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lunedì 12 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

JUANA MARIA

L'isola dei Delfini Blu
, Scott O'Dell (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Il volto di Matasaip era fermo e duro come la pietra. Aveva smesso di ascoltarmi.Ho gridato ancora ma la mia voce si perdeva nell'ululare del vento. La gente della mia tribù si era raggruppata intorno a me, ripetendo quello che aveva detto il capo, ma le loro parole non mi tranquillizzavano. 
Nel frattempo Ramo era sparito dalla nostra vista e io sapevo che stava correndo lungo il sentiero che porta alla spiaggia. 
La nave ha iniziato a costeggiare il letto di alghe ed ero certa che stesse tornando a riva. Ho trattenuto il fiato, in attesa. Poi, lentamente, ha cambiato direzione, puntando a est. A quel punto ho attraversato il ponte e, svincolandomi dalle mani che cercavano di trattenermi, mi sono buttata in mare." 

Karana, 12 anni, è la sorella maggiore di Ramo. Insieme alla sorella Ulape, ancora più grande di lei, si stanno imbarcando e lasciando la loro isola. Il loro padre, il capo del villaggio, è stato ucciso dagli Aleuti, predatori senza scrupoli, che erano arrivati sulla loro isola pacifica per andare a caccia di lontre marine, di cui commerciano il pellame. Karana, che da sempre ha il compito di accudire il fratello piccolo, è salita sulla nave che, per volere del nuovo capo villaggio, sta portando via dall'isola tutti i membri della tribù per metterli in sicurezza altrove. Ma Ramo, nella fretta della fuga, ha dimenticato la sua preziosa lancia da pesca, quindi non si è imbarcato con gli altri. È rimasto a terra per recuperarla. 
La vita di Karana, che fino a poco tempo prima poteva definirsi tranquilla, in perfetta armonia con tutto quello che la circondava, dall'arrivo degli Aleuti sta andando in una direzione del tutto imprevista... Questa è la storia di questa ragazzina che, tutta da sola, dovrà organizzarsi con coraggio e determinazione una vita del tutto diversa da quella che aveva immaginato per sé... 

La storia di Karana, che Scott O'Dell ha scritto nel 1960 - ispirandosi alla storia vera di Juana Maria, la cosiddetta Lone Woman of San Nicolas, che dal 1835 al 1853 rimase in solitudine assoluta sull'isola, una delle otto dell'arcipelago californiano, conosciuto come Channel Islands - ha vinto la Newbery Medal nel 1961. Ed è diventata uno dei più importanti classici della letteratura d'avventura statunitense. 
Già nel 1963, grazie a Bemporad Giunti Marzocco, la storia viene pubblicata anche in Italia e resta in circolazione per un bel po' di anni, cambiando veste grafica, ma restando sostanzialmente un buon libro di avventura da proporre ai giovani lettori. 
Poi per un po' esce dai radar, ma non sparisce dagli scaffali di molte biblioteche o da quelli di molti bouquinistes
Ora, a 65 anni dalla sua prima pubblicazione negli Usa, riappare in una nuova edizione e traduzione, per il Barbagianni. 
Questa circostanza, a parte confermare nel mio intimo che tutto è già stato scritto, è il segno che una buona storia di avventura merita di non essere dimenticata. A maggior ragione se è anche venata di autenticità: O'Dell fin da subito ha dichiarato di essersi ispirato a quella storia vera quanto incredibile e di averla romanzata solo quanto basta. 
Ma a parte questo, il topos letterario de L'isola dei delfini blu vanta precedenti illustri e di sicura presa sul pubblico: da Robinson Crusoe fino ai romanzi contemporanei di Gary Paulsen. 
Alla protagonista, nel giro di una cinquantina di pagine, le si crea il vuoto intorno: resta da sola in un luogo in qualche modo familiare, ma ostile che lei deve, se vuole sopravvivere, modellare per quanto possibile a suo uso e consumo. 
E così si organizza per la raccolta del cibo e dell'acqua, per la sua conservazione al riparo dai predatori e dalle intemperie. 
Mette a frutto quello che ha imparato nei suoi primi dodici anni. 
E così si costruisce un rifugio, che piano piano assume le sembianze di un luogo protetto e sicuro e anche in qualche modo confortevole. 
Tutto questo lo fa, attingendo agli insegnamenti che le arrivano dal passato, ma anche sperimentando e imparando a usare ciò che la natura intorno le mette a disposizione, dalle alghe per giaciglio alle costole di balena per la recinzione contro i predatori. 
In ogni pagina traspare la sua ferma convinzione che nei confronti della natura non ha senso fare opposizione, quanto piuttosto si rivela utile essere capaci di trovare il giusto modo di conoscerla, rispettarla, amarla, imparando a ricavarsi un proprio spazio in armonia con essa. 
Con determinazione, facendo anche tesoro degli errori, Karana, giorno dopo giorno, impara a difendersi dai nemici e a costruirsi armi per procurarsi il cibo. 
Impara a riconoscere i segni, il tempo, le stagioni. I suoi giorni e le sue notti li passa a imparare prima a difendersi, poi a convivere nel contesto 'selvatico' che la circonda: i cani in primo luogo. 
E proprio riguardo ai cani, nei confronti dei quali Karana ha maturato un odio profondo per ragioni indiscutibili, il romanzo prende una piega inaspettata che piacerà parecchio ai lettori che pensano che se il mondo fosse senza cani sarebbe peggio... 
Io, fra loro. 

