una parte sono la struttura e la costruzione psicologica del personaggio a convincermi, dall'altra ci sono invece un pugno di cose che mi hanno lasciata perplessa. 
E tutte hanno in qualche modo a che fare con la prudenza. 
Troppo a freno è tenuta la possibilità di 'sterzare' da un sentiero sicuro e benevolo. 
Sulla ragione per cui questo accada, provo dopo a fare un'ipotesi. Ma alla fine. 
Torno al colpo di sterzo: credo che lo scrivere debba muoversi in molte direzioni diverse e lo debba fare per costruire spessore, complessità e quindi senso. Una trama robusta che si riempie di eventi inaspettati, di prospettive differenti, di molteplicità di letture dei fatti sono elementi che tengono alta l'aspettativa e l'attesa, la curiosità e lo stupore, l'emozione e quindi l'attenzione nel lettore. 
Nel momento in cui Mencarelli decide di farlo accadere, uscendo dal sentiero, creando problemi seri all'eroe, oppure facendo entrare in scena qualcuno che un fratello non è, puntualmente il racconto lievita e si gonfia. 
Prudenza nei confronti dei personaggi: in particolare i fratelli che, a parte i diversi mestieri che svolgono, a parte la loro storia personale, sono agli occhi di chi legge quasi interscambiabili. E tutti molto - troppo - condiscendenti. È vero che loro - nell'economia della morale della storia - sono un blocco unico, ossia il tesoro da riportare a casa, tuttavia Mencarelli è uno che sa scrivere, sa osare e sa raccontare molto bene la complessità umana, quindi perché negarselo in questa occasione? Sarebbe stato bello vederli interagire tra loro nella diversità: giocare, litigare, prendersi in giro, volersi bene, discutere. Insomma, vedere un pugno di fratelli un po' più autentici e un po' meno ingessati nel loro ruolo di stazioni di passaggio lungo il percorso di maturazione del piccolo Adelmo. 
E adesso l'ipotesi sul possibile perché questo sia successo. 
Non è che per caso, tutto è dipeso dall'aver pensato troppo al lettore finale? 
Come se qualcuno, più avvezzo di Mencarelli a conquistare il pubblico dei più piccoli, gli avesse suggerito di non perderlo mai di vista il suo lettore bambino. Suggerendogli che forse i bambini è meglio tenerli lontani, un po' all'oscuro, dalla complessità del mondo e dalla difficoltà dei rapporti interpersonali, dalle troppe cattiverie, dalle troppe ingiustizie, da troppi inciampi, cercando invece di fargli solo vedere, come in una fiaba (!), dove sia il Bene, per farlo trionfare, per pacificare gli animi in cerca della tanto anelata morale della storia?
Forse.

Carla

mercoledì 8 ottobre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

A VOLTE BASTA UNA SCINTILLA


George ha tredici anni e convive con un grande dolore, la morte di suo padre un anno e mezzo prima, a causa di un incidente stradale. Il dolore è anche di suo fratello maggiore e di sua madre, ma quello che lo differenzia dagli altri componenti della famiglia è il fatto di essere stato presente a quella tragedia e di esserne stato un fortunato sopravvissuto. 
Tutto per gran parte del libro ruota intorno a questa condizione emotiva e affettiva e al tentativo disperato del fratello e della madre di alleviare una ferita che sembra non sanare e che ha fatto sprofondare George in un baratro dal quale sembra oltretutto non volere uscire. Ognuno si muove terrorizzato dal pericolo di ferire ulteriormente questo ragazzo che ha assunto agli occhi di tutti la consistenza di guscio di fragilissimo vetro e che si percepisce invece a sua volta come un blocco granitico dal quale non riesce a emergere alcuna emozione, tanto che neanche le lacrime sono riuscite a sgorgare nel momento successivo alla tragedia. 
Cosa invece a un certo punto sembra finalmente destare interesse in George? 
Un episodio di cronaca riportato dalla stampa locale: in una zona paludosa limitrofa un puledro fuggito è stato ritrovato completamente sbranato. Le ipotesi sono tante, da un puma del quale si favoleggiava già anni prima, fino a quella che attribuirebbe la fine del cavallo a una belva feroce di cui si sono saltuariamente registrati degli avvistamenti. 
Beh, tutti scherzano ammettendo di non credere che possa esistere una bestia simile, eppure… eppure orde di turisti si muovono alla ricerca di questa creatura feroce. George da bambino è stato molto interessato agli animali; la sua intelligenza brillante lo ha guidato alla conoscenza anche di specie poco note. Qualcosa in lui riemerge da quei ricordi e sembra stimolarlo a curiosare in quel posto, sebbene non proprio dei più confortevoli e rassicuranti. 
Suo fratello Jonathan vuole tentare l’impresa di un’intervista a un poeta che abita proprio da quelle parti, senza confessare quale sia la sua reale intenzione. George dichiara di volerlo accompagnare. 
Ma le cose non vanno come previsto e i due ragazzi si trovano a vivere una rischiosa avventura. 
La storia si svolge nel 1976 e questa scelta aiuta anche ad ambientare alcune situazioni che oggi, armati come siamo di cellulari e navigatori, sarebbe stato più difficile giustificare. Riusciamo ancora a perderci? Possiamo contemplare ancora un simile rischio? Ad onore del vero ovviamente anche ora potrebbe accadere (sarebbe sufficiente un luogo non raggiunto dal segnale o un cellulare completamente scarico), ma forse in un periodo storico in cui l’ipotesi stessa dello smarrimento era ammessa il senso di un racconto simile può essere diverso. E finire per acquisire quegli aspetti inquietanti eppure incredibilmente affascinanti che oggi riconosceremmo con maggiore difficoltà. Oppure potremmo dire che perdersi oggi, per un ragazzino di 13 anni e non solo, riuscirebbe a provocare un senso di smarrimento tale da bloccare qualsiasi iniziativa. 
Invece George si muove e il rischio in cui si trova e l’urgenza di fare qualcosa questa volta per primo e per quel fratello che tenta in ogni istante di proteggerlo da qualsiasi ulteriore sofferenza lo costringerà a rompere quella cortina di ferro che lo separa da tutti e non meno, ovvio, da sé stesso. 
L’elemento bestiale, malvagio e soprattutto nascosto e in agguato, si è sempre prestato a raccogliere, moltiplicare e trasformare storie che attingono alla parte dell’animo umano meno facilmente sondabile. E non può che venirmi in mente, tanto per citarne solo uno, La bestia dentro di Kevin Brooks.  
Ma qui l’approdo che Cinquetti sceglie è diverso. Nel romanzo di Brooks la mente del protagonista lega in modo claustrofobico l’intera vicenda narrata. Invece in qualche modo Cinquetti si accosta più felicemente al genere del “giallo”, preparandoci a una rivelazione che conferisce un senso differente a tutto quello che abbiamo fino ad allora letto. Sebbene non ci sia un’indagine e non si accenni in realtà neanche a un omicidio, la scrittura precisa e asciutta del romanzo apre pian piano la scena su una realtà che si è tentato inutilmente di nascondere. 
Come fosse un cadavere malamente occultato, buttato in acqua e che a un certo punto però riaffiora. Solo che qui l’elemento naturale che fa da detonatore è, neanche a farlo apposta, il fuoco. 
E a decidere con forza che non si può chiudere tutto dentro una cantina sarà semplicemente una scintilla. 