Carla

mercoledì 21 febbraio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RACCONTARE STORIE PER DOMANI

Kosmos, Matteo Meschiari, Roger Olmos 
#Logosedizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Non preoccuparti, disse una voce nella sua testa. 
Fu allora che vide una piccola ombra staccarsi dalla collina e coprire per un attimo il fuoco. Poi l'ombra avanzò lungo il viale e a un certo punto si fermò, come se volesse lasciare tra sé e Barra Tre uno spazio abbastanza ampio per battere in ritirata. 
Allora, disse la voce nella sua testa, mi presento, io sono Caliban, e no, non sono una cosa da mangiare. Sono un cane, e anche se tu non sai che cos'è un cane, e ci sono certamente dei cani terribili, e c'è anche chi i cani se li mangia, io non voglio farti niente di male e tu non ne farai a me. Adesso avvicinati al fuoco che ti presento gli altri." 

Barra Tre, questo è il diminutivo del suo nome completo che è CSU 956.072/3, ossia l'acronimo di Corpo Sostitutivo Umano, è sopravvissuto al veleno che doveva eliminare lui (o lei) e molti altri CSU buttati nella Grande Vasca. Relitti, ormai erano inservibili, che erano stati 'spenti' dalla fabbrica che li aveva progettati e poi costruiti. 
Barra Tre non soccombe come gli altri e la mattina successiva, sempre sotto una pioggia incessante, si alza in piedi e, con le poche forze che ha, si fa guidare dalla voce che sente nella testa, quella di un cane, Caliban, telepatico. Cane vecchio e un po' sciancato che lo conduce dagli altri che con lui vivono sulle colline del Cimitero delle Macchine. Ad aspettare Caliban ci sono infatti Je Rin, un vecchio clochard dalla lunga barba bianca e dall'incedere regale, nonostante sia vestito di stracci, in quel preciso momento occupato ai fornelli, e AP, un robot dalla forma di grande uovo metallico che fluttua a mezza altezza, smagliante nella conoscenza e nel pensiero, nonostante sia ormai molto scrostata la sua originaria verniciatura rossa. 
© Roger Olmos

Loro tre formano già un piccolo nucleo, una Compagnia Miracolosa, cui Barra Tre si aggiunge, felice di riempirsi un po' la pancia e soprattutto di non sentirsi più solo (o sola) per quel poco che gli resta da vivere. 
Questa è la loro storia. Questo è il loro viaggio, un paio di mesi dell'anno 2520, attraverso luoghi del pianeta, ormai quasi irriconoscibili se non per piccole tracce che affiorano qui e lì nella memoria di chi racconta e di chi legge. 