Teodosia 

"La bestia di Waltanna", Nicola Cinquetti, Pelledoca 2025 


lunedì 14 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RIVOLUZIONE IN CANTINA

Che ci importa di re Cetriolo
, Christine Nöstlinger (trad. Anna Patrucco Becchi) 
La Nuova Frontiera 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Noi abbiamo tutti chiesto cosa ci fosse in cucina, ma lei non ha saputo dirlo. 
Allora il nonno si è alzato e si è diretto alla porta della cucina. Anch'io, Martina e Nik lo abbiamo seguito. Abbiamo pensato che magari si fosse rotto un tubo dell'acqua o ci fosse un topo dietro la stufa a gas o un ragno molto grande. Di tutto ciò la mamma ha paura. Però non si era rotto nessun tubo e non c'era un topo, né un ragno e siamo rimasti tutti esterrefatti. Anche papà che ci era venuto dietro. Sul tavolo della cucina era seduto infatti un tipo grande all'incirca mezzo metro." 

Un tipo alto circa mezzo metro, con occhi naso e bocca, braccia e gambe regolamentari ma con la pelle (la buccia) e la consistenza, un po' gelatinosa, di un grosso cetriolo o di una zucca media: insomma una cucurbitacea che porta una corona in testa, guantini bianchi alle mani e parla una lingua comprensibile ma difettosa. 
Non è un semplice cetriolo, si fa per dire, ma è un re cetriolo, Kumi-Ori II della stirpe degli Scaligeri, che è stato cacciato dal suo regno, la cantina inferiore, ossia quella più umida e profonda, dai sudditi in rivolta. Ora è nella loro cucina, spocchioso come capita spesso ai sovrani, ma in cerca di asilo. Fino al momento in cui i suoi sudditi non verranno a riprenderselo, implorando il di lui perdono... 
Va da sé che un fatto del genere porta scompiglio nella routine di una famiglia normale: risveglia nel nonno il suo credo politico, da vecchio comunista, schierato contro ogni governo che non sia del popolo, nel piccolo Nik e nel padre una totale e assoluta infatuazione per il sovrano, asserviti entrambi a ogni sua richiesta e volere. La madre, la figlia quindicenne Martina e l'io narrante, il giovane Wolfgang, mantengono invece un sano distacco (se non addirittura ribrezzo, all'idea di tenerselo in braccio) nei confronti dell'intruso. 
Questo il racconto di quei giorni intorno a pasqua in cui una famiglia rischia di smontarsi, ma poi è capace anche di recuperare i pezzi perduti e ricomporsi, alla faccia di ogni monarchia assoluta! 