Il valore profetico - e quindi in qualche modo salvifico - di questa parabola ti aggancia e non ti molla fino alla fine. 
Un lungo racconto illustrato, o un breve romanzo, che mette insieme una sequenza di belle idee che, attraverso una altrettanto bella scrittura per parole e immagini, costruisce uno scenario complesso e articolato, che implica un bel po' di ragionamenti. 
Su tutto questo però si impone un ulteriore elemento, particolarmente interessante. 
Esiste, fin dalla prima pagina, un doppio valore della narrazioni, sia iconica sia testuale: da una parte si tratta di pura letteratura, pura finzione, ma dall'altra il lettore è messo di fronte a una riflessione antropologica alla quale non può sottrarsi. Toccando corde profonde, aggiunge in chi legge e in chi guarda inquietudine alla propria inquietudine. 

© Roger Olmos

Guai se non fosse così. Tuttavia, nello stesso tempo, tanto le immagini quanto il testo hanno la capacità di rischiarare possibili percorsi per uscirne incolumi. 
Le buone storie lo fanno!
La scrittura di Meschiari - che qui ancora una volta mette in campo le sue competenze professionali insieme a quelle più creative - fa una continua operazione di connessione tra il racconto in sé e il senso profondo di cui è intriso. 
All'unisono si muove Olmos, che non perde occasione di raccontare la finzione attraverso una realtà potenziata, ma riconoscibile in tutto e per tutto.
 
© Roger Olmos

Per poi chiudere con una tavola finale che si lascia indietro tutto il disastro fatto di macerie fin lì per offrire uno scenario di una Terra tutta nuova: luminosa, primordiale. 
Lo si può definire dunque parabola, fiaba, racconto epico, ma si lo si potrebbe chiamare anche e soprattutto mito: Kosmos ha la capacità di 'far vedere' le cose, senza per questo mai cadere nella didascalia. Il processo di passaggio da un'apocalisse a una genesi, da una fine a una nuova nascita, è palpabile. 

© Roger Olmos

E qui entrano in gioco ancora una volta l'antropologia di Meschiari e l'arte di Olmos. 
Da antropologo e narratore di storie, Meschiari riesce a mantenere quella necessaria lucidità di pensiero che fa diventare il suo racconto qualcosa che va ben oltre la pura distopia. Lo trasforma davvero in una narrazione che con il mito condivide chiarezza e luminosità. 
Da artista, Olmos dà forma a un immaginario che inquieta per quanto reale appare. E lo fa, nonostante le distorsioni. Per poi sciogliersi invece dentro uno scenario primigenio, che è aria pura. 
Mi pare di aver letto in una intervista a Meschiari che questa sua scelta di riflettere in chiave antropologica attraverso la letteratura di invenzione sia una sua modalità per indirizzare il pensiero scientifico verso una dimensione dichiaratamente immaginativa. Questo gli permette di raggiungere il suo obiettivo primario, ovvero l'esplorazione di ciò che è ancora ignoto. Ma mette in pratica anche il suo contrario, ovvero Meschiari è capace di permeare la letteratura di riflessioni antropologiche per dare ai suoi lettori una possibile chiave di lettura del mondo e del modo di starci dentro. 
Ed è forse in questa prospettiva che la lettura di Kosmos diventa strumento nelle mani di un lettore. Lettori di oggi, ma forse ancora di più di domani, visto il nome dato alla collana: La capsula del tempo.
Da una parte, le grandi questioni quali la terra come matrice comune, l'importanza dell'altro da noi, la necessità del mutuo soccorso, l'affermazione della propria identità, la lotta contro l'ingiustizia e la prevaricazione, il potere e le sue nefandezze, l'amicizia, l'affetto, la perdita e il suo superamento, la memoria... e potrei continuare. Tutte queste cose sono lì sulla pagina, intrecciate in un racconto che sa essere anche avventuroso e al tempo stesso sottilmente ironico. 

© Roger Olmos

Dall'altra parte irrompe l'immaginario di Roger Olmos che ha il potere di rendere su quella stessa pagina tutto drammaticamente visibile e indelebile. 

Carla

venerdì 26 luglio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


MENO MALE CHE IL LIBRO ERA BELLO...

Meno male che il tempo era bello, Florence Thinard
(ill. Veronica Truttero) (trad. Sara Saorin)
Camelozampa 2018


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"Il direttore fu breve e diretto. Niente più telefono. Niente più Internet. Nessuna luce in vista, nemmeno dal tetto del palazzo dove era salito insieme a Saïd. Avevano anche provato a sondare l'acqua con uno scopettone stando sulla scalinata esterna: non erano riusciti a toccare il fondo."

E' ufficiale: senza capirne il modo, la biblioteca Jacques Prevert sta navigando avvolta in un nero irreale. Si è sentito un suono secco ed elettrico e poi, poco dopo, un lento sciabordio di acqua alla base della biblioteca che, lentamente ma inesorabilmente, sta galleggiando e muovendosi verso chissaddove.
A bordo si contano 4 adulti: la bibliotecaria, il direttore, un professore di tecnica e la donna delle pulizie. E con loro la 1F, ragazzini e ragazzine di prima media che si trovavano in biblioteca con il loro insegnante. Oltre a loro c'è Saïd, di qualche anno più grande, che come ogni giorno stava passando il suo tempo alla Jacques Prevert, non leggendo o studiando, ma gironzolando e bighellonando, visto che non ha di meglio dove stare.
Questa è la loro avventurosissima storia: quella di un gruppo di persone che, prigioniere in un cubo di cemento che si comporta come un veliero, navigano per giorni e giorni sulla superficie del mare, in bonaccia e tempesta.
Ma è anche il racconto di come saper usare la testa, saper fare squadra, saper riconoscere la buona letteratura, e saper essere ottimisti nella cattiva sorte si rivelino competenze utili per tornare a casa.

Il topos letterario che Florence Thinard ha scelto è già di per sé garanzia di successo.
Associato a una piacevolissima scrittura che sa dosare tensione e climax e a una evidente dimestichezza nel campo della divulgazione per ragazzi (da lì arriva il know-how di questi marinai improvvisati: a lungo Thinard ha scritto di questi argomenti) Meno male che il tempo era bello è una lettura a dir poco avvincente.
Mettere un gruppo di persone in balia del mare, o su un'isola deserta (i riferimenti letterari non sono casuali), comunque lontano da tutti e da tutto e senza alcuna possibilità di contatto con la vita di un tempo, è già di per sé una porta aperta sull'avventura.
Mettere a loro disposizione una serie di oggetti perché ne facciano il miglior uso, solleticando così non solo la loro inventiva, ma anche quella del lettore è un altro elemento di sicura riuscita. O, ancora meglio, insegnare loro come costruirli e come servirsene. Cosa ci può essere di più divertente e interessante? Se svegli e un po' fantasiosi e comunicativi, non sono forse gli insegnanti di tecnica, come l'appassionato Daubigny, quelli che i ragazzi e le ragazze adorano nei loro tre anni di medie perché insegnano loro ad applicare un pensiero a una cosa che poi concretamente hanno nelle mani e possono utilizzare?
Ma a parte tutto ciò, il libro è molto di più.
Come nel meraviglioso romanzo di Saramago, La zattera di pietra, cui questa storia della biblioteca natante sembra in qualche modo riconnettersi, magari inconsapevolmente, anche in Meno male che il tempo era bello, a margine dell'avventura in sé, si delinea un'interessante lettura metaforica.
Non è casuale che si tratti proprio di una biblioteca con il suo contenuto di saperi. E metaforica è anche la condizione di cattività in cui individui, piccoli e grandi, tra loro molto differenti possono mettersi a confronto. Chi lo vorrà leggere trarrà le proprie personali conclusioni.
Molto meno metaforica pare invece la scelta dei personaggi. Arriva da una esperienza personale che la Thinard ha avuto con una classe di ragazzini e ragazzine di una scuola media di La Reynerie, periferia 'dimenticata' di Tolosa, dove, come insegna la storia di Saïd, la biblioteca rappresenta forse l'unico polo di attrazione accogliente.
Ma il fattore che fa di questo libro un bel libro, risiede nella sua architettura. Thinard è riuscita a creare un guscio tanto sottile quanto surreale, ma di grande tenuta, dentro cui cresce, come in un uovo vero, una creatura piena di realtà, dove è visibile l'autenticità delle relazioni interpersonali, delle dinamiche sociali, dei caratteri con forze e fragilità, tutte molto umane e riconoscibili.