Christine Nöstlinger fino all'ultimo ha guardato nell'obiettivo di chi la stava fotografando con la sua faccetta monella. Monella sempre. 
Agli sgoccioli degli anni Ottanta fin ai primi anni del Duemila i suoi libri hanno circolato e sono stati sulla breccia. Il bambino sottovuoto, un libro che ha segnato una svolta e anche un'epoca e una generazione. 
Poi i suoi libri sono lentamente usciti dal cono di luce e solo da qualche anno sono riemersi nelle varie collane dei diversi che li avevano pubblicati all'epoca. Accanto a questi, La Nuova Frontiera Junior sta ritraducendo alcuni di questi titoli. 
Funziona così: l'agente per l'Italia di Beltz&Gelberg, Anna Patrucco Becchi, ne cura l'acquisizione dei diritti con l'editore italiano e poi li traduce anche. Essere capace a fare più cose, ha i suoi lati positivi... 
Che ci importa del re Cetriolo, all'epoca, 1989, fu pubblicato da Salani. 
In Germania, invece, fu pubblicato ben prima, nel 1972 e l'anno successivo vinse il Deutschen Jugendliteraturpreis, il premio tedesco più prestigioso che ci sia. E ancora nel 2013 fu oggetto di una bella polemica sulla scelta di chiamare il re cetriolo Kumi-Ori, un versetto di Isaia (peraltro ripreso in molti altri contesti, compresa una poesia di Celan che Nöstlinger cita come sua fonte originale) che significa letteralmente "sorgi e splendi" e che allude a Gerusalemme... 
Vabbè. 
Il libro, anche se non direi lo si possa accusare di essere un manifesto antisemita, ha però, a mio avviso, un' asperità al suo interno ed è meno semplice di come potrebbe voler apparire. Dietro la comicità di un cetriolo che è contemporaneamente anche re, c'è ben di più. 
L'asperità sta nel suo essere figlio di un'epoca ben diversa dall'attuale. Il politicamente corretto non è evidentemente stato un problema della Nöstlinger mentre lo scriveva, per cui volano ceffoni tra padre e figlio, come pure ci sono allusioni al canone di bellezza femminile che potrebbero essere discussi.  Per contro, per chi abbia più di 50 anni, si trovano invece citati meravigliosi reperti di archeologia materiale: dal nastro verde della macchina da scrivere in poi... Resta da capire che effetto fanno a dei ragazzini di oggi. 
E anche di archeologia politica si potrebbero dire cose. 
Ma anche per questo, vabbè: si storicizzi e si vada oltre. 
Seconda questione: la illusoria comicità della situazione che nasconde roba complessa. Al lettore viene chiesto uno sforzo di interpretazione non così scontato. Se da un lato la storia del cetriolo è comica e surreale quel tanto che basterebbe a un ragazzino di otto anni per poterci ridere sopra allegramente, dall'altra mette giù una questione ben più complessa, ossia lo smontaggio di una famiglia, la crisi delle loro relazioni reciproche, che avviene in nome della comparsa di un cetriolo sul tavolo di cucina. 
La Nöstlinger ha sempre giocato duro in questo senso. Con Il bambino sottovuoto, ossia un ragazzino liofilizzato arrivato per posta alla donna sbagliata (?) si mette giù in realtà un temone bello peso. 
Qui succede una cosa analoga. 
Paradossalmente, da quando il cetriolo scompare dietro la porta della camera del padre che lo asseconda, lo nutre e protegge, con solo il piccolo Nik dalla sua parte, di lui si smette di parlare in chiave comica, mentre invece a venire in superficie è la difficoltà che sta attraversando la famiglia Hogelmann, la grande distanza che tiene lontani i genitori tra loro e il padre con i due figli più grandi. 
Per tutto il tempo della lettura ho pensato questo: Kumi-Ori è in definitiva un granello, un corpicino estraneo, che fa inceppare i meccanismi di ragionamento di un brav'uomo e lo spinge in una direzione fasulla. Nella vita vera non ci sarebbe un cetriolo a farlo deragliare, ma magari ci potrebbe essere comunque una circostanza o un incontro che potrebbe far deviare verso una direzione sbagliata il percorso che il brav'uomo aveva scelto per sé e che condivideva con il resto della famiglia. 
Ma siccome la Nöstlinger è la Nöstlinger anche in questo libro, intorno alla questione principale, bella pesa, se ne intrecciano varie altre che hanno il compito alleggerire e dare brio alla lettura e nel contempo, senza parere, dare spessore ai protagonisti: una scolastica, quella di Wolfgang, una amorosa, quella di Martina, una politica, quella del nonno, una sociale.... e soprattutto, ancora una volta, il mondo dei grandi viene salvato dai ragazzini! 

Carla

lunedì 9 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CONFINE

La ragazza pesce, Søren Jessen (trad. Eva Valvo) 
Camelozampa 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Frede allunga la mano verso la scatola di biscotti. 
'No, adesso basta' dico tirando la scatola a me. Non dobbiamo fare lo stesso errore dell'aranciata. I primi tempi ne abbiamo bevuta troppa. Non pensavamo di rimanere soli così a lungo. Ma ormai non possiamo farci più niente. Ci accontenteremo dell'acqua. Di quella ce n'è ancora un sacco. 
'Quando tornano mamma e papà?'." 

Sono in casa da soli, fratello e sorella. Da giorni. Hanno un po' di scorte con loro. Ma non più molta roba. Senza corrente, con un generatore che non parte. Segregati in casa perché fuori c'è solo acqua: piogge infinite e il mare in tempesta che ha sommerso tutto. La loro casa, costruita in cima alla collina, sembra resistere. Ma per quanto? 
Questo è quello che c'è all'esterno. 
Ma invece all'interno della loro casa qual è lo scenario? Sotto il tavolo da pranzo, un rifugio nel rifugio, ammesso che la loro casa possa essere considerata un un luogo sicuro, il piccolo Frede sta giocando con i suoi animali giocattolo, le sue macchinine e Bruto, il brachiosauro del cuore.


Il suo gioco ha qualcosa di apocalittico: macchine che fanno incidenti a catena, l'enorme pupazzo di Bruto che piomba sugli altri inermi animali della fattoria... Poi arriva l'ora di cena, scatolette dalla dispensa, che la sorella prepara sulla bombola a gas, sperando che lui mangi. Frede è troppo magro per la sua età, lo dice anche il dottore, e poi spesso ha crisi in cui l'unica cosa che riesce a fare e sbattere la testa contro il muro o il pavimento. Ma adesso sembra tutto sotto controllo. Poi arriva l'ora di andare a dormire nel lettone, adesso vuoto, perché mamma e papà non sono lì a occuparlo. 
Ma quando tornano?... 

Quel grande azzurro e tutta quell'acqua che attraversa e riempie l'intero racconto ricorda quello di un'altra storia: Il sogno del Nautilus scritta da David Almond e illustrata da Dieter Weissmüller. In entrambi i casi siamo davanti a due scenari sottomarini e soprattutto postapocalittici. 
Il mondo intero è sprofondato negli abissi. Il Tower Bridge è attraversato dai delfini nel Sogno del Nautilus, qui i banchi di pesce azzurro attraversano quando il semaforo è verde. 