Carla



venerdì 7 settembre 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL MONDO SALVATO DAI RAGAZZINI

L'INIZIO, Paula Carballeira, Sonja Danowski
Kalandarka, 2012

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)


"Una volta ci fu una guerra."

Questo è l'inizio, ma è anche la fine.
La guerra segna la fine di molte cose: vite, luoghi, affetti, sogni...
Al principio di questa storia c'è dunque una fine. Una città devastata dalla guerra: nessuno per strada, macerie ovunque, palazzi sventrati, pali della luce pericolosamente inclinati e, in primo piano, una carrozzina, una bici e una portiera di macchina, accatastate le une sulle altre. Fumo sullo sfondo.
In questo racconto, così emblematico da parere quasi una poesia, il protagonista è un ragazzino dagli occhi tristi e la sua famiglia, padre, madre e fratellino. 


La guerra ha segnato la fine di molte loro cose, prima fra tutte, la casa andata in pezzi. Ma in quello sguardo triste che si conficca nel tuo di lettore, c'è una luce lontana, una luce di speranza. Tutto è finito, ma i vestiti che indossano e la macchina miracolosamente salva, sono pur qualcosa. Lavarsi nel fiume, dormire abbracciati sui sedili, sono un punto di partenza, segnano forse un nuovo inizio.
Di fronte ad un mondo devastato, dove tutto è in frantumi, dove nulla è più come prima, una scatola di cartone e delle pietre possono diventare un gioco, un piccione che viene a berti vicino e ti becchetta sul piede, possono fare nascere un sorriso e poi una risata, il ricordo di antiche ricette, può far passare anche un po' la fame.


Così, Paula Carbaillera e Sonja Danowski con parole e disegni struggenti, ci dicono che il mondo pare avere un nuovo inizio, e forse lo dobbiamo proprio ai piccoli e al loro attaccamento alla vita. Un pallone consunto ha spezzato i rami spinosi di una rosa canina.

Un albo illustrato che racconta con poche e potenti parole e con immagini dai colori sommessi e malinconici l'orrore della guerra e i bambini di fronte ad esso. E racconta anche la loro grande forza. Una lezione per tutti: guardateli, non hanno più nulla, ad eccezione di un inestinguibile bisogno di sopravvivere.
E così, eccoci a ragionare sul fatto che ricominciare è un momento che richiede grande sforzo. Ripartire da zero quando tutto sembra perduto non è cosa cosa facile, ma la chiave per riaprire la finestra e far rientrare la luce dove tutto adesso è al buio, è dentro di noi. Punti di partenza sono gli affetti che sono sopravvissuti, saper vincere le difficoltà, saper riconoscere ciò che è il bene per le nostre anime (e la biblioteca con i libri bruciati e le vetrare in frantumi, pare essere un emblema di ciò) e, soprattutto saper sognare...
Sarà per questo che il merito qui spetta soprattutto a loro, i bambini?



Carla

lunedì 23 luglio 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SCAPPATE, BAMBINI!

LO ZOO DI MEZZANOTTE, Sonya Hartnett
Cairo, 2012



NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"In ogni direzione c'erano alberi smunti e allampanati, riuniti come magri spettatori della sua ricerca. Il terreno era troppo dissestato e il pallone non poteva essere rotolato lontano, né rimbalzato più di tanto tra gli alberi ammassati, tuttavia nel punto in cui avrebbe dovuto essere Andrej non ne vedeva traccia. Trovò invece Tomas, seduto a gambe incrociate su una pietra muschiosa, con Wilma in grembo. 'È lassù.' Tomas liberò un braccio e indicò il pallone incastrato su una forcella di un ramo."