Ma a parte questa somiglianza negli scenari sottomarini, con una qualità di segno che li distanzia, e una varietà di linguaggi che Jessen persegue anche a scopo contenutistico, al contrario di Weissmüller, che resta molto più fedele al canone classico dell'albo illustrato. 
La varietà e la maturità di Jessen nel saper dosare testo e immagine, nel saper decidere chi far parlare con voce più alta, di pagina in pagina, se l'immagine o il testo (o ancora come disporli reciprocamente nelle pagine) è forse la qualità che per prima colpisce. Un bel contrappunto nelle prime pagine con il disegno di un mare in burrasca e solo poche parole che rassicurano e raccontano di una tranquillità casalinga (anche i biscotti di mamma sono citati).
Ma non posso negare che è altro quello che mi interessa mettere a fuoco. 
 Da un lato, il rapporto tra fratello piccolo e sorella grande che se ne prende in carico la cura. 
Immediatamente dopo mi pare interessante che i genitori non ci siano e punto. Non sono morti, molto semplicemente non sono lì con i due bambini. Nessuna spiegazione in merito, solo il vuoto che hanno lasciato nelle loro vite. Per sempre? Per un po' di giorni? Non è dato saperlo 
Ecco, il non sapere, o meglio il non dire è l'altro pregio nella scrittura di Jessen. 
Talvolta si dilunga, ma più spesso tace su un sacco di questioni e richiede ai suoi lettori uno sforzo immaginativo non indifferente. In questo caso c'è da capire che cosa effettivamente stia capitando in quella porzione di mondo, e ulteriormente ciò sta capitando solo in quell'isoletta o coinvolge l'intero pianeta? Da quanto sta succedendo quello che sta succedendo? Libertà di interpretazione quasi assoluta per il lettore. 
Lo stesso finale, su cui si deve necessariamente tacere, avviene nell'assoluto silenzio del testo.
Solo un suono ci guida. Bella idea. 
Nella stessa relazione tra fratello e sorella si percepiscono piccole sfumature emotive che ci permettono di ipotizzare che questa ragazzina stia - suo malgrado - provando a gestire una situazione molto più grande di lei e che cerchi di farlo al meglio, provando a mantenere salde le poche cose che legano entrambi alla vita di prima: le loro abitudini. 
E qui entra in gioco un'altra qualità di questo racconto, ossia la costruzione della relazione tra fratelli che, qui davvero esasperata dalle contingenze, resiste ad ogni pressione. Si percepisce con chiarezza che la maggiore sta cedendo, ma decide e sa che non deve mollare, e che il piccolo, per parte sua, dimostra di essere capace di fermarsi sempre a un passo dal diventare ingestibile. 


Sono magnifici nel loro fare 'pacchetto di mischia' di fronte al grande problema che entrambi hanno al momento. Per questo sono stati capaci di costruirsi un loro ménage alternativo a quello che dovrebbe essere quello consueto. 
Sullo sfondo un grande non detto, ossia il senso di privazione. E non solo quello dato dall'assenza dei genitori, ma anche di tutto il resto: dal cibo all'energia elettrica (ricorda qualcosa?). 
Quante e quali sono effettivamente le cose di cui non è proprio possibile far a meno per sopravvivere? beh, su questo ci sarebbe un monte di cose da dire. E un monte di esempi da portare. 
E così in qualche modo si ritorna al punto di partenza, ossia a quella commistione di assolutamente straordinario e di altrettanto assolutamente quotidiano che convivono sulle pagine dello stesso libro, della stessa storia. Quanto è sottile questo confine? 
Verrebbe da dire grosso quanto lo spessore di una parete ed esile quanto la sottigliezza di una finestra...

Carla

mercoledì 12 marzo 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA PENSA UN FRATELLO 


C’è una questione sul bullismo che viene raccontata poco, ed è: come vivono gli amici, i genitori, i fratelli delle vittime. 
Cosa pensano? Come agiscono? Cosa dicono? Cosa sentono? Cosa vedono? 
Ecco, è quello che ho pensato leggendo L’unica via d’uscita di Oskar Kroon, autore svedese per ragazzi. 
La storia è narrata da Kaj, fratello minore di Krister, un ragazzino occhialuto, solitario e studioso. Krister è continuamente preso di mira da Sacke e dalla sua squadretta di amici. Kaj e Kristen condividono la scuola, la passione per Star Wars, la mancanza della mamma. 
Il libro è costruito con un classico climax ascendente in cui l’arroganza e la cattiveria di Sacke spingono la narrazione tanto quanto l’impotenza di Kaj e della sua amica Naima di fronte all’inazione di Kristen. Sacke si spingerà tanto avanti da arrivare a un punto di non ritorno, costringendo tutti ad agire in modo scomposto, come avviene quando ci si trova non più sotto un sasso che rotola, ma sotto una valanga. 
Diversi sono gli aspetti interessanti introdotti da Kroon.
Il primo è l’ambientazione: non è certo la Svezia di un immaginario stereotipato quella qui descritta, anzi, i luoghi sono ostili, disturbanti. D’altro canto fin dall’incipit del libro, Kroon ci toglie ogni dubbio: 
“Era tutto così triste. Con il fango e il freddo e tutte le cose che non servivano. Tutti gli oggetti che venivano buttati in un mucchio nella discarica, oppure venivano schiacciati in un container blu.” 
La discarica infatti è uno dei luoghi protagonisti, che fa da riparo a Krister: luogo di scarto e di creazione, luogo di periferia e da cui partire. 
La neve sporca, il fango della primavera che a stento avanza, la discarica, tutto ciò unito a quell’epiteto “topo di fogna”, che in modo alternato andrà di bocca in bocca, che passerà dal carnefice alla vittima, come fossimo davanti a un loop linguistico che non può essere risolto, proprio a testimoniare come guerra chiama guerra. 
Ed è qui l’altro punto interessante che Kroon descrive in modo molto realistico, ossia l’idea di vendetta. Piano piano nella mente di Kaj e Naima, angosciati dall’inazione del fratello, nasce l’idea di vendicarsi. Le vendette muovono azioni strane, spesso scomposte, è un attimo passare dalla parte della ragione a quella del torto: di questo fanno esperienza Kaj e Naima e il paradosso è che di nuovo è Krister a farne le spese. 
Kaj racconta della tristezza nel vedere il fratello sottomesso, suo fratello maggiore, allo stesso tempo cova rabbia e rancore, ma non ha gli strumenti per aiutarlo, è piccolo: Krister continua stoicamente a sottrarsi allo scontro diretto e Kaj non capisce. A un certo punto tutti stanno male e stanno tutti male in modo diverso, anche il padre coi suoi vani tentativi di venire a capo del comportamento dei figli. 
E’ proprio in questi passaggi che il libro scende in profondità e tocca il lettore. Perché Krister parla poco in tutto il romanzo, è tutto un racconto di Kaj che, portato all’esasperazione, si chiede perché il fratello sia così tanto strano. 
Perché è goffo? Perché non ha amici? Eppure loro due, i fratelli Kaj e Krister, venuti su a Moomin (il libro è pieno di riferimenti al mondo e ai libri della Jansson), sanno che ognuno ha diritto a essere ciò che è, e che non c’è bisogno di spiegarle certe cose. 
In questo lungo racconto di Kaj, ogni tanto si sente il bisogno della voce del fratello bullizzato. E questa mancanza, voluta e sottolineata dall’autore, è proprio ciò che manca ai suoi cari, la voce di Krister non c’è, lui continua a vivere subendo, e come Kaj, anche noi perdiamo la testa chiedendoci continuamente perché. 
Un evento catastrofico accade, una catarsi si potrebbe dire, dopo la quale il fumo che si era alzato, comincia a calare su tutti gli eroi tragici di questo atto, portandoci a una fine illuminante. 
La natura arriva, arriva sempre ed è salvifica. Ci sono questi fiorellini, che si chiamano anemoni dei boschi, che a un certo punto fioriscono, anche se c’è ancora neve sporca anche se il tuo mondo è bruciato un po’. 
E’ un libro sul bullismo, sì. Ma è soprattutto un libro sulla ricostruzione, sul richiamo della natura che timida appare, sull’amore tra fratelli. 
Un libro per chi ha 11 anni o anche di più. 
Kaj e Kristen la sera leggono I fratelli Cuordileone, della Astrid Lindgren, che per me è il suo capolavoro. Racconta la storia di due fratelli che si salvano in tutti i mondi che oltrepassano. Che è esattamente quello che hanno fatto Kaj e Kristen. 

Valentina 

"L’unica via d’uscita", Oskar Kroon, trad. Samanta K. Milton Knowles, Terre di Mezzo, 2024

mercoledì 15 gennaio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MANO NELLA MANO


Io guardo ad Heidelbach come a una divinità mentre a Könnecke come a un vicino di casa, per questo mi sembra perfetto questo quattro mani con Carla, che Heidelbach me l’ha fatto conoscere lei. 
Questo libro inizia come un film horror coi fiocchi con la leggiadra mano di Ole: una famigliola felice, mamma e papà che stanno per uscire e i due pargoli, Boris e Celeste che, mano nella mano, sulla porta di casa li salutano felici. 
Boris è pettinato bene, Celeste è a piedi nudi. 


I piedi nudi non fanno mai presagire quiete e calma. La prima battuta di papà è rivolta al nostro fratellone: “Fai il bravo con tua sorella, Boris” 
Perché papà dice a Boris di fare il bravo, mi chiedo. Ma ha visto i piedi nudi di Celeste? Ha visto? Forse Boris si vuole vendicare di tutte le malefatte di Celeste? 
La mamma aggiunge: “Sul tavolo in cucina ci sono sogliola e spinaci.” 
Sogliola e spinaci? Ma io dico questi due conoscono i loro figli? Temo di no. 
Giriamo pagina e infatti.


Nelle due pagine successive niente Heidelbach, nemmeno un segnetto piccolino, tutto Könnecke col suo tratto magistralmente pulito e precisamente espressivo. 
La tensione sale per noi lettori, perché se arriverà Heildelbach, e arriverà, chissà come la prenderanno i due frugoletti. 
La serata dei due fratelli rotola velocemente verso la storia della buona notte che sarà, eccerto, una storia da brividi. Ci siamo. 
Da questo momento in poi il libro ha una tavola a sinistra di Heidelbach e una a destra di Könnecke. Boris racconta storie sempre diverse, ma Celeste non sembra per niente toccata, anzi. Lo scambio di battute tra fratello e sorella è veloce, lampante, sbalorditivo. 
Tanto a sinistra il tempo pare fermo e fiabesco, così a destra il ritmo è incalzante e imprevedibile. 
Con pochi dialoghi Könnecke riesce a raccontarci esattamente come sono Boris e Celeste e qual è il loro rapporto: Boris è al bivio che lo porterà nel giro di poco nel mondo degli adulti, è agli sgoccioli dell’infanzia, Celeste invece è nel pieno dell’esplosione bambina: pare ascolti Boris e invece va a chiedergli di un particolare (apparentemente?) insignificante, improvvisamente si mette a saltare, a urlare, a giocare, piange, ride a crepapelle, si intenerisce è incontenibile nella sua imprevedibilità. 