In questo momento Andrej ha ritrovato il pallone con cui stava giocando a calcio con gli amici nella radura, ma in questo stesso istante sta perdendo tutto il resto, ad eccezione di Tomas, suo fratello minore di nove anni, e di Wilma, sua sorella lattante.
Questa è la loro storia. Grazie ad un pallone finito nel bosco i tre ora sono in fuga da un rastrellamento del loro campo, cui assistono a distanza, muti e attoniti. Vedono uccidere il loro adorato zio Marin, vedono trascinata via la madre che in romanì, per non essere capita dai tedeschi, lancia un disperato e ultimo urlo ai sui piccoli perché possano mettersi in salvo, almeno loro.
E così, aspettando nascosti nel bosco che i soldati si allontanino, ritornano al campo e raccattare quelle quattro cose che potranno servirgli da lì in poi per questa loro inaspettata quanto tragica nuova vita.
Sono rom, da sempre abituati agli spostamenti, abituati ad essere guardinghi, abituati a fare conto solo sulle proprie forze, i tre bambini, due a piedi e la terza infagottata in uno zaino che pende sulla schiena di Tomas, partono per la loro battaglia personale di sopravvivenza. Dietro di loro solo terra bruciata e davanti l'ignoto.
In una delle tante notti che vede i loro spostamenti da un villaggio distrutto a un altro, in perenne caccia di cibo, Tomas e Andrej e la piccola finiscono in un luogo del tutto inaspettato: un minuscolo zoo abbandonato per la guerra, dove sono rinchiusi nelle gabbie, ormai stremati dalla fame, una leonessa, un lupo, un cinghiale, un'aquila, un lama, un camoscio, una foca, un canguro e una scimmia.
Zio Marin lo aveva detto, una volta: gli animali sanno cose che tu neanche immagini. E sanno tenere i segreti.
E così scopriamo che gli animali sanno parlare. Difficile da credersi, ma molto spesso ciò che non si sa è però pur sempre possibile.
In questa notte così speciale, questi pochi animali e i tre bambini condividono tempo, fame, stanchezza, racconti, ricordi, paure, dolori, pensieri, sogni.
Mi piace pensare, come racconta l'orso a proposito della foca impazzita, che nel mondo ognuno di noi abbia un posto 'perfetto' per vivere. Tutti i protagonisti di questo romanzo, per ragioni diverse, invece sono stati sradicati da questo loro 'dove' ideale.
Sarà loro dato di tornarci, almeno in sogno?

Un libro gigante sul (non) senso della guerra, visto dalla prospettiva di chi la subisce, inerme e innocente: bambini e animali. Ma il libro è anche un inno altrettanto gigante alla libertà.
Lo zoo di mezzanotte mi ha davvero emozionato. L'ho trovato intelligente, stimolante, denso di contenuti e molto ben scritto; a tal punto mi è piaciuto che fatico a darne un giudizio in qualche modo distaccato, perché altri se ne possano servire.
Provo a elencare, come in un inventario asettico, ciò che contiene: sopra ogni cosa, una riflessione profonda e articolata sull'assurdità della guerra su cui si innesta la constatazione di quanto forte possa essere lo spirito sopravvivenza degli esseri viventi; digressioni continue sulla crudeltà dell'uomo, sulla sua pochezza e sul suo deleterio strapotere nei confronti del mondo che lo circonda. Ma è raccontata anche la solidarietà, la follia, il dolore, la tenerezza, la paura, il cinismo, la nostalgia, e una costante tensione verso la libertà. Insopprimibile.
Da leggere e rileggere.

Carla

Noterella al margine: Bella e lunga intervista alla Hartnett, vincitrice dell'Astrid Lindgren (2008), il più prestigioso tra i moltissimi premi dati a lei e ai suoi libri.
Purtroppo in Italia è stato pubblicato solo L'asinello d'argento (Rizzoli, 2009).