Boris ha un obiettivo chiaro e preciso, Celeste sguscia via ogni secondo: due infanzie ben diverse raccontate in modo magistrale e divertente. 
Boris alza sempre più il tiro delle sue storie, lasciandosi alle spalle la paura di non far addormentare la sorella, ma raccogliendone la sfida (questo fanno i fratelli!). Tanto più lui diventa davvero il maestro dell’horror, tanto più lei si stacca dalla realtà per entrare in pieno nel mondo della sua fantasia. Boris e Celeste lottano a colpi di storie e alla fine Celeste avrà l’ultima parola: si sono divertiti in questa lotta. 
Continuo a pensare, Carla, che Boris e Celeste siano un po’ come Könnecke e Heidelbach e che anche loro si siano divertiti. 
Ma ci siamo divertite anche noi. Vorrà dire qualcosa? 

La genesi di questo libro nasce nella testa di Nikolaus Heidelbach e nasce dalla constatazione di una rivalità, un po' simile a quella tra Boris e Celeste, che di fatto esiste tra i due autori. 
Si conoscono e si stimano da più di vent'anni, ma le loro storie, i loro libri sono in qualche modo in competizione. Sempre. 
Condividono un genere - il libro illustrato - e un pubblico - i bambini. 
Così un giorno Heidelbach ragiona sul fatto che sarebbe divertente mettere sulle pagine di uno stesso libro la loro competizione. Suggerisce un soggetto all'amico Ole: un fratello maggiore racconta storie a una sorellina, che però si annoia. A questo punto Ole corregge di poco il tiro, suggerendo all'amico che le storie raccontate dal fratello maggiore siano tutte storie di paura. I due si mettono a lavorare in parallelo: Heidelbach aveva già un testo, ma quando gli arriva quello di Könnecke il suo si accartoccia e si butta da solo nel cestino. 
La cosa che convince entrambi a mettersi vicini sulla pagina è il senso finale dell'intera storia, ossia l'innegabile piacere che si prova nell'aver paura. Sensazione che i grandi sembrano voler negare, ma che invece i ragazzini cercano come l'aria. 
Se questo è lo scheletro, è inevitabile che a uno tocchi l'aspetto perturbante e all'altro la comicità della situazione. In questo senso, Heidelbach, ha dichiarato, si sente molto riconoscente nei confronti dell'amico e del suo testo così ricco, per il materiale così vario che gli mette a disposizione: fantasmi, animali giganti, figure deformi, creature che stanno nell'ombra, piante carnivore, draghi figure di pietra inquietanti, dame senza testa. E via andare... 
Così come si è creato uno felice scambio tra Colonia e Amburgo, così altrettanto naturalmente ne è nato uno tra Cantù e Roma. Io, per storia personale e affinità elettive, scrivo di Heidelbach e delle sue creature ad acquerello, ossia guardo solo le pagine di sinistra che, già solo a vederle affiancate, stridono un bel po' con il fumetto che occupa quelle di destra. A destra, un costante cicaleccio, a sinistra invece incombe il silenzio, un silenzio pieno di presagi. 
Si susseguono le tipiche immagini 'frizzate' di Heidelbach nell'istante prima che qualcosa succeda. 


La bambina sul ponte di corda ha davanti un fantasma, ma la cosa che più terrorizza, ovviamente non è il fantasma, ma è quella lama di coltello luccicante che la ragazzina brandisce volitiva. Cosa potrebbe tagliare? Le corde del ponte o il tessuto bianco del fantasma? 
Ecco, l'Heidelbach che conosciamo e amiamo e che tanto solletica i ragazzi e tanto destabilizza i grandi. Quel suo dono innato di saper essere, con un segno serissimo e sapientissimo, ironico, addirittura comico, ma nel contempo inquietante. Indubitabilmente attraente. 
Se Könnecke gli offre con il testo un rospo gigante, Heidelbach se lo immagina incombente e silente alle spalle di una ragazzina, così piccola che ha bisogno di uno sgabello per cuocere la sua padellata di zampe di rana... ignara. 
Per ogni tavola, si rinnova il perturbante, molto più che la paura pura, che si percepisce nell'immagine nel suo complesso, ma che spesso trova conferma negli sguardi in tralice dei protagonisti in scena: uno su tutti quello della principessa in posa che di quel bel fiore rosa, citato nel testo, avverte la potenziale e imminente pericolosità. 
Ah, Heidelbach e questa sua straordinaria capacità di lavorare sul dettaglio, su quell'angolino che nessuno aveva notato, per creare il brivido: un cubetto di ghiaccio lungo la spina dorsale, qualsiasi cosa disegni. Altro che i racconti di Boris che non incantano neanche Celeste... 
Quella bambina che nuota ignara di ciò che la profondità dell'acqua nasconde, è lui stesso a raccontarlo, ha qualcosa di orrorifico ma anche di molto sensuale: il modello ispiratore, per questa immagine in particolare, ci dice Heidelbach, è stato un film degli anni Cinquanta che in Italia è uscito con il titolo Il mostro della laguna nera. Va da sé che l'autore tedesco ne consiglia caldamente la visione... 


E dunque Valentina cara, mi pare così inaspettato e nello stesso tempo divertente essere qui a scrivere a quattro mani con te di uno dei miei autori preferiti che si è messo in coppia con un altrettanto amato autore, che qui, solo apparentemente, fa la parte di quello "lieve" e "scanzonato", ma al contrario si dimostra ancora una volta un profondo conoscitore delle emozioni che attraversano l'infanzia. E non solo. 
Dunque: divertimento e sorpresa, per questo pezzo di strada che facciamo assieme, credo abbiano guidato anche quei due. Così diversi nei loro linguaggi figurativi, così diversi nei loro testi eppure felicissimi di essere assieme. Un po' come capita a quei due fratelli così agli antipodi, eppure imprescindibili l'uno per l'altra e viceversa. Così come il "mio" Heidelbach, si sente riconoscente nei confronti di Könnecke per quel testo così stimolante e divertente, e per quei disegni così pieni di tenerezza e attenzione per l'infanzia, così io ti sono grata di aver accettato, in quel giorno di metà novembre in cui mi whatsappavi Heidelbach secondo me è tuo, di scrivere questa recensione a 4 mani. 
Chiuderei così: Könnecke e Heidelbach han dichiarato che se non fossero stati assieme mai ce l'avrebbero fatta. Possiamo pensare lo stesso di noi? 

Valentina & Carla 

"Niente draghi per Celeste", Nikolaus Heidelbach, Ole Könnecke
trad. Chiara Belliti, Beisler editore 2024

lunedì 6 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E' SEMPRE VERO

I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"La donna avvicinò il viso tondo e triste al finestrino dell'auto. 'Fate i bravi' si raccomandò. 
'Capito? Voi piccoli state a sentire Dicey. Capito?' 
'Sì, mamma' risposero. 
'Allora va bene.' Si mise la tracolla della borsa sulla spalla e si allontanò, ciabattando con i sandali che avevano i cinturini rotti, i gomiti ben visibili attraverso i buchi del maglione troppo grande, i jeans scoloriti e sformati. Quando la sua sagoma scomparve tra la folla dei clienti che si accalcavano al centro commerciale quel sabato mattina, i tre bambini più piccoli si sporsero istintivamente in avanti, verso i sedili anteriori, dove stava seduta Dicey. Lei aveva tredici anni ed era capace di leggere le cartine stradali. 
'Perché ci siamo fermati qui?' chiese James. 'La spesa l'aveva già fatta. Non c'è motivo.' James aveva dieci anni e pretendeva che tutto avesse una chiara motivazione. 
'Non lo so. Hai sentito anche tu quel che ha detto, no?' 
'Lei ha detto solo "adesso ci fermiamo qui" ma non ha spiegato perché."

Questo è l'inizio della storia di questi quattro fratelli, i Tillerman: Sammy di sei anni, Maybeth di nove, James di dieci e Dicey, tredicenne. 
La loro madre si è appena allontanata dalla macchina. Si è diretta verso il centro commerciale, ma da loro non è più tornata. I quattro ragazzini, prima aspettano, ma con il passare delle ore, realizzano che qualcosa deve essere successo e che da questo momento in poi se la devono cavare da soli, o per meglio dire, sono passati sotto la guida della loro sorella maggiore. 'State a sentire Dicey', è stata l'ultima indicazione della madre, l'ultima frase cui appendersi... 
Quella mattina erano partiti tutti per andare a Bridgeport dalla zia Cilla, una prozia che forse li avrebbe potuti aiutare. Lei è l'unica parente che ha mantenuto un contatto con loro: una cartolina a Natale, tutti gli anni. Ma poi in quella fatidica mattina qualcosa è andato storto. Adesso Dicey, con pochi dollari in tasca, si trova sulle spalle la solitudine e la responsabilità dei suoi fratelli. Piuttosto che cercare aiuto tra gli adulti, con il terrore che, in assenza di madre, li possano dividere, decide di mantenere il progetto originario, quello di andare a Bridgeport. 
Ma a piedi. 
Questo è il loro lungo viaggio attraverso la provincia americana, dal Connecticut al Maryland, tra parenti e gente sconosciuta, tra brave persone e malviventi. Sempre con una manciata di monete in tasca. 
Questo è il loro modo di misurare se stessi, di imparare a cavarsela, il loro modo di fare i conti con la realtà, a volte anche molto dura. 
Obiettivi da raggiungere: fare squadra e trovare finalmente un po' di serenità e un posto dove potersi sentire di nuovo a casa. 
Riuscire finalmente a provare il senso di appartenenza, senza il quale si vive maluccio.

Questo libro ha più quarant'anni e più di quattrocento pagine. 
Cynthia Voigt lo ha pubblicato, con il titolo Homecoming, nel 1981. Ambientato nell'America dei primi anni Settanta restituisce in pieno la temperie di quegli anni e  delle storie on-the-road. Nella letteratura per ragazzi sono innumerevoli gli esempi e tutti - necessariamente - devono partire da un elemento determinato e comune: la solitudine, l'abbandono, la fuga, la scomparsa di tutti i punti di riferimento su cui di solito un ragazzino - qui quattro fratelli - può fare affidamento: gli adulti, o per meglio dire, una famiglia, quale che sia. 
Cynthia Voigt si inserisce alla perfezione nella cornice di storie del genere. 
Dalla riga cinque già si intuisce che quella madre è in difficoltà. Quel suo abbigliamento sdrucito, quel suo sguardo triste, quella sua frase sibillina sono tutti segnali che la direzione che la storia sta prendendo è quella di un abbandono. 
Ci siamo. La storia on-the-road può cominciare. 
Il passo successivo, nei romanzi di bambini soli diretti chissaddove, prevede la costruzione e il relativo crescendo del lato avventuroso della vicenda. 
Il modello prevede, di norma, diverse prove da superare, attraverso le quali i protagonisti crescono, consolidano il loro coraggio e la personale consapevolezza e soprattutto misurano la complessità della realtà e delle relazioni interpersonali. 
E anche in questo, I Tillerman rispetta il canone. 
E allora dove si trova l'originalità? In due cose principalmente: nelle cento pagine finali e nella compattezza che questa piccola squadra dimostra di avere per arrivare a vincere. 
La bellezza dei Tillerman non sta tanto nel loro avventuroso viaggio, quanto piuttosto nel loro essere i Tillerman. Nessun Tillerman escluso, si intende. 
Lo spessore del libro si percepisce proprio in questo loro diversissimo modo di reagire agli eventi. In tale prospettiva si costruisce, pagina dopo pagina fin quasi alla fine, lo spessore dei personaggi. Si impara a conoscerli e a familiarizzare con loro. Si impara a capire cosa stiano cercando, si apprezza la differenza di percorsi che scelgono per arrivare all'obiettivo comune. 
Ognuno di loro si distingue rispetto alle situazioni: si passa dalla mitezza di Maybeth che viene scambiata spesso e volentieri per stupidità, alla lucidità del pensiero di James, che ogni mattina si sveglia e pronuncia la frase è sempre vero, passando per il grande senso pratico e la determinazione senza scrupoli di Sammy, che lo porta più volte a un millimetro da guai seri. E poi c'è Dicey che tiene in mano il loro destino comune, dimostrando di saper governare con sapienza la barra del timone. Anche in senso letterale... 
Si susseguono i fatti, si generano le singole strategie di reazione. Di volta in volta, esse si intrecciano generando trame e situazioni sempre differenti. E con lo scorrere del tempo le loro relazioni interpersonali mutano, ma inevitabilmente si consolidano. E il risultato finale è un pacchetto di mischia invincibile. 
Due parole ora sulle cento pagine finali. Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! 

Carla

mercoledì 17 luglio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ROCAMBOLESCAMENTE CANE 


È raro che un libro che racconta di tossicodipendenze, di malattia e infine anche di morte, di abbandoni, di povertà e di violenze possa risultare così divertente. (A parte quelli di Marie-Aude Murail che in questo è Maestra). 
Con Vita da cani questo succede. Ed è solo merito di Basse, un cane “con la pancia cascante e gli occhi tristi, e una delle zampe posteriori zoppica un po”
Eccolo qui, Basse, parole sue. 
E poi manco si chiamerebbe Basse perché lui, come pare tutti i cani, si dà dei noni che cambia quando si stufa. Ora in effetti si chiamerebbe Reginald Birger El Nachos Bigdog IV…se solo gli umani certe cose le capissero… 
Comunque Basse (Reginald) è il nostro narratore: simpatico, super ironico, Amico con la a maiuscola, molto saggio, determinato, intelligente e coraggioso, con una imbarazzante debolezza per le coccole ben fatte, per i cuscini comodi e per la pizza quando avanza, ma capace di analizzare ogni situazione seguendo odori (anche la paura ha un odore) ed esperienza di vita, sempre pronto ad affrontare qualsivoglia complicazione. 
Le complicazioni in questa storia sono assai, anzi pare proprio che sulle complicazioni si regga tutta la vicenda. Sulle complicazioni e su Basse (Birger). Credibili o inverosimili, le complicazioni crescono insieme al racconto. 
Il fatto è che Basse (El Nachos) è il cane di un tossico, Kjell il tossico. E Kjell il tossico, per quanto simpatico, è pur sempre un tossico e dunque sta sempre nei guai: un furto, una fuga, una crisi di astinenza, un espediente, un’idea geniale per svoltare che poi tanto geniale non è. Basse (Bigdog IV) è sempre lì pronto a fronteggiare l’imprevisto perché pure quando pare andare tutto strabene, quando sembra rimettersi tutto in equilibrio e si fanno discorsi da adulti consapevoli e quasi sdolcinati, ecco che le cose si complicano nuovamente. 
Ma il vero imprevisto in questa storia è davvero peso: a Kjell e Basse capita uno di quei fatti della vita, di quelli che o abbandoni e ti distruggi per sempre, oppure prendi forza e vai. 
Dunque, una storia che racconta cose per cui ci si aspetterebbero lacrime e disperazione alle pagine pari e condanne e buoni consigli alle pagine dispari e invece gli ingredienti di questa storia sono ben altri: 
1) un quadrupede che è un Amico determinato e sapiente 
2) una voce narrante capace di portare la nostra immaginazione tra le ossa, i peli, il naso e le zampe di un cane. Vista e odorata da questa altezza, la vita può offrire diversi aspetti divertenti. 
3) un intreccio narrativo vivacissimo, a tratti iperbolico ed ecco che questa storia diventa davvero una bella storia. 
Arne Svingen è autore norvegese, molto letto e molto premiato in patria dove ha pubblicato più di 100 titoli, moltissimi per ragazzi. In Italia ne abbiamo visti arrivare tre: Macchia nel 2007 per Salani ma ormai è fuori catalogo, La ballata del naso rotto pubblicato nel 2019 da La Nuova Frontiera junior e ora Vita da cani per lo stesso editore. I due romanzi hanno evidenti punti di contatto: i guai, l’amicizia, le dipendenze, l’ironia. Entrambi sono ben calati in uno spaccato di società assolutamente reale. 
Come molti e molte di coloro che scrivono dal nord Europa, Arne Svingen sa raccontare le esperienze più dure della vita con una leggerezza che non toglie nulla né alla realtà né all’immaginazione. Anzi gli consente una schiettezza di sguardo che altri autori (quelli preoccupati di dare indicazioni su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato) non riuscirebbero a sostenere. 
Per lettori dagli 11 ai 13 anni: una realtà fatta di spacciatori vendicativi e di assistenti sociali troppo ingenue (o troppo sagge?), di fratelli sinceri e di ladri traditori, di bugie improvvisate e di verità che salvano, di madri alcolizzate e di un cane, Reginald Birger El Nachos Bigdog IV anche detto Basse, che è davvero molto molto simpatico. 
Un Amico. 

Patrizia 

"Vita da cani", A. Svingen, trad. di Lucia Barni, La Nuova Frontiera 2